East Asia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sun, 08 Mar 2026 22:29:10 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png East Asia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 La Corea del Nord come fattore di stabilizzazione strategica in Asia orientale https://strategic-culture.su/news/2026/03/09/la-corea-del-nord-come-fattore-di-stabilizzazione-strategica-in-asia-orientale/ Sun, 08 Mar 2026 22:29:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891016 Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea ha confermato la continuità della leadership di Kim Jong Un e ha chiarito una linea fondata su sviluppo interno, autonomia strategica e deterrenza nucleare, che Pyongyang presenta come garanzia di equilibrio e di sicurezza regionale.

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Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea, svoltosi a Pyongyang dal 19 al 25 febbraio, non è stato un semplice rito politico interno, ma un passaggio di definizione strategica destinato a incidere sull’intero quadro dell’Asia orientale. La rielezione di Kim Jong Un a Segretario Generale ha sancito la continuità della linea del quinquennio precedente, mentre il Congresso ha riunito 5.000 delegati e 2.000 osservatori per discutere insieme bilancio, obiettivi e strumenti della nuova fase della costruzione socialista. Già questa dimensione organizzativa segnala che per la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) il Congresso non è una formalità, bensì il luogo in cui si ridefinisce la connessione tra sviluppo interno, assetto istituzionale, politica estera e sicurezza strategica.

Se si vuole comprendere il ruolo stabilizzatore della RPDC nell’Asia orientale, occorre anzitutto chiarire in che senso si possa parlare di “stabilizzazione”. Non si tratta della stabilizzazione intesa in senso liberale-occidentale, cioè come semplice distensione diplomatica o integrazione in un ordine guidato dagli Stati Uniti. Nel lessico politico emerso dal Congresso, la stabilità coincide piuttosto con la capacità di impedire la guerra, di alzare il costo di qualsiasi aggressione e di sottrarre il destino della penisola coreana alla pressione unilaterale degli avversari. In questa chiave, la continuità della leadership di Kim Jong Un è stata presentata come garanzia di coerenza strategica, mentre il Congresso ha ribadito che il Paese intende avanzare simultaneamente sul terreno dello sviluppo economico, della trasformazione regionale, della modernizzazione militare e del consolidamento internazionale della propria posizione.

Il punto più importante emerso dal Congresso riguarda infatti la centralità della deterrenza nucleare. Nel rapporto congressuale, la dirigenza nordcoreana afferma che la posizione della RPDC come Stato dotato di armi nucleari è stata consolidata in modo “irreversibile e permanente”, e che la forza nucleare nazionale svolge la funzione di deterrenza fisica e concreta contro qualsiasi guerra d’aggressione. Ancora più rilevante è il passaggio in cui si sostiene esplicitamente che tale posizione “svolge un ruolo importante nel dissuadere la minaccia potenziale dei nemici e nel mantenere la stabilità regionale”, configurando la forza nucleare statale come garanzia fondamentale della sicurezza, degli interessi e del diritto allo sviluppo del Paese. Si tratta dunque di una formulazione assai chiara della pretesa nordcoreana di essere non un elemento anarchico del sistema, ma un soggetto che ritiene di produrre equilibrio proprio attraverso la deterrenza.

Da questo punto di vista, la funzione stabilizzatrice della RPDC consiste nel rendere strutturalmente impraticabile l’ipotesi di una soluzione militare contro Pyongyang. Il Congresso ha riaffermato che la Corea del Sud, qualunque alleanza stipuli e qualunque aumento di spesa militare persegua, non potrà modificare la “struttura dinamica” della penisola costruita dalla presenza di uno Stato nucleare a nord. Dietro questa formula vi è una logica strategica precisa: impedire che Washington, Seoul o altri attori possano coltivare l’illusione di una superiorità risolutiva. In questo senso la RPDC opera da fattore di congelamento dell’opzione bellica massimale. La deterrenza, nella visione emersa dal Congresso, non mira a dissolvere il conflitto politico, ma a impedirne la traduzione in guerra aperta o in coercizione terminale. È questa la ragione per cui Pyongyang presenta la propria postura nucleare come elemento di equilibrio, e non come semplice strumento di pressione.

La politica estera delineata dal Congresso rafforza questa lettura. Il rapporto di Kim Jong Un non si limita a ribadire la necessità di difendere gli interessi nazionali, ma stabilisce che le attività esterne dello Stato dovranno essere condotte sotto la diretta guida del Comitato Centrale, con iniziativa tattica e in modo coerente con il principio della sovranità. Nello stesso testo si afferma la volontà di sviluppare ulteriormente i rapporti tradizionali di amicizia e cooperazione con i Paesi vicini, di rafforzare le relazioni con i Paesi indipendenti e antimperialisti e di contribuire attivamente alla costruzione di un mondo multipolare orientato all’indipendenza e alla giustizia. Questo dimostra come la RPDC non si concepisca come attore isolato o puramente difensivo, ma come polo politico inserito in una dinamica più ampia di riequilibrio del sistema internazionale. In Asia orientale, questa impostazione tende a limitare l’egemonia strategica di un solo blocco e a impedire che la regione sia integralmente assorbita da una logica di subordinazione militare agli Stati Uniti.

È significativo, a questo proposito, che il Congresso abbia insistito più sui principi dell’autonomia e degli interessi nazionali che sulla celebrazione nominale di legami specifici con Russia o Cina. Alcuni osservatori hanno notato proprio questa relativa sobrietà nei riferimenti pubblici alle alleanze, leggendola non come distanza da Mosca e Pechino, ma come volontà di ribadire che l’iniziativa strategica della RPDC resta autonoma e non delegata. Questa scelta è coerente con la tradizione politica nordcoreana: l’effetto stabilizzatore non deriverebbe da una pura appartenenza di blocco, ma dall’esistenza di un attore capace di far pesare in proprio deterrenza, sovranità e capacità di manovra. In un’Asia orientale segnata da rivalità crescenti, un simile posizionamento contribuisce a complicare gli automatismi della contrapposizione bipolare classica e a spingere il sistema verso forme più accentuate di multipolarità regionale.

Sul versante dei rapporti con gli Stati Uniti, il Congresso non ha chiuso teoricamente la porta al dialogo. Lo stesso leader Kim Jong Un ha lasciato intendere la possibilità di un miglioramento delle relazioni con Washington qualora gli Stati Uniti abbandonino la propria politica di confronto e riconoscano la situazione attuale della RPDC. Pyongyang, dunque, non propone il negoziato come preludio alla denuclearizzazione, ma come eventuale sviluppo successivo al riconoscimento del nuovo equilibrio strategico. In altri termini, la deterrenza non è presentata come ostacolo alla diplomazia, bensì come sua precondizione. È una logica che può apparire dura, ma che contiene una chiara razionalità: solo un rapporto di forza relativamente stabilizzato può, dal punto di vista nordcoreano, creare le basi per colloqui non fondati sul ricatto. Anche qui emerge il nesso tra forza deterrente e funzione stabilizzatrice.

Allo stesso tempo, il Congresso ha irrigidito ulteriormente il linguaggio verso Seoul, definendola “l’entità più ostile”, escludendola dalla categoria dei compatrioti e affermando che la RPDC non intende più insistere su dialogo e cooperazione considerati ormai irreali. Inoltre, il rapporto congressuale sostiene che la missione preventiva della deterrenza e l’uso di altri mezzi di forza contro lo Stato ostile debbano essere pienamente realizzati sul piano teorico e tecnologico.

Ad ogni modo, la deterrenza non è mai stata presentata come progetto separato dallo sviluppo socio-economico, ma come sua protezione. Il Congresso ha insistito sul completamento sostanziale del piano quinquennale economico, sulla trasformazione simultanea della capitale e delle regioni, sul programma di rivoluzione rurale, sul potenziamento della sanità, della cultura e delle infrastrutture. La RPDC, infatti, non definisce la propria sicurezza come semplice sopravvivenza militare, bensì come condizione per difendere interessi, diritti allo sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Da qui la formula, ribadita nel rapporto, secondo cui la forza nucleare è un “dispositivo di sicurezza” che tutela non soltanto il territorio, ma il progetto statale nel suo insieme. Nella misura in cui sottrae lo sviluppo nazionale alla minaccia della coercizione esterna, la deterrenza viene concepita come elemento ordinatore, non solo bellico.

In conclusione, il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea consegna un’immagine molto precisa della RPDC contemporanea: non un attore che cerca la distensione attraverso la rinuncia alla forza, ma uno Stato che attribuisce alla forza, e in particolare alla deterrenza nucleare, la funzione di rendere possibile una pace armata, una sovranità non negoziabile e una traiettoria di sviluppo protetta. Il ruolo stabilizzatore della RPDC in Asia orientale va quindi inteso in senso strategico: Pyongyang mira a impedire la guerra di aggressione, a neutralizzare le fantasie di superiorità militare dei propri avversari e a inserirsi nel processo di multipolarizzazione regionale come polo autonomo. Resta, certo, una forte tensione tra questa funzione di equilibrio e il linguaggio sempre più duro verso Seoul, che mantiene elevato il rischio di crisi locali. Ma questo lo si deve al fatto che la RPDC si percepisce e si presenta non come variabile marginale dell’Asia orientale, bensì come uno dei suoi principali architravi strategici.

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The $300,000 question nobody in Washington can answer https://strategic-culture.su/news/2026/03/07/the-300000-question-nobody-in-washington-can-answer/ Sat, 07 Mar 2026 14:34:19 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890990 By Charles KENNEDY

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LNG shipping rates have gone from $40,000 to $300,000 per day — a 650% vertical climb in less than a week — and the men who ordered the strikes that caused this are still strutting around the Oval Office talking about “strength.” 

That is not strength. That is the economics of catastrophe unfolding in real time, and it will reach every kitchen table from Tokyo to Turin before anyone in the beltway finishes reading the intelligence brief they probably won’t bother to read anyway.

The Strait of Hormuz — through which roughly 20 million barrels of oil per day transit, representing north of 20% of global seaborne oil trade — has effectively ceased to function as a commercial corridor, and what’s doing the closing is less about Iranian missiles, and more the insurance market, the invisible hand of capital that everyone in Washington claims to worship suddenly delivering its honest verdict on Operation Epstein Epic Fury. Major commercial operators, oil companies and insurers have effectively withdrawn from the corridor, creating a de facto closure comparable in character to the Red Sea disruption — but with far larger volumes at stake. The market has spoken. The war lobby apparently has not listened.

Qatar declared force majeure on gas exports, and sources say it may take at least a month to return to normal production volumes — meaning global gas markets will experience shortages for weeks even in the unlikely scenario the conflict ends today. Read that sentence again slowly. Even if it stopped right now. Even if every bomb stopped falling this afternoon and every missile went cold, the damage is already baked in, the supply chain already severed, the cryogenic infrastructure already in shutdown sequence — because the cryogenic nature of LNG requires specialised storage maintaining temperatures of approximately -160°C, making it impossible to simply store excess production in temporary facilities, and once disruptions occur, restarting operations requires weeks of careful, sequential rehabilitation to avoid thermal shock to the entire system.

Qatar supplies 20 percent of the world’s LNG — and if that’s off the table, countries must scramble for what remains. Japan scrambles. South Korea scrambles. Taiwan scrambles. India, which sources nearly half of its LNG intake from Qatari supply under long-term contracts , scrambles. These are not abstract geopolitical actors — these are the factories that make your semiconductors, the power grids that keep hospitals running, the fertiliser supply chains that feed a billion people, and every one of them is now competing in a spot market that has been stripped of a fifth of its supply overnight. This is what cascading systemic failure looks like before it hits the news cycle.

Dutch TTF futures, Europe’s benchmark gas contract — rose 35% on Tuesday alone, with prices on the week running roughly 76% higher, while the Japan-Korea Marker benchmark reached a one-year high. Europe, still carrying the scar tissue of 2022 when Russia’s war on Ukraine sent the continent into an energy convulsion it spent hundreds of billions surviving, is now staring down a second shock — this one detonated by an ally that drew the target circles, pulled the trigger, and handed Europe the wreckage as a fait accompli — no consultation, no warning, no framework for what follows, just the bill. The shutdown also affects downstream products including urea, polymers, methanol and aluminium , meaning the price destruction moves through industrial supply chains like a slow haemorrhage through every sector that uses energy as an input — which is every sector.

Maersk, Hapag-Lloyd and CMA CGM have all suspended operations through the Strait of Hormuz, rerouting vessels around the southern tip of Africa — adding weeks to transit times and driving costs across the entire container shipping ecosystem. The global just-in-time economy was already running thin margins after Covid, and now it absorbs voyages six weeks longer with insurance premiums at the ceiling and no clear date when any of it normalises. Every delay is a price. The Bangladeshi textile worker whose factory loses power this month didn’t vote for this war. The Filipino seafarer rerouted around the Cape of Good Hope for the third time this year didn’t either. The cost transfers downward with perfect precision — away from the people who made the decision, toward everyone who had no part in it and no protection from it.

Because what is happening is not a regional energy disruption — it is the deliberate removal of approximately one quarter of the world’s seaborne energy supply from the global market, not by accident, not by miscalculation in the margins, but as the direct and foreseeable consequence of a war of choice waged on behalf of a government in Tel Aviv that has now pulled Washington into a confrontation with consequences that will metastasise across every economy on the planet that cannot print its own reserve currency. Countries heavily reliant on imported energy with limited fiscal space — Japan, India, South Africa, Turkey, Hungary, Malaysia — are the most exposed to the shock, while the architects of this disaster enjoy the insulation of domestic shale production and the privilege of pricing oil in their own currency. The Global South will pay the highest price for a war it never voted for, never wanted, and was never once consulted about.

The Covid pandemic cost the world approximately $13 trillion and this will be orders of magnitude worse to a level of economic suicide that would make Darwin roll in his grave. There is no exit ramp here, only the compounding arithmetic of a war of choice whose costs will be distributed with ruthless precision to everyone who had no say in the choosing. It will arrive not as a headline but as a bill — a gas bill in Rotterdam, a power cut in Karachi, a factory closure in Busan, that no emergency fund will fully reach in time. Billions of people across Asia, Africa, and the Global South are now the unconsulted collateral of a war fought for reasons they were never given a vote on and objectives they were never shown. They will survive it, most of them. They will rebuild, and they will remember — with a clarity that no Pentagon briefing, no State Department white paper, and no carefully worded presidential statement will ever extinguish — exactly who decided, and exactly who paid. But the invoice for betrayal will come due and that will dwarf the economic one.

Original article:  islanderreports.substack.com

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La guerra dei corridoi: dal caucaso all’asia centrale, Washington e i BRICS si contendono le rotte del futuro https://strategic-culture.su/news/2026/02/18/la-guerra-dei-corridoi-dal-caucaso-allasia-centrale-washington-e-i-brics-si-contendono-le-rotte-del-futuro/ Wed, 18 Feb 2026 13:31:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890656 Vance firma a Baku il partenariato strategico USA-Azerbaigian e lancia il corridoio TRIPP attraverso l’Armenia. Intanto, da Islamabad a Kabul, la rete trans-afghana dei BRICS ridisegna la connettività eurasiatica. Due visioni del mondo, una sola partita: chi controlla le infrastrutture controlla il commercio globale.

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Parte I— Vance nel caucaso: il ritorno americano

La firma di Baku: un partenariato che ridisegna la regione

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha firmato oggi a Baku, con il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev, una Carta di partenariato strategico che entrambe le parti definiscono l’inizio di una «fase interamente nuova» nelle relazioni bilaterali. L’accordo copre cooperazione in materia di difesa, vendita di armamenti, sicurezza energetica, antiterrorismo e intelligenza artificiale. Vance ha annunciato l’invio di navi militari all’Azerbaigian per la protezione delle acque territoriali nel Mar Caspio.

L’intesa era stata presentata per la prima volta durante l’incontro tra Aliyev e il presidente Trump alla Casa Bianca nell’agosto 2025, dove il leader azerbaigiano aveva anche raggiunto un accordo di pace con il premier armeno Nikol Pashinyan, ponendo fine formalmente a decenni di conflitto nel Karabakh. Aliyev ha definito la firma «un riflesso del duro lavoro svolto dai governi di Azerbaigian e Stati Uniti negli ultimi sei mesi» e ha dichiarato che «è un grande onore per noi essere partner strategici della nazione più potente del mondo».

L’Azerbaigian viene così riposizionato non più come semplice fornitore di idrocarburi, ma come hub strategico tra Europa, Asia Centrale e Medio Oriente. Come ha osservato Rauf Mammadov, studioso di politica energetica presso la Jamestown Foundation di Washington, «in termini di gerarchia delle priorità, il fatto che l’Azerbaigian si posizioni come un’isola di stabilità orientata verso l’Occidente tra Russia e Iran è importante».

La tappa armena: nucleare, droni e chip

La firma di Baku arriva al termine di un tour nel Caucaso meridionale senza precedenti. Vance è il primo vicepresidente americano in carica a visitare l’Armenia — dove il 9 febbraio ha incontrato il premier Pashinyan — e il primo a recarsi in Azerbaigian dal 2008, quando Dick Cheney visitò Baku.

A Erevan, Vance e Pashinyan hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile che potrebbe valere fino a 5 miliardi di dollari in esportazioni americane iniziali, più altri 4 miliardi in contratti a lungo termine per la fornitura di combustibile e la manutenzione di reattori modulari di piccola scala (SMR) con tecnologia statunitense. L’Armenia sta valutando la sostituzione dell’obsoleta centrale nucleare di Metsamor, di costruzione sovietica, con reattori americani: una scelta che segnerebbe la rottura definitiva della dipendenza energetica da Mosca.

Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato la vendita di 11 milioni di dollari in tecnologia di droni da sorveglianza e la concessione di licenze per l’esportazione di chip Nvidia ad altissima potenza destinati ai data center armeni già in costruzione. «Sono chip che semplicemente non esistono nella maggior parte dei Paesi del mondo», ha sottolineato Vance, definendo le intese «vantaggiose per entrambe le economie». L’Armenia, storicamente nell’orbita di Mosca, ha congelato la propria partecipazione al patto di sicurezza guidato dalla Russia (CSTO) e si sta riorientando verso Washington e Bruxelles.

Il corridoio TRIPP: 43 chilometri che cambiano la geopolitica

Il perno strategico dell’intero tour è il TRIPP — Trump Route for International Peace and Prosperity — un corridoio di 43 chilometri che attraverserebbe il sud dell’Armenia, nella regione del Syunik, collegando l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan e da lì alla Turchia. Il progetto comprende ferrovia, gasdotto, oleodotto, linea elettrica e infrastruttura in fibra ottica.

La particolarità dell’accordo è che gli Stati Uniti hanno ottenuto i diritti esclusivi di sviluppo e gestione del corridoio per 99 anni attraverso un consorzio, con l’Armenia che mantiene la sovranità sul territorio. Pashinyan ha dichiarato che i lavori di costruzione dovrebbero iniziare nella seconda metà del 2026, dopo il completamento dei parametri tecnici e delle operazioni di delimitazione del confine armeno-azerbaigiano. Il Dipartimento di Stato ha definito il progetto «Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP)», legandolo esplicitamente alla promozione degli sforzi di pace del presidente Trump.

Il TRIPP non è un corridoio qualunque. Una volta completato, si collegherà al Middle Corridor trans-caspico — una rotta commerciale di 6.500 chilometri che bypassa la Russia e collega la Cina all’Europa attraverso l’Asia Centrale e il Caucaso. Come ha osservato il senatore Steve Daines, il corridoio aprirà l’accesso a «forniture critiche di petrolio, gas naturale e minerali critici dall’Asia Centrale — quei cinque Paesi — attraverso questo corridoio, verso l’Europa e l’Occidente invece che verso la Russia e la Cina».

Il corridoio aggira anche la Georgia, il cui governo Georgian Dream ha assunto negli ultimi anni una postura anti-occidentale con un pivot verso Russia e Cina. L’assenza di Tbilisi dal tour di Vance — la Georgia ha dichiarato di attendere «pazientemente» un riavvicinamento — è il dato politico più eloquente.

La posta in gioco: minerali critici e competizione con la Cina

Il tour di Vance va letto insieme all’iniziativa sui minerali critici lanciata il 4 febbraio a Washington, con rappresentanti di 55 Paesi tra cui Armenia, Azerbaigian e Kazakistan. Washington sta costruendo un blocco commerciale preferenziale per i minerali critici, con prezzi minimi coordinati per spezzare il dominio cinese su materiali essenziali per la produzione avanzata.

Come ha osservato Joseph Epstein, direttore del Turan Research Center presso lo Yorktown Institute, «è significativo che sia Vance in questo viaggio. Rappresenta la parte più isolazionista della Casa Bianca, eppure sta promuovendo accordi che indeboliscono l’influenza russa e iraniana — e il filo conduttore sono i minerali critici».

La Cina, significativamente, non ha commentato pubblicamente il TRIPP. Come ha osservato l’analista Yeghia Tashjian, «Pechino ha imparato che andare allo scontro frontale con gli USA su ogni progetto infrastrutturale è controproducente. Invece di opporsi pubblicamente, la Cina preferisce lavorare attraverso canali diplomatici e incentivi economici». La Cina sta investendo nella ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, nelle energie rinnovabili azerbaigiane e nel BRI nel Caucaso meridionale, costruendo la propria rete parallela.

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Parte II — l’altra metà della partita: i corridoi brics dall’asia centrale al Pakistan

Mentre Vance costruisce l’architettura americana nel Caucaso, dall’altra parte dell’Eurasia si muove un progetto altrettanto ambizioso ma di segno opposto. Il 4 febbraio — lo stesso giorno dell’iniziativa USA sui minerali critici — il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev e il primo ministro pakistano Shahbaz Sharif hanno confermato a Islamabad il lancio di un corridoio di trasporto multimodale destinato a collegare i Paesi della CSI con i porti pakistani di Gwadar e Karachi, offrendo alla regione un accesso diretto all’Oceano Indiano.

Il tracciato: da Minsk a Karachi attraverso l’Afghanistan

Il percorso è ambizioso: Bielorussia – Russia – Kazakistan – Uzbekistan – Afghanistan – Pakistan. Due varianti del segmento afghano sono in fase di sviluppo simultaneo, in una competizione costruttiva tra Uzbekistan e Turkmenistan per il transito attraverso l’Afghanistan.

La variante orientale, il «Corridoio di Kabul», sostenuta dall’Uzbekistan, prevede una ferrovia di circa 650 chilometri da Termez attraverso Mazar-i-Sharif e Kabul fino al confine pakistano (Logar-Kharlachi). Un accordo quadro è stato firmato a Kabul nel luglio 2025 da Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan, con completamento previsto nel 2027. I tempi di transito si ridurrebbero da 35 giorni a circa quattro, con un potenziale di 15-20 milioni di tonnellate annue entro il 2040.

La variante occidentale, promossa da Turkmenistan e Kazakistan, corre lungo il percorso Turgundi – Herat – Kandahar – Spin Boldak per oltre 900 chilometri. Il Kazakistan ha impegnato 500 milioni di dollari e nel settembre 2024 è stata posata la prima pietra dei 22 chilometri iniziali dal confine turkmeno. Questo tracciato potrebbe integrarsi con il Corridoio Lapis Lazuli, che da Herat prosegue verso Ashgabat, il porto caspico di Turkmenbashi, l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia, offrendo un’alternativa di accesso al Mar Nero e all’Europa.

Il Kazakistan come perno della connettività eurasiatica

Tokayev ha ricordato a Islamabad che il suo Paese gestisce già l’85% del trasporto terrestre di merci tra Europa e Cina, attraverso il Corridoio Trans-Caspico (Middle Corridor), e ha presentato la piattaforma digitale «Smart Cargo» per la gestione unificata dei flussi di transito. Il commercio bilaterale con il Pakistan è raddoppiato nell’ultimo anno raggiungendo circa 86 milioni di euro, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a un miliardo di dollari entro due anni. Al business forum di Islamabad sono stati firmati oltre 30 accordi commerciali per un valore complessivo di circa 170 milioni di euro, tra cui una commessa da 91 milioni per la fornitura di 600 autobus kazaki.

La variabile afghana: tra guerra e commercio

L’Afghanistan resta il punto critico dell’intera architettura. Il Pakistan ha chiuso il confine con l’Afghanistan nell’ottobre 2025 dopo scontri armati, provocando un crollo del 40% nel commercio bilaterale. Scontri mortali si sono verificati anche sul confine afghano-tagiko. Eppure, dal 2021, diversi Paesi della regione — Kazakistan in testa — hanno scelto di intrattenere relazioni commerciali con il governo talebano, scommettendo sulla stabilizzazione economica dell’Afghanistan attraverso il commercio e le infrastrutture, non attraverso le armi.

I talebani hanno ripreso praticamente tutti i progetti di trasporto regionale e interregionale avviati dal precedente governo, e negoziati attivi sono in corso sia con l’Uzbekistan sul Corridoio di Kabul sia con il Turkmenistan sulla variante occidentale. La Cina ha concordato con Pakistan e Afghanistan l’estensione del CPEC (China-Pakistan Economic Corridor) al territorio afghano, aggiungendo un ulteriore livello alla rete.

La Russia nel gioco: il corridoio trans-afghano come estensione del Nord-Sud

Mosca considera il corridoio trans-afghano come un’estensione naturale del proprio Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) verso il Pakistan e l’India, e sta completando gli studi di fattibilità economica con stime di 8-15 milioni di tonnellate annue di merci. L’INSTC, il corridoio di 7.200 chilometri che collega San Pietroburgo al porto indiano di Mumbai attraverso Iran e Azerbaigian, è completato al 75%, con il tratto ferroviario Rasht-Astara (106 km) già realizzato. Nel 2024, il traffico sull’INSTC è cresciuto del 19%, raggiungendo 26,9 milioni di tonnellate, con l’obiettivo di 30 milioni entro il 2030. Il corridoio è il 30% più economico e il 40% più veloce della rotta via Suez.

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Parte III — la rete globale: cinque corridoi brics contro il TRIPP americano

Per comprendere la portata della partita in corso, è necessario allargare lo sguardo dalla singola notizia al sistema complessivo. I corridoi trans-afghani e il TRIPP americano nel Caucaso non sono progetti isolati: sono tasselli di due architetture concorrenti che puntano a ridisegnare le rotte del commercio globale.

La rete BRICS: infrastrutture come strumento di potere

I Paesi BRICS controllano il 64% delle spedizioni ferroviarie globali, con una rete di oltre 382.000 chilometri di cui 213.000 elettrificati, che movimenta circa 8,4 miliardi di tonnellate di merci all’anno. La New Development Bank (NDB) ha allocato 10,5 miliardi di dollari al settore trasporti, il maggiore settore di finanziamento dell’istituzione. Al vertice di Kazan nel 2024, i leader BRICS hanno riconosciuto l’importanza dell’uso integrato dei trasporti e hanno istituito una commissione permanente sui trasporti, trasformando il sottogruppo su trasporti e logistica in un gruppo di lavoro permanente presieduto dalla Russia.

I cinque principali corridoi BRICS in fase di sviluppo o operativi sono:

  1. Il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC): 7.200 km da San Pietroburgo a Mumbai via Iran e Azerbaigian. Completamento al 75%. Traffico 2024: 26,9 milioni di tonnellate (+19%). Il 30% più economico e il 40% più rapido del Suez.
  2. La Rotta Marittima del Nord (Northern Sea Route): 14.000 km attraverso l’Artico da Murmansk allo Stretto di Bering. Traffico 2024: 37,9 milioni di tonnellate (57,7% GNL, 21,4% petrolio). Obiettivo 2035: 220 milioni di tonnellate. Quasi la metà della distanza rispetto alla rotta via Suez.
  3. Il corridoio marittimo Vladivostok-Chennai: lanciato nel 2024, riduce i tempi di consegna da 40 giorni (via Suez) a 24 giorni. Obiettivo: 50 miliardi di dollari di commercio bilaterale Russia-India entro il 2030.
  4. Il Middle Corridor trans-caspico: 6.500 km dalla Cina all’Europa via Kazakistan, Caspio, Caucaso e Turchia. Il Kazakistan gestisce l’85% del trasporto terrestre Europa-Cina. È il corridoio su cui si innesta sia il TRIPP americano (nel segmento caucasico) sia la rete trans-afghana (nel segmento centroasiatico).
  5. I corridoi trans-afghani: il Corridoio di Kabul (650 km, uzbeko, completamento 2027, 15-20 milioni di tonnellate/anno entro il 2040) e la variante occidentale turkmeno-kazaka (900 km, investimento kazako di 500 milioni di dollari).

TRIPP vs. BRICS: due logiche a confronto

Il TRIPP americano e la rete BRICS rispondono a logiche opposte ma complementari nel ridisegnare la mappa della connettività eurasiatica.

Il TRIPP è un progetto politico-infrastrutturale che punta a consolidare la pace armeno-azerbaigiana, a espandere l’influenza americana nel Caucaso meridionale, a creare rotte alternative che bypassino Russia, Iran e Georgia, e ad attrarre i minerali critici dell’Asia Centrale verso i mercati occidentali. Washington ottiene una presenza strategica a un crocevia geografico che collega Europa, Medio Oriente e Asia Centrale, con un corridoio sotto gestione americana per 99 anni. La capacità iniziale prevista è di circa 15 milioni di tonnellate annue.

La rete BRICS, al contrario, è un sistema multi-corridoio pensato per essere resistente alle sanzioni e indipendente dai chokepoint tradizionali (Suez, Malacca, Panama). Non ha un unico centro di comando, ma funziona attraverso accordi bilaterali e multilaterali, con la Cina, la Russia e l’India come principali investitori e il Kazakistan come pivot geografico. I Paesi BRICS stanno costruendo un’infrastruttura finanziaria parallela — la NDB come alternativa alla Banca Mondiale, un sistema di pagamenti alternativo a SWIFT — che potrebbe accelerare la de-dollarizzazione dei flussi commerciali lungo questi corridoi.

La risposta occidentale — il Global Gateway europeo, il PGII del G7, il corridoio IMEC (India-Medio Oriente-Europa) — resta più frammentata e più lenta nell’esecuzione. Il TRIPP potrebbe rappresentare l’eccezione: un progetto con tempistiche concrete, finanziamento garantito e un forte interesse strategico della Casa Bianca.

Il nodo iraniano e la competizione per il Caspio

Un elemento che lega il Caucaso all’Asia Centrale è il ruolo dell’Iran. Teheran ha definito il TRIPP come il successore funzionale del «Corridoio di Zangezur» e come un’intrusione americana nella regione armena del Syunik, al suo confine settentrionale. Tuttavia, le proteste interne che scuotono l’Iran dalla fine del 2025, con il violento giro di vite del regime, limitano la capacità di Teheran di ostacolare concretamente i progetti esterni.

Sul versante BRICS, l’Iran è al contrario un attore chiave: la sua posizione geografica tra il Mar Caspio, il Golfo Persico e l’Oceano Indiano lo rende un nodo naturale per il Corridoio Nord-Sud e per la ferrovia Khaf-Herat verso l’Afghanistan. L’adesione dell’Iran ai BRICS nel 2024 ha rafforzato questa dimensione. Washington e i BRICS competono dunque per l’accesso alle stesse risorse e agli stessi mercati, ma attraverso reti che si escludono o si sovrappongono a seconda del segmento.

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Conclusione — chi controlla le rotte controlla il mondo

La settimana del 4-10 febbraio 2026 ha cristallizzato in pochi giorni una trasformazione che era in corso da anni. Da un lato, Tokayev e Sharif firmano a Islamabad gli accordi per il corridoio trans-afghano, inserendolo nella rete BRICS. Dall’altro, Vance firma a Baku il partenariato strategico e lancia il TRIPP come nodo occidentale del Middle Corridor.

Le due architetture non sono simmetriche. Il TRIPP è un progetto puntuale, politicamente sofisticato, che lega la regione agli interessi commerciali americani. La rete BRICS è un sistema distribuito, più ampio e complesso, che punta a costruire un’infrastruttura commerciale globale indipendente dall’Occidente.

Per l’Europa, il messaggio è duplice e inquietante. Washington dimostra di saper ancora proiettare influenza attraverso l’economia e le infrastrutture, ma lo fa per i propri interessi, costruendo rotte che servono la diversificazione energetica americana e l’accesso ai minerali critici dell’Asia Centrale, non necessariamente le priorità europee. I BRICS, dal canto loro, stanno costruendo un mondo in cui le merci, l’energia e i capitali possono circolare senza passare per l’infrastruttura finanziaria e logistica occidentale.

Il vecchio adagio geopolitico diceva che «chi controlla i mari controlla il commercio». Nel XXI secolo, la versione aggiornata è: chi controlla i corridoi — ferroviari, energetici, digitali — controlla le catene del valore globali. E in questa partita, il Caucaso e l’Asia Centrale non sono più la periferia: sono il centro.

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A Counter-globalization Order with Historical Regression https://strategic-culture.su/news/2026/02/05/a-counter-globalization-order-with-historical-regression/ Thu, 05 Feb 2026 12:00:51 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890428 Yan  XUETONG is a university distinguished professor and the Honored President of the Institute of International Studies at Tsinghua University.

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Since the Cold War, terms like “global order,” “world order,” and “international order” have been used interchangeably in international relations, often without clear definition. This has led to confusion, particularly when global order is conflated with the international system or power structure. For the sake of avoiding ambiguity, this essay attempts to define global order through its core components: institutions, norms, and values.

Global order exists when institutions, norms, and values function within the international system. Their breakdown signals disorder or anarchy. War and peace serve as indicators, with international order conceptualized as a spectrum—ranging from war (disorder) to peace (order), and an indeterminate middle zone.

Since it is difficult to provide a quantitative definition for international order according to degree of changes in peace or war, international order, as I defined it in Leadership and the Rise of Great Powers (2019) is “the state of affairs wherein players in a given international system settle their conflicts through nonviolent approaches according to interstate norms.” This definition applies across systems—regional or global—and serves as the analytical foundation for post-World War II global orders.

While both global order and global system involve norms, they are distinct. The global system encompasses norms, actors, and configurations; global order refers to norms, mainstream values, and institutional power distribution. As prominent Chinese academic Zhou Fangyin observed in a 2021 essay for World Political Studies, “order is not an entity but a kind of soft existence.” History shows that while the global system emerged by the nineteenth century, global order was absent during both world wars in the twentieth century.

Global order is also mistakenly equated with international power structure—defined by polarity (unipolar, bipolar, or multipolar). Power structure reflects capability distribution among major powers and is part of the global system, not the order itself. Ian Bremmer’s framing of global order transitions—from bipolar to unipolar to “G-Zero”—illustrates this conflation.

Polarity cannot predict the functionality of global order, and power transitions, such as those from Britain to the United States, do not necessarily mean order transitions. Regardless of type, international order is marked by stability, predictability, and cooperativeness. A war-ridden system lacks order due to its instability and hostility. Conversely, order prevails when nonviolent conflict resolution and prevention dominate. Despite proxy wars, the Cold War, post-Cold War, and present periods are considered ordered due to their relative systemic stability.

Whenever an international order is present, it may shift in type. While scholars agree on its variability, they differ on categorization. American political scientist John Ikenberry identifies balance of power, hegemony, and law-based orders, while his Indian-born colleague Amitav Acharya suggests hegemony, conciliation, and community. Chinese scholars Sun Xuefeng and Huang Yuxing propose hegemony, balance of power, tribute, and community, and Liu Feng outlines seven types, ranging from empire to multipolar coordination.

Rather than limiting analysis to Cold War or liberal paradigms, I propose categorizing global order by its dominant values, norms, and institutional power distribution. Among these, norms most decisively shape types of international order. The post-Cold War era, defined by democratization and marketization, is best termed the “globalization order.” In contrast, the emerging “counter-globalization order” reflects deglobalizing trends.

Some global orders prove beneficial to a greater number of states than others, and thus gain broader international acceptance. A desirable order is one that is both stable and widely supported. Analogous to social entities—such as prisons (stable but unpopular) versus bazaars (unstable but preferred)—global orders that serve collective interests are favored over those serving a few, even if the latter offer greater stability.

This dynamic underpins the current divergence between Beijing and Washington. Both have advocated a rules-based order, but differ on its characteristic. Washington has long argued that China seeks to reshape the order away from universal values. U.S. officials have emphasized defending and reforming the post-World War II rules-based system to uphold peace and rights.

Having itself benefited from globalization, China has been supportive of its continuation but stood in opposition to Western dominance. China’s Foreign Minister Wang Yi has criticized the “rules-based order” as hegemonic, favoring instead rules grounded in international law over selective imposition by the West.

The debate on the characteristic of international order is thus not about rules per se, but whose rules will prevail. All social orders are rules-based, but what matters is the specific characteristic of those rules and their acceptance by the majority. This logic applies not only to modern systems but also to ancient ones—e.g., the Western Zhou’s Five Services defined tributary order in East Asia, while Rome’s preoccupation principle shaped colonialism in Africa and Asia.

In the coming decade, major powers will surely contest the type of global order, but not its existence. Nuclear deterrence has prevented direct wars since World War II and will likely continue to do so. The Ukraine war is another illustration of this paradigm: despite early threats, Russia refrained from nuclear escalation. However destabilizing they may seem, proxy conflicts do not dismantle global order, which is one of the reasons this essay focuses on transformations in the types of order rather than their presence or absence.

Some scholars view the Cold War and post-Cold War periods as different phases of a single liberal order. Former Australian Prime Minister Kevin Rudd, much like Ikenberry, traces its architecture to Bretton Woods and post-World War II institutions like the UN, IMF, and WTO. However, this view raises some logical questions: Why distinguish the periods if the order remained unchanged? Why did the “liberal order” emerge only after the Cold War? Why is globalization central to the post-Cold War but absent from Cold War discourse?

Conflating these periods obscures the evolution of global order. For instance, in his 2022 book entitled The Authoritarian Century: China’s Rise and the Demise of the Liberal International Order, Australian scholar Chris Ogden defined the period from 1945 to the present as the order of Pax Americana while arguing that there was “a new world order” after the end of the Cold War because of actual dramatic change in world affairs. In Is The American Century Over? (2015), Joseph Nye even argued that “the ‘American century’ began in 1941” and was “not over” yet, and would likely last until 2041. To understand today’s state of global order, we must compare it with Cold War and post-Cold War periods.

The Soviet collapse in 1991 marked a shift to U.S.-led unipolarity. U.S. President George H. W. Bush envisioned a “new world order” of peace and prosperity. While idealized, the post-Cold War order differed markedly in institutional power distribution, dominant values, and international norms.

During the Cold War, global leadership was split between the United States and the Soviet Union in political and security institutions, as the UN Security Council reflected this balance, and NATO and the Warsaw Pact embodied regional blocs. Despite its economic superiority, the United States could not exert global political leadership. Ideologically, the Cold War was defined by rivalry between capitalism and communism. Proxy wars were reflective of the struggle to install like-minded regimes, but neither ideology was able to achieve global dominance. The tripartite division—on the First World (U.S.-led), Second World (USSR-led), and Third World (non-aligned)—highlighted ideological fragmentation. The Third World, comprising most UN members, embraced diverse ideologies beyond the bipolar contest.

Above all else, sovereignty was the cornerstone of Cold War norms. The 1945 UN Charter enshrined non-intervention, and even its violators justified their actions under the guise of defending sovereignty. Conflicts like those in Korea, Vietnam, or the Arab-Israeli wars were framed as sovereignty struggles, reinforcing its normative primacy.

The post-Cold War era that followed, saw transformation across all dimensions of global order. With the USSR gone, the United States assumed sole leadership in global institutions, advancing liberal values and globalization norms and giving way to a shift that defined this new type of global order.

The U.S. dominated both economic and political institutions. UN Security Council resolutions—whether on Kosovo, Afghanistan, North Korea, or Iran—were often U.S.-led. Wary of confrontation, China frequently abstained, based on which the international media derided the Chinese representatives at the UN and sticking them with the nickname “Ambassador Abstention.”

Globalization norms, boiling down mostly to political democratization and economic marketization, spread quite widely. While Eastern Europe’s democratic transitions exemplified the former, the latter certainly had broader reach: even non-democratic states embraced market reforms. China and India epitomized this trend. China pursued WTO membership after transitioning to a mixed economy, joining in 2001, whereas India, after decades of protectionism, liberalized its economy in 1991.

To grasp the current global order, one must move beyond Cold War and post-Cold War frameworks. Comparisons with a “new Cold War” have circulated since the 1980s, first applied to U.S.-Soviet rivalry, later to that between the U.S. and Russia, and more recently U.S.- China. Yet repeated claims of a “starting point” have failed to hold, once again reaffirming that today’s order is not a Cold War redux. As Singaporean diplomat Bilahari Kausikan observed, invoking Cold War analogies is intellectually lazy and misrepresents the nature of U.S.-China competition.

Unlike the Cold War’s ideological struggle between capitalism and communism, today’s most consequential rivalry centers on technological superiority. Ideological challenges now stem from domestic populism rather than external expansion. Competition unfolds across both natural space (geo- and outer space) and cyberspace, with cybertechnology seen as decisive. Some of Russia’s military mishaps in Ukraine highlighted this, prompting Washington’s “small yard, high fence” strategy to restrict China’s tech progress, and Beijing’s “dual circulation” policy to strengthen domestic innovation. China’s goal is national rejuvenation, not global communism, and since 2017 it has pledged not to export its development model.

For its part, Washington too has abandoned Cold War ambitions of ideological expansion. Capitalism is no longer promoted as a global ideology and liberalism itself has been weakened by populism. And even those who prioritized it, focused on preserving liberalism at home, not spreading it abroad. Despite rivalry, both capitals reject framing their competition as a new Cold War.

Proxy wars, once central to Cold War strategy, are marginal in today’s competition. They do not advance technological superiority and drain resources. Hence, the risk of a proxy war over Taiwan is overstated. Beijing emphasizes peaceful reunification, recognizing that national rejuvenation depends on innovation, not territorial expansion. Lessons from Russia’s war in Ukraine reinforce this restraint.

Unlike the comprehensive U.S.-Soviet separation, Washington and Beijing maintain economic and social ties. China continues to benefit from American markets, technology, and education, and thus resists full decoupling, while both sides acknowledge the need for coexistence. Both are also keenly aware that severing ties between the world’s two largest economies would bring about gross destabilization of global markets.

The U.S.-China rivalry will not lead to a new Cold War, since the conditions that defined the Cold War—ideological expansion, proxy wars, and comprehensive separation—are absent. Only mutual assured destruction (MAD) remains, making today’s order fundamentally different.

The dividing line of today’s competition lies in the rise of counter-globalization, distinct from anti-globalization (popular protests) and de-globalization (state-led reduction of interdependence). Counter-globalization emerges when major powers mutually adopt de-globalization policies.

Brexit in 2017 marked the first major step towards de-globalization, but its global impact was limited. The decisive shift came with Trump’s 2018 initiation of the trade war against China, involving economies that together comprised nearly 40 percent of global GDP. The COVID-19 pandemic only accelerated the trend, as states curtailed international connections. Thus, the period between 2017 and 2020 represents the transition from post-Cold War globalization to counter-globalization.

The Ukraine war in 2022 deepened this trajectory and the sanctions imposed on Russia disrupted supply chains, prompting the EU to reduce dependence on food, medicine, raw materials, chips, and digital technology. With no major power advancing globalization, the EU acknowledged a changing order. Reflecting this trend, U.S. officials at some point began speaking of “internationalization” rather than “globalization.”

Unlike Cold War’s bipolarity or the unipolarity of the post-Cold War period, power is diffusing in the contemporary world. Australia’s 2023 Defence Review noted the United States is no longer the Indo-Pacific’s unipolar leader. American withdrawals from institutions such as the UN Human Rights Council, UNESCO, and the Paris Agreement further diminished its global leadership. This trend started from Tramp 1.0, was not reversed during the Biden administration and has certainly continued in the second Trump presidency.

Liberal norms are losing ground around the world and sovereignty has regained primacy, especially since the onset of the Ukraine war. Another testament to this fact is that NATO condemned Russia’s violation of sovereignty rather than emphasizing human rights. The Responsibility to Protect (R2P), quite central in the post-Cold War era, has been sidelined. Major powers now selectively invoke sovereignty or human rights to justify policies. During the 2023 Israel-Hamas war, Western governments emphasized Israel’s sovereignty, while Beijing and many developing states highlighted Palestinian human rights. This selective application underscores the erosion of liberal norms and the reassertion of sovereignty as a guiding principle.

Economic norms have shifted from post-Cold War marketization to deglobalization, marked by trade protectionism, sanctions, and technological decoupling. Since 2018, major powers have tightened restrictions on trade, investment, and data flows while subsidizing domestic innovation. The United States, once the champion of globalization, abandoned free-market principles with its trade war against other countries including members of NAFTA, refusal to appoint WTO appellate judges, and passage of the Inflation Reduction Act and CHIPS Act—both criticized as protectionist. The EU, formerly globalization’s strongest advocate, now emphasizes “de-risking” and economic security, encouraging members to limit openness and prioritize internal resilience.

Global values have also shifted. Liberalism, dominant in the post-Cold War era, is declining under pressure from populism. This trend originates within Western democracies, where resentment against liberal norms has fueled political upheaval. Events like the January 6th attack on the U.S. Capitol reinforced perceptions of democratic fragility, and have only emboldened non-democratic states to claim greater legitimacy. Populism now shapes politics across both Western and non-Western powers, with roughly 15 percent of the world’s nations governed by populists in 2025. Unlike authoritarianism, which is a practice rather than an ideology, populism presents itself as a global ideological challenger to liberalism. The current clash of values is therefore between populism and liberalism, not capitalism and communism.

Taken together, these differences confirm the current order as distinct from both Cold War and post-Cold War types. Over these three periods, global order has evolved from ideological rivalry to globalization, and now to counter-globalization. Strategies shifted from proxy wars to democratization and marketization, and now to deglobalization. Institutional leadership moved from bipolar balance to U.S. unipolarity, and currently toward decentralization. Norms transitioned from the primacy of sovereignty, to human rights dominance, and now to a balance between the two. Values shifted from the rivalry between capitalism and communism, to liberalism’s dominance, and now to liberalism being challenged by populism.

Characteristics of the Current Global Order

Counter-globalization defines today’s global order, just as ideological rivalry defined the Cold War and globalization its aftermath. Yet other features also distinguish the present era: China’s rise, the digital age, and the spread of populism. Together, they reshape power distribution, strategic competition, and foreign policy priorities.

China’s ascent began with Deng Xiaoping’s reforms in 1978 and became undeniable when its GDP surpassed Japan’s in 2010. Alarmed, the United States launched its “Pivot to Asia,” signaling the shift of the world’s center from Europe to East Asia. While Europe remains important, it no longer anchors global competition and only China has the capacity to systemically challenge U.S. leadership. Recently, Trump described China-U.S. relations as “G2” but he did not define “G2” as confrontation or cooperation between two superpowers.

Although it is still considered a junior superpower by some, China’s growing influence decentralizes U.S. dominance in institutions. By 2022, it contributed 15.25 percent of the UN budget, second only to the United States. China has expanded its role through funding, leadership appointments, and new institutions such as the Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), the New Development Bank (NDB), and the Belt and Road Initiative (BRI), which by 2023 involved 150 countries and 30 organizations. On the security front, the Shanghai Cooperation Organization also broadened its membership and partnerships.

This rivalry forces other states into dilemmas of alignment. European leaders like France’s President Emmanuel Macron have warned against being trapped between Washington and Beijing, while many countries, much like during the Cold War, embrace their “Global South” identity to preserve neutrality.

Strategic competition now extends into cyberspace. Cyberattacks have surged, with over 1,100 weekly incidents per organization in late 2022, intensifying disputes over internet sovereignty. Such attacks are seen as both security threats and violations of sovereignty, as illustrated by U.S. allegations of Russian interference in the 2020 elections.

China has long promoted internet sovereignty to legitimize its cyber policies. Initially, both the United States and Europe resisted, favoring a “single internet.” For instance, in 2010, Hillary Clinton championed universal access, yet by 2020, U.S. policy shifted toward protecting its own digital domain. Former U.S. Secretary of State Mike Pompeo’s “clean network” initiative excluded Chinese firms from American infrastructure, while the Biden administration later banned U.S. companies from engaging with apps like TikTok and WeChat. Today, terms such as “internet sovereignty,” “cyber sovereignty,” and “digital sovereignty” become popular in global debates, reflecting the centrality of cyberspace in strategic competition.

Counter-globalization defines today’s global order, just as ideological rivalry defined the Cold War and globalization did the post-Cold War. Yet other features also distinguish the present era: China’s rise, the digital age, and the spread of populism. Together, they reshape power distribution, strategic competition, and foreign policy priorities.

Xenophobia, Populism, and Economic Security

Populism now prevails in the politics of major powers, accompanied by rising xenophobia and a preference for strongman rule over democratic institutions. Since the 2008 financial crisis, slower growth in democracies compared to China has fueled disillusionment, with many associating a strong leadership with economic progress. Populism blames liberal globalization, deepening xenophobia and enabling leaders to consolidate personal rule. In a 2022 speech as then United Nations High Commissioner for Human Rights, Michelle Bachelet observed that trust in democratic institutions is fading, with more states leaning toward non-Western systems. By 2021, half of 173 countries assessed by International IDEA showed democratic erosion, including 17 in Europe. Today, Trump’s administration is viewed as a semi-authoritarian regime.

Xenophobia manifests in anti-immigration policies and rejection of liberal norms like R2P. In the United States, Title 42 border restrictions persisted under both Trump and Biden, reflecting populist pressures. Likewise, European leaders voicing concerns over immigration at EU summits has become commonplace. In the UN, China’s defense of its policies in Xinjiang, Hong Kong, and Tibet was supported by over 90 states, highlighting declining enthusiasm for R2P among developing countries.

Economic security has become a central strategic interest, far more emphasized than during the Cold War or post-Cold War. Washington formally linked economic security to national security in 2018, a stance reinforced by Blinken and Alan Estevez, who cited restrictions on China’s access to advanced technologies. Trump’s administration adopts even stricter policy in this aspect. The U.S. increasingly blurs civilian and military industries, intensifying tensions with Beijing and straining ties with allies.

China’s conflicts over economic security extend beyond Washington. In 2023, Beijing condemned the EU’s economic security strategy. Japan’s 2022 National Security Strategy identified supply chain vulnerabilities and imposed export restrictions on semiconductor equipment to China. South Korea proposed an “economic security alliance” with the United States to reduce dependence on China, while India passed legislation curbing Chinese investment. These developments underscore how economic security now drives global competition and reshapes alliances while intensifying rivalries.

Beijing’s Concern Regarding the Global Order

China is the only state with comprehensive capability to rival U.S. global influence, and thus seeks to shape the order according to its preferences. Its economic, military, and political power, along with ingrained governance values, will significantly impact the coming order. Compared to Washington, Beijing’s leadership trajectory is more certain, given U.S. electoral cycles.

Beijing’s outlook shifted after the Biden administration restored ties with traditional allies, briefly reversing Trump’s unilateralism. In 2020, the CPC still spoke of a “period of strategic opportunity.” By 2022, however, Beijing’s rhetoric darkened. At the BRICS Summit, it warned of “Cold War mentality and bloc confrontation,” while the CCP’s 20th Congress described “hegemonic, bullying acts” and unprecedented challenges. The 2023 Global Security Initiative Concept Paper echoed this pessimism, citing rising protectionism, persistent conflicts, and governance deficits.

By late 2023, Beijing’s rhetoric had grown more combative, emphasizing sovereignty, self-reliance, and systemic rivalry with the West. In parallel, China’s strategic rapprochement with Russia deepened, while initiatives like the Global Development Initiative expanded Chinese influence across the Global South. The 2024 Two Sessions stressed “struggle” and technological independence, and military signaling intensified. By 2025, the CCP’s messaging adopted a dual track: externally promoting multipolarity and institutional reform through BRICS+ and Global South forums, while domestically framing global competition as a long-term challenge requiring resilience and civilizational confidence.

Beijing rejects Washington’s framing of a rules-based order, insisting that international rules derive from the UN Charter and must be agreed upon by all 193 member states. China’s Foreign Minister Wang Yi reiterated that “there is but one set of rules in the world.” In contrast, Beijing accuses Washington of undermining norms, citing interventions, sanctions, and selective use of international law. Its 2023 document “U.S. Hegemony and Its Perils” condemned American practices such as “color revolutions,” bloc politics, and unilateral sanctions.

To counter what it sees as an unfavorable trajectory, Beijing launched four initiatives: the Global Development Initiative (2021), Global Security Initiative (2022), Global Civilization Initiative (2023), and Global Governance Initiative (2025). Together, they articulate China’s desire to reshape the order, emphasizing development, sovereignty-based security, and cultural diversity. These initiatives illustrate Beijing’s strong determination to shape a new order and elaborate on the kind of order it desires.

The Global Order Beijing Advocates

Beijing envisions a global order distinct from U.S.-led alliances and Western universalism. It promotes non-alliance partnerships, plural political legitimacy, development-first human rights, and open economic globalization.

China opposes U.S. military alliances such as AUKUS or QUAD in East Asia, as well as NATO’s growing hostility. It condemns these as Cold War mentality and instead promotes “no-alliance, no-confrontation” partnerships, exemplified by its relationship with Russia. Beijing argues this model avoids bloc confrontation and offers a new framework for major-power relations.

Beijing also rejects universal values, insisting there is no single yardstick for democracy or legitimacy. It emphasizes institutional competition as central to global rivalry and promotes diverse modernization paths. China positions its own modernization—economic growth, social change, and technological advancement under non-liberal governance—as an attractive model for developing countries, though applicability beyond Confucian contexts remains debated.

China prioritizes economic development over civil and political rights, arguing that freedom from poverty precedes other freedoms. This view resonates with many developing countries, as reflected in the 2022 UN Sharm El Sheikh Implementation Plan. Beijing criticizes Western human rights discourse as a tool of intervention and consistently invokes the UN Charter’s principle of non-interference, reinforcing sovereignty as a core norm.

Beijing distinguishes economic globalization, which it supports, from political democratization, which it opposes. Having benefited enormously from post-Cold War free marketization, China now advocates for an open economic order to counter Western decoupling and protectionism. China also calls on developing countries to resist “small yards and high fences” and urges reform of international financial institutions to amplify their voice. Premier Li Qiang reaffirmed China’s commitment to opening up, pledging cooperation with the U.S. to uphold trade rules and stabilize supply chains.

Beijing’s Strategy for Shaping the Global Order

Beijing pursues a comprehensive strategy across economic, political, and security domains, with economic influence as its strongest lever. BRI is the centerpiece of this vision, reflecting China’s reliance on trade and finance to expand global influence. By 2022, cumulative BRI engagement reached $962 billion, making China the top trading partner for over 120 countries. Complementing BRI, Beijing created the AIIB and NDB to reform U.S.-dominated financial governance. While these institutions challenge U.S. leadership, they largely replicate existing norms, as consensus-based structures limit the scope for new rules.

Beijing expands its influence through institutions and forums it leads, often excluding U.S. participation. In so doing, China has established regional forums across Africa, Latin America, the Middle East, Central Asia, Europe, and the Pacific. BRICS exemplifies this approach, with membership expanding in 2023 to include Saudi Arabia, Iran, Ethiopia, Egypt, Argentina, and the UAE. Hosting summits at home—such as the South-South Human Rights Forum and the Central Asia-China Summit—allows Beijing to shape collective positions, emphasizing non-interference and skepticism toward Western-dominated norms.

Outlined in the Global Security Initiative Concept Paper, Beijing’s security agenda includes peacekeeping, nuclear non-proliferation, mediation, regional security architecture, and nontraditional security cooperation. It proposes five approaches:

Engage in UN and multilateral discussions to forge consensus.

Leverage platforms like the SCO, BRICS, and regional mechanisms for incremental cooperation.

Hold high-level GSI conferences to strengthen dialogue.

Support forums such as the Xiangshan Forum and China-Africa Peace and Security Forum to deepen exchange.

Build platforms for cooperation in counter-terrorism, cybersecurity, biosecurity, and emerging technologies, including training 5,000 professionals from developing countries over five years.

Changes in the Coming Global Order

The next decade will likely bring a more segmented and confrontational global order. While specifics cannot be forecast, general trends suggest consolidation of U.S.-China bipolarity, modest rises by India, and declining influence of other major powers.

By 2035, the United States and China will widen their lead over other states. Both already far surpass Germany, Japan, India, the UK, France, and Russia in GDP and military budgets. Digital superiority will further enhance their dominance. The absolute gap may grow, with U.S. GDP remaining over $10 trillion ahead of China’s, though China’s relative proportion may rise slightly from 66 percent to over 70 percent. Despite higher growth, Beijing faces “triple pressure”—weak demand, supply shocks, and low confidence—limiting its ability to close the gap. The United States will retain greater material resources than China to shape the order.

India may grow faster than Japan, Germany, the UK, France, and Russia, potentially becoming the world’s third-largest economy by 2027. Its demographic advantage and growth trajectory could elevate its status, though it will remain a regional rather than global power by 2035. Hosting the Global South Summit without China underscored its ambition to lead developing nations.

Germany will remain a clear leader of the EU, but will continue to lack global reach. Japan’s GDP will likely fall behind both Germany and India, with poor ties to Beijing limiting its influence. Brexit has already weakened the UK’s position in Europe, while France looks set to remain a junior partner to Germany. Collectively, these powers will have less impact on global order by 2035. For its part, Russia will remain a regional power and junior partner to China. Even if the Ukraine war ends in near future, the impact of unprecedented sanctions will hinder recovery and prevent prospects for normalization with the West. Despite its demonstrated ability to maintain a war economy relatively well, Moscow’s global influence will remain diminished compared to its pre-2022 role.

Strategic Balance in Favor of the U.S.

Although major powers’ de-risk policies are in favor of Washington, this situation is changing in 2025. In the 2010s, many states were prone to hedging their bets, seeking economic benefits from China while relying on the U.S. for security. Since Washington defined “economic security” as a national interest in 2018, however, major economies have reduced interdependence with China and strengthened cooperation with the United States. This trend, reinforced by corporate “China+1” strategies, undermines the previous balance. Trump’s policy on tariff and the Ukraine war is likely to shift the strategic balance between China and the U.S. in favor of China over the next decade.

By 2035, Washington may consolidate its advantage by expanding alliances into economic and technological domains. The U.S.-South Korea alliance was redefined in 2023 to include economic cooperation, while Vietnam elevated ties with Washington to “comprehensive strategic partnership,” and the U.S. and EU launched plans for a Europe-Middle East-India corridor to counter China’s BRI. Still, ongoing U.S. tariffs—especially on steel, aluminum, and Chinese goods—continued to complicate trade diplomacy, including these strategically important relationships, casting some doubt on Washington’s reliability as a long-term economic partner. These frictions subtly undermined the appeal of U.S.-led initiatives, prompting some allies to go back to hedging between economic blocs. Yet, despite all this, Beijing’s troubles may endure, as China adheres to non-alignment, lacks formal allies, and cannot replicate Washington’s “small yard, high fence” strategy in digital competition. However, Trump’s policy to reduce U.S. protection for allies is diminishing this trend.

The Ukraine war has further entrenched Western reliance on the U.S. and resentment toward Beijing, which has avoided criticizing Moscow. Irrespective of when the war ends, China’s close ties with Russia will continue to hinder relations with most European states, pushing them to side with Washington in global disputes.

Additionally, Beijing’s partnerships with developing countries remain uncertain. Russia may be its only substantial partner, though not an ally. Relations with Brazil hinge on Lula’s tenure, while ties with India are constrained by QUAD membership and growing rivalry. India’s economic growth and leadership in the Global South will intensify competition with China for influence among developing nations.

Continued World Peace with Historical Regression

Competition between China and the United States will intensify in the coming decade, likely generating more security conflicts. Global order depends on public goods—security and stability—which are provided by leading powers. Yet both have identified each other as their top strategic threat, reducing prospects for cooperation. Washington views Beijing as intent on reshaping the order to its advantage, while Beijing condemns the United States as the primary disruptor, citing interference in Taiwan, Xinjiang, Hong Kong, and maritime disputes. As China’s officials have repeatedly noted, “the world is not peaceful.”

Despite rising tensions, outright war between the two powers remains unlikely. Beyond Taiwan, there are no disputes that could escalate into a direct military clash. Unlike Washington, Beijing shows little inclination to use military power for regime change abroad. Coexistence between the two powers is possible, sustaining relative peace for the next decade.

However, peace will coincide with regression. Globalization is giving way to counter-globalization, and governance rhetoric will lack meaningful action. Technological and economic progress will continue, but the order will become less stable and predictable. Proxy wars will persist, and AI-driven unmanned weapons may reduce military casualties while increasing civilian deaths, encouraging more attacks. Regression will manifest in heightened military conflicts, diplomatic confrontation, economic deglobalization, and technological segmentation.

Historically, global orders have lasted decades: the interwar period just over 20, while the Cold War lasted about 40 years. If this precedent holds, regression may endure at least a decade, possibly two or three. Counter-globalization, still in its early phase, is unlikely to peak until after the next decade. Those expecting it to be short-lived will likely be disappointed.

Political Uncertainty and Conflicts over Economic Security

Populism will become the most influential ideology over the next 10 years, shaping foreign policies across major powers. Currently ascendant but not yet at its peak, populism is likely to spread rapidly, validating itself through foreign policy and resisting any resurgence of liberal global order. Populist leadership prioritizes regime and economic security, increasing uncertainty, undermining liberal norms, and fueling global conflicts.

An increasing number of states will be ruled by populist leaders. In non-Western countries, many incumbents have entrenched constitutional foundations for extended tenure. In the West, populist parties—such as the Trump-led Republican Party in the U.S., Germany’s AfD, Sweden Democrats, France’s National Rally, and Italy’s Northern League—are all gaining traction or have already taken positions of power. By the late 2020s, Western parliaments or governments may be dominated by populists. Judging by its current trajectory, the United States could well shift from a democratic model to a semi-democratic or semi-authoritarian state, with populism replacing liberalism as the dominant ideology, driving foreign policy toward protectionism and anti-humanitarianism.

Populist leaders’ focus on regime security often leads to aggressive, unpredictable foreign policies aimed at bolstering domestic support. Unlike national security, which responds to external threats, regime security is conditioned by volatile domestic politics. This volatility drives erratic foreign policy choices, eroding international norms and increasing global instability. Chaos may become the defining characteristic of the coming order.

The rhetoric of “economic security” will intensify xenophobia. Populist leaders scapegoat foreign powers for domestic failures, stoking resentment at home and abroad. Social media accelerates the spread of xenophobic sentiment, while economic interests resonate emotionally with the populace. Leaders use economic security to justify de-globalization policies—delinking, de-risking, sanctions, and protectionism. The U.S. CHIPS and Science Act, adopted by the Biden administration in 2022, exemplifies this shift, abandoning free-market principles in favor of industrial protection. Other major powers are following suit, adopting stricter economic-security policies. This trend will reinforce populist values and accelerate the abandonment of the liberal order during Tramp 2.0.

The historical trajectory of global order since the mid‑twentieth century demonstrates a clear evolution: ideological confrontation during the Cold War, globalization and liberal expansion in the post‑Cold War era, and the current counter‑globalization order marked by fragmentation, populism, and economic security. Each order has been defined by its own dominant values, norms, and institutional distribution of power. The Cold War was driven by ideological expansion and proxy wars; the post‑Cold War by democratization and marketization; and the present order by deglobalization, technological rivalry, and the reassertion of sovereignty.

Looking forward, the consolidation of U.S.-China bipolarity will be the central feature of the coming decade. Washington will retain greater material resources than China and a more extensive alliance system, while Beijing will continue to rely on economic globalization and non‑alignment as its strategic principles. India may rise as the third largest economy, but its role will remain regional. Europe’s major states will see declining influence, and Russia will remain constrained by sanctions and its junior position in the partnership with China. The strategic balance will tilt further toward China and the United States’s domination will decline.

This balance, however, will not produce stability. Populism is poised to become the most influential ideology across major powers, eroding liberal norms and driving unpredictable foreign policies. Economic security will replace free‑market principles as the guiding rationale of statecraft, legitimizing protectionism and intensifying xenophobia. Governance will stagnate, global institutions will weaken, and selective application of norms will deepen mistrust.

The paradox of the coming decade is that relative peace may be maintained, yet regression will define the order. Outright war between the United States and China is unlikely, but proxy conflicts, technological segmentation, and diplomatic confrontation will proliferate. Advances in AI and unmanned systems may reduce military casualties while increasing civilian deaths, further destabilizing the moral fabric of warfare.

If past experience is any guide, this reversal of globalization is likely to persist for well over a decade—potentially even extending across several decades. Rather than a fleeting disruption, it signals a sustained period of decline characterized by volatility, disunity, and the ascendancy of populist norms at the expense of liberal principles.

The current order is neither a repetition of the Cold War nor a continuation of the liberal post‑Cold War order. It is a counter-globalization order—one defined by rivalry without ideology, deglobalization without complete decoupling, and peace without progress.

Original article:  cirsd.org/horizon-article

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La visita di Lee Jae-myung in Cina e la scommessa sulla stabilità dell’Asia nordorientale https://strategic-culture.su/news/2026/01/26/la-visita-di-lee-jae-myung-in-cina-e-la-scommessa-sulla-stabilita-dellasia-nordorientale/ Sun, 25 Jan 2026 22:53:46 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890237 La visita ufficiale del presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina segna un passaggio politico rilevante: Pechino e Seoul puntano a consolidare fiducia, accordi economici e cooperazione tecnologica, rilanciando al tempo stesso il ruolo di un dialogo regionale capace di ridurre tensioni e incertezze.

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La missione ufficiale del presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina ad inizio anno si inserisce in un contesto internazionale segnato da frizioni commerciali, competizione tecnologica e rischi di escalation militare in Asia-Pacifico. Proprio per questo, il viaggio assume un valore che va oltre il protocollo, essendo stato presentato sia dalla dirigenza cinese che da quella sudcoreana come un’occasione per “aprire un nuovo capitolo” delle relazioni bilaterali, rafforzando la partnership strategica e costruendo un terreno più stabile per la cooperazione economica e per la sicurezza regionale.

Già alla vigilia, la diplomazia cinese aveva chiarito l’aspettativa politica dell’evento. Il portavoce del Ministero degli Esteri ha descritto Cina e Corea del Sud come “vicini e partner cooperativi”, sottolineando che, sotto la guida strategica dei due capi di Stato, Pechino auspica che la visita contribuisca a far avanzare ulteriormente la “partnership strategica cooperativa” tra i due Paesi. Il tutto mentre l’arrivo di Lee è stato accompagnato da nuove tensioni legate alla penisola coreana, tema che continua a gravare sull’equilibrio regionale e che rende ancora più preziosi i canali di comunicazione diretti tra i principali attori dell’Asia nordorientale.

Uno degli elementi più concreti del viaggio riguarda il pacchetto di intese e strumenti di collaborazione. Le anticipazioni hanno indicato la firma di oltre dieci accordi e memorandum, con un perimetro ampio: economia e commercio, catene di approvvigionamento, transizione verde, turismo, ambiente e clima, oltre a temi come l’economia digitale e la cooperazione tra start-up. Questa impostazione è coerente con la linea che Pechino propone da tempo: rendere la cooperazione economica più “resiliente” e meno vulnerabile alle oscillazioni geopolitiche, lavorando su filiere, investimenti e regole condivise.

Il baricentro delle relazioni bilaterali sino-coreane resta, dopotutto, l’interdipendenza economica. Le analisi diffuse in occasione della visita hanno ribadito che Cina e Corea del Sud possiedono una forte complementarità industriale e commerciale e che i due Paesi sono legati da rapporti di enorme scala. Significativo, per esempio, il dato secondo cui nel 2024 l’interscambio avrebbe raggiunto 328,3 miliardi di dollari, confermando la Cina come secondo partner commerciale della Corea del Sud. I numeri, dunque, dimostrano come anche in una fase di “divergenze” e competizione globale, la densità dei legami economici renda razionale puntare su stabilizzazione e prevedibilità.

In questo quadro rientra anche il rilancio della cornice istituzionale, che vede, tra gli obiettivi dichiarati, l’accelerazione dei negoziati sulla “seconda fase” dell’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud, insieme alla creazione o al rafforzamento di meccanismi di dialogo economico e commerciale. L’idea è di spostare il baricentro della relazione da una gestione episodica delle questioni a una piattaforma permanente capace di affrontare attriti, standard, investimenti e accesso ai mercati con una logica più strutturata.

La dimensione più interessante del viaggio è forse il tentativo di aggiornare la cooperazione ai settori che oggi definiscono potenza economica e autonomia strategica. Negli articoli pubblicati dalla stampa cinese, in particolare, viene sottolineato che molte delle intese previste riguardano campi emergenti come l’intelligenza artificiale, le industrie verdi e l’alta manifattura, insieme a nuove aree di mercato come la cosiddetta “silver economy”. Questo dimostra come entrambe le economie cerchino crescita in settori ad alto valore aggiunto e come, allo stesso tempo, Pechino e Seoul provino a proteggere la cooperazione industriale dalla frammentazione prodotta da blocchi contrapposti e restrizioni tecnologiche.

Accanto alle industrie strategiche, la visita ha evidenziato la crescente importanza dei settori legati ai consumi, ai servizi e alla cultura. Diversi analisti hanno insistito sul fatto che Cina e Corea del Sud possiedono un potenziale di cooperazione “nuova” che include non solo tecnologia e manifattura, ma anche contenuti culturali, cosmetica e format creativi, in un quadro di economie sempre più guidate dall’innovazione e dai mercati interni. Questo aspetto è politicamente rilevante perché amplia la platea degli attori interessati a relazioni stabili: non soltanto grandi conglomerati industriali, ma anche imprese medie, piattaforme, turismo, università e industria creativa.

Ad ogni modo, ampliando lo sguardo ad una prospettiva regionale, tutti gli analisti concordano nell’affermare che relazioni positive tra Cina e Corea del Sud rappresentano un fattore di stabilizzazione per l’Asia nordorientale, in un’area dove crisi della penisola coreana, rivalità strategiche e competizione tra grandi potenze tendono a sovrapporsi. In altre parole, non si tratta solo di firmare accordi commerciali, ma di costruire un contesto in cui la gestione delle crisi diventi meno imprevedibile.

In questo quadro si colloca anche l’attenzione ai meccanismi multilaterali e alla cooperazione trilaterale, con l’inclusione del Giappone. Pechino ha ribadito l’aspettativa che le tre economie principali della regione rafforzino comunicazione e coordinamento, con l’idea di riportare le questioni regionali su binari di consultazione e gestione politica, anziché su dinamiche di contrapposizione. È un messaggio che, sul piano strategico, risponde alla tendenza alla divisione in blocchi della regione, spesso spinta da attori esterni, in particolare gli Stati Uniti: secondo Pechino, in particolare, più canali regionali funzionano, meno spazio resta per escalation dettate dall’esterno o da incidenti.

Alla luce di questi spunti, la visita ufficiale di Lee Jae-myung in Cina appare come un tentativo di trasformare l’interdipendenza in una vera infrastruttura di stabilità. Gli accordi e i memorandum previsti, la spinta sui settori emergenti come AI e verde, l’attenzione alle catene di approvvigionamento e ai meccanismi di dialogo economico, insieme alla valorizzazione di cultura e turismo, compongono una strategia che punta a: moltiplicare i punti di contatto e rendere più difficile che la relazione venga risucchiata da crisi improvvise o da pressioni esterne.

Resta vero che l’Asia nordorientale è una delle regioni più complesse al mondo: ogni passo di cooperazione convive con dossier sensibili e con una competizione strategica che non scompare. Ma proprio per questo, la scelta di Pechino e Seoul di investire in una “normalità” più robusta, fatta di piattaforme economiche, scambi sociali e coordinamento politico, assume un peso specifico. In prospettiva, la stabilità regionale non dipenderà tanto da dichiarazioni astratte, bensì dalla capacità di tenere aperti canali, proteggere interessi condivisi e costruire fiducia operativa. È questo, in ultima analisi, il significato più concreto della visita di Lee in Cina.

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La Cina denuncia ancora la rinascita del militarismo giapponese e le ingerenze su Taiwan https://strategic-culture.su/news/2025/12/23/la-cina-denuncia-ancora-la-rinascita-del-militarismo-giapponese-e-le-ingerenze-su-taiwan/ Tue, 23 Dec 2025 05:30:37 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889594 Dopo le dichiarazioni di Sanae Takaichi su Taiwan, il governo giapponese alimenta una pericolosa deriva di riarmo e revisionismo. Fonti cinesi e analisti internazionali avvertono: l’Asia orientale ha bisogno di pace, non di un ritorno al militarismo e alle ingerenze.

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Il dibattito aperto dopo le dichiarazioni della Primo Ministro Sanae Takaichi sulla cosiddetta “contingenza di Taiwan” ha rivelato una frattura profonda nella postura del Giappone: da un lato la Costituzione pacifista e gli impegni internazionali che hanno fondato l’ordine del dopoguerra, dall’altro una spinta crescente verso il riarmo, la dilatazione del perimetro d’azione delle Forze di autodifesa e una narrativa che normalizza l’idea di un intervento militare nello Stretto di Taiwan. Questo articolo, che fa seguito a quello di condanna delle parole della capo del governo, intende mettere a fuoco una tendenza più vasta e pericolosa: la rinascita di un immaginario e di pratiche politiche che riportano il Paese del Sol Levante sulla china del militarismo, con ricadute destabilizzanti per l’intera regione e con un’evidente violazione del diritto internazionale e degli impegni assunti da Tōkyō.

Un punto di partenza utile è l’osservazione, ricordata dal professor Jeffrey Sachs in una recente lezione pubblica, secondo cui la storia dell’Asia orientale dimostra con chiarezza una costante: la Cina, pur nelle fasi di massima forza, non ha invaso il Giappone, mentre il Giappone ha invaso la Cina a più riprese. Non si tratta di un aneddoto, ma di un prisma attraverso cui leggere l’oggi. A fronte di una Cina che insiste sulla via dello sviluppo pacifico e del multilateralismo come garanzia di stabilità, in Giappone si nota da anni un andamento ondeggiante della riflessione storica e, più recentemente, una preoccupante normalizzazione di simboli e proposte che attenuano, travisano o rimuovono le responsabilità della guerra. Manuali che eludono i crimini d’invasione, visite al santuario Yasukuni di figure apicali, compresa la stessa Sanae Takaichi, discussioni sempre più frequenti sulla revisione costituzionale e sull’espansione militare alimentano una cultura pubblica esposta al ritorno di antiche ombre. Società che non fanno i conti con il passato sono, per esperienza storica, più esposte al rischio di ripeterne gli errori.

In questo quadro, il Giappone ha messo in scena negli ultimi giorni la vicenda della cosiddetta “illuminazione radar”, presentandosi come vittima di un presunto atto ostile cinese. Eppure, come ricostruito da fonti cinesi, i velivoli in questione sarebbero entrati nelle aree di addestramento dopo regolare preavviso comunicato da Pechino, fatto poi ammesso dagli stessi vertici di Tōkyō dopo una iniziale smentita. La gestione mediatica del caso, culminata in una conferenza stampa alle due del mattino, è apparsa un’operazione di drammatizzazione politica funzionale a due obiettivi: distogliere l’attenzione internazionale dalle affermazioni di Takaichi su Taiwan e legittimare un’accelerazione del riarmo, dalle ipotesi di dispiegamenti missilistici a Yonaguni, l’isola più occidentale del Giappone, all’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, fino ai passi per scardinare i vincoli della Costituzione pacifista.

Allo stesso tempo, la ricerca, da parte del governo nipponico, di una sponda statunitense, evidente nelle convulse comunicazioni con Washington, ha mostrato limiti e ambiguità. Le letture ufficiali divergenti tra Tōkyō e la controparte nordamericana sulla telefonata fra i ministri della Difesa, la prudenza della Casa Bianca e la tempistica stessa dei contatti indicano che gli Stati Uniti, impegnati a gestire con cautela una fase di relativa stabilizzazione del rapporto con la Cina, non intendono farsi trascinare in escalation indotte dalle ansie dell’alleato. Come hanno notato osservatori cinesi, il Giappone sopravvaluta la propria capacità di orientare la relazione tra le due maggiori potenze; l’ordine delle priorità a Washington non coincide necessariamente con l’agenda della destra giapponese.

Il cuore del problema resta sia giuridico che politico. L’ordine internazionale del dopoguerra, fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, sulla Dichiarazione del Cairo e sulla Proclamazione di Potsdam, ha fissato principi chiari: opposizione all’aggressione, punizione dei criminali di guerra, eliminazione del militarismo e riconoscimento della restituzione di Taiwan alla Cina. Con la firma dello Strumento di resa, il Giappone si è impegnato a rispettare integralmente tali disposizioni. A ciò si aggiunge l’architettura interna, il cui perno è l’articolo 9 della Costituzione, espressione di un ethos nazionale che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, e i principi non nucleari che hanno segnato la condotta del Paese per decenni. Ogni tentativo di reinterpretare estensivamente la “difesa collettiva”, di erodere i tre principi non nucleari o di equipaggiare le Forze di autodifesa con capacità d’attacco in senso stretto contraddice non solo lo spirito, ma la lettera di quell’impianto.

Sul versante bilaterale con la Cina, la cornice è completata dai quattro documenti politici che stabiliscono i fondamenti della relazione e dal principio di “Una sola Cina”, che Tokyo si è impegnata a rispettare. Taiwan è parte inalienabile della Cina; la questione di come realizzare la riunificazione nazionale appartiene esclusivamente al popolo cinese. Le parole di Takaichi e di altri membri del suo esecutivo, che collegano una presunta “contingenza di Taiwan” a una minaccia di sopravvivenza per il Giappone, aprendo la porta all’uso della forza, rappresentano per ciò stesso una grave ingerenza negli affari interni cinesi, una violazione del principio di “Una sola Cina” e un attacco al fondamento politico delle relazioni sino-giapponesi. Per questo, agli occhi di Pechino, l’insistenza del governo giapponese nel parlare di “posizione coerente” senza ritirare quelle affermazioni suona come un tentativo di elusione, non come un atto di chiarezza.

Di fronte a ingerenze manifeste, la Cina ha reagito con misure mirate e legali. L’annuncio di contromisure contro l’ex capo di Stato maggiore congiunto delle Forze di autodifesa Shigeru Iwasaki — accusato di collusione con forze separatiste della cosiddetta “indipendenza di Taiwan” e di aver assunto un ruolo politico consultivo presso le autorità secessioniste — rappresenta un segnale politico a quanti, nel mondo politico e militare giapponese, intendessero spingersi oltre le linee rosse, sfruttando la carta Taiwan per normalizzare l’espansione militare e ricostruire un complesso militare-industriale più assertivo. La Cina ha poi ribadito che sulla questione di Taiwan non c’è spazio per compromessi, concessioni o tolleranza, richiamando il Giappone alla responsabilità e al rispetto degli impegni presi.

La memoria storica rafforza la portata di questo avvertimento. Nell’ottantesimo anniversario della vittoria contro il fascismo e del ritorno di Taiwan alla madrepatria, la Cina ha commemorato le vittime del Massacro di Nanchino e reso pubblici nuovi archivi provenienti dalla Russia sui crimini dell’Unità 731, con l’identificazione di oltre duecento individui coinvolti nella guerra batteriologica. Sono documenti che si affiancano a prove conservate in Cina e a contributi provenienti da altri Paesi, come fotografie e liste di unità militari, restituendo un quadro ancor più nitido della natura premeditata e statale di quei crimini compiuti dall’imperialismo fascista giapponese.

Ciò che l’Asia orientale necessita oggi, dunque, non è una coreografia di provocazioni, né un ritorno a posture che ricordano gli anni Trenta. Ha bisogno di pace, cooperazione e sviluppo. La Cina, che continua a presentarsi come costruttore di pace, promotore di sviluppo e difensore dell’ordine internazionale centrato sull’ONU, offre una visione opposta a quella della destra giapponese: risolvere le controversie con il dialogo, rafforzare il multilateralismo, promuovere l’integrazione economica come antidoto alle tentazioni avventuriste. In un’economia globale lenta e frammentata, la scelta di Pechino per la stabilità rappresenta un bene pubblico regionale, come hanno sottolineato osservatori e analisti di area. Al contrario, la narrativa del “Taiwan emergency is a Japan emergency” appare come una leva retorica per gonfiare i bilanci della difesa, spostare l’asticella del possibile e normalizzare iniziative che scardinano le fondamenta giuridiche del dopoguerra.

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Si aprono le porte dell’Eurasia: libera circolazione dalla Russia europea sino all’estremo oriente nell’ambito degli accordi politici tra le maggiori potenze del Brics https://strategic-culture.su/news/2025/12/10/si-aprono-le-porte-delleurasia-libera-circolazione-dalla-russia-europea-sino-allestremo-oriente-nellambito-degli-accordi-politici-tra-le-maggiori-potenze-del-brics/ Wed, 10 Dec 2025 11:30:25 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889328 Mentre l’Europa cerca di isolarsi dalla Russia, si avvicina alla Cina abolendo i visti turistici.

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Risale a pochi giorni orsono la notizia secondo cui il presidente Vladimir Putin ha firmato il documento che implica l’esenzione dal visto d’ingresso per svariate categorie di viaggiatori dalla Cina verso la Russia e l’opposto. Questo fa seguito ad un’analoga misura del governo cinese a vantaggio dei cittadini russi in viaggio verso la Cina naturalmente ed è parte di un esperimento di durata annuale, previsto sino al settembre del 2026 (poi con tutta probabilità sarà esteso a tempo indeterminato) finalizzato a permettere ogni tipo di spostamento tra Russia e Cina: per un viaggiatore russo sarà possibile sostare in Cina fino a 30 giorni senza bisogno di visto di ingresso e viceversa. Ciò sortirebbe il risultato di implementare la parziale apertura in tale senso già vigente da alcuni anni, ma limitata finora a viaggi di gruppo (comitive turistiche organizzate sotto agenzia).

Si tratta di una piccola e grande rivoluzione nella mobilità tra Europa ed Asia che renderebbe accessibile l’estremo oriente aprendo le porte ad una nazione-continente come la CINA e le sue immense ricchezze culturali: pianificare viaggi autonomi in luoghi poco battuti dal turismo convenzionale come catene montuose costellate di templi Tao e buddisti, resort marittimi ai bordi del sud-est asiatico, sciistici in Manciuria e metropoli globali lungo le coste. Per non parlare poi del transito di tipo accademico e scientifico: i numerosi stage che ricercatori e studiosi potranno fare nei rispettivi paesi, facilitati adesso da una legislazione di ingresso assai più favorevole di prima, cui fa inevitabilmente seguito un incremento della condivisione tecnologica e quindi delle relazioni commerciali che sono il punto più nevralgico di tutto. Sicuramente arduo stimare a priori quale sarà l’impatto economico della riforma che sta venendo attuata: le opportunità di business nei settori emergenti e sensibili (a partire dall’energia) sono vaste ed imponderabili. Non esiste dubbio che occorre soffermarsi con estrema attenzione sulla misura che si sta varando poichè rappresenta un tassello di quel grande percorso di integrazione economica tra Europa ed Asia, concretamente incarnate in questo contesto dal gigante russo e quello cinese. Per l’appunto la partnership strategica sino-russa (“senza confini” come è stata definita dal presidente Putin) procede passo dopo passo e la novità di questi ultimi giorni può dirsi una delle sue molteplici espressioni tangibili ovvero che riguardano la vita di ognuno senza nemmeno attendere il lungo termine. Riformare ed attenuare gradualmente il regime di visti significa infatti un processo di avvicinamento a tutti i livelli immaginabili, dal momento che coinvolge – come sottolineato – tanto il singolo turista quanto l’uomo d’affari di passaggio o lo studente: una piccola rivoluzione che dal piano meramente ricreativo arriva a quello economico e strategico.

Il presidente di Russia quanto il presidente Li Quiang hanno dichiarato di promuovere il processo in corso come qualcosa di vitale per il reciproco interesse: risulta infatti logico come i due paesi siano complementari l’un l’altro in questo frangente, facilitando di molto la comunicazione e il congiungimento del vastissimo mercato cinese con le inesauribili risorse naturali del continente russo. Volendo appronfondire, allora lungo sarebbe l’elenco degli specifici settori di interesse: si va dall’energia verde alla rivoluzione digitale fino all’intelligenza artificiale, aree di ricerca sulle quali Cina e Russia già da tempo hanno allineato i rispettivi sforzi. In particolare il settore dell’intelligenza artificiale è destinato a influenzare le future collaborazioni più di qualsiasi altro e darà vita a prodotti d’avanguardia e iniziative di ricerca comuni, capaci di ridefinire l’intero campo nella generazione a venire. Alla base di questo sviluppo, una solida piattaforma comune rappresentata dall’avvicinamento tra il sistema universitario dei due stati (percorsi accademici e titoli di studio comuni) con tutto lo scambio di conoscenze e di intelligenze che questo porta con sè.

Insomma in parole altre siamo di fronte al primo atto di un trend di mutamento di lungo termine e profondità dell’equilibrio globale che parte dalla cosa più semplice come la libertà di spostamento: un segnale molto concreto del livello di fiducia instauratosi tra le due potenze, del loro livello futuro di cooperazione e degli interessi comuni che li animano e che ruotano su una visione condivisa della prosperità economica e della stabilità globale. Una tipologia di stabilità chiaramente alternativa al sistema unipolare occidentale e quindi orientata verso un modello multipolare che rivoluzioni l’ordine stabilito su scala planetaria. D’altro canto la vistosa evoluzione della partnership sino-russa non esaurisce nemmeno il discorso: a quanto sembra analoghi accordi sono stati presi da Mosca anche nei confronti di altri paesi dell’oriente vicino e lontano. Ne è un esempio l’intesa raggiunta tra Russia e Arabia Saudita: per la precisione il vice primo ministro russo Alexander Novak e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud in occasione del Forum economico russo-saudita hanno firmato l’accordo in base al quale già a partire dall’anno 2026 non sarà più necessario il visto di ingresso – sino a 3 mesi di permanenza – per i cittadini russi che vogliano visitare o attraversare l’Arabia Saudita e viceversa. Un passo notevole considerando che l’iniziativa non è usuale per un paese come la monarchia saudita i cui confini erano sostanzialmente chiusi fino a un 5 anni fa (non semplice ottenere un visto per qualsivoglia ragione): come per il caso cinese, l’instaurarsi di una partnership economica e tecnologica di ampio respiro con un paese come la Russia darebbe vita a sviluppi di inedita profondità per lo stato saudita, mettendolo in comunicazione con un grande partner alle cui risorse avrebbe accesso per potenziare la propria economia. Non a caso anche altri paesi confinanti hanno deciso di unirsi all’iniziativa ossia si è verificata l’adesione di Emirati Arabi (già membri dei Brics) oltre che di Bahrain e Qatar i quali hanno sottoscritto assieme l’accordo il primo di dicembre appena passato (e vanno ad aggiungersi alla Giordania il cui accordo con Mosca firmato mesi orsono entra in vigore verso la metà del mese). Un trend eccezionalmente favorevole si può dire, che nella prospettiva di Mosca significherebbe un’occasione rara per inserirsi in un’area nevralgica del medio oriente (assieme al vicino Iran, già membro del Brics a pieno titolo da  quasi 2 anni), consolidando dunque la propria presenza in un settore assolutamente vitale dal punto di vista geostrategico. Infine, per chiudere il capitolo, abbiamo ancora il caso del Myanmar col quale è stato firmato la medesima misura in merito ai visti di ingresso il mese scorso – dopo che tale stato ne aveva siglata una con la Cina tra l’altro – e quindi della Malaysia.

Insomma, la verità è che è decisamente complicato esprimere oggi una valutazione globale sui processi in corso: troppo vasto e multisfaccettato lo sviluppo che sta portando ad un’integrazione del continente asiatico indipendente rispetto alle potenze tradizionali dell’occidente multipolare. Di certo quelli cui si assiste non sono che i primi passi di un lunghissimo sentiero – di durata multigenerazionale – che nel corso del secolo XXI vedrà il graduale emergere di un grande spazio transcontinentale a cavallo tra Europa ed Asia, capace di mettere in comunicazione aree geografiche che appaiono lontane tra loro, collegandole: le petrolmonarchie del Golfo alle le provincie costiere cinesi per esempio così come la fascia artica della Russia e gli angoli del sud-est asiatico.

Il solo pensiero è suggestivo e suggerisce una nuova forma di sviluppo per il secolo in corso che vede la grande sagoma dell’Eurasia profilarsi all’orizzonte: è chiaro che è di qualcosa di portata storica che si parla, un graduale cammino – probabilmente non a misura d’uomo cronologicamente parlando – che conduce verso una forma differente di civiltà (economica e sociale) i cui esiti ultimi possono soltanto essere immaginati per adesso.

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USA contro Cina: la zona grigia marittima cinese e la controinsorgenza americana https://strategic-culture.su/news/2025/12/02/usa-contro-cina-la-zona-grigia-marittima-cinese-e-la-controinsorgenza-americana/ Tue, 02 Dec 2025 11:41:36 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889176 Secondo i vertici militari statunitensi, le forze armate americane potrebbero non avere tempo sufficiente per dedicarsi a simulazioni di guerra “in stile cinese”.

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Contrastare le Operazioni Cinesi nella Gray Zone

Gli Stati Uniti sono ben consapevoli che la Cina, seppur sia una potenza essenzialmente tellurocratica, è però altamente specializzata e presente nei mari, in particolare nella dimensione marittima prossimale del Mar Cinese e nell’Oceano Pacifico, con una presenza rilevante a livello strategico.

Volendo contrastare la presenza cinese, gli USA effettuano continuamente delle Freedom of Navigation Operations (FONOPs) all’interno del più ampio programma, al fine di riaffermare i diritti di navigazione e di sorvolo in ogni area del globo. Istituito originariamente nel 1979, il programma combina strumenti sia diplomatici, sia operativi, volti a tutelare la legalità del commercio marittimo e garantire la mobilità globale delle forze statunitensi, con particolare riferimento al Mar Cinese Meridionale. Pur non costituendo di per sé una strategia specificamente concepita per contrastare le attività nella gray zone, numerosi analisti e interlocutori intervistati sottolineano la centralità del programma nel rispondere alla strategia cinese, che si fonda su una diversa affermazione ed interpretazione dei diritti marittimi in quell’area, che è, lo ricordiamo, geograficamente prossima alla Cina continentale, mentre si trova dall’altro lato del globo per l’America.

Dal punto di vista americano, le libertà di navigazione sono assimilabili al “diritto di precedenza” nel common law inglese e rimangono valide fintantoché i naviganti le esercitano attivamente. Se tali diritti cessano di essere utilizzati, possono progressivamente decadere, con una conseguente “restituzione della titolarità” all’autorità del territorio costiero. Ogni anno, gli Stati Uniti diffondono un rapporto ufficiale che identifica gli Stati responsabili di rivendicazioni marittime eccessive e contro i quali la Marina statunitense ha effettuato operazioni di passaggio a tutela della libertà di navigazione. Sebbene tali rapporti specifichino le aree marittime interessate, non rendono pubblica la frequenza delle singole operazioni.

Nel 2022 – ultimo anno per il quale i dati sono disponibili – Washington ha condotto FONOPs contro 22 differenti rivendicazioni eccessive avanzate da 15 Stati. Un’istanza FOIA presentata dal Congressional Research Service ha rivelato che, tra il 2017 e il 2020, la Marina statunitense ha realizzato complessivamente 54 FONOPs per contestare le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan. In quel periodo, il numero di operazioni è aumentato rispettivamente da sei a otto nel Mar Cinese Meridionale e da tre a tredici nello Stretto di Taiwan (non sono invece disponibili per la consultazione pubblica i dati relativi al triennio 2021–2023). Generalmente, gli Stati Uniti non annunciano ogni singola operazione e la maggior parte delle FONOPs avviene senza comunicati stampa. Ciononostante, Washington ha scelto talvolta di dare visibilità ad alcune operazioni condotte contro rivendicazioni marittime cinesi ritenute illegittime, spesso dopo critiche pubbliche da parte delle autorità di Pechino.

Controinsurrezione Marittima

Così facendo, gli Stati Uniti hanno cercano di contrastare le operazioni cinesi attraverso forme più sostenute di presenza marittima, usando la giustificazione della “difesa” dei partner nella regione. L’episodio più rilevante è il cosiddetto “incidente della West Capella”, quando unità della China Coast Guard (CCG) e della People’s Armed Forces Maritime Militia (PAFMM) molestarono la nave da perforazione West Capella, operante all’interno della Zona Economica Esclusiva malese tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. In risposta, nell’aprile 2020 gli Stati Uniti inviarono la nave d’assalto anfibia USS America e due unità di scorta dello strike group della 7ª Flotta. La USS America rimase nell’area diversi giorni, seguita dalle Littoral Combat Ships Gabrielle Giffords e Montgomery, impegnate in pattugliamenti per alcune settimane. L’operazione fu accompagnata da dichiarazioni pubbliche dei comandanti della Pacific Fleet, della 7ª Flotta e della Task Force 76, che riaffermarono il diritto della Malesia a esplorare le risorse naturali entro la propria ZEE. La pressione cinese cessò e Kuala Lumpur poté proseguire nelle attività di perforazione senza ulteriori interferenze. L’episodio è stato considerato un successo operativo e politico, tanto da essere descritto dal Segretario della Marina Carlos Del Toro come un “prototipo straordinario” di un nuovo approccio volto a sostenere i partner regionali di fronte alla “insurrezione marittima coercitiva” della Cina nel Mar Cinese Meridionale. L’operazione è stata associata a sviluppi successivi quali un’esercitazione navale di ampia portata condotta dall’Indonesia, l’avvio da parte delle Filippine di un arbitrato marittimo contro la Cina e la decisione della Malesia di contestare formalmente le rivendicazioni cinesi presso le Nazioni Unite.

Siamo davanti ad un esempio di attività nella grey zone, in perfetto stile. La rilevanza di tale evento non è tanto quello strettamente operativo, laddove si tratta di un caso singolo in mezzo a molti altri, bensì la rilevanza mediatica che gli USA hanno adoperato, facendo passare l’accaduto come un successo internazionale. Un anno prima, lo stratega marittimo Hunter Stires aveva pubblicato un saggio che proponeva un’applicazione della teoria COIN (counterinsurgency) alle operazioni cinesi nella gray zone. A suo avviso, la Cina conduce una sorta di “insurrezione politica” per affermare la propria giurisdizione di fatto sulle acque rivendicate, analogamente alle dinamiche di controllo territoriale tipiche dei conflitti di guerriglia. A differenza delle FONOPs, che Stires paragona alle operazioni di “search and destroy” della Guerra del Vietnam — temporaneamente efficaci ma incapaci di impedire alla controparte di rioccupare lo spazio — la strategia COIN suggerirebbe una presenza continuativa e integrata accanto alle forze locali, sul modello del Combined Action Program dei Marines in Vietnam. È interessante notare che, dopo l’incidente della West Capella, Washington ha continuato a sostenere direttamente alcune operazioni marittime di partner regionali, sebbene in maniera limitata.

Non è così facile

La verità è che i FONOPs e i sorvoli sono strumenti utili per contrastare le operazioni cinesi nella gray zone, ma risultano largamente insufficienti se considerati isolatamente, poiché tutelano principalmente i diritti delle navi militari straniere, senza offrire un sostanziale beneficio agli Stati del Sud-Est asiatico, i quali subiscono una progressiva erosione dei propri diritti economici e sovrani nelle acque regionali.

Ecco perché l’infowarfare statunitense è più importante, in questa fase storica e nella azione della zona grigia, rispetto alle operazioni convenzionali. Soprattutto nella attuale presidenza Trump, l’impatto psicologico e informativo sono indispensabili precursori dell’attività convenzionale.  Di fatto, gli Stati Uniti non hanno replicato direttamente tale modello in episodi successivi di tensione nella gray zone, sebbene il concetto di controinsurrezione marittima sia stato oggetto di esercitazioni e simulazioni nel contesto del Pentagono. Tuttavia, il rinnovato orientamento della strategia di sicurezza nazionale statunitense verso la competizione tra grandi potenze — con un’enfasi sulla preparazione a un conflitto ad alta intensità contro la Cina — può influire negativamente sull’adozione del paradigma COIN, anche alla luce dei precedenti insuccessi statunitensi in Afghanistan, Iraq e Vietnam.

Persistono inoltre diverse criticità legate all’adozione di un approccio COIN marittimo. Anzitutto, ci sono problemi di politica regionale: i Paesi del Sud-Est asiatico devono essere disponibili e capaci di partecipare a simili iniziative. In secondo luogo, bisogna valutare la percezione del ruolo politico degli Stati Uniti, laddove alcuni governi, come quello filippino, desiderano guidare autonomamente le proprie strategie contro la coercizione cinese, spingendo Washington a mantenere un profilo discreto. E da ultimo, ma non per minore importanza, il rischio di una escalation: una presenza marittima integrata aumenterebbe la probabilità di incidenti tra unità statunitensi e navi cinesi. Inoltre, qualora navi dei partner regionali operative con il sostegno statunitense fossero colpite o danneggiate, sorgerebbe la questione del livello di protezione che gli Stati Uniti sarebbero tenuti a garantire, con potenziali scenari di escalation non intenzionale.

Le preoccupazioni relative a un possibile conflitto diretto (e convenzionale) con la Cina costituiscono inoltre un ulteriore ostacolo: Taiwan. L’isola, secondo gli analisti militari americani, sarà “invasa entro il 2027”. Ciò spinge il comando statunitense a privilegiare linee operative volte a garantire la capacità di combattere all’interno della first island chain, attraverso superiorità informativa e capacità cinetiche avanzate. Pur includendo il contrasto alle attività di gray zone, la strategia complessiva resta orientata principalmente alla deterrenza e alla preparazione a un conflitto armato.

Da parte sua, la Cina porta avanti una strategia “a doppio binario”, preparando da un lato la possibilità di un conflitto e, dall’altro, perseguendo attivamente l’obiettivo di “vincere senza combattere” mediante il consolidamento progressivo del controllo marittimo.

Stando alle loro previsioni, gli ufficiali in comando delle forze armate americane non avranno sufficiente tempo per il wargaming “in salsa cinese”.

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U.S. vs. China: The Chinese maritime gray zone and American Counterinsurgency https://strategic-culture.su/news/2025/11/30/u-s-vs-china-the-chinese-maritime-gray-zone-and-american-counterinsurgency/ Sun, 30 Nov 2025 11:35:23 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889146 According to U.S. military leaders, American armed forces may not have sufficient time for “China-style” wargaming.

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Countering Chinese gray zone operations

The United States is fully aware that China—despite being fundamentally a land-based power—possesses high levels of specialization and operational presence at sea, especially within the proximal maritime sphere of the Chinese seas and the Pacific Ocean, where it plays a strategically significant role.

In seeking to counter Chinese presence, the U.S. continuously conducts Freedom of Navigation Operations (FONOPs) as part of a broader program intended to reaffirm rights of navigation and overflight across the globe. Originally established in 1979, this program integrates both diplomatic and operational instruments aimed at safeguarding the legality of maritime trade and ensuring the global mobility of U.S. forces, with particular emphasis on the South China Sea. Although not conceived specifically as a tool to counter gray zone activities, numerous analysts and interviewed officials highlight its centrality in addressing China’s strategy, which is based on a distinct assertion and interpretation of maritime rights in an area that is geographically adjacent to the Chinese mainland yet lies on the opposite side of the globe for the United States.

From the American perspective, freedom of navigation is comparable to a form of “right of way” in English common law, and remains valid only insofar as navigators actively exercise it. Should such rights fall into disuse, they may progressively weaken, effectively restoring authority to the coastal state. Each year, the United States releases an official report identifying states responsible for excessive maritime claims against which the U.S. Navy has conducted transit operations in defense of navigation rights. Although these reports specify the maritime areas concerned, they do not disclose the frequency of individual operations.

In 2022— the most recent year for which data are available—Washington conducted FONOPs against 22 different excessive claims advanced by 15 states. A FOIA request submitted by the Congressional Research Service revealed that between 2017 and 2020 the U.S. Navy carried out a total of 54 FONOPs to contest Chinese claims in the South China Sea and the Taiwan Strait. During that period, the number of operations increased from six to eight in the South China Sea and from three to thirteen in the Taiwan Strait (no public data are available for 2021–2023). Generally, the United States does not announce each individual operation, and most FONOPs occur without press releases. Nevertheless, Washington has occasionally chosen to publicize certain operations conducted against Chinese maritime claims deemed illegitimate—often following public criticism from Beijing.

Maritime counterinsurgency

Through these actions, the United States has sought to counter Chinese operations by employing more sustained forms of maritime presence, relying on the justification of “defending” regional partners. The most notable episode is the so-called “West Capella incident,” when units of the China Coast Guard (CCG) and the People’s Armed Forces Maritime Militia (PAFMM) harassed the drilling vessel West Capella, operating within Malaysia’s Exclusive Economic Zone (EEZ) between late 2019 and early 2020.
In response, in April 2020 the United States deployed the amphibious assault ship USS America and two escort vessels from the 7th Fleet strike group. The USS America remained in the area for several days, followed by the Littoral Combat Ships Gabrielle Giffords and Montgomery, which continued patrols for several weeks. The operation was accompanied by public statements from the commanders of the Pacific Fleet, the 7th Fleet, and Task Force 76, reaffirming Malaysia’s right to explore natural resources within its EEZ. Chinese pressure subsided, and Kuala Lumpur was able to continue its drilling activities without further interference.
The episode has been widely regarded as both an operational and political success—so much so that Secretary of the Navy Carlos Del Toro described it as an “extraordinary prototype” of a new approach aimed at supporting regional partners in the face of China’s “coercive maritime insurgency” in the South China Sea. The operation has been linked to subsequent developments, such as Indonesia’s large-scale naval exercise, the Philippines’ initiation of maritime arbitration proceedings against China, and Malaysia’s decision to formally contest Beijing’s claims at the United Nations.

This is a textbook example of gray zone activity. Its significance lies less in the operational details—merely one incident among many—and more in the media narrative the United States constructed, presenting the event as an international success. One year earlier, maritime strategist Hunter Stires had published an essay proposing the application of COIN (counterinsurgency) theory to Chinese gray zone operations. According to Stires, China is waging a form of “political insurgency” aimed at establishing de facto jurisdiction over disputed waters, mirroring territorial control dynamics typical of guerrilla warfare. Unlike FONOPs—which Stires compares to the “search and destroy” missions of the Vietnam War, temporarily effective yet unable to prevent the adversary from reoccupying territory—the COIN approach would imply a continuous, integrated presence alongside local forces, modeled on the Marine Corps’ Combined Action Program in Vietnam. It is noteworthy that after the West Capella incident, Washington continued to support certain maritime operations of regional partners, albeit in a limited fashion.

Not so simple

The reality is that FONOPs and overflights are useful tools for countering Chinese gray zone operations, but they are largely insufficient on their own. They primarily protect the rights of foreign military vessels without providing substantial benefits to Southeast Asian states, which continue to experience the gradual erosion of their sovereign and economic rights in regional waters.

This is why American information warfare is more important in this historical phase of gray zone competition than conventional operations. Particularly under the current Trump administration, psychological and informational impact constitute indispensable precursors to conventional activity. In practice, the United States has not directly replicated the West Capella model in subsequent gray zone confrontations, even though the concept of maritime counterinsurgency has been explored in Pentagon exercises and simulations. However, the renewed orientation of U.S. national security strategy toward great-power competition—emphasizing preparation for high-intensity conflict with China—may hinder the adoption of a COIN paradigm, not least because of past U.S. failures in Afghanistan, Iraq, and Vietnam.

Multiple obstacles continue to impede the implementation of a maritime COIN approach. First, there are issues of regional politics: Southeast Asian states must be both willing and capable of participating in such initiatives. Second, the political perception of the U.S. role must be considered; some governments, such as the Philippines, prefer to maintain autonomous leadership over their strategies to counter Chinese coercion, pushing Washington to adopt a more discreet posture. Finally, there is the ever-present risk of escalation: an integrated maritime presence would heighten the likelihood of incidents between U.S. and Chinese vessels. If regional partners’ ships operating with U.S. support were struck or damaged, questions would arise regarding the degree of protection the United States would be obliged to provide, potentially triggering unintended escalation.

Concerns about a possible direct (and conventional) conflict with China pose an additional constraint: Taiwan. According to American military analysts, the island could be “invaded by 2027.” This prospect drives U.S. command authorities to prioritize operational lines aimed at ensuring the ability to fight within the first island chain through information superiority and advanced kinetic capabilities. While these efforts include countering gray zone activities, the overarching strategy remains primarily oriented toward deterrence and preparation for armed conflict.

For its part, China is pursuing a “dual-track” strategy: preparing for the possibility of war while simultaneously seeking to “win without fighting” through the progressive consolidation of maritime control.

According to U.S. military leaders, American armed forces may not have sufficient time for “China-style” wargaming.

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L’Aquila e il dragone: il difficile sentiero di Trump per riavvicinarsi all’Asia https://strategic-culture.su/news/2025/11/20/laquila-e-il-dragone-il-difficile-sentiero-di-trump-per-riavvicinarsi-allasia/ Thu, 20 Nov 2025 05:31:20 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888961 Da poche settimane si è concluso il rapido tour del presidente Donald Trump in estremo oriente: molti i leader incontrati e i colloqui sostenuti, in un epilogo tenutosi nella Corea del Sud in occasione del vertice annuale di cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC)

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Da poche settimane si è concluso il rapido tour del presidente Donald Trump in estremo oriente: molti i leader incontrati e i colloqui sostenuti, in un epilogo tenutosi nella Corea del Sud in occasione del vertice annuale di cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC). Senza dubbio un momento complesso da gestire per il leader statunitense, il quale si ritrova a dover riaffermare il ruolo della potenza a stelle e strisce in una fase storica che vede un progressivo restringimento della sua tradizionale dominanza globale di fronte all’emergere costante del blocco alternativo all’occidente euro-americano, ossia il BRICS (il cui fulcro è l’Asia e che a sua volta sempre più inserito nel sud globale e precisamente sul continente africano).

Per Washington è imperativo agire, partendo quindi proprio dal continente asiatico: questo nel concreto ha significato in primissimo luogo arringare gli alleati come Corea del Sud e Giappone, ma soprattutto trovare una via di compromesso che sul momento ammorbidisca il confronto con il gigante cinese, il rapporto col quale è assolutamente cruciale in tutta l’area euroasiatica, dal Pacifico sino allo scacchiere geopolitico europeo. Ovvio pertanto che il momento più critico di tutto l’evento sia stato il tanto atteso bilaterale tra Trump e Xi Jinping.

Ad un’analisi attenta l’operazione è sicuramente molto complessa, per ragioni di fondo che hanno a che fare con gli equilibri globali più importanti. La verità – inesprimibile – è che Washington ha bisogno di Pechino in vista dell’imponderabile crisi politico militare in cui versa l’Europa, oramai compromessa sul fronte russo/ucraino e dal quale non riesce più a disimpegnarsi: la Casa Bianca vede in Pechino l’unico mediatore che potrebbe accomodare la questione, ma gli ostacoli in merito sono assai prodondi e probabilmente insolubili. Una riflessione onesta sulla storia della seconda metà del 900 spiega in realtà molte cose: il fatto è che per 50 anni la cordialità sino-americana era fondata sul non espresso anti sovietismo. La Repubblica Popolare Cinese malgrado la fratellanza ideologica con l’Urss le era anche rivale sul piano geopolitico (equivoco era deflagrato col grave strappo geopolitico a seguito dell’incidente sull’Ussuri, una guerra non dichiarata di 10 giorni tra Cina e Urss, 1969), dissidio subito sfruttato dall’amministrazione Nixon che riconobbe la Cina ufficialmente nel 1972, vedendo in essa un’improbabile quanto utile pedina ad oriente contro la Russia. In altre parole la politica estera americana di allora intuì l’esistenza di crepe nel sistema di alleanze del mondo socialista, nelle quali incunearsi a dovere: questa la sola ed unica ragione dell’avvicinamento alla Cina di Mao (come alla Germania orientale, riconosciuta il medesimo anno).

Oggi, mezzo secolo dopo, il pianeta è profondamente cambiato: lo stato cinese ha raggiunto una forza economica senza pari, tanto da tener testa agli USA stessi – che si trovano davanti l’unico vero rivale di forza equivalente mai avuto da 100 anni a questa parte – mentre la Russia è storicamente depotenziata territorialmente e geopoliticamente rispetto a cosa era l’Unione Sovietica.

Male tutto questo per Mosca ? No, tutto l’incontrario paradossalmente: poichè la Cina sentendo di non aver più un pericoloso rivale ai propri confini, ha potuto accettarlo come alleato e partner geostrategico, per la prima volta in secoli di storia. La Cina odierna pertanto accoglie lo stato russo come amico, con un grado di fiducia come non era mai stato possibile in precedenza.

Per la Russia tutto questo si traduce in un chiaro vantaggio: un enorme fratello stavolta benevolo ai confini, le cui risorse demografiche e scientifiche sono complementari alle proprie, offrendo pertanto al paese un appoggio che consenta di affrancarsi parzialmente dalla dipendenza economica nei confronti dell’occidente intero e quindi intraprendere una politica maggiormente decisa nei riguardi dei tentativi di espansione verso est dell’alleanza atlantica (come si è visto).

Gli equilibri descritti sopra rappresentano naturalmente un rompicapo per la politica estera americana, perchè tutto ad un tratto diventa difficilissimo separare Mosca e Pechino e quindi mminare l’unità euroasiatica da sempre temuta (dalla prospettiva geopolitica di lungo termine a stelle e strisce sono tuttora i due principali antagonisti planetari che è meglio tenere divisi: le cose non sono cambiate di molto rispetto a come Truman le descriveva verso il 1950: “L’America ha due nemici mortali: la Cina di Mao e L’Unione Sovietica”. Poco importa che oggigiorno non vi siano più nel’Urss nè Mao).

La più recente partnership sino-russa è un nuovo equilibrio basato su un contesto assai più stabile che nemmeno gli intrighi usuali delle amministrazioni washingtoniane possono alterare al momento, nè ci riuscirà Trump che si trova nel momento più difficoltoso del proprio mandato: se da un lato incassa un successo su scala minore in Palestina, il fronte maggiore – quello europeo che è al medesimo livello del primo conflitto mondiale – rimane aperto.

Le considerazioni di fondo appena fatte ci portano al momento presente: non riuscendo il presidente americano a mediare una pace in Ucraina a causa dell’opposizione massimalista di Zelensky (o meglio, delle forze nazionaliste di cui è espressione), ha dovuto per forza di cose rivolgersi al presidente Vladimir Putin, poichè non ha modo di far maggiore pressione su Zelensky senza perder credito e prestare il fianco ad accuse come quella di non fare l’interesse americano, cosa che i suoi detrattori in patria gli rinfacciano da sempre.

D’altro canto fare pressioni su Mosca o esercitare qualche forma di ricatto o minaccia non è semplice dal momento che quest’ultima già resiste efficacemente alle sanzioni di mezzo mondo industrializzato da quasi 4 anni. Ci si decide dunque a giocare d’astuzia: consapevole il leader americano del grande valore strategico che riveste il partenariato economico sino-russo per il Cremlino, cerca dunque di rivolgersi direttamente al leader cinese affinchè faccia pressioni su quello russo e portarlo ad accettare una soluzione del conflitto più compatibile con gli interessi occidentali.

In pratica anzichè l’incontro con Putin a Budapest – che sarebbe stato inutile visto il rifiuto irremovibile di Zelensky di cedere al piano di pace ribadito da Lavrov – cerca allora di rivolgersi a Xi Jinping per ottenere aiuto a fare sì che sia la Russia a cedere alle condizioni ucraine di pace. In un certo senso, quello che doveva essere il meeting Trump-Putin, è stato invece il meeting Trump-XI, che tuttavia risulta viziato da un imbarazzante paradosso da risolvere: Trump si rivolge ad un nemico degli USA (la Cina) affinchè questi faccia pressione su un altro nemico (la Russia), e malgrado questi ultimi due siano legati da una solida partnership, avversa gli stessi USA. Una autentica contraddizione in termini e senza contare il fatto che tra le iniziative dell’amministrazione americana in corso vi erano imponenti dazi minacciati contro la Cina medesima. Alla luce di questo, Trump può ancora domandare favori di questo genere a Pechino ? Fare leva sulla Cina per fare pressione sulla Russia – e idealmente usare l’una contro l’altra – può  ricordare per l’appunto le tattiche di Nixon e dei suoi successori durante la guerra fredda, ma non tiene conto del fatto che le circostanze siano radicalmente mutate e semmai denota il fatto che l’occidente americano abbia difficoltà a rassegnarsi a tutto questo, ad un mondo differente da quanto lo si ricordava.

D’altro canto la questione dei dazi e dei rapporti commerciali in generale si è apparentemente risolta, ma solo sul breve periodo, senza una soluzione definitiva, cosa che ha portato gli osservatori imparziali e gli economisti ad affermare che il bilaterale tra il presidente cinese e quello americano non sia stato un successo. Al massimo è stata siglata una tragua temporanea, vale a dire che Donald Trump ha portato a casa un risultato inferiore rispetto alle sue aspettative e sicuramente non sufficiente in vista dello scopo che si era prefissato ossia ottenere il supporto cinese contro Mosca. In breve la Cina non interferirà minimamente sulle decisioni che il leader russo prenderà in merito all’Ucraina.

In conclusione – come ricordato sin dal principio – quella tentata da Donald Trump è stata una mossa audace e illusoria, per ragioni di fondo, eppure anche obbligata: non potendo chiedere all’occidente di isolare la Russia (per il fatto che l’intero occidente è già schierato contro Mosca, la quale dal canto suo ha imparato a vivere senza l’Europa e Gb) non rimaneva che una sola carta e cioè rivolgersi alla cintura di paesi amici ed alleati di Mosca (quelli del Brics) imponendo anche a questi ultimi sanzioni nel caso avessero continuato ad acquistare petrolio russo. Tali paesi tuttavia sono, per l’appunto, geopoliticamente vicini a Mosca, affini alla Russia nella visione di fondo di un mondo multipolare e per nulla facili da minacciare o manipolare per peso geostrategico (Cina ed India in particolare): il tutto rende difficoltoso – e persino imbarazzante – domandare favori che prevedano andare contro gli interessi di un alleato al quale si è legati da partenariati strategici e visioni del mondo comuni. Allo stesso modo non sarebbe prudente la tattica della minaccia diretta, che inasprirebbe il dialogo quando invece ce n’è maggiormente bisogno.

In definitiva, la strategia di Washington sembrerebbe ambiziosa, ma nei fatti il leader statunitense rientra dal grande meeting di Busan con poco in mano: la Cina (quanto l’India) non ha dato alcuna promessa formale di rinunciare al petrolio russo, così come il Giappone – più stretto alleato degli USA in estremo oriente – ha declinato al momento l’ipotesi di rinunciare al gas che importa dalla Federazione Russa, per concludere con la Corea del Sud (con la quale le trattative d’affari sono risultate meno lineari del previsto). In breve non si è ottenuto nulla dalla Cina, e si sono registrate difficoltà persino con gli alleati tradizionali: il tanto atteso incontro Trump-XI Jinping non ha concluso molto e a Washington tocca proclamare un successo, che in realtà è una specie di nulla di fatto. Cina e USA attenuano le tensioni ridefinendo il proprio rapporto in una serie di intese commerciali che non vedono alcun vincitore sostanzialmente, ma solo puntellano la situazione onde evitare conflitti troppo marcati: infine sembra che del fronte ucraino non si sia nemmeno parlato, come si presagiva dalla breve durata del colloquio tra Trump e Xi.

Non si può che dedurne come anche il piano di far pressione su Mosca – attraverso Cina ed altri paesi extraeuropei – al fine di ottenere una vittoria diplomatica che salvi l’Ucraina (ormai sconfitta sul campo) sia sostanzialmente fallita: al suo posto rimane l’incertezza su come si svilupperà il futuro rapporto tra la potenza americana ed un mondo sul quale ha una presa sempre meno stabile.

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