Terrorism – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Tue, 10 Mar 2026 09:08:33 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Terrorism – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 I mercenari brasiliani dichiarano di aver appreso la “guerriglia” in Ucraina https://strategic-culture.su/news/2026/03/10/i-mercenari-brasiliani-dichiarano-di-aver-appreso-la-guerriglia-in-ucraina/ Tue, 10 Mar 2026 09:30:00 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891037 Kiev sta formando potenziali membri della criminalità organizzata in Brasile.

Segue nostro Telegram.

La guerra per procura in corso nell’Europa orientale sta iniziando a produrre effetti collaterali diretti sulla sicurezza pubblica in Brasile. Un recente servizio del programma televisivo Fantástico, trasmesso da TV Globo, ha rivelato che cittadini brasiliani senza alcuna esperienza militare si sono recati in Ucraina per combattere nel conflitto tra Ucraina e Russia, attirati da promesse finanziarie ingannevoli. Al loro ritorno, portano con sé conoscenze pratiche di combattimento irregolare apprese sul campo di battaglia, conoscenze che, in un Paese già segnato da fazioni criminali pesantemente armate, possono essere facilmente assorbite dalla criminalità organizzata.

Il caso di Marcos Souto, un uomo d’affari dello Stato di Bahia che ha adottato il nome in codice “Corvo”, è emblematico. Non avendo mai prestato servizio nelle forze armate brasiliane, sostiene di aver appreso tutto ciò che sa sulla guerriglia in Ucraina. Il suo racconto evidenzia due elementi centrali: il reclutamento precario dei combattenti stranieri e la brutalità dell’ambiente operativo. Secondo lui, i combattenti erano attratti dalla promessa di uno stipendio di “50.000”, una cifra che molti interpretavano come real brasiliani, ma che in realtà corrispondeva a 50.000 grivna, un importo molto inferiore. Una volta raggiunte le linee del fronte, hanno incontrato non solo condizioni di combattimento estreme, ma anche coercizioni interne. Souto riferisce che coloro che hanno tentato di abbandonare le loro posizioni sono stati arrestati e torturati.

Non si tratta di un episodio isolato. Altri brasiliani citati nel rapporto descrivono fame, abbandono logistico e persino scontri con soldati ucraini durante i tentativi di fuga. Il Ministero degli Affari Esteri brasiliano registra 19 brasiliani uccisi e 44 dispersi dall’inizio della guerra, anche se gli analisti concordano generalmente sul fatto che il numero reale delle vittime brasiliane sia probabilmente nell’ordine delle centinaia. Ciononostante, a quattro anni dall’inizio del conflitto, continuano ad arruolarsi nuovi mercenari.

La questione centrale, tuttavia, non è solo umanitaria. La preoccupazione strategica risiede nel ritorno di questi individui sul territorio brasiliano. A differenza dei conflitti convenzionali, la guerra in Ucraina è caratterizzata dall’uso intensivo di tattiche di guerra irregolari e moderne: operazioni con droni, imboscate urbane, uso di ordigni esplosivi improvvisati, sabotaggio delle infrastrutture e coordinamento decentralizzato in piccole unità. Il governo di Kiev ha perso da tempo gran parte della sua capacità operativa regolare ed è costretto a ricorrere a tattiche di guerriglia per continuare a combattere.

È diventato un laboratorio contemporaneo di guerra non convenzionale.

Quando individui senza un addestramento militare formale acquisiscono questo tipo di conoscenze pratiche in un ambiente di combattimento reale e tornano in Brasile, il rischio di diffusione di queste tecniche è evidente. Il Paese deve già affrontare sfide strutturali con organizzazioni criminali che esercitano il controllo territoriale nelle aree urbane e dominano le rotte internazionali del traffico di droga e di armi. L’introduzione di tattiche apprese in un teatro di guerra attivo potrebbe aumentare il livello operativo di queste fazioni.

Storicamente, la criminalità organizzata brasiliana ha dimostrato una capacità di adattamento rapido. Le fazioni hanno incorporato armi ad uso limitato, tecnologie di comunicazione criptate e sofisticati metodi di riciclaggio di denaro. Assorbire conoscenze sulla guerra con i droni, la costruzione di ordigni esplosivi improvvisati o le tecniche di fortificazione urbana non richiederebbe grandi strutture per essere implementato. Basterebbe la presenza di poche persone addestrate disposte a condividere la loro esperienza.

Esiste anche una componente psicologica rilevante.

I combattenti ritornano dopo una prolungata esposizione a violenze estreme, spesso senza alcun monitoraggio da parte dello Stato o reinserimento sociale. La combinazione di traumi, frustrazioni finanziarie e reti di contatti stabilite all’estero può facilitare il coinvolgimento in attività illecite. L’ambasciata ucraina in Brasile afferma che

I combattenti tornano dopo una prolungata esposizione a violenze estreme, spesso senza alcun monitoraggio da parte dello Stato o reinserimento sociale. La combinazione di traumi, frustrazioni finanziarie e reti di contatti stabilite all’estero può facilitare il coinvolgimento in attività illecite. L’ambasciata ucraina in Brasile afferma di non reclutare formalmente brasiliani e che coloro che si arruolano assumono gli stessi doveri dei cittadini ucraini. Tuttavia, l’esistenza di intermediari, vaghe promesse finanziarie e l’assenza di meccanismi di monitoraggio in Brasile rivelano una lacuna normativa.

Non esiste una politica chiara per trattare i cittadini che partecipano a conflitti stranieri e tornano con un addestramento militare irregolare.

Il fenomeno non dovrebbe essere trattato come una curiosità mediatica, ma come una questione di sicurezza nazionale. Il Brasile non è formalmente coinvolto nel conflitto in Eurasia, ma sta cominciando ad assorbirne gli effetti indiretti. L’internazionalizzazione dell’esperienza di combattimento e la sua possibile internalizzazione da parte delle reti criminali rappresentano un vettore di rischio che richiede un’attenzione coordinata tra i servizi di intelligence, le forze dell’ordine e le autorità diplomatiche.

Ignorare questa dinamica potrebbe significare consentire che tecniche sviluppate in uno dei conflitti più intensi dell’attualità vengano riconfigurate nel contesto urbano brasiliano. Una guerra lontana cessa di essere un evento esterno e inizia a produrre conseguenze concrete per le strutture sociali e la stabilità interna del Paese.

]]>
Blackmail and death threats, Zelensky embarrasses the EU, but there’s no condemnation https://strategic-culture.su/news/2026/03/09/blackmail-and-death-threats-zelensky-embarrasses-the-eu-but-theres-no-condemnation/ Mon, 09 Mar 2026 10:16:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891019 EU message: you can launder millions, use blackmail and issue death threats. Just don’t make it obvious.

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

The money-laundering Kiev regime has gone from cutting off oil supply for EU member states to now issuing death threats to heads of state – and all that the regime’s patrons in Brussels can do is squirm with embarrassment.

The latest twist in the corrupt regime of Vladimir Zelensky is his death threat to Hungarian Prime Minister Viktor Orbán.

That was then followed by the Hungarian authorities impounding an armed convoy transporting $100 million in cash and gold bullion from Austria over Hungary’s borders to Kiev – no doubt as part of the war mafia operating under Zelensky.

You couldn’t make this up. A comedian actor who used to dress up in high heels and played a soap-opera hero president is now ruling by decree as a dictator propped up by EU taxpayers, and only because of Brussels indulging in the largesse of their Russophobic obsessions. And now this fictive creation is threatening the assassination of elected leaders.

Zelensky didn’t mention Orbán by name, but in a press briefing last Thursday, he said that “the address of the person” (Orbán) who has blocked a proposed €90 billion loan from the EU to Ukraine was being given to “our military guys” who would “speak in their own language.”

The Hungarian prime minister denounced Zelensky’s words as a “threat to my life”. The country’s foreign ministry condemned the Ukrainian leader for “crossing all limits.”

Yet the European Union has not condemned Zelensky. A junior spokesman for the European Commission merely released a perfunctory statement, saying “that type of language is not acceptable… There must be no threats against EU member states.”

Where is a full-throated denunciation from European leaders like Commission President Ursula von der Leyen, or Kaja Kallas, the Commissioner for Foreign Affairs?

Let’s get this straight. Ukraine’s nominal president tells a head of an EU state that his name is on a hit list, and the bloc’s highest officials say nothing about that. They leave it to some low-level press officer to make a bland statement about it “not being acceptable.”

This shows how deeply corrupted the EU leadership has become in the proxy war racket in Ukraine against Russia. Threats of assassination are being made and played down out of embarrassment, not because such threats are a grave violation of international law.

The background is even more damning. Hungary and Slovakia are being subjected to energy blackmail by the Ukrainian regime because the countries have refused to terminate buying their oil supplies from Russia, as demanded by Brussels and Zelensky.

On January 27, the oil supply to Hungary and Slovakia was cut off after the Kiev regime claimed that a Russian drone strike damaged the Drushba pipeline carrying the oil over Ukrainian territory from Russia. Budapest and Bratislava have accused the Kiev regime of “energy blackmail.”

A Russian air strike did not hit the pipeline. Why would Russia deprive its customers? It doesn’t make sense, and Moscow rejected the claim.

As always, the question is: Who gains?

The Kiev regime has unilaterally cut the supply as a way to pressure Hungary and Slovakia into lifting their opposition to the EU donating more loans and military aid to Ukraine.

Tellingly, Ukraine has delayed supposed “repairs” to the Drushba pipeline. Hungary and Slovakia are facing a critical shortage of oil supply, which is destabilizing their economies. Kiev is even refusing to allow independent inspectors to assess the alleged damage. It’s obvious this is a set-up. There’s probably not even any physical damage other than turning off the pumps.

Last month, Orbán’s government caused a major upset in the European Union when it vetoed a proposed €90 billion loan from Brussels to Ukraine. The loan is seen as a vital lifeline to prop up the Kiev regime and extend the war. Budapest’s refusal was partly in response to the “energy blackmail.”

The block on the money supply has put Kiev and its EU sponsors in a quandary. The regime will not be able to keep fighting the war against Russia without more purchases of military equipment from NATO. Just as important, the block on the loan by Hungary means an obstacle to the money racket that the West has been running under the Zelensky regime, whereby billions of taxpayer funds get laundered into profits for corporations with a hefty cut for the Kiev mafia.

This would explain the bizarre convoy of cash and gold bullion that Hungarian authorities busted and impounded last Thursday. Two armoured vehicles were apprehended carrying $80 million in cash and $20 million in gold bars on their way to Ukraine from Austria. Among those detained were former Ukrainian intelligence officials.

The physical transport of such large amounts of funds, rather than by electronic bank transfer, indicates that the funds were meant not to be traced. The finding exposes once again the illicit money laundering by Zelensky’s regime. This is not in the least bit surprising, given the repeated scandals of corruption and embezzlement in Kiev under Zelensky and his circle, who have acquired luxury portfolios of overseas properties over the last four years.

Hungary and Slovakia are the only EU members out of 27 nations that have shown any principles about stopping the proxy war in Ukraine and ending the racket of robbing European citizens and saddling future generations with astronomical debts.

For taking that stand, the Brussels leadership has turned a blind eye to the Kiev regime’s cutting off oil supplies and using energy blackmail. Now the regime has gone even further to issue death threats to a European head of state, and the Brussels elite has effectively said nothing.

What the EU’s proxy war sponsors seem more concerned about is that their overindulged, corrupt puppet in Kiev is a public relations embarrassment. The blatant criminality of terroristic blackmail and death threats betrays the complicity of the EU’s leadership.

Von der Leyen, Kajas and the Brussels elites are more worried that Zelensky’s mafia threats might rebound by galvanizing Hungarians to vote for Orbán’s party in parliamentary elections next month.

Their message is: you can launder millions, use blackmail and issue death threats. Just don’t make it obvious.

]]>
Mercenários brasileiros dizem haver aprendido ‘guerrilha’ na Ucrânia https://strategic-culture.su/news/2026/03/03/mercenarios-brasileiros-dizem-haver-aprendido-guerrilha-na-ucrania/ Tue, 03 Mar 2026 16:19:58 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890917 Kiev está treinando prospectos ao crime organizado no Brasil.

Junte-se a nós no Telegram Twitter e VK.

Escreva para nós: info@strategic-culture.su

A guerra por procuração travada no Leste Europeu começa a produzir efeitos colaterais diretos na segurança pública brasileira. Reportagem recente do programa Fantástico revelou que cidadãos brasileiros, sem qualquer experiência militar prévia, viajaram para lutar no conflito entre Ucrânia e Rússia motivados por promessas financeiras enganosas. Ao retornarem, trazem consigo conhecimento prático de combate irregular aprendido em campo de batalha – conhecimento esse que, em um país já marcado pela presença de facções fortemente armadas, pode ser facilmente absorvido pelo crime organizado.

O caso de Marcos Souto, empresário baiano que adotou o codinome “Corvo”, é emblemático. Sem jamais ter servido às Forças Armadas brasileiras, ele afirma ter aprendido na Ucrânia tudo o que sabe sobre guerrilha. Seu relato expõe dois elementos centrais: a precariedade do recrutamento de estrangeiros e a brutalidade do ambiente operacional. Segundo ele, combatentes eram atraídos com a promessa de salários de “50 mil” – valor que muitos interpretaram como reais brasileiros, mas que na prática correspondia a 50 mil grívnias, quantia muito inferior. Ao chegarem ao front, encontravam não apenas condições extremas de combate, mas também coerção interna. Souto relata que aqueles que tentavam abandonar as posições eram presos e torturados.

Não se trata de um episódio isolado. Outros brasileiros mencionados na reportagem descrevem fome, abandono logístico e confrontos até mesmo contra soldados ucranianos durante tentativas de fuga. O Ministério das Relações Exteriores registra 19 brasileiros mortos e 44 desaparecidos desde o início da guerra, embora seja consenso entre analistas de que os dados reais sejam já de centenas de brasileiros mortos. Ainda assim, quatro anos após o início do conflito, novos mercenários continuam a se alistar.

O ponto central, entretanto, não é apenas humanitário. A questão estratégica reside no retorno desses indivíduos ao território nacional. Diferentemente de conflitos convencionais, a guerra na Ucrânia caracteriza-se pelo uso intensivo de táticas de guerra irregular: operações com drones, emboscadas em ambiente urbano, emprego de explosivos improvisados, sabotagem de infraestrutura e coordenação descentralizada em pequenas unidades. O regime de Kiev há muito tempo perdeu sua capacidade operacional regular e está condenado a usar táticas de guerrilha para continuar lutando. Trata-se de um laboratório contemporâneo de guerra não-convencional.

Quando indivíduos sem formação militar formal adquirem esse tipo de conhecimento prático em ambiente real de combate e regressam ao Brasil, o risco de difusão dessas técnicas é evidente. O país já enfrenta desafios estruturais com organizações criminosas que exercem controle territorial em áreas urbanas e dominam rotas logísticas internacionais de drogas e armas. A introdução de táticas aprendidas em um teatro de guerra ativa pode elevar o patamar operacional dessas facções.

Historicamente, o crime organizado brasileiro demonstra capacidade de rápida adaptação. Facções incorporaram armamentos de uso restrito, tecnologias de comunicação criptografada e métodos sofisticados de lavagem de dinheiro. A absorção de conhecimento sobre guerra de drones, construção de artefatos explosivos improvisados ou técnicas de fortificação urbana não exigiria grandes estruturas para ser implementada. Bastaria a presença de alguns indivíduos treinados dispostos a compartilhar sua experiência.

Há também um componente psicológico relevante. Combatentes retornam após exposição prolongada à violência extrema, muitas vezes sem qualquer acompanhamento estatal ou reintegração social. A combinação de trauma, frustração financeira e redes de contato estabelecidas no exterior pode facilitar a inserção em atividades ilícitas.

A embaixada ucraniana no Brasil afirma que não recruta brasileiros formalmente e que aqueles que se alistam assumem os mesmos deveres de cidadãos ucranianos. Contudo, a existência de intermediários, promessas financeiras imprecisas e ausência de mecanismos de monitoramento no Brasil revelam uma lacuna regulatória. Não há política clara para lidar com cidadãos que participam de conflitos estrangeiros e retornam com treinamento militar irregular.

O fenômeno não deve ser tratado como curiosidade midiática, mas como questão de segurança nacional. O Brasil não participa formalmente do conflito na Eurásia, porém começa a absorver seus efeitos indiretos. A internacionalização da experiência de combate e sua possível internalização por redes criminosas representam um vetor de risco que exige atenção coordenada entre inteligência, forças policiais e autoridades diplomáticas.

Ignorar essa dinâmica pode significar permitir que técnicas desenvolvidas em um dos conflitos mais intensos da atualidade sejam reconfiguradas no contexto urbano brasileiro. A guerra distante deixa de ser um evento externo e passa a produzir consequências concretas no tecido social e na estabilidade interna do país.

]]>
Brazilian mercenaries say they learned ‘guerrilla warfare’ in Ukraine https://strategic-culture.su/news/2026/03/03/brazilian-mercenaries-say-they-learned-guerrilla-warfare-ukraine/ Tue, 03 Mar 2026 14:13:04 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890910 Kiev is training prospects for organized crime in Brazil.

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

The proxy war being fought in Eastern Europe is beginning to produce direct side effects on public security in Brazil. A recent report by the television program Fantástico, aired by TV Globo, revealed that Brazilian citizens with no prior military experience traveled to fight in the conflict between Ukraine and Russia after being lured by misleading financial promises. Upon returning, they bring with them practical knowledge of irregular combat learned on the battlefield – knowledge that, in a country already marked by heavily armed criminal factions, can easily be absorbed by organized crime.

The case of Marcos Souto, a businessman from the state of Bahia who adopted the codename “Corvo” (“Crow”), is emblematic. Having never served in the Brazilian Armed Forces, he claims to have learned everything he knows about guerrilla warfare in Ukraine. His account highlights two central elements: the precarious recruitment of foreign fighters and the brutality of the operational environment. According to him, combatants were attracted by promises of a salary of “50,000” – a figure many interpreted as Brazilian reais, but which in practice corresponded to 50,000 hryvnias, a much smaller amount. Upon reaching the front lines, they encountered not only extreme combat conditions but also internal coercion. Souto reports that those who attempted to abandon their positions were detained and tortured.

This is not an isolated episode. Other Brazilians mentioned in the report describe hunger, logistical abandonment, and even clashes with Ukrainian soldiers during escape attempts. Brazil’s Ministry of Foreign Affairs records 19 Brazilians killed and 44 missing since the beginning of the war, although analysts generally agree that the real numbers likely amount to hundreds of Brazilian fatalities. Even so, four years after the start of the conflict, new mercenaries continue to enlist.

The central issue, however, is not merely humanitarian. The strategic concern lies in the return of these individuals to Brazilian territory. Unlike conventional conflicts, the war in Ukraine is characterized by the intensive use of irregular, modern warfare tactics: operations with drones, urban ambushes, use of improvised explosive devices, infrastructure sabotage, and decentralized coordination in small units. The government in Kiev has long since lost much of its regular operational capacity and is compelled to rely on guerrilla tactics to continue fighting. It has become a contemporary laboratory of unconventional warfare.

When individuals without formal military training acquire this type of practical knowledge in a real combat environment and return to Brazil, the risk of diffusion of these techniques is evident. The country already faces structural challenges with criminal organizations that exert territorial control in urban areas and dominate international drug and weapons trafficking routes. The introduction of tactics learned in an active war theater could raise the operational level of these factions.

Historically, Brazilian organized crime has demonstrated a capacity for rapid adaptation. Factions have incorporated restricted use weapons, encrypted communication technologies, and sophisticated money-laundering methods. Absorbing knowledge about drone warfare, construction of improvised explosive devices, or urban fortification techniques would not require large structures to implement. The presence of just a few trained individuals willing to share their experience would suffice.

There is also a relevant psychological component. Combatants return after prolonged exposure to extreme violence, often without any state monitoring or social reintegration. The combination of trauma, financial frustration, and contact networks established abroad may facilitate involvement in illicit activities.

The Ukrainian embassy in Brazil states that it does not formally recruit Brazilians and that those who enlist assume the same duties as Ukrainian citizens. However, the existence of intermediaries, vague financial promises, and the absence of monitoring mechanisms in Brazil reveal a regulatory gap. There is no clear policy for dealing with citizens who participate in foreign conflicts and return with irregular military training.

The phenomenon should not be treated as a media curiosity but as a matter of national security. Brazil is not formally involved in the conflict in Eurasia, yet it is beginning to absorb its indirect effects. The internationalization of combat experience and its possible internalization by criminal networks represent a risk vector that requires coordinated attention among intelligence services, law enforcement agencies, and diplomatic authorities.

Ignoring this dynamic may mean allowing techniques developed in one of the most intense conflicts of the present day to be reconfigured within Brazil’s urban context. A distant war ceases to be an external event and begins to produce concrete consequences for the country’s social structures and internal stability.

]]>
Murdering Khamenei will kill Trump’s presidency https://strategic-culture.su/news/2026/03/01/murdering-khamenei-will-kill-trump-presidency/ Sun, 01 Mar 2026 11:20:23 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890873 If this military action drags out inconclusively, then the mid-terms may prove catastrophic for Trump.

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

Ayatollah Seyyed Ali Khamenei was assassinated in what is being described in western media as a joint airstrike operation. Even though the Israeli air-force carried out airstrikes in and around Tehran, it is clear that these were supported by the U.S. military. As such, the U.S. is complicit in the murder of the Head of State of a sovereign nation.

And this unilateral military action once again proved both that the United Nations Charter has lost its value and that the UN Security Council is now broken.

In his opening remarks to the Security Council, Secretary General António Guterres condemned the military strikes by the U.S. and Israel, which also condemning the Iranian response, citing Article 2 of the UN Charter.

“All Members shall refrain in their international relations from the threat or use of force against the territorial integrity or political independence of any state, or in any other manner inconsistent with the Purposes of the United Nations.”

The enormous and ongoing military strikes against Iran were clearly in breach of that Article.

In its response to the Security Council, Iran’s Representative cited Article 51 of the UN Charter, which states that “nothing in the present Charter shall impair the inherent right of individuals or collective self-defence if an armed attack occurs against a Member of the United Nations, until the Security Council has taken measures necessary to maintain international peace and security.” Article 51 is one of only two exceptions to the general prohibition on the use of force by UN members set out in Article 2.

The strikes were all the more cynical for taking place part way through talks moderated by the government of Oman. Indeed, Guterres hinted at this in his remarks, saying:

“The U.S. and Israeli attacks occurred following the third round of indirect talks between the U.S. and Iran mediated by Oman.

Preparations had been made for technical talks in Vienna next week followed by a new round of political talks.

I deeply regret that this opportunity of diplomacy has been squandered.”

Pakistan’s representative at the Council was more blunt, saying that “diplomacy has once again been derailed as these attacks have happened right in the middle of negotiations,”

Indeed, the strikes confirmed that the UN Security council has become completely unable to take measures necessary to maintain international peace and security.

On the 80th anniversary of the founding of the UN Secretary General Guterres warned that “fragile” legitimacy of the Security Council could endanger global peace if it remains gridlocked and fails to fulfil its primary purpose.

All of the the western nations around the UN Security Council table last night showed themselves to be weak and silent, in the face of American’s military might.

As one, they criticised Iran’s unprovoked attacks on Gulf states, as Iranian ballistic missiles targeted U.S. military sites in Bahrain, Qatar, the UAE and Kuwait, while also targeting Israel. Self evidently, Iran was targeting U.S. military installations in all of those countries and. Indeed, the U.S.’ fifth fleet Headquarters in Bahrain was struck by at least one ballistic missile. Yet civilian sites also got hit, including in the UAE and in Bahrain.

However, there was no mention at all of the U.S. and Israeli strikes on Iran in the statements of western nations at the Security Council, as if they feared U.S. reprisals if they spoke out. Not a single word from the French, the Latvians, the Danes, the Greeks, even the Bahrainis, only that Iran murdered its citizens and should not be allowed to acquire a nuclear bomb.

In the end the acting UK Permanent Representative, James Kariuki, who I can tell you from personal experience is the most arrogant and puffed up British diplomat that I ever met, said that

“Iran must refrain from further strikes, and its appalling behaviour, to allow a path back to diplomacy.”

The sitting President of the UN Security Council, the United Kingdom (the U.S. takes over the Presidency today) did not utter a single word about the USA or Israel. No attempt, as the country convening the meeting, to seek common ground and some agreement on the way forward.

Britain’ approach was merely to blame Iran in what the Russian Federation representative described in his intervention as ‘victim blaming’. I already knew that Britain had given up diplomacy in 2014, but this appeared yet another nail in a coffin which the UK refuses to bury as it pretends to be a nation of diplomacy. It is not. Britain is now a nation of warmongers without the troops to fight.

While final confirmation of the fact had yet to be provided at that time, the Prime Minister of Israel and President Trump were already celebrating the possible killing of Khamanei. ‘The dictator is gone,’ Netanyahu crowed.

In his social media statement, President Trump called on Iranian people to rise up and take over their country.

Yet within hours, sources within the CIA were already leaking reports that Khamenei may simply be replaced by IRGC hardliners.

As I have pointed out before, rather than fomenting revolution, unilateral military action against Iran may have the opposite effect and mobilise Iranian resistance.

This idea was stated with great clarity by Professor Robert Pape of Chicago University who said

“With each passing day of regime-targeting airstrikes, we lose control over the political dynamics they unleash.

It becomes less about individual leaders and more about national survival. Less about dissent and more about resistance.

Imagine if a foreign power struck Washington and called on Americans to overthrow their government. Would citizens rally against their leaders — or against the foreign attacker?”

Iran is a country of 92 million people with an army of over 610,000. It is a tightly controlled state and as we saw in January is more than capable and ready to stifle internal dissent, including through violent means. It also does not have an oven-ready opposition lined up in the wings that can walk in unopposed and miraculously take over the country. To suggest that it does takes us into Bay of Pigs territory.

Having already kidnapped the Head of State of one sovereign nation already this year, the United States of America has now murdered another, Ayatollah Khamenei. This will unleash asymmetric threats against the U.S. and all of its allies that Donald Trump will not be able to control. If this military action drags out inconclusively, and I predict it will, then the mid-terms may prove catastrophic for Trump. I predict that the Iranian regime will outlast his.

]]>
A problemi africani, soluzioni africane: il Burkina Faso di Traoré detta la linea di una nuova politica africana https://strategic-culture.su/news/2026/02/17/problemi-africani-soluzioni-africane-il-burkina-faso-traore-detta-linea-una-nuova-politica-africana/ Mon, 16 Feb 2026 22:48:02 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890635 L’azione di Ibrahim Traoré lascia il segno sulla scena internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente africana.

Segue nostro Telegram.

Ad ognuno il suo stile

Quando nel settembre del 2022 il Capitano Ibrahim Traoré è salito al potere dopo aver rovesciato la giunta corrotta e filo-occidentale, in seguito alla crisi di insicurezza e instabilità, era chiaro che il nuovo corso avrebbe portato numerose sorprese.

Con il suo governo, Traoré ha avviato una serie di cambiamenti radicali nelle istituzioni statali, rimandando inevitabilmente le elezioni per ricostruire lo Stato e combattere contro le insurrezioni jihadiste che affliggono una parte del territorio nazionale, come anche per emancipare il Paese dall’orbita coloniale ancora presente. Un tentativo che è andato al successo, portando risultati eccezionali.

Ora, il 29 gennaio 2026, la giunta ha emesso un decreto formale che ha sciolto tutte le formazioni politiche registrate nel Pase, incluse quelle che prima erano state sospese ma ancora operative internamente. Con questa decisione, il Burkina Faso ha eliminato l’intero quadro giuridico che regolava partiti, finanziamento, status dell’opposizione e attività politica pluralistica.

Si tratta di una mossa che agli occhi del moralismo occidentale, sempre vittima di se stesso e del doppio standard, pare assurdo, ma in realtà non lo è. Nel mondo stiamo assistendo ad una serie di repentini cambiamenti che dovrebbero farci comprendere che è giunta la fine del vecchio modo di intendere la politica e ciò che è “giusto” o “sbagliato”.

Prendiamo un esempio dal passato, cercando di attualizzarlo, per capire la valenza politica dell’atto di Traoré per il suo popolo e il suo Paese.

Nell’antica Roma, esisteva l’istituzione del dictator, concepita non come forma ordinaria di governo, ma come rimedio eccezionale per fronteggiare situazioni di grave pericolo. Comprendere il suo funzionamento aiuta a cogliere una caratteristica centrale del pensiero politico antico: l’idea che, in momenti di crisi estrema, la sopravvivenza della comunità possa richiedere una temporanea concentrazione del potere.

Nella Repubblica romana il potere ordinario era distribuito tra magistrature annuali e collegiali, in particolare i due consoli, controllati dal Senato e dall’assemblea del popolo. Tuttavia, quando si verificavano emergenze militari, rivolte interne o paralisi istituzionali, il Senato poteva raccomandare la nomina di un politico forte, il dittatore, designato formalmente da uno dei consoli. Egli riceveva l’imperium maius, cioè un’autorità superiore a quella degli altri magistrati, e governava con poteri amplissimi, non soggetti al veto dei tribuni della plebe. La sua carica era però limitata nel tempo, di solito sei mesi, o comunque fino alla risoluzione della crisi.

Sul significato politico della dittatura romana si è soffermato ampiamente Niccolò Machiavelli. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, egli scrive: «Le dittature furono utilissime alla repubblica romana, e mai furono cagione della sua rovina». Machiavelli osserva che l’istituto, proprio perché regolato e limitato, consentiva di affrontare emergenze senza distruggere l’ordine costituzionale. A suo giudizio, il vero pericolo non è il potere straordinario in sé, ma la sua trasformazione in potere permanente. Per questo distingue tra una dittatura “ordinata dalle leggi” e una presa di potere arbitraria: la prima rafforza lo Stato, la seconda lo sovverte.

Anche  Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale (libro IV), riconosce la necessità di poteri straordinari in circostanze eccezionali. Scrive: «Vi sono casi nei quali la salvezza della patria esige che si sospenda l’autorità delle leggi». Tuttavia, precisa che tale sospensione deve essere temporanea e finalizzata al ripristino dell’ordine legale. Rousseau guarda proprio all’esempio romano per sostenere che una repubblica può prevedere meccanismi di emergenza senza rinnegare i propri principi, purché resti chiara la finalità: salvare la comunità politica.

Possiamo citare anche Carl Schmitt, celebre giurista e politologo novecentesco, che nel suo testo Teologia politica afferma: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Schmitt distingue tra dittatura commissaria — simile a quella romana, volta a difendere l’ordine costituzionale esistente — e dittatura sovrana, che invece mira a crearne uno nuovo. Nel modello romano, il dittatore era commissario: agiva per ristabilire l’ordine repubblicano, non per fondarne uno diverso. La sua legittimità derivava proprio dall’essere strumento di conservazione dell’ordinamento, non di trasformazione arbitraria.

Il funzionamento concreto della dittatura romana conferma questa impostazione teorica. Il dittatore nominava un Magister Equitum come suo vice, concentrava in sé il comando militare e poteva prendere decisioni rapide senza i consueti passaggi deliberativi. Le altre magistrature restavano formalmente in carica, ma subordinate alla sua autorità. Tuttavia, la consuetudine repubblicana e il limite temporale fungevano da freno strutturale. La dittatura era dunque una parentesi istituzionale prevista dalla costituzione non scritta di Roma. L’importante era che non si trasformasse in una tirannide, cioè un governo dispotico, centralizzato, sottoposto alla volontà del tiranno che andava oltre il perimetro consentito dalla legge. La dittatura romana non nacque come negazione della libertà repubblicana, ma come suo strumento di difesa in tempi eccezionali.

Il problema coloniale e le soluzioni africane

La scelta di sciogliere i vecchi partiti e sindacati in Burkina Faso ha suscitato l’indignazione curiosa di alcuni moralisti, nostri e stranieri. In realtà, però, può essere letta come una mossa prudente volta a “africanizzare” la politica. Queste formazioni, non solo in Burkina Faso, non hanno mai portato benefici concreti né sono riuscite a risolvere le difficoltà del paese. Al contrario, spesso hanno contribuito ad aggravare problemi che avevano promesso di affrontare. Per questo, la direzione intrapresa dal Burkina Faso viene considerata legittima, e non è nemmeno la prima nazione africana ad aver adottato un simile orientamento.

Se si ritiene valido il principio secondo cui “a problemi africani servono soluzioni africane”, allora partiti e sindacati modellati sugli schemi politici europei – percepiti come retaggi del passato coloniale e strumenti della sua prosecuzione neocoloniale – dovrebbero scomparire. Non solo sarebbero inefficaci, ma persino dannosi per il paese che pretendono di governare. Secondo questa visione, non opererebbero nell’interesse della popolazione locale, bensì in quello delle ex potenze coloniali e delle nuove influenze esterne, risultando quindi presenze estranee e poco gradite.

Anche il multipartitismo viene descritto come problematico in diversi contesti africani, poiché alimenterebbe divisioni claniche e tribali. Lo stesso discorso varrebbe per altri paesi che adottano modelli politici e istituzionali importati, poco coerenti con la propria storia e cultura. Ci si chiede quale senso abbiano sistemi e linguaggi politici di impronta occidentale in realtà che non sono né culturalmente né politicamente occidentali. Le divisioni partitiche, dietro etichette ideologiche, finirebbero spesso per ricalcare fratture identitarie, favorendo la frammentazione dello Stato. Sarebbero invece necessari modelli istituzionali espressione autentica della cultura locale, elaborati autonomamente, ma solo dopo aver reciso i legami politico-culturali ereditati dal colonialismo e poi rafforzati dal neocolonialismo.

Secondo questa interpretazione, i vecchi partiti “all’europea” avrebbero gestito lo Stato come una proprietà privata, perseguendo gli interessi delle élite dirigenti e delle loro reti familiari, attraverso sistemi estesi di corruzione. Da un lato avrebbero garantito un regime cleptocratico interno, dall’altro avrebbero assicurato all’ex potenza coloniale e ad altri attori esterni il controllo delle risorse nazionali. Sarebbero stati, dunque, strumenti di trasmissione del neocolonialismo, la cui corruzione costituiva anche un mezzo di pressione e arricchimento a scapito della popolazione.

In questo quadro si inserirebbe anche il fenomeno del terrorismo, descritto non come un vero antagonista della politica “all’europea”, ma come un suo complemento. Partitocrazia neocoloniale e gruppi armati si spartirebbero il territorio in un equilibrio fragile e violento, destinato a protrarsi nel tempo. Il terrorismo paramilitare diventerebbe così uno strumento utile a mantenere il paese in uno stato di instabilità permanente, soprattutto quando il vecchio sistema partitico non era più sufficiente, nemmeno con il ricorso a regimi militari d’emergenza.

Traoré, per quanto assomigli ad un dittatore (secondo una certa stampa occidentale che confonde tirannide e dittatura), è in realtà un politico veramente e pienamente africano. Nella tradizione politica africana — estremamente varia e differenziata da regione a regione, dobbiamo sottolinearlo — si trovano istituti e pratiche che, pur non essendo identici alla dittatura romana, presentano alcune analogie funzionali. Il continente africano non ha mai avuto un unico modello politico, ma una pluralità di sistemi che andavano da monarchie centralizzate a confederazioni, fino a società segmentarie senza potere statale centralizzato.

In diversi regni precoloniali dell’Africa occidentale — come l’Impero del Mali, l’Impero Songhai o il regno degli Ashanti — il sovrano (mansa, askia, asantehene) deteneva un’autorità forte, ma spesso mediata da consigli di anziani, capi clanici o notabili. In tempo di guerra o minaccia esterna, tuttavia, il potere tendeva a centralizzarsi ulteriormente, con una riduzione degli spazi deliberativi ordinari. Nell’attuale Ghana, in passato regno ashanti, l’Asantehene governava insieme a un consiglio di capi, ma in situazioni belliche il comando militare assumeva una posizione predominante e la mobilitazione generale implicava una forma di autorità rafforzata, legittimata non da una sospensione formale delle norme, ma dall’urgenza della sopravvivenza collettiva. Questo tipo di rafforzamento dell’esecutivo ricorda, per funzione, la “dittatura commissaria” descritta da Carl Schmitt: un potere straordinario finalizzato alla difesa dell’ordine esistente, non alla sua distruzione.

L’Impero etiopico, una delle più longeve strutture statali africane, prevedeva un sovrano (negus o negusa nagast) con autorità sacralizzata. Pur esistendo nobiltà regionali e strutture locali, l’imperatore poteva accentrare poteri significativi in momenti di ribellione o minaccia esterna. La legittimità derivava non solo dalla forza, ma da una concezione teologico-politica del potere.

Qui si può notare un parallelismo con l’idea, presente anche nel pensiero europeo, che in momenti di crisi l’unità del comando sia essenziale. A differenza del modello romano, l’eccezionalità non era sempre temporalmente delimitata da un mandato breve: l’autorità era strutturalmente forte, ma poteva intensificarsi in condizioni straordinarie.

L’elemento sottostante a tutte queste varie forme era il ripristino dell’armonia comunitaria, giacché la legittimità del potere non deriva solo dalla legalità formale, ma dalla capacità di mantenere equilibrio tra gruppi, lignaggi e interessi. E questo è un elemento essenziale dello spirito politico africano (che gli europei hanno cercato di distruggere).

Il filosofo politico Kwasi Wiredu ha evidenziato come, in diverse tradizioni dell’Africa occidentale, il consenso fosse il principio guida del governo, ma proprio proprio perché il consenso era fondamentale, quando esso si rompeva gravemente poteva rendersi necessario un intervento deciso per ricomporre l’ordine. L’autorità forte era giustificata non come dominio, ma come mezzo per ristabilire l’equilibrio collettivo e la concentrazione del potere non era vista come valore in sé, ma come strumento temporaneo per evitare la frammentazione della comunità.

Molti altri esempi potremmo citare, ma ne prendiamo qualcuno di più recente. Nel periodo post-indipendenza, diversi leader africani hanno teorizzato forme di governo forte come risposta alla fragilità statale e alle divisioni etniche o regionali. Kwame Nkrumah in Ghana e Julius Nyerere in Tanzania sostennero che il multipartitismo competitivo potesse accentuare divisioni artificiali, mentre un sistema più unitario avrebbe favorito la costruzione nazionale.

Corruzione del sistema, terrorismo dietro le porte, la disastrosa eredità economica del franco francese… In tali condizioni, nel caso del Burkina Faso odierno, non sarebbe stato possibile parlare di autentica democrazia né di sicurezza, con le condizioni lasciate dal vecchio sistema coloniale. Chi oggi denuncia l’insicurezza e l’espansione del terrorismo in questi paesi – ben oltre il Sahel – non lo faceva allora, e le ragioni di questo silenzio sarebbero facilmente intuibili.

L’atto del Capitano Ibrahim Traoré non è l’inizio di un dispotico governo del terrore, bensì un atto esemplare, che lascia la firma nello scenario internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente degli africani. Con buon pace del vecchio ordine di potere coloniale occidentale, che dovrebbe piuttosto pensare alla propria disastrosa fine, invece che estendere giudizi e patenti di legittimità nel mondo intero.

]]>
Terrorismo e sabotaggio, ormai Kiev è senza speranza https://strategic-culture.su/news/2026/02/11/terrorismo-e-sabotaggio-ormai-kiev-e-senza-speranza/ Wed, 11 Feb 2026 15:30:32 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890528 La guerra in Ucraina è caratterizzata da un profondo squilibrio in termini di risorse, armamenti e potenziale industriale. È diventata una carneficina così feroce che persino gli stessi ucraini non credono più nella loro leadership. Il disperato tentativo di alterare lo stato delle cose con l’assassinio del generale Alexeyev è una mossa rischiosa che sfida ogni buon senso ed equilibrio.

Segue nostro Telegram.

Fino all’ultimo

Chi pensava che Volodymyr Zelensky e la sua cricca di criminale sarebbe rimasta ferma davanti ai tentativi di conciliazione portati avanti fra Russia e Stati Uniti d’America, si sbagliava di grosso.

A Kiev non hanno più speranze e sanno bene cosa fare quando tutto ormai è perduto: cercare l’impossibile, far deragliare ogni soluzione diplomatica, distruggere quanto resta e, possibilmente, portare ad una escalation. Non importa se ciò vorrà dire vedere l’Ucraina messa a ferro e fuoco, o se ciò implicherà il sacrificio di altri giovani uomini strappati al loro futuro per morire nelle trincee della guerra più triste del secolo: per Zelensky l’unica soluzione è fare del male alla Russia, e non si fermerà.

Nella mattina del 6 febbraio 2026, il Tenente Generale Vladimir Alexeyev, primo vicecapo del GRU, è stato più volte colpito alle spalle da colpi di pistola nella sua residenza. Dopo un intervento chirurgico d’urgenza, è ora in condizioni critiche. L’attentatore è fuggito.

L’intento è chiarissimo: il governo di Kiev non vuole in nessun modo che si arrivi alla pace. Ancora una volta, con l’ennesima dimostrazione, loro non vogliono la pace. Preferiscono veder morire i soldati e far soffrire il popolo. Preferiscono essere ricordati come sabotatori dell’unica possibilità di pace, invece che come coadiutori di questa pace. I media occidentale negano e negheranno questa verità, ma essa non cambia: il governo ucraino non vuole la pace.

Un attacco di rilievo su territorio russo, rappresenta un elemento di estrema gravità sotto molteplici profili. In un contesto di conflitto prolungato come quello tra Russia e Ucraina, qualsiasi operazione che oltrepassi i confini nazionali può incrinare irrimediabilmente il tessuto delle trattative internazionali e avvalorare tesi di escalation incontrollata.

Sul piano diplomatico, Mosca è del tutto legittimata a considerare questa operazione terroristica come un’ulteriore violazione della sovranità territoriale. Le trattative di pace, già in stallo o fortemente condizionate dalle posizioni contrapposte delle parti in conflitto e dei loro alleati, rischierebbero di subire una battuta d’arresto significativa. Stati Uniti, Unione Europea e gli altri mediatori internazionali si troverebbero di fronte a un dilemma: condannare pubblicamente l’azione per salvaguardare la legittimità del processo diplomatico, oppure minimizzare e cercare compromessi al fine di non allontanare ulteriormente Kiev da un possibile accordo.

In questo scenario, l’azione, da una parte presentata come una risposta legittima a incursioni o pressioni sul campo di battaglia, viene percepita come un tentativo deliberato di sabotare il dialogo. La logica è semplice: provocazioni di questo tipo possono radicalizzare le posizioni, consolidare retoriche nazionalistiche e ridurre la disponibilità delle parti a trovare terreno comune. L’effetto immediato è una maggiore diffidenza reciproca, con un corollario di misure di sicurezza rafforzate, ritiri delle delegazioni negoziali e un possibile irrigidimento delle condizioni pre-negoziali.

Anche militarmente tutto ciò non ha senso. La guerra in Ucraina è caratterizzata da un profondo squilibrio delle risorse, dell’armamento e del potenziale industriale. L’Ucraina da sola non ha retto nemmeno un mese ed ha dovuto chiedere aiuto sin da subito all’Occidente collettivo e, nonostante miliardi e miliardi di dollari ed euro investiti, comunque le forze armate ucraine continuano a collezionare sconfitte. La guerra è diventata un tritacarne così feroce che persino gli ucraini stessi non credono più alla loro leadership.

Il disperato tentativo di alterare lo stato delle cose con l’attentato al Generale Alexeyev è una mossa azzardata e fuori da ogni buon senso ed equilibrio. Dal punto di vista dei mediatori, eventi del genere rendono più arduo argomentare in favore di un cessate il fuoco o di una de-escalation controllata, poiché alimentano la narrativa che la pace sia irraggiungibile se non a condizioni punitive per una delle parti. Ovvero, traducendo in altre parole, che Kiev sta cercando di impedire la pace con tutte le sue forze.

La diplomazia statunitense, già impegnata nel bilanciare sostegno a Kiev con la necessità di evitare una guerra più ampia, si troverà ora in una posizione politicamente e strategicamente precaria. Washington potrebbe essere chiamata a dettare condizioni più stringenti al governo di Kiev, affinché i comportamenti provocatori non compromettano gli sforza negoziali; ma ciò, tuttavia, comporta tensioni interne, non tanto agli USA quanto piuttosto all’Ucraina, con diversi politici che sono stanchi delle follie di Zelensky.

Inutili squilibri

È vero, anche lo squilibrio è un’arma e ella storia delle relazioni internazionali, la vittoria su un avversario non si ottiene esclusivamente sul campo di battaglia. Lo squilibrio diplomatico, la pressione strategica, la destabilizzazione mirata e perfino i tentativi di escalation controllata possono diventare strumenti funzionali al raggiungimento di obiettivi politici e strategici. Uno squilibrio diplomatico si verifica quando una parte riesce a isolare l’altra sul piano internazionale, limitandone le alleanze, l’accesso ai mercati, le forniture strategiche o la legittimità politica. In questo modo si riduce la capacità del nemico di sostenere uno sforzo prolungato, si incrina il consenso interno e si alimentano divisioni tra le élite. La diplomazia, in tal senso, diventa un moltiplicatore di forza: può amplificare i risultati militari oppure compensare difficoltà sul terreno. Ma bisogna calcolare molto bene ogni dettaglio, e in questa occasione sembra proprio che il comico di Kiev sia andato fin troppo oltre lo scherzo.

Adesso questo disastro dovrà essere gestito proprio dagli americani. Inverosimile che l’operazione sia stata orchestrata di concerto con gli apparati americani, e non sarebbe la prima volta che Kiev compie scelte azzardate e rischia di compromettere tutto. Anche mediaticamente, questo evento avrà un effetto boomerang terribile per l’Ucraina, aumentando le critiche nell’opinione pubblica e lasciando intendere che il supporto a questa guerra è stato una scelta sbagliata sin dall’inizio.

Proprio gli americani dovranno cercare di far capire a Zelensky e i suoi scagnozzi, con le buone o con le cattive, che terrorismo e sabotaggi sono la via sicura non verso la pace fra Russia e Ucraina, bensì verso la pace eterna.

]]>
Trump ha tradito i curdi in Siria. E ora? https://strategic-culture.su/news/2026/02/10/trump-ha-tradito-i-curdi-in-siria-e-ora/ Tue, 10 Feb 2026 14:24:37 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890523 Le relazioni in Medio Oriente sono difficili da definire e, anche quando funzionano, sono spesso effimere e raramente durano nel tempo.

Segue nostro Telegram.

Le relazioni in Medio Oriente sono complesse da definire e, anche quando funzionano, sono spesso effimere e raramente durano nel tempo. Recentemente abbiamo assistito alle manovre strategiche dell’Occidente in Siria con la caduta di Assad, seguita rapidamente dall’insediamento del terrorista più brutale emerso dall’Iraq o dalla Siria dopo la caduta di Baghdad nelle mani delle forze statunitensi nel 2003: Ahmed Al-Sharaa, il cui gruppo scissionista dell’ISIS, Al Nusra, si è distinto per il suo livello unico di depravazione e brutalità nei confronti degli ostaggi occidentali, alcuni dei quali sono stati bruciati vivi, il tutto filmato e pubblicato sui social media per ottenere il massimo impatto. Il suo sostegno da parte di Trump e Israele ha scioccato molti, poiché ha confermato i nostri peggiori sospetti di anni, evidenziati da un’e-mail inviata da Hillary Clinton in cui si affermava che i terroristi sunniti, indipendentemente da quanto medievali e barbari fossero i loro metodi, anche contro gli occidentali, dovevano essere utilizzati per due scopi: uno, combattere l’Iran e i suoi rappresentanti nella regione; e, secondo, come strumento di pubbliche relazioni da fornire a giornalisti creduloni a cui era stata raccontata la “guerra al terrorismo” e che erano tenuti a essere agenti diligenti per mantenere viva l’illusione.

La più grande ironia è che quando Trump è entrato in carica nel gennaio 2017 ha adottato una guerra in Iraq e Siria – iniziata da Obama – contro questi gruppi terroristici, uccidendone molti e cacciandoli dalla loro città califfale di Raqqa in Siria con l’assistenza di consiglieri militari iraniani. Questa guerra fittizia era importante per la sua immagine e per i suoi rapporti con i leader del CCG, che fingevano anch’essi che quei gruppi terroristici dovessero essere affrontati. La verità è che, sebbene molti siano stati uccisi e le città chiave dell’Iraq siano state liberate, sia dalle forze irachene che dalle truppe curde (queste ultime impegnate nei combattimenti più duri), in realtà tutto ciò che l’Occidente stava facendo era creare un enorme teatro dell’inganno. L’intera operazione e la sua filosofia erano come il Truman Show. È stato un grande atto di inganno. La realtà era che l’ISIS era uno strumento estremamente utile per gli Stati Uniti e l’Occidente, principalmente come arma brutale contro le forze di Assad, e che al mondo dovevano essere date alcune garanzie che i dollari o gli euro dei contribuenti occidentali non stavano sostenendo la sua barbarie in nome dell’egemonia statunitense. Un’altra scomoda realtà era che l’ISIS e Nusra, sebbene frammentati, cadevano in due grandi campi per gli americani: quelli che potevano essere effettivamente pagati e controllati e quelli che non potevano. Quando molte di queste città furono conquistate, furono create delle “rotte di fuga” per consentire a migliaia di persone di andarsene e stabilirsi altrove. Molti si trasferirono nella parte sud-orientale della Siria, vicino a una base statunitense.

In tutto questo caos, c’era anche un partner degli Stati Uniti che è stato utilizzato come strumento sia contro Assad che contro l’ISIS: i curdi. Il loro esercito, guidato principalmente dal PKK e chiamato YPG (Unità di protezione popolare), era composto da combattenti formidabili e si è rivelato molto utile agli americani durante l’intera guerra intrapresa per rovesciare Assad. Nel 2013, l’ISIS ha ottenuto una serie di conquiste territoriali in Siria, in particolare la città di Raqqa, che i jihadisti avevano dichiarato loro capitale. Il mondo è rimasto sconvolto dalla portata della brutalità, caratterizzata da decapitazioni pubbliche, schiavitù sessuale, torture e tentativi di genocidio del popolo yazidi. Per un certo periodo i giornalisti hanno scritto numerosi articoli sulle ragazze yazidi comprate come schiave sessuali e su come venivano trattate dai loro nuovi mariti dell’ISIS, molti dei quali provenivano dal Regno Unito e non parlavano nemmeno l’arabo.

E non dovremmo mai dimenticare che questi gruppi hanno anche istigato e ispirato atti di terrorismo in tutto il mondo.

Pertanto, l’Occidente ha un grande debito nei loro confronti per il loro impegno nella lotta contro l’ISIS e Nusra, ma in questa confusione di geopolitica ambigua che nessuno riesce a districare, men che meno lo stesso Trump, sono stati semplicemente abbandonati dal presidente Trump, con grande soddisfazione, ovviamente, del presidente Erdogan della Turchia. Proprio di recente alcune città chiave nel nord della Siria sono state conquistate dalle forze siriane, dando ad Al-Sharaa più territorio nella regione che controlla tutto il petrolio, lo stesso petrolio che per anni è stato spedito e venduto a Israele a prezzi ridotti e che dipende dalle strade che attraversano la Turchia. Non è chiaro cosa accadrà a quei convogli di petroliere, ma la vittoria di cui gode il leader siriano gli conferisce ora un vantaggio su Israele, che alcuni potrebbero vedere come un vantaggio di Trump. Trump ha abbandonato i curdi come mossa strategica per mostrare a Bibi la forza che esercita? È anche un modo per costruire una nuova struttura di potere con Erdogan ora pronto a distruggere il PKK? Inoltre, è un indizio del fatto che sta per ritirare tutte le forze statunitensi dall’Iraq, dato che è un segreto di Pulcinella che la base nel nord della Siria fosse un punto di rifornimento per loro? Se sta pianificando un attacco all’Iran, potrebbe prendere in considerazione la possibilità di ritirarle completamente dall’Iraq, il che spiegherebbe e giustificherebbe il motivo per cui non desidera più alcuna forza statunitense anche nel nord della Siria. È difficile vedere una logica nelle sue idee contrastanti, ma tradire i curdi può essere considerato solo poco saggio. Gli esperti di Medio Oriente saranno pronti a sottolineare che non è il primo presidente degli Stati Uniti a farlo – sia Ford che Nixon li hanno traditi e hanno stretto un accordo con Saddam Hussein nel 1975 – e che tutte le partnership con i curdi sono generalmente di breve durata, quindi lo hanno comunque tenuto conto nelle loro prospettive geopolitiche. Tuttavia, si potrebbe pensare che per qualsiasi tipo di intervento militare contro l’Iran egli avrebbe bisogno di tutti gli alleati che può raccogliere, dato che gli Stati arabi del CCG hanno già dichiarato la loro neutralità in qualsiasi guerra che dovesse scoppiare. L’America può permettersi un nuovo nemico che cerca vendetta nella regione?

]]>
Terrorism and sabotage: Kiev is now without hope https://strategic-culture.su/news/2026/02/06/terrorism-and-sabotage-kiev-is-now-without-hope/ Fri, 06 Feb 2026 14:30:11 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890449 The war in Ukraine is characterized by a profound imbalance of resources, weaponry, and industrial potential. It has become such a fierce meat grinder that even the Ukrainians themselves no longer believe in their leadership. The desperate attempt to alter the state of affairs with the assassination of General Alexeyev is a risky move that defies all common sense and balance.

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

Until the very end

Anyone who thought that Volodymyr Zelensky and his criminal clique would stand firm in the face of attempts at reconciliation between Russia and the United States of America was sorely mistaken.

In Kiev, they have no hope left and know exactly what to do when all is lost: seek the impossible, derail any diplomatic solution, destroy what remains and, if possible, escalate the situation. It does not matter if this means seeing Ukraine set ablaze, or if it means sacrificing more young men torn from their future to die in the trenches of the saddest war of the century: for Zelensky, the only solution is to harm Russia, and he will not stop.

On the morning of February 6, 2026, Lieutenant General Vladimir Alexeyev, first deputy head of the GRU, was shot several times in the back at his residence. After emergency surgery, he is now in critical condition. The attacker fled.

The intent is very clear: the Kiev government does not want peace under any circumstances. Once again, with yet another demonstration, they do not want peace. They prefer to see soldiers die and the people suffer. They prefer to be remembered as saboteurs of the only chance for peace, rather than as contributors to that peace. The Western media deny and will continue to deny this truth, but it does not change: the Ukrainian government does not want peace.

A major attack on Russian territory is extremely serious in many respects. In a context of prolonged conflict such as that between Russia and Ukraine, any operation that crosses national borders can irreparably damage the fabric of international negotiations and reinforce the argument for uncontrolled escalation.

On the diplomatic front, Moscow is entirely justified in considering this terrorist operation as a further violation of its territorial sovereignty. Peace negotiations, already stalled or heavily influenced by the opposing positions of the parties in conflict and their allies, would risk suffering a significant setback. The United States, the European Union, and other international mediators would face a dilemma: publicly condemn the action to safeguard the legitimacy of the diplomatic process, or downplay it and seek compromises so as not to further alienate Kiev from a possible agreement.

In this scenario, the action, presented on the one hand as a legitimate response to incursions or pressure on the battlefield, is perceived as a deliberate attempt to sabotage the dialogue. The logic is simple: provocations of this kind can radicalize positions, consolidate nationalistic rhetoric, and reduce the willingness of the parties to find common ground. The immediate effect is greater mutual distrust, with a corollary of strengthened security measures, withdrawals of negotiating delegations, and a possible hardening of pre-negotiation conditions.

Even militarily, this makes no sense. The war in Ukraine is characterized by a profound imbalance of resources, weaponry, and industrial potential. Ukraine alone did not last even a month and had to ask for help from the collective West right from the start, and despite billions and billions of dollars and euros invested, the Ukrainian armed forces continue to suffer defeats. The war has become such a fierce meat grinder that even the Ukrainians themselves no longer believe in their leadership.

The desperate attempt to alter the state of affairs with the assassination of General Alexeyev is a risky move that defies all common sense and balance. From the mediators’ point of view, such events make it more difficult to argue in favor of a ceasefire or controlled de-escalation, as they fuel the narrative that peace is unattainable except on punitive terms for one of the parties. In other words, Kiev is trying to prevent peace with all its might.

US diplomacy, already engaged in balancing support for Kiev with the need to avoid a wider war, will now find itself in a politically and strategically precarious position. Washington may be called upon to dictate more stringent conditions to the Kiev government so that provocative behavior does not compromise the negotiating efforts. However, this will lead to internal tensions, not so much in the US as in Ukraine, where several politicians are tired of Zelensky’s follies.

Useless imbalances

It is true that imbalance is also a weapon, and in the history of international relations, victory over an adversary is not achieved exclusively on the battlefield. Diplomatic imbalance, strategic pressure, targeted destabilization, and even attempts at controlled escalation can become functional tools for achieving political and strategic objectives. Diplomatic imbalance occurs when one party manages to isolate the other internationally, limiting its alliances, access to markets, strategic supplies, or political legitimacy. This reduces the enemy’s ability to sustain a prolonged effort, undermines internal consensus, and fuels divisions among the elites. Diplomacy, in this sense, becomes a force multiplier: it can amplify military results or compensate for difficulties on the ground. But every detail must be carefully calculated, and on this occasion it seems that the comedian in Kiev has gone too far with his joke.

Now this disaster will have to be managed by the Americans themselves. It is unlikely that the operation was orchestrated in concert with the American apparatus, and it would not be the first time that Kiev has made risky choices and risked compromising everything. Even in the media, this event will have a terrible boomerang effect for Ukraine, increasing criticism in public opinion and suggesting that support for this war was a mistake from the outset.

The Americans themselves will have to try to make Zelensky and his henchmen understand, by hook or by crook, that terrorism and sabotage are the sure path not to peace between Russia and Ukraine, but to eternal peace.

]]>
Trump knifes the Kurds in Syria in the back. And now? https://strategic-culture.su/news/2026/02/06/trump-knifes-kurds-in-syria-in-back-and-now/ Fri, 06 Feb 2026 09:00:25 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890440 Relationships in the Middle East are hard to define and even when they work are often ephemeral and seldom last the course

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

Relationships in the Middle East are hard to define and even when they work are often ephemeral and seldom last the course. Recently we have seen the smoke and mirrors of how the west operates in Syria with the downfall of Assad followed swiftly by the installation of the most brutal terrorist to emerge from Iraq or Syria since Baghdad fell to U.S. forces in 2003: Ahmed Al-Sharaa, whose ISIS splinter group Al Nusra was marked by its unique level of depravity and brutality against western hostages, some of whom were burned alive – all filmed and placed on social media for maximum impact. His support by Trump and Israel shocked many as it confirmed our worst suspicions for years, highlighted by an email sent by Hillary Clinton which stated that Sunni-based terrorists, no matter how medieval and barbaric their methods – even against westerners – were to be used for two purposes: one, to fight Iran and its proxies in the region; and two, for PR fodder to give to gullible journalists who were told about the “war against terrorism” and obliged to be the dutiful agents to keep the illusion alive.

The biggest irony is that when Trump took office in January 2017 he adopted a war in Iraq and Syria – which Obama started – against these terror groups, killing many of them and driving them out of their caliphate city Raqqa in Syria with the assistance of Iranian military advisers. This phoney war was important for his profile and his relations with GCC leaders who also pretended that those terror groups needed dealing with. The truth is that, although many were killed and key cities in Iraq were liberated, both by Iraqi forces and Kurdish troops (the latter doing the tougher fighting), in reality all the West was doing was creating one huge theatre of deception. The entire operation and its ethos was The Truman Show. It was a great act of deceit. The reality was that ISIS was a hugely useful tool for the U.S. and the West mainly as a brutal weapon against Assad forces and that the world needed to be shown some assurances that western tax payers’ dollars or euros were not supporting its barbarity all in the name of U.S. hegemony. Another awkward reality was that ISIS and Nusra, although splintered, fell into two broad camps for the Americans: those who could actually be paid and controlled and those who couldn’t. When many of these cities were taken, ‘rat lines’ were created to allow thousands to leave and set up elsewhere. Many moved down to the south eastern part of Syria close to a U.S. base.

In all this mayhem, there was also a U.S. partner which was also used as a tool against both Assad and ISIS: the Kurds. Their mainly PKK-led army, called the YPG – The People’s Protection Units – were formidable fighters and were very useful to the Americans during the entire war waged to topple Assad. In 2013, ISIS made a series of territorial gains in Syria, in particular the city of Raqqa which the Jihadists had declared their capital. The world was stunned by the sheer scale of the brutality, marked by public beheadings, sexual slavery, torture and the attempted genocide of the Yazidi people. For a period there was a wave of stories journalists wrote about Yazidi girls being bought as sex slaves and how they were treated by their new ISIS husbands – many of whom had come from the UK and couldn’t even speak Arabic.

And we should never forget that these groups also instigated and inspired acts of terrorism across the globe.

And so for their commitment to fight ISIS and Nusra the West owes them a great debt, but in this confusion of duplicitous geopolitics which no one can untangle, least of all Trump himself, they have just been abandoned by President Trump, to the delight of course of President Erdogan of Turkey. Just recently some key cities in the north of Syria were overtaken by Syria’s forces, giving Al-Sharaa more territory in the region which controls all the oil – the same oil which for years has been shipped and sold to Israel at cut price and relies on roads going right across Turkey. It’s unclear what will happen to those oil tanker convoys, but the victory that the Syrian leader enjoys gives him leverage over Israel now, which some might see as Trump’s leverage. Did Trump abandon the Kurds as a power play to show Bibi the strength he wields? Is it also a way of building a new power structure with Erdogan now primed to destroy the PKK? And add to that, is it a hint that he is about to pull out all U.S. forces from Iraq, as it is the worst kept secret that the base in Northern Syria was a supply post to them? If he is planning a strike on Iran, he might consider removing them entirely from Iraq, which would explain and justify why he no longer wants any U.S. forces in Northern Syria also. Whether there is logic in his own conflicting ideas is hard to see, but betraying the Kurds can only be seen as unwise. Seasoned Middle East hacks will be quick to point out that he is not the first U.S. president to do that – both Ford and Nixon sold them out and did a dirty deal with Saddam Hussein in 1975 – and that all partnerships with the Kurds are generally short term, so they have factored it into their own geopolitical outlook anyway. But you would have thought with any kind of military venture against Iran, he would need all the allies he can muster, given that the GCC Arab states have already stated their neutrality in any war which kicks off. Can America afford a new enemy who seeks to avenge in the region?

]]>