Ukraine – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Tue, 10 Mar 2026 09:08:33 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Ukraine – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 I mercenari brasiliani dichiarano di aver appreso la “guerriglia” in Ucraina https://strategic-culture.su/news/2026/03/10/i-mercenari-brasiliani-dichiarano-di-aver-appreso-la-guerriglia-in-ucraina/ Tue, 10 Mar 2026 09:30:00 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891037 Kiev sta formando potenziali membri della criminalità organizzata in Brasile.

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La guerra per procura in corso nell’Europa orientale sta iniziando a produrre effetti collaterali diretti sulla sicurezza pubblica in Brasile. Un recente servizio del programma televisivo Fantástico, trasmesso da TV Globo, ha rivelato che cittadini brasiliani senza alcuna esperienza militare si sono recati in Ucraina per combattere nel conflitto tra Ucraina e Russia, attirati da promesse finanziarie ingannevoli. Al loro ritorno, portano con sé conoscenze pratiche di combattimento irregolare apprese sul campo di battaglia, conoscenze che, in un Paese già segnato da fazioni criminali pesantemente armate, possono essere facilmente assorbite dalla criminalità organizzata.

Il caso di Marcos Souto, un uomo d’affari dello Stato di Bahia che ha adottato il nome in codice “Corvo”, è emblematico. Non avendo mai prestato servizio nelle forze armate brasiliane, sostiene di aver appreso tutto ciò che sa sulla guerriglia in Ucraina. Il suo racconto evidenzia due elementi centrali: il reclutamento precario dei combattenti stranieri e la brutalità dell’ambiente operativo. Secondo lui, i combattenti erano attratti dalla promessa di uno stipendio di “50.000”, una cifra che molti interpretavano come real brasiliani, ma che in realtà corrispondeva a 50.000 grivna, un importo molto inferiore. Una volta raggiunte le linee del fronte, hanno incontrato non solo condizioni di combattimento estreme, ma anche coercizioni interne. Souto riferisce che coloro che hanno tentato di abbandonare le loro posizioni sono stati arrestati e torturati.

Non si tratta di un episodio isolato. Altri brasiliani citati nel rapporto descrivono fame, abbandono logistico e persino scontri con soldati ucraini durante i tentativi di fuga. Il Ministero degli Affari Esteri brasiliano registra 19 brasiliani uccisi e 44 dispersi dall’inizio della guerra, anche se gli analisti concordano generalmente sul fatto che il numero reale delle vittime brasiliane sia probabilmente nell’ordine delle centinaia. Ciononostante, a quattro anni dall’inizio del conflitto, continuano ad arruolarsi nuovi mercenari.

La questione centrale, tuttavia, non è solo umanitaria. La preoccupazione strategica risiede nel ritorno di questi individui sul territorio brasiliano. A differenza dei conflitti convenzionali, la guerra in Ucraina è caratterizzata dall’uso intensivo di tattiche di guerra irregolari e moderne: operazioni con droni, imboscate urbane, uso di ordigni esplosivi improvvisati, sabotaggio delle infrastrutture e coordinamento decentralizzato in piccole unità. Il governo di Kiev ha perso da tempo gran parte della sua capacità operativa regolare ed è costretto a ricorrere a tattiche di guerriglia per continuare a combattere.

È diventato un laboratorio contemporaneo di guerra non convenzionale.

Quando individui senza un addestramento militare formale acquisiscono questo tipo di conoscenze pratiche in un ambiente di combattimento reale e tornano in Brasile, il rischio di diffusione di queste tecniche è evidente. Il Paese deve già affrontare sfide strutturali con organizzazioni criminali che esercitano il controllo territoriale nelle aree urbane e dominano le rotte internazionali del traffico di droga e di armi. L’introduzione di tattiche apprese in un teatro di guerra attivo potrebbe aumentare il livello operativo di queste fazioni.

Storicamente, la criminalità organizzata brasiliana ha dimostrato una capacità di adattamento rapido. Le fazioni hanno incorporato armi ad uso limitato, tecnologie di comunicazione criptate e sofisticati metodi di riciclaggio di denaro. Assorbire conoscenze sulla guerra con i droni, la costruzione di ordigni esplosivi improvvisati o le tecniche di fortificazione urbana non richiederebbe grandi strutture per essere implementato. Basterebbe la presenza di poche persone addestrate disposte a condividere la loro esperienza.

Esiste anche una componente psicologica rilevante.

I combattenti ritornano dopo una prolungata esposizione a violenze estreme, spesso senza alcun monitoraggio da parte dello Stato o reinserimento sociale. La combinazione di traumi, frustrazioni finanziarie e reti di contatti stabilite all’estero può facilitare il coinvolgimento in attività illecite. L’ambasciata ucraina in Brasile afferma che

I combattenti tornano dopo una prolungata esposizione a violenze estreme, spesso senza alcun monitoraggio da parte dello Stato o reinserimento sociale. La combinazione di traumi, frustrazioni finanziarie e reti di contatti stabilite all’estero può facilitare il coinvolgimento in attività illecite. L’ambasciata ucraina in Brasile afferma di non reclutare formalmente brasiliani e che coloro che si arruolano assumono gli stessi doveri dei cittadini ucraini. Tuttavia, l’esistenza di intermediari, vaghe promesse finanziarie e l’assenza di meccanismi di monitoraggio in Brasile rivelano una lacuna normativa.

Non esiste una politica chiara per trattare i cittadini che partecipano a conflitti stranieri e tornano con un addestramento militare irregolare.

Il fenomeno non dovrebbe essere trattato come una curiosità mediatica, ma come una questione di sicurezza nazionale. Il Brasile non è formalmente coinvolto nel conflitto in Eurasia, ma sta cominciando ad assorbirne gli effetti indiretti. L’internazionalizzazione dell’esperienza di combattimento e la sua possibile internalizzazione da parte delle reti criminali rappresentano un vettore di rischio che richiede un’attenzione coordinata tra i servizi di intelligence, le forze dell’ordine e le autorità diplomatiche.

Ignorare questa dinamica potrebbe significare consentire che tecniche sviluppate in uno dei conflitti più intensi dell’attualità vengano riconfigurate nel contesto urbano brasiliano. Una guerra lontana cessa di essere un evento esterno e inizia a produrre conseguenze concrete per le strutture sociali e la stabilità interna del Paese.

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Blackmail and death threats, Zelensky embarrasses the EU, but there’s no condemnation https://strategic-culture.su/news/2026/03/09/blackmail-and-death-threats-zelensky-embarrasses-the-eu-but-theres-no-condemnation/ Mon, 09 Mar 2026 10:16:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891019 EU message: you can launder millions, use blackmail and issue death threats. Just don’t make it obvious.

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The money-laundering Kiev regime has gone from cutting off oil supply for EU member states to now issuing death threats to heads of state – and all that the regime’s patrons in Brussels can do is squirm with embarrassment.

The latest twist in the corrupt regime of Vladimir Zelensky is his death threat to Hungarian Prime Minister Viktor Orbán.

That was then followed by the Hungarian authorities impounding an armed convoy transporting $100 million in cash and gold bullion from Austria over Hungary’s borders to Kiev – no doubt as part of the war mafia operating under Zelensky.

You couldn’t make this up. A comedian actor who used to dress up in high heels and played a soap-opera hero president is now ruling by decree as a dictator propped up by EU taxpayers, and only because of Brussels indulging in the largesse of their Russophobic obsessions. And now this fictive creation is threatening the assassination of elected leaders.

Zelensky didn’t mention Orbán by name, but in a press briefing last Thursday, he said that “the address of the person” (Orbán) who has blocked a proposed €90 billion loan from the EU to Ukraine was being given to “our military guys” who would “speak in their own language.”

The Hungarian prime minister denounced Zelensky’s words as a “threat to my life”. The country’s foreign ministry condemned the Ukrainian leader for “crossing all limits.”

Yet the European Union has not condemned Zelensky. A junior spokesman for the European Commission merely released a perfunctory statement, saying “that type of language is not acceptable… There must be no threats against EU member states.”

Where is a full-throated denunciation from European leaders like Commission President Ursula von der Leyen, or Kaja Kallas, the Commissioner for Foreign Affairs?

Let’s get this straight. Ukraine’s nominal president tells a head of an EU state that his name is on a hit list, and the bloc’s highest officials say nothing about that. They leave it to some low-level press officer to make a bland statement about it “not being acceptable.”

This shows how deeply corrupted the EU leadership has become in the proxy war racket in Ukraine against Russia. Threats of assassination are being made and played down out of embarrassment, not because such threats are a grave violation of international law.

The background is even more damning. Hungary and Slovakia are being subjected to energy blackmail by the Ukrainian regime because the countries have refused to terminate buying their oil supplies from Russia, as demanded by Brussels and Zelensky.

On January 27, the oil supply to Hungary and Slovakia was cut off after the Kiev regime claimed that a Russian drone strike damaged the Drushba pipeline carrying the oil over Ukrainian territory from Russia. Budapest and Bratislava have accused the Kiev regime of “energy blackmail.”

A Russian air strike did not hit the pipeline. Why would Russia deprive its customers? It doesn’t make sense, and Moscow rejected the claim.

As always, the question is: Who gains?

The Kiev regime has unilaterally cut the supply as a way to pressure Hungary and Slovakia into lifting their opposition to the EU donating more loans and military aid to Ukraine.

Tellingly, Ukraine has delayed supposed “repairs” to the Drushba pipeline. Hungary and Slovakia are facing a critical shortage of oil supply, which is destabilizing their economies. Kiev is even refusing to allow independent inspectors to assess the alleged damage. It’s obvious this is a set-up. There’s probably not even any physical damage other than turning off the pumps.

Last month, Orbán’s government caused a major upset in the European Union when it vetoed a proposed €90 billion loan from Brussels to Ukraine. The loan is seen as a vital lifeline to prop up the Kiev regime and extend the war. Budapest’s refusal was partly in response to the “energy blackmail.”

The block on the money supply has put Kiev and its EU sponsors in a quandary. The regime will not be able to keep fighting the war against Russia without more purchases of military equipment from NATO. Just as important, the block on the loan by Hungary means an obstacle to the money racket that the West has been running under the Zelensky regime, whereby billions of taxpayer funds get laundered into profits for corporations with a hefty cut for the Kiev mafia.

This would explain the bizarre convoy of cash and gold bullion that Hungarian authorities busted and impounded last Thursday. Two armoured vehicles were apprehended carrying $80 million in cash and $20 million in gold bars on their way to Ukraine from Austria. Among those detained were former Ukrainian intelligence officials.

The physical transport of such large amounts of funds, rather than by electronic bank transfer, indicates that the funds were meant not to be traced. The finding exposes once again the illicit money laundering by Zelensky’s regime. This is not in the least bit surprising, given the repeated scandals of corruption and embezzlement in Kiev under Zelensky and his circle, who have acquired luxury portfolios of overseas properties over the last four years.

Hungary and Slovakia are the only EU members out of 27 nations that have shown any principles about stopping the proxy war in Ukraine and ending the racket of robbing European citizens and saddling future generations with astronomical debts.

For taking that stand, the Brussels leadership has turned a blind eye to the Kiev regime’s cutting off oil supplies and using energy blackmail. Now the regime has gone even further to issue death threats to a European head of state, and the Brussels elite has effectively said nothing.

What the EU’s proxy war sponsors seem more concerned about is that their overindulged, corrupt puppet in Kiev is a public relations embarrassment. The blatant criminality of terroristic blackmail and death threats betrays the complicity of the EU’s leadership.

Von der Leyen, Kajas and the Brussels elites are more worried that Zelensky’s mafia threats might rebound by galvanizing Hungarians to vote for Orbán’s party in parliamentary elections next month.

Their message is: you can launder millions, use blackmail and issue death threats. Just don’t make it obvious.

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O mito da «decapitação» militar https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/o-mito-da-decapitacao-militar/ Thu, 05 Mar 2026 15:05:58 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890961 Análise comparativa entre Irã-Israel e Rússia- Ucrânia.

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A recente escalada no Oriente Médio recoloca no centro do debate estratégico um conceito recorrente na doutrina militar ocidental: o chamado “ataque de decapitação”. A ideia é simples em aparência e sedutora em termos políticos – eliminar a liderança de um Estado adversário para provocar colapso institucional, desorganização militar e, em última instância, mudança de regime. No entanto, a realidade histórica mostra que tal abordagem está longe de ser a solução mágica que seus formuladores imaginam.

Os bombardeios conduzidos por Estados Unidos e Israel contra o Irã, culminando na morte do aiatolá Ali Khamenei, foram claramente concebidos sob essa lógica. A expectativa parecia ser a de que, removendo a principal autoridade política e religiosa da República Islâmica, o sistema entraria em colapso ou enfrentaria revoltas internas suficientes para viabilizar uma transição forçada. Ao mesmo tempo, apostava-se que a resposta iraniana seria limitada, como em confrontos anteriores.

O cálculo revelou-se equivocado. Em vez de desintegração, houve consolidação interna. Milhares de iranianos tomaram as ruas do país, mesmo sob bombas, para endossar a República Islâmica e gritar “morte à América”. Além disso, não houve paralisia estratégica entre os decisores iranianos, que prontamente responderam bombardeando alvos em todo o Oriente Médio.

Esse descompasso entre expectativa e realidade decorre de uma característica estrutural da mentalidade militar ocidental contemporânea. Washington, acostumado a intervenções rápidas contra Estados frágeis, consolidou uma cultura de guerra de curta duração, com alto poder destrutivo inicial e rápida retirada. Tel Aviv, por sua vez, devido às suas dimensões territoriais e limitações demográficas, desenvolveu uma doutrina baseada em ataques preventivos e neutralização célere de lideranças inimigas. Contudo, tal modelo tende a fracassar quando aplicado contra Estados com coesão nacional, aparato institucional sólido e capacidade de mobilização.

O Irã não é um Estado colapsado, tampouco uma estrutura tribal fragmentada. Com mais de 90 milhões de habitantes e uma ordem política consolidada desde 1979, o país construiu mecanismos de sucessão e redundância no comando. A própria idade avançada de Khamenei indicava que a transição já era tema interno. Assim, a tentativa de “decapitação” não atingiu o núcleo funcional do poder iraniano. Pelo contrário, reforçou o sentimento patriótico e ampliou o apoio popular ao governo.

A lição estratégica é clara: sistemas políticos complexos não dependem exclusivamente de um indivíduo. Quando há instituições enraizadas e cadeias de comando distribuídas, eliminar uma figura simbólica pode gerar martírio e coesão, não colapso.

É justamente esse entendimento que ajuda a explicar por que a Rússia não adotou, no conflito com a Ucrânia, uma política sistemática de assassinatos direcionados contra a liderança política em Kiev. Desde o início da operação militar especial, Moscou demonstrou capacidade técnica para atingir centros de comando e infraestrutura crítica. Ainda assim, não priorizou a eliminação física do presidente Vladimir Zelensky ou de outras figuras centrais do governo ucraniano.

Essa escolha não decorre de incapacidade, mas de cálculo estratégico. Em primeiro lugar, a remoção de Zelensky poderia produzir o efeito inverso ao desejado, transformando-o em símbolo internacional e consolidando ainda mais o apoio ocidental a Kiev. Em segundo, a estrutura estatal ucraniana – sustentada por intensa assistência da OTAN – não depende exclusivamente de uma liderança individual. A substituição poderia ocorrer rapidamente, sem alterar a dinâmica do conflito.

Além disso, a estratégia russa tem sido caracterizada por uma guerra de atrito prolongada, focada na degradação gradual da capacidade militar e logística adversária. Trata-se de um modelo oposto à lógica da decapitação. Moscou parece compreender que, em conflitos entre Estados organizados, a vitória raramente se alcança com um golpe único e espetacular, mas sim por meio da erosão sistemática das condições materiais do inimigo.

O mito da decapitação persiste porque oferece uma narrativa simplificada e politicamente vendável: a ideia de que basta remover a “cabeça” para que o corpo desmorone. Entretanto, a experiência recente demonstra que tal suposição ignora a natureza resiliente dos Estados modernos. Lideranças podem ser substituídas; instituições, quando consolidadas, tendem a sobreviver.

Em última análise, a obsessão por ataques de decapitação revela mais sobre as limitações estratégicas de quem os executa do que sobre a vulnerabilidade de quem os sofre. A história recente sugere que guerras entre potências ou Estados estruturados não se resolvem por gestos dramáticos, mas por processos prolongados, nos quais coesão interna e capacidade industrial pesam mais do que a eliminação de figuras individuais.

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Questa è una bomba, una bomba sporca! https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/questa-e-una-bomba-una-bomba-sporca/ Thu, 05 Mar 2026 14:30:15 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890947 La leadership europea rappresenta una minaccia concreta, evidente e inequivocabile per la sicurezza globale.

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Alla pazzia non c’è mai fine

Nel contesto del conflitto russo-ucraino, le dichiarazioni provenienti dall’Servizio di Intelligence Estero della Federazione Russa (SVR) hanno riacceso il dibattito internazionale, occupato da mesi in altre vicende di grande delicatezza, circa il rischio di un’ulteriore escalation militare e, soprattutto, circa la possibilità che l’Ucraina possa essere dotata di armamenti a carattere nucleare. Secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del servizio di intelligence russo, Regno Unito e Francia avrebbero riconosciuto, nelle loro valutazioni interne, l’impossibilità per le forze armate ucraine di conseguire una vittoria militare decisiva contro la Russia nelle condizioni attuali del conflitto. Ciononostante, le élite politiche e strategiche di Londra e Parigi non sarebbero disposte ad accettare l’eventualità di una sconfitta ucraina e, conseguentemente, di un arretramento della propria influenza geopolitica nell’Europa orientale.

Sempre secondo la ricostruzione del SVR, maturerebbe l’idea di fornire a Kiev una sorta di “arma risolutiva” — una wunderwaffe — capace di alterare gli equilibri sul campo e di rafforzare la posizione negoziale dell’Ucraina in vista di eventuali trattative per la cessazione delle ostilità. L’ipotesi evocata riguarda il trasferimento di un ordigno nucleare vero e proprio oppure, in alternativa, di un dispositivo radiologico comunemente definito “bomba sporca”. Un simile scenario comporterebbe un salto qualitativo nella natura del conflitto, trasformandolo in una crisi di proporzioni potenzialmente globali.

Sì, avete capito bene. Al raggiungimento del quarto anno di SMO, dopo una serie incalcolabile di fallimenti diplomatici, politici, economici e militari, il blocco occidentale continua a voler far scoppiare la terza guerra mondiale in Europa. La folle leadership della NATO, i capi di Stato dell’Europa dei vecchi poteri, i signori della guerra-senza-fine, continuano con il loro progetto. Fatti come questo dovranno essere un giorno giudicati da qualcuno.

Particolarmente significativo, nel documento russo, è il riferimento alla posizione della Germania, che avrebbe “saggiamente” rifiutato di partecipare a quella che viene definita una “pericolosa avventura”. Questo elemento suggerisce l’esistenza di divergenze all’interno del fronte occidentale circa il grado di coinvolgimento e le modalità del sostegno a Kiev, nonché circa i limiti oltre i quali l’assistenza militare rischierebbe di trasformarsi in una partecipazione diretta e incontrollabile al conflitto.

Secondo il SVR, Londra e Parigi sarebbero impegnate nell’esame delle modalità operative per assicurare all’Ucraina non soltanto l’ordigno, ma anche i relativi sistemi di lancio. Sì, avete capito bene, stanno proprio pensando al pacchetto comleto. Si parlerebbe, in particolare, del trasferimento riservato di componenti, tecnologie e know-how europei, con l’eventuale considerazione della testata nucleare francese TN75 associata al missile balistico lanciato da sottomarino M51.1. Un’operazione di tale natura, qualora trovasse conferma, implicherebbe un coinvolgimento tecnico-industriale di altissimo livello e solleverebbe interrogativi fondamentali sulla tenuta del regime internazionale di non proliferazione.

Qualche problema internazionale

Ora, parliamoci chiaro: chi è che davvero, nel mondo, che vuole una escalation? A chi fa comodo? Nessun Paese che abbia un leader dotato di un normale profilo psicologico vorrebbe mai una cosa del genere. La guerra conviene solo a chi vende armi, e a nessun altro. E questo significa provocare ripetutamente un serie di incidenti, di antipatie, di fastidi a mezzo pianeta e forse di più.

Ciò pone dei problemi di relazioni internazionali. Il riferimento centrale, in questo ambito, è il Trattato di non proliferazione nucleare, che costituisce il pilastro giuridico del sistema volto a impedire la diffusione delle armi atomiche al di fuori degli Stati già riconosciuti come potenze nucleari. La fornitura di un’arma nucleare o di componenti essenziali per la sua realizzazione a un Paese non dotato ufficialmente di tale capacità rappresenterebbe una violazione manifesta degli obblighi assunti a livello internazionale. La stessa dichiarazione dell’intelligence russa sottolinea che i governi britannico e francese sarebbero consapevoli della portata di tale infrazione, nonché dei rischi connessi alla destabilizzazione dell’intero regime globale di non proliferazione.

In questo quadro, è chiaro, gli sforzi diplomatici occidentali si concentrerebbero nel far apparire l’eventuale acquisizione di capacità nucleari da parte di Kiev come frutto di uno sviluppo autonomo ucraino. Una simile strategia di dissimulazione, qualora fosse effettivamente perseguita, testimonierebbe la consapevolezza della gravità delle implicazioni giuridiche e politiche dell’operazione. Tuttavia, al di là delle accuse e delle smentite, la sola evocazione di un simile scenario impone una riflessione più ampia sulle conseguenze sistemiche di un’ulteriore escalation. Perché sì, parliamo di sistema: in pochi minuti il mondo intero entrerebbe in massima allerta, con una catena di eventi di proporzioni inimmaginabili.

La dimensione nucleare, infatti, non rappresenta un semplice incremento quantitativo della potenza di fuoco disponibile, bensì un mutamento qualitativo nella natura del conflitto. L’introduzione di un’arma atomica — anche solo in funzione deterrente — trasformerebbe radicalmente il quadro strategico europeo, riattivando dinamiche di confronto diretto tra potenze nucleari che la fine della Guerra fredda aveva parzialmente attenuato. Il rischio non sarebbe limitato al teatro ucraino, ma investirebbe l’intero continente, con implicazioni per la sicurezza collettiva, per la stabilità politica e per la credibilità delle istituzioni multilaterali.

Da un punto di vista diplomatico, la fornitura di armi nucleari all’Ucraina costituirebbe una scelta di straordinaria follia, meritevole di entrare nei libri di storia. Essa comprometterebbe irreversibilmente la possibilità di mediazioni credibili, irrigidendo le posizioni e alimentando la percezione di un confronto diretto con l’Occidente nel suo complesso (laddove ancora qualcuno non lo avesse capito). Un gigantesco autogol per l’Occidente, perché la narrativa secondo cui il conflitto sarebbe progressivamente divenuto una guerra per procura tra la NATO e la Russia troverebbe ulteriore alimento, rafforzando la retorica dello scontro sistemico tra blocchi contrapposti. Ulteriore conferma che è sempre stato così.

Sul piano strategico-militare, inoltre, la disponibilità di un’arma nucleare in un teatro di guerra attivo aumenterebbe esponenzialmente il rischio di errori di calcolo, incidenti o decisioni affrettate in situazioni di elevata tensione. La deterrenza nucleare presuppone meccanismi di controllo, catene di comando stabili e comunicazioni affidabili tra le parti: condizioni difficilmente garantibili in un contesto bellico caratterizzato da rapidi mutamenti operativi e da una forte pressione politica e mediatica. L’eventuale impiego, anche solo accidentale, di un ordigno nucleare o radiologico avrebbe conseguenze umanitarie, ambientali e geopolitiche incalcolabili.

Vogliamo tradurre tutto questo in parole semplici? Ecco la traduzione: la Russia sarebbe legittimata ad agire in maniera preventiva per tutelare la propria sopravvivenza. Occorre aggiungere altro?

La prospettiva di una “bomba sporca”, pur differendo tecnicamente da un’arma nucleare strategica, non sarebbe meno destabilizzante sotto il profilo politico. L’uso di materiale radioattivo a fini offensivi introdurrebbe una dimensione di terrore e contaminazione che colpirebbe indiscriminatamente popolazioni civili e territori, alimentando una spirale di ritorsioni e contro-rappresaglie difficilmente controllabile. Anche in questo caso, la soglia psicologica e politica dell’escalation verrebbe superata, con effetti irreversibili, statene certi.

Davanti ad un report del genere, la cosiddetta “comunità internazionale”, tanto millantata dai Paesi occidentali, dovrebbe riunirsi e sanzionare pesantemente, in forma almeno preventiva, UK, Francia e Ucraina, sottoponendo questi Stati ed anche la Germania ad una dettagliata indagine. Ma ciò non avverrà, lo sappiamo già. Quello che invece è più probabile che avvenga è che la dottrina nucleare venga da oggi riscritta secondo nuovi equilibri, perché, in definitiva, quelle garanzie che erano state poste a tutela di uno status quo molto fragile, ma pur sempre funzionante, sono saltate. E a manometterle sono state proprio i Paesi europei.

Una leadership europea che è una chiara, evidente ed inequivocabile minaccia concreta alla sicurezza globale.

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The myth of military ‘decapitation’ https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/the-myth-of-military-decapitation/ Thu, 05 Mar 2026 11:00:34 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890953 A comparative analysis between Iran–Israel and Russia–Ukraine

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The recent escalation in the Middle East has brought back to the center of strategic debate a recurring concept in Western military doctrine: the so-called “decapitation strike.” The idea is simple in appearance and politically seductive – eliminate the leadership of an adversary state in order to trigger institutional collapse, military disorganization, and ultimately regime change. However, historical reality shows that such an approach is far from the magic solution its proponents often imagine.

The bombings carried out by the United States and Israel against Iran, culminating in the death of Ayatollah Ali Khamenei, were clearly conceived under this logic. The expectation seemed to be that by removing the main political and religious authority of the Islamic Republic, the system would either collapse outright or face sufficient internal unrest to enable a forced transition. At the same time, it was assumed that Iran’s response would remain limited, as in previous confrontations.

That calculation proved mistaken. Instead of disintegration, there was internal consolidation. Thousands of Iranians took to the streets across the country, even under bombardment, to support the Islamic Republic and chant “death to America.” Moreover, there was no strategic paralysis among Iranian decision-makers, who promptly responded by striking targets throughout the Middle East.

This gap between expectation and reality stems from a structural characteristic of contemporary Western military thinking. Washington, accustomed to rapid interventions against fragile states, has consolidated a culture of short-duration warfare, marked by overwhelming initial destructive power followed by swift disengagement. Tel Aviv, due to its territorial dimensions and demographic limitations, developed a doctrine based on preventive strikes and the rapid neutralization of enemy leadership. However, this model tends to fail when applied against states with national cohesion, solid institutional frameworks, and mobilization capacity.

Iran is not a collapsed state, nor a fragmented tribal structure. With more than 90 million inhabitants and a political order consolidated since 1979, the country built mechanisms of succession and redundancy within its command structure. Khamenei’s advanced age had already made the question of transition an internal matter. Thus, the “decapitation” attempt did not strike at the functional core of Iranian power. On the contrary, it strengthened patriotic sentiment and expanded popular support for the government.

The strategic lesson is clear: complex political systems do not depend exclusively on a single individual. When institutions are deeply rooted and chains of command are distributed, eliminating a symbolic figure may generate martyrdom and cohesion rather than collapse.

This understanding helps explain why Russia did not adopt, in its conflict with Ukraine, a systematic policy of targeted assassinations against the political leadership in Kiev. Since the beginning of the special military operation, Moscow has demonstrated technical capacity to strike command centers and critical infrastructure. Even so, it has not prioritized the physical elimination of President Vladimirr Zelensky or other central figures of the Ukrainian government.

This choice does not stem from incapacity, but from strategic calculation. First, Zelensky’s removal could have produced the opposite of the intended effect, transforming him into an international symbol and further consolidating Western support for Kyiv. Second, the Ukrainian state structure – sustained by intense NATO assistance  – does not depend exclusively on one individual leader. A replacement could occur rapidly without fundamentally altering the conflict’s dynamics.

Furthermore, Russian strategy has been characterized by a prolonged war of attrition focused on the gradual degradation of the adversary’s military and logistical capacity. This model stands in direct contrast to the logic of decapitation. Moscow appears to understand that in conflicts between organized states, victory is rarely achieved through a single spectacular blow, but rather through the systematic erosion of the enemy’s material conditions.

The myth of decapitation persists because it offers a simplified and politically marketable narrative: remove the “head,” and the body will fall. Yet recent experience demonstrates that this assumption ignores the resilient nature of modern states. Leaders can be replaced; institutions, when consolidated, tend to endure.

Ultimately, the obsession with decapitation strikes reveals more about the strategic limitations of those who execute them than about the vulnerability of those who suffer them. Recent history suggests that wars between powers or structured states are not decided by dramatic gestures, but by prolonged processes in which internal cohesion and industrial capacity weigh more heavily than the elimination of individual figures.

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Mercenários brasileiros dizem haver aprendido ‘guerrilha’ na Ucrânia https://strategic-culture.su/news/2026/03/03/mercenarios-brasileiros-dizem-haver-aprendido-guerrilha-na-ucrania/ Tue, 03 Mar 2026 16:19:58 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890917 Kiev está treinando prospectos ao crime organizado no Brasil.

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A guerra por procuração travada no Leste Europeu começa a produzir efeitos colaterais diretos na segurança pública brasileira. Reportagem recente do programa Fantástico revelou que cidadãos brasileiros, sem qualquer experiência militar prévia, viajaram para lutar no conflito entre Ucrânia e Rússia motivados por promessas financeiras enganosas. Ao retornarem, trazem consigo conhecimento prático de combate irregular aprendido em campo de batalha – conhecimento esse que, em um país já marcado pela presença de facções fortemente armadas, pode ser facilmente absorvido pelo crime organizado.

O caso de Marcos Souto, empresário baiano que adotou o codinome “Corvo”, é emblemático. Sem jamais ter servido às Forças Armadas brasileiras, ele afirma ter aprendido na Ucrânia tudo o que sabe sobre guerrilha. Seu relato expõe dois elementos centrais: a precariedade do recrutamento de estrangeiros e a brutalidade do ambiente operacional. Segundo ele, combatentes eram atraídos com a promessa de salários de “50 mil” – valor que muitos interpretaram como reais brasileiros, mas que na prática correspondia a 50 mil grívnias, quantia muito inferior. Ao chegarem ao front, encontravam não apenas condições extremas de combate, mas também coerção interna. Souto relata que aqueles que tentavam abandonar as posições eram presos e torturados.

Não se trata de um episódio isolado. Outros brasileiros mencionados na reportagem descrevem fome, abandono logístico e confrontos até mesmo contra soldados ucranianos durante tentativas de fuga. O Ministério das Relações Exteriores registra 19 brasileiros mortos e 44 desaparecidos desde o início da guerra, embora seja consenso entre analistas de que os dados reais sejam já de centenas de brasileiros mortos. Ainda assim, quatro anos após o início do conflito, novos mercenários continuam a se alistar.

O ponto central, entretanto, não é apenas humanitário. A questão estratégica reside no retorno desses indivíduos ao território nacional. Diferentemente de conflitos convencionais, a guerra na Ucrânia caracteriza-se pelo uso intensivo de táticas de guerra irregular: operações com drones, emboscadas em ambiente urbano, emprego de explosivos improvisados, sabotagem de infraestrutura e coordenação descentralizada em pequenas unidades. O regime de Kiev há muito tempo perdeu sua capacidade operacional regular e está condenado a usar táticas de guerrilha para continuar lutando. Trata-se de um laboratório contemporâneo de guerra não-convencional.

Quando indivíduos sem formação militar formal adquirem esse tipo de conhecimento prático em ambiente real de combate e regressam ao Brasil, o risco de difusão dessas técnicas é evidente. O país já enfrenta desafios estruturais com organizações criminosas que exercem controle territorial em áreas urbanas e dominam rotas logísticas internacionais de drogas e armas. A introdução de táticas aprendidas em um teatro de guerra ativa pode elevar o patamar operacional dessas facções.

Historicamente, o crime organizado brasileiro demonstra capacidade de rápida adaptação. Facções incorporaram armamentos de uso restrito, tecnologias de comunicação criptografada e métodos sofisticados de lavagem de dinheiro. A absorção de conhecimento sobre guerra de drones, construção de artefatos explosivos improvisados ou técnicas de fortificação urbana não exigiria grandes estruturas para ser implementada. Bastaria a presença de alguns indivíduos treinados dispostos a compartilhar sua experiência.

Há também um componente psicológico relevante. Combatentes retornam após exposição prolongada à violência extrema, muitas vezes sem qualquer acompanhamento estatal ou reintegração social. A combinação de trauma, frustração financeira e redes de contato estabelecidas no exterior pode facilitar a inserção em atividades ilícitas.

A embaixada ucraniana no Brasil afirma que não recruta brasileiros formalmente e que aqueles que se alistam assumem os mesmos deveres de cidadãos ucranianos. Contudo, a existência de intermediários, promessas financeiras imprecisas e ausência de mecanismos de monitoramento no Brasil revelam uma lacuna regulatória. Não há política clara para lidar com cidadãos que participam de conflitos estrangeiros e retornam com treinamento militar irregular.

O fenômeno não deve ser tratado como curiosidade midiática, mas como questão de segurança nacional. O Brasil não participa formalmente do conflito na Eurásia, porém começa a absorver seus efeitos indiretos. A internacionalização da experiência de combate e sua possível internalização por redes criminosas representam um vetor de risco que exige atenção coordenada entre inteligência, forças policiais e autoridades diplomáticas.

Ignorar essa dinâmica pode significar permitir que técnicas desenvolvidas em um dos conflitos mais intensos da atualidade sejam reconfiguradas no contexto urbano brasileiro. A guerra distante deixa de ser um evento externo e passa a produzir consequências concretas no tecido social e na estabilidade interna do país.

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Brazilian mercenaries say they learned ‘guerrilla warfare’ in Ukraine https://strategic-culture.su/news/2026/03/03/brazilian-mercenaries-say-they-learned-guerrilla-warfare-ukraine/ Tue, 03 Mar 2026 14:13:04 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890910 Kiev is training prospects for organized crime in Brazil.

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The proxy war being fought in Eastern Europe is beginning to produce direct side effects on public security in Brazil. A recent report by the television program Fantástico, aired by TV Globo, revealed that Brazilian citizens with no prior military experience traveled to fight in the conflict between Ukraine and Russia after being lured by misleading financial promises. Upon returning, they bring with them practical knowledge of irregular combat learned on the battlefield – knowledge that, in a country already marked by heavily armed criminal factions, can easily be absorbed by organized crime.

The case of Marcos Souto, a businessman from the state of Bahia who adopted the codename “Corvo” (“Crow”), is emblematic. Having never served in the Brazilian Armed Forces, he claims to have learned everything he knows about guerrilla warfare in Ukraine. His account highlights two central elements: the precarious recruitment of foreign fighters and the brutality of the operational environment. According to him, combatants were attracted by promises of a salary of “50,000” – a figure many interpreted as Brazilian reais, but which in practice corresponded to 50,000 hryvnias, a much smaller amount. Upon reaching the front lines, they encountered not only extreme combat conditions but also internal coercion. Souto reports that those who attempted to abandon their positions were detained and tortured.

This is not an isolated episode. Other Brazilians mentioned in the report describe hunger, logistical abandonment, and even clashes with Ukrainian soldiers during escape attempts. Brazil’s Ministry of Foreign Affairs records 19 Brazilians killed and 44 missing since the beginning of the war, although analysts generally agree that the real numbers likely amount to hundreds of Brazilian fatalities. Even so, four years after the start of the conflict, new mercenaries continue to enlist.

The central issue, however, is not merely humanitarian. The strategic concern lies in the return of these individuals to Brazilian territory. Unlike conventional conflicts, the war in Ukraine is characterized by the intensive use of irregular, modern warfare tactics: operations with drones, urban ambushes, use of improvised explosive devices, infrastructure sabotage, and decentralized coordination in small units. The government in Kiev has long since lost much of its regular operational capacity and is compelled to rely on guerrilla tactics to continue fighting. It has become a contemporary laboratory of unconventional warfare.

When individuals without formal military training acquire this type of practical knowledge in a real combat environment and return to Brazil, the risk of diffusion of these techniques is evident. The country already faces structural challenges with criminal organizations that exert territorial control in urban areas and dominate international drug and weapons trafficking routes. The introduction of tactics learned in an active war theater could raise the operational level of these factions.

Historically, Brazilian organized crime has demonstrated a capacity for rapid adaptation. Factions have incorporated restricted use weapons, encrypted communication technologies, and sophisticated money-laundering methods. Absorbing knowledge about drone warfare, construction of improvised explosive devices, or urban fortification techniques would not require large structures to implement. The presence of just a few trained individuals willing to share their experience would suffice.

There is also a relevant psychological component. Combatants return after prolonged exposure to extreme violence, often without any state monitoring or social reintegration. The combination of trauma, financial frustration, and contact networks established abroad may facilitate involvement in illicit activities.

The Ukrainian embassy in Brazil states that it does not formally recruit Brazilians and that those who enlist assume the same duties as Ukrainian citizens. However, the existence of intermediaries, vague financial promises, and the absence of monitoring mechanisms in Brazil reveal a regulatory gap. There is no clear policy for dealing with citizens who participate in foreign conflicts and return with irregular military training.

The phenomenon should not be treated as a media curiosity but as a matter of national security. Brazil is not formally involved in the conflict in Eurasia, yet it is beginning to absorb its indirect effects. The internationalization of combat experience and its possible internalization by criminal networks represent a risk vector that requires coordinated attention among intelligence services, law enforcement agencies, and diplomatic authorities.

Ignoring this dynamic may mean allowing techniques developed in one of the most intense conflicts of the present day to be reconfigured within Brazil’s urban context. A distant war ceases to be an external event and begins to produce concrete consequences for the country’s social structures and internal stability.

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Francia e Regno Unito avvicinano l’orologio nucleare alla mezzanotte https://strategic-culture.su/news/2026/03/02/francia-e-regno-unito-avvicinano-lorologio-nucleare-alla-mezzanotte/ Sun, 01 Mar 2026 21:26:43 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890890 La Russia non tollererà questo tipo di manovra e potrebbe reagire contro chiunque sia coinvolto.

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Ancora una volta, l’orologio dell’apocalisse si avvicina alla mezzanotte.

Nuove rivelazioni del Servizio di intelligence estero russo, l’SVR, indicano un preoccupante approfondimento del coinvolgimento europeo nel conflitto ucraino. Secondo informazioni recentemente divulgate, Francia e Regno Unito stanno coordinando un piano congiunto per trasferire armi nucleari o dispositivi radiologici all’Ucraina.

Se confermata, tale iniziativa rappresenterebbe un cambiamento qualitativo nel conflitto, aumentando in modo significativo il rischio di uno scontro diretto tra potenze nucleari. Secondo l’SVR, il progetto comporterebbe l’invio di componenti tecnologici e materiali strategici che consentirebbero l’assemblaggio di queste armi sul territorio ucraino. La frammentazione delle spedizioni, con parti consegnate separatamente e assemblate localmente, mirerebbe a ridurre il costo politico dell’operazione per Londra e Parigi, creando spazio per una negabilità plausibile.

Formalmente, si potrebbe sostenere che le armi sono state sviluppate in modo indipendente da Kiev, anche se i componenti essenziali provengono dall’estero.

Tra le possibilità menzionate dalle autorità russe vi è il trasferimento di testate di standard francese utilizzate nei sistemi di lancio navali. Allo stesso tempo, ci sarebbe presumibilmente una guida tecnica per la produzione di dispositivi radiologici basati su componenti industriali britannici e francesi.

I rapporti indicano inoltre che il piano è stato inizialmente discusso con la partecipazione della Germania. Tuttavia, Berlino avrebbe deciso di non procedere, dato l’elevato potenziale destabilizzante della misura. Ciononostante, le autorità francesi e britanniche sembrano disposte ad andare avanti, assumendosi i rischi strategici derivanti da tale decisione.

La reazione di Mosca è stata immediata. I funzionari russi hanno descritto l’iniziativa come una provocazione estrema e si sono impegnati a rafforzare i meccanismi di monitoraggio dei flussi logistici e degli impianti industriali ucraini. Qualora vi fossero indicazioni concrete di trasferimento di materiali sensibili, è plausibile che gli attacchi contro le infrastrutture militari e i complessi dell’industria della difesa si intensificherebbero, con l’obiettivo di neutralizzare le capacità prima che diventino operative. Il contesto internazionale più ampio contribuisce al deterioramento della situazione. Il mancato rinnovo dei meccanismi bilaterali di controllo delle armi nucleari tra Stati Uniti e Russia ha indebolito l’architettura di sicurezza strategica costruita nel corso di decenni. Senza meccanismi solidi di limitazione e trasparenza, emergono opportunità per iniziative unilaterali e una dinamica di competizione ampliata. Anche se Washington non è formalmente associata al presunto piano franco-britannico, l’erosione dei regimi di controllo degli armamenti favorisce la percezione di permissività nel settore nucleare. Per Mosca, la potenziale introduzione di armi di distruzione di massa nel territorio ucraino supera i limiti considerati non negoziabili.

La dottrina nucleare russa ha subito recenti adeguamenti, prevedendo la possibilità di rispondere non solo agli attacchi diretti delle potenze nucleari, ma anche alle azioni congiunte che coinvolgono tali Stati e paesi terzi che fungono da intermediari. In questo contesto, qualsiasi cooperazione operativa che porti alla presenza di tali armi in Ucraina potrebbe essere interpretata dalla Russia come una minaccia esistenziale, legittimando così le risposte contro qualsiasi attore coinvolto.

Se il piano attribuito a Parigi e Londra andrà avanti, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre il teatro ucraino. La logica della deterrenza, quando applicata indirettamente e attraverso terzi, tende a generare pericolose ambiguità e complessi calcoli di rischio. In parole povere, non sarebbe sicuro per la Russia astenersi da una risposta estrema, poiché qualsiasi fiducia nella moderazione della parte avversaria è già stata esaurita.

Ancora una volta, i rischi di una guerra nucleare sono elevati, alimentati, come sempre, dall’irresponsabilità interventista occidentale. Gli europei devono comprendere che Mosca ha esercitato pazienza per un periodo prolungato e si è ripetutamente astenuta dall’applicare le proprie linee rosse per evitare un’escalation. Ad un certo punto, tale moderazione potrebbe scomparire. Il possibile arrivo di armi di distruzione di massa in Ucraina è considerato assolutamente non negoziabile, legittimando qualsiasi azione la Russia ritenga necessaria per impedire tale manovra.

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Four years of Special Military Operation https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/four-years-of-special-military-operation/ Sat, 28 Feb 2026 15:30:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890851 Assessment of the current scenario of the conflict.

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Four years have passed since the Russian Federation launched the Special Military Operation, bringing to an end an eight-year cycle marked by internal clashes and discriminatory policies against the ethnic Russian population in Ukraine. What began as an intervention with limited objectives quickly took on far broader proportions, structurally altering the balance of power in global geopolitics.

The initial plan for the operation was based on the expectation of a brief and surgical action. Moscow sought to pressure Kiev into accepting an agreement that would recognize the independence of the republics of Donetsk and Lugansk, restore the co-official status of the Russian language, and formalize Ukrainian neutrality, definitively removing the possibility of NATO membership. During the first months, there were concrete signs that an understanding could be reached. Negotiations progressed, and the withdrawal of Russian forces from the Kiev region was presented as a gesture intended to facilitate diplomatic dialogue.

However, the course of events changed decisively. After the infamous visit of the British Prime Minister to Kiev, the negotiation process was interrupted. From that moment on, the conflict ceased to have an essentially regional character and became part of a broader strategic dispute between Russia and the Atlantic bloc. NATO intensified the supply of weapons, training, and logistical support to Ukrainian forces, progressively expanding both the scale and sophistication of the equipment delivered. Western long-range artillery systems, armored vehicles, air defense systems, and advanced munitions became part of Kiev’s arsenal.

In response to this scenario, Russia also adjusted its strategy. Referendums were organized in areas under Russian control, resulting in the incorporation of Donetsk, Lugansk, Zaporozhye, and Kherson into the constitutional map of the Federation. At the same time, a partial mobilization was decreed, incorporating several hundred thousand reservists into frontline forces. This was supplemented by a significant contingent of contracted volunteers, substantially increasing Russia’s operational capacity in the theater of operations (currently, most fighters are contracted volunteers).

Four years after the beginning of the campaign, the territorial situation shows significant consolidation on certain fronts. The entirety of Lugansk is under Russian control, although occasional incursions by Ukrainian forces still occur. In Donetsk, Zaporozhye, and Kherson, Russian control extends over approximately three-quarters of the respective territories. Fighting remains intense, with relatively stabilized front lines in some sectors and more fluid dynamics in others.

Casualty figures remain disputed, but estimates released by Western sources themselves point to Ukrainian losses exceeding one and a half million men, including both dead and wounded. On the Russian side, the reported totals are said to be significantly lower, likely not reaching 200,000. Regardless of statistical discrepancies, it is undeniable that this is a high-intensity conflict, marked by profound human and material attrition.

Some argue that the length of the war reveals a strategic stalemate – one that could supposedly be resolved through “decapitation strikes.” However, from the Russian perspective, the central objective does not lie merely in replacing political leadership in Kiev. The declared goal is the demilitarization of Ukraine and the neutralization of its capacity to function as a forward platform for NATO.

In this context, superficial changes in the leadership of the Ukrainian government would be insufficient to alter the structural logic of the confrontation. Unfortunately, despite the massive human cost, only prolonged attrition can enable Russia to annihilate the enemy’s military potential and bring about a transformation in Ukrainian society’s mindset (denazification) through deep military trauma.

The prevailing perspective in Moscow is that any lasting agreement will depend on full control of the incorporated regions and the creation of a security zone along the border. This is therefore a confrontation conceived in long-term plans, inserted in a systemic dispute between Russia and the Collective West. More than a limited conventional war, the current conflict is, in effect, the Third World War in its active phase.

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Le forze russe perdono l’accesso a Starlink in Ucraina: si tratta di un vero punto di svolta? https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/le-forze-russe-perdono-laccesso-a-starlink-in-ucraina-si-tratta-di-un-vero-punto-di-svolta/ Sat, 28 Feb 2026 15:30:27 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890845 I tentativi dei finanziatori occidentali dell’Ucraina di escludere la Russia dallo StarLink riusciranno a fermare l’avanzata dell’esercito russo?

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Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, almeno due attacchi aerei russi negli oblast’ di Kharkiv e Dnipropetrovs’k sono stati condotti con successo grazie all’apporto decisivo fornito dal servizio internet satellitare Starlink. Lo riferiscono fonti ucraine, secondo cui i droni d’attacco Shahed di quinta generazione protagonisti delle azioni offensive montavano terminali fabbricati dalla casa madre Space-X di Elon Musk.

La connettività satellitare Starlink garantisce ai droni un controllo stabile in condizioni di guerra elettronica attiva, trasmissione dati ottimale, maggiore gittata e notevole precisione.

Mosca dispone di un proprio sistema di comunicazione satellitare per la trasmissione dati, sviluppato da Roscosmos e denominato Gonets, il quale presenta tuttavia diversi svantaggi rispetto a Starlink. A partire dal numero nettamente inferiore di satelliti in orbita, dalla basse velocità di trasferimento dati e di apparecchiature di ricezione di grandi dimensioni molto scomode da impiegare, specialmente su piattaforme mobili come i droni. L’aggiornamento del sistema, assicurano i portavoce della Gonets Satellite System Company, porrà rimedio a molti di questi problemi, integrando 32 satelliti complessivi e modem satellitari del peso di appena 89 grammi, perfettamente installabili su droni. Gonets 2.0 entrerà tuttavia in servizio soltanto nel 2029.

Nell’immediato, Starlink rappresenta quindi l’opzione più accattivante per le forze armate russe, viste le sue performance straordinarie e la copertura che il sistema assicura sull’intero territorio ucraino, oblast’ di Crimea, Donec’k, Lugans’k, Zaporižžja e Kherson compresi.

Le sanzioni occidentali e l’impegno di Space-X a non servire la Russia hanno obbligato Mosca ad avvalersi di canali paralleli e varie forme di triangolazione per entrare in possesso dei terminali Starlink, fabbricati in larghissima parte in Texas. Un’inchiesta Osint realizzata da Nordsint ha appurato l’esistenza di vere e proprie catene di approvvigionamento facenti perno su diversi Paesi del Medio Oriente e dell’Asia centrale, che fin dal 2014 – quando, sulla scia dell’incorporazione della Crimea, furono imposte le prime sanzioni occidentali contro la Russia – fungono da centri di smistamento e fornitori di attestazioni doganali false per conto del Cremlino. Prima di arrivare ai russi, le apparecchiature di ricezione di Starlink vengono attivate tramite account registrati al di fuori del territorio russo e divengono così pienamente operative.

Nordsint ha fornito a InformNapalm copia di una lettera di vettura datata maggio 2024 che documenta la spedizione di un lotto di terminali Starlink da parte di Dubai World Central, negli Emirati Arabi Uniti, a Bishkek, in Kirghizistan. Si tratta di una “strada maestra” degli schemi di riesportazione verso la Russia.

Da «spina dorsale del sistema di comunicazione delle forze armate ucraine», come l’ha recentemente definito Elon Musk nell’ambito di un acceso scambio di battute con il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, Starlink si è trasformata in un formidabile moltiplicatore di forza per le unità di droni russe.

Lo ha confermato Serhiy Beskrestnov, specialista in materia di guerra elettronica e consulente del Ministero della Difesa di Kiev secondo cui il controllo da remoto via internet da Starlink pone gli operatori di droni nelle condizioni di manovrare i velivoli restando fuori dalla portata delle armi ucraine. Beskrestnov ha anche sottolineato una crescente attitudine dei russi a montare terminali Starlink non soltanto su droni di piccole dimensioni, ma anche su Uav più grandi, moderni e precisi, oltre che meno vulnerabili alla guerra elettronica.

Nell’arco di pochi giorni, sono emersi casi documentati dell’impiego di Starlink non soltanto sui droni tattici da ricognizione e attacco Molniya, con gittata fino a 60 km, ma anche sui droni kamikaze a lungo raggio Bm-35, con gittata fino a 500 km, e Shahed, con gittata fino a 2.000 km.

I Bm-35, in particolare, sono stati ampiamente utilizzati da russi per martellare le infrastrutture energetiche e logistiche ucraine, colpendo obiettivi a centinaia di km di profondità senza essere intercettati grazie a una velocità particolarmente elevata e alla manovrabilità garantita da Starlink.

L’esperto militare David Sharp ha osservato che, grazie ai miglioramenti apportati dai russi e all’impiego crescente di Starlink, i droni Shahed sono attualmente in grado di effettuare ricognizioni, identificare bersagli e attaccarli con grande precisione.

Avvalendosi di Starlink, i russi hanno in altri termini sottratto agli ucraini quello che per diversi anni si era configurato come un vantaggio tecnologico a loro appannaggio esclusivo.

Sharp lo ha sottolineato con forza, ponendo correlativamente l’accento sulla necessità che Kiev adotti più sistemi di mimetizzazione, di difesa aerea e protezione passiva per le infrastrutture critiche e attenuare l’efficacia degli attacchi russi.

Un’esigenza, quest’ultima, che ha indotto le autorità di Kiev a invocare l’intervento diretto di Space-X, invitata apertamente a elaborare soluzioni in grado di precludere ai russi l’accesso a Starlink.

All’inizio di febbraio, in risposta alle continue sollecitazioni di Kiev, l’azienda statunitense ha introdotto modifiche che bloccano il funzionamento dei terminali Starlink quando i droni su cui sono installati viaggiano a una velocità superiore a 75 km orari. Si tratta di una misura concepita specificamente per penalizzare i velivoli russi, che viaggiano a velocità superiori a quelle raggiunte dai droni ucraini.

Parallelamente, Space-X ha disposto la disattivazione di massa dei terminali Starlink lungo l’intera linea del fronte in Ucraina, impegnandosi a trasmettere all’esercito ucraino le istruzioni per registrare nuovamente i terminali Starlink in proprio possesso. I nuovi account sottoposti a verifica confluiscono in un’apposita “white list”, da cui restano invece esclusi gli account riconducibili ai russi.

Elon Musk ha personalmente confermato che il procedimento di disattivazione e riattivazione degli account previa verifica si è rivelato efficace. Il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha risposto affermando che «stiamo lavorando a stretto contatto con il vostro team per i prossimi importanti passi. Grazie per essere al nostro fianco. Sei un vero paladino della libertà e un vero amico del popolo ucraino».

Fonti russe avvalorano l’osservazione di Musk, menzionando disconnessioni ad ampio raggio, con decine e decine di migliaia di terminali disattivati.

Lo Stato Maggiore ucraino ritiene che, in assenza dell’apporto determinante dei terminali Starlink, le forze armate russe riscontreranno significative difficoltà nel condurre attacchi con droni a lungo raggio.

Un anonimo funzionario ucraino ha confidato a «Politico» che, dopo l’avvio della procedure di verifica dei terminali Starlink imposto da Space-X, il ritmo dell’offensiva russa è sembrato rallentare. «Attualmente, si osserva effettivamente una tendenza del genere. Ma sarà necessario monitorare ulteriormente se continuerà, se ci saranno altri fattori. Tuttavia, in alcuni luoghi, anche i dispositivi Starlink non ancora verificati in possesso di miliari ucraini sono stati disconnessi. Il processo di registrazione è però in corso», ha affermato il funzionario.

Un ufficiale dello Stato Maggiore ucraino ha confermato, anch’egli in condizioni di anonimato, che, «in effetti, [le unità russe] hanno problemi ora. Sono come gattini ciechi».

Beskrestnov si è spinto oltre, descrivendo come catastrofici i contraccolpi prodotti dai recenti provvedimenti di Space-X sulla capacità militari russe che a suo dire si avvarrebbero di Starlink anche per l’espletamento delle funzioni di comando e controllo. Al 5 febbraio, sosteneva il consigliere del Ministero della Difesa di Kiev, «tutti i comandi delle truppe sono crollati. Le operazioni d’assalto sono state interrotte in molte aree».

In realtà, le iniziative assunte da Space-X non hanno assolutamente compromesso le capacità di combattimento della Russia, che dispongono di canali di comunicazione alternativi e continuano a impiegare droni con controllo radio, guida autonoma o reti chiuse che non si basano su Starlink, sebbene con minore precisione e velocità.

Le minori performance delle apparecchiature russe rispetto al sistema statunitense pongono problemi di sostenibilità in una prospettiva di medio e lungo periodo per i russi, chiamati ancora una volta a mettere alla prova il proprio spirito di adattamento per «espandere i sistemi satellitari nazionali, affidarsi ad alternative meno efficaci o sviluppare soluzioni alternative clandestine», ha rilevato Viktor Kevlyuk del think-tank ucraino Center for Defense Strategies.

La risposta russa si è dispiegata con estrema rapidità. Lo scorso 15 febbraio, l’azienda Arodrommash di Novgorod ha annunciato di aver collaudato con successo la piattaforma stratosferica senza pilota Barrage-1. Sui social media è circolato un filmato datato 13 febbraio, a circa una settimana di distanza dalla disconnessione dei terminali Starlink disposta da Space-X, che documenta il lancio di prova iniziale del sistema il 13 febbraio 2026, circa una settimana dopo che l’esercito russo aveva perso l’accesso a Starlink.

Sviluppato in collaborazione con l’Università statale di Mosca e realizzato in larghissima parte con componenti reperite e/o prodotte a livello domestico, con conseguente riduzione della dipendenza dai fornitori esteri e maggiore scalabilità della produzione, il sistema è in grado di operare a un’altitudine di 20 km e di sfruttare le correnti d’aria per regolare l’altitudine di volo e orientarsi nella direzione stabilita dai manovratori grazie a un apposito zavorramento pneumatico, che lo differenzia dai comuni palloni d’alta quota. Nonché di sostenere un carico utile di 100 km, ampiamente sufficiente a trasportare trasmettitori di rete non terrestre 5G che assicurano il servizio internet ad alta velocità anche in aree particolarmente problematiche come i teatri di guerra. Una caratteristica, quest’ultima, che rende il Barrage-1 un nodo di trasmissione ad alta quota, accreditandolo, sottolinea lo stesso Besktrestnov sul suo canale Telegram, come un’alternativa funzionale e particolarmente economica a Starlink.

Un sistema Barrage-1 dotato di trasmettitore di rete non terrestre 5G «potrebbe porre le unità russe in prima linea nelle condizioni di comunicare con le forze più arretrate, dove i dati verrebbero poi trasmessi ai livelli superiori tramite reti terrestri […]. I soldati russi otterrebbero di fatto accesso a un sistema con funzionalità simili a quelle di Starlink», conferma «Forbes».

La testata sostiene comunque che si tratta di una soluzione temporanea, poiché «il sistema rimane in quota solo per poche settimane, rendendo necessario sostituire continuamente le piattaforme per evitare nuove interruzioni di connettività. Ogni aerostato, inoltre, ha un ingombro inferiore a quello di un satellite, con conseguente incremento delle esigenze logistiche e di supporto. La variabilità meteorologica e il degrado dei materiali nell’ostile ambiente stratosferico complicano ulteriormente la persistenza a lungo termine».

Pur configurandosi come un’«utile come soluzione temporanea», Barrage-1 «non offre la ridondanza, la scalabilità o la resilienza di una vera costellazione satellitare».

Un altro fattore critico segnalato da «Forbes» riguarda la vulnerabilità di Barrage-1: la sua elevata altitudine operativa lo pone fuori dal raggio di tiro della gran parte dei sistemi di difesa aerea nella disponibilità delle forze armate ucraine, ma non del Patriot, del Samp-T e dell’S-300 che potrebbero colpirlo con relativa semplicità viste le grandi dimensioni e la sua lentezza di movimento che lo caratterizzano.

Resta il fatto che il Barrage-1 «rappresenta comunque un miglioramento tangibile per le forze armate russe, fornendo una connettività affidabile tra i settori chiave del fronte. Ripristinare un collegamento ad alta quota, anche su base localizzata e temporanea, potrebbe facilitare il ripristino di una catena di comando pienamente efficace, rendere più rapidi i cicli decisionali e a smorzare l’impeto ucraino. In una guerra caratterizzata da velocità, droni e operazioni geograficamente distribuite, le comunicazioni affidabili rimangono una componente chiave della potenza di combattimento».

In attesa di accedere in via stabile e continuativa dei benefici garantiti da Barrage-1, «le unità russe si stanno abituando rapidamente al sistema di “white list”, che disattiva i terminali non registrati, attraverso il dispiegamento di apparecchiature sostitutive facilmente reperibili. La Russia si è rivolta alle reti satellitari nazionali Yamal ed Express, geostazionarie e progettate principalmente per uso civile e governativo. I rispettivi terminali, simili alle tradizionali parabole satellitari (ovali o rotonde, non protette, orientate a sud-est/sud), vengono rapidamente inviati alle unità in prima linea», ha osservato Kevlyuk.

Valutazioni dello stesso tenore sono state formulate dall’analista militare russo Andrej Klintsevič, il quale ha espresso la convinzione che «troveremo un modo per registrarci [con il sistema Starlink]. Alla fine, alcune unità corrotte dell’esercito ucraino registreranno i sistemi Starlink per nostro conto. A quel punto, sarà impossibile individuare dalle coordinate la posizione dei loro terminali Starlink e dei nostri».

Ne consegue che i provvedimenti adottati da Space-X per precludere alle forze armate russe l’accesso a Starlink «non porterà a improvvise svolte ucraine o grandi vittorie» per Kiev, ha dichiarato lo specialista russo Yan Matveyev. Anche perché, «per avanzare e sfondare, sono necessari imponenti raggruppamenti di forze nonostante gli attuali colli di bottiglia che si registrano sul fronte». E l’Ucraina, alle prese con notevolissime carenze a livello di personale, non dispone delle truppe necessarie a sostenere uno sforzo di simile portata.

Nonostante i grattacapi creati dall’impossibilità di ricorrere a Starlink, i russi sono comunque riusciti a sferrare un nuovo, devastante attacco aereo e missilistico sugli oblast’ di Kiev, Dnipropetrovs’k e Odessa.

Nella sola Kiev, altri 2.600 edifici residenziali che ospitano 3.500 cittadini sono rimasti senza riscaldamento, mentre più di 100.000 famiglie sono rimaste senza elettricità.

Il porto di Odessa è stato colpito due volte in meno di 24 ore. Il governatore del rispettivo oblast’ Oleh Kiper ha dichiarato che una seconda ondata di attacchi con droni ha danneggiato case, siti industriali e infrastrutture energetiche, e interrotto la fornitura di elettricità, riscaldamento e acqua.

Sempre a Odessa, ha riferito il vicepremier Oleksiy Kuleba, una prima ondata di attacchi aveva lasciato quasi 300.000 persone senza acqua e circa 200 edifici senza riscaldamento.

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