Civil War – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Thu, 29 Jan 2026 21:29:04 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Civil War – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Legge e fuoco lungo le frontiere americane https://strategic-culture.su/news/2026/01/30/legge-e-fuoco-lungo-le-frontiere-americane/ Fri, 30 Jan 2026 10:31:48 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890311 Assieme alle sparatorie in Minnesota, deflagrano le tante contraddizioni interne dell’identità statunitense.

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Momenti di alta tensione al di là dell’Atlantico: la polizia di frontiera statunitense è coinvolta per la seconda volta – nel giro di sole due settimane – in un caso di cronaca che vede un cittadino statunitense (un infermiere trentesettenne) abbattuto per strada a colpi di arma da fuoco da agenti in servizio. Si tratta dunque della seconda vittima in un lasso di tempo molto breve, dopo quella di una giovane donna – ugualmente uccisa mentre era a bordo della propria autovettura –  quindi un caso che rischia di innescare grandi proteste, oltre che profonde riflessioni, su più temi che vanno a costituire le basi di una tormentata identità americana nella contemporaneità.

Vediamo di precisare il come e perchè gli eventi in questione non rappresentano semplice cronaca, bensì potenzialmente la miccia di qualcosa di molto più grande, partendo dalla basilare dinamica dei casi in questione. Il luogo dell’azione è lo stato del Minnesota, come si sa, importante zona di passaggio al confine col Canada, mentre i protagonisti della vicenda sono gli agenti dell’ICE (Immigration Customs and Enforcement), ossia un’agenzia di polizia che si occupa della lotta all’immigrazione illegale. A tale merito bisogna precisare innanzitutto come esistano negli USA due agenzie di sicurezza che si occupano del medesimo campo: la prima è la più nota US Border Patrol ovvero la polizia di frontiera vera e propria che vigila sugli ingressi clandestini, operando la maggior parte degli arresti nei pressi delle zone limitrofe ai confini, mentre invece l’ICE ha compiti di carattere maggiormente investigativo che si estendono fino a centinaia di km di distanza dal confine in questione. In sintesi, la polizia di frontiera ha compiti prevenzione del crimine più immediati e circoscritti alle zone di passaggio strettamente dette, mentre l’ICE ha una natura più sottile e di lungo termine, estendendo la propria area di operatività anche in profondità del territorio statunitense (fino a 160 miglia secondo la legge, ma nella prassi assai di più): in pratica ha la facoltà di perseguire e fare indagini sui migranti illegali anche molto all’interno del paese, godendo della facoltà – rara nell’ordinamento legale americano – di effettuare perquisizioni nelle case anche senza un mandato del tribunale. Una situazione questa, che mette giocoforza la suddetta agenzia anti-immigrazione a diretto contatto con la popolazione statunitense, con normali cittadini non coinvolti nella questione (o con migranti illegali che tuttavia nel frattempo hanno trovato modo di integrarsi efficacemente nel tessuto sociale), il che rende l’operato della polizia più invasivo e maggiormente soggetto a creare situazioni di violenza fuori controllo. Situazioni come quelle che hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani negli ultimi tempi, ed evocano domande latenti nell’opinione pubblica, quali i limiti legali di azione delle agenzie di sicurezza, il diritto o meno di portare armi da parte di cittadini statunitensi ed infine – tema più critico in assoluto – in merito all’immigrazione stessa.

Il diritto di effettuare controlli senza un mandato del giudice in effetti aggira il 4° emendamento della costituzione americana – fondamentale nella civiltà giuridica e sociale statunitense – che assicura il fondamentale diritto all’inviolabilità della propria dimora, salvo decisioni del tribunale stesso (in altre parole il concetto di innocenza fino a prova contraria); come se questo non bastasse viene aggirato anche il 2° emendamento che garantisce la facoltà di portare armi da fuoco: l’ultima vittima è appurato portasse una pistola con sè e questo è stato l’argomento con cui la polizia ha giustificato il proprio operato (cioè affermando che il soggetto fosse un pericolo dal quale occorreva difendersi: la cosa tuttavia viene messa in dubbio dalle prove emerse al momento). Il punto di tutto è che il caso del giorno, pur nella sua apparente semplicità, è in realtà molto complesso per la sua portata potenziale nello scuotere l’opinione pubblica, nel far emergere domande di fondo su quella che è l’identità politica e sociale americana, soprattutto durante un’amministrazione così divisiva come quella di Donald Trump.

Al di là dei punti sopramenzionati, lo spettro più profondo che si evoca è quello rappresentato dalle stesse agenzie di polizia protagoniste del caso, delle quali si chiede il ritiro ora dalla città di Minneapolis dove è il tutto è avvenuto: il punto è la posizione della società statunitense in merito al tema migratorio, con tutto quello che esso comporta.

Non è chiaramente necessario ricordare il grado di criticità di tale tematica nella vita del gigante a stelle e strisce e la misura in cui influenza la sua politica, interna in primo luogo e sul lungo termine anche estera. Il punto di fondo è che le sparatorie di Minneapolis in questi giorni, mettono in luce come il problema migratorio sia divenuto un vero e proprio conflitto, non più limitato alle zone di frontiera, così come tradizionalmente lo si concepiva, ma un qualcosa che investe il paese in profondità fin nei suoi angoli, non lasciando alcuna area realmente al sicuro di tutto questo. In altre parole, uno dei tanti segnali di una grande guerra che sta gradualmente deflagrando nel corpo dell’intero paese.

Ricordiamo che gli Stati Uniti, nell’ultima generazione hanno incassato un flusso migratorio tale da ridisegnarne i connotati culturali ed etnici: la statistica di base dice che tra il 1980 e il 2025 la popolazione statunitense è passata da 226 a 345 milioni, vale a dire un salto di oltre 100 milioni di abitanti nel giro di meno di 50 anni di tempo. Qualcosa di mai visto per proporzioni e rapidità del fenomeno: cifre che indicano una radicale metamorfosi in atto del volto della nazione americana, delle sue abitudini e mentalità, fissate sin dai suoi esordi storici. In concreto la popolazione “bianca” – secondo i dati dell’american census bureau, dipendente dal ministero degli interni – sarebbe pari al 57% dell’intera popolazione residente: questo rispetto al 79% del 1980 o al 90% del 1960, ovvero un calo di oltre 30 punti percentuali nell’arco di 60 anni (o di 20 punti se consideriamo solo gli ultimi 40). Approssimativamente, ogni decennio vede svanire un segmento dell’identità statunitense così come essa è considerata essere dalle fasce più conservatrici della società: la nazione anglosassone sorta gradualmente nei secoli dell’età moderna ed affrancatasi dall’alveo imperiale britannico con la rivoluzione del 1776 (e tutto sommato sopravvissuta per buona parte del 900, sino alla generazione del secondo dopoguerra) sta gradualmente “evaporando” – generazione dopo generazione, complice l’inverno demografico che affligge tutte le società post industriali – lasciando posto ad una nuova, i cui connotati sono difficili persino da immaginare. Gli Stati Uniti quali “nazione anglosassone” – come si è abituati a definirli per antonomasia – vengono sempre più rapidamente sostituiti da una “nazione globale”: un superamento storico dovuto a meccanismi socioeconomici di grandissima scala derivanti al sistema di fondo di cui Washginton è alfiere da oltre un secolo (liberalismo), che se da un lato ne fanno la prima potenza finanziaria sul pianeta, dall’altro determinano un inesorabile processo di “sostituzione etnica” al suo interno (nella misura cioè in cui la società, oramai prospera, necessita di un flusso demografico costante che garantisca la presenza di classi subordinate, mantenendo l’equilibrio di base della piramide socioeconomica tradizionale). In parole altre è proprio il liberalismo – ontologicamente connesso alla mentalità anglosassone d’oltreoceano – a determinare la sua stessa estinzione (cioè dell’elemento etnico da cui nasce): questo è naturale, poichè il modello capitalistico è del tutto indifferente alla preservazione delle identità, trattando essenzialmente la società che governa secondo un meccanismo atto esclusivamente a produrre ed entro il quale gli individui sono pedine (non importa se le pedine cambiano, basta che seguitino ad esistere nella loro funzione produttiva).

Senza addentrarci troppo nel campo della filosofia e della sociologia, possiamo affermare che questo è l’autentico enigma americano – se così vogliamo chiamarlo – le cui radici sono state poste molto tempo fa, nei secoli passati, ma che vedrà la massima manifestazione nel secolo in corso, lungo il quale dovrà affrontare quindi 2 temi capitali: il primo concerne la politica estera e vede l’eventuale sorpasso del gigante cinese nell’arena globale, mentre il secondo – il tema del giorno – concerne la vita interna del paese e potrebbe vedere la scomparsa della nazione americana (in senso tradizionale) con tutte la gamma di potenziali conseguenze – fenomeni di disgregazione sociale, conflitti, potenziali scissioni territoriali  – che ciò può generare.

Come ovvio, impossibile formulare previsioni precise per processi di lungo termine, estremamente complessi, che occuperanno i 50 anni a venire: a prescindere dagli esiti che saranno, è tuttavia chiaro che nei casi di cronaca odierna si possono cogliere le prime avvisaglie di un grande confronto che vedrà contrapposta la società al il proprio stesso stato, o per meglio dire ancora, governanti e governati (per l’ennesima volta). Le elite, mosse dall’imperativo di preservare lo status quo a prescindere dallo stato d’animo delle masse e queste ultime, viceversa, nel tentativo di difendersi da poteri alti che non più le rispecchiano. Il dilemma che evocano le sparatorie di Minneapolis è anche questo, sebbene sia soltanto l’inizio di un dramma che si svilupperà per le generazioni a venire e non soltanto negli USA, ma in tutto l’occidente.

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Is America spiraling towards Civil War 2.0? https://strategic-culture.su/news/2026/01/25/is-america-spiraling-towards-civil-war-2-0/ Sun, 25 Jan 2026 12:25:03 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890227 What the Trump administration is doing in Minneapolis is exactly what is needed to pit brother against brother in the United States.

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According to a recent tabletop simulation, what the Trump administration is doing in Minneapolis is exactly what is needed to pit brother against brother in the United States.

Since January 6, around 2,000 ICE agents have stormed Minnesota in response to a vast fraud scheme that saw Somali scammers steal billions of dollars from the state. This has led to neighborhoods across the state being terrorized by masked agents who are indiscriminately and aggressively harassing and seizing individuals right off the streets and in their homes.

On January 7, ICE agents shot and killed Renee Good, a 37-year-old mother of three who has been branded a “domestic terrorist” by the Trump administration, who appeared to be attempting to flee police officers in her vehicle before she was shot in the head three times. Rather than investigate the actions of the officer who shot Ms. Good, the Trump administration has announced “absolute immunity” for ICE agents, as well as members of Custom and Border Patrol.

“That guy is protected by absolute immunity,” Vice President JD Vance said of the ICE agent, Jonathan Ross, who killed Ms. Good. “He was doing his job.”

The violence being perpetrated against innocent civilians did not stop with Ms. Good. Federal agents have forcibly taken thousands of individuals to detention facilities, regardless of their legal status. They have shot protesters in the legs while blinding two activists with so-called “less deadly” munitions. They fired teargas canisters at the car of a family carrying six children, sending one child to the emergency room. They aggressively dragged a woman out of her car and on to the ground screaming.

Meanwhile, instead of investigating the conduct of the officer who shot Renee Good, the Department of Justice has opened a criminal investigation into the Minnesota governor, Tim Walz, and Minneapolis mayor, Jacob Frey, accusing them of conspiring to obstruct federal agents. Renee Good’s widow is also under investigation.

If you think all of this resembles the early rumblings of a civil war, you are not alone. The scenario closely mirrors one explored in an October 2024 tabletop exercise conducted by the Center for Ethics and the Rule of Law (CERL), at the University of Pennsylvania. In that simulated exercise, an American president initiated a highly unpopular law-enforcement operation in Philadelphia when he attempted to bring Pennsylvania’s national guard under executive control. When the governor balked and the guard pledged its loyalty to the state, the president deployed active-duty troops, resulting in an armed conflict between state and federal forces. According to Claire Finkelstein, the director of CERL, the “core danger we identified is now emerging: a violent confrontation between state and federal military forces in a major American city.”

Ominously, none of the participants, which included top-ranking former military and government officials, considered the explosive scenario unrealistic. In a rapidly evolving emergency such as the one in Minnesota, courts would most likely be “unable or unwilling to intervene in time, leaving state officials without meaningful judicial relief.” In other words, a full-blown clash between the state and federal forces, otherwise known as a civil war.

In such a scenario, military leaders must be prepared to “assess the legality” of their orders. Even under the Insurrection Act, federal troops are not legally permitted to attack protesters unless they are defending themselves from an imminent threat. Yet as we saw with the cold-blooded murder of Renee Good, such egregious conduct is already happening in Minneapolis at the hands of federal agents.

In November, Washington was rocked by comments by Democrat Senator Mark Kelly, a retired Navy captain, and five other veterans, who implored military leaders to “refuse illegal orders” against American citizens, even if the orders come from the Commander-in-Chief. While that may sound like nothing more than good old fashion common sense, it opened the door to the Trump administration accusing Kelly of treason and sedition.

Though the Philadelphia simulation appears to resemble the harsh events citizens in Minneapolis have experienced at the hands of ICE agents, the simulation misses one key factor: currently, municipal and state officials don’t seem interested in attacking ICE agents anytime soon. Let’s pray that that trend continues.

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La guerra civile in Sudan sta per diventare “Mainstream”? https://strategic-culture.su/news/2025/11/19/la-guerra-civile-in-sudan-sta-per-diventare-mainstream/ Tue, 18 Nov 2025 21:36:23 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888946 Per l’ONU rimane “la più grande crisi umanitaria al mondo”, tuttavia oscurata dai conflitti in Ucraina e in Palestina

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Mentre la guerra civile in Sudan entra nel suo terzo anno, la situazione sul campo si fa sempre più grave. Le due principali fazioni, le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), guidano coalizioni di gruppi armati che stanno diventando difficili da controllare. Parallelamente, le forze politiche sono ancora più divise, mentre il Paese affronta il rischio di partizione. Il conflitto è alimentato da attori esterni che perseguono i propri interessi strategici. Questa crisi prolungata sta generando ricadute sui Paesi limitrofi e sulla stabilità regionale, mentre gli sforzi internazionali di mediazione hanno finora prodotto risultati limitati.

Per l’ONU rimane “la più grande crisi umanitaria al mondo”, tuttavia oscurata dai conflitti in Ucraina e in Palestina. La presa, pochi giorni fa, da parte delle RSF della città di El-Fasher, ultima roccaforte nel Darfur dell’esercito regolare, ha segnato una grave escalation di violenza: si parla di oltre 2.000 morti, con esecuzioni sommarie e violenze diffuse contro i civili. La situazione umanitaria, già al collasso, avrebbe causato almeno 9 milioni di sfollati interni e oltre 4 milioni di rifugiati, spesso nel silenzio della comunità internazionale.

In un discorso televisivo, il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito sudanese ed ex leader del Governo di transizione, ha confermato la disfatta, spiegando di aver approvato il ritiro in risposta alla “sistematica distruzione e uccisione di civili”. Le Nazioni Unite hanno chiesto un cessate il fuoco immediato dicendosi “profondamente allarmate” dalle segnalazioni di combattenti che bloccano le vie di fuga e l’accesso agli aiuti umanitari. Intanto, in rete e sulle piattaforme social si moltiplicano video di atrocità commesse dai paramilitari nei confronti delle popolazioni locali non-arabe, in particolare contro le comunità Fur, Zaghawa e Masalit, e denunce di violenze e stupri su base etnica in una regione già in passato teatro di massacri e pulizia etnica. Ad alimentare i timori anche un blackout delle telecomunicazioni e l’interruzione della connessione internet satellitare Starlink che stanno gravemente limitando l’accesso alle informazioni indipendenti su quanto accade a El-Fasher.

La conquista della città conferisce alle RSF – nate dalle milizie arabe Janjaweed – il controllo su tutti e cinque i capoluoghi del Darfur. Una svolta che consolida la presa del Governo parallelo istituito da Hemedti ad agosto nella città di Nyala, capitale del Darfur meridionale, e che secondo diversi osservatori potrebbe preannunciare di fatto la partizione del Sudan in due entità, sul modello libico. I paramilitari ribelli possono ora rivendicare il controllo di un territorio vasto quanto la Francia, al confine con Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan. Secondo gli analisti, la RSF potrebbe sfruttare questo slancio per riconquistare terreno anche nella parte orientale del Paese, fino a rilanciare un’offensiva su Khartoum, riconquistata dalle forze armate regolari (SAF) lo scorso maggio. Nel fine settimana, le RSF hanno registrato progressi nella città strategica di Bara, nel Kordofan settentrionale, a poche ore dalla capitale sudanese. Se la presa di El Fasher dovesse rivelarsi un trampolino di lancio per una più ampia espansione territoriale, il quadro del conflitto potrebbe cambiare radicalmente.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “gravemente preoccupato” per la situazione a El Fasher ed ha esortato “gli Stati influenti ad agire per impedire atrocità”, aggiungendo che “è giunto il momento che la comunità internazionale parli chiaramente a tutti i Paesi che stanno interferendo in questa guerra e fornendo armi alle parti in conflitto, affinché smettano di farlo”. Da tempo, ormai, quella che si combatte in Sudan è diventata una guerra per procura, con attori regionali in competizione per le risorse di un Paese ricco d’oro. L’Egitto e altri Stati confinanti sostengono il generale Al-Burhan e il suo Governo con sede a Port Sudan, mentre gli Emirati Arabi Uniti e Paesi sotto la loro influenza, come il Ciad, appoggiano Hemedti, già vice di Burhan nella precedente giunta militare. Lo scorso 12 settembre, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno annunciato una roadmap congiunta per porre fine al conflitto, prevedendo una tregua umanitaria di tre mesi seguita da un cessate il fuoco e da un processo di transizione politica. Ma il piano, già in stallo, rischia di restare l’ennesimo tentativo diplomatico senza effetti sul terreno.

Non si tratta più di uno scontro ideologico; è una lotta per la sovranità economica: convogli d’oro si snodano dal Darfur per finanziare le armi a guardia delle miniere, i blocchi portuali gonfiano i prezzi, rendendo il contrabbando più redditizio della pace. La guerra civile sudanese si autoalimenta, un serpente che si morde la coda.

Finora, gli Stati Uniti hanno concentrato l’attenzione minima sul conflitto, nonostante i rischi che esso comporta per i loro vitali interessi strategici su diversi fronti, tra cui: l’ascesa di fazioni islamiste che potrebbero alla fine minacciare le basi militari statunitensi in Africa; l’espansione dell’influenza russa, cinese e iraniana nella regione del Mar Rosso; un’ulteriore instabilità in tutto il Continente.  Gli Stati Uniti potrebbero adottare una serie di misure efficaci e a basso costo per ridurre queste minacce, come la nomina di un inviato ufficiale in Sudan, l’ampliamento dei canali diplomatici con le SAF e le RSF e l’avvio di colloqui con gli Emirati Arabi Uniti per scoraggiare le loro spedizioni di armi alle RSF.

L’uso dei droni si è rivelato fondamentale per entrambe le parti in conflitto, consentendo di colpire infrastrutture critiche, obiettivi a lungo raggio e popolazioni civili. Russia e Iran hanno sfruttato questo supporto per espandere la loro influenza sul Mar Rosso; entrambi i Paesi sono fortemente interessati a stabilire una presenza navale a Port Sudan, ma al momento il Governo di Khartoum rimane esitante a consentirlo a causa delle pressioni occidentali. L’Egitto, che ha legami storici con il Sudan, ha fornito uno dei più ampi supporti esterni sotto forma di droni di fabbricazione turca, consultazioni militari e capacità di intelligence.

L’intervento più diretto del Governo statunitense in Sudan si è manifestato sotto forma di aiuti umanitari e sanzioni contro entrambe le parti per crimini contro i civili. A maggio, gli Stati Uniti hanno sanzionato il Governo sudanese per l’uso di armi chimiche nel 2024. Queste sanzioni includono restrizioni all’esportazione verso il Sudan e sanzioni contro i beni e i redditi di importanti funzionari delle SAF e delle RSF. Il conflitto è stato finora oggetto di dichiarazioni pubbliche da parte del Dipartimento di Stato e dei leader del Congresso U.S.A. Ad esempio, l’ex Segretario di Stato Antony Blinken ha stabilito che le RSF stavano commettendo un genocidio nel Sudan orientale. Anche diversi parlamentari hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche o presentato proposte di legge in relazione al conflitto. Inoltre, il Sudan è costantemente menzionato nelle testimonianze del Congresso come una delle principali preoccupazioni per la sicurezza nel Corno d’Africa e nell’Africa nel suo complesso. Sebbene queste dichiarazioni sottolineino la preoccupazione per il conflitto tra i funzionari di alto rango, gli Stati Uniti hanno adottato solo misure minori per mitigare la crisi.

In passato, gli Stati Uniti hanno fornito ingenti aiuti umanitari al Sudan, classificandosi come il principale fornitore con una quota del 44% nel 2024. Gli aiuti sono stati destinati a programmi come il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, programmi per le comunità locali e percorsi di supporto. Tuttavia, dopo la conclusione delle operazioni dell’USAID, numerosi programmi di assistenza alimentare e centri sanitari in Sudan hanno cessato le attività e molti sudanesi hanno attestato che queste chiusure sono state una conseguenza diretta del blocco degli aiuti internazionali da parte degli Stati Uniti.

Durante il conflitto, gli Stati Uniti hanno tentato due volte di mediare la pace tra le parti. Ciò è stato fatto attraverso la piattaforma di Gedda in collaborazione con l’Arabia Saudita e tramite i colloqui di pace a Ginevra ma senza risultati concreti.

L’inazione degli Stati Uniti nella guerra in Sudan ha creato per Washington due rischi importanti con effetti di vasta portata: la perdita di un potenziale punto d’appoggio strategico nella regione del Mar Rosso e il rischio di ricadute regionali del conflitto e oltre. Essi hanno un impatto diretto sugli interessi statunitensi nella regione, nel resto dell’Africa continentale, in Europa e in Medio Oriente. La posizione geografica del Sudan potrebbe fornire un immenso valore strategico agli Stati Uniti: il Sudan ha oltre 800 chilometri di costa lungo il Mar Rosso, con il suo principale accesso al mare proveniente da Port Sudan. Poiché il Mar Rosso facilita quasi il 12% del commercio marittimo globale, l’accesso a tale bacino potrebbe potenzialmente conferire a un attore un’immediata influenza economica, politica e militare sul Medio Oriente e sul commercio globale.

La Cina ha investito molto nelle infrastrutture e ha espresso interesse nella creazione di una propria presenza a Port Sudan. La Russia si è impegnata ulteriormente per stabilire una base militare lì. A febbraio, il Ministro degli Esteri sudanese Ali Youssef ha dichiarato che non vi erano ostacoli alla creazione di una base navale russa a Port Sudan, preoccupando molti funzionari occidentali. In base all’accordo, Mosca potrebbe istituire una base navale con 300 uomini, oltre a navi da guerra e potenzialmente sottomarini, che le darebbe la possibilità di proiettare la sua potenza nella regione, contrastare gli interessi occidentali, minacciare le rotte commerciali marittime globali e persino destabilizzare il fianco meridionale della NATO. Tuttavia, l’accordo richiederebbe l’approvazione di un parlamento sudanese eletto, che attualmente non esiste.

L’Iran mira ad esercitare maggiore influenza in una regione già complicata dai ripetuti attacchi degli Houthi contro le navi occidentali che portano sostegno ad Israele. C’è il rischio che le SAF possano offrire in tempo l’accesso al porto all’Iran, poiché le loro esigenze di sicurezza impongono l’urgente necessità di importazioni di armi da attori esterni. Con una presenza navale a Port Sudan, Teheran sarebbe in grado di interrompere il commercio marittimo globale nel Mar Rosso, minacciare Israele e rappresentare un ulteriore ostacolo per le manovre militari navali occidentali nella regione, al di là del loro appoggio ad Ansarullah.

Il rischio di una ricaduta regionale del conflitto rappresenta un’altra forte motivazione per il coinvolgimento degli Stati Uniti. La regione del Corno d’Africa è diventata un focolaio di instabilità all’interno e tra diversi Paesi, e la sua destabilizzazione porterebbe a un aumento del commercio illecito e alla diffusione di gruppi ribelli. Oltre al Sudan, quattro Paesi della regione stanno attraversando disordini destabilizzanti o veri e propri conflitti. La Somalia sta combattendo una massiccia insurrezionale di al-Shabaab, in un contesto di divisioni tra gli Stati federali. Il Sud Sudan è in crisi politica e sull’orlo della guerra civile. L’Etiopia sta combattendo una guerra civile con le milizie di Fano, e una mortale instabilità politica ha attanagliato il Kenya. Al di fuori di quella regione, anche la Libia e la Repubblica Centrafricana, entrambe al confine con il Sudan, stanno attraversando conflitti interni attivi e il rischio di un’estensione della guerra sudanese ai Paesi limitrofi è immenso, con il potenziale di esacerbare l’instabilità in nazioni già fragili. Ad aprile 2025, oltre 3,9 milioni di rifugiati sudanesi erano fuggiti nei Paesi vicini: 1,1 milioni in Sud Sudan; 775.000 in Ciad; 256.000 in Libia; 72.000 in Etiopia; e 42.000 nella Repubblica Centrafricana. L’afflusso di rifugiati ha messo a dura prova le capacità dei servizi pubblici di quei Paesi, ha aumentato la diffusione di malattie e ha sovraccaricato i campi profughi.

Inoltre, il conflitto sudanese sta aumentando direttamente l’insicurezza tra i suoi vicini, in particolare Ciad, Libia e Sud Sudan. Ad esempio, il Ciad è diventato un hub di transito per le spedizioni di armi illecite e gli aiuti militari alle RSF. Nella Libia orientale, l’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar è stato accusato di sostenere direttamente le RSF con aiuti militari e supporto vicino al confine condiviso tra Sudan, Egitto e Libia. Alcune importanti milizie sud-sudanesi si sono alleate con le RSF, aumentando la disponibilità di rotte di contrabbando illecite e teatri operativi.

Secondo gli analisti di Washington, in assenza del pieno coinvolgimento degli Stati Uniti, il continuo deterioramento della situazione in Sudan aggraverebbe ulteriormente la crisi migratoria che affligge il proprio Paese e l’Europa. La guerra e le sue ripercussioni sul continente africano incidono direttamente sugli interessi politici e di sicurezza statunitensi.

Gli Stati Uniti, intervenendo direttamente, potrebbero mantenere la loro reputazione di pacificatori. Trump, che vuole essere percepito come un risolutore, e la sua Amministrazione hanno chiarito la loro priorità: porre fine ai conflitti globali, ovviamente in maniera favorevole agli interessi U.S.A. Le azioni e gli impegni della Casa Bianca con Ucraina, Iran e persino Ruanda esemplificano l’interesse personale di Trump in questo obiettivo. Queste mediazioni ribadiscono le capacità di soft power degli Stati Uniti e dimostrano la profondità dell’influenza statunitense, fondamentale per contrastare la crescente influenza cinese.

Trump sta mostrando un interesse unico per l’Africa rispetto alle precedenti amministrazioni, attraverso vertici e accordi di pace con diversi Paesi. Il Segretario di Stato Marco Rubio, fautore della linea interventista neoconservatrice, ha affermato che il Sudan sarà la prossima priorità degli Stati Uniti per la mediazione nel continente.

Di contorno alle questioni geopolitiche, ci sono due probabili fattori alla base di questo cambiamento nell’impegno degli Stati Uniti. Il primo è che Massad Boulos, suocero della figlia di Trump, Tiffany, si sia interessato al dossier Sudan. Boulos è un consigliere speciale dell’Amministrazione concentrato sull’Africa e sembra desideroso di utilizzare rapidamente il proprio capitale politico per accumulare successi. Quando ha annunciato l’accordo di pace dello scorso 27 giugno tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, Boulos ha affermato che il Sudan sarebbe stato il prossimo sulla sua lista. Il suo ufficio afferma che il Sudan è ora la massima priorità, apparentemente in riconoscimento della portata e dell’urgenza della crisi, ma forse anche in ossequio all’evidente interesse di Trump a essere visto come un pacificatore globale.

Oltre al fattore Boulos, una seconda ragione della crescente attenzione dell’Amministrazione Trump al dossier Sudan potrebbe essere che Abu Dhabi, Il Cairo e Riad hanno fatto pressioni su Washington affinché intervenisse, sia per il desiderio di arruolare gli Stati Uniti nei rispettivi schieramenti sul Sudan, sia come riflesso del crescente disagio per il pantano in cui si è trasformata la guerra. Alti funzionari sauditi, emiratini ed egiziani hanno costantemente sollevato la questione del Sudan con le loro controparti statunitensi nei primi mesi dell’Amministrazione, esortando gli Stati Uniti ad impegnarsi. Ciò consentirebbe a Washington di ottenere un maggiore allineamento dei partner regionali e di salvaguardare la propria strategia in Medio Oriente.

Ecco perchè la guerra civile sudanese potrebbe presto trovarsi sotto i riflettori dei media mondiali.

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Trump’s ICE troopers are making America resemble a third world dictatorship https://strategic-culture.su/news/2025/10/23/trumps-ice-troopers-are-making-america-resemble-a-third-world-dictatorship/ Thu, 23 Oct 2025 08:30:22 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888428 While the Trump administration has a duty to arrest immigrants who arrived in the country by illegal means, it is failing to enforce the law in a respectable and civilized way.

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The United States is increasingly playing out scenes reminiscent of a brutal fascist regime as officers from Immigration and Customs Enforcement (ICE) show an absolute disregard for human rights as they hunt down illegal immigrants.

In the small California town of Campo, which sits less than a mile from the U.S.-Mexico border, witnesses described the terror they experienced as they watched masked men round up agricultural workers employed on farms – young and old alike – and force them into unmarked cars.

In most cases, the officials wear plain clothes and refuse to identify themselves, thus making it impossible to distinguish between immigration agents and imposters. And with no number to call to track down their loved ones, people have no choice but to report the disappearances as potential kidnappings.

One young man asked as his friend was shoved into an unmarked van, “What kind of police go around in masks without uniforms and identification badges?”

Citizens feel desperate as there is nothing that can be done to rein in the power of the ICE troops. Filing complaints with the Department of Homeland Security is a futile gesture because the office that once handled them has been dismantled. There is little hope of holding individual agents accountable for alleged abuses because there is simply no way to reliably learn their identities. This has led to a situation where people are afraid to venture onto the street to perform simple chores, like go grocery shopping or pick up their children from school.

Across the nation, people must accept the grim reality that there are virtually no limits on what federal agents can do to achieve President Donald Trump’s goal of mass deportations. The town of Campo has proven to be a testing ground for much larger raids and even more violent arrests in places like Portland, Oregon and Chicago, Illinois and elsewhere.

Last month, the Supreme Court cleared the way to permit racial profiling by a local ICE facility in Los Angeles. Earlier this month, a raid on a Chicago tenement building, in which young children were reportedly pulled from their homes at night without clothes, sparked public outrage.

Meanwhile, Trump has warned that he may invoke the centuries-old Insurrection Act that empowers presidents to deploy troops on U.S. soil.

“Don’t forget I can use the Insurrection Act,” he told Fox News. “Fifty percent of the presidents…have used that. And that’s unquestioned power.”

In the view of Trump’s opponents, ICE is worse than having members of the U.S. military patrolling urban areas. It has become an unaccountable secret police force, which is making the United States resemble a third world country.

One retired high-ranking official with the Department of Homeland Security (DHS) said it was a “sad day in America” as he provided his personal views on the situation. Speaking on condition of anonymity for fear of retaliation, the official described the new realities ever since Trump became president: “I’ve seen people outside of their immigration court hearings dragged off to prison where they can’t contact relatives or speak to a lawyer. Groups of masked men nabbing people off the street in broad daylight and sending them to some country – like Ecuador – where there exists torture and severe human rights abuses. This is what America has become in the year 2025.”

Meanwhile, ICE is enjoying a bonanza in financial resources. In addition to its annual operating budget of $10 billion a year, the so-called One Big Beautiful Bill included an added $7.5 billion a year for the next four years for recruiting alone. As part of its hiring efforts, the agency has reduced age, training and education standards and has offered recruits signing bonuses as high as $100,000.

“Moving forward without vetting new recruits is creating a dystopian reality on the streets of America,” the former DHS official said. “This is very frightening.”

White House spokesperson Abigail Jackson praised ICE conduct and accused their political opponents of making “dangerous, untrue smears.”

“ICE officers act heroically to enforce the law, arrest criminal illegal aliens and protect American communities with the utmost professionalism,” Jackson said in a statement. “Anyone pointing the finger at law enforcement officers instead of the criminals are simply doing the bidding of criminal illegal aliens and fueling false narratives that lead to violence.”

Meanwhile, the White House eliminated the Office of the Citizenship and Immigration Services Ombudsman, which was charged with reporting inhumane conditions at ICE detention facilities where many of immigrants are held. The office was brought back after a lawsuit and court order, though it’s meagerly staffed.

The weakening of the office comes as Trump moves to build detention sites with names that do nothing to conceal the harsh conditions inside: “Alligator Alcatraz” in the Florida Everglades, built by the state and operated in partnership with DHS, or the “Cornhusker Clink” in Nebraska.

On April 1, ICE storm troopers showed up at a birthday party in Hays County, Texas, not far from Austin, where they apprehended 47 people, including nine children. The agency’s only disclosure about the raid was that they were searching for members believed to be part of the Venezuelan transnational gang, Tren de Aragua.

Six months later and the government refuses to provide answers as the fate of the arrested.

“We’re not told why they took them, and we’re not told where they took them,” said a neighbor of the family. “By definition that’s kidnapping.”

The Texas Department of Public Safety did not respond to a request for comment.

While the Trump administration has a duty to arrest immigrants who arrived in the country by illegal means, it is failing to enforce the law in a respectable and civilized way. Bands of unmarked vehicles grabbing people off the streets in broad daylight sets a dangerous precedent and only encourages acts of further violence against innocent people. It makes the United States look like a banana republic with no respect for the law or human rights.

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Il silenzioso collasso degli Stati Uniti https://strategic-culture.su/news/2025/10/17/il-silenzioso-collasso-degli-stati-uniti/ Fri, 17 Oct 2025 10:31:48 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888311 Debito record e rischio nucleare espongono il declino di una superpotenza.

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Mentre Washington insiste nel presentarsi come il baluardo dell’«ordine mondiale liberale», le fondamenta stesse dello Stato americano mostrano chiari segni di collasso. La realtà interna degli Stati Uniti oggi è caratterizzata da un abisso fiscale insormontabile, da una polarizzazione politica cronica e da un’allarmante incapacità di mantenere anche i più elementari sistemi di sicurezza nazionale. La recente escalation del debito pubblico, combinata con l’imminente collasso delle infrastrutture di monitoraggio nucleare, rivela che l’egemonia americana non è solo in declino, ma è sull’orlo del collasso funzionale.

Secondo i dati del Tesoro degli Stati Uniti, il debito pubblico lordo ha superato i 37,5 trilioni di dollari nel 2025, il livello più alto nella storia del Paese, superando il 120% del suo PIL. Ciò che è più allarmante è la velocità di questa crescita: solo negli ultimi 12 mesi, il debito è aumentato di oltre 2 trilioni di dollari, senza alcun contesto di emergenza come una guerra o una pandemia globale. Si tratta di una traiettoria insostenibile, tipica degli Stati falliti, che tuttavia si sta verificando nel cuore del sistema finanziario occidentale.

Allo stesso tempo, i tagli di bilancio imposti dallo stesso Congresso, bloccato in infinite dispute partitiche, hanno messo direttamente a repentaglio la sicurezza dell’arsenale nucleare americano. La National Nuclear Security Administration (NNSA), responsabile della supervisione e della manutenzione delle testate atomiche del Paese, ha ammesso pubblicamente che i suoi fondi garantirebbero il funzionamento solo per “ancora pochi giorni”. Una volta scaduto questo periodo, è iniziato un processo di spegnimento dei sistemi di monitoraggio, cosa impensabile per qualsiasi potenza minimamente funzionante.

Come può un Paese che spende centinaia di miliardi di dollari all’anno per finanziare guerre in territori stranieri – come l’Ucraina e la Palestina occupata – non essere in grado di finanziare la sicurezza del proprio arsenale nucleare? La risposta è semplice: gli Stati Uniti non sono più un Paese razionale, ma un “impero” in decadenza guidato dalle lobby aziendali, dagli interessi militari-industriali e da un’élite politica completamente scollegata dalla realtà nazionale.

L’attuale amministrazione repubblicana cerca di incolpare l’opposizione democratica per la paralisi del bilancio, mentre i democratici sabotano ogni tentativo di accordo al fine di minare politicamente il governo. Questa argomentazione è in parte valida, ma mette anche in luce la debolezza degli stessi repubblicani, che non riescono a contrastare il sabotaggio democratico. Questo teatro bipartisan non solo è disfunzionale, ma è anche suicida. Gli Stati Uniti sono in balia del proprio disordine interno, diventando una minaccia non solo per se stessi ma per il mondo intero, data la natura sensibile dei sistemi nucleari coinvolti.

Migliaia di dipendenti e appaltatori della NNSA sono già stati colpiti da chiusure e congelamenti dei finanziamenti. Sebbene il governo affermi che le “operazioni critiche” continueranno, non ci sono garanzie né trasparenza su ciò che rimarrà effettivamente funzionante. Un errore, un guasto alla manutenzione o anche solo una risposta ritardata a un incidente potrebbero avere conseguenze catastrofiche, tra cui fughe radioattive o detonazioni accidentali.

Nel frattempo, paesi come la Russia e la Cina continuano a rafforzare la loro sovranità energetica, i sistemi di difesa e la stabilità istituzionale. L’approccio multipolare che queste nazioni stanno costruendo, in particolare nell’ambito del quadro ampliato BRICS+, dimostra maturità strategica e responsabilità nei confronti dell’ordine globale, in netto contrasto con quanto si osserva a Washington.

Il declino dell’America non si esprime solo attraverso numeri o grafici economici. È visibile nell’incapacità di proteggere la propria popolazione, mantenere le infrastrutture di base o impedire che i giochi politici erodano l’integrità strutturale dello Stato. Quando anche l’arsenale nucleare, che dovrebbe essere l’ultima linea rossa, è vulnerabile ai tagli di bilancio, il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti non sono più in grado di guidare il mondo.

Il collasso all’orizzonte non sarà solo economico. Sarà istituzionale, militare e geopolitico. E di fronte a questo scenario, il mondo deve cominciare a cercare altre leadership – multiple, stabili, sovrane e genuinamente orientate alla pace – per garantire la sicurezza globale.

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Mamdani channels growing opposition into the dead end of the Democratic Party https://strategic-culture.su/news/2025/10/16/mamdani-channels-growing-opposition-into-the-dead-end-of-the-democratic-party/ Thu, 16 Oct 2025 12:00:07 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888293 By Patrick MARTIN

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Three weeks from now, on Tuesday, November 4, Democrat Zohran Mamdani is likely to be elected the next mayor of New York City. 

Mamdani won the Democratic primary in June in an upset victory over the favorite of the party establishment, former New York Governor Andrew Cuomo. Mandani’s victory was an expression of a significant movement of broad sections of the population to the left.

In the four months since he won the Democratic primary, however, Mamdani has engaged in a systematic political striptease, repudiating previous positions ranging from “defunding” the police to breaking the control of the super-rich over the city, to supporting the slogan “globalize the intifada,” synonymous with the mobilization of popular opposition to the Israeli genocide in Gaza all over the world.

Mamdani has held a series of closed-door meetings, in which he schmoozed representatives of the real estate moguls, the stock exchange and the major banks, and he has taken on key advisers from the Democratic Party establishment to provide assurances that there will be nothing radical about the administration that replaces the hated crook and Trump stooge, former police captain Eric Adams.

These actions have produced a shift in the attitude of sections of the ruling class and Democratic Party establishment. The New York Times has still not taken an official position on the election since its “anyone but Mamdani” editorial in June. But its news and opinion pages have become a virtual campaign hub promoting the Democratic candidate.

This reached its peak over the last three days as the Times published a half dozen articles and columns totaling nearly 25,000 words—the length of a short novel—portraying Mamdani as a brilliant, charismatic and history-making figure.

A few points must be made about the longest of these tracts, a cover story in the New York Times Magazine by Astead Herndon, under the gushing headline, “Inside the Improbable, Audacious and (So Far) Unstoppable Rise of Zohran Mamdani.”

Herndon provides details about the effort by Mamdani to ingratiate himself to the Democratic Party establishment and cites the response of longtime Democratic Party fundraiser Robert Wolf:

“Zohran, to me, is more of a progressive capitalist,” Wolf told me, adding that he was convinced by their private interactions that Mamdani understood the importance of the private sector thriving in his New York. “He’s someone that wants to figure out how to use the government in an appropriate way on things that help equality and help the underserved.”

Herndon goes on to observe that Mamdani has “tweaked” his positions in the course of this political adaptation, a gross understatement:

He has made it clear that he wants to support renters, not punish landlords. He wants to support public education, not take a hammer to specialized schools with elite admissions. He supports Palestinian rights; he’s not anti-Zionist. He made key concessions when it comes to policing. Importantly, he made clear that he was open to compromise when it came to his proposed millionaires’ tax. Call it Mamdani 2.0.

In other words, Mamdani promotes the fiction that there are no fundamental divisions in capitalist society, no irreconcilable conflicts between social interests. It is possible to support workers while not being opposed to the oligarchs that exploit them; to support Palestinians without being opposed to the state that is murdering them; to support immigrants without being opposed to the institutions that are jailing, torturing and deporting them.

Mamdani’s rejection of conflicts between social interests means the continued subordination of the working class to the interests of the capitalist class, through the mechanism of the Democratic Party. This is the essential function, not merely of the Mamdani campaign, but of all the efforts of the Democratic Party “left,” including Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez and the Democratic Socialists of America.

The response of Mamdani to the escalating conspiracy of Trump to establish a presidential dictatorship is the most damning refutation of his program of “progressive capitalism.” Trump has already begun referring to “communist New York,” and if Mamdani is elected mayor, he will immediately come under ferocious attack. Trump has threatened direct intervention against New York if Mamdani is elected, and it remains to be seen whether the oligarchy will tolerate, under any circumstances, the installation of even a nominally left-liberal figure to head the financial center of world capitalism.

Under these conditions, Mamdani made the highly conscious and deliberate decision to state that Trump would “deserve credit” if the Gaza ceasefire holds. This was said of an individual who, following Biden, has armed and overseen the massacre of tens of thousands of Palestinians and is presently engaged in a neocolonial project of ethnic cleansing and imperialist domination under the banner of a “ceasefire.”

Like Sanders, Ocasio-Cortez and Jacobin magazine—the unofficial organ of the DSA—Mamdani has maintained near-total silence on the Trump administration’s moves to establish a police-military dictatorship in the United States.

At a campaign rally Monday night in Washington Heights, Mamdani appeared side by side with New York state Attorney General Letitia James, indicted last week by the Trump administration on bogus charges of mortgage fraud, in retaliation for her winning a civil suit against the Trump Organization for falsifying tax and property records.

In the course of his speech, Mamdani did not describe himself as a “democratic socialist” or make any reference to socialism (or to capitalism). He mentioned the working class only once. And he said nothing about Trump’s dispatch of the military into cities like Chicago, Los Angeles and Portland, or his threats to do the same in New York City. Nor did he reference Trump’s threats to invoke the Insurrection Act or the branding of left-wing opposition as “terrorism.”

Asked directly by reporters on other occasions, Mamdani has declared that his response to the deployment of troops against the people of New York City would be to hire 200 lawyers and file lawsuits—relying on a court system where all roads lead to a Supreme Court controlled by the far right, with three of the nine personally selected by Trump.

The politics of Mamdani are the politics of the Democratic Socialists of America, which functions as a faction of the Democratic Party. The DSA’s “left” rhetoric conceals its real function: to disarm and demobilize the working class in the face of the greatest danger to democratic rights in modern American history.

Analyzing the significance of Mamdani’s primary victory in June, the WSWS noted that it shattered the myth that socialism is “toxic” to American workers and youth and that Trump’s re-election marked a right-wing shift in the American population. It also refuted the claim that criticism of Israel’s genocide in Gaza is “antisemitic” or politically suicidal, as Mamdani won majorities among younger Jewish voters.

However, the enthusiasm for Mamdani combines political naiveté and a lack of basic historical knowledge. The description of this fairly conservative and affluent middle class semi-reformist as a “socialist” is a reflection of the very low level of political consciousness. In fact, even by the standards of Great Society Democrats and progressive Republicans of the 1960s, Mamdani’s program is rather conservative and certainly not “socialist.” His various maneuvers with oligarchs and real estate tycoons are merely setting the stage for his inevitable post-election abandonment of his promises and principles.

The turn of the American ruling class toward dictatorship—embodied in Trump’s open drive for presidential-military rule and the Democrats’ refusal to oppose it—exposes the impossibility of reconciling the needs of the vast majority with the interests of finance capital. Mamdani’s program and perspective has already proven bankrupt before he has even taken office.

Empty populist demagogy, combined with assurances to Wall Street that he represents no threat to the existing order, and silence on the deadly threat to democracy represented by the Trump administration. That is the campaign of Zohran Mamdani. Workers and young people in New York City and outside it should shake off any illusions and prepare to fight for the genuine socialist alternative to capitalism, represented by the Socialist Equality Party.

Original article:  www.wsws.org

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America is at war against itself over illegal immigration https://strategic-culture.su/news/2025/10/16/america-is-at-war-against-itself-over-illegal-immigration/ Thu, 16 Oct 2025 11:00:36 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888291 The colorful fabric of the United States is beginning to tear apart as Democrats and Republicans attempt to address the immigration crisis in their own separate and very different ways.

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Los Angeles has declared an emergency in response to federal immigration raids, a move traditionally reserved for natural disasters or other circumstances beyond the control of local authorities.

The legislation stated that the tactics used by U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) and other entities have “created a climate of fear, leading to widespread disruption in daily life and adverse impacts to our regional economy.”

Meanwhile, the White House is of the opinion that the raids are lawful and designed to remove immigrants in the United States illegally from the country after the Biden administration opened America’s southern border with Mexico.

Due to its proximity to the Mexican border, Los Angeles has been at the epicenter of Trump’s efforts to deport illegals. In June, he sent the National Guard and Marines into the metropolis to guard federal buildings and protect ICE agents as they carried out raids. These actions prompted widespread protests across the city and nation at large.

“We will not stand by while fear and chaos spread throughout our neighborhoods,” said Republican LA lawmaker Lindsey Horvath. “When our neighbors are targeted, our country feels it in the workplaces, in our schools and in our homes.”

“Let’s give the ICE agents… the support they deserve.”

County officials revealed that the immigration raids would contribute to the loss of $275 million in gross domestic product in the state of California, pointing to a study by the Bay Area Council Economic Institute in partnership with the University of California, Merced, MSN reported.

Meanwhile, residents in the town of El Paso, Texas are in uproar after reports emerged that an agent with the U.S. Customs and Border Protection (CBP) participated in a “use of force incident” where a family dog was unjustifiably shot and killed.

KFOX14 spoke with a distressed family who claimed to have been the victims of this incident said agents forcibly entered the home where they shot and killed their rottweiler.

On the other side of the country, in Chicago, residents have begun to organize volunteer watch groups to monitor their neighborhoods for federal immigration agents. Some blow whistles or honk their car horns when agents are spotted in the vicinity.

This week, ICE agents, together with military units, deployed tear gas on Chicago residents, the largest clash in the nation’s third-largest city as the White House has carried out its controversial immigration crackdown.

“This incident is not isolated and reflects a growing and dangerous trend of illegal aliens violently resisting arrest and agitators and criminals ramming cars into our law enforcement officer, the Department of Homeland Security (DHS) said in a statement. The statement went on to say that federal agents resorted to “crowd control measures” after a crowd had gathered and turned violent.

It was just one of multiple hostile episodes to erupt on the streets of Chicago in recent days. ICE agent and the BCP have roamed the vast metropolis and suburbs conducting arrests, often stopping people on the streets and asking for identification. Many times, people are seen running away when approached by marked vehicles.

“The actions being taken by these Trump agents are a clear violation of our democratic rights,” said one female passerby who gave the name Maria. “My family and I traveled hundreds of miles to reach the U.S. border only to be treated as criminals.”
When asked if she was in the United States legally, the woman said the situation in her native country of Ecuador had become too dangerous so her only option was to flee as soon as possible.

“I hope to acquire amnesty,” she said.

Trump mobilized thousands of National Guard troops to L.A. amid anti-Immigrations and Customs Enforcements (ICE) protests in Los Angeles without the request or consent of city and state officials. California Governor Gavin Newsom has remained harshly critical of the American president, reprimanding Trump for inciting chaos, using valuable resources, and militarizing urban areas.

This month, National Guard troops and federal officers on horseback descended on MacArthur Park, where children at a summer day camp were reportedly present.

“They’re sitting there on horses with American flags, running through soccer fields, scaring kids in the middle of the day at a summer camp. For what? Just toughness,” Newsom said on The Shawn Ryan Show. “It’s a weakness masquerading as strength.”

Trump criticized Newsom and Los Angeles Mayor Karen Bass for their apparent mishandling of violent riots in response to the ICE raids that rounded up over 100 illegal immigrants — including gang bangers and drug traffickers — this past week.

“We have an incompetent Governor (Newscum) and Mayor (Bass) who were, as usual (just look at how they handled the fires, and now their VERY SLOW PERMITTING disaster. Federal permitting is complete!), unable to handle the task,” Trump wrote on TruthSocial Sunday morning.

One thing is becoming increasingly certain: the colorful fabric of the United States is beginning to tear apart as Democrats and Republicans attempt to address the immigration crisis in their own separate and very different ways. Whether this great struggle destroys the United States from within remains to be seen.

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The silent collapse of the United States https://strategic-culture.su/news/2025/10/11/the-silent-collapse-of-the-united-states/ Sat, 11 Oct 2025 09:33:40 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888191 Record debt and nuclear risk expose the decline of a superpower.

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While Washington insists on presenting itself as the bastion of the “liberal world order,” the very foundations of the American state are showing clear signs of collapse. The internal reality of the United States today is marked by an insurmountable fiscal abyss, chronic political polarization, and an alarming inability to maintain even the most basic national security systems. The recent escalation of public debt, combined with the imminent breakdown of nuclear monitoring infrastructure, reveals that American hegemony is not just in decline — it is on the verge of functional collapse.

According to data from the U.S. Treasury, the gross national debt surpassed $37.5 trillion in 2025 — the highest level in the country’s history — exceeding 120% of its GDP. What is most alarming is the speed of this growth: in just the last 12 months, the debt increased by more than $2 trillion — without any emergency context such as war or a global pandemic. It is an unsustainable trajectory, typical of failed states, yet it is happening at the heart of the Western financial system.

At the same time, budget cuts imposed by Congress itself — deadlocked in endless partisan disputes — have directly jeopardized the security of the American nuclear arsenal. The National Nuclear Security Administration (NNSA), responsible for overseeing and maintaining the country’s atomic warheads, publicly admitted that its funds would only guarantee operations for “a few more days.” Once this period expired, a shutdown process for monitoring systems began — something unthinkable for any minimally functional power.

How can a country that spends hundreds of billions of dollars annually to fund wars in foreign territories — such as Ukraine and the occupied Palestine — be unable to finance the security of its own nuclear arsenal? The answer is simple: the United States is no longer a rational country, but a decaying “empire” driven by corporate lobbies, military-industrial interests, and a political elite entirely disconnected from national reality.

The current Republican administration tries to blame the Democratic opposition for the budget paralysis, while the Democrats sabotage any attempt at agreement in order to politically undermine the government. This argument is partially valid, but it also exposes the weakness of the Republicans themselves, who fail to counter the Democratic sabotage. This bipartisan theater is not only dysfunctional — it is suicidal. The U.S. is at the mercy of its own internal disorder, becoming a threat not only to itself but to the entire world, given the sensitive nature of the nuclear systems involved.

Thousands of NNSA employees and contractors have already been affected by shutdowns and funding freezes. Although the government claims that “critical operations” will continue, there are no guarantees or transparency about what exactly remains functional. A mistake, maintenance failure, or even a delayed response to an incident could have catastrophic consequences — including radioactive leaks or accidental detonation.

Meanwhile, countries like Russia and China continue to strengthen their energy sovereignty, defense systems, and institutional stability. The multipolar approach being built by these nations — particularly within the expanded BRICS+ framework — demonstrates strategic maturity and responsibility toward global order, in stark contrast to what is observed in Washington.

America’s decline is not expressed solely through numbers or economic graphs. It is visible in the inability to protect its own population, maintain basic infrastructure, or prevent political games from eroding the state’s structural integrity. When even the nuclear arsenal — supposedly the ultimate red line — is left vulnerable to budget cuts, the message is clear: the U.S. is no longer capable of leading the world.

The collapse on the horizon will not be merely economic. It will be institutional, military, and geopolitical. And in the face of this scenario, the world must begin looking to other — multiple, stable, sovereign, and genuinely peace-oriented — leaderships to guarantee global security.

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O colapso silencioso dos EUA https://strategic-culture.su/news/2025/10/10/o-colapso-silencioso-dos-eua/ Fri, 10 Oct 2025 16:34:35 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888182 Dívida recorde e risco nuclear expõem a decadência de uma potência

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Enquanto Washington insiste em posar como bastião da “ordem mundial liberal”, os próprios alicerces do Estado americano mostram sinais evidentes de colapso. A realidade interna dos Estados Unidos hoje é marcada por um abismo fiscal intransponível, polarização política crônica e a alarmante incapacidade de manter sequer os sistemas básicos de segurança nacional. A recente escalada da dívida pública, combinada com o iminente colapso da infraestrutura de monitoramento nuclear, revela que a hegemonia americana está não apenas em declínio — está à beira do colapso funcional.

De acordo com dados do Tesouro americano, a dívida nacional bruta ultrapassou US$ 37,5 trilhões em 2025, o maior nível da história do país, superando 120% do PIB. O mais alarmante é a velocidade desse crescimento: apenas nos últimos 12 meses, a dívida cresceu em mais de US$ 2 trilhões — fora de qualquer contexto emergencial como guerras ou pandemias. É uma trajetória insustentável, típica de Estados falidos, mas que ocorre no coração do sistema financeiro ocidental.

Ao mesmo tempo, cortes orçamentários impostos pelo próprio Congresso — travado em disputas partidárias sem fim — colocaram em risco direto a segurança do arsenal nuclear americano. A Administração Nacional de Segurança Nuclear (NNSA), responsável por fiscalizar e manter as ogivas atômicas do país, admitiu publicamente que seus fundos só garantiriam operações por “mais alguns dias”. Após esse prazo, iniciou-se o processo de desligamento de sistemas de monitoramento — algo impensável para qualquer potência minimamente funcional.

Como pode um país que destina centenas de bilhões de dólares anuais para alimentar guerras em territórios alheios — como Ucrânia e Palestina ocupada — não conseguir financiar a segurança do próprio arsenal nuclear? A resposta é simples: os Estados Unidos não são mais um Estado racional, mas um “império” decadente guiado por lobbies corporativos, interesses do complexo militar-industrial e por uma elite política completamente desconectada da realidade nacional.

A atual administração Republicana tenta culpar a oposição Democrata pela paralisação orçamentária, enquanto os Democratas sabotam qualquer tentativa de acordo, visando sabotar politicamente o governo. O argumento está parcialmente certo, mas mostra também a fraqueza dos próprios Republicanos, que falham em combater a sabotagem Democrata. Esse teatro bipartidário não é apenas disfuncional — é suicida. Os EUA se encontram à mercê de sua própria desordem interna, tornando-se uma ameaça não só a si mesmos, mas ao mundo inteiro, dada a natureza sensível dos sistemas nucleares envolvidos.

Milhares de funcionários e contratados da NNSA já foram impactados por cortes e paralisações. Embora o governo afirme que as “operações críticas” continuarão, não há garantias nem transparência sobre o que de fato permanece operacional. Um erro, uma falha de manutenção ou um simples atraso na resposta a incidentes pode gerar consequências catastróficas, inclusive vazamentos radioativos ou explosões acidentais.

Enquanto isso, países como a Rússia e a China reforçam sua soberania energética, seu sistema de defesa e sua estabilidade institucional. A abordagem multipolar que vem sendo construída por esses países, especialmente no contexto dos BRICS+, demonstra maturidade estratégica e responsabilidade com a ordem global — ao contrário do que se observa em Washington.

A decadência americana não se manifesta apenas em números ou gráficos econômicos. Ela é visível na incapacidade de proteger a população, manter a infraestrutura básica e evitar que a politicagem destrua as estruturas do Estado. Quando nem mesmo o arsenal nuclear — que deveria ser a linha vermelha máxima — é protegido de cortes orçamentários, a mensagem é clara: os EUA não têm mais condições de liderar o mundo.

O colapso que se desenha não será apenas econômico. Será institucional, militar e geopolítico. E diante desse cenário, o mundo precisa olhar para outras [múltiplas] lideranças — estáveis, soberanas e comprometidas com a paz real — para garantir a segurança global.

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Trump e Hegseth: le città statunitensi saranno la “palestra” per le nostre forze armate https://strategic-culture.su/news/2025/10/06/trump-e-hegseth-le-citta-statunitensi-saranno-la-palestra-per-le-nostre-forze-armate/ Mon, 06 Oct 2025 05:31:43 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888091 Come il ministero rinominato intende riformare l’esercito americano

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Nei giorni scorsi, oltre 800 alti ufficiali delle forze armate statunitensi – compresi quelli operanti in teatri di guerra attivi – convocati dal segretario alla Guerra Pete Hegseth sono confluiti a Quantico per presenziare al cosiddetto “Liberation Day dell’esercito”. L’evento è stato introdotto dal presidente Trump, il quale ha posto l’accento sulla necessità di risvegliare lo “spirito guerriero” dell’esercito, e di temprarlo all’interno dei confini nazionali. «È giunto il momento – ha affermato Trump – di distogliere l’attenzione da Kenya o Somalia, perché c’è un nemico più insidioso fra di noi […], da combattere prima che diventi incontrollabile». Un nemico incistato nelle città degli Stati Uniti indicate apertamente da Trump  come «terreno di addestramento per l’esercito».

Le direttive impartite dal presidente risultano pienamente coerenti con le linee guida condensate all’interno della bozza della National Defense Strategy, che, come anticipato da «Politico», antepone alla gestione della “minaccia cinese” la tutela degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale. Territorio nazionale compreso. Lo si evince dal contenuto dell’ordine esecutivo, firmato da Trump il giorno stesso dell’insediamento alla Casa Bianca, in cui si incarica il Northern Command di contribuire a «sigillare i confini e mantenere la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza degli Stati Uniti respingendo forme di invasione, tra cui l’immigrazione illegale di massa, il traffico di stupefacenti, il contrabbando, la tratta di esseri umani e altre attività criminali». Secondo un anonimo funzionario raggiunto da «Military Times», «proteggere il confine rappresenta la massima priorità per la base elettorale, e forse anche per i moderati. Quindi il mutamento [descritto nella National Defense Strategy, nda] è in linea con gli impegni assunti».

Nel corso dei mesi successivi, molte delle iniziative assunte dall’amministrazione Trump si orientavano nella medesima direzione: dalle rivendicazioni su Groenlandia e Panama alle ambizioni annessioniste nei confronti del Canada; dalla mobilitazione della Guardia Nazionale a sostegno delle forze dell’ordine a Washington e Los Angeles all’impiego dell’Immigration and Customs Enforcement in Oregon; dalla militarizzazione del confine con il Messico allo schieramento di navi da guerra e caccia F-35 nei Caraibi e al largo delle coste venezuelane con lo scopo ufficiale di combattere il narcotraffico. Secondo quanto riportato dal «Washington Post» la National Defense Strategy in via di definizione investirebbe il Pentagono del mandato di «assegnare la priorità agli sforzi volti a sigillare i nostri confini, respingere le forme di invasione tra cui la migrazione di massa illegale, il traffico di stupefacenti, il contrabbando, la tratta di esseri umani e altre attività criminali, e deportare gli stranieri illegali in coordinamento con il Dipartimento della Sicurezza Interna».

Come preannunciato dai licenziamenti del vecchio presidente del Joint Chiefs of Staffs, generale Charles Q. Brown Jr., e del capo delle operazioni navali, ammiraglio Lisa Franchetti, e confermato da Hegseth dinnanzi alla platea di Quantico una volta concluso l’intervento di Trump, il “nuovo corso” contempla anche una riduzione del 10% del numero di generali e ammiragli, con un picco del 20% per quanto riguarda gli ufficiali a quattro stelle, oltre alla ridefinizione delle linee dei comandi combattenti degli Stati Uniti. I tagli verterebbero sull’eliminazione delle strutture “superflue”, e si inseriscono in un radicale cambio di registro rispetto al passato. «È quasi impossibile – ha dichiarato Hegseth – modificare alla radice una cultura con le stesse persone che hanno contribuito a crearla o ne hanno addirittura tratto beneficio. A un’intera generazione di generali e ammiragli è stato ordinato di ripetere a pappagallo la folle fallacia che “la nostra diversità è la nostra forza”». Si va dunque verso l’eradicazione della “cultura woke” impostasi sotto l’amministrazione Biden, da promuovere anche mediante epurazioni selettive – il segretario alla Guerra ha apertamente invitato gli ufficiali dissenzienti a rassegnare le dimissioni – e la destrutturazione sistematica dei meccanismi premiali intesi a promuovere l’inclusione e al raggiungimento di quote razziali e di genere. Nonché attraverso la revoca dei programmi dedicati alla diffusione di “distrazioni ideologiche” quali il cambiamento climatico.

Il merito, ha sottolineato Hegseth, va recuperato come criterio supremo di selezione del personale militare, il quale sarà chiamato d’ora in poi ad adeguarsi a severi regimi in materia di dieta e allenamento, a conformare il proprio aspetto a precisi canoni estetici (niente barbe, capelli lunghi, ecc.) e a sottoporsi a regolari controlli di altezza e peso. «È del tutto inaccettabile vedere generali e ammiragli grassi aggirarsi nelle sale del Pentagono e guidare i comandi in tutto il mondo», ha tuonato il segretario alla Guerra.

Quella che l’amministrazione Trump ha battezzato “giornata di liberazione per l’esercito”, ha suscitato non poche perplessità e critiche. Anzitutto perché l’innalzamento strutturale degli standard atletici stride pesantemente con il progressivo deterioramento qualitativo dei cittadini statunitensi in età arruolabile, tale da aver indotto il Pentagono ad abbassare i requisiti minimi pur di conseguire gli obiettivi di reclutamento prefissati. Allo stesso tempo, la svolta annunciata da Hegseth richiede un netto cambiamento di abitudini ormai consolidate in seno alle forze armate.

Le obiezioni di maggiore rilevanza attengono tuttavia agli aspetti dottrinali. Come evidenzia il «Washington Post», un certo livello di dissenso «durante il processo di stesura [della National Defense Strategy, nda] è normale, ma il numero di funzionari preoccupati per il documento, così come la profondità delle loro critiche, è insolito». Il nuovo presidente del Joint Chief of Staffs Dan Caine, in particolare, avrebbe «condiviso le sue impressioni negative con i vertici del Pentagono nelle ultime settimane […], cercando di mantenere la National Defense Strategy ancorata alla preparazione dell’esercito per scoraggiare e, se necessario, sconfiggere la Cina».

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