Ethiopia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Mon, 13 Oct 2025 20:58:06 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Ethiopia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 1935 – L’Italia e l’impero, una guerra brutale e il sostegno russo alla Resistenza etiope https://strategic-culture.su/news/2025/10/14/1935-litalia-e-limpero-una-guerra-brutale-e-il-sostegno-russo-alla-resistenza-etiope/ Tue, 14 Oct 2025 10:31:17 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888239 Come si riflette il ruolo dell’URSS nel sostenere l’indipendenza dei paesi africani e il ruolo della Russia nella creazione di un mondo multipolare

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In Etiopia e in molte altri nazioni in particolare dell’Africa, ma anche dell’Asia e dell’America Latina la ricorrenza del 90° anniversario dell’invasione dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista è stata l’occasione per una serie molto interessante di riflessioni storiche, politiche e giornalistiche, mentre il novantennale è passato di fatto sotto silenzio non solo nella penisola, ma in tutta Europa.

La retorica italiana dell’epoca, anche per dimostrare la presunta superiorità dell’Italia fascista rispetto a quella liberale, insisteva nella ricerca di una vittoria volta a riscattare la pesante sconfitta del marzo 1896, quando ad Adua gli etiopi dell’imperatore Menelik II, presente alla battaglia al pari della reale consorte Taitù Batùl al comando di un gruppo di cannonieri, avevano sconfitto gli italiani, uno scontro con settemila morti per parte e innumerevoli feriti.

Sebbene l’impero etiope vantasse una storia millenaria e avesse dato vita agli albori del Novecento a una considerevole modernizzazione dell’amministrazione, una diffusa e capillare rete educativa e fosse dotato di mezzo milione di soldati in servizio permanente, dopo quasi un anno di guerra, nel maggio 1936 italiani si impongono sulla fiera Resistenza etiope, causando circa duecentosettantamila morti, settantamila tra i combattenti in nome del sovrano Hailé Selassié e duecentomila civili, a volte interi villaggi, sterminati a colpi di lanciafiamme e gas vietati dalle convenzioni internazionali tra cui l’iprite, l’arsenico e il fosgene, oltre duemila bombe sganciate per un totale di trecentocinquanta tonnellate di materiale tossico.

L’Italia si impadronisce così delle materie prime etiopi, il grano, abbondantemente trasferito verso la penisola, senza curarsi di ridurre alla fame una porzione considerevole della popolazione locale, ma soprattutto ferro, rame, manganese, zolfo, nichel, platino e oro tratti dalle ricche miniere etiopi.

Nel tempo dell’occupazione fascista tra il 1936 e il 1941 gli storici locali calcolano che un altro mezzo milione di etiopi sia morto per le violenze, la repressione e la fame.

Non che tedeschi fino al 1918 e poi inglesi, francesi, belgi si siano comportati meglio degli italiani, per restare al solo Belgio il recente dibattito storiografico congolese calcola tra i dieci e i trenta milioni i morti causati dalla presenza coloniale in Congo dal 1880 al 1960, tuttavia il conflitto iniziato dall’Italia il 3 ottobre 1935 e terminato il 5 maggio 1936 con l’ingresso dei generali Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani nella capitale Addis Abeba è ricordato dagli storici africani per le modalità brutali della conquista e come ultimo esempio di un colonialismo che ha poi lasciato il passo dopo il secondo dopoguerra, al neocolonialismo, certo più subdolo, ma non meno dannoso e nefasto.

Particolare rilievo viene dato nelle ricostruzioni storiche al fatto che i governi di Francia e Regno Unito abbiano in quell’occasione spalleggiato Benito Mussolini, il 7 gennaio 1935 il ministro degli Esteri francese Pierre Laval sottoscrive a Roma con il governo italiano un trattato segreto in base al quale l’Italia avrebbe sostenuto la politica francese nel Mediterraneo, mentre la Francia non si sarebbe opposta alle azioni italiane in Etiopia, quindi i britannici, avute garanzie dai fascisti rispetto alle loro colonie nell’Africa orientale dal Kenya al Sudan, hanno firmato un tacito assenso nei confronti dell’avventura coloniale mussoliniana, la quale avrebbe portato alla formazione, per quanto effimera e poco durevole, dell’impero dell’Africa Orientale Italiana.

Interessante come l’assenso britannico sia stato determinato dalle solite logiche antisovietiche e antirusse di Londra, la stampa inglese del tempo infatti definiva “ragionevole” il comportamento del conte Stanley Baldwin, primo ministro conservatore dal giugno 1935, riconoscendo l’importante ruolo del fascismo italiano nel contrasto del bolscevismo, a guerra coloniale iniziata sarà il ministro degli esteri, il visconte Samuel John Gurney Hoare, a sostenere il mancato blocco del canale di Suez per il passaggio delle navi militari italiane, al fine di non favorire una eventuale caduta di Mussolini, il quale può così convogliare in Eritrea quattrocentomila soldati e mezzi corazzati al canto di “Faccetta nera”, tre anni dopo vietata in Italia e nelle colonie con l’introduzione delle leggi razziali, soppressa per un testo considerato promotore di una eccessiva fraternizzazione tra italiani e bellezze etiopi, ma di fatto cantata e suonata ancora dalle orchestrine dell’epoca con buona pace dei divieti.

Molto significativa l’intervista al dittatore fascista realizzata dal “London Morning Post” il 18 settembre 1935, in cui Mussolini afferma solennemente come l’Italia non abbia alcuna intenzione di danneggiare gli interessi di Francia e Gran Bretagna in Africa. Saranno proprio i due ministri degli esteri Laval e Hoare a sabotare qualsiasi piano di sostegno verso l’Etiopia della Società delle Nazioni, ancora loro a proporre una spartizione del territorio etiope respinta tanto da Hailé Selassié, quanto dagli italiani, così come a contribuire al varo di blande sanzioni contro l’Italia, esenti ad esempio dal riguardare il petrolio, fondamentale per il funzionamento degli aerei militari e dei carri armati, così come nessuna sanzione verrà posta rispetto al ferro e al carbone. Sarà il nuovo primo ministro conservatore Arthur Neville Chamberlain nel 1937 ad agire per la revoca quasi totale delle sanzioni stesse appena salito al potere, per altro l’Italia sia durante la guerra, sia in seguito continuerà ad ottenere equipaggiamenti militari e materie prime da Francia, Belgio, Cecoslovacchia, Austria, Germania e da svariate altre nazioni.

Solo l’Unione Sovietica dentro il contesto delle Società delle Nazioni si esprime con chiarezza e conseguenza a favore di sanzioni efficaci, chiedendo, inascoltata, l’interruzione di tutte le forniture di petrolio all’Italia e la chiusura del canale di Suez.

Durante l’occupazione coloniale poi il generale Graziani si macchierà di pesanti crimini contro l’umanità, in Etiopia ancora ricordano, come nel 1937 venga perpetrata la strage di Addis Abeba con trentamila civili etiopi trucidati e gettati nelle strade tra il 19 e il 21 febbraio 1937 da parte di civili italiani, militari del regio esercito e squadre fasciste e l’altrettanto drammatica strage di Debra Libanos, un massacro contro la chiesa copta ortodossa etiopica consumato tra il 21 e 29 maggio dello stesso 1937 a danno di almeno duemila diaconi e monaci.

È molto interessante come la saggistica e la stampa africana sottolineino il ruolo di amicizia, di solidarietà e di sostegno verso la Resistenza etiope offerto allora dalla Russia, ovvero dall’Unione Sovietica, stabilendo paralleli precisi tra il passato e il ruolo attuale di Mosca nel sostegno a tante nazioni decise a uscire dal neocolonialismo.

Dalla tribuna moscovita del settimo congresso dell’Internazionale Comunista nell’agosto 1935, affrontando il problema della predisposizione alla guerra dell’imperialismo tanto di matrice borghese, quanto fascista, Palmiro Togliatti, anche in ragione dell’imminente e risaputa volontà d’aggressione italiana contro l’Etiopia, parla di “uno scivolamento verso una nuova guerra mondiale”, che tragicamente già insanguinava l’Asia e non avrebbe tardato ad avviluppare l’Europa.

Nel sostegno al popolo etiope nella lotta contro i fascisti è celebre il contributo di tre dirigenti del Partito Comunista Italiano: uno è lo straordinario combattente e commissario politico anche in Spagna Anton Ukmar di Prosecco, amico di uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia a Livorno nel ’21, Ivan Regent di Contovello, due triestini nati a pochi passi l’uno dall’altro ed entrambi sulle colline a ridosso del castello di Miramare, poi dirigenti politici della Jugoslavia socialista, gli altri due sono Ilio Barontini e lo spezzino Domenico Rolla, sergente del Battaglione Garibaldi sul fronte di Madrid. Barontini di Cecina, anch’egli fondatore del Partito Comunista Italiano a Livorno, è il giovane consigliere comunale proprio di Livorno che recupera le chiavi del teatro San Marco in cui si svolge il congresso fondativo il 21 gennaio 1921, amico di Gramsci, con l’avvento del fascismo è esule in Unione Sovietica, dove si forma all’Accademia Militare “Frunze” a Mosca, nei primi anni ’30 combatte insieme ai comunisti cinesi di Mao Ze Dong anche negli anni della Lunga Marcia, imparando le tecniche della guerriglia, che metterà in atto prima in Spagna alla guida del Battaglione Garibaldi e poi in Etiopia. I tre comunisti sono chiamati dal popolo etiope “i tre apostoli”, Barontini diventa “Paulus”, Rolla “Petrus” e Ukmar “Johannes”, fondano il giornale “La Voce degli Abissini” e addestrano i giovani della Resistenza etiope. L’eroico partigiano gappista a Torino e Milano Giovanni Pesce così li ricorda: ”Il Negus dette a Barontini il ruolo di consulente del governo provvisorio alla macchia e il titolo di viceimperatore. Barontini e gli altri due apostoli, che agivano in zone diverse, predicavano l’unità delle razze e delle coscienze.”

Gli storici di Asia, Africa e America Latina concordano nel ritenere il ruolo della Russia di ieri e di quella di oggi fondamentale nel sostegno dell’indipendenza e della sovranità dei popoli del Sud Globale, la storia passata dell’Etiopia e quella presente, che vede la nazione parte dei BRICS, ne è a tutti gli effetti un esempio e una conferma.

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This is how Russia is perceived in Africa https://strategic-culture.su/news/2025/08/11/this-is-how-russia-is-perceived-in-africa/ Mon, 11 Aug 2025 17:30:50 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887030 This infographic maps the complex landscape of African attitudes toward Russia—revealing where support is strongest, where skepticism prevails, and how historical ties shape perceptions today.

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Ranked: Countries with the most and least carbon-intensive power grids https://strategic-culture.su/news/2025/05/13/ranked-countries-with-the-most-and-least-carbon-intensive-power-grids/ Tue, 13 May 2025 13:00:08 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=885285

This infographic shows the countries which get their electricity in the most and least carbon-intensive ways. 

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Corno d’Africa, una nuova crisi in arrivo? https://strategic-culture.su/news/2025/04/02/corno-dafrica-una-nuova-crisi-in-arrivo/ Wed, 02 Apr 2025 05:00:11 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=884422 Destabilizzare il Corno d’Africa è una strategia già nota al mondo anglo-americano per cercare di mantenere la regione in una instabilità utile al dominio commerciale.

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Il Sud Sudan non trova tregua

Nel Corno d’Africa, due fragili processi di pace sono seriamente minacciati: le lotte di potere interne in Sud Sudan e nella regione etiope del Tigray potrebbero trasformarsi in crisi regionali. In Sud Sudan, come già avvenuto nel 2013 all’inizio della guerra civile, è in corso una competizione per la successione dell’attuale presidente Salva Kiir, 73 anni. Quest’ultimo sembra favorire il proprio genero come potenziale successore. Nel frattempo, la regione dell’Alto Nilo è scossa da scontri tra l’Armata Bianca, una milizia Nuer, e le forze armate sud-sudanesi, con conseguenze drammatiche, tra cui l’abbattimento di un elicottero dell’ONU e l’uccisione di un generale di alto rango.

Durante la guerra civile tra il 2013 e il 2018, l’Armata Bianca ha combattuto a fianco dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese/Movimento di Opposizione (SPLA-IO), guidato dall’attuale Primo Vicepresidente Riek Machar. Oggi, le tensioni tra Kiir e Machar stanno nuovamente aumentando, facendo temere un ritorno alla violenza in un Paese già duramente provato da decenni di conflitto.

Il Sud Sudan è sull’orlo di una nuova guerra civile, ha avvertito lunedì il principale rappresentante delle Nazioni Unite nel paese più giovane del mondo, esprimendo preoccupazione per la decisione improvvisa del governo di rinviare l’ultimo tentativo di pace.

Definendo la situazione nel paese “grave”, Nicholas Haysom ha sottolineato che gli sforzi internazionali per raggiungere una soluzione pacifica potranno avere successo solo se il presidente Salva Kiir e il suo ex rivale divenuto vicepresidente, Riek Machar, saranno disposti a collaborare e a mettere gli interessi della popolazione al di sopra dei propri.

Quando il Sud Sudan, ricco di petrolio, ottenne l’indipendenza dal Sudan nel 2011 dopo un lungo conflitto, le aspettative erano alte. Tuttavia, il paese scivolò in una guerra civile nel dicembre 2013, alimentata da divisioni etniche, con le forze fedeli a Kiir, appartenente all’etnia Dinka, che combatterono contro quelle leali a Machar, della comunità Nuer.

Il conflitto ha causato oltre 400.000 vittime prima di concludersi con un accordo di pace nel 2018, che portò alla formazione di un governo di unità nazionale con Kiir e Machar. L’intesa prevedeva elezioni nel febbraio 2023, successivamente rinviate a dicembre 2024 e poi posticipate nuovamente fino al 2026.

Le attuali tensioni derivano dagli scontri nel nord del paese tra le forze governative e un gruppo ribelle noto come White Army, ritenuto vicino a Machar.

All’inizio di questo mese, un generale sud sudanese è stato ucciso insieme ad altre persone quando un elicottero delle Nazioni Unite, impegnato nell’evacuazione di soldati governativi dalla città di Nasir – teatro degli scontri nello stato dell’Alto Nilo – è stato colpito dal fuoco nemico. Qualche giorno prima, il 4 marzo, il White Army aveva preso il controllo della guarnigione militare di Nasir, spingendo le truppe governative a circondare la residenza di Machar nella capitale Juba e ad arrestare diversi suoi collaboratori.

Nicholas Haysom, addetto ONU per il Sudan, ha specificato che le tensioni e la violenza stanno aumentando, specialmente con l’avvicinarsi delle elezioni e l’inasprimento della competizione politica tra le figure chiave del paese. Secondo lui, la mancanza di fiducia tra Kiir e Machar impedisce loro di esercitare la leadership necessaria per attuare l’accordo di pace del 2018 e guidare il Sud Sudan verso un futuro stabile e democratico; ha inoltre sottolineato che la diffusione dilagante di disinformazione, propaganda e discorsi d’odio sta ulteriormente acuendo le divisioni etniche e alimentando la paura. «Di fronte a questa situazione preoccupante», ha affermato Haysom, «non possiamo che concludere che il Sud Sudan rischia seriamente di ricadere nella guerra civile».

A capo della missione di pace dell’ONU in Sud Sudan, che conta quasi 18.000 membri, Haysom ha avvertito che un ritorno al conflitto aperto porterebbe agli stessi orrori vissuti dal paese nel 2013 e nel 2016. Le Nazioni Unite considerano con estrema serietà il rischio che il conflitto assuma una connotazione sempre più etnica. Per scongiurare un nuovo conflitto civile, l’inviato speciale dell’ONU ha dichiarato che la missione di peacekeeping sta intensificando gli sforzi diplomatici, collaborando strettamente con partner internazionali e regionali, inclusa l’Unione Africana.

Il messaggio comune della comunità regionale e internazionale è un appello a Kiir e Machar affinché si incontrino per risolvere le loro divergenze, rispettino l’accordo di pace del 2018, mantengano il cessate il fuoco, rilascino i funzionari detenuti e affrontino le tensioni attraverso il dialogo anziché con la violenza militare.

In Etiopia continuano le divisioni nel TPLF e le tensioni con l’Eritrea

Pochi chilometri ad Est, in Etiopia, una crisi interna nella regione del Tigray rischia di alimentare un conflitto più ampio tra il governo federale di Addis Abeba e l’Eritrea. Il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), ex partito dominante in Etiopia e principale oppositore del governo nella guerra del 2020-2022, è oggi diviso tra due fazioni: una di tipo conservatore guidata dal presidente Debretsion Gebremichael, e l’altra, riformista, guidata da Getachew Reda, capo dell’Autorità regionale provvisoria del Tigray.

La fazione di Debretsion controlla una parte significativa delle forze armate del Tigray e ha progressivamente assunto il comando di strutture amministrative locali, spesso con metodi coercitivi. Inoltre, ha esteso la propria influenza sui media e su parte del governo della capitale regionale, Mekelle. Si ritiene che questa fazione abbia legami con l’Eritrea, mentre Getachew gode dell’appoggio del primo ministro etiope Abiy Ahmed.

Le relazioni tra Etiopia ed Eritrea si sono deteriorate dopo l’Accordo di Pretoria, che nel 2022 ha posto fine alla guerra tra il governo etiope e il TPLF. Entrambi i Paesi si accusano reciprocamente di sostenere i gruppi di opposizione, aumentando il rischio di un nuovo conflitto regionale.

Nel tentativo di placare le crescenti tensioni nella turbolenta regione del Tigray, il primo ministro etiope ha annunciato l’intenzione di nominare un nuovo leader per l’area, dopodiché è fuggito nella capitale Addis Abeba all’inizio del mese a seguito di una lotta di potere all’interno del TPLF.

In un’iniziativa inedita, il primo ministro Abiy Ahmed ha chiesto ai cittadini tigrini di proporre via email chi dovrebbe essere il nuovo leader della regione ed ha anche annunciato che il mandato dell’amministrazione ad interim, inizialmente previsto per due anni, sarà esteso di un ulteriore anno. Sebbene il Tigray abbia ora la possibilità di scegliere i propri leader, Abiy sta anche inviando un segnale: “Se il primo ministro può nominare un presidente nella regione del Tigray, può farlo anche altrove”.

Nonostante la firma dell’accordo di pace, il Tigray continua ad affrontare difficoltà, tra cui ritardi nel disarmo delle forze del TPLF e gravi esigenze umanitarie. Il conflitto in Tigray ha causato la morte di circa 500.000 persone. Tutte le parti coinvolte – compreso il vicino Eritrea, che ha sostenuto il governo – sono state accusate di gravi violazioni, tra cui massacri di civili e diffusi episodi di violenza sessuale.

Il coinvolgimento di altri Stati e la frammentazione dell’impegno internazionale

Il rischio di un’espansione del conflitto è concreto. L’Uganda ha già inviato truppe in supporto al governo sud-sudanese, come aveva fatto nel 2013, mentre le forze sudanesi sono intervenute in diverse aree strategiche. Durante il fine settimana, milizie della Operational Support Force in Sud Sudan si sono scontrate con unità dell’SPLA/M-LNL, apparentemente coinvolte in un’operazione per rifornirsi di armi dalle Forze Armate sudanesi.

La fragile implementazione degli accordi di pace è una delle cause principali della recente escalation. In Sud Sudan, il presidente Kiir ha rimosso diversi membri del governo e arrestato alti ufficiali dell’SPLA/M-LNL. D’altronde è già noto che in Etiopia molte disposizioni dell’Accordo di Pretoria non sono state attuate. Laddove non sta funzionando la diplomazia internazionale, prende il sopravvento la legge del più forte.

Il supporto alla stabilità della regione appare sempre più frammentato anche nella cooperazione internazionale, che non riesce a garantire interventi efficaci. In Etiopia, mancano attori credibili che possano garantire il rispetto degli accordi. Nel recente vertice di emergenza dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD) sul Sud Sudan, solo due presidenti erano presenti. Un tempo gli Stati Uniti avevano un ruolo centrale nel processo di pace, ma oggi potenze come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e la Turchia esercitano maggiore influenza, spesso favorendo singoli schieramenti anziché fungere da mediatori neutrali.

Proprio la Turchia ha recentemente rafforzato i rapporti con l’Uganda, una mossa strategica nel contesto Africano che disegna una geometria diplomatica alquanto interessante.

La Turchia e l’Uganda intrattengono relazioni diplomatiche sin dal 1962, ma è stato solo a partire dai primi anni 2000 che il legame tra i due Paesi ha iniziato a rafforzarsi in modo significativo. Oggi, la cooperazione tra le due nazioni è solida e si estende a diversi settori, tra cui commercio, investimenti, sicurezza ed istruzione.

Il commercio e gli investimenti rappresentano un pilastro fondamentale della collaborazione tra Turchia e Uganda. La Turchia ha investito in modo consistente nei settori delle infrastrutture e dell’edilizia in Uganda, contribuendo alla realizzazione di importanti opere come ospedali, strade e ponti. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per incentivare gli scambi commerciali e gli investimenti, tra cui un Trattato Bilaterale sugli Investimenti e un Accordo per evitare la doppia imposizione fiscale, entrambi volti a favorire il flusso di capitali e il commercio reciproco.

Anche nel settore educativo la Turchia ha dato un contributo significativo all’Uganda, offrendo borse di studio agli studenti ugandesi per proseguire gli studi in università turche. Questa iniziativa ha rafforzato i legami tra i due Paesi e ha dato agli studenti ugandesi l’opportunità di accedere a un’istruzione di qualità. Per di più, la Turchia ha aperto diverse scuole in Uganda attraverso la Fondazione Maarif, che forniscono istruzione sia a livello primario che secondario, con l’obiettivo di offrire un’educazione di alto livello agli studenti ugandesi.

La collaborazione tra Turchia e Uganda si estende anche al settore della sicurezza. La Turchia ha fornito formazione militare e addestramento alle forze di sicurezza ugandesi, e i due Paesi hanno siglato accordi per rafforzare la cooperazione in questo ambito. La Turchia ha supportato l’Uganda nella lotta al terrorismo, fornendo equipaggiamento e assistenza alle forze di sicurezza e ai servizi di intelligence ugandesi.

Serve una soluzione pacifica e diplomatica

Con la situazione che continua a peggiorare, è necessario un intervento diplomatico di alto livello per prevenire un’ulteriore escalation.

Un coordinamento internazionale più efficace potrebbe contenere la crisi. Una strategia possibile sarebbe una divisione informale dei compiti: attori influenti come la Turchia e l’Arabia Saudita potrebbero concentrarsi sulla riduzione delle tensioni tra governi, mentre i Paesi europei potrebbero sostenere IGAD e l’Unione Africana nei processi di mediazione locale.

C’è poi un’ulteriore strada ce deve essere valutata: una soluzione pienamente africana: la Confederazione degli Stati del Sahel potrebbe offrire una mediazione regionale autorevole e, soprattutto, lontana dallo spasmodico controllo occidentale.

Chissà se l’ONU e le altre agenzie internazionali valuteranno la possibilità di lasciare l’Africa agli africani.

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Horn of Africa, a new crisis on the horizon? https://strategic-culture.su/news/2025/03/29/horn-africa-new-crisis-on-horizon/ Sat, 29 Mar 2025 15:00:30 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=884348

Destabilizing the Horn of Africa is a strategy already known to the Anglo-American world to try to keep the region in a state of instability useful for commercial domination.

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South Sudan finds no respite

In the Horn of Africa, two fragile peace processes are seriously threatened: internal power struggles in South Sudan and in the Ethiopian region of Tigray could turn into regional crises. In South Sudan, as was the case in 2013 at the beginning of the civil war, a competition is underway for the succession of the current president Salva Kiir, 73 years old. The latter seems to favor his son-in-law as his potential successor. Meanwhile, the Upper Nile region is shaken by clashes between the White Army, a Nuer militia, and the South Sudanese armed forces, with dramatic consequences, including the shooting down of a UN helicopter and the killing of a high-ranking general.

During the civil war between 2013 and 2018, the Armata Bianca fought alongside the Sudan People’s Liberation Army/Opposition Movement (SPLA-IO), led by the current First Vice-President Riek Machar. Today, tensions between Kiir and Machar are rising again, raising fears of a return to violence in a country already badly tried by decades of conflict.

South Sudan is on the brink of another civil war, the top United Nations official in the world’s youngest country warned on Monday, expressing concern over the government’s sudden decision to postpone the latest peace effort.

Describing the situation in the country as “grave”, Nicholas Haysom emphasized that international efforts to reach a peaceful solution can only be successful if President Salva Kiir and his former rival turned vice-president, Riek Machar, are willing to collaborate and put the interests of the population above their own.

When oil-rich South Sudan gained independence from Sudan in 2011 after a long conflict, expectations were high. However, the country slipped into a civil war in December 2013, fueled by ethnic divisions, with forces loyal to Kiir, a Dinka, fighting those loyal to Machar, a Nuer.

The conflict caused over 400,000 casualties before ending with a peace agreement in 2018, which led to the formation of a government of national unity with Kiir and Machar. The agreement called for elections in February 2023, which were subsequently postponed to December 2024 and then again to 2026.

The current tensions stem from clashes in the north of the country between government forces and a rebel group known as the White Army, believed to be close to Machar.

Earlier this month, a South Sudanese general was killed along with others when a United Nations helicopter, engaged in the evacuation of government soldiers from the city of Nasir – the scene of fighting in Upper Nile State – was hit by enemy fire. A few days earlier, on March 4th, the White Army had taken control of the Nasir military garrison, forcing government troops to surround the residence of Machar in the capital Juba and arrest several of his associates.

Nicholas Haysom, the UN envoy for Sudan, has stated that tensions and violence are increasing, especially as the elections approach and the political competition between the country’s key figures intensifies. According to him, the lack of trust between Kiir and Machar prevents them from exercising the leadership necessary to implement the 2018 peace agreement and guide South Sudan towards a stable and democratic future; he also emphasized that the rampant spread of disinformation, propaganda and hate speech is further exacerbating ethnic divisions and fueling fear. “Faced with this worrying situation”, said Haysom, ‘we can only conclude that South Sudan is at serious risk of relapsing into civil war’.

Haysom, who heads the UN peacekeeping mission in South Sudan, which has almost 18,000 members, warned that a return to open conflict would lead to the same horrors the country experienced in 2013 and 2016. The United Nations is taking the risk of the conflict becoming increasingly ethnic very seriously. To avert a new civil conflict, the UN special envoy has stated that the peacekeeping mission is intensifying diplomatic efforts, collaborating closely with international and regional partners, including the African Union.

The common message from the regional and international community is an appeal to Kiir and Machar to meet to resolve their differences, respect the 2018 peace agreement, maintain the ceasefire, release detained officials and address tensions through dialogue rather than military violence.

In Ethiopia, divisions within the TPLF and tensions with Eritrea continue

A few kilometers to the east, in Ethiopia, an internal crisis in the Tigray region risks fueling a wider conflict between the federal government in Addis Ababa and Eritrea. The Tigray People’s Liberation Front (TPLF), formerly the dominant party in Ethiopia and the main opponent of the government in the 2020-2022 war, is now divided into two factions: a conservative one led by President Debretsion Gebremichael, and a reformist one led by Getachew Reda, head of the Tigray Interim Regional Authority.

Debretsion’s faction controls a significant part of the Tigray armed forces and has progressively taken over local administrative structures, often by coercive means. It has also extended its influence over the media. Debretsion’s faction controls a significant part of the Tigray armed forces and has progressively taken over local administrative structures, often by coercive means. It has also extended its influence over the media and part of the government in the regional capital, Mekelle. This faction is believed to have links with Eritrea, while Getachew enjoys the support of Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed.

Relations between Ethiopia and Eritrea deteriorated after the Pretoria Agreement, which ended the war between the Ethiopian government and the TPLF in 2022. Both countries accuse each other of supporting opposition groups, increasing the risk of a new regional conflict.

In an attempt to calm rising tensions in the turbulent Tigray region, Ethiopia’s prime minister announced his intention to appoint a new leader for the area, after which he fled to the capital Addis Ababa earlier this month following a power struggle within the TPLF.

In an unprecedented move, Prime Minister Abiy Ahmed asked Tigrayans to propose via email who should be the new leader of the region and also announced that the mandate of the interim administration, initially planned for two years, will be extended for another year. Although Tigray now has the chance to choose its own leaders, Abiy is also sending a signal: “If the prime minister can appoint a president in the Tigray region, he can do so elsewhere too”.

Despite the signing of the peace agreement, Tigray continues to face difficulties, including delays in the disarmament of TPLF forces and serious humanitarian needs. The conflict in Tigray has caused the death of approximately 500,000 people. All parties involved – including neighboring Eritrea, which supported the government – have been accused of serious violations, including massacres of civilians and widespread sexual violence.

The involvement of other states and the fragmentation of international commitment

The risk of an expansion of the conflict is real. Uganda has already sent troops to support the South Sudanese government, as it did in 2013, while Sudanese forces have intervened in several strategic areas. Over the weekend, militias of the Operational Support Force in South Sudan clashed with units of the SPLA/M-LNL, apparently involved in an operation to obtain weapons from the Sudanese Armed Forces.

The fragile implementation of the peace agreements is one of the main causes of the recent escalation. In South Sudan, President Kiir has removed several members of the government and arrested senior SPLA/M-NLA officers. On the other hand, it is already known that in Ethiopia many provisions of the Pretoria Agreement have not been implemented. Where international diplomacy is not working, the law of the strongest takes over.

Support for stability in the region appears increasingly fragmented, even in international cooperation, which is unable to guarantee effective interventions. In Ethiopia, there is a lack of credible actors who can guarantee respect for the agreements. At the recent emergency summit of the Intergovernmental Authority on Development (IGAD) on South Sudan, only two presidents were present. The United States once played a central role in the peace process, but today powers such as the United Arab Emirates, Saudi Arabia and Turkey are exerting greater influence, often favoring individual sides rather than acting as neutral mediators.

Turkey has recently strengthened its relations with Uganda, a strategic move in the African context that draws a rather interesting diplomatic geometry.

Turkey and Uganda have had diplomatic relations since 1962, but it was only in the early 2000s that the bond between the two countries began to strengthen significantly. Today, cooperation between the two nations is solid and extends to various sectors, including trade, investment, security and education.

Trade and investment represent a fundamental pillar of the collaboration between Turkey and Uganda. Turkey has invested heavily in the Ugandan infrastructure and construction sectors, contributing to the realization of important projects such as hospitals, roads and bridges. The two countries have signed several agreements to encourage trade and investment, including a Bilateral Investment Treaty and an Agreement to avoid double taxation, both aimed at promoting the flow of capital and reciprocal trade.

Turkey has also made a significant contribution to Uganda in the education sector, offering scholarships to Ugandan students to study at Turkish universities. This initiative has strengthened the ties between the two countries and given Ugandan students the opportunity to access quality education. Furthermore, Turkey has opened several schools in Uganda through the Maarif Foundation, which provide both primary and secondary education, with the aim of offering Ugandan students a high level of education.

The collaboration between Turkey and Uganda also extends to the security sector. Turkey has provided military training and instruction to the Ugandan security forces, and the two countries have signed agreements to strengthen cooperation in this area. Turkey has supported Uganda in the fight against terrorism, providing equipment and assistance to the Ugandan security forces and intelligence services.

A peaceful and diplomatic solution is needed

With the situation continuing to worsen, high-level diplomatic intervention is needed to prevent further escalation.

More effective international coordination could contain the crisis. One possible strategy would be an informal division of tasks: influential actors such as Turkey and Saudi Arabia could focus on reducing tensions between governments, while European countries could support IGAD and the African Union in local mediation processes.

Then there is another path that must be considered: a fully African solution. The Confederation of Sahel States could offer authoritative regional mediation, and above all, far from the spasmodic Western control.

Who knows if the UN and other international agencies will consider leaving Africa to Africans.

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Top economic partners of BRICS countries https://strategic-culture.su/news/2025/03/06/top-economic-partners-of-brics-countries/ Thu, 06 Mar 2025 14:00:25 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883902

This infographic shows which countries are the BRICS states’ top economic partners.

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The dark side of Band Aid and the Ethiopian famine 40 years on https://strategic-culture.su/news/2024/12/03/dark-side-of-band-aid-and-ethiopian-famine-40-years-on/ Tue, 03 Dec 2024 16:26:51 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=882166

Bob Geldof and his charity have been doing a great job all these years in helping the poor in Africa. Not quite. They’ve both been doing an even better job in being a cover up for who were really responsible for the Ethiopian famine. 

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Bob Geldof and his charity have been doing a great job all these years in helping the poor in Africa. Not quite. They’ve both been doing an even better job in being a cover up for who were really responsible in the first place for the Ethiopian famine.

Band Aid 40 was an anniversary which came and went, with few even noticing it. The original ‘Live Aid’ event in the summer of 1985, created by Bog Geldof and Midge Ure, on the other hand, was unforgettable by the 50 plus generation as there was nothing like it and many felt good about being part of a pop concert which raised money for starving Ethiopians.

Yet the truth about both Live Aid and the subsequent concerts held each decade and the charity work it does are at best dubious and at worse a repulsive example of western decadence in its ugliest form. The number of things wrong with the whole event and its spin-offs are starting to outweigh its positive points – even those made in good will.

In 1985, the star-studded line up took to the stage and won our hearts. Geldof’s charity took the money raised from the single ‘Do they know it’s Christmas’ (around 24m USD) to Ethiopia to where starving refugees in the south needed food, blankets and medicine. The scandal however, was not that the Thatcher government of the say wanted to charge VAT on the record sales, but something much more sinister.

Live Aid didn’t really work. At least not the operation in Ethiopia. In a mad frenzy of wokeness on a differently level there was no initiative from Geldof’s charity to do a little research and work out who were the good guys there and who were the baddies. The result was a catastrophe. Most of the trucks that Geldof bought in Ethiopia were junk, given a lick of paint to be sold to naïve westerners with too much cash to burn and so most didn’t even make the long journey south to where the refugees were. A lot of the money was also soaked up by corrupt officials who saw the obvious advantageous point as various permits were needed and of course the convoy had to deal with military roadblocks whose senior officers had been warned in advance. The whole thing was a shambles from the off due largely to the politically correct buffoons Geldof employed who really understood nothing about the country, the continent or simply how things work in poor countries. People have to be bribed even for food to get through to the starving. And sometimes quite generously.

Recently, a British broadsheet did a hit job on it, leading the reader to wonder if the vitriol and hatred is more about Geldof himself, who has made more than a few enemies in his time.

“Yet the criticism of Do They Know It’s Christmas? is not confined to modern-day “woke do-gooders” (the words of promoter Harvey Goldsmith on Monday), but has been almost as constant as Phil Collins’s drumbeat on the original song” it reads. “Among the objections are that the lyrics are patronising, it is shoddy musically and, most troublingly, that some of the money raised was misused and did not help its intended recipients”.

The number of musical artists who refuse to work on the more recent versions of Band Aid include Morrissey, Adele and Ed Sheeran. For them it’s the fingers-down-the-throat woke do-goodery which translates in today’s terms as paternalist gobshite which dehumanises Africans, justifying an extended outdated colonial mindset.

The world changed since 1985. People became woke, but also, strangely also cynical. These days a growing number of artists won’t do free concerts with pictures of starving children because the naivety from the masses of the mid-eighties is no longer prevalent and it backfires. Bad business.

But amongst the scramble of hypocrites and opportunists, the real story of Live Aid in 1985 and even today is darker and more shameful.

The truth is that the very famine itself which Live Aid and Band Aid apparently rescued from being a fatal famine, was entirely created by western elitist buffoonery. The UN, an organisation largely serves the hegemonic endeavours of the West messed up on a grand scale. Their refusal to engage local experts in preference for overpaid westerners, very well detailed in Graham Hancock’s exposes of UN graft in Lords of Poverty, largely created a singular zone for most of the refuges in the entire region, accessible by only one major road from the capitol. This stupendous blunder gave the regime at that time the opportunity to use hunger as a tool of war. Which they did on a “biblical” scale causing the famine. Worse though was the denial from Western governments.

The most extraordinary thing about Live Aid and the Band Aid singles is that they largely appeal to poor people in UK and U.S. to hand over their last few coins of their benefit money or minimum wage. While Geldof hits back at the critics with his claims that he has given the famine project in Ethiopia over 140m GBP pounds since 1985 (pennies in term of what the UNDP gives as food aid), some of us might be wondering if half of that goes on inept white aid workers from Ireland and corrupt officials. But Band Aid seemed to have a political agenda as well. With the media spotlight on them, they could have made some pretty scandalous accusations – charges that might steal the thunder of a group of pop idols and their most “self-righteous platform in the history of modern music”.

“The whole implication was to save these people in Ethiopia, but who were they asking to save them? Some 13-year-old girl in Wigan! People like [Margaret] Thatcher and the royals could solve the Ethiopian problem within 10 seconds” argues Morrissey. “But Band Aid shied away from saying that — for heaven’s sake, it was almost directly aimed at unemployed people.”

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Expanded BRICS: The Share in Global Oil Production https://strategic-culture.su/news/2023/12/19/expanded-brics-the-share-in-global-oil-production/ Tue, 19 Dec 2023 14:34:46 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=876972 On January 1, 2024, six new countries will formally join the BRICS grouping. This infographic shows the share of each country in global oil production.

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Expanded BRICS: How Much Do They Export? https://strategic-culture.su/news/2023/12/18/expanded-brics-how-much-do-they-export/ Mon, 18 Dec 2023 17:25:20 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=876961 On January 1, 2024, six new countries will formally join the BRICS grouping. This infographic shows the share of each country in global exports.

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Expanded BRICS: Where These Countries Stand in Terms of GDP https://strategic-culture.su/news/2023/12/12/expanded-brics-where-these-countries-stand-terms-gdp/ Tue, 12 Dec 2023 15:00:54 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=876868 On January 1, 2024, six new countries will formally join the BRICS grouping. This infographic gives a brief introduction into the expanded BRICS.

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