Taiwan – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sun, 22 Feb 2026 21:41:22 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Taiwan – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Geopolitica della Cina contemporanea https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/geopolitica-della-cina-contemporanea/ Mon, 23 Feb 2026 10:31:31 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890740 La Repubblica Popolare Cinese, e la sua strategia geopolitica, rimangono ancora un mistero per il pubblico occidentale. Questo, infatti, è spesso vittima di una doppia distorsione della realtà che arriva sia dall’informazione generalista che da quella cosiddetto “alternativa”. Fattore prodotto di un doppio livello di infiltrazione della propaganda a stelle e strisce in quella parte di mondo sottoposta al dominio culturale e militare di Washington. Qui si cercherà di fare un minimo di chiarezza

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Prima di entrare nel merito dell’argomento, è opportuno ricordare che la geopolitica della Cina popolare è interamente costruita attorno al superamento di quella condizione di inferiorità alla quale il Paese, l’Impero cinese, venne posto nel cosiddetto “secolo delle umiliazioni”: dalla metà dell’Ottocento, più o meno (con le guerre dell’oppio e la penetrazione coloniale europea) fino alla metà del Novecento (dunque, la fine della dinastia manciuriana Qing, la Rivoluzione repubblicana di Sun Yat-sen, la parcellizzazione del Paese, l’invasione giapponese e la successiva guerra e rivoluzionaria maoista.

Già nei primi anni ’50, si era avuta un’avvisaglia del “risveglio” cinese con l’invio di un’armata volontaria in Corea che, di fatto, ebbe un ruolo decisivo sull’esito del conflitto. In quell’occasione,  il messaggio era chiaro: la Cina non avrebbe tollerato una presenza nordamericana ai propri confini. Ad oggi, infatti, sebbene la Corea del Nord mantenga un buon grado di autonomia strategica che l’ha portata a sviluppare armi nucleari, questa deve la sua esistenza alla Cina ed al suo ruolo di cuscinetto verso la Corea del Sud (dove il contingente nordamericano è piuttosto grosso).

Detto ciò, quando parliamo di geopolitica della Cina bisogna tenere a mente alcuni punti cardine:

  • una suddivisione della storia della Repubblica Popolare in diverse ere alle quali corrispondono delle specifiche funzioni e obiettivi;
  • il principio della Cina unica e del modello “un Paese, due sistemi”;
  • l’idea di unità nella molteplicità come base per la costruzione di un sistema multipolare;
  • quelli che sono gli obiettivi stessi della geopolitica cinese: a) la sicurezza energetica (con un posto di predominio nel mercato delle risorse ed il multilateralismo in diversi teatri) e l’aggiramento del sistema di contenimento statunitense lungo la prima catena di isole (che si lega alla costruzione della Nuova Via della Seta sia terrestre (per creare uno spazio eurasiatico continentale libero dal controllo USA), sia marittima (con particolare enfasi sulle rotte artiche, dove gli USA sono in deficit – ragione per cui Trump mira alla Groenlandia);
  • il fatto che il contrasto al contenimento americano debba essere costruito in primo luogo attraverso la cooperazione pacifica ed economicamente mutualmente vantaggiosa con i vicini di prima fascia (l’accordo di libero scambio RCEP – Regional Comprehensive Economic Partenership, ad esempio), con la cooperazione continentale (SCO – Shanghai Cooperation Organization), con quella globale (il sistema BRICS).

Sembra opportuno partire dal primo punto. La costruzione delle relazioni internazionali cinesi si è evoluta in tre fasi: a) fase iniziale (1949-78) o era del “levarsi in piedi”; b) fase di aggiustamento dopo l’avvio dell’era di riforma e apertura (1978-2012) o era della “prosperità crescente”; c) l’attuale fase di stabilizzazione, equilibrio e sviluppo della potenza (o era del “diventare forti”).

Nel corso della prima fase, la diplomazia cinese ha seguito le strategie del “pendere da un lato”, “colpire con due pugni” e dell’imporre una “linea unica su vasta scala”. L’obiettivo primario era quello di salvaguardare la sovranità e la sicurezza del Paese (ragione per cui si scelse di intervenire al fianco della Corea del Nord, come già anticipato) e di creare un ambiente regionale e internazionale adatto allo sviluppo nazionale. È in questo periodo che si formano i principi di indipendenza ed autosufficienza cinese. La seconda fase ha visto l’alternarsi di tre guide politiche: Deng Xiaoping (1978-1992), Jiang Zemin (1992-2002) e Hu Jintao (2003-2012). Il primo ha impostato la sua politica estera sulla normalizzazione dei rapporti internazionali della Repubblica Popolare. Il secondo ha posto le basi per lo sviluppo della teoria multipolare. Mentre il terzo ha posto enfasi particolare sul concetto di “diplomazia al servizio dei popoli”. Nel corso della prima e della seconda fase la Cina ha posto le basi materiali per il passaggio da “grande Paese” a potenza, realizzatosi nella terza fase. Tuttavia, prima di analizzare la terza fase sarà utile ricordare che il PCC ha sempre attribuito grande importanza al problema dei metodi ideologici. Mao, ad esempio, ha ripetutamente sottolineato l’importanza della “metodologia di ricerca” nella consapevolezza che per guardare il futuro fosse necessario in primo luogo volgersi al passato e studiare la storia. Jiang Zemin, da taluni definito come una sorta di “dittatore dello sviluppo”, ha affermato: “Il metodo ideologico corretto è analizzare e trattare i problemi in modo scientifico, completo e realistico con il materialismo dialettico”. E ancora: “Per adattarsi alle esigenze di espansione degli scambi internazionali, è necessario apprendere meglio i punti di forza dei Paesi di tutto il mondo e comprendere anche la storia del mondo”.

Xi Jinping è il grande protagonista della terza fase quella del “divenire forti”. Lui  ha proposto i cinque tipi di pensiero scientifico: pensiero strategico, pensiero storico, pensiero dialettico, pensiero innovativo e pensiero di fondo. In relazione al pensiero storico, facendo riferimento alla sentenza di Engels secondo la quale la storia mette tutto sulla giusta strada, ha affermato: “Il mondo di oggi si sviluppa dal mondo di ieri. Molte delle cose che si trovano nel mondo di oggi possono essere viste nella storia. Molte delle cose che sono successe nella storia possono essere usate anche come specchi dell’oggi. Prestare attenzione alla storia, studiare la storia e trarne esperienza può portare molta saggezza all’umanità per capire lo ieri, l’oggi e creare il domani. La storia, quindi, è la migliore maestra dell’umanità”.

Ora, se la prima fase era legata ad una forma di terzomondismo derivata dall’esperienza maoista e dal ruolo cinese all’interno dello schieramento dei “Paesi non allineati” (cosa che portò anche ad un inusuale asse tra Cina e Albania definito in termini di “amicizia fraterna”); la seconda fase si contraddistinse per lo sviluppo di un nuovo approccio rivolto ad adattare l’entità e la struttura della diplomazia alle esigenze nazionali.

Nella prima fase, inoltre, si ebbe la rottura tra Cina e URSS: evento fondamentale perché poi porterà alla distensione tra la stessa Cina e gli Stati Uniti negli anni ’70. A questo proposito è utile ricordare che gli Stati Uniti hanno alternativamente cercato di staccare l’asse Mosca-Pechino (o meglio, l’hanno sempre considerato una minaccia). Così, talvolta si sono avvicinati all’URSS/Russia in chiave anticinese: altre volte si sono avvicinati alla Cina in chiave antirussa (dipende dall’orientamento delle amministrazioni). Questo è un fattore importante anche per comprendere meglio le dinamiche attuali, sebbene poi, nel corso del tempo, sia divenuto quasi impossibile sganciare, almeno politicamente, le due capitali (nonostante un certo malcontento in parte delle élite russe riguardo l’eccessiva dipendenza dalla Cina, ulteriormente aumentata con il conflitto in Ucraina ed il regime sanzionatorio imposto dall’Occidente a Mosca).

In questi anni, inoltre, si sviluppa quella che ancora oggi si presenta come l’unica vera alleanza stretta da Pechino nella regione: quella con il Pakistan (non è un alleanza formale ovviamente, ma i due Paesi sono intimamente legati). Negli stessi anni, ancora, l’URSS si era avvicinato alla neutrale India (paese con il quale proprio la Cina combattè una guerra nei primi anni ’60). Nello stesso periodo, sempre la Cina è attiva nel sostegno ai movimenti che si oppongono al colonialismo europeo in Africa. Mentre diverso è il discorso per l’Indocina, dove, a partire dai primi anni ’70, si manifestano tensioni con il Vietnam comunista, che poi entrerà in conflitto con la Cambogia dei Khmer rossi, sostenuti proprio dalla Cina e sottobanco pure dagli Stati Uniti).

È un periodo storico piuttosto complesso che avrà pesanti strascichi. Però, sul finire degli anni ’70 la ricostruzione ufficiale delle relazioni con gli Stati Uniti è fondamentale per due motivi: uno è il suddetto principio della Cina Unica, l’altro sono i fatti di Tienanmen che rappresentano un vero e proprio spartiacque nella storia cinese. Per ciò che concerne il primo punto è opportuno fare chiarezza.

Nel 1979, sotto l’amministrazione Carter, vennero ufficialmente instaurate delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. L’atto si poneva come il compimento di un percorso iniziato nel 1972 con la celebre visita di Richard Nixon a Pechino. La mossa seguente da parte di Washington fu la cessazione delle relazioni diplomatiche con Taiwan (l’isola occupata dalle forze del Kuomintang in fuga dalla Cina continentale nel 1949). Tuttavia, allo stesso tempo, gli Stati Uniti si impegnarono tramite il TRA – Taiwan Relations Act a difendere la sovranità territoriale dell’isola attraverso la vendita di armamenti e la fornitura di sistemi di difesa (senza troppi giri di parole, si trattava di uno strumento che consentiva – e consente – agli  USA di mantenere delle posizioni strategiche nella regione). Di fatto, attraverso scorciatoie semantiche, gli Stati Uniti sostengono che con gli accordi del 1979 non hanno mai riconosciuto il principio della “Cina unica” sostenuto da Pechino. Hanno semplicemente preso atto della posizione cinese, ma non hanno mai dichiarato che la RPC è l’unica Cina. Cosa che secondo il PCC, al contrario, sarebbe implicita nell’accordo. A ciò si aggiunga che esiste una sorta di tacita intesa sull’esistenza di una “Cina Unica” tra PCC e Kuomintang risalente ai primi anni ’90 e nota come 1992 Consensus. Tale intesa oggi è sottoposta ad ampie critiche da parte dei partiti indipendentisti di Taiwan. Ragione che ha portato Xi Jinping a mostrare delle posizioni decisamente dure nei confronti dei “separatisti” che hanno ricordato quelle tradizionali del maoismo.

La politica di Washington è rimasta estremamente ambigua sull’argomento nel corso degli ultimi quattro decenni. L’amministrazione Reagan, con le “sei assicurazioni” del 1982, si impegnò a non avviare alcune mediazione tra RPC e Taiwan. Nella seconda metà degli anni ’90 (dunque in uno dei momenti di maggiore espansione della open door policy di Washington), Bill Clinton, nel corso di una visita istituzionale a Shanghai, mise in atto la politica dei “tre no” nei confronti di Taiwan: a) diniego alle aspirazioni separatiste; b) diniego del possibile sistema una Cina, una Taiwan; c) diniego di una rappresentanza internazionale per l’isola (cosa che presuppone il requisito ed il riconoscimento della sua statualità). Tuttavia, Clinton fu anche colui che inviò la flotta USA nello stretto di Taiwan. L’amministrazione Bush Jr., a sua volta, attuò una politica di doppia deterrenza sia contro le aspirazioni cinesi alla riunificazione, sia contro le tentazioni indipendentiste di Taiwan. Obama, al contrario, puntò sulla cooperazione sino-taiwanese pur procedendo a tre consistenti vendite di armamenti all’isola durante i suoi due mandati presidenziali. Il repentino incrinarsi del rapporto lo si deve soprattutto alla politica messa in atto dall’amministrazione Trump, “peggiorata” da Biden, ed ulteriormente fomentata dalla seconda amministrazione Trump. Nonostante ciò, è curioso il fatto che oggi Washington da un lato continui nella sua fornitura di sistema di difesa a Taiwan, mentre, dall’altro pretenda il trasferimento della produzione di microchip dall’isola al territorio continentale degli Stati Uniti.

Anche all’interno della stessa Cina, inoltre, vi sono diverse correnti sul come rapportarsi all’isola in caso di una sua annessione. C’è chi ritiene di dover utilizzare il principio “un Paese, due sistemi” già applicato ad Hong Kong, anche sfruttando il fatto che i due sistemi sono già in qualche modo economicamente interconnessi; e chi, invece, ritiene necessaria una annessione/assimilazione. Entrambi i casi presentano dei rischi soprattutto in termini di potenziale destabilizzante una volta avvenuta l’annessione (e si pensi ai ripetuti meccanismi di “rivoluzione colorata” abortiti ad Hong Kong.

Questo conduce inevitabilmente all’evento di Tienanmen del 1989, definito da Deng Xiaoping come un vero e proprio tentativo di instaurare in Cina, da parte di rivoltosi e facinorosi, un governo vassallo dell’Occidente. Di fatto, l’apertura economica favorita dalle riforme di Deng ha avuto degli effetti sia positivi che negativi. Se da un lato ha favorito lo sviluppo produttivo ed il sollevamento dalla condizione di povertà di milioni di famiglie cinesi; dall’altro, ha consentito la penetrazione in Cina di organizzazioni non governative che si sono rapidamente rivelate come strumenti del “potere morbido” nordamericano. Una menzione particolare la meritano l’Open Society del celebre filantropo/speculatore George Soros, il National Endowment for Democracy e l’Albert Einstein Institute del teorico delle “rivoluzioni colorate” Gene Sharp (il “Machiavelli della non violenza”). Un’altra menzione particolare, in questo contesto, la meritano due personaggi legati a doppio filo l’uno con l’altro: l’ambasciatore statunitense in Cina James Lilley ed il politico Zhao Ziyang (che nei piani occidentali sarebbe dovuto divenire il Gorbaciov cinese). A partire dal 1986, tramite il China Fund (legato alla Open Society), George Soros ha apertamente finanziato l’Istituto per la Riforma Economica e Strutturale di Zhao Ziyang (un “serbatoio di pensiero” in puro stile occidentale  attraverso il quale veniva propugnata la privatizzazione totale delle imprese e delle proprietà statali e la liberalizzazione del mercato). Non a caso Zhao è divenuto nume tutelare dei rivoltosi di Tienanmen. James Lilley, a sua volta, nominato ambasciatore in Cina negli ultimi mesi dell’amministrazione Reagan, è stato dal 1951 al servizio della CIA in Asia con il preciso ruolo di “combattere il comunismo”. Alla pari di quanto avvenuto più recentemente ad Hong Kong, anche a Tienanmen l’ambasciata statunitense è stata l’epicentro del reclutamento degli agenti da infiltrare nelle manifestazioni. Quegli stessi infiltrati che hanno trasformato la manifestazione in un aperto atto di rivolta violento contro il potere costituito. Lilley, inoltre, è stato anche una figura chiave dell’operazione CIA Yellowbird che ha consentito a diverse centinaia di dissidenti cinesi di trovare rifugio negli Stati Uniti ed in altri Paesi occidentali; tra loro anche l’astrofisico Fang Lizhi (uno dei volti più conosciuti della protesta) che Deng in diverse occasioni apostrofò come “femminuccia” e “traditore della patria”.

È un dato di fatto che la corrente liberale del PCC, guidata da Zhao Ziyang, si poneva come obiettivo proprio quello dell’evoluzione del sistema cinese verso il parlamentarismo democratico di stampo occidentale. Vista l’esperienza sovietica, si può immaginare cosa sarebbe successo se tale linea, a seguito dei fatti del 1989, avesse avuto la meglio. Thomas Hobbes, nel suo Leviatano, afferma espressamente che coloro i quali si accingono attraverso la disobbedienza a non fare nulla più che una debole riforma dello Stato finiscono sempre per distruggerlo “in modo simile alle sciocche figlie di Peleo le quali, desiderando rinnovare la giovinezza del loro decrepito padre, per consiglio di Medea, lo tagliarono a pezzi e lo bollirono insieme con strane erbe ma non fecero di lui un uomo nuovo”. Così, nel caso cinese, si sarebbe proceduto ad una rapida liquidazione del Partito, alla totale liberalizzazione economica ed a privatizzazioni su vasta scala. Le multinazionali occidentali avrebbero depredato la Cina; il Paese sarebbe stato smembrato (dal Tibet allo Xinjiang); la criminalità sarebbe aumentata a dismisura ed il tasso di disoccupazione avrebbe toccato picchi inimmaginabili. In altri termini, si sarebbe prospettato uno scenario così umiliante per il popolo cinese da poter essere facilmente paragonato al momento successivo alle Guerre dell’Oppio. Di conseguenza, non è così improprio affermare che senza la sconfitta dei rivoltosi nel 1989 la Cina oggi non sarebbe il principale rivale economico, tecnologico (e di conseguenza geopolitico) degli Stati Uniti sul piano globale. E non è improprio affermare che senza la vittoria della linea di Deng Xiaoping la crescita cinese non avrebbe svolto il ruolo di motore verso un sistema multipolare, comunque ancora in nuce.

Il “cambio di regime”, inoltre, si presentava come funzionale al disegno neoliberista di fare della Cina il principale snodo manifatturiero globale a condizione che il divario tecnologico con gli USA restasse costante, se non aumentato, e che la bilancia commerciale non pendesse troppo verso Oriente”. Invece, con Deng e Jiang Zemin si sono poste le basi affinché la Cina non solo è divenuto il principale snodo manifatturiero globale, ma la guida salda del PCC ha permesso anche di diminuire il divario tecnologico con gli USA e di far pendere totalmente la bilancia commerciale verso Oriente, nonostante i tentativi piuttosto grossolani delle amministrazioni Trump di limitare i danni attraverso la fallimentare politica dei dazi.

Tornando alle fasi di sviluppo della geopolitica cinese verso l’esterno, nell’ultimo periodo della seconda fase, ed a cavallo tra questa e la terza la Cina ha rafforzato la sua cooperazione con l’Africa. Nel 1995 l’Export-Import Bank of China ha iniziato a fornire prestiti a basso interesse a medio e lungo termine ai Paesi in via di sviluppo ed ai Paesi africani in modo particolare. E nel 2000 è stato costituito il Forum per la Cooperazione Cina-Africa. Questa cooperazione, a sua volta, si fonda su quattro principi: a) promozione della solidarietà, dell’amicizia e dell’uguaglianza; b) adoperarsi per ritorni economici positivi e fattibili; c) inclusione e scambi di formazione; d) migliorare le capacità di autosufficienza e lo sviluppo delle rispettive economie nazionali.

Questo, ancora una volta, è in conflitto con il racconto occidentale che definisce l’espansione cinese nel continente africano (o nell’Asia meridionale) come una forma di imperialismo. In realtà, l’imperialismo mai si fonda sul mutuo vantaggio. Sia Hobson che Lenin lo definivano come l’utilizzo della macchina militare statale da parte di compagnie private in modo che queste potessero dare sfogo alla loro sete di ricchezza verso l’esterno. Di fatto, storicamente, i vantaggi diretti dello Stato imperialista erano minori di quelli ottenuti dalle sue élite imperialiste. E l’imperialismo è sempre il prodotto di un sistema capitalista. Questo non è vero per la Cina dove c’è sì un’economia di mercato ma dove non c’è uno Stato capitalista per il semplice motivo che il capitale non domina sulla politica. Anzi, è l’opposto. E lo stesso “mito” della trappola del debito (con il quale la Cina si accingerebbe a strozzare i suoi debitori), tra l’altro, è stato ampiamente smentito da diversi studi portati avanti anche da alcune università nordamericane.

Fondamentale, infine, per ciò che concerne la geopolitica cinese, è il concetto geostrategico del “dare le spalle al nord e all’ovest per rivolgere lo sguardo al sud e all’est”, a cui si lega la terza fase  o quella del divenire forti. Tale impostazione ha un profondo significato storico. Per tutto il corso del lungo periodo imperiale e della fondazione della nuova Cina, le principali minacce alla sicurezza del Paese sono arrivate da ovest e da nord. Per questo motivo la Cina ha investito enormi risorse strategiche su questi due fronti (si pensi alla costruzione della Grande Muraglia, ad esempio) e non è stata in grado di concentrarsi sulle sfide della sicurezza marittima ad est ed a sud, causando l’accumulo di contraddizioni e problemi in queste regioni. Lo sviluppo della strategia “dare le spalle al nord e all’ovest per rivolgere lo sguardo al sud e all’est”, nel momento in cui è stato rafforzato l’asse con Mosca, consente alla Cina di affrontare le pressioni nel Mare Cinese Orientale, nello Stretto di Taiwan e nel Mare Cinese Meridionale.

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L’ucrainizzazione di Taiwan https://strategic-culture.su/news/2026/02/21/lucrainizzazione-di-taiwan/ Sat, 21 Feb 2026 16:30:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890709 Uno “scudo di silicio” in grado di mantenere costantemente acceso l’interesse degli Stati Uniti ​​a impedire la riunificazione di Taiwan con la Repubblica Popolare Cinese.

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Lo scorso 15 gennaio, Stati Uniti e Taiwan hanno raggiunto un accordo commerciale che impegna le aziende dell’isola a investire in territorio statunitense fino a 250 miliardi di dollari in settori critici come semiconduttori, energia e intelligenza artificiale. Come contropartita, gli Stati Uniti accettano di abbassare i dazi dal 20 al 15%, di concedere agevolazioni fiscali per le aziende taiwanesi che delocalizzano, di assicurare forniture energetiche e flussi di capitale incentrati sui settori dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e della difesa. L’intesa vincola inoltre il governo di Taipei a fornire garanzie di credito per incentivare ulteriori investimenti nella filiera statunitense dei semiconduttori per altri 250 miliardi di dollari.

La sola Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (Tsmc), leader mondiale nel settore dei semiconduttori, si accollerà un onere finanziario da 100 miliardi di dollari per la costruzione di quattro impianti preposti alla fabbricazione di microchip, aggiuntivo al programma da 65 miliardi concordato con l’amministrazione Biden per la costruzione di quattro stabilimenti.

Nel dettaglio, l’accordo siglato tra Washington e Taipei autorizza le aziende taiwanesi a esportare volumi predefiniti di semiconduttori negli Stati Uniti esenti da dazi durante la fase di realizzazione dei complessi produttivi. Una volta ultimata la costruzione degli impianti, i dazi si applicheranno su una quota maggiore di importazioni di microchip taiwanesi.

Gli Stati Uniti e Taiwan, recita il comunicato ufficiale pubblicato dal Dipartimento del Commercio di Washington, «creeranno sul suolo statunitense parchi industriali di livello mondiale per rafforzare l’infrastruttura industriale americana e posizionare gli Stati Uniti come centro globale per la tecnologia di nuova generazione, la produzione avanzata e l’innovazione».

A Washington, per di più, si regista ormai da almeno un decennio un consenso bipartisan attorno alla tesi secondo cui il predominio di Taiwan nel settore dei semiconduttori costituisce una vulnerabilità pericolosissima per la sicurezza nazionale. Specialmente alla luce del drastico ridimensionamento della quota statunitense nella produzione globale di wafer di silicio, crollata dal 37 a meno del 10% tra il 1990 e il 2024.

Gli stabilimenti di Tsmc e delle altre grandi aziende dell’isola specializzate nella produzione di chip si concentrano ad appena 150 km di distanza dalla Cina continentale, che attraverso un “semplice” blocco navale potrebbe interrompere il flusso di semiconduttori taiwanesi verso i mercati mondiali paralizzando le filiere tecnologiche occidentali. Le ricadute sui sistemi militari e sulle infrastrutture critiche degli Stati Uniti e dei loro alleati si rivelerebbero devastanti.

Le autorità di Taipei hanno sempre considerato questa criticità strutturale come una carta vincente a proprio vantaggio: uno “scudo di silicio” in grado di mantenere costantemente acceso l’interesse degli Stati Uniti ​​a impedire la riunificazione di Taiwan con la Repubblica Popolare Cinese.

Senonché, conformemente alle indicazioni contenute all’interno del cosiddetto “Piano Miran” che suggerisce di associare all’imposizione dei dazi la minaccia di rimozione dell’ombrello militare come leva negoziale nei confronti degli alleati, il segretario al Commercio Howard Lutnick ha specificato che la rigorosa osservanza di Taipei ai termini dell’accordo rappresenta un requisito fondamentale per conservare il favore dell’amministrazione Trump.

L’obiettivo consiste nel «portare il 40% dell’intera catena di approvvigionamento e produzione di Taiwan in… America», entro il termine del mandato presidenziale di Trump (2028). In caso di inadempienza da parte di Taipei, «i dazi statunitensi verranno portati con ogni probabilità al 100%», ha assicurato Lutnick.

Ma c’è di più. I taiwanesi «devono far contento il nostro presidente, giusto? Perché il nostro presidente è la chiave per proteggere Taiwan», ha dichiarato il segretario al Commercio nel corso di un’intervista rilasciata alla «Cnbc».

La ragione per cui i taiwanesi hanno assunto questo «colossale impegno di onshoring a beneficio degli Stati Uniti» risiede proprio nel fatto che «Donald Trump è vitale per proteggerli. E quindi vogliono far contento il nostro presidente», ha precisato Lutnick.

Il mese precedente, l’amministrazione Trump aveva annunciato la finalizzazione di un contratto per la vendita di materiale militare a Taiwan per un controvalore di 11,1 miliardi di dollari. Se approvata dal Congresso, dove Taiwan beneficia di un supporto trasversale, si tratterebbe della più imponente fornitura di armi mai accordata dagli Stati Uniti all’isola, comprensiva di sistemi missilistici Himars, missili Atacms (420 unità), obici, missili anticarro Javelin, droni e componenti per altri sistemi d’arma.

A riprova, si legge nel comunicato diramato dal Ministero della Difesa di Taipei, che «gli Stati Uniti continuano ad assistere Taiwan nel mantenere sufficienti capacità di autodifesa e nel costruire rapidamente un forte potere deterrente e sfruttare i vantaggi della guerra asimmetrica, che costituiscono la base per il mantenimento della pace e della stabilità regionale».

In una serie di dichiarazioni separate che elencavano i dettagli dell’accordo, il Dipartimento di Stato ha specificato che le consegne di materiale militare a Taiwan tutelano gli interessi nazionali, economici e di sicurezza degli Stati Uniti, perché sostengono i continui sforzi profusi dall’isola per modernizzare le sue forze armate e mantenere una capacità difensiva credibile.

L’assistenza a Taiwan risulta coerente con il contenuto della National Defense Strategy, che identifica nella regione dell’Indo-Pacifico la “seconda linea” operativa, in cui promuovere una «deterrenza nei confronti della Cina attraverso la forza», evitando il confronto diretto. «L’Indo-Pacifico – recita il documento – rappresenterà presto più della metà dell’economia globale. La sicurezza, la libertà e la prosperità del popolo americano sono quindi direttamente collegate alla nostra capacità di commerciare e interagire da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico. Se la Cina – o chiunque altro – dominasse questa vasta e cruciale regione, si porrebbe nelle condizioni di impedire l’accesso degli Stati Uniti al centro di gravità economico mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche della nostra nazione, inclusa la nostra capacità di reindustrializzarci».

Ne consegue che, sotto l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti «adotteranno le misure necessarie a mantenere una solida difesa di negazione lungo la prima catena di isole. Collaboreremo inoltre a stretto contatto con i nostri alleati e partner nella regione per incentivarli e consentirgli di fare di più per la nostra difesa collettiva. Attraverso questi sforzi, chiariremo che qualsiasi tentativo di aggressione contro gli interessi statunitensi fallirà».

Mentre si impegna ad erigere una solida difesa di negazione lungo la prima catena di isole, «il Dipartimento della Guerra garantirà che gli Stati Uniti dispongano sempre la capacità di condurre attacchi e operazioni devastanti contro obiettivi in ​​qualsiasi parte del mondo, anche direttamente dalla patria, fornendo così al presidente una flessibilità e un’agilità operative senza pari».

Nella visione del Pentagono, occorre che Taiwan si faccia carico di investimenti commisurati agli obiettivi dichiarati.

«Il nostro Paese continuerà a promuovere le riforme nel settore della difesa, a rafforzare la resilienza difensiva dell’intera società, a dimostrare grande determinazione e a salvaguardare la pace attraverso la forza», ha dichiarato Karen Kuo, portavoce dell’ufficio presidenziale di Taiwan.

A novembre, il presidente Lai Ching-te aveva annunciato uno stanziamento supplementare al bilancio della difesa di 40 miliardi di dollari per il periodo 2026-2033, finalizzato alla realizzazione di una rete di difesa aerea multistrato denominata T-Dome e destinata a rafforzare la posizione difensiva di Taiwan nei prossimi otto anni.

Lai ha spiegato che il T-Dome fornirà una difesa aerea a bassa, media e alta quota, integrando l’intelligenza artificiale per migliorare il rilevamento e il processo decisionale e consolidando così la capacità di Taiwan di individuare con il dovuto tempismo le minacce per proteggere le risorse militari, le infrastrutture critiche e i civili.

Il presidente taiwanese ha sottolineato che «non c’è spazio per compromessi sulla sicurezza nazionale».

Resta da verificare a quale specifica visione di “sicurezza nazionale” l’esecutivo di Taipei faccia riferimento per elaborare una coerente dottrina operativa.

La questione assume una rilevanza particolare alla luce delle indiscrezioni pubblicate dalla stampa taiwanese, secondo cui Taipei starebbe pianificando lo schieramento di sistemi di Himars equipaggiati con missili balistici Atacms sulle isole Penghu e Dongyin, così da estendere il raggio d’azione di Taiwan ben oltre la linea mediana dello Stretto di Taiwan. Tra i potenziali obiettivi figurano gli snodi logistici, gli scali portuali, gli aeroporti e le basi missilistiche dell’Esercito Popolare di Liberazione situati nelle province cinesi di Fujian e Zhejiang.

Oltre che sugli Atacms, le forze armate taiwanesi possono contare sui missili da crociera a lungo raggio Hsiung Feng II-E e Hsiung Falcon (da 300 a 1.000 km di gittata), nonché sul missile da crociera ad alta quota e ad alta velocità Yun Feng. A dispetto della sua semi-obsolescenza, anche il missile da crociera di fabbricazione statunitense Harpoon risulta impiegabile per sferrar attacchi di precisione contro obiettivi costieri sulla Cina continentale.

Le fonti raggiunte dalle maggiori testate taiwanesi sostengono che la precisione di tiro degli Himars da installare presso le isole Penghu e Dongyin verrebbe affinata attraverso l’integrazione di droni di fabbricazione statunitense Mq-9B SeaGuardian e di droni Teng Yun, sviluppati a livello domestico. Questi velivoli ad elevata autonomia condurrebbero ricognizioni ad alta quota lungo le coste cinesi, trasmettendo coordinate precise dei bersagli da colpire tramite il Tactical Mission Network.

Il sistema di comando e controllo integrato assicurerebbe resoconti in tempo reale della situazione sul campo di battaglia.

L’esercito taiwanese prevede inoltre di ricavarsi un’ampia rete di tunnel sotterranei rinforzarti in cui celare sistemi di fuoco automatizzati collegati alle relative batterie missilistiche, che emergerebbero in superficie soltanto per sparare prima di inabissarsi nuovamente. Lo specifico dispiegamento di forze immaginato dallo Stato Maggiore di Taipei è deliberatamente rivolto a complicare per quanto possibile il rilevamento degli obiettivi da parte dei satelliti e dei radar dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Lo Stato Maggiore delle forze armate taiwanesi ha spiegato che l’idea di impiantare sistemi missilistici a un tiro di schioppo dalle coste cinesi nasce dall’esigenza di incrementare la deterrenza alla luce delle sempre più frequenti esercitazioni di sbarco anfibio condotte dall’Esercito Popolare di Liberazione.

Ciononostante, il dispiegamento di missili balistici taiwanesi nelle isole Penghu e Dongyin si configurerebbe come un’escalation senza precedenti, non tanto perché destinata a porre rilevantissimi obiettivi militari e industriali cinesi nel raggio d’azione di Taipei, quanto alla luce del crescente coinvolgimento statunitense.

Lo scorso gennaio, il Ministero della Difesa della Repubblica di Cina ha istituito il Joint Firepower Coordination Centre (Jfcc) , in conseguenza del netto aumento della potenza di fuoco a disposizione dovuto alle importazioni su larga scala di materiale militare dagli Stati Uniti. Impiantato presso il Campo Boai di Taipei, il Jfcc si occupa di coordinare gli schieramenti asimmetrici di potenza di fuoco tra i vari rami delle forze armate taiwanesi con il supporto di personale straniero, a partire proprio da quello statunitense.

Secondo quanto riportato da «Military Watch Magazine», l’istituzione del Jfcc «prevede la fornitura di assistenza e supervisione da parte degli Stati Uniti nell’utilizzo degli arsenali missilistici e consente alle forze della Repubblica di Cina di ricevere informazioni di intelligence dal Joint Digital Firepower System statunitense».

Soprattutto, «consente alle forze statunitensi di selezionare obiettivi e finalizzare piani di attacco congiuntamente alle forze locali, consentendo potenzialmente di colpire in modo cinetico obiettivi strategici come infrastrutture critiche e centri di ricerca in settori tecnologici che il mondo occidentale ha cercato di soffocare attraverso sanzioni economiche».

La situazione descritta da «Military Watch Magazine» presenta diversi punti di contatto con quella tratteggiata nell’aprile dello scorso anno dal «New York Times», che basandosi sulle confidenze rese da centinaia di funzionari sia statunitensi che ucraini era giunto alla conclusione che il Pentagono, la Nato e gli apparati di intelligence occidentali rappresentavano la «spina dorsale delle operazioni militari ucraine» contro la Russia.

Si pensi a Dragon, la task force formata da ufficiali ucraini e della Nato che aveva come centro di comando la base statunitense di Wiesbaden, in Germania, e si fondava su una «partnership in materia di intelligence, strategia, pianificazione e tecnologia i cui meccanismi interni erano visibili solo a una ristretta cerchia di funzionari americani e alleati», e destinata ad affermarsi come «l’arma segreta in quello che l’amministrazione Biden ha definito come uno sforzo necessario a salvare l’Ucraina e proteggere l’ordine impostosi a partire dal secondo dopoguerra».

Questo strettissimo rapporto di collaborazione era andato sviluppandosi attorno alla relazione speciale, basata sulla fiducia reciproca, instaurata tra il generale ucraino Mykhaylo Zabrodskyi e lo statunitense Christopher Donahue, a capo del 18° corpo aviotrasportato. Ogni mattina, ufficiali ucraini e statunitensi si riunivano per designare i bersagli più redditizi, definiti “punti di interesse” allo scopo di evitare qualsiasi ammissione di coinvolgimento diretto statunitense nel conflitto. Tutti i successi ottenuti, dall’affondamento della Moskva al bombardamento del quartier generale della 58° armata, passando per la distruzione del deposito di munizioni di Toropets, sarebbero da ricondurre agli Stati Uniti e ai loro principali partner integrati nella Nato sia quanto a designazione dell’obiettivo, sia in materia di determinazione delle modalità operative da impiegare. Lo si evince da quanto confidato al quotidiano statunitense da un alto funzionario dell’intelligence europea, il quale ha spiegato di essere rimasto sorpreso dal livello di coinvolgimento dei suoi colleghi dell’Alleanza Atlantica nella «catena di morte» ucraina.

L’idea di fondo consisteva nel trasformare il rapporto di collaborazione istituito sotto la supervisione di Zabrodskyi e Donahue nel motore pulsante dello sforzo bellico sostenuto dall’Ucraina, da sfruttare come “testuggine” per sferrare un colpo decisivo alla Russia nell’ambito di un esperimento bellico che si proponeva di innovare l’approccio adottato in Afghanistan e in Iraq, verso un modello di guerra a distanza – o per procura.

Le analogie tra il teatro ucraino e quello che va delineandosi a Taiwan non sono sfuggite alle autorità di Pechino. «Di fronte all’Esercito Popolare di Liberazione, le forze armate indipendentiste di Taiwan sono come una formica che cerca di scuotere un albero gigante, sovrastimando enormemente le proprie capacità», ha dichiarato il portavoce del Ministero della Difesa cinese Jiang Bin.

Un attacco con armi di fabbricazione statunitense, ha specificato Jiang, innescherebbe una risposta schiacciante volta all’annientamento degli aggressori.

Pechino ha anche rivolto aspre critiche all’amministrazione Trump per aver formalizzato l’accordo da 11,1 miliardi di dollari relativo alla vendita di materiale bellico a Taiwan, qualificando l’intesa come una grave violazione della sua sovranità e un segnale pericoloso per le forze separatiste.

Dichiarazioni dello stesso tenore sono state formulate dal portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan Chen Binhua, secondo cui l’accordo tra Washington e Taipei rappresenta una «flagrante ingerenza negli affari interni della Cina», che infrange il principio di “una sola Cina” oltre che le disposizioni contenute all’interno di tre comunicati congiunti Cina-Stati Uniti attraverso cui la parte statunitense si impegnava a ridurre gradualmente le forniture di armi a Taiwan.

Chen ha anche rimproverato il Partito Progressista Democratico di «perseguire ostinatamente l’indipendenza» affidandosi agli Stati Uniti e ricorrendo a mezzi militari, con conseguente trasformazione di Taiwan in una «polveriera e in un arsenale» che rischia di provocare «una enorme calamità» per il popolo taiwanese.

Il portavoce dell’ambasciata cinese a Washington Liu Pengyu ha esortato le autorità statunitensi a «revocare immediatamente il “cosiddetto accordo” [per la vendita di armi a Taiwan, nda], e a piantarla di inviare segnali sbagliati alle forze separatiste di Taiwan, altrimenti tutte le conseguenze saranno a carico degli Stati Uniti».

Anche l’accordo commerciale siglato tra Washington e Taipei verso la metà di gennaio è stato oggetto di pesanti rilievi cinesi. Il governo di Pechino lo considera non soltanto una provocazione e l’ennesima ingerenza statunitense nei propri affari interni, ma anche un compromesso politico dagli effetti economicamente catastrofici per Taiwan. Nello specifico, Pechino ha definito l’intesa come un “patto di svendita” della floridissima industria taiwanese dei semiconduttori, oltre che «una capitolazione del Partito Progressista Democratico di fronte alla prepotenza economica» dell’amministrazione Trump, che «mette a repentaglio lo sviluppo industriale e il benessere del popolo di Taiwan».

La reazione cinese si è declinata anche in ambito militare. Lo scorso dicembre, l’Esercito Popolare di Liberazione ha condotto le esercitazioni Justice Mission 2025, nel cui ambito le forze terrestri, aeree, marittime e missilistiche inquadrate nel Comando del Teatro Orientale hanno circondato Taiwan e simulato blocchi navali sia dell’isola che di suoi atolli periferici, così da rafforzare la deterrenza multidimensionale e porsi nelle condizioni di contrastare efficacemente e un potenziale intervento degli Stati Uniti.

«Si tratta di un severo monito contro le forze separatiste anelanti all’“Indipendenza di Taiwan” e le interferenze esterne, oltre che di un’azione legittima e necessaria per salvaguardare la sovranità e l’unità nazionale della Cina», ha affermato il portavoce del Comando del Teatro Orientale Shi Yi.

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La Cina denuncia ancora la rinascita del militarismo giapponese e le ingerenze su Taiwan https://strategic-culture.su/news/2025/12/23/la-cina-denuncia-ancora-la-rinascita-del-militarismo-giapponese-e-le-ingerenze-su-taiwan/ Tue, 23 Dec 2025 05:30:37 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889594 Dopo le dichiarazioni di Sanae Takaichi su Taiwan, il governo giapponese alimenta una pericolosa deriva di riarmo e revisionismo. Fonti cinesi e analisti internazionali avvertono: l’Asia orientale ha bisogno di pace, non di un ritorno al militarismo e alle ingerenze.

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Il dibattito aperto dopo le dichiarazioni della Primo Ministro Sanae Takaichi sulla cosiddetta “contingenza di Taiwan” ha rivelato una frattura profonda nella postura del Giappone: da un lato la Costituzione pacifista e gli impegni internazionali che hanno fondato l’ordine del dopoguerra, dall’altro una spinta crescente verso il riarmo, la dilatazione del perimetro d’azione delle Forze di autodifesa e una narrativa che normalizza l’idea di un intervento militare nello Stretto di Taiwan. Questo articolo, che fa seguito a quello di condanna delle parole della capo del governo, intende mettere a fuoco una tendenza più vasta e pericolosa: la rinascita di un immaginario e di pratiche politiche che riportano il Paese del Sol Levante sulla china del militarismo, con ricadute destabilizzanti per l’intera regione e con un’evidente violazione del diritto internazionale e degli impegni assunti da Tōkyō.

Un punto di partenza utile è l’osservazione, ricordata dal professor Jeffrey Sachs in una recente lezione pubblica, secondo cui la storia dell’Asia orientale dimostra con chiarezza una costante: la Cina, pur nelle fasi di massima forza, non ha invaso il Giappone, mentre il Giappone ha invaso la Cina a più riprese. Non si tratta di un aneddoto, ma di un prisma attraverso cui leggere l’oggi. A fronte di una Cina che insiste sulla via dello sviluppo pacifico e del multilateralismo come garanzia di stabilità, in Giappone si nota da anni un andamento ondeggiante della riflessione storica e, più recentemente, una preoccupante normalizzazione di simboli e proposte che attenuano, travisano o rimuovono le responsabilità della guerra. Manuali che eludono i crimini d’invasione, visite al santuario Yasukuni di figure apicali, compresa la stessa Sanae Takaichi, discussioni sempre più frequenti sulla revisione costituzionale e sull’espansione militare alimentano una cultura pubblica esposta al ritorno di antiche ombre. Società che non fanno i conti con il passato sono, per esperienza storica, più esposte al rischio di ripeterne gli errori.

In questo quadro, il Giappone ha messo in scena negli ultimi giorni la vicenda della cosiddetta “illuminazione radar”, presentandosi come vittima di un presunto atto ostile cinese. Eppure, come ricostruito da fonti cinesi, i velivoli in questione sarebbero entrati nelle aree di addestramento dopo regolare preavviso comunicato da Pechino, fatto poi ammesso dagli stessi vertici di Tōkyō dopo una iniziale smentita. La gestione mediatica del caso, culminata in una conferenza stampa alle due del mattino, è apparsa un’operazione di drammatizzazione politica funzionale a due obiettivi: distogliere l’attenzione internazionale dalle affermazioni di Takaichi su Taiwan e legittimare un’accelerazione del riarmo, dalle ipotesi di dispiegamenti missilistici a Yonaguni, l’isola più occidentale del Giappone, all’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, fino ai passi per scardinare i vincoli della Costituzione pacifista.

Allo stesso tempo, la ricerca, da parte del governo nipponico, di una sponda statunitense, evidente nelle convulse comunicazioni con Washington, ha mostrato limiti e ambiguità. Le letture ufficiali divergenti tra Tōkyō e la controparte nordamericana sulla telefonata fra i ministri della Difesa, la prudenza della Casa Bianca e la tempistica stessa dei contatti indicano che gli Stati Uniti, impegnati a gestire con cautela una fase di relativa stabilizzazione del rapporto con la Cina, non intendono farsi trascinare in escalation indotte dalle ansie dell’alleato. Come hanno notato osservatori cinesi, il Giappone sopravvaluta la propria capacità di orientare la relazione tra le due maggiori potenze; l’ordine delle priorità a Washington non coincide necessariamente con l’agenda della destra giapponese.

Il cuore del problema resta sia giuridico che politico. L’ordine internazionale del dopoguerra, fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, sulla Dichiarazione del Cairo e sulla Proclamazione di Potsdam, ha fissato principi chiari: opposizione all’aggressione, punizione dei criminali di guerra, eliminazione del militarismo e riconoscimento della restituzione di Taiwan alla Cina. Con la firma dello Strumento di resa, il Giappone si è impegnato a rispettare integralmente tali disposizioni. A ciò si aggiunge l’architettura interna, il cui perno è l’articolo 9 della Costituzione, espressione di un ethos nazionale che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, e i principi non nucleari che hanno segnato la condotta del Paese per decenni. Ogni tentativo di reinterpretare estensivamente la “difesa collettiva”, di erodere i tre principi non nucleari o di equipaggiare le Forze di autodifesa con capacità d’attacco in senso stretto contraddice non solo lo spirito, ma la lettera di quell’impianto.

Sul versante bilaterale con la Cina, la cornice è completata dai quattro documenti politici che stabiliscono i fondamenti della relazione e dal principio di “Una sola Cina”, che Tokyo si è impegnata a rispettare. Taiwan è parte inalienabile della Cina; la questione di come realizzare la riunificazione nazionale appartiene esclusivamente al popolo cinese. Le parole di Takaichi e di altri membri del suo esecutivo, che collegano una presunta “contingenza di Taiwan” a una minaccia di sopravvivenza per il Giappone, aprendo la porta all’uso della forza, rappresentano per ciò stesso una grave ingerenza negli affari interni cinesi, una violazione del principio di “Una sola Cina” e un attacco al fondamento politico delle relazioni sino-giapponesi. Per questo, agli occhi di Pechino, l’insistenza del governo giapponese nel parlare di “posizione coerente” senza ritirare quelle affermazioni suona come un tentativo di elusione, non come un atto di chiarezza.

Di fronte a ingerenze manifeste, la Cina ha reagito con misure mirate e legali. L’annuncio di contromisure contro l’ex capo di Stato maggiore congiunto delle Forze di autodifesa Shigeru Iwasaki — accusato di collusione con forze separatiste della cosiddetta “indipendenza di Taiwan” e di aver assunto un ruolo politico consultivo presso le autorità secessioniste — rappresenta un segnale politico a quanti, nel mondo politico e militare giapponese, intendessero spingersi oltre le linee rosse, sfruttando la carta Taiwan per normalizzare l’espansione militare e ricostruire un complesso militare-industriale più assertivo. La Cina ha poi ribadito che sulla questione di Taiwan non c’è spazio per compromessi, concessioni o tolleranza, richiamando il Giappone alla responsabilità e al rispetto degli impegni presi.

La memoria storica rafforza la portata di questo avvertimento. Nell’ottantesimo anniversario della vittoria contro il fascismo e del ritorno di Taiwan alla madrepatria, la Cina ha commemorato le vittime del Massacro di Nanchino e reso pubblici nuovi archivi provenienti dalla Russia sui crimini dell’Unità 731, con l’identificazione di oltre duecento individui coinvolti nella guerra batteriologica. Sono documenti che si affiancano a prove conservate in Cina e a contributi provenienti da altri Paesi, come fotografie e liste di unità militari, restituendo un quadro ancor più nitido della natura premeditata e statale di quei crimini compiuti dall’imperialismo fascista giapponese.

Ciò che l’Asia orientale necessita oggi, dunque, non è una coreografia di provocazioni, né un ritorno a posture che ricordano gli anni Trenta. Ha bisogno di pace, cooperazione e sviluppo. La Cina, che continua a presentarsi come costruttore di pace, promotore di sviluppo e difensore dell’ordine internazionale centrato sull’ONU, offre una visione opposta a quella della destra giapponese: risolvere le controversie con il dialogo, rafforzare il multilateralismo, promuovere l’integrazione economica come antidoto alle tentazioni avventuriste. In un’economia globale lenta e frammentata, la scelta di Pechino per la stabilità rappresenta un bene pubblico regionale, come hanno sottolineato osservatori e analisti di area. Al contrario, la narrativa del “Taiwan emergency is a Japan emergency” appare come una leva retorica per gonfiare i bilanci della difesa, spostare l’asticella del possibile e normalizzare iniziative che scardinano le fondamenta giuridiche del dopoguerra.

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Il Giappone dovrebbe attenersi al diritto internazionale e alla Costituzione pacifista https://strategic-culture.su/news/2025/12/09/il-giappone-dovrebbe-attenersi-al-diritto-internazionale-e-alla-costituzione-pacifista/ Mon, 08 Dec 2025 21:05:30 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889310 Le recenti dichiarazioni di Tokyo su Taiwan travalicano la legalità internazionale e la stessa Costituzione pacifista giapponese. La Cina rivendica ragioni storiche e giuridiche solide; al Giappone spetta rispettarle, rinunciando a ogni tentazione di riarmo e ingerenza.

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L’inasprimento retorico del governo giapponese sulla questione di Taiwan, culminato nelle affermazioni che descrivono uno scenario di “minaccia alla sopravvivenza” per il Giappone in caso di uso della forza nello Stretto, rappresenta un salto di qualità nell’ambiguità strategica di Tokyo: non più semplice oscillazione tra cautela diplomatica e allineamento alle dinamiche alleate, ma predisposizione a legittimare un ruolo di intervento fuori dallo spirito e, in larga misura, fuori dalla lettera della legalità internazionale e dei vincoli costituzionali interni. È un errore grave. Ed è un errore che va denunciato con chiarezza, perché tocca i fondamenti dell’ordine del dopoguerra in Asia e l’insieme dei principi giuridici che hanno garantito decenni di pace relativa nella regione.

La posizione della Cina sulla natura della questione di Taiwan è nota, costante e fondata su solidi riferimenti storici e giuridici. Esiste una sola Cina; Taiwan è parte inalienabile del suo territorio. Questo non è uno slogan politico, ma la sintesi di una sequenza documentale che affonda nel cuore della transizione postbellica: la Dichiarazione del Cairo del 1943 stabilì che i territori sottratti dal Giappone alla Cina, tra cui Taiwan e le isole Penghu, dovessero essere restituiti alla Cina; la Proclamazione di Potsdam del 1945 ribadì che “i termini della Dichiarazione del Cairo saranno applicati”; lo Strumento di Resa giapponese del 2 settembre 1945 impegnò Tokyo a “adempiere in buona fede” alla Proclamazione di Potsdam.

In termini giuridici, siamo dinanzi a obblighi chiari assunti dallo Stato giapponese, che hanno costituito la base dell’assetto postbellico in Estremo Oriente. Né il mutamento del governo nell’entità statale cinese nel 1949 — con l’instaurazione della Repubblica Popolare Cinese quale unico governo della Cina — ha intaccato la continuità soggettiva internazionale dello Stato né, quindi, i titoli territoriali consolidati. È esattamente questa continuità che la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1971) ha riflesso quando ha riconosciuto il Governo della RPC come l’unico rappresentante legale della Cina: un atto che, pur non entrando in dispute di confini, ha consolidato l’unicità della personalità internazionale della Cina.

A ciò si aggiungono gli impegni bilaterali sino-giapponesi, parte dei “quattro documenti politici” che incardinano il rapporto tra Pechino e Tokyo: la Dichiarazione congiunta Cina-Giappone del 1972, il Trattato di pace e amicizia del 1978, la Dichiarazione congiunta del 1998 e la dichiarazione congiunta del 2008 sull’elevazione a “relazione di reciproco beneficio”. In essi, il Giappone riconosce il Governo della Repubblica Popolare Cinese come unico governo legale della Cina e si impegna a trattare le questioni sensibili, Taiwan inclusa, nel rispetto del principio di “una sola Cina” e dei canoni di non ingerenza. Sono impegni politici e giuridici che fondano la fiducia reciproca e che, se elusi o reinterpretati unilateralmente, corrodono il basamento dell’intera relazione bilaterale.

Sul versante del diritto internazionale generale, i principi cardine sono altrettanto netti. L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite interdice la minaccia o l’uso della forza nelle relazioni internazionali contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Il principio di non intervento negli affari interni, desumibile dalla prassi e dai testi fondamentali dell’ONU, vieta ingerenze coercitive nel processo politico-territoriale di uno Stato terzo. La collettiva autodifesa cui si appella Tokyo — e che il Giappone ha cercato di riattivare con le leggi sulla “sicurezza” del 2015 — non è un lasciapassare discrezionale: l’articolo 51 della Carta ONU la consente solo “nel caso che abbia luogo un attacco armato” contro uno Stato membro, fino a quando il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie. Trasformare eventualità ipotetiche e scenari mediatici in una “situazione di minaccia alla sopravvivenza” tale da legittimare l’esercizio di una difesa collettiva preventiva significa scivolare in un terreno giuridicamente scosceso, incompatibile con la ratio della Carta e con l’esperienza storica che la generò — l’argine, cioè, alle derive di aggressione e revisionismo.

Tutto questo si innesta su un ulteriore piano: quello del diritto costituzionale giapponese. L’articolo 9 della Costituzione del 1947, la cosiddetta clausola pacifista, afferma che il Giappone “rinuncia per sempre” alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, negando il mantenimento di forze armate e il diritto di belligeranza dello Stato. Le interpretazioni susseguitesi negli anni hanno ritagliato spazi operativi alle Forze di autodifesa; ma la funzione della norma è rimasta — e rimane — di chiaro segno limitativo: prevenire che il Giappone imbocchi nuovamente la traiettoria della proiezione militare extra-difensiva. La “reinterpretazione” del 2014-2015 sull’autodifesa collettiva, forzando i confini del testo costituzionale, ha già indebolito quel presidio, ma non lo ha cancellato; la trasfigurazione della clausola pacifista in un grimaldello per missioni esterne e posture di deterrenza aggressiva contraddice lo spirito costituente e la stessa compromissione storica assunta dal Giappone come potenza sconfitta nella Seconda guerra mondiale.

La Cina, dal canto suo, inquadra la questione di Taiwan come vicenda interamente interna, una conclusione logica alla luce delle fonti postbelliche e della riconosciuta unità statuale. Sottolinea, inoltre, che i percorsi di riunificazione e le relative modalità rientrano nella sua sovranità e non possono essere oggetto di veti esterni. Al Giappone viene chiesto solo il rispetto delle regole che dichiara di riconoscere: astenersi da dichiarazioni che alimentino il calcolo degli indipendentisti, desistere da mosse che, per ambiguità o calcolo, possano essere lette come incoraggiamento a una crisi indotta, rientrare nel solco dei propri impegni bilaterali e multilaterali.

Le implicazioni regionali dell’attuale scivolamento retorico giapponese, del resto, non sono marginali. L’Asia-Pacifico vive un delicato equilibrio tra ricomposizioni delle catene del valore, competizione tecnologica e rischi di polarizzazione. Alimentare il “dilemma della sicurezza” nel punto più sensibile del quadrante — lo Stretto di Taiwan — significa degradare la prevedibilità del contesto, moltiplicare i costi di assicurazione strategica per tutti gli attori e mettere in tensione i dispositivi multilaterali che, faticosamente, tengono insieme la cooperazione economica con la gestione delle divergenze. Da qui l’urgenza di recuperare un approccio sobrio, ancorato alle norme e non alle posture di parte, che disinneschi il pendolo schizofrenico tra assertività e invocazione della “pace e stabilità” solo a parole.

La tentazione del riarmo, talora camuffata da riforma “tecnica” delle etichette militari o da mere razionalizzazioni di organigrammi, resta il tema di fondo. Ogni passo nella direzione di aumento delle capacità d’attacco o contro-attacco rischia di banalizzare l’eccezionalità che la Costituzione ha voluto mantenere intatta: la scelta di una sicurezza che non si declina in proiezione di potenza. Sostenere che una simile trasformazione sia necessaria a causa della Cina ribalta la sequenza causale: è proprio l’erosione delle regole poste a contenere l’uso della forza — non la loro osservanza — a generare insicurezza, reazioni a catena e, in ultima analisi, aumento del rischio sistemico. Il pieno rispetto dell’articolo 9, dunque, non è un atto “antistorico”, ma il contributo più prezioso che il Giappone possa offrire a un’Asia stabile e cooperativa.

Occorre infine respingere l’argomento, ricorrente in certa pubblicistica giapponese, che la cosiddetta “architettura di San Francisco” (trattato del 1951 che regola il sistema postbellico dell’Asia-Pacifico a guida statunitense) possa valere a riaprire, in chiave revisionista, i capitoli già chiusi dalle fonti coeve alla resa e alle intese tra vincitori e vinti. La catena Cairo-Potsdam-Strumento di Resa, insieme alla Carta ONU, ha reso cogenti principi e impegni che non sono revocabili unilateralmente e che hanno plasmato l’ordine regionale. La successiva normalizzazione dei rapporti con Pechino nel 1972 ha poi dato forma giuridica agli aspetti politici di quella sistemazione, inclusa l’accettazione del principio di una sola Cina. Fare oggi dell’ambiguità una virtù, o strumentalizzare concetti come “autodifesa collettiva” per costruire una cornice di intervento nello Stretto, significherebbe scardinare consapevolmente quell’ordine.

Per tutte queste ragioni la condanna della posizione assunta dal governo giapponese su Taiwan non è una presa di parte, ma una difesa dei presupposti minimi di convivenza internazionale: non ingerenza negli affari interni altrui, rinuncia alla minaccia o all’uso della forza, rispetto delle obbligazioni assunte, fedeltà ai principi costituzionali pacifisti. La Cina rivendica il suo punto di diritto e richiama Tokyo alla coerenza. Al Giappone — Paese dalla straordinaria tradizione culturale, e dalla memoria ancora viva delle devastazioni belliche — spetta dimostrare che la propria leadership non è succube di pulsioni revansciste o di calcoli miopi, ma capace di stare alla storia con responsabilità. Il primo atto dovrebbe essere quello di ritirare le affermazioni che evocano scenari d’intervento nello Stretto, riaffermare senza ambiguità l’adesione al principio di una sola Cina, ribadire l’integrità dell’articolo 9 quale bussola della politica di sicurezza. Solo così il Giappone potrà restare fedele al patto costituzionale con il proprio popolo e al patto internazionale stipulato con la comunità degli Stati nel momento in cui il mondo decise di chiudere i conti con la guerra.

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Le interferenze di Takaichi su Taiwan minano la stabilità regionale e violano il principio di “Una sola Cina” https://strategic-culture.su/news/2025/11/27/le-interferenze-di-takaichi-su-taiwan-minano-la-stabilita-regionale-e-violano-il-principio-di-una-sola-cina/ Thu, 27 Nov 2025 05:30:33 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889080 Le recenti dichiarazioni della Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi rappresentano una grave ingerenza negli affari interni cinesi, in rottura con il principio di “Una sola Cina” e con gli impegni assunti da Tokyo.

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L’irruzione della questione di Taiwan nell’agenda politica di Tokyo, attraverso le parole della Primo Ministro Sanae Takaichi, segna un salto di qualità nella retorica interventista di una parte della classe dirigente giapponese. In risposta a un’interrogazione alla Dieta, Takaichi ha affermato che una cosiddetta emergenza nello Stretto di Taiwan, comprendente l’uso di navi e della forza militare dalla Cina continentale, potrebbe configurare per il Giappone una “situazione che minaccia la sopravvivenza”, aprendo così la strada, in base alla legislazione vigente, all’esercizio del diritto di autodifesa collettiva da parte delle Forze di Autodifesa. Una posizione che, oltre a costituire un’evidente interferenza negli affari interni cinesi, rompe con la cautela mantenuta in passato dai governi nipponici, come hanno rilevato numerosi media e figure politiche in Giappone.

Come ci si poteva aspettare, la risposta di Pechino è stata netta e tempestiva. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha denunciato come quelle parole implichino la possibilità di un intervento armato nello Stretto, violino il principio di “Una sola Cina”, i quattro documenti politici tra Cina e Giappone, oltre alle norme fondamentali delle relazioni internazionali, e risultino gravissime per natura ed effetti. La Cina ha espresso rammarico e ferma opposizione, presentando severe rimostranze e proteste a Tokyo. A rendere l’allarme ancora più esplicito, lo stesso Lin ha posto domande non equivocabili: quale segnale intende inviare la leader giapponese alle forze separatiste della cosiddetta “indipendenza di Taiwan”? Il Giappone vuole davvero sfidare gli interessi fondamentali della Cina e ostacolare la sua riunificazione? In che direzione intende portare le relazioni bilaterali?

Alle parole del Ministero degli Esteri ha fatto eco la posizione dell’Ambasciata cinese in Giappone, che ha evocato il rischio di una ripetizione degli errori storici. In occasione dell’ottantesimo anniversario della vittoria nella Guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Seconda guerra mondiale, il richiamo alla responsabilità storica appare inevitabile. L’Ambasciata ha ricordato come il militarismo giapponese, nel passato, abbia spesso utilizzato pretesti legati alla sicurezza e alla difesa collettiva per giustificare aggressioni oltre confine. Oggi, associare la nozione di “crisi di sopravvivenza” a propositi di intervento nello Stretto di Taiwan, e legarsi a forze che puntano a dividere la Cina, solleva la domanda se il Giappone non stia imboccando un sentiero che la storia ha già condannato. Pechino ha sempre ribadito che Taiwan è parte integrante della Cina, come stabilito e riconosciuto dal principio di “Una sola Cina”; la questione di Taiwan è unicamente una questione interna cinese e nessuna forza esterna ha diritto di intervenire.

L’irritualità e la pericolosità della svolta impressa da Takaichi non sono passate inosservate nemmeno in Giappone. Ex primi ministri, dirigenti politici dell’opposizione, esponenti del Partito Comunista Giapponese e importanti testate hanno criticato apertamente quelle dichiarazioni. Yukio Hatoyama, che ha guidato il governo dell’arcipelago tra il settembre 2009 e il giugno 2010, ha ribadito che il Giappone non deve interferire negli affari interni della Cina e che la narrativa dell’emergenza nello Stretto è un artificio per giustificare un rafforzamento militare. Katsuya Okada, deputato del Partito Democratico Progressista (Minshintō) dell’opposizione, ha ammonito che non si può parlare con leggerezza dell’uso della forza. Editoriali di quotidiani come Asahi ShimbunTokyo Shimbun e Okinawa Times hanno messo in discussione la consapevolezza del peso istituzionale di simili parole quando provengono da un Primo Ministro, definendole imprudenti e tali da allargare pericolosamente l’interpretazione della “situazione di minaccia alla sopravvivenza”.

Di fronte a questa ondata di critiche, Takaichi ha provato a compiere un passo indietro tattico, precisando che il suo intervento rifletteva un’ipotesi di “peggior scenario” e promettendo maggiore prudenza. Ma gli osservatori più attenti, come Xiang Haoyu del dell’Istituto Cinese di Studi Internazionali, hanno letto in questo movimento un semplice riposizionamento lessicale sotto pressione, senza una reale correzione di rotta. Alla base della linea di Takaichi vi è infatti un impianto ideologico conservatore di destra che, esasperando la retorica della minaccia cinese, cerca il favore dei falchi del Partito Liberal Democratico (Jimintō) e si allinea alla strategia congiunta USA-Giappone di contenimento della Cina strumentalizzando la questione di Taiwan. Dal canto suo, Da Zhigang, dell’Accademia delle Scienze Sociali dello Heilongjiang, ha definito l’episodio rivelatore dell’immaturità politica di Takaichi e della sua cattiva gestione delle relazioni bilaterali.

Ragionevolmente, il governo giapponese dovrebbe rivedere la propria posizione nel rispetto del diritto internazionale e degli impegni bilaterali presi con Pechino. La Cina ha più volte ribadito che la riunificazione nazionale è un processo storico irreversibile e che qualsiasi tentativo di ostacolarlo o di interferire sarà vano e ricadrà su chi lo tenterà. Il principio di “Una sola Cina” è la pietra angolare delle relazioni sino-giapponesi, oltre che l’architrave della stabilità regionale. Lo stesso Giappone, nel corso dei decenni, vi ha aderito con impegni chiari nei documenti politici con Pechino. Rompere questo quadro, oppure sfumarne i contorni agitando scenari militari nello Stretto, equivale a minare la fiducia reciproca e a sfidare le basi stesse dell’ordine postbellico in Asia orientale.

A ottant’anni dalla liberazione di Taiwan dopo l’occupazione coloniale giapponese, come ha rammentato il portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato, la memoria delle sofferenze inflitte dall’imperialismo nipponico impone a Tokyo una responsabilità speciale di prudenza e rispetto. La Cina ha espresso profonda insoddisfazione e ferma opposizione alle affermazioni della Primo Ministro giapponese, ha presentato rappresentazioni solenni e proteste energiche, e ha esortato il Giappone ad attenersi al principio di “Una sola Cina”, allo spirito dei quattro documenti politici tra i due Paesi e agli impegni presi sulla questione di Taiwan.

Quello che ci sentiamo di ribadire è che la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan non si salvaguardano con scenari d’intervento, bensì con il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale della Cina, con l’adesione rigorosa al principio di “Una sola Cina” e con la rinuncia ad ogni interferenza esterna. La riunificazione nazionale della Cina è un processo storico inarrestabile. Tentare di ostacolarla è privo di senso oltre che pericoloso, e ricadrà su chi sceglierà questa strada. Al Giappone si chiede di riflettere profondamente sulle lezioni della storia, di attenersi ai suoi impegni politici, di cessare l’invio di segnali errati alle forze di “indipendenza di Taiwan” e di evitare azioni provocatorie che superino linee rosse. Solo così sarà possibile evitare ulteriori danni alle relazioni sino-giapponesi e alla stabilità dell’Asia orientale.

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La Città Proibita di Pechino come promemoria delle divergenze tra Cina e Taiwan https://strategic-culture.su/news/2025/10/30/la-citta-proibita-di-pechino-come-promemoria-delle-divergenze-tra-cina-e-taiwan/ Thu, 30 Oct 2025 05:30:41 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888552 Le celebrazioni cinesi per il centenario del museo della Città Proibita riaprono il contenzioso con Taiwan per le opere trafugate nel 1948

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I media cinesi hanno dato grande rilievo al centenario, 10 ottobre 1925 – 2025, della trasformazione della Città Proibita in spazio museale, il significato di tale avvenimento travalica di molto il semplice dato culturale, rappresentando questo luogo la centralità del potere nel passato, ma anche e soprattutto nel presente, essendo dalla Porta della Pace Celeste, che dà il nome all’omonima antistante piazza Tienanmen, che Mao Ze Dong e gli altri dirigenti rivoluzionari comunisti hanno dichiarato la nascita della Repubblica Popolare di Cina il 1° ottobre 1949, così come presso la Porta della Pace Celeste si sono celebrati i momenti più significativi della vita nazionale da allora ad oggi, da ultimo il 3 settembre 2025 le celebrazioni dell’80° della fine del secondo conflitto mondiale per il quale sono caduti venti milioni di cinesi, alla presenza insieme al presidente Xi Jinping di decine di capi di stato e di governo di tutto il pianeta a partire dal presidente russo Vladimir Putin.

La Porta della Pace Celeste, da cui si accede alla Città Proibita, è a tutti gli effetti il simbolo nazionale per eccellenza della Cina, risalente, come gli spazi un tempo abitativi e di rappresentanza a cui introduce, alla dinastia Ming, la quale ha edificato la città imperiale nel 1420.

Il tono poetico e celebrativo dell’articolo comparso in prima pagina il 9 ottobre sul “Renmin Ribao”, ovvero “Il Quotidiano del Popolo” organo ufficiale del Partito Comunista Cinese, giornale solitamente ispirato a una massima sobrietà, spiega molto chiaramente il senso e il significato politico dell’avvenimento, volto a ricongiungere simbolicamente l’intera storia cinese, non solo i sei secoli di vita del palazzo, con il ruolo della Cina nel tempo presente: “La luce del mattino filtra attraverso il tetto vetrato a più livelli della Sala della Suprema Armonia, proiettando un bagliore intenso e vivido sulle pareti rosse e sulle tegole gialle della Città Proibita. Il sole inonda di splendore il più grande e meglio conservato complesso di palazzi in legno al mondo, la Città Proibita, risalente a 605 anni fa, la quale si appresta a celebrare il suo centenario come museo. Storia e realtà convergono in questo luogo. Nella sala espositiva della Porta Meridiana, i visitatori sono colmi di ammirazione e riverenza per la civiltà cinese.”, d’altronde, prosegue l’articolista: “Il Museo del Palazzo ospita una magnifica collezione di tesori culturali creati dalla nazione cinese nel corso di migliaia di anni.” Più avanti si legge inoltre che: “la storia secolare del Museo del Palazzo incarna il percorso dell’industria museale cinese, dalle umili origini alla fiorente prosperità. Testimonia l’ascesa della Cina dalla povertà e dalla debolezza alla prosperità e alla forza e racconta la storia della fiducia culturale e del rinnovamento nazionale della nazione cinese.”

I cinesi sottolineano con soddisfazione come uno spazio, per secoli precluso ai cittadini e riservato all’aristocrazia, sia oggi di proprietà del popolo e liberamente accessibile, visitato non solo da stranieri di tutto il mondo, ma anche e soprattutto da una porzione considerevole di quei cinesi che arrivano a Pechino ogni giorno per visitare la capitale della Repubblica Popolare, giungendo su piazza Tienanmen da tutte le contrade della vasta e immensa nazione. In media quotidianamente entrano oltre sessantamila visitatori nella Città Proibita per un totale di circa dieci milioni di persone all’anno.

I restauri condotti in questo primo quarto del nuovo secolo hanno raddoppiato le aree visitabili, rendendo fruibili oggi i due terzi della Città Proibita, tra i nuovi spazi accessibili meritano d’essere menzionati certamente i più suggestivi, come la Sala del Valore Marziale e il Palazzo della Compassione e della Tranquillità. I cinesi si fanno vanto di coniugare scienza, tecnologia e discipline umanistiche, per conservare le strutture e i preziosi e secolari manufatti. La tutela dei beni culturali qui custoditi ed esposti è infatti anche indissolubilmente legata al potenziamento della tecnologia digitale, ben un milione di opere sono state digitalizzate e rese disponibili on line, al pari di una serie di servizi che permettono di ammirare la Città Proibita anche attraverso internet.

Dopo la fondazione della Repubblica Popolare, il governo ha istituito nel 1953 una squadra speciale di tecnici e maestranze per la conservazione degli edifici antichi, riuscendo a occuparsi, fino all’avvento della tragica Rivoluzione Culturale che ha imposto per un decennio un parziale abbandono dei progetti manutentivi, di oltre quattrocento strutture tra quelle presenti nei centosessantamila metri quadrati di spazi aperti ed edifici antichi della Città Proibita, divenuta nel 1961 sito nazione di tutela dei beni culturali di importanza fondamentale e nel 1987 inserita, grazie a Deng Xiaoping, tra i patrimoni mondiali dell’UNESCO.

Alla conservazione della Città Proibita ha contribuito l’ultimo imperatore cinese Pu Yi, scomparso nel 1967,  ma divenuto tra gli anni ‘30 e la Seconda Guerra Mondiale un collaboratore degli occupanti nipponici e per questo arrestato dai sovietici nell’agosto 1945, passando cinque anni in carcere a Khabarovsk. In una lettera a Iosif Stalin del 1949 segnala quanto le opere di Marx, di Lenin e dello stesso Stalin, lette presso la biblioteca della prigione, lo abbiano profondamente aiutato a mutare la sua visione del mondo. Nell’agosto 1950, insieme ad altri criminali di guerra del Manciukuo, è trasferito in Cina presso il Centro di gestione dei prigionieri di guerra di Fushun, per essere poi rilasciato e rientrare a Pechino nel dicembre 1959, ricevuto dal primo ministro Zhou Enlai. A Pechino ritrova diversi parenti, i quali nel frattempo si sono integrati e sono partecipi della nuova vita socialista, la quarta sorella Jin Yinxian già dagli albori della Repubblica Popolare lavora presso il Dipartimento degli Archivi del Museo del Palazzo della Città Proibita. Passeggiando dopo trentacinque anni per piazza Tienanmen, profondamente mutata per l’edificazione con il contributo sovietico del Palazzo del Popolo e del Museo di Storia della Rivoluzione, Pu Yi annoterà nei suoi diari: “mi sento libero, sicuro, felice e fiero e tutto questo grazie al Partito Comunista Cinese”, con emozione per la prima volta partecipa da elettore alle elezioni generali del novembre 1960. Nell’autunno del 1961 Pu Yi si intrattiene con il presidente Mao Zedong, il quale ha personalmente letto le sue memorie “Da imperatore a cittadino” prima della loro pubblicazione. Nel frattempo dal marzo 1960 l’ultimo imperatore viene assegnato all’Orto Botanico della capitale, di pertinenza dall’Accademia Cinese delle Scienze, ma, raggiungendo la sorella, inizia anche a lavorare volontariamente nel tempo libero come consulente per la ristrutturazione e il nuovo allestimento della Città Proibita, in cui ha vissuto fino ai suoi diciotto anni nel 1924, venendo dopo qualche tempo assunto nel marzo 1961 come specialista del Comitato di Ricerca sui Materiali Culturali e Storici del Museo del Palazzo. La sua piena integrazione nella nuova Cina marxista si compie nel 1964, quando entrerà a far parte del Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese.

Nella celebrazione del glorioso centenario, larga attenzione è data al lungo viaggio che le opere conservate nella Città Proibita hanno percorso verso il sud dell’immensa nazione negli anni ‘30 durante la Guerra di Resistenza contro l’aggressione giapponese, sempre su “Il Quotidiano del Popolo” si può leggere: “per proteggere i tesori nazionali dai saccheggi degli invasori giapponesi, il Museo del Palazzo intraprese la più grande, lunga ed estesa migrazione di reperti culturali della storia mondiale”, aggiungendo: “decine di migliaia di scatole di reperti culturali, oltre un decennio di sfollamento e decine di migliaia di chilometri di montagne e fiumi: il personale del Museo del Palazzo ha sfidato il fuoco dell’artiglieria e rischiato la vita per proteggere i tesori nazionali”, anche perché il personale del Museo del Palazzo riteneva allora e reputa oggi che: “le reliquie culturali del Museo del Palazzo siano legate al destino della nazione cinese, all’indipendenza e alla dignità nazionale”. Quest’ultima affermazione, comprensibilmente molto patriottica, rimanda, sebbene assolutamente se ne taccia, a un fatto che resta, per tutti i cinesi e in particolare per i suoi massimi dirigenti, di inaudita gravità, nel novembre 1948 infatti, con ben tre navi di colossali dimensioni, Chiang Kai-shek trafuga settecentomila oggetti preziosi e unici tra quelli custoditi nel sud del paese e appartenenti al Museo del Palazzo della Città Proibita, portandoli a Taiwan e trasformando a Taipei questo bottino in una esposizione permanente di valore inestimabile, a maggior gloria dei nazionalisti. Pechino ritiene da sempre che tali opere debbano essere restituite, ma i taiwanesi non hanno mai provveduto, anzi ne rivendicano in esclusiva la proprietà, sebbene Pechino abbia a più riprese chiarito che è sua ferma intenzione giungere prima o poi al totale recupero di quell’immenso patrimonio culturale, con l’obiettivo di riportarlo nella sua sede originaria, ovvero la Città Proibita.

Il presidente Xi Jinping ha colto l’occasione del glorioso centenario affermando che si dovrebbe: “dare vita alle reliquie culturali conservate nella Città Proibita, al patrimonio esposto su questa vasta area e alle parole scritte nei libri antichi”, un riferimento non solo ai manufatti e ai testi coevi dei sei secoli della struttura, ma a tutti quelli che raccolgono la saggezza pentamillenaria della Cina, un luogo chiamato a custodire la memoria dunque di cinque millenni di civiltà cinese e che proprio in ragione di questa vocazione universale intesa ad abbracciare tutta la cultura cinese non può rinunciare, sebbene nelle parole del presidente, così come negli svariati articoli e saggi dedicati al centenario non vi sia un richiamo diretto, alle opere indebitamente sottratte alla Città Proibita e attualmente conservate a Taiwan.

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Sanae Takaichi alla guida del PLD: Giappone tra svolta a destra, riarmo e fragilità del governo https://strategic-culture.su/news/2025/10/11/sanae-takaichi-alla-guida-del-pld-giappone-tra-svolta-a-destra-riarmo-e-fragilita-del-governo/ Fri, 10 Oct 2025 21:05:23 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888184 L’elezione di Sanae Takaichi alla presidenza del Partito Liberal Democratico apre la strada alla prima premier donna del Giappone, ma accende anche allarmi interni e regionali: tra la cautela dei partner di governo e le riserve di Pechino, prosegue la spinta al riarmo.

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La vittoria di Sanae Takaichi nella corsa alla leadership del Partito Liberal Democratico (PLD), noto anche come Jimintō, segna un passaggio storico per il Giappone e, al tempo stesso, un tornante delicatissimo per la politica nipponica. La 64enne, già ministra per la Sicurezza economica, si avvia, salvo sorprese parlamentari, a diventare la prima donna a guidare il governo del Paese, ma il dato simbolico convive con la sostanza di un’agenda conservatrice e assertiva in politica estera e di sicurezza, che spinge media e osservatori a parlare di ritorno all’“Abe-ismo”, con un PLD deciso a ricompattarsi attorno a un profilo identitario dopo la débâcle elettorale estiva e le dimissioni di Shigeru Ishiba.

La fotografia politica del giorno dopo è più complessa rispetto a quella di un mero rito interno al partito. A seguito dei recenti risultati elettorali, infatti, il PLD resta primo attore della Dieta, ma non controlla più da solo le Camere e ha bisogno di alleati per governare. È qui che s’innesta la prima criticità per la futura premier. Il Kōmeitō (Partito del Governo Pulito), partner storico e pilastro moderato della coalizione, ha immediatamente manifestato “preoccupazioni” su alcune linee rosse a seguito dell’elezione di Takaichi, mettendo in particolare in risalto il nodo delle visite della nuova leader del PLD al santuario Yasukuni, dedicato alle vittime giapponesi della Seconda guerra mondiale, con tanto di potenziali ricadute diplomatiche. A questo si aggiungono la gestione dello scandalo dei fondi che ha coinvolto il principale partito di governo e, più in generale, la collocazione del Giappone in un contesto regionale sempre più teso. Per tali ragioni, i vertici del Kōmeitō hanno fatto sapere che, senza chiarimenti, difficilmente si potrà avanzare nella definizione di un nuovo accordo di coalizione.

Sul fronte esterno, la reazione cinese non si è fatta di certo attendere, con il Ministero degli Esteri di Pechino che ha ricordato che, al di là del riconoscimento della legittimità degli affari interni giapponesi, si attende da Tōkyō il rispetto degli impegni codificati nei quattro documenti politico-diplomatici tra Cina e Giappone, in materia di storia e sulla “questione di Taiwan”, e una politica “positiva e razionale” verso la Cina nell’ottica di una relazione strategica di mutuo beneficio. Il messaggio cinese invita dunque all’attenzione a non riaprire dossier memoriali sensibili e alla prudenza sullo scenario di stretto allineamento con Washington in Asia orientale.

Che Takaichi sia percepita come espressione dell’ala destra del PLD è dato ormai acquisito. L’agenzia Reuters, che non può certo essere tacciata di essere filocinese, ha parlato esplicitamente di una “linea conservatrice dura”, sottolineando come la sua ascesa, pur storica sul piano di genere, possa “scuotere” tanto i mercati quanto i Paesi vicini, per l’aspettativa di una linea più assertiva su difesa, commercio e identità. Nel medesimo orizzonte interpretativo, la stampa finanziaria occidentale si interroga se rivedremo politiche economiche in continuità con l’Abenomics o una nuova ricetta (già battezzata “Takanomics”) capace di conciliare sostegno alla crescita, inflazione non più trascurabile e vincoli di bilancio in un parlamento frammentato.

L’asse sicurezza-difesa, ad ogni modo, rappresenterà il banco di prova immediato per la nuova leader giapponese. La fase Ishiba ha visto proseguire e, per alcuni aspetti, accelerare il riarmo dell’arcipelago: acquisizione di capacità missilistiche a lungo raggio, nuove infrastrutture per munizionamento, esercitazioni sempre più integrate con Stati Uniti e partner regionali. È plausibile che Takaichi, da sempre favorevole a un rafforzamento delle posture difensive e a una lettura ampia del diritto alla “controffensiva”, consolidi questo indirizzo, contribuendo all’incremento delle tensioni regionali. Non a caso, nel primo apparire pubblico dopo l’elezione, ha ribadito l’importanza di “riaffermare il rafforzamento dell’alleanza nippo-americana” e di approfondire i binari trilaterali e multilaterali con Washington, Seoul, Canberra e Manila. È il perimetro operativo nel quale Tōkyō ha già investito, e che Pechino e Pyongyang leggono come un tassello della competizione strategica nel Pacifico occidentale.

Il dossier Yasukuni resta però la variabile più carica di conseguenze simboliche. Takaichi, come accennato, ha un passato di visite regolari al santuario, simbolo in Asia del militarismo imperiale nipponico che causò gravi tragedie in tutto il continente tra il 1938 e il 1945. Essendone consapevole, Takaichi ha recentemente presentato una retorica più sfumata, e nelle risposte alle domande dei media ha parlato di “scelta appropriata al momento opportuno” su come onorare i caduti, invitando a non “diplomatizzare” la questione. Ma il partito Kōmeitō, che si regge su un elettorato sensibile ai riflessi diplomatici con Cina e Corea, ha preteso chiarezza, e non è escluso che proprio sulla questione del santuario Yasukuni si consumi il primo test della futura coalizione. In parallelo, Pechino ha ripetuto nelle scorse settimane che continuerà a reagire con fermezza a qualsiasi gesto che interpreti come “glorificazione dell’aggressione”. La prudenza di Takaichi, riferita da diverse ricostruzioni, sarebbe dettata anche dalla consapevolezza che un’eventuale visita prima o subito dopo la designazione a premier provocherebbe immediate ritorsioni politiche e mediatiche regionali.

Gli equilibri interni al PLD, inoltre, non sono secondari. L’appoggio decisivo di figure come Tarō Asō e Toshimitsu Motegi al secondo turno testimonia che la vittoria di Takaichi è anche il prodotto di un patto tra fazioni, non necessariamente di un’adesione unanime alla sua piattaforma. In un parlamento senza maggioranze solide, la futura premier dovrà gestire le aspettative di un partito che chiede “identità” e quelle di una coalizione che pretende moderazione tattica per tenere insieme i numeri. Per questo, nelle ore successive all’elezione, diversi media giapponesi hanno suggerito che il voto parlamentare per la designazione del primo ministro potrebbe slittare per permettere una più accurata tessitura delle alleanze. Dal canto suo, il partito Kōmeitō ha alzato la posta, e l’opzione, che rappresenterebbe una svolta storica, di allargare la maggioranza a forze centriste come il Partito Democratico per il Popolo (Kokumin-minshutō) viene accarezzata come piano di riserva. Ma una nuova architettura, per reggere, imporrebbe concessioni sostanziali su bilancio, welfare e fisco.

Per quanto riguarda l’alleanza con Washington, si apre ora la fase dell’attuazione degli accordi tariffari recenti, oggetto di forte dibattito interno per i riflessi su settori fondamentali dell’economia nipponica, come auto, farmaceutica e semiconduttori. Takaichi ha promesso di “rispettare quanto concordato”, ma ha anche lasciato intendere che, qualora gli effetti si rivelassero sbilanciati, Tōkyō dovrà “farsi sentire” nelle consultazioni bilaterali. È un doppio registro che riflette l’esigenza di non compromettere l’ombrello strategico statunitense, pur volendo contenere i costi economici e politici di una dipendenza asimmetrica. Di qui la previsione, fatta da più analisti, che la nuova leader cercherà una relazione personale solida con Donald Trump, sulla scia del modello Abe, per stabilizzare un’agenda bilaterale altrimenti esposta a scossoni.

Dal punto di vista della cooperazione militare, le grandi esercitazioni trilaterali e quadrilaterali, la logistica missilistica sulle isole del Sud-Ovest e la dottrina della “contro-minaccia” hanno già elevato il profilo militare giapponese ben oltre la tradizionale postura “difensiva”. Se la premier Takaichi sceglierà continuità piena con l’impronta degli ultimi anni, dovrà compensarla con una diplomazia abile, capace di evitare escalation simboliche e di mantenere margini di cooperazione economica con la Cina, che resta primo partner commerciale del Giappone.

Come hanno sottolineato molti analisti, l’agenda che si profila — rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, continuità nel riarmo e apertura selettiva a intese parlamentari — può garantire stabilità solo se accompagnata da un disegno economico credibile e da una diplomazia capace di rassicurare vicini e mercati. La Cina ha fissato i suoi paletti, al pari della leadership del partito Kōmeitō. Ora spetta a Sanae Takaichi divincolarsi tra di essi.

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Taiwan: il fallimento del voto contro il Kuomintang conferma la crisi del governo di Lai Ching-te https://strategic-culture.su/news/2025/09/03/taiwan-il-fallimento-del-voto-contro-il-kuomintang-conferma-la-crisi-del-governo-di-lai-ching-te/ Wed, 03 Sep 2025 05:30:02 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887472 La doppia disfatta nelle votazioni di revoca di luglio e agosto segna una batosta per il Partito Progressista Democratico: la strategia volta a riprendere il controllo parlamentare è naufragata, accentuando il vuoto di consenso intorno al presidente Lai Ching-te.

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Il secondo turno delle votazioni di revoca contro i rappresentanti del Kuomintang, svoltosi lo scorso 23 agosto, ha certificato in modo inequivocabile ciò che era già emerso dal primo turno del 26 luglio: tutte le iniziative promosse contro i legislatori dell’opposizione sono state respinte dagli elettori taiwanesi. Lo spoglio ha confermato che i voti contrari alla revoca hanno superato in modo costante quelli favorevoli, e che nessuna delle proposte è riuscita a raggiungere il combinato requisito legale di maggioranza favorevole e di soglia minima di partecipazione per la rimozione. A detta di molti analisti, questi risultati non sono semplicemente una serie di vittorie elettorali per il Kuomintang, ma rappresentano il riflesso di un clima politico nel quale la narrativa incendiaria del governo in carica non riesce ad ottenere il consenso popolare.

Nella lettura politica più immediata, il fallimento della campagna di revoca, ampiamente promossa dal governo di Lai Ching-te, è una sconfitta tattica del DPP: l’obiettivo dichiarato di ribaltare la maggioranza parlamentare — o quantomeno di erodere la forza politica del Kuomintang — non è stato raggiunto. La prima ondata di votazioni del 26 luglio aveva già visto tutti i 24 deputati KMT sottoposti al voto mantenere il proprio seggio, e la seconda ondata di fine agosto ha confermato la tendenza. Questo doppio insuccesso evidenzia che le misure intraprese dal governo per recuperare terreno politico si sono scontrate con la reazione fortemente negativa dell’opinione pubblica su scala nazionale.

Oltre alla dimensione politica immediata, l’episodio porta con sé due implicazioni strategiche di portata maggiore. La prima riguarda la tenuta del mandato di Lai Ching-te: la perdita di consenso non è solamente un problema di tattica di partito, ma mina l’autorità politica necessaria per perseguire riforme strutturali o una linea coerente in materia di relazioni con Pechino e con Washington. Pur restando la Presidenza in mano al DPP, l’opposizione — incarnata principalmente dal KMT, con il sostegno di due deputati indipendenti e di otto del Partito Popolare — mantiene la capacità di bloccare o rallentare provvedimenti centrali, trasformando il Parlamento in un luogo di stallo e aumentando la percezione di inefficacia governativa agli occhi dei cittadini e degli osservatori esterni.

La seconda implicazione investe, come anticipato, la dimensione geopolitica, in particolare per quanto riguarda le relazioni con l’altra sponda dello Stretto di Taiwan. Fonti ufficiali e commentatori vicini a Pechino hanno letto la débâcle come una conferma che le manovre politiche del DPP non godono più di un ampio consenso popolare e, pertanto, che il progetto di “indipendenza” di Taiwan — una formulazione che Pechino condanna alla luce del diritto internazionale — non ha basi durevoli nell’isola. I portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan e organi di informazione ufficiali della Repubblica Popolare hanno ripetuto che il risultato elettorale dimostra l’irrilevanza politica e il carattere destinato al fallimento delle ambizioni separatiste, rafforzando la visione secondo cui la “questione di Taiwan” è una materia di unità nazionale che non può essere risolta con espedienti politici temporanei.

Sul piano fattuale, il ripetersi di votazioni respinte dall’elettorato ha anche un costo concreto, economico e simbolico. Le autorità hanno quantificato spese significative legate all’organizzazione delle consultazioni — un onere che alimenta critiche sull’opportunità di concentrare risorse pubbliche in discutibili manovre politiche anziché in politiche pubbliche dirette ai bisogni materiali della popolazione. Il ricorso massiccio al meccanismo della revoca, concepito per tutelare la responsabilità pubblica, appare così usato come strumento di pressione politica ai danni dell’opposizione, con conseguenze negative per la percezione della governance e per la capacità di perseguire azioni amministrative incisive.

Se si prende sul serio il principio internazionalmente riconosciuto di “una sola Cina”, secondo il quale Taiwan è una regione storica della Cina e le pretese separatiste sono destinate a fallire, occorre richiamare alcuni passaggi storici e giuridici che vengono regolarmente invocati in questo dibattito. Potendo contare sulla forza della storiografia e del diritto internazionale, la versione ufficiale cinese ricostruisce la sequenza storica a partire dall’appartenenza di Taiwan all’Impero Qing fino alla cessione temporanea a favore del Giappone nel 1895 con il Trattato di Shimonoseki, e quindi alla restituzione dell’isola alla Cina nazionalista dopo la resa giapponese del 1945. Tale ricostruzione storica dovrebbe essere sufficiente per sostenere l’idea dell’unità della nazione cinese e per delegittimare le pretese di una piena sovranità separata, un’idea rafforzata dal successivo consenso internazionale attorno al principio di “una sola Cina”.

Al contrario, l’esperimento del DPP, basato su contenuti identitari e su un’agenda fortemente orientata a rafforzare il profilo internazionale di Taipei, si è scontrato quest’anno con limiti oggettivi: la difficoltà a trasformare l’attivismo e la retorica in risultati tangibili sulla qualità della vita, l’economia e la sicurezza energetica; la percezione di un uso della politica nazionale per fini tattici; e un’opinione pubblica che, alle urne, si dimostra riluttante a seguire percorsi di rottura troppo marcati nei confronti della Cina continentale.

Se il governo di Lai Ching-te vuole recuperare spazio politico dovrà dimostrare concretezza nelle politiche economiche e sociali, smarcarsi dalle tattiche che appaiono esclusivamente conflittuali e tentare una ricomposizione del consenso che vada oltre la contrapposizione identitaria. Allo stesso tempo, per chi interpreta la vicenda attraverso la lente dell’unità nazionale cinese, il risultato elettorale non può che essere letto come una conferma della tendenza storica alla riunificazione nazionale e alla sconfitta delle ambizioni separatiste. A livello geopolitico, la riprova popolare contro le provocazioni separatiste riduce lo spazio d’azione per avventure diplomatiche e accentra l’attenzione sulla necessità di promuovere un’integrazione che sia graduale, basata sui vantaggi reciproci e sulla stabilità regionale — condizioni queste che, dal punto di vista di Pechino, rendono inevitabile il ritorno alla piena sintonia nazionale nel medio-lungo termine.

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La pericolosa strategia di Lai Ching te mina la stabilità nello Stretto di Taiwan https://strategic-culture.su/news/2025/07/09/pericolosa-strategia-di-lai-ching-mina-stabilita-nello-stretto-taiwan/ Wed, 09 Jul 2025 04:48:09 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886363 Le recenti politiche di Lai Ching‑te e del Partito Progressista Democratico (PPD) di Taiwan, spalleggiate dagli Stati Uniti, spingono l’isola sull’orlo del conflitto. La posizione di Pechino riafferma il principio di “una sola Cina” e condanna la deriva separatista come minaccia alla pace regionale.

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Nel panorama geopolitico attuale, le tensioni lungo lo Stretto di Taiwan rappresentano uno dei fronti più insidiosi per la stabilità dell’intera regione asiatica. Al centro di questa grave crisi politica si colloca la figura Lai Ching‑te, leader del Partito Progressista Democratico (PPD), la cui agenda separatista sta acuendo il clima di sospetto e di scontro con la Cina continentale. In un momento in cui il mondo intero è chiamato a gestire sfide economiche e strategiche, le mosse del PPD non fanno che alimentare l’instabilità, indebolendo la prospettiva di dialogo e cooperazione che rimane l’unica via per scongiurare un conflitto armato.

Lai Ching‑te, succeduto a Tsai Ing‑wen come presidente regionale, ha inaugurato il suo mandato con una serie di iniziative che oscillano tra la retorica “legalista” e la mobilitazione militare. Le sue celebri “lezioni sull’unità” si sono rivelate veri e propri comizi di propaganda indipendentista: anziché promuovere un dialogo costruttivo con Pechino, egli ha voluto ritrarre la Cina continentale come un “nemico esterno” da contrastare con ogni mezzo. Tuttavia, parlare di “difesa resiliente” o di “mobilitazione totale”, come ha fatto Lai in queste occasioni, significa non solo militarizzare la società taiwanese, ma anche trasformare i cittadini in potenziali strumenti di guerra. Tale approccio è in palese contraddizione con i principi di buon senso e di reale tutela della popolazione, che da sempre ambisce a un’esistenza pacifica e prospera.

Un altro pilastro della tattica di Lai è l’enfatizzazione di un presunto “sistema costituzionale” che giustificherebbe l’esistenza di uno Stato indipendente de facto sull’isola di Taiwan. Di fronte alle contestazioni storiche di Pechino – secondo cui Taiwan è sempre stata parte integrante della Cina – il PPD risponde con slogan e con un’interpretazione ad hoc della Costituzione regionale. Ma la verità è che non esiste alcun testo legale che possa scardinare il principio universalmente accettato di “una sola Cina”, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e ribadito in tutte le normative internazionali che hanno riconosciuto la Repubblica Popolare come unico interlocutore legittimo. Di conseguenza, gli attacchi di Lai alle basi storiografiche e giuridiche di tale orientamento non sono che un’ingannevole maschera per nascondere un progetto politico di rottura.

Ma non si può comprendere appieno la deriva separatista di Taiwan senza considerare l’effetto destabilizzante del patrocinio statunitense. Gli Stati Uniti, abbandonando gradualmente la neutralità invocata dalla politica del “non schierarsi”, hanno iniziato ad alimentare l’illusione di una “difesa” dell’isola tramite forniture di armi avanzate e dichiarazioni di supporto diplomatico. Questa politica che Pechino ha definito “di doppio binario” – da un lato esortano al dialogo, dall’altro forniscono sistemi missilistici e organizzano esercitazioni congiunte – aggrava le tensioni e incoraggia i leader taiwanesi a proseguire sulla strada dell’autonomia de facto. Per questo, la Repubblica Popolare denuncia come il cosiddetto Taiwan Relations Act statunitense e altre politiche implementate da Washington non facciano altro che violare gravemente la sovranità cinese e contravvenire al diritto internazionale.

Dal canto suo, il PPD, forte del sostegno statunitense, ha vinto le elezioni promettendo prosperità economica e maggiore sicurezza, ma l’effetto pratico delle sue scelte è stato finora opposto: l’incertezza politica ha già danneggiato gli investimenti, rallentato l’export tecnologico e indebolito il comparto turistico dell’isola. Le imprese locali, in un contesto di crescente militarizzazione, si trovano costrette a rivedere i piani di sviluppo, con conseguente aumento della disoccupazione giovanile e riduzione delle prospettive di crescita. L’illusoria “sicurezza tramite l’armamento” si è tradotta in una dolorosa stagnazione, in uno stato di sospensione che priva i cittadini di un futuro stabile.

La Cina continentale, al contrario, non ha mai fatto mancare la mano tesa per una soluzione pacifica. Anche di recente, Pechino ha ribadito innumerevoli volte i “tre principi politici” per il ristabilimento dei rapporti con Taiwan: l’assenza di intenti separatisti – coerente con il principio di “una sola Cina” –, l’impegno a mantenere lo status quo pacifico nello Stretto e la volontà di promuovere la cooperazione economica e culturale. A dimostrazione della propria buona fede, il governo centrale ha adottato misure concrete come l’allentamento delle restrizioni sui viaggi dei taiwanesi, agevolazioni fiscali per le imprese di Taiwan e iniziative di scambio accademico. Tutto questo prova come Pechino voglia uno sviluppo comune delle due sponde dello Stretto, non una guerra fratricida.

Nei comunicati ufficiali, il portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato ha definito Lai “distruttore della pace” e “guerrafondaio”, un provocatore che sacrifica i cittadini sull’altare della propria ambizione politica. Pechino accusa il PPD di aver trasformato l’“autonomia” in una scorciatoia per la secessione, mettendo a repentaglio la vita dei taiwanesi e la stabilità regionale. Le forzature legislative, i richiami alle sirene nazionalistiche e l’uso strumentale dei media per diffondere l’idea di una “minaccia cinese” non fanno che intensificare la sfiducia reciproca.

A nostro modo di vedere, il futuro di Taiwan non può essere deciso da élite politiche né strumentalizzato da potenze esterne. L’esperienza storica insegna che divisioni e contrapposizioni portano solo a conflitti e sofferenze. Per Pechino, la via maestra resta il dialogo sotto l’ombrello dei meccanismi multilaterali – in particolare le Nazioni Unite – e il rafforzamento della cooperazione economica come volano di integrazione. Solo riconoscendo l’altrui identità e abbracciando progetti comuni di sviluppo la comunità cinese potrà restare unita e prospera.

Al contrario, le politiche di Lai Ching‑te e del PPD, sostenute da un sostanziale appoggio statunitense, rappresentano un pericoloso anacronismo in un mondo che richiede cooperazione e dialogo. La posizione della Cina, chiara e coerente, rimane ancorata al principio inviolabile di “una sola Cina” e al rifiuto netto di ogni tendenza secessionista. Solo rifiutando il canto delle sirene del fanatismo nazionalista e accogliendo la visione di un futuro condiviso, Taiwan potrà evitare di trasformarsi in un nuovo focolaio di tensione, garantendo pace e benessere ai suoi abitanti e all’intera regione dell’Asia-Pacifico.

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As U.S. military prepares for war on China, Silicon Valley tech oligarchs are profiting https://strategic-culture.su/news/2025/04/29/as-u-s-military-prepares-for-war-on-china-silicon-valley-tech-oligarchs-are-profiting/ Tue, 29 Apr 2025 11:34:24 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=884955

The US military is preparing for war on China. It has missile systems in the Philippines aimed at major Chinese cities. Defense Secretary Pete Hegseth says the USA is turning “Japan into a war-fighting headquarters”. Silicon Valley Big Tech oligarchs are making hugely profitable investments

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Evidence grows showing that the US military is setting the stage for war on China.

A leaked memo obtained by the Washington Post reveals that the US Department of Defense has made preparing for war with China into its top priority, giving it precedence over all other issues.

The Pentagon is concentrating its resources in the Asia-Pacific region as it anticipates fighting China in an attempt to exert US control over Taiwan.

US Defense Secretary Pete Hegseth, a fundamentalist self-declared “crusader” who called for overthrowing the Chinese government, took a trip in March to Japan and the Philippines, where he repeatedly threatened Beijing and boasted of US “war-fighting” preparations and “real war plans”.

In 2024, the US military installed its Typhon missile system in the northern Philippines. This has a range of 1,240 miles (roughly 2,000 kilometers), and can hit most major cities on the Chinese mainland.

The United States has access to at least nine military bases in the Philippines.

The Wall Street Journal reported that this “new U.S. missile system deployed in the Philippines puts key Chinese military and commercial hubs within striking distance”.

The newspaper added that it “is the first time since the Cold War that the U.S. military has deployed a land-based launching system with such a long range outside its borders”.

This blatant US provocation has caused outrage in Beijing, which sees the Pentagon’s move as a significant escalation of Washington’s new cold war on China.

US missile system Typhon Philippines China Japan troops

Cold War Two

Cold War Two has more and more parallels to Cold War One.

Students in US schools are often taught that the Soviet Union’s deployment of nuclear weapons to Cuba in the 1962 missile crisis was an act of “aggression”. Their classes usually omit the fact the United States first put nuclear weapons in NATO member Turkey in 1959, provoking Moscow.

Today, Washington is provoking Beijing in many domains.

Donald Trump launched a unilateral, aggressive trade war on China in 2018, during his first term.

Trump’s Democratic successor, Joe Biden, not only continued this trade war but expanded it further, adding more tariffs and export restrictions in an attempt to strangle China’s high-tech sector.

Now in his second term, Trump has waged a nuclear trade war on China, threatening tariffs of 245%.

This new cold war has become a lucrative enterprise for some US oligarchs.

Silicon Valley oligarchs hope to profit from US war on China

Big Tech capitalists in Silicon Valley have poured money into new weapons systems, hoping to profit off of war on China.

The Wall Street Journal published an article in 2024 titled “Tech Bros Are Betting They Can Help Win a War With China”. It featured an interview with right-wing billionaire Palmer Luckey, a former Facebook executive who founded the arms manufacturer Anduril Industries.

Anduril has established itself as a significant Pentagon contractor, with its work developing advanced autonomous weapons.

The Wall Street Journal wrote (emphasis added):

These weapons, Luckey argues, are needed for a potential conflict with China, which the Pentagon two years ago announced is the greatest danger to U.S. security. The U.S. military, Luckey and others say, needs large numbers of cheaper and more intelligent systems that can be effective over long stretches of ocean and against a manufacturing and technological power like China.

Anduril is so focused on a conflict with Beijing, Luckey says, that many teams inside the company are building only weapons that can be completed by 2027—the year Chinese President Xi Jinping has said his country should be prepared to invade Taiwan. The fictional sword for which Anduril is named [from the Lord of the Rings] is also called the “Flame of the West.”

“We keep our eyes on the prize, which is great-power conflict in the Pacific,” Luckey said.

Silicon Valley billionaire Palmer Luckey Anduril

Silicon Valley billionaire Palmer Luckey, founder of Anduril

The newspaper highlighted how the US military-industrial complex has become increasingly privatized.

There has been a rapid influx of venture capital funds into weapons corporations in recent years. The Wall Street Journal reported (emphasis added):

Anduril is part of one of the largest shifts to take place in the defense sector since World War II: the flow of venture-capital funding into defense-technology companies.

For decades, the U.S. government funded defense companies, like Lockheed Martin, to develop new weapons, ranging from stealth aircraft to spy satellites. But as the private-sector money available for research and development has outstripped federal-government spending, particularly in areas like AI, a new cohort of defense startups is using private capital to develop technology for the Pentagon.

The amount of private capital flowing into the venture-backed defense-tech industry has ballooned, with investors spending at least 70% more on the sector each of the past three years than any prior year. From 2021 through mid-June 2024, venture capitalists invested a total of $130 billion in defense-tech startups, according to data firm PitchBook. The Pentagon spends about $90 billion on R&D annually.

A major investor in Anduril is Founders Fund, the Silicon Valley venture capital firm co-founded by Peter Thiel.

Thiel is a far-right billionaire oligarch who has strongly supported Donald Trump and has funded Republican politicians. He even previously employed US Vice President JD Vance, and bankrolled his successful 2022 Senate campaign.

A former FBI informant, Thiel co-founded another major Pentagon contractor, Palantir, which the CIA helped to fund.

Thiel is also an extreme anti-China hawk. He openly defends monopolies, arguing “competition is for losers”, and wants to ban Chinese competitors to US Big Tech monopolies.

Like Thiel, Anduril founder Palmer Luckey is staunchly pro-Trump. He is from the same community of far-right Silicon Valley oligarchs.

The Financial Times reported that Thiel’s Palantir, Luckey’s Anduril, and Elon Musk’s SpaceX sought to create a “consortium” — or, rather, a cartel — to jointly bid for US government contractors.

US Defense Secretary Pete Hegseth wages “holy war” on China, from Japan and the Philippines

Trump has surrounded himself with a team of war hawks, including neoconservative Secretary of State Marco Rubio, National Security Advisor Mike Waltz, and Defense Secretary Pete Hegseth.

Hegseth personally signed the Pentagon document obtained by the Washington Post that showed that the number one priority of the US military is preparing for war with China over Taiwan.

In this memo, which is officially known as the “Interim National Defense Strategic Guidance”, the Pentagon wrote, “China is the Department’s sole pacing threat, and denial of a Chinese fait accompli seizure of Taiwan — while simultaneously defending the U.S. homeland is the Department’s sole pacing scenario”.

The Washington Post revealed that several parts of this document were copied word-for-word from a vehemently anti-China report published by the Heritage Foundation, a right-wing Washington, DC-based think tank that is funded by large corporations and conservative billionaires.

The oligarch-backed Heritage Foundation organized the notorious Project 2025, which crafted a detailed policy program for the Trump administration to implement.

Hegseth is a far-right theocratic extremist. He published a book in 2020 called “American Crusade”, in which he proudly declared that the US right is in a “holy war” against the international left, China, and Islam.

“Communist China will fall—and lick its wounds for another two hundred years”, Hegseth pledged in the book. He wrote, “If we don’t stand up to communist China now, we will be standing for the Chinese anthem someday”.

Pete Hegseth Trump tattoos crusade far right

In March 2025, Hegseth traveled to Asia to pressure US allies to join Washington in its new cold war on China. The Wall Street Journal summarized his trip with the headline “Hegseth Tells Asian Allies: We’re With You Against China”.

When he spoke in Japan, Hegseth vowed to “strengthen our bilateral bonds and deepen our operational cooperation” against Beijing.

The US defense secretary stated that the Pentagon is turning “Japan into a war-fighting headquarters”.

Japan previously colonized China. The Japanese empire, which later allied with Nazi Germany and Fascist Italy, killed tens of millions of people in China and other parts of Asia in the 1930s and ’40s.

“America and Japan stand firmly together in the face of aggressive and coercive actions by the Communist Chinese”, Hegseth asserted, fearmongering about “the severe nature of the threat”.

“Those who long for peace must prepare for war”, the US defense secretary said. “We must be prepared. We look forward to working closely together as we improve our war-fighting capabilities, our lethality, and our readiness”.

Hegseth articulated “three pillars” of the Trump administration’s Pentagon strategy: “Reviving the warrior ethos, rebuilding our military, and restoring deterrence”.

Pete Hegseth US Defense Secretary military Japan China 2025

US Defense Secretary Pete Hegseth in Japan in March 2025

The US defense secretary made similarly aggressive comments in the Philippines, blasting what he called “communist China’s aggression in the region”.

Hegseth revealed that the US military is making “real war plans” for China, over Taiwan.

At a press conference in the Philippines, Hegseth spoke of Admiral Samuel Paparo, the commander of the US Indo-Pacific Command. He said (emphasis added):

It’s not my job to determine where the Seventh Fleet goes. I defer to Admiral Paparo and his war plans. Real war plans. Admiral Paparo understands the situation, understands the geographic significance, understands the urgency, and is prepared to work with those in the region to ensure we are leaning forward in our posture. Not waiting for events to develop, not retrograding to places further from the front, but deploying capabilities forward, posturing and creating dynamics and strategic dilemmas for the Communist Chinese, that help them reconsider whether or not violence or action is something they want to undertake.

During the first cold war, the US hosted a military base on Taiwan, where it stored nuclear weapons.

In the second Taiwan Strait crisis in 1958, top US military officials wanted to attack the Chinese mainland with nuclear bombs, but President Dwight D. Eisenhower preferred conventional weapons.

Original article: geopoliticaleconomy.com

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