UN – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Tue, 10 Mar 2026 20:51:51 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png UN – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Bombardare l’Iran, seppellire il TNP: come Washington e Tel Aviv stanno sabotando la non proliferazione https://strategic-culture.su/news/2026/03/11/bombardare-liran-seppellire-il-tnp-come-washington-e-tel-aviv-stanno-sabotando-la-non-proliferazione/ Tue, 10 Mar 2026 21:04:00 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891058 L’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran non colpisce soltanto uno Stato sovrano: demolisce la credibilità del regime di non proliferazione e trasmette al Sud globale un messaggio perverso, secondo cui solo la deterrenza nucleare può davvero scoraggiare l’imperialismo armato.

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L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna una frattura storica non solo nel già fragile equilibrio mediorientale, ma anche nell’architettura globale della non proliferazione nucleare. Il punto non è soltanto che Washington e Tel Aviv abbiano colpito uno Stato sovrano in assenza di un chiaro mandato del Consiglio di Sicurezza e fuori dai requisiti stretti della legittima difesa previsti dalla Carta dell’ONU, il che rappresenta di per sé una flagrante violazione del diritto internazionale. Il punto, ancora più grave, è che questa aggressione proietta nel sistema internazionale un messaggio politico devastante: chi rinuncia all’arma atomica o resta al di qua della soglia nucleare si espone alla coercizione, al bombardamento e persino alla decapitazione politica; chi invece possiede una deterrenza credibile diventa molto più difficile da aggredire.

Come noto, la Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato, e l’articolo 51 riconosce il diritto di autodifesa solo “if an armed attack occurs”, cioè in caso di attacco armato subito, fino all’intervento del Consiglio di Sicurezza. Numerosi giuristi internazionali hanno espresso il parere secondo cui i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran violano il divieto cardine dell’uso della forza e configurano un caso di aggressione, in quanto non sono avvenuti in risposta a un attacco armato iraniano, né a seguito di un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Del resto, lo stesso Segretario generale António Guterres ha affermato al Consiglio di Sicurezza che i bombardamenti hanno violato il diritto internazionale, inclusa la Carta dell’ONU.

Se già il piano dello jus ad bellum è stato calpestato, il danno ulteriore riguarda il regime di non proliferazione. Il Trattato di non proliferazione, infatti, riconosce all’Iran e a tutti gli altri Paesi il diritto a un programma nucleare civile, pur vietando l’uso della tecnologia nucleare per sviluppare armi atomiche. Dunque, il TNP si regge su un compromesso elementare: gli Stati non dotati di armi nucleari accettano di non costruirle, e in cambio mantengono il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare dentro un quadro di controlli, verifiche e regole. Ma se uno Stato che resta formalmente nel quadro del TNP e sottopone parti del proprio programma a salvaguardie viene comunque bombardato per obbligarlo a rinunciare all’uso dell’energia nucleare, quel compromesso perde credibilità politica. Chi dovrebbe ancora fidarsi di un sistema che non protegge chi osserva la cornice della non proliferazione?

La posizione dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) è in questo senso eloquente. Il direttore generale Rafael Grossi ha richiamato le risoluzioni della Conferenza generale dell’Agenzia che affermano che gli attacchi armati contro installazioni nucleari “non dovrebbero mai avere luogo” e che tali attacchi possono provocare rilasci radioattivi con conseguenze gravi dentro e oltre i confini dello Stato colpito. Anche quando l’Agenzia ha detto di non avere indicazioni immediate di danni rilevanti ad alcuni siti o di aumenti anomali di radioattività, il principio ribadito resta chiaro: le infrastrutture nucleari sotto salvaguardie non devono diventare bersagli militari. Quando invece lo diventano, il messaggio che passa non è che le regole valgono solo finché le grandi potenze decidono di rispettarle.

Da parte loro, Washington e Tel Aviv sostengono di agire per impedire la proliferazione, ma il loro comportamento produce l’incentivo più forte immaginabile alla proliferazione stessa. Se il possesso di capacità nucleari sospette o incomplete non impedisce l’attacco, e se la trasparenza o la cooperazione con gli organismi internazionali non mettono al riparo dall’uso della forza, allora molti governi del Sud globale trarranno una conclusione brutale: non basta restare dentro il TNP, occorre arrivare a una deterrenza vera. Il punto non è auspicare o meno questo esito, ma constatare che la condotta di Stati Uniti e Israele lo rende politicamente più plausibile, più razionale agli occhi di molti decisori, più spendibile nelle élite di sicurezza dei Paesi non allineati.

Il caso della Corea del Nord è, in questo quadro, il precedente più istruttivo. Non a caso, anche diversi organi di stampa occidentali hanno riferito che numerosi esperti e ex funzionari ritengono che i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran rafforzeranno ulteriormente il programma nucleare di Kim Jong Un. Uno di essi, Song Seong-jong, ha sintetizzato la lezione in modo brutale: “Kim deve aver pensato che l’Iran è stato attaccato in questo modo perché non possiede armi nuclari”. La Corea del Nord dispone, ad oggi, di un arsenale stimato di circa 50 testate e di materiale fissile sufficiente a produrne fino a 40 ulteriori; per questo, molti analisti ritengono che oramai sia impossibile un processo di denuclearizzazione per la Corea del Nord, divenuta di fatto inattaccabile. La conclusione politica, per chi osserva il sistema dall’esterno dell’Occidente, è quasi inevitabile: Pyongyang non è stata trattata come Teheran o come Caracas proprio perché possiede una capacità nucleare già consolidata.

L’aggressione contro l’Iran, del resto, si inserisce in una sequenza più ampia che rende la lezione ancora più corrosiva. L’uccisione di ʿAlī Khāmeneī è arrivata appena due mesi dopo il sequestro di Nicolás Maduro in un raid delle forze speciali statunitensi in Venezuela, un altro leader alla guida di uno Stato privo di deterrenza nucleare.

Anche la narrativa statunitense con cui si è costruito il caso contro l’Iran contribuisce a questa erosione della credibilità del regime di non proliferazione. L’affermazione di Donald Trump secondo cui l’Iran avrebbe presto avuto missili in grado di colpire gli Stati Uniti non à supportata dai rapporti della stessa intelligence statunitense. Nel complesso, Trump ha usato argomenti enfatizzati o non corroborati nel tentativo di costruire il consenso interno a possibili raid. Se una superpotenza ricorre a minacce gonfiate, informazioni dubbie e rivendicazioni unilaterali per giustificare l’uso della forza, allora il problema non è solo l’illegalità dell’atto finale; è la trasformazione della non proliferazione in pretesto geopolitico. Da regime di regole, essa diventa linguaggio di guerra selettiva.

Per decenni l’Occidente ha sostenuto che la sicurezza collettiva richiede meno armi nucleari, più controlli, più trasparenza, più accordi. In teoria è ancora vero. In pratica, però, gli Stati Uniti e Israele stanno insegnando al resto del mondo la lezione opposta: le garanzie diplomatiche sono revocabili, le negoziazioni possono essere spezzate, le salvaguardie non proteggono dai bombardamenti, e un Paese che non dispone di deterrenza credibile rischia di essere trattato come un bersaglio disponibile, nonostante i colloqui sul nucleare tra Washington e Teheran fossero ancora aperti al momento dell’attacco. Se persino il negoziato non impedisce l’aggressione, quale incentivo resta alla moderazione strategica?

Da questo punto di vista, la vera vittima collaterale dei raid contro l’Iran è la fiducia nel regime di non proliferazione. Il TNP sopravvive non solo perché esiste un testo giuridico, ma perché gli Stati ritengono che l’adesione al trattato migliori la loro sicurezza rispetto all’alternativa. Se invece cresce la convinzione che solo la bomba scoraggi il cambio di regime, l’assassinio mirato o il bombardamento “preventivo”, allora il calcolo strategico di molti Paesi non allineati cambia radicalmente. Non nel senso che tutti si precipiteranno a costruire arsenali, ma nel senso che l’argomento antinucleare perderà forza nelle burocrazie militari, nei consigli di sicurezza nazionale e nelle opinioni pubbliche che si sentono esposte alla coercizione occidentale.

La lezione finale è dunque che non sono Teheran, Pyongyang o altri Stati del Sud globale a distruggere il regime di non proliferazione. A demolirne la credibilità sono prima di tutto le potenze che pretendono di difenderlo bombardando, assassinando e applicando il diritto in modo selettivo. Quando Washington e Tel Aviv colpiscono l’Iran e chiamano questa violenza “sicurezza”, non stanno rafforzando il mondo contro la bomba. Stanno dicendo a tutti gli altri che, nel sistema internazionale realmente esistente, la vulnerabilità invita l’aggressione e la deterrenza la scoraggia. Il problema non è se questa conclusione sia moralmente giusta. Il problema è che, dopo ciò che è accaduto, rischia di apparire strategicamente vera.

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Washington e Tel Aviv contro il diritto: la guerra illegale all’Iran e l’assassinio di ʿAlī Khāmeneī https://strategic-culture.su/news/2026/03/06/washington-e-tel-aviv-contro-il-diritto-la-guerra-illegale-alliran-e-lassassinio-di-%ca%bfali-khamenei/ Thu, 05 Mar 2026 21:53:35 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890964 L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminato nell’uccisione di ʿAlī Khāmeneī e nella morte o nel ferimento di centinaia di civili, rappresenta una gravissima violazione del diritto internazionale e un ulteriore salto verso la barbarie imperialista.

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L’attacco militare lanciato da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran segna uno dei momenti più gravi e destabilizzanti della politica internazionale contemporanea. I bombardamenti congiunti del 28 febbraio e 1° marzo 2026 hanno colpito il territorio iraniano su larga scala e hanno portato, come confermato anche dai media statali iraniani, persino alla morte della Guida suprema ʿAlī Khāmeneī. All’ONU, l’ambasciatore iraniano Amir-Saeid Iravani ha denunciato che centinaia di civili sono stati uccisi o feriti nelle incursioni, mentre il Segretario generale António Guterres ha affermato che i raid statunitensi e israeliani hanno violato il diritto internazionale, inclusa la Carta delle Nazioni Unite.

Non si tratta di una “operazione preventiva”, né di una “azione di contenimento”, né tantomeno di una missione al servizio della sicurezza collettiva. Si tratta di un uso della forza contro uno Stato sovrano, nel cuore di una regione già devastata da anni di guerre, sanzioni, occupazioni e aggressioni selettive. Il principio di base del sistema nato dopo il 1945 è chiarissimo: l’articolo 2(4) della Carta dell’ONU proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di un altro Stato. Questo è il fondamento minimo del diritto internazionale contemporaneo, e proprio questo fondamento è stato travolto dall’azione congiunta di Washington e Tel Aviv.

La gravità dell’atto appare ancora più evidente se si osserva il modo in cui è stato concepito. L’attacco, infatti, è stato deliberatamente sincronizzato con una riunione di ʿAlī Khāmeneī con i suoi principali collaboratori, dunque con la chiara intenzione di colpire il vertice politico-militare della Repubblica Islamica in un’operazione di “decapitazione” dello Stato. Non siamo di fronte a uno scontro di frontiera o a una risposta tattica immediata, ma a una pianificazione offensiva mirata a ridefinire con la forza il futuro politico dell’Iran. È esattamente il punto che l’ambasciatore iraniano ha sollevato al Consiglio di Sicurezza: può uno Stato, addirittura un membro permanente del Consiglio, “determinare il futuro politico o il sistema di un altro Stato attraverso la forza, la coercizione o l’aggressione”? La risposta, dal punto di vista del diritto, dovrebbe essere negativa. Dal punto di vista della prassi imperiale statunitense e israeliana, purtroppo, la risposta è da anni “sì”.

Il brutale assassinio di ʿAlī Khāmeneī dentro questa cornice rappresenta il simbolo flagrante della deriva che le relazioni internazionali stanno prendendo sotto i colpi dell’asse imperialista-sionista, che va persino oltre il rapimento di Maduro in Venezuela di un paio di mesi fa. Colpire e uccidere il massimo leader politico e religioso di uno Stato membro delle Nazioni Unite nel corso di un’offensiva militare non rappresenta soltanto un’escalation, ma significa affermare apertamente il principio secondo cui i governi sgraditi all’Occidente possono essere eliminati fisicamente e i loro sistemi politici distrutti con le bombe. Se questa logica venisse normalizzata, il diritto internazionale cesserebbe definitivamente di essere un limite all’uso della forza e diventerebbe una semplice retorica per i deboli, mentre i forti si riserverebbero il diritto di decidere chi può governare e chi deve morire.

Il carattere illegale dell’azione è aggravato dal suo costo umano. All’ONU, come anticipato, l’Iran ha denunciato “centinaia” di civili uccisi e feriti. Anche i media internazionali hanno raccolto reazioni allarmate per le conseguenze umanitarie e per il rischio di un disastro più ampio nella regione. Volker Türk, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha deplorato i bombardamenti sull’Iran e le conseguenze per i civili, ricordando che “sono sempre i civili a pagare il prezzo ultimo” e che bombe e missili non sono strumenti per risolvere controversie internazionali. Chi bombarda centri politici e infrastrutture in un Paese densamente popolato sa perfettamente che i cosiddetti “danni collaterali” non sono accidenti marginali, ma l’esito prevedibile della guerra moderna.

Washington prova a giustificare l’operazione con il solito arsenale di formule astratte: la (falsa) minaccia nucleare, la sicurezza globale, l’urgenza di fermare un pericolo irreversibile. Ma lo stesso Segretario generale dell’ONU ha detto esplicitamente che questi raid hanno violato il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, tramite il loro ambasciatore Mike Waltz, hanno sostenuto invece che l’azione fosse “lawful”, cioè legale. Tuttavia, non siamo davanti a un contenzioso tecnico, ma allo scontro tra due concezioni opposte dell’ordine mondiale. Da una parte il diritto come limite comune; dall’altra la pretesa della superpotenza di attribuire a sé stessa il monopolio dell’interpretazione, decidendo unilateralmente quando una guerra sia “legale” perché utile ai propri interessi.

C’è poi un altro elemento che rende l’aggressione ancora più cinica, ovvero il fatto che sia avvenuta mentre esistevano ancora canali diplomatici aperti. Stati Uniti e Iran avevano infatti rinnovato i negoziati nel corso di febbraio nel tentativo di trovare una soluzione alla controversia sul nucleare e scongiurare proprio il rischio di un confronto militare. Non a caso, l’Oman, mediatore di quei colloqui, ha protestato affermando che negoziati “attivi e seri” erano stati “ancora una volta compromessi” e ha invitato gli Stati Uniti a non lasciarsi trascinare oltre, dicendo senza ambiguità: “Questa non è la vostra guerra”. Anche questo dimostra che non siamo davanti a una guerra imposta dal fallimento inevitabile della diplomazia, ma a una guerra che ha volontariamente colpito la diplomazia mentre era ancora viva.

Questo attacco criminale da parte delle forze sioniste e imperialiste, dunque, non appare come un’extrema ratio, ma come l’espressione di una volontà politica precisa: riaffermare con la forza l’egemonia statunitense nella regione e blindare il primato strategico di Israele. In sede ONU, il rappresentante della Lega Araba ha fatto notare l’ipocrisia di Israele, che giustifica il proprio attacco dicendo di voler impedire all’Iran di acquisire armi nucleari mentre continua a rifiutare di sottoporre i propri impianti al controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. È una doppia morale strutturale: per alcuni Stati il nucleare è un “pericolo esistenziale”; per altri è un tabù intoccabile, coperto da silenzi e complicità. È lo stesso meccanismo con cui Washington e Tel Aviv cercano di presentare l’aggressione come ordine, la violenza come stabilità, la guerra come prudenza.

La continuità con altri precedenti recenti è evidente. Come abbiamo accennato in precedenza, il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare in Venezuela culminata con la cattura di Nicolás Maduro, un episodio che noi stessi abbiamo analizzato dal punto di vista legale notando che il diritto internazionale proibisce l’uso della forza salvo eccezioni ristrette come l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o la legittima difesa. Quell’azione ha rappresentato l’intervento più diretto di Washington in America Latina dai tempi dell’invasione di Panama del 1989. Il metodo è lo stesso: trasformare la propria volontà geopolitica in norma, usare la forza contro Stati sovrani e poi costruire una giustificazione ex post. Caracas ieri, Teheran oggi; a chi toccherà domani?

Le reazioni internazionali mostrano che il fronte della condanna non è marginale. Guterres ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al tavolo negoziale. La Russia ha chiesto che Stati Uniti e Israele cessino immediatamente le loro “azioni aggressive”, mentre la Cina ha espresso forte preoccupazione per l’escalation e ha sostenuto il ritorno alla diplomazia. Anche il ministro degli Esteri norvegese ha affermato che l’attacco preventivo descritto da Israele “non è in linea con il diritto internazionale”, ricordando che una guerra preventiva richiede una minaccia immediatamente imminente. Persino in un quadro internazionale profondamente segnato dai doppi standard, l’idea che Washington e Tel Aviv potessero colpire l’Iran senza aprire una crisi di legalità su scala globale si è rivelata illusoria.

Eppure, la condanna verbale non basta. Il problema non è solo l’attacco di queste ore, ma il precedente che si cerca di consolidare. Se gli Stati Uniti e Israele possono bombardare l’Iran, ucciderne il capo politico-religioso, provocare centinaia di vittime civili, interrompere negoziati in corso e poi difendere tutto ciò come azione “legale”, allora il sistema internazionale entra in una fase ancora più apertamente neo-imperiale. La guerra non sarebbe più l’eccezione disciplinata dal diritto, ma il linguaggio ordinario attraverso cui l’Occidente armato ridisegna gerarchie, punisce gli avversari e protegge i propri protetti. Questo è il vero pericolo storico dell’operazione contro Teheran: non solo ciò che distrugge oggi, ma ciò che pretende di autorizzare domani.

Per questo la condanna deve essere dura, esplicita e senza ambiguità. L’azione militare di Washington e Tel Aviv contro l’Iran non è difesa dell’ordine internazionale: è un colpo inferto all’ordine internazionale. Non è tutela della pace: è la sua demolizione. Non è una guerra “necessaria”: è una guerra illegale, intrisa di arroganza imperiale, che mostra ancora una volta come gli Stati Uniti e il governo nazisionista israeliano pretendano per sé un diritto speciale alla violenza, alla punizione e all’impunità. Se il diritto internazionale deve significare ancora qualcosa, questa aggressione va chiamata con il suo nome: un atto di forza contro uno Stato sovrano, compiuto in violazione della Carta dell’ONU, con conseguenze letali per i civili e con un intento politico di ridefinizione coercitiva del futuro dell’Iran. Su questo punto, il mondo non può più permettersi né neutralità né ipocrisia.

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EU must end double standards on minority protection: UN expert https://strategic-culture.su/news/2026/02/27/eu-must-end-double-standards-on-minority-protection-un-expert/ Fri, 27 Feb 2026 11:29:19 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890828 The European Union must find bolder, more effective ways to protect minority rights within its own borders, a UN expert said today.

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“The European Union is instrumental in advocating for minority rights outside its borders, especially through its enlargement policy, but lacks the tools and motivation to effectively address minority issues within the bloc. This gap must be closed to guarantee better protection of minorities within the EU,” said Nicolas Levrat, the UN Special Rapporteur on minority issues, in a statement at the end of his visit to the EU.

“Respect for the human rights of persons belonging to minorities is one of the founding values of the EU,” Levrat said, noting that, as the Commission does not recognise a clear EU competence in this area, the EU cannot adopt laws, policies or binding measures that directly protect minorities. As an alternative, the EU should promote an approach that compels Member States to uphold this founding value.

While commending the EU’s anti-discrimination approach, which covers all minority groups including migrants and their descendants, the Special Rapporteur urged the European Commission to adopt a more comprehensive framework for minority rights. “This would ensure a more streamlined approach to minority issues across the EU and address the needs of linguistic minorities, who are currently left out of EU strategies and policies,” he said.

He also welcomed the financial support for minority-focused civil society initiatives in third countries and encouraged this focus be applied to civil society actors inside the EU.

The expert expressed profound concern about the lack of diversity among EU staff. He noted that, despite recent efforts to address this issue, minorities – especially racialised and ethnic minorities – remain severely underrepresented within the EU’s institutions, bodies, and agencies.

“The EU’s workforce remains far from representative of the diversity found within the EU,” Levrat said. “EU institutions, agencies and bodies must accelerate efforts to recruit and retain more personnel belonging to minorities.”

The Special Rapporteur welcomed the EU’s newly adopted anti-racism strategy and urged EU Member States to step up efforts to recognise the ongoing negative impact of Europe’s colonial legacy on racialised minorities.

The expert will present a full report to the Human Rights Council in March 2027.

Original artice:  www.ohchr.org

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La propuesta de paz integral de Irán a los Estados Unidos https://strategic-culture.su/news/2026/02/12/la-propuesta-de-paz-integral-de-iran-a-los-estados-unidos/ Thu, 12 Feb 2026 14:20:06 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890561 Mediante la negociación de una paz regional integral basada en el derecho internacional, Estados Unidos podría recuperar la diplomacia genuina y ayudar a establecer una arquitectura de seguridad regional estable que beneficie a todas las partes, incluidos Israel y Palestina.

Jeffrey  SACHS

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La historia presenta ocasionalmente momentos en los que la verdad sobre un conflicto se expone con tanta claridad que resulta imposible ignorarla. El discurso del ministro de Asuntos Exteriores iraní, Abbas Araghchi, el 7 de febrero en Doha, Qatar (transcripción aquí) debería ser uno de esos momentos. Sus importantes y constructivas declaraciones respondieron al llamamiento de Estados Unidos para que se entablaran negociaciones exhaustivas, y presentó una sólida propuesta para la paz en Oriente Medio.

La semana pasada, el secretario de Estado estadounidense, Marco Rubio, pidió negociaciones exhaustivas: «Si los iraníes quieren reunirse, estamos dispuestos».

Propuso que las conversaciones incluyeran la cuestión nuclear, la capacidad militar de Irán y su apoyo a grupos proxy en toda la región. A primera vista, parece una propuesta seria y constructiva.

Las crisis de seguridad de Oriente Medio están interrelacionadas, y es poco probable que una diplomacia que aísle las cuestiones nucleares de la dinámica regional más amplia pueda perdurar.

El 7 de febrero, el ministro de Asuntos Exteriores iraní, Araghchi, respondió a la propuesta de paz integral de Estados Unidos. En su discurso en el Foro Al Jazeera, el ministro de Asuntos Exteriores abordó la causa fundamental de la inestabilidad regional: «Palestina… es la cuestión determinante de la justicia en Asia Occidental y más allá», y propuso un camino a seguir.

La declaración del ministro de Asuntos Exteriores es correcta. El fracaso a la hora de resolver la cuestión de la creación de un Estado palestino ha alimentado, de hecho, todos los conflictos regionales importantes desde 1948.

Las guerras árabe-israelíes, el auge de la militancia antiisraelí, la polarización regional y los repetidos ciclos de violencia se derivan de la incapacidad de crear un Estado de Palestina junto al Estado de Israel.

Gaza representa el capítulo más devastador de este conflicto, en el que la brutal ocupación de Palestina por parte de Israel fue seguida por el ataque de Hamás contra Israel el 7 de octubre de 2023 y, posteriormente, por el genocidio de Israel contra el pueblo de Gaza.

En su discurso, Araghchi condenó el proyecto expansionista de Israel «perseguido bajo la bandera de la seguridad». Advirtió sobre la anexión de Cisjordania, que los funcionarios del Gobierno israelí, como el ministro de Seguridad Nacional, Ben Gvir, reclaman continuamente y para la que la Knesset ya ha aprobado una moción.

Araghchi también destacó otra dimensión fundamental de la estrategia israelí, que es la búsqueda de la supremacía militar permanente en toda la región. Afirmó que el proyecto expansionista de Israel requiere que

los países vecinos se vean debilitados —militar, tecnológica, económica y socialmente— para que el régimen israelí disfrute permanentemente de la ventaja.

Se trata, de hecho, de la doctrina Clean Break del primer ministro Netanyahu, que se remonta a hace 30 años. Ha sido apoyada con entusiasmo por Estados Unidos a través de 100 000 millones de dólares en ayuda militar a Israel desde 2000, la cobertura diplomática en la ONU mediante repetidos vetos y el rechazo sistemático por parte de Estados Unidos de las medidas de rendición de cuentas por las violaciones del derecho internacional humanitario por parte de Israel.

La impunidad de Israel ha desestabilizado la región, alimentando la carrera armamentística, las guerras por poder y los ciclos de venganza. También ha corroído lo que queda del orden jurídico internacional. El abuso del derecho internacional por parte de Estados Unidos e Israel, con gran parte de Europa guardando silencio, ha debilitado gravemente la Carta de las Naciones Unidas, dejando a la ONU al borde del colapso.

En las conclusiones de su discurso, ofreció a Estados Unidos una solución política y un camino a seguir.

El camino hacia la estabilidad es claro: justicia para Palestina, responsabilidad por los crímenes, fin de la ocupación y del apartheid, y un orden regional basado en la soberanía, la igualdad y la cooperación. Si el mundo quiere la paz, debe dejar de recompensar la agresión. Si el mundo quiere estabilidad, debe dejar de permitir el expansionismo.

Esta es una respuesta válida y constructiva al llamamiento de Rubio a una diplomacia integral.

Este marco podría abordar todas las dimensiones interrelacionadas del conflicto de la región. El fin de la expansión y la ocupación de Palestina por parte de Israel, y el retorno de Israel a las fronteras del 4 de junio de 1967, pondrían fin a la financiación y el armamento externos de los grupos proxy en la región.

La creación de un Estado palestino junto al Estado de Israel mejoraría la seguridad de Israel y la de sus vecinos. Un acuerdo nuclear renovado con Irán, que limite estrictamente a Irán a actividades nucleares pacíficas y que vaya acompañado del levantamiento de las sanciones de Estados Unidos y la Unión Europea, añadiría un pilar crucial para la estabilidad regional.

Irán ya aceptó ese marco nuclear hace una década, en el Plan de Acción Integral Conjunto (JCPOA) que fue adoptado por el Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas en la Resolución 2231. Fue Estados Unidos, durante el primer mandato de Trump, y no Irán, quien se retiró del acuerdo.

Una paz integral refleja los fundamentos de la doctrina moderna de seguridad colectiva, incluida la propia Carta de las Naciones Unidas. Una paz duradera requiere el reconocimiento mutuo de la soberanía, la integridad territorial y las garantías de seguridad iguales para todos los Estados.

La seguridad regional es responsabilidad compartida de todos los Estados de la región, y cada uno de ellos se enfrenta a una obligación histórica. Esta propuesta de paz integral no es nueva, sino que ha sido defendida durante décadas por la Organización de Cooperación Islámica (57 países de mayoría musulmana) y la Liga de los Estados Árabes (22 Estados árabes).

Desde la Iniciativa de Paz Árabe de 2002, todos estos países han respaldado, cada año, el marco de «tierra por paz». Todos los principales Estados árabes e islámicos, aliados de los Estados Unidos, han desempeñado un papel crucial en la facilitación de la última ronda de negociaciones entre los Estados Unidos e Irán en Omán. Además, Arabia Saudita ha recordado claramente a los Estados Unidos que solo normalizará sus relaciones con Israel a condición de que se establezca un Estado palestino.

Los Estados Unidos se enfrentan a un momento de la verdad. ¿Realmente quieren la paz o quieren seguir el extremismo de Israel? Durante décadas, Estados Unidos ha seguido ciegamente los objetivos equivocados de Israel.

Las presiones políticas internas, las poderosas redes de presión, los errores de cálculo estratégicos y quizás un poco de chantaje acechando en los archivos de Epstein (¿quién sabe?) se han combinado para subordinar la diplomacia estadounidense a las ambiciones regionales de Israel.

La sumisión de Estados Unidos a Israel no beneficia a los intereses estadounidenses. Ha arrastrado a Estados Unidos a repetidas guerras regionales, ha socavado la confianza mundial en la política exterior estadounidense y ha debilitado el orden jurídico internacional que el propio Washington ayudó a construir después de 1945.

Una paz integral ofrece a Estados Unidos una oportunidad única para corregir el rumbo. Mediante la negociación de una paz regional integral basada en el derecho internacional, Estados Unidos podría recuperar la diplomacia genuina y ayudar a establecer una arquitectura de seguridad regional estable que beneficie a todas las partes, incluidos Israel y Palestina.

Oriente Medio se encuentra en una encrucijada entre la guerra sin fin y la paz integral. El marco para la paz existe.

Requiere, ante todo, la creación de un Estado palestino, garantías de seguridad para Israel y el resto de la región, un acuerdo nuclear pacífico que restablezca el acuerdo básico adoptado por la ONU hace una década, el levantamiento de las sanciones económicas, la aplicación imparcial del derecho internacional y una arquitectura diplomática que sustituya la fuerza militar por la cooperación en materia de seguridad.

El mundo debería unirse en torno a un marco integral y aprovechar esta oportunidad histórica para lograr la paz regional.

Publicado originalmente por  Сommon Dreams

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Should the world give Trump’s Board of Peace a chance? https://strategic-culture.su/news/2026/02/03/should-the-world-give-trumps-board-of-peace-a-chance/ Tue, 03 Feb 2026 11:33:19 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890394 We do need new institutions that are global without being globalist.

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President Donald Trump’s proposed Board of Peace had decidedly rocky beginnings. In Europe, only Hungary and Bulgaria have joined so far. Others, in the West and around the world, have expressed reservations. It isn’t difficult to see why. The presentation of the new international organisation was a typically Trumpian cocktail that was heavy on braggadocio and light on detail: its mission undefined, with an unclear scope (is it about Gaza, Ukraine, or the whole world?), a garish logo, weirdly reminiscent of Command and Conquer: Red Alert or of Sid Meyer’s Civilisation series, and the eyebrow-raising suggestion that joining the group might require a one billion dollar entry fee all contributed to make the project seem a tad unserious. Should we give it a chance, though?

When one strips away the aesthetics, the branding, and the inevitable Trumpian bombast, what he ends up with is a diagnosis that is actually profoundly reasonable. The truth of the matter is that the system of performatively multilateral global governance we inherited from the mid-20th century isn’t just cracking; it’s sinking. Though meant as a sort of “assembly of nations” that might fairly represent humanity’s diverging interests and concerns, the UN is now one of the clearest symbols of that failure.

The UN is a decent idea gone awry. Everyone—and that includes its most committed defenders—knows it. While the Security Council was designed as the neuralgic centre of the global order and as a tacit recognition of the unique role of the world’s great powers in shaping international security, its membership has long failed to accurately represent the existing balance of power. Its structure mirrors the geopolitical realities of 1945, not those of 2026. It is incomprehensible, for instance, that the world’s third-largest economy by purchasing power parity-measured GDP, India, is denied a seat at the Council. As diminished as Germany’s own global stature may be, it is hard to understand why London, but not Berlin, enjoys membership. The same goes for Japan and Brazil, a state of 220 million people that is hegemonic in South America as well as the South Atlantic. This fossilisation of the Council has made it increasingly illegitimate in the eyes of the world. Worse, by failing to genuinely include the world’s main powerbrokers, it is becoming increasingly useless.

The eeriest trend, however, is the transformation of the UN from a forum of states into an ideological actor. The United Nations has become a bloated, self-reverential lair of left-wing, progressive activists. More often than not, UN agencies sound more like a permanent campus seminar than like the meeting place of the world’s nations and civilisations. The NGO-isation of the UN is a doubly unfortunate phenomenon: not only because it distracts resources and attention from what actually matters, but because it destroys the credibility such an organisation ought to enjoy.

Indeed, UN bodies routinely promote radical gender ideology entirely detached from the cultural, religious, and legal traditions of most of the world’s population. These are ideas that do not convince more than a minority even in the West, the only region in the world where they hold any clout—outside the Euro-American space, they are, and always have been, almost non-existent. Nevertheless, concepts such as ‘gender identity’ and ‘reproductive justice’ are aggressively exported by unaccountable UN bureaucrats as universal norms. They repeatedly get smuggled into development aid, humanitarian assistance, and peacekeeping mandates—an abuse of trust that nothing in the UN Charter appears to justify. Countries that dissent, whether they are non-Western or Western conservative governments, are often not treated as equal partners and as sovereign states with the right to independently determine their policies but as moral delinquents in need of bullying and re-education.

This is also the case with the UN’s approach to issues of climate and migration. Both are almost always infused with an unmistakably left-wing worldview: a visible, ardent hostility to national borders, a suspicion of national sovereignty, and a reflexive preference for technocratic regulation over democratic choice. The Global Compact for Migration, for instance, effectively reframed mass migration as an unquestionable moral good while demonising states that insist on border control. The world has no need for a UN that no longer acts as a forum of equal, sovereign nations and instead attempts to bully them into accepting Berkeley-style liberalism.

Today’s UN is increasingly made up of Western-educated bureaucrats, activist lawyers, and NGO professionals who share the same assumptions, use the same jargon, and police the same moral boundaries. Far from mediating between competing national interests, the UN now routinely takes sides—and, hélas, always the same. In this context, the idea of starting anew is not as mad as it sounds. Building a new institution from scratch may, in fact, be the only realistic way to recover the original promise of the United Nations: a great gathering where the peoples of the world can discuss, in equality and dignity, the issues that humanity faces.

Such an organisation would not pretend to transcend power politics; it would manage them. It would not seek to morally homogenise humanity but to provide a space where genuinely divergent civilisations, interests, and values can coexist without being forced into a single liberal mould. Trump’s other pet project, the creation of a new international forum that replaces the G7 and unites what Washington sees as the world’s foremost powers—the U.S., China, Russia, India, and Japan—could further modernise global governance and boost international stability. The concept would draw inspiration from Prince Klemens von Metternich’s 19th-century Concert of Europe, now effectively building a Global Concert, tasked with defining global zones of interest and preventing great power competition from leading to overt conflict. No human system is perfect, and neither would this be—but, whatever its flaws, they nevertheless seem milder than the real, palpable insufficiencies of today’s global institutions.

The merits of a new architecture of global governance that transcends the United Nations have, naturally, fallen victim to the Trump Derangement Syndrome that infects much of the Western world’s press and political classes. The White House’s convoluted presentation of the idea certainly made it easier to stain its reputation. But neither the Board of Peace nor Trump’s possible replacement for the G7 and the UN Security Council, possibly the ‘C-5’, should be rejected outright. We do need new institutions that are global without being globalist. We must, indeed, cleanse them from the consequences of decades of liberal ideological hegemony. In our new, tense era, we need organisations that are focused more on conflict resolution and less on ideological promotion. All that is true. And, if Trump’s proposal at least forces that important conversation to take place, it will already have been worth it.

Original article: The European Conservative

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If Europe doesn’t reverse course, it will self-destruct https://strategic-culture.su/news/2026/01/23/if-europe-doesnt-reverse-course-it-will-self-destruct/ Fri, 23 Jan 2026 10:26:38 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890191 By Michael DORSTEWITZ

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By turning its back on Western values, Europe is on a fast track to suicide, to extinction, to rejecting all the values that have evolved over thousands of years to create Western civilization.

The most fundamental right necessary for a free society is freedom of speech — the right to express thoughts, beliefs, and ideas without fear of reprisal.

The listener is then free to either agree or disagree and give his reasons.

But that doesn’t apply to today’s European union. Earlier this month European Commission President Ursula von der Leyen likened free speech to a virus.

“Research has shown that pre-bunking is much more successful than debunking,” she said.

“Perhaps if you think of information manipulation as a virus: instead of treating an infection once it has taken hold — that is debunking — it is much better to vaccinate so that the body is inoculated. Pre-bunking is the same approach,” von der Leyen explained.

So the right to speak freely is a virus, and censorship is the vaccine to prevent free speech.

Free speech and debate was a central element at the beginning of Western civilization in ancient Greece and Rome, under the belief that the best method of arriving at the truth was through open debate.

In von der Leyen’s world, however, the people should rely on the government to tell them what to believe and what is false.

And she’s put that principle into action by fining Elon Musk‘s “free speech” social media platform he calls X (formerly Twitter) 120 million euros (more than $141 million) for non-compliance with transparency obligations under the Digital Services Act (DSA).

The day before the European commission announced the fine, Vice President JD Vance asked them to reconsider.

“Rumors swirling that the EU commission will fine X hundreds of millions of dollars for not engaging in censorship,” he wrote. “The EU should be supporting free speech not attacking American companies over garbage.”

But they either didn’t listen or didn’t care.

It’s not just Europe that’s veering away from freedom — the United Nations is also, in particular U.N. Special Rapporteur Francesca Albanese.

She repeatedly sides with Hamas terrorists over Israel, and discounts anything coming from the United States.

UN Watch reported in June numerous lies she’d published. She claimed that the United States was “a nation founded upon genocide,” the “CIA and Mossad carried out the Paris attack” launched by ISIS terrorists, and that America is “subjugated by the Jewish lobby.”

She appealed to the United Nations over the weekend to isolate the United States from the UN.

“The international community is made of 193 states, and this is the time to give the U.S. what it has been looking for — isolation,” she said.

Hen Mazzig, senior fellow at The Tel Aviv Institute, posted the video of Albanese’s plea and said, “I hope America answers.” One part of America did — award-winning conservative feature film actor James Woods.

“If Trump ever does anything in his life, let it be at this moment,” he said.

“You want to ‘isolate’ the United States? Great. Goodbye. Take your out-stretched palms, get the hell out of our country, and GFY. We will happily turn the UN building into a homeless shelter.”

Woods closed with “Good riddance.”

That sounds like a great idea with but one revision — don’t just “turn the UN building into a homeless shelter,” turn it into a shelter for homeless veterans.

Ronald Reagan once remarked that he never left the Democratic Party: rather, the Democratic Party left him by becoming too extreme.

We’ve been hearing that a lot lately: Former Sens. Joe Manchin and Kyrsten Sinema, Director of National Intelligence Tulsi Gabbard, and Secretary of Health and Human Services Robert F. Kennedy Jr. All former Democrats.

Same with the United Nations in that event: We won’t leave them; they’ll leave us. And as James Woods says, “good riddance.”

But all things considered, it would be far better for Europe to wake up and reconsider the path they’re taking, lest they self-destruct like the Democratic Party is doing here.

It would make for a safer, freer world.

Original article:  www.newsmax.com

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Israele fomenta il separatismo del Somaliland per aprire basi militari sul mar Rosso, attaccare lo Yemen e scatenare una crisi regionale https://strategic-culture.su/news/2026/01/19/israele-fomenta-il-separatismo-del-somaliland-per-aprire-basi-militari-sul-mar-rosso-attaccare-lo-yemen-e-scatenare-una-crisi-regionale/ Mon, 19 Jan 2026 05:30:24 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890104 Il rischio di incendiare con nuove guerre il Corno d’Africa è del tutto evidente, forse anche uno dei criminali obiettivi perseguiti subdolamente da Tel Aviv.

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Donne di inusitata bellezza, sultanati sonnacchiosi, dune di candida sabbia tra frondosi palmeti in riva a un mare d’un cristallino azzurro, alla fine dell’Ottocento la Somalia è questo e poco altro, mentre nelle acque antistanti la costa le navi inglesi incrementano il loro passaggio con poderosi bastimenti provenienti dalle immense distese del vicereame delle Indie in direzione di Bab el Mandeb, per poi dirigersi fino alle coste britanniche, imboccando il mar Rosso e il canale di Suez.

Tutto inizia con l’abbandono del Corno d’Africa da parte del Khedivato d’Egitto, propaggine ottomana dimenticata da Istanbul, il quale esercita per lungo tempo un’autorità sempre più esclusivamente nominale sui sultanati locali. Gli italiani, grazie ai commerci della Rubattino, nel 1869 acquistano la baia d’Assab, originando quella che diventerà la colonia Eritrea, in Somalia non organizzano una guerra coloniale, ma una molteplice serie di accordi con i sovrani locali, scambi amichevoli, collaborazioni in ragione di una reciproca tutela, la quale dovrebbe essere condotta anche con i moschetti di qualche contingente militare, ma viene piuttosto realizzata addestrando i giovani del posto da qualche graduato in cerca di esotismo e soprattutto inviando esploratori e geografi che lasciano diari e descrizioni saporose di sensuali desideri.

Il giovane e sostanzialmente povero regno d’Italia dell’epoca, ancorché inebriato dallo spirito coloniale del tempo, obbligatorio per assurgere all’ambitissima e ristretta cerchia delle grandi potenze, fa infatti imbarcare per l’assolata e lontana terra somala, più che soldati, i suoi studiosi d’Islam e di arabo, alla ricerca di una auspicata convergenza piuttosto che di un’esplicita sottomissione, nel solco di tutto questo agli albori del Novecento si forma quella che in arabo si chiama Al-Sumal Al-Italiy e in somalo Dhulka Talyaaniga ee Soomaaliya. Mogadiscio, che diverrà capoluogo della colonia e poi capitale dal 1960 della nazione indipendente, è affittata dalla Società Commerciale Italiana dal sultanato di Zanzibar, scomparso un quarto di secolo dopo alla scadenza del contratto, permettendo quindi agli italiani di insediarvisi definitivamente per estinzione del precedente proprietario.

Alla regina Vittoria questa penetrazione degli italiani, prima in Eritrea e poi in Somalia, a poche miglia marine dall’entrata del mar Rosso, è di forte fastidio e così nel 1884 dà mandato e ordine ai suoi sudditi di stanza ad Aden, dall’altra parte dell’omonimo golfo, sul limitare della penisola arabica, di procedere con un’occupazione effettiva e pienamente coloniale di una porzione considerevole della terra dei somali, nasce così la Somalia Britannica, che tale resterà fino al 1960, per poi unirsi alla nuova Somalia socialista e indipendente e quindi riacquistare la sua piena autonomia, se non formale assolutamente sostanziale, quando Washington scatenerà con la più inopinata superficialità una guerra tribale di feroce violenza. Il Somaliland, oggi ufficialmente riconosciuto solo da Israele, bramoso di tutelare i suoi interessi economici e militari agendo come elemento di destabilizzazione regionale, è il prodotto di questa lunga, complessa, intricata storia.

Gli inglesi ovviamente non dimenticano i loro sodali francesi, il canale di Suez lo hanno costruito insieme e, fino alla cacciata che subiranno nel 1956 per volontà di Gamal Abd al-Nasser, lo gestiscono e ne incassano congiuntamente anche i profitti, dunque li spalleggiano nella conquista, negli stessi anni di fine Ottocento delle terre di Afar e Issa, nome arabo di Gesù, che diventeranno la Somalia Francese e oggi Gibuti.

Nel corso del secondo conflitto mondiale, l’Italia è pesantemente sconfitta in Africa Orientale nel novembre 1941 ed Eritrea e Somalia passano sotto il controllo britannico, mentre l’Etiopia torna un regno indipendente guidato dal negus Hailé Selassié, tuttavia le Nazioni Unite nel 1952 unificano l’Eritrea all’Etiopia, mentre la Somalia già nel 1950 è assegnata ad una Amministrazione fiduciaria italiana che per un decennio i democristiani governeranno fino al riconoscimento il 1° luglio 1960 dell’indipendenza, capace di suscitare molte speranze, seppur a fronte di una modesta realtà in cui il 60% dell’export è costituito dalle banane. La Somalia costruisce allora, come larga parte delle nazioni africane, una delle tante vie creative al socialismo, ma l’esperienza dura poco, meno di un trentennio, lasciando poi spazio alla guerra civile, che può a tutti gli effetti essere considerata il conflitto meno seguito dai media occidentali e più dimenticato dall’opinione pubblica mondiale.

Deflagrato nel 1986, di fatto a quarant’anni di distanza non si può ancora dire del tutto terminato. Nel primo quinquennio l’Occidente fomenta le divisioni tribali e come sempre il separatismo etnico per scardinare e abbattere la Repubblica Democratica Somala guidata dal 1969 da Siad Barre. A peggiorare la situazione si aggiunge il conflitto tra Somalia ed Etiopia, diventata quest’ultima dal 1974 una Repubblica Democratica Popolare, anch’essa di orientamento socialista, guidata da Menghistu Hailé Mariàm e fortemente sostenuta dai cubani. Nel 1991 Siad Barre si dimette, dimostrando a posteriori l’enormità di problemi ben superiori alla sua persona, si forma infatti un governo unitario, che vede rappresentate tutte le tribù e tutti i gruppi clanici, probabilmente il solo nella storia dell’umanità con ottanta ministri. Potrebbe apparire ridicolo, se non fosse assolutamente tragico, infatti il governo evapora con maggiore velocità delle enormi lungaggini che avevano portato alla sua formazione e la Somalia sprofonda per un altro quinquennio in una guerra di inaudita e cruenta violenza, forse gli anni più terribili, in cui spadroneggiano le forze armate tribali e in particolare quelle del generale Aidid.

Nel 1992 gli statunitensi impongono alle Nazioni Unite di assegnare a loro stessi una missione umanitaria armata, la prima dal 1945, realizzata non con i quaderni, le penne e le sementi, ma con i fucili, purtroppo ne seguiranno altre. La missione ha il roboante quanto improprio nome di “Restore Hope”, ovvero “Ripristinare la Speranza”, mai nome sarà più drammaticamente contraddetto, viste le migliaia di morti e l’interminabile striscia di sangue che l’accompagnerà. Naufragata la speranza, gli statunitensi si convincono di poter portare la pace con un’operazione ancor più esplicitamente militare, chiamandola “Gothic Serpent”, pensando di trovarsi forse immersi in un videogioco, sarà un totale fallimento e contribuirà a rendere ancora più terribilmente violenta la guerra civile. A Washington dovranno contare alla fine diciannove militari statunitensi caduti e l’abbattimento di due elicotteri Black Hawk, le cui immagini fanno il giro del mondo. A Mogadiscio il 20 marzo 1994 vengono trucidati la giornalista RAI Ilaria Alpi e il cineoperatore sloveno di Trieste Miran Hrovatin, uccisi perché hanno scoperto come l’Italia abbandoni in Somalia a cielo aperto e in mare una quantità indescrivibile di bidoni di scorie radioattive derivanti dalla modesta operatività delle centrali nucleari italiane e da una parte delle scorie delle centrali nucleari francesi, in cambio delle quali il governo di Parigi fornisce energia alla Valle d’Aosta e al Piemonte. Nel frattempo l’Occidente e l’ONU abbandonano la Somalia nella primavera del 1995, constatando l’ennesimo fallimento dell’ultima missione organizzata dal Palazzo di Vetro, dal nome “United Shield”, ovvero un più sobrio ma inutile “Scudo Unito”, senza farsi carico dello sfacelo di cui sono responsabili e senza preoccuparsi minimamente della tragedia umanitaria che vede donne, uomini, bambini e anziani morire di fame e di malattie ed essere allo stesso tempo vittime civili di un conflitto che non ha più regole, se non quelle della sopravvivenza e del peggior tribalismo, il tutto nel momento in cui si affermano a vario titolo e grazie a finanziamenti internazionali poco chiari, ma in cui i giochi della Casa Bianca e della NATO non sono estranei, gruppi terroristici di ispirazione religiosa, prima le Corti Islamiche, poi Hizb Al-Shabaab, ovvero il Partito dei Giovani, quindi gruppi armati che hanno rivendicato, non si sa quanto in maniera veritiera, l’appartenenza allo Stato Islamico. È certo che la presenza delle missioni ONU dal 1992 al 1995 e dei contingenti statunitensi non abbiano risolto nulla, senza alleviare le sofferenze della popolazione, senza aprire spiragli di pace, ma anzi contribuendo ad esasperare e peggiorare una situazione già pesantemente drammatica.

Solo l’intervento della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan negli ultimi cinque anni è riuscito a portare una relativa pacificazione tra le parti in lotta, offrendo un credibile progetto di collaborazione e cooperazione volto a far uscire la Somalia da una quarantennale stagione di devastanti distruzioni con pesantissime ripercussioni sui civili e con un incalcolabile numero di morti.

In tutto questo gli abitanti e i politici del Somaliland, insofferenti verso le imposizioni dello stato unitario, hanno sfruttato la guerra civile e tribale per giungere, con l’appoggio di Washington e di Londra sempre favorevoli al separatismo etnico, alla dichiarazione d’indipendenza il 18 maggio 1991, il presidente dal 2017 al 2024 Muse Bihi Abdi ha ospitato nella capitale Hargheisa e nel porto di Berbera delegazioni del Regno Unito, dell’Unione Europea e di Taiwan, isola con cui ha sottoscritto un accordo bilaterale di cooperazione e reciproco riconoscimento. L’Etiopia, che cerca uno sbocco verso il mar Rosso, nel gennaio 2024 ha firmato con il Somaliland un memorandum d’intesa che prevede l’accesso etiope ai porti, scatenando le evidenti proteste del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, il quale denuncia ripetutamente e con ragione gli intenti separatisti anche del Puntland, la regione somala settentrionale confinante con il Somaliland. Il Puntland si è dichiarato stato autonomo nel 1998, durante la guerra civile, anche se negli ultimi anni ha accettato di essere considerato parte dello stato federale somalo, seppur con un proprio presidente Said Abdullahi Dani in carica dal 2015. Grazie alla mediazione turca, al fine di non creare nuovi attriti e conflitti, l’accordo Somaliland – Etiopia è al momento sospeso.

A peggiorare la situazione è subentrato nel dicembre 2025 il vergognoso riconoscimento dei separatisti del Somaliland realizzato dai sionisti, interessati a portare nel Corno d’Africa una cospicua parte dei palestinesi che Benjamin Netanyahu, conclamato criminale internazionalmente riconosciuto come tale, vorrebbe deportare, così come l’apertura di una o più basi militari aeree e navali israeliane sulla costa del mar Rosso, con l’obiettivo di attaccare più agevolmente gli huthi yemeniti. D’altro canto, l’adesione contestualmente programmata del Somaliland attraverso la firma dell’attuale presidente Abdirahman Mohamed Abdillah agli accordi di Abramo rappresenterà non soltanto il riconoscimento dello stato sionista, ma anche e soprattutto l’innesco di una gravissima crisi regionale.

Il presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud, eletto nel 2022, ha dichiarato, con il sostegno unanime di tutta l’Unione Africana e l’appoggio di Turchia e di Cina, impegnate da tempo nella ricostruzione della Somalia dopo i devastanti anni di abbandono e di terrorismo promossi da Washington, la gravità del fatto e la pericolosità di tale infiltrazione israeliana. Il rischio di incendiare con nuove guerre il Corno d’Africa è del tutto evidente, forse anche uno dei criminali obiettivi perseguiti subdolamente da Tel Aviv.

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Venezuela sotto attacco: l’imperialismo statunitense calpesta il diritto internazionale, la Cina alza la voce https://strategic-culture.su/news/2026/01/12/venezuela-sotto-attacco-limperialismo-statunitense-calpesta-il-diritto-internazionale-la-cina-alza-la-voce/ Mon, 12 Jan 2026 15:30:57 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889984 I raid statunitensi su Caracas e il sequestro del Presidente Nicolás Maduro rappresentano un salto di qualità nella violenza egemonica: un atto contro la sovranità venezuelana e contro l’ordine internazionale. La Cina condanna con fermezza e chiede il rilascio immediato.

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Il 3 gennaio 2026 segna una data che dovrebbe inquietare chiunque prenda sul serio le parole “diritto internazionale”, “sovranità”, “Nazioni Unite”. Come ormai noto, Washington ha condotto un’operazione militare su larga scala contro il Venezuela, culminata nella cattura del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, e nel loro trasferimento fuori dal Paese. Un’azione che, per modalità e implicazioni, va oltre la consueta brutalità delle “operazioni speciali” statunitensi. Questa volta, infatti, non siamo davanti a un’ennesima pressione economica o a un ricatto diplomatico, ma alla pretesa di arrestare un capo di Stato in carica mediante la forza, sostituendo il dialogo con i missili, la legalità multilaterale con la giurisdizione unilaterale, la politica con il comando militare.

Il carattere eversivo di quanto accaduto è stato colto perfino da una parte della stampa occidentale, che raramente mette in discussione l’idea implicita secondo cui gli Stati Uniti possano decidere, punire e intervenire a piacimento. In un passaggio che fotografa la portata del gesto, la CNN ha definito l’abduzione di un presidente in carica “un’espressione di potere sfrenato” difficilmente eguagliabile, sottolineando come le autorità legali dell’operazione siano controverse e destinate a essere contestate. Il New York Times ha raccontato la reazione globale con “shock e scetticismo”. Il Guardian si è chiesto apertamente se esista una giustificazione legale per l’attacco, ricordando che perfino alcuni alleati di Trump hanno sollevato dubbi sul rispetto del diritto internazionale. Al Jazeera ha parlato di “atto di guerra”, citando esperti che respingono le giustificazioni addotte da Washington. Non si tratta, dunque, di una “narrazione” alternativa, ma oggettiva, che si basa sulla realtà stessa dell’azione criminale condotta da Trump.

L’elemento più grave è il precedente che si tenta di normalizzare. Se un Paese può bombardare la capitale di uno Stato sovrano e “prelevare” il suo presidente, quale architrave dell’ordine internazionale resta in piedi? Come ha sottolineato la stampa cinese, la scena è così assurda che persino Hollywood faticherebbe a immaginarla, eppure Washington l’ha trasformata in fatto compiuto davanti agli occhi del mondo. Il problema non è soltanto la violenza immediata o il danno materiale, per quanto grave; il problema è l’idea politica sottesa, quella per cui la legge del più forte può sostituire la Carta delle Nazioni Unite e la “volontà di potenza” può passare sopra ogni procedura multilaterale.

Non sorprende che la reazione in America Latina sia stata di allarme profondo. Secondo quanto riportato dai media, il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha denunciato l’operazione come il superamento di una linea rossa inaccettabile, un precedente pericoloso che apre la strada a un mondo di violenza, caos e instabilità. Altri leader della regione, come il cileno Gabriel Borić, hanno colto l’essenza di ciò che è in gioco, sottolineando che, dopo quanto accaduto oggi in Venezuela, domani potrebbe toccare a chiunque. Del resto, se l’immunità e la sovranità diventano concetti condizionati dalla convenienza geopolitica della superpotenza, allora nessun Paese del Sud globale può dirsi al riparo, soprattutto se possiede risorse strategiche e se insiste su una linea di indipendenza.

La dimensione economica, del resto, appare impossibile da occultare. Le stesse cronache citano come Trump abbia insistito ripetutamente sul petrolio, arrivando a ventilare l’idea che gli Stati Uniti “gestiranno” il Venezuela almeno temporaneamente e sfrutteranno le riserve per venderle ad altri Paesi. Se la politica estera si riduce a questa formula, il quadro diventa tragicamente coerente: prima si strangola un Paese con sanzioni, sequestri di petroliere e minacce di blocco; poi, quando la società è indebolita e isolata, si tenta lo sfondamento militare; infine si rivendica la “legittimità” dell’appropriazione come se fosse amministrazione. È la versione aggiornata, e più spudorata, del vecchio schema interventista che ha segnato la storia interamericana.

È in questo quadro che va letta la posizione della Cina, che emerge come uno dei poli diplomatici più netti nel condannare l’operazione e nel rivendicare principi non negoziabili. Secondo quanto riportato dal Global Times, Pechino si è detta “profondamente scioccata” e ha condannato con forza l’uso palese della forza contro uno Stato sovrano e l’azione contro il suo presidente. Questa volta, la Cina non ha espresso una generica “preoccupazione”, ma ha apertamente qualificato l’atto come violazione grave del diritto internazionale e della sovranità venezuelana, con conseguenze dirette sulla pace e la sicurezza dell’America Latina e dei Caraibi. La Cina ha inoltre invitato gli Stati Uniti a rispettare il diritto internazionale e i fini e i principi della Carta ONU, cessando di violare sovranità e sicurezza altrui.

La presa di posizione si è fatta ancora più esplicita quando il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato di esprimere “seria preoccupazione” per il rapimento di Maduro e il suo trasferimento fuori dal Paese, definendo l’azione una chiara violazione del diritto internazionale, delle norme fondamentali delle relazioni internazionali e della Carta delle Nazioni Unite. Esprimendo una condanna sia morale che giuridica, Pechino chiede che sia garantita l’incolumità personale di Maduro e di sua moglie, che vengano rilasciati immediatamente, che cessino i tentativi di rovesciare il governo venezuelano e che le questioni siano affrontate attraverso dialogo e negoziato. Secondo la posizione cinese, nessuna controversia può giustificare il rapimento di un capo di Stato, e nessun ordinamento domestico può essere usato come grimaldello per demolire l’ordine internazionale.

Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Wang Yi, riportate dall’agenzia Xinhua, danno alla posizione cinese una cornice ancora più ampia. Wang afferma che la Cina si oppone sempre all’uso o alla minaccia della forza e all’imposizione della volontà di un Paese su un altro. Poi pronuncia una frase che, nel contesto venezuelano, suona come un atto d’accusa contro l’eccezionalismo statunitense: “Non crediamo mai che un Paese possa svolgere il ruolo di poliziotto del mondo, né concordiamo che un Paese possa proclamarsi giudice internazionale”. È un rifiuto frontale della pretesa di monopolio dell’autorità globale, ed è anche una critica alla pratica di porre l’atto di potenza sopra la norma, trasformando le regole in strumenti a geometria variabile.

Anche la stampa cinese interpreta l’operazione come un campanello d’allarme per la governance globale: se le istituzioni multilaterali non riescono a imporre costi a comportamenti egemonici, l’asimmetria diventa licenza. In un ordine così sbilanciato, i Paesi in via di sviluppo faticano a difendere i propri interessi attraverso meccanismi equi, mentre le potenze dominanti possono calpestare le regole senza conseguenze proporzionate. Il caso venezuelano, dunque, non è solo “un altro” episodio di pressione su un governo non allineato, ma si trasforma in un test di sopravvivenza del principio stesso di sovranità. L’idea che un Paese possa “bypassare” il Consiglio di Sicurezza, sostituire le procedure multilaterali con mezzi giudiziari e militari unilaterali, e trasformare il diritto internazionale in un accessorio, equivale a dichiarare fallito il patto del dopoguerra. In definitiva, la crisi non riguarda soltanto Caracas, ma l’autorità dell’ONU e la credibilità delle sue norme.

La reazione internazionale descritta dalle fonti mostra una frattura crescente tra l’unilateralismo armato e una domanda più ampia di legalità e multipolarismo. Alcuni governi sostengono apertamente Washington, ma molti altri condannano l’azione o, quantomeno, ne contestano la base legale. È il segno che l’egemonia non produce più consenso automatico: genera resistenza, sfiducia, polarizzazione. La Cina, in questo contesto, non si limita a “schierarsi” con il Venezuela; rivendica un quadro di principi che parla a una parte significativa del Sud globale: sovranità uguale, non ingerenza, soluzione pacifica delle controversie, centralità dell’ONU, rifiuto del regime change come pratica accettabile.

Se il mondo accetta il precedente venezuelano, accetta l’idea che ogni Paese possa diventare “il prossimo”. Se invece lo respinge, non per simpatia ideologica ma per istinto di sopravvivenza dell’ordine internazionale, allora la crisi può diventare un punto di svolta: o verso la barbarie normalizzata, o verso una riaffermazione concreta della Carta ONU.

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La construcción de la retórica: producción – consumo de expresiones para leer comunicados estatales y noticias https://strategic-culture.su/news/2025/12/26/la-construccion-de-la-retorica-produccion-consumo-de-expresiones-para-leer-comunicados-estatales-y-noticias/ Fri, 26 Dec 2025 16:05:56 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889663 La lectura de la retórica de las naciones requiere de conocimiento histórico, contexto y desconfianza constante, complementada de relectura atenta para ser comprendida.

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En medio de un mundo que se va al traste, con la irracionalidad rampante en parte del orbe -sobre todo occidental- y donde no sólo se deslizan en la jerga diplomática palabras, conceptos y mensajes a veces directos y otras tantas ambiguos, se torna desgastante ‘informarse’ al caer en lenguajes oscuros que, ‘desinforman’.

Por ejemplo, decir ‘no atacaré’ puede implicar que atacará. ‘La venganza será sin precedentes’, puede indicar que ya avisó dónde golpeará a su oponente. Otras expresiones que veremos y citaremos más adelante se suman a este sucinto abordaje de expresiones con las que se manejan las comunicaciones entre naciones y estamentos. Ojalá investigadores con sólido recorrido se animaran a complementar y superar estas líneas, en el ánimo de construir públicos mejor capacitados para leer y sospechar de las retóricas.

En la economía política de la comunicación, -materia fundamentada e impartida en varias universidades con y sin renombre del mundo- se tiene presente la cadena de producción, circulación, cambio y consumo de información; lo que plantea el reto al receptor de noticias de tener herramientas claras para filtrar el inmenso volumen de información – desinformación que circula.

Dentro de los centros de producción se encuentran los estamentos gubernamentales de cada país; tales como: sector militar, ministerios, sector diplomático, parlamentos y las presidencias. Las mismas, sobre todo en las potencias mundiales, tienen sus centros de investigación o Think Tanks, (tanques de pensamiento) que configuran los esfuerzos por investigar, desarrollar y publicitar sus doctrinas y líneas de acción, configuración de las figuras de amigo – enemigo, ‘enemigo interno’ – ‘enemigo externo’ así como la prospectiva, el futuro ideal hacia donde se proyectan. Para el caso estadounidense, Think Tank como Brookings, RAND Corporation, Center for American Progress, Heritage Fundation, son algunos de tales centros enfocados en diversos contenidos, desde la ciencia, la ecología y la economía hasta geopolítica; incluso la RAND Corp. se desdobla en varias esferas y es financiado directamente por el gobierno de los EE.UU., aunque también recibe donaciones.

Las universidades de élite se nutren de egresados o ex cargos estatales para fortalecer sus líneas doctrinales. Columbia University, por ejemplo, recibió en su Escuela de Asuntos Internacionales y Públicos (SIPA) a la nefasta ex subsecretaria de Estado para asuntos internacionales, así como encargada en su momento para asuntos europeos, Victoria Nuland; quien promovió y se jactó de invertir 5000 millones de dólares para el golpe de Estado en el Euromaidán, en Ucrania, 2014, que devino en la sangrienta guerra entre hermanos eslavos hoy en Ucrania.

En el siguiente punto de la escala -circulación, distribución- se encuentran los medios de difusión que pueden ser revistas especializadas, de opinión, noticieros e “influencers” y “tiktokers”. Para el caso estadounidense se encuentran revistas como The National Interest, Foreign Affairs o diarios como The Wall Street Journal y The New York Times. El asesinado Charlie Kirk, un influencer anodino, hasta su muerte, recibía donativos de importantes fundaciones hasta por un valor de 23.4 millones de dólares desde 2014.

Para el caso ruso, podría señalar en el primer anillo, -producción e investigación- al Foro del Club Valdai, el Instituto de Investigación de la Economía Mundial y las Relaciones internacionales (MGIMO – donde se gradúa su sector diplomático), el Instituto de Estudios Estratégicos o el Centro Carnegie de Moscú y sin duda la Academia de Ciencias de Rusia, tiene su tradición desde la misma academia en la URSS. La punta de lanza comunicacional rusa, a nivel mundial, se desarrolla a partir de una vertiginosa ampliación de Russia Today, así como de las agencias Sputnik y TACC. Plataformas como Telegram, de propiedad del ruso Durov, o Twitter (X) y el imperio GOOGLE que tiene a WhatsApp, de estadounidenses, articulan la información y crean tendencias. No por nada Israel, esa nación dirigida por genocidas atrapados en retóricas bíblicas o talmúdicas, ha adquirido acciones de Tik Tok y quieren comprar a Elon Musk la red (X). Para control de la retórica.

Por el lado chino, se encuentran tanques de pensamiento como: Centro de Estudios Estratégicos de China, (CIIS) Universidad de Tsinghua o Universidad de Pekín. En el punto final de la cadena, la distribución de la información, están la cadena de noticias Xinhua, CGTN y Global Times, entre otras. Esta última también tiene una pestaña para leer las circulares y debates del gobierno chino, así como comunicados del presidente.

De esta forma, nos encontramos siempre en una lucha por el posicionamiento de las retóricas de cada zona de influencia. Es necesario así prestar atención, releer y dudar de lo que nos expresan las narrativas, según los contextos y los momentos. Hay muchos elementos a tener en cuenta, como la doctrina de política exterior que define a cada nación. Por ejemplo, el realismo, el constructivismo, el liberalismo, doctrinas de cooperación internacional, de no intervención o la recién apalancada para la región americana: la Doctrina Monroe o Destino Manifiesto, aunque nunca se han ido o fueron un poco dejadas en desuso con la política del ‘buen vecino’ del segundo Roosevelt. Entrego a continuación, algunas de esas expresiones de uso y a veces en desuso; como ‘orden basado en reglas’ que ya no hace parte del lenguaje ni europeo ni estadounidense.

Ambigüedad estratégica: esta es tan evidente que parece una broma. Macron, presidente impopular francés, amenazaba y amenaza con poner tropas francesas oficiales sobre el terreno ucraniano, pero señala que deja abierta la posibilidad o no de materializar esto. ¿En verdad un Estado enemigo creería tal ambigüedad? La forma en que se expresa Trump, ha sido vista por algunos expertos como una forma de confundir a sus oponentes para que nunca sepan qué quiere hacer. Pero esto afecta también la confianza de sus socios. No se sabe si esto puede ser estratégico.

Ataque de decapitación: se refiere a aniquilar a la cúpula militar o gubernamental de un país, tal como hizo Israel con Irán en junio del presente año. Lo mismo se sugiere hacer a Rusia con la cúpula ucraniana neonazi. La metodología, como señaló el presidente Putin, es de carácter ‘quirúrgico’ y no tiene afán de actuar o decapitar.

Ataque de represalia: hasta ahora esto ha sido un circo que expresa el realismo del poder y de la forma en que se lleva acabo la política. Por ejemplo, Irán ha sido atacada varias veces por Israel y EE.UU., tanto en su territorio como en sus embajadas y le han asesinado presidentes, líderes militares como Qasem Soleimani, y su élite científica nuclear. Lo que ha hecho en estos casos, es avisar dónde golpeará a las bases estadounidenses o israelíes, no propiciando el mismo daño significativo, aunque es evidente que en la llamada ‘Guerra de doce días’ de junio de 2025, logró disuadir por un tiempo los ataques sionistas, que, al parecer, volverán. El otro ejemplo es el caso ruso y éste no lo entiendo. Cuando Ucrania ataca población civil o sectores tácticos nucleares, Rusia responde señalando que son ataques de represalia sobre centros de energía o de despliegue de tropas, debido al ataque ucraniano. Siempre me pregunto: ¿entonces si Ucrania no atacara estos sectores en Rusia, los rusos no tocarían estos puntos estratégicos en una guerra? Pero no soy militar. Es una curiosidad.

Carta de las Naciones: es el documento hoja de ruta que invoca una doctrina humanista en decadencia: la democracia occidental que se inspiró en la tradición europea de la ilustración decantada en los Derechos del hombre y el ciudadano. Es un código viejo a superarse, que nadie respeta o lo hace por debilidad o estrategia. Invocar la carta de las naciones es una herramienta erudita, cándida e ineficaz. Los BRICS+ deberán incluir lo mejor de las tradiciones filosóficas y jurídicas euroasiáticas, así como del sur global y proponer una nueva organización asamblearia y no en suelo estadounidense. La democracia está en plena agonía y ésta, como lo señaló Schumpeter y Hermes H. Benítez, sólo son el caldo de cultivo del capitalismo al definir en sus parámetros la concepción básica de propiedad.

Condena: China y Rusia y muchos países condenan los asesinatos en el Caribe por parte del genocida gobierno actual estadounidense. Otros condenan tal o cual acto de barbarie; como los asesinatos en Gaza, pese al ‘fantástico’ acuerdo de paz o tregua que dice haber logrado Donald Trump. Sin embargo, la condena no conjura el crimen. La condena se puede apoyar en la carta de las Naciones Unidas, para reforzar su inutilidad práctica. Esta es una de las palabras más vacías del lenguaje de los gobiernos. Pero no condenar un acto, pone de un lado no favorable no hacerlo. Más retórica.

Compartimos los mismos valores: esta expresión es famosa entre los líderes de la Unión Europea, de EE.UU. y de los sumisos japones y surcoreanos. Mismos valores, debe leerse como mismas formas de corrupción, de explotación y de expropiación. Bajo tal expresión, se pueden armar oraciones como: por lo tanto, compartimos los mismos valores y estamos de acuerdo en usar los activos rusos para ayudar a Ucrania. Siempre debe sospecharse de tal retórica como una clave por lo menos gansteril.

Convenio de Ginebra: fue creado en 1949 y ha tenido adendas en otros años, pero básicamente aborda la protección de las víctimas de los conflictos armados. También se refiere a tipos de armas y operaciones en las guerras. Como todo documento y aunque fue ratificado por todas las naciones, Estados Unidos, Israel y Turquía, han manifestado reservas. Ucrania es un flagrante violador de estos acuerdos con los muy documentados atentados a infraestructura civil, infancia y ancianidad, dentro de Rusia y en los poblados en disputa en la Operación Militar Especial rusa, así como ejecutor de acciones militares con componente químicos y venenos. Uno de los puntos a tener presente en las negociaciones de paz con Ucrania, ha de ser el poder encontrar y juzgar los responsables de todos estos crímenes, incluidos los países de la OTAN.

Corte Penal Internacional: emparentada o derivada del Estatuto de Roma, se creó luego de la Primera Guerra Mundial y el juzgamiento al káiser Guillermo II de Alemania, por crímenes contra la humanidad. Se fortaleció tras la realización de los tribunales para juzgar al fascismo en Nuremberg y Tokio. Lamentablemente, al ser un órgano de dudosa independencia y con tendencia ideológica y política, varios países no la ratifican; entre ellos EE.UU., Rusia e Israel. Cuando tal corte emitió orden de captura contra el presidente Vladímir Putin, occidente aplaudió y de hecho la persuadió de tal acto como medio de presión adicional sobre Rusia. cuando la corte se vio acorralada por las demandas Surafricanas y de otros Estados contra el genocida Benjamin Netanyahu, Estados Unidos sancionó y amenazó a los jueces de tal corte, cuando éstos emitieron orden de captura contra el genocida Netanyahu.

Derrota estratégica: esta fue la expresión favorita de la Administración Biden, desde su secretario de Estado Antony Blinken, pasando por su director de la CIA, William Burns, hasta su militar encargado, Lloyd Austin, así como Mike Milley. Derrota estratégica no es más que la aniquilación violenta a nivel militar, económico, político, cultural y diplomático, que se vería realizada al lograr balcanizar a la Federación de Rusia; sueño húmedo de europeos desde el siglo XVIII y de la cúpula estadounidense desde la Segunda Guerra Mundial y la Guerra Fría.

Disuasión: aunque no tiene misterio y puede tomarse tal cual se lee, el problema es el contexto y quién la usa. Esta forma de intimidación para que otro país desista de algún tipo de acción, solamente a devenido en una escalada y en las carreras armamentistas. Rusia tiene en este momento el mejor ejército del mundo, la triada nuclear más actualizada y armas sin comparación de tipo hipersónico, táctico y operativo. Pero éstas no necesariamente han disuadido a Europa, básicamente a los asesores ingleses del MI6 para hacer ataques a profundidad del territorio ruso. En noviembre de 2024, Rusia usó sin carga explosiva convencional ni nuclear, sólo por su fuerza cinética de velocidad y maniobra, el sistema Oréshnik, en la región ucraniana de Dnipro, en una fábrica del sector militar, heredada de la antigua URSS. Se pensó que tal arma, por tener la misma capacidad de destrucción que un arma nuclear, sin la subsecuente contaminación, ‘disuadiría’ a occidente de tentar otra línea roja rusa. Esto no fue así. Luego vinieron más atentados a profundidad a Rusia y tal parece que sólo acciones nucleares podrán soñar con intimidar al oponente. Entiéndase que allí ya no hay disuasión.

 

Doctrina de seguridad: emparentada con la anterior expresión, la seguridad se encuentra como una capacidad de disuadir a los oponentes a partir de la capacidad y el desarrollo científico- técnico, así como geopolítico; lugar de los escenarios de disputa en varios lugares del globo. No comprendida como una doctrina que entienda las necesidades de otros, de los países vecinos, ésta se vuelve una doctrina de inseguridad. Lo que la Federación de Rusia ha insistido en esta lucha contra el occidente en Ucrania, es en la necesidad de una arquitectura de seguridad, que implica a Europa y al mundo. Si tal acuerdo se cumple, moldeará o debería moldear las doctrinas de las naciones y los bloques de poder, bajo el principio de: no se puede hacer nada en favor de sí, de tal suerte que afecte tal hacer a terceros países, como es el caso del alegado derecho de Ucrania a ser parte de la OTAN.

Esquizofrenia estratégica: nombro así a la ambigüedad europea sobre la amenaza rusa. Ésta tiene una significativa intención comunicacional: la construcción de Rusia como enemigo de la humanidad o como la raza más inferior de la misma. Los rusos son débiles y atrasados – los rusos avanzarán sobre Europa occidental, los rusos son eslavos salvajes, pero los rusos tienen capacidad de arrasar Europa. Los rusos no tienen chips y los buscan en sus electrodomésticos (von der Leyen) pero en verdad, los rusos nunca se han quedado sin sistemas de armas. Pistorius, ministro de defensa de Alemania, dice que Rusia no tiene intensión de avanzar sobre Europa, Marc Rutte, jefe de la OTAN, dice que deben prepararse para la guerra con Rusia en 2027 o 2030. A diferencia de la ambigüedad estratégica, creo que ésta es la expresión de la falta de coordinación de los líderes occidentales y el fin de la democracia y la racionalidad occidental tal cual la conocimos.

Estado profundo: parece algo amplio, indefinible. Pero básicamente se refiere a el poder que mueve el poder. A quien obedece Trump o Biden u Obama. Bien lo señaló el presidente Putin: los candidatos estadounidenses llegan a la presidencia con muy buenas intenciones, pero luego llegan unos tipos con corbata, traje y lentes oscuros y les explican cómo es que funciona el gobierno. Estas grandes élites, como he señalado en otros artículos, son las que tienen esta guerra de la transición global, a partir de contradicciones no antagónicas. Esto es, los Estados profundos del mundo en plena lucha por la hegemonía.

Guerra por poder: se usa mucho por parte de los especialistas. Tiene que ver con la definición anterior de lucha intra clasista de contradicciones no antagónicas. Lo que no comprendo o me pregunto, es ¿qué guerra no es por poder?

Guerra por delegación: esta expresión se usa con buena intensión técnica, pero en mi concepto no existe tal delegación. Pensar que EE.UU. está delegando la guerra en Ucrania a los europeos. Los Estados Unidos quieren tener con la correa aún más corta a sus lacayos europeos y desean enfocarse en China. Los europeos no están aceptando ninguna delegación. Están soportando la administración Trump, con un préstamo para dos años por 90 mil millones de euros a Ucrania, esperando la próxima presidencia sea demócrata o afín a ‘los valores europeos’. Estados Unidos ES parte activa y beligerante del conflicto. Sanciona a Rusia y no ha delegado nada que no tenga la capacidad o la obligación de respaldar.

Inmigración ilegal: existe jurídicamente. Están los convenios de la Haya y demás medidas que hablan del derecho de libre circulación. Pero hay unos ciudadanos más legales que otros. La mujer de Donald Trump, Melania, debería ser deportada. Bueno. Háganlo. Los ejércitos de reserva de mano de obra barata que mueven la economía real estadounidense se van precarizando más con las medidas de Donald Trump. Sin embargo, allí subyacen ‘ilegales’ que transforman materias primas legales en productos para la venta. Les pagan en dólares tan reales y legales, como es posible definir a tal moneda. Europa es otra historia y la migración desbordada la llevará a la ruina demográfica, económica, cultural y nacional.

Legítima defensa: la única defensa no legítima es la que Estados Unidos acuñó como ‘guerra preventiva’ bajo la excusa de atacar al terrorismo tras el auto atentado que se propició en las torres gemelas de NYC. Bajo tal principio se abrogó el derecho a actuar de manera ‘preventiva’ en cualquier nación. Esto no es nuevo. El corolario Roosevelt se autoimpuso esa misma potestad sobre cualquier nación latinoamericana y caribeña en el inicio del siglo XX. Actualmente, el ministerio de defensa gringo, fue rebautizado como Ministerio de Guerra. Y siguen ‘defendiéndose’ de pescadores o quizá, micro comerciantes de pasta de coca en el Caribe. El expresidente colombiano Álvaro U. Vélez y su entonces ministro de defensa, Juan Manuel Santos, bombardearon la región ecuatoriana de Sucumbíos, en 2008, aduciendo que era un acto ‘preventivo’ de defensa, respecto al líder de la guerrilla de las FARC-EP, alias Raúl Reyes.

Línea roja: ésta no se sabe bien dónde inicia y termina. Escribí un artículo al respecto. Ni Rusia, ni China, Europa o Estados unidos, dejan claridad irrefutable al respecto. Lo trágico es que quizá sólo el umbral nuclear resuelva tal expresión de manera fáctica y fatídica.

MAGA: la gran mentira para los votantes republicanos estadounidenses, Make American Great Again, -hacer grande a América de nuevo- es todo lo contrario, es la agudización de la crisis estructural de la hegemonía estadounidense. Analistas como Richard Wolff y Michel Hudson, de la escuela económica política marxista, han definido cómo los aranceles y demás medidas internas como el despido masivo de empleados estatales entre otros, lleva cada vez más rápido al declive, frente a su competidor chino. La deuda gringa está en 40 billones de dólares. El MAGA es como ese argumento desarrollado en la película Gladiador II, en donde el actor Denzel Washington, encarna a un usurpador del gobierno romano que se esmera en agudizar la caída de Roma, para al mismo tiempo él ser el salvador de ella. Veremos si eso lo logra Trump o fracasa como D. W. en la película.

Mesa de negociación: las que se pueden apreciar, como la dada entre Irán e Israel con mediación gringa, puede catalogarse de mesa de coacción e intimidación. Como estrategia para bajar la guardia del oponente al fingir un diálogo honesto. Así, Irán fue atacada en zonas civiles un día luego de estar negociando con Israel. Trump, feliz, literal. La otra mesa, la ruso – ucraniana, sólo ha servido para algunos intercambios de prisioneros y declaraciones altisonantes de funcionarios ucranianos que además rechazan historiadores como negociadores. En las dos mesas una falacia: la mediación de Estados unidos.

Mediador: un mediador es o debe ser un garante para las partes ajeno totalmente al conflicto. Estados Unidos es, como ya señalé, parte activa del conflicto en Ucrania contra Rusia, contra Palestina con la agresión israelí y contra Irán en Oriente Medio. Este es un término que requiere de contexto y memoria para comprender cómo las partes se ven obligadas a asumir una mesa que no tiene dos partes antagónicas y una neutral sino dos partes antagónicas; donde EE.UU. se comporta como juez y parte.

Occidente colectivo: es la forma de comprender al sector no euroasiático oriental de la transición de la unipolaridad a la multipolaridad basada en la tripolaridad chino – ruso – estadounidense. Lo integran todos los países de la OTAN, más Japón, Corea del Sur y Australia. Pero si la OTAN está con cada nación de su bloque, no puede descuidarse los ‘socios’ estratégicos por fuera, como Colombia, Argentina y más recientemente Perú, como Chile se encuentran en negociaciones. En ese contexto, el occidente colectivo tiene países periféricos y semi periféricos que le integran y deben cumplir cuotas económicas y de cooperación estratégica, así como ejercicios militares conjuntos o permisos de movilidad de tropas e infraestructura OTAN en sus territorios. Siendo Colombia, pese a tener un presidente progresista, un país socio estratégico OTAN, al momento de EE.UU. optar por una decisión militar sobre Venezuela u otra región aledaña, podría invocar los compromisos con la OTAN, al ser el socio fundador con mayor músculo de toda la organización. Y quizás no. Pero dejo el comentario para indicar que por varios caminos se puede forzar la participación dentro del occidente colectivo contra sus enemigos definidos.

Orden basado en reglas: nunca nadie supo cuáles eran tales reglas. Nunca se escribieron. Siempre se usó como un término flexible para que las reglas sugeridas jugaran a favor del occidente colectivo.

Socios: es una palabra usada de manera particular por el presidente y la diplomacia rusa. nadie comprende cómo se puede tildar de ‘socio’ a quien quiere propinarte una derrota estratégica. Una vez en una entrevista de Oliver Stone a Vladímir Putin, el director de cine estadounidense le dijo que por qué tildaba de socios a los norteamericanos y europeos que no descansaban en el empeño de afectar a Rusia y Putin se limitó a decir: ‘porque en última instancia, eso es lo que debe prevalecer’. Ojalá.

Tropas de paz: otro eufemismo que se deriva de las tropas de paz o cascos azules de la ONU, pero aplicado a aquellas tropas, seguramente dispuestas con sólo palos y resorteras, de países de la OTAN para garantizar una zona de amortiguamiento en la línea de contacto en el conflicto ruso – ucraniano. Rusia ha dicho que no habrá alto al fuego hasta que se acuerden las negociaciones sobre las causas del conflicto y también ha dicho que no permitirá tropas del a OTAN como tropas de paz y que serán consideradas objetivos militares legítimos. Aquí se puede recordar lo que señalé sobre los mediadores.

Zona de amortiguamiento: esta es una demarcación más conceptual que real. La propia lógica de la guerra moderna, según analistas cualificados como Andrei Martyanov, señalan que es difícil hoy por la guerra con drones y una actividad de vigilancia satelital compleja, ISR, determinar qué es retaguardia, si ésta es un lugar seguro para las tropas y también dónde termina y acaba la línea de contacto. también se ha definido a esa zona plagada de drones de parte y parte, como zona gris. así o zona d nadie. Una zona de amortiguamiento durante el conflicto no se sabría bien qué amortigua y en el punto de una negociación en los términos puestos por el ganador de la guerra, Rusia, la misma no tendrá sentido, porque se dará el fin de la misma bajo condiciones de rendición y no de negociación.

Así, la lectura de la retórica de las naciones requiere de conocimiento histórico, contexto y desconfianza constante, complementada de relectura atenta para ser comprendida.

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Alcune riflessioni sulla Dottrina Monroe e il principio di non-intervento https://strategic-culture.su/news/2025/12/26/alcune-riflessioni-sulla-dottrina-monroe-e-il-principio-di-non-intervento/ Fri, 26 Dec 2025 14:30:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889653 L’attualità del principio di non intervento appare caratterizzata da una profonda ambivalenza.

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L’origine concettuale

Per quanto riguarda l’origine concettuale della regola di non-intervento nel diritto internazionale, la dottrina individua spesso il suo fondamento nell’opera del filosofo svizzero del XVIII secolo Emer de Vattel. Nel Diritto delle genti, Vattel affermava che qualora una nazione si intromettesse negli affari interni di un’altra, essa arrecherebbe un torto. L’idea di non-intervento acquisì maggiore rilevanza nel corso del XIX secolo, in risposta alle aspirazioni egemoniche delle grandi potenze europee dell’epoca, quali Austria, Prussia e Russia, riunite nella Santa Alleanza. In questo contesto, la Dottrina Monroe — proclamata nel 1823 dal presidente statunitense James Monroe e secondo cui qualsiasi interferenza europea nell’emisfero occidentale sarebbe stata considerata un atto ostile nei confronti degli Stati Uniti — viene spesso richiamata come una delle prime manifestazioni di prassi statale relative al principio di non-intervento.

Tuttavia, fu soltanto nel XX secolo che tale principio iniziò a essere formalizzato in strumenti giuridici internazionali. Esso venne esplicitamente sancito in alcuni trattati conclusi tra Stati del continente americano. In particolare, l’articolo 8 della Convenzione di Montevideo sui diritti e i doveri degli Stati stabilisce che nessuno Stato ha il diritto di intervenire negli affari interni o esterni di un altro. Tale affermazione fu ribadita dall’articolo 1 del Protocollo aggiuntivo del 1936 alla Convenzione di Montevideo relativo al non-intervento, nel quale le Parti contraenti dichiarano inammissibile qualsiasi forma di intervento, diretto o indiretto, qualunque ne sia la motivazione, negli affari interni o esterni di un altro Stato parte.

La Dottrina Monroe rappresenta uno dei riferimenti più significativi nella storia delle relazioni internazionali per comprendere l’evoluzione del principio di non intervento, pur nella sua intrinseca ambiguità. Proclamata nel 1823 dal presidente degli Stati Uniti James Monroe, essa nasceva in un contesto storico segnato dal declino degli imperi coloniali europei nel continente americano e dal timore che le potenze della Santa Alleanza potessero intervenire per restaurare il dominio monarchico nei nuovi Stati indipendenti dell’America Latina. In questo senso, la Dottrina Monroe si presentava come un’affermazione di difesa dell’autonomia politica del continente americano rispetto alle interferenze esterne, richiamando implicitamente il principio di non intervento.

Nella sua formulazione originaria, la Dottrina Monroe affermava che qualsiasi intervento europeo negli affari dell’emisfero occidentale sarebbe stato considerato dagli Stati Uniti come un atto ostile. Tale impostazione sembrava dunque rafforzare l’idea che ogni Stato dovesse essere libero di determinare autonomamente il proprio assetto politico e istituzionale senza ingerenze esterne, un concetto che si avvicina alla nozione moderna di sovranità e al divieto di intervento negli affari interni altrui. Tuttavia, questa apparente adesione al principio di non intervento era accompagnata da una logica asimmetrica: mentre si vietava l’ingerenza europea nelle Americhe, non si escludeva la possibilità di un ruolo attivo degli Stati Uniti nel continente.

Proprio questa asimmetria costituisce il principale elemento di tensione tra la Dottrina Monroe e il principio di non intervento così come elaborato nel diritto internazionale contemporaneo. Nel corso del XIX e del XX secolo, la dottrina fu progressivamente reinterpretata e ampliata, in particolare attraverso il cosiddetto Corollario Roosevelt del 1904, che attribuiva agli Stati Uniti il diritto di intervenire negli affari interni degli Stati latinoamericani per prevenire l’ingerenza di potenze extra-emisferiche. In questa fase, la Dottrina Monroe cessò di essere uno strumento di difesa della non ingerenza per trasformarsi in una giustificazione ideologica dell’interventismo statunitense.

Dal punto di vista del diritto internazionale, la Dottrina Monroe non può essere considerata una norma giuridica vincolante, ma piuttosto un atto unilaterale di politica estera. Essa, tuttavia, ha avuto un’influenza rilevante sulla prassi statale e sul dibattito dottrinale relativo al non intervento, soprattutto in ambito regionale. In America Latina, le ripetute interferenze statunitensi hanno contribuito a rafforzare, in senso reattivo, l’elaborazione di strumenti giuridici che affermano in modo esplicito il divieto di intervento, come la Convenzione di Montevideo e la Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani.

La Carta delle Nazioni Unite non contiene una disposizione che disciplini espressamente il principio di non-intervento nei rapporti tra singoli Stati. Tuttavia, l’articolo 2, paragrafo 7, afferma che nulla nella Carta autorizza le Nazioni Unite a intervenire in questioni che rientrano essenzialmente nella competenza interna di uno Stato. Una previsione analoga era già presente nel Patto della Società delle Nazioni, il cui articolo 15, paragrafo 8, escludeva la possibilità che la Società formulasse raccomandazioni in merito a controversie che, secondo il diritto internazionale, rientravano esclusivamente nella giurisdizione domestica degli Stati. Secondo alcuni autori, la sostituzione del riferimento al “diritto internazionale” con il termine “essenzialmente” nella Carta dell’ONU mirava ad ampliare e rafforzare la portata della clausola di giurisdizione interna rispetto a quella del Patto della Società delle Nazioni.

Sebbene l’articolo 2(7) riguardi l’azione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e non direttamente la condotta dei singoli Stati, esso può comunque offrire indicazioni utili sul funzionamento del principio di non-intervento, poiché le preoccupazioni che ne hanno motivato l’adozione sono analoghe a quelle sottese a tale principio. Ulteriori disposizioni della Carta rafforzano indirettamente il divieto di intervento, come il principio di “uguaglianza sovrana” degli Stati membri sancito dall’articolo 2(1).

Dopo l’adozione della Carta ONU, numerosi strumenti regionali hanno incorporato espliciti divieti di intervento tra Stati. La Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani del 1948, agli articoli 15 e 16, fornisce una definizione dettagliata delle condotte vietate, proibendo non solo l’uso della forza armata, ma anche qualsiasi altra forma di ingerenza o coercizione di natura politica o economica. Analogamente, l’Atto costitutivo dell’Unione Africana del 2000 riafferma il principio della non-ingerenza negli affari interni degli Stati membri, mentre la Carta dell’ASEAN del 2007 impone ai suoi membri di conformarsi al principio di non-interferenza negli affari interni degli altri Stati dell’associazione.

Pertanto, sebbene il principio di non-intervento non sia enunciato in modo esplicito nella Carta delle Nazioni Unite né in altri trattati a vocazione universale, numerosi Stati si sono impegnati a rispettarlo attraverso accordi regionali. Il fatto che tali strumenti siano stati ratificati da Stati appartenenti a regioni geografiche diverse rafforza l’argomentazione secondo cui il divieto di intervento costituisce una norma di diritto internazionale consuetudinario.

Il diritto internazionale consuetudinario si fonda su due elementi: una prassi statale diffusa e coerente e la convinzione che tale prassi sia giuridicamente obbligatoria (opinio juris). Come chiarito dalla Commissione di diritto internazionale, occorre esaminare il comportamento effettivo degli Stati per determinare se essi riconoscano l’esistenza di un obbligo o di un diritto di agire in un determinato modo. Entrambi gli elementi sono necessari, e si riconosce generalmente che anche le dichiarazioni verbali, scritte o orali, possano costituire prassi rilevante. Inoltre, la consuetudine moderna viene spesso desunta da trattati multilaterali e da dichiarazioni adottate in sedi internazionali, come l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Oltre ai trattati multilaterali già menzionati, numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU forniscono ulteriori elementi a sostegno del carattere consuetudinario della regola di non-intervento. Tra queste, la Dichiarazione sulle relazioni amichevoli del 1970 riveste un ruolo centrale. Essa, adottata all’unanimità, afferma che i principi della Carta in essa incorporati costituiscono principi fondamentali del diritto internazionale. Tra tali principi figura quello relativo al dovere di non intervenire nelle questioni che rientrano nella giurisdizione interna degli Stati. La Dichiarazione definisce in modo dettagliato il divieto di intervento, includendo non solo l’intervento armato, ma anche ogni altra forma di coercizione o interferenza volta a compromettere l’autonomia politica, economica, sociale e culturale di uno Stato, nonché il sostegno ad attività sovversive o terroristiche dirette al rovesciamento violento di un altro governo.

Sebbene la Dichiarazione del 1970 rappresenti il documento più autorevole in materia, essa si inserisce in una serie di risoluzioni precedenti e successive. La Dichiarazione del 1965 sull’inammissibilità dell’intervento negli affari interni degli Stati, adottata quasi all’unanimità, utilizzava un linguaggio molto simile, pur essendo stata considerata da alcuni Stati, tra cui gli Stati Uniti, come una mera affermazione di intenti politici. La Dichiarazione del 1981 adottò un’impostazione più ampia e dettagliata, ma la significativa opposizione incontrata ne ha limitato il valore quale espressione di diritto consuetudinario.

Nella sua giurisprudenza più rilevante, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto il ruolo centrale della Dichiarazione sulle relazioni amichevoli nel definire la portata consuetudinaria del principio di non-intervento. Nel caso Attività militari e paramilitari in e contro il Nicaragua, la Corte ha individuato nella coercizione esercitata sulle scelte sovrane di uno Stato l’elemento qualificante dell’intervento illecito, affermando che le manifestazioni di opinio juris a sostegno del principio sono numerose e facilmente riscontrabili. La Corte ha inoltre ribadito che il divieto di intervento costituisce un principio consuetudinario di applicazione universale, pur riconoscendo che esso è stato frequentemente violato nella prassi.

Si può anche notare che durante la Guerra fredda le grandi potenze hanno spesso interferito negli affari interni di Stati più deboli, evidenziando una significativa discrepanza tra il contenuto normativo del principio e il comportamento effettivo degli Stati. La Corte ha tuttavia chiarito che l’assenza di una conformità perfetta nella prassi non compromette l’esistenza della norma consuetudinaria, posizione ribadita anche nella sentenza relativa alle Attività armate sul territorio del Congo.

Infine, vi è un ampio consenso tra studiosi e Stati sul fatto che il principio di non-intervento si applichi anche alle operazioni cibernetiche, nonostante le frequenti violazioni riscontrabili nella prassi. Il Tallinn Manual 2.0 – un documento che ha tracciato una linea di demarcazione nell’interpretazione dei concetti di neutralità e non intervento –, pur non riflettendo ufficialmente le posizioni statali, sostiene che la reiterata violazione del divieto non ne intacca la validità giuridica. Dichiarazioni ufficiali di numerosi Stati e il rapporto finale del Gruppo di esperti governativi delle Nazioni Unite del 2015 confermano che gli Stati considerano il principio di non-intervento applicabile anche all’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, pur permanendo significative incertezze circa i suoi elementi costitutivi e la sua esatta delimitazione.

Una delicata vulnerabilità

La lettura congiunta dell’evoluzione storica del principio di non-intervento e della Dottrina Monroe mette in luce con particolare evidenza una contraddizione strutturale che continua a caratterizzare l’ordine internazionale: quella tra l’universalità formale delle norme giuridiche e il loro utilizzo selettivo da parte delle grandi potenze. Il principio di non-intervento, emerso progressivamente dal pensiero giusnaturalista fino alla sua consacrazione nel diritto internazionale consuetudinario e nella giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia, si fonda sull’idea dell’eguaglianza sovrana degli Stati e sul diritto di ciascuno di essi di determinare liberamente il proprio assetto politico, economico e sociale. Esso costituisce, almeno sul piano normativo, una delle colonne portanti dell’ordine internazionale contemporaneo.

La Dottrina Monroe, proclamata nel 1823, viene spesso presentata come una precoce affermazione di questo principio, nella misura in cui respingeva l’ingerenza delle potenze europee negli affari dell’emisfero occidentale. Tuttavia, una lettura storica più attenta mostra come tale dottrina sia stata rapidamente trasformata dagli Stati Uniti in uno strumento di dominio regionale. Lungi dal configurarsi come una difesa imparziale del non-intervento, essa ha finito per legittimare una forma specifica di colonialismo politico ed economico nel Sud America, esercitato non attraverso l’annessione territoriale diretta, ma mediante meccanismi di controllo indiretto, pressione diplomatica, interventi militari selettivi e influenza economica e culturale.

In questo senso, la Dottrina Monroe ha operato come una cornice ideologica del soft power statunitense nel continente latinoamericano. Attraverso il richiamo alla stabilità, all’ordine e alla sicurezza regionale, gli Stati Uniti hanno giustificato interferenze sistematiche nei processi politici interni di numerosi Stati sudamericani, sostenendo governi favorevoli ai propri interessi, condizionando le economie locali e intervenendo, direttamente o indirettamente, contro regimi percepiti come ostili. Il Corollario Roosevelt rappresenta il punto di massima esplicitazione di questa logica, attribuendo agli Stati Uniti un vero e proprio “diritto di intervento” correttivo, in palese contraddizione con il principio di non-intervento.

Alla luce di questa esperienza storica, l’attualità del principio di non-intervento appare segnata da una profonda ambivalenza. Da un lato, esso è oggi ampiamente riconosciuto come norma consuetudinaria di portata universale, ribadita in strumenti giuridici regionali e globali e adattata anche a nuovi ambiti come il cyberspazio. Dall’altro, la prassi statunitense legata alla Dottrina Monroe dimostra come il non-intervento possa essere svuotato di contenuto attraverso il suo uso strumentale da parte di potenze egemoni, che lo invocano per escludere rivali esterni mentre lo violano nei confronti di Stati più deboli.

La Dottrina Monroe, pertanto, non solo rappresenta un precedente storico, ma continua a fungere da paradigma critico per comprendere i limiti reali del principio di non-intervento. Essa mostra come il diritto internazionale, pur formalmente neutro e universalistico, possa essere piegato a logiche di egemonia e di colonialismo informale, rendendo il non-intervento un principio centrale ma costantemente vulnerabile nell’attuale sistema internazionale.

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