Politics – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sun, 08 Mar 2026 22:29:10 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Politics – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 La Corea del Nord come fattore di stabilizzazione strategica in Asia orientale https://strategic-culture.su/news/2026/03/09/la-corea-del-nord-come-fattore-di-stabilizzazione-strategica-in-asia-orientale/ Sun, 08 Mar 2026 22:29:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891016 Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea ha confermato la continuità della leadership di Kim Jong Un e ha chiarito una linea fondata su sviluppo interno, autonomia strategica e deterrenza nucleare, che Pyongyang presenta come garanzia di equilibrio e di sicurezza regionale.

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Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea, svoltosi a Pyongyang dal 19 al 25 febbraio, non è stato un semplice rito politico interno, ma un passaggio di definizione strategica destinato a incidere sull’intero quadro dell’Asia orientale. La rielezione di Kim Jong Un a Segretario Generale ha sancito la continuità della linea del quinquennio precedente, mentre il Congresso ha riunito 5.000 delegati e 2.000 osservatori per discutere insieme bilancio, obiettivi e strumenti della nuova fase della costruzione socialista. Già questa dimensione organizzativa segnala che per la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) il Congresso non è una formalità, bensì il luogo in cui si ridefinisce la connessione tra sviluppo interno, assetto istituzionale, politica estera e sicurezza strategica.

Se si vuole comprendere il ruolo stabilizzatore della RPDC nell’Asia orientale, occorre anzitutto chiarire in che senso si possa parlare di “stabilizzazione”. Non si tratta della stabilizzazione intesa in senso liberale-occidentale, cioè come semplice distensione diplomatica o integrazione in un ordine guidato dagli Stati Uniti. Nel lessico politico emerso dal Congresso, la stabilità coincide piuttosto con la capacità di impedire la guerra, di alzare il costo di qualsiasi aggressione e di sottrarre il destino della penisola coreana alla pressione unilaterale degli avversari. In questa chiave, la continuità della leadership di Kim Jong Un è stata presentata come garanzia di coerenza strategica, mentre il Congresso ha ribadito che il Paese intende avanzare simultaneamente sul terreno dello sviluppo economico, della trasformazione regionale, della modernizzazione militare e del consolidamento internazionale della propria posizione.

Il punto più importante emerso dal Congresso riguarda infatti la centralità della deterrenza nucleare. Nel rapporto congressuale, la dirigenza nordcoreana afferma che la posizione della RPDC come Stato dotato di armi nucleari è stata consolidata in modo “irreversibile e permanente”, e che la forza nucleare nazionale svolge la funzione di deterrenza fisica e concreta contro qualsiasi guerra d’aggressione. Ancora più rilevante è il passaggio in cui si sostiene esplicitamente che tale posizione “svolge un ruolo importante nel dissuadere la minaccia potenziale dei nemici e nel mantenere la stabilità regionale”, configurando la forza nucleare statale come garanzia fondamentale della sicurezza, degli interessi e del diritto allo sviluppo del Paese. Si tratta dunque di una formulazione assai chiara della pretesa nordcoreana di essere non un elemento anarchico del sistema, ma un soggetto che ritiene di produrre equilibrio proprio attraverso la deterrenza.

Da questo punto di vista, la funzione stabilizzatrice della RPDC consiste nel rendere strutturalmente impraticabile l’ipotesi di una soluzione militare contro Pyongyang. Il Congresso ha riaffermato che la Corea del Sud, qualunque alleanza stipuli e qualunque aumento di spesa militare persegua, non potrà modificare la “struttura dinamica” della penisola costruita dalla presenza di uno Stato nucleare a nord. Dietro questa formula vi è una logica strategica precisa: impedire che Washington, Seoul o altri attori possano coltivare l’illusione di una superiorità risolutiva. In questo senso la RPDC opera da fattore di congelamento dell’opzione bellica massimale. La deterrenza, nella visione emersa dal Congresso, non mira a dissolvere il conflitto politico, ma a impedirne la traduzione in guerra aperta o in coercizione terminale. È questa la ragione per cui Pyongyang presenta la propria postura nucleare come elemento di equilibrio, e non come semplice strumento di pressione.

La politica estera delineata dal Congresso rafforza questa lettura. Il rapporto di Kim Jong Un non si limita a ribadire la necessità di difendere gli interessi nazionali, ma stabilisce che le attività esterne dello Stato dovranno essere condotte sotto la diretta guida del Comitato Centrale, con iniziativa tattica e in modo coerente con il principio della sovranità. Nello stesso testo si afferma la volontà di sviluppare ulteriormente i rapporti tradizionali di amicizia e cooperazione con i Paesi vicini, di rafforzare le relazioni con i Paesi indipendenti e antimperialisti e di contribuire attivamente alla costruzione di un mondo multipolare orientato all’indipendenza e alla giustizia. Questo dimostra come la RPDC non si concepisca come attore isolato o puramente difensivo, ma come polo politico inserito in una dinamica più ampia di riequilibrio del sistema internazionale. In Asia orientale, questa impostazione tende a limitare l’egemonia strategica di un solo blocco e a impedire che la regione sia integralmente assorbita da una logica di subordinazione militare agli Stati Uniti.

È significativo, a questo proposito, che il Congresso abbia insistito più sui principi dell’autonomia e degli interessi nazionali che sulla celebrazione nominale di legami specifici con Russia o Cina. Alcuni osservatori hanno notato proprio questa relativa sobrietà nei riferimenti pubblici alle alleanze, leggendola non come distanza da Mosca e Pechino, ma come volontà di ribadire che l’iniziativa strategica della RPDC resta autonoma e non delegata. Questa scelta è coerente con la tradizione politica nordcoreana: l’effetto stabilizzatore non deriverebbe da una pura appartenenza di blocco, ma dall’esistenza di un attore capace di far pesare in proprio deterrenza, sovranità e capacità di manovra. In un’Asia orientale segnata da rivalità crescenti, un simile posizionamento contribuisce a complicare gli automatismi della contrapposizione bipolare classica e a spingere il sistema verso forme più accentuate di multipolarità regionale.

Sul versante dei rapporti con gli Stati Uniti, il Congresso non ha chiuso teoricamente la porta al dialogo. Lo stesso leader Kim Jong Un ha lasciato intendere la possibilità di un miglioramento delle relazioni con Washington qualora gli Stati Uniti abbandonino la propria politica di confronto e riconoscano la situazione attuale della RPDC. Pyongyang, dunque, non propone il negoziato come preludio alla denuclearizzazione, ma come eventuale sviluppo successivo al riconoscimento del nuovo equilibrio strategico. In altri termini, la deterrenza non è presentata come ostacolo alla diplomazia, bensì come sua precondizione. È una logica che può apparire dura, ma che contiene una chiara razionalità: solo un rapporto di forza relativamente stabilizzato può, dal punto di vista nordcoreano, creare le basi per colloqui non fondati sul ricatto. Anche qui emerge il nesso tra forza deterrente e funzione stabilizzatrice.

Allo stesso tempo, il Congresso ha irrigidito ulteriormente il linguaggio verso Seoul, definendola “l’entità più ostile”, escludendola dalla categoria dei compatrioti e affermando che la RPDC non intende più insistere su dialogo e cooperazione considerati ormai irreali. Inoltre, il rapporto congressuale sostiene che la missione preventiva della deterrenza e l’uso di altri mezzi di forza contro lo Stato ostile debbano essere pienamente realizzati sul piano teorico e tecnologico.

Ad ogni modo, la deterrenza non è mai stata presentata come progetto separato dallo sviluppo socio-economico, ma come sua protezione. Il Congresso ha insistito sul completamento sostanziale del piano quinquennale economico, sulla trasformazione simultanea della capitale e delle regioni, sul programma di rivoluzione rurale, sul potenziamento della sanità, della cultura e delle infrastrutture. La RPDC, infatti, non definisce la propria sicurezza come semplice sopravvivenza militare, bensì come condizione per difendere interessi, diritti allo sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Da qui la formula, ribadita nel rapporto, secondo cui la forza nucleare è un “dispositivo di sicurezza” che tutela non soltanto il territorio, ma il progetto statale nel suo insieme. Nella misura in cui sottrae lo sviluppo nazionale alla minaccia della coercizione esterna, la deterrenza viene concepita come elemento ordinatore, non solo bellico.

In conclusione, il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea consegna un’immagine molto precisa della RPDC contemporanea: non un attore che cerca la distensione attraverso la rinuncia alla forza, ma uno Stato che attribuisce alla forza, e in particolare alla deterrenza nucleare, la funzione di rendere possibile una pace armata, una sovranità non negoziabile e una traiettoria di sviluppo protetta. Il ruolo stabilizzatore della RPDC in Asia orientale va quindi inteso in senso strategico: Pyongyang mira a impedire la guerra di aggressione, a neutralizzare le fantasie di superiorità militare dei propri avversari e a inserirsi nel processo di multipolarizzazione regionale come polo autonomo. Resta, certo, una forte tensione tra questa funzione di equilibrio e il linguaggio sempre più duro verso Seoul, che mantiene elevato il rischio di crisi locali. Ma questo lo si deve al fatto che la RPDC si percepisce e si presenta non come variabile marginale dell’Asia orientale, bensì come uno dei suoi principali architravi strategici.

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Khamenei e Kim Il Sung, l’Eurasia prima del multipolarismo https://strategic-culture.su/news/2026/03/07/khamenei-e-kim-il-sung-leurasia-prima-del-multipolarismo/ Sat, 07 Mar 2026 09:30:49 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890983 L’Iran ha alleati che possono aiutarlo a far fronte all’aggressione occidentale?

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Oggi il cammino eurasiatico ha trovato solide fondamenta all’interno del progetto di nuovo ordine mondiale multipolare, promosso principalmente dalla Cina di Xi Jinping e dalla Russia di Vladimir Putin, una proposta di cooperazione tra le nazioni e i popoli della terra fondata sul rispetto reciproco, su uno scambievole beneficio, dentro il rispetto dei valori, delle culture e delle tradizioni, rifiutando l’aggressiva postura dell’unipolarismo atlantista, con tutto il suo carico di feroce depredazione delle altrui risorse e contestuale violenta promozione di una vuota omologazione deprivata di qualsiasi profondità umana e spirituale.

In questo senso il multipolarsimo agisce per la ricerca di un’armonia che si emancipi da una bieca materialità, recuperando una dimensione etica dell’agire collettivo planetario, come spiegato nel suo pregevole articolo[1]: “Oltre il materialismo: la Cina nei suoi principi e l’armonia del futuro condiviso” scritto dal professor Lorenzo Maria Pacini, il quale con molte ragioni afferma: “L’Occidente dovrà prima o poi riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è stato creato per competere con l’Occidente, ma per fermarne la sua corsa che rischiava di trascinare il mondo nel baratro.”

Tuttavia è esistito un tempo, la seconda metà degli anni ‘80 del XX secolo, in cui, interrotta da parte del gorbaciovismo ogni forma di solidarietà internazionale, gettando tragiche premesse per l’abbandono e la dismissione del campo socialista prossimo all’esperienza sovietica, poi anch’essa rovinosamente esauritasi, la bandiera del sostegno alle esperienze marxiste e antimperialiste planetarie è stata raccolta da sole due nazioni, la Cuba di Fidel Castro e la Corea Popolare di Kim Il Sung.

Sarebbe lungo dettagliare l’impegno di queste due nazioni nel vasto mondo del non allineamento in Africa, Asia e America Latina, valga per tutti come esempio, rispetto alla solidarietà messa in campo per questa porzione di umanità che noi oggi chiamiamo Sud Globale, l’amicizia e la concreta abnegazione cubano – coreano per il Burkina Faso del marxista Thomas Sankara, capitano coraggioso e costruttore di una luminosa lotta contro il neo – colonialismo, per l’indipendenza e per la sovranità nazionale del suo popolo e dell’Africa intera.

Fidel Castro manda addestratori per l’esercito burkinabè, consapevole, come ripetutamente affermava Thomas Sankara, di come un militare senza formazione politica sia semplicemente un criminale, Raul Castro sarà a Ouagadougou insieme a Sankara per commemorare il ventennale della caduta in battaglia dell’eroico guerrigliero Ernesto Che Guevara ai primi di ottobre del 1987, sarà l’ultimo discorso pubblico dello statista africano, la settimana successiva sarà vilmente ucciso su mandato franco – statunitense. I cubani si occupano anche di ospitare nelle università dell’Avana e delle altre città dell’isola un numero considerevole di burkinabè, avviandoli del tutto gratuitamente alla formazione medica, scientifica, ingegneristica, con la convinzione di poter e dover offrire un contributo fondamentale per la formazione delle nuove classi dirigenti di quella nazione.

La relazione tra Kim Il Sung e Thomas Sankara è ancora più forte, il capitano africano visita due volte Pyongyang e dalla Corea – Popolare ottiene libri, quaderni e materiale scolastico per tutte e tutti i bambini e i ragazzi a cui ha deciso di garantire un’istruzione gratuita dalla primaria alle secondarie, infatti dopo i discorsi di Sankara, l’autore più letto in Burkina Faso in quegli anni è Kim Il Sung, le cui opere stampate in francese in Corea Popolare, al pari degli scritti di Sankara, vengono poi trasportate con un incessante ponte aereo in Burkina Faso. Di più, i coreano – popolari si adoperano per la costruzione di svariati edifici in molte città, ma massimamente nella capitale. Opere pubbliche significative e ancora presenti, dai palazzi governativi di Ouagadougou, allo stadio cittadino, dai monumenti nelle rotonde stradali alla Maison du Peuple, grande spazio per convegni e conferenze pubbliche, memorabile un grande murale mosaicato che ancora oggi campeggia nel cuore della capitale. I coreani contribuiscono anche alla costruzione di interi nuovi quartieri popolari, chei portano il nome dell’anno rivoluzionario della loro costruzione, dal primo al terzo.

 

La Rivoluzione Islamica iraniana del 1979 porta nel pensiero politico planetario la riflessione filosofica e teologica sciita, ovvero il sentimento mistico della presenza del divino dentro il mondo, intesa come amore sapienziale, capace di unire il cuore e l’intelletto, una gnosi illuminativa che affonda le sue radici nella tradizione persiana fin dal tempo dell’ahuramazdeismo, come ha spiegato nei suoi stupendi libri dedicati alla filosofia islamica sciita il grande filosofo francese Herny Corbin, un percorso in cui il “divino” e la “sofia”, ovvero l’onnipotente Creatore e la Santa Sapienza, si incontrano in una dimensione conoscitiva più grande, più profonda e capace di aprire orizzonti prima incogniti, insperati, inimmaginabili.

Kim Il Sung, qui subentra la sua dimensione profondamente e concretamente eurasiatica, è l’uomo che porta con piena dignità dentro il campo antimperialista mondiale la Repubblica Islamica dell’Iran e la sua ideologia, nata dalla Rivoluzione, simbolo dell’irruzione dello spirituale nel politico, da sempre ostile al protervo imperialismo statunitense, così come al suo alleato regionale mediorientale sionista, ma anche inizialmente molto lontana per ragioni filosofiche e ideologiche dal campo sovietico brezneviano, anche per una dichiarata reciproca sfiducia.

L’azione di Kim Il Sung, nasce anche dalla grande capacità dello statista coreano di elaborare un pensiero filosofico – politico certamente marxista, ma declinato dentro la dimensione nazionale, patriottica, popolare e sovrana della Corea. L’Ideale del Juche si muove in un quadro ugualmente sapienziale, anche se irradiato dal sapere collettivo delle masse popolari, in cui esse stesse diventano protagoniste della costruzione del loro presente e del loro futuro. Un’ideologia indipendente e creativa, che non disdegna una dimensione mistica, si pensi al ruolo nell’immaginario collettivo coreano di Chollima, il mitico cavallo alato esempio di abnegazione, impegno e simbolo della ricostruzione dopo la riprovevole e vergognosa aggressione statunitense degli anni 1950 – 1953, la quale aveva totalmente raso al suolo la piccola Corea, gettando su quel territorio una quantità di bombe pari a quelle utilizzate da tutti i contendenti del secondo conflitto mondiale in ogni scenario di guerra.

Il marxismo jucheano propone la soluzione per i problemi correnti agendo nel solco dell’indipendenza politica, dell’autosufficienza economica, della autonoma difesa nazionale, nel quadro più vasto di un generale orientato alla pace e all’amicizia tra i popoli.

Questa dimensione filosofico – politica sapienziale ha indubbiamente contributo, oltre alle convergenze politico – economiche e geostrategiche, non solo a consolidare la collaborazione tra coreani e iraniani, suggellata nel celebre viaggio a Pyongyang di Ali Khamenei nel 1989, ma è stata un volano agli albori del nuovo secolo anche per consolidare la collaborazione e la cooperazione tra queste due nazioni con la Russia di Vladimr Putin e la Cina di Xi Jinping, impegnate non solo alla costruzione di un multipolarismo economico e politico, ma anche a una riscoperta delle dimensioni identitarie filosofiche e religiose nazionali, le quali, tanto per i russi quanto per i cinesi, non disdegnano una rinnovata riscoperta della dimensione spirituale.

Siamo chiamati a riconoscere dunque tra queste quattro nazioni non solo una convergenza geopolitica e geo – economica, ma anche geosofica.

[1]  https://strategic-culture.su/news/2026/02/12/oltre-il-materialismo-la-cina-nei-suoi-principi-e-larmonia-del-futuro-condiviso/

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Falando grosso com o Irã e fino com os EUA https://strategic-culture.su/news/2026/03/04/falando-grosso-com-o-ira-e-fino-com-os-eua/ Wed, 04 Mar 2026 15:29:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890943 Toda essa entrega política vai ser suficiente para que o imperialismo e os seus lacaios no Brasil aceitem mais quatro anos de Lula e do PT no governo.

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Em 2007, após Evo Morales nacionalizar o gás e o petróleo bolivianos, incluindo propriedades da Petrobras, Lula respondeu às pressões da direita brasileira, anticomunista e vassala do imperialismo, inimiga da integração latino-americana: “o Brasil não fala grosso com a Bolívia e fino com os Estados Unidos.”

Aquela frase resumia as pretensões nacionalistas de um segundo governo do PT, que naquele momento, já tendo passado por experiências de administração do Estado burguês, sentia-se relativamente livre das amarras dos partidos pró-imperialistas, uma vez que a chegada de Lula ao governo levou a um crescimento gigantesco do partido dentro das máquinas públicas regionais e a uma força que jamais havia alcançado no Congresso Nacional.

O PT iniciava o seu melhor momento institucional. Nas eleições gerais de 2006, por pouco Lula não vencera no primeiro turno e derrotou Alckmin com 60% dos votos no segundo turno. O PT tinha a segunda maior bancada do Congresso Nacional e a presidência da Câmara. Era o terceiro partido com o maior número de governadores (com dois a menos que o PMDB e um a menos que o PSDB). Em 2008, seria o terceiro partido com o maior número de prefeituras municipais.

Além disso, na política externa Lula era amigo de Bush e estava rodeado por governos de esquerda, inclusive alguns apoiados por intensas mobilizações populares, como o do próprio Morales, ou os de Chávez e Correa. O ciclo das commodities impulsionava a economia brasileira, que viria a crise de 2008 como uma mera “marolinha”, nas palavras de Lula.

Contudo, após a marolinha, veio a tempestade. A crise demorou mais para chegar ao Brasil graças ao bom momento no mercado internacional de matérias-primas, mas finalmente ela chegou. O imperialismo abandonou a política da boa vizinhança e passou a derrubar os governos nacionalistas da América Latina. O PT não foi exceção e, para isso, a direita golpista foi acionada, gestando a extrema-direita bolsonarista.

A crise da Covid-19, o desastre do governo Bolsonaro para a própria burguesia e a mobilização dos trabalhadores trouxeram Lula e o PT de volta ao governo em 2022. Mas o estrago já estava feito e não foi consertado: após o golpe de 2016, a natureza mesma do PT, um partido reformista e institucional, o fez se integrar totalmente ao regime político e com isso sofrer com a crise desse regime. A política do PT, de alianças e resgate dos políticos falidos, impossibilitou que ele colhesse devidamente os frutos da vitória eleitoral.

Lula voltou com as mãos mais atadas e mais apertadas do que nunca. Voltou como um refém do regime e de suas instituições apodrecidas. Nem sequer arrisca uma maior independência, como havia feito vinte anos atrás. Nem mesmo quando teve a oportunidade, diante da queda do Partido Democrata e da vitória de Trump. Pelo contrário: a sedução democrata deu lugar ao porrete trumpista e, com medo das tarifas, por um lado, e da chantagem do STF, vítima de sanções, por outro, cedeu vergonhosamente às exigências do imperialismo americano.

Lula não passou do chororô diante do genocídio praticado por Israel contra os palestinos. Rompeu com o governo sandinista da Nicarágua, seu aliado histórico. Barrou a entrada da Venezuela no BRICS, não reconheceu a vitória eleitoral de Maduro e se calou perante os bombardeios e o sequestro do líder venezuelano, e nada faz para ajudar a Cuba ainda mais asfixiada por Trump – antes tachado de fascista, extremista, misógino, homofóbico, xenófobo, mentiroso, lunático e por aí vai. Como num conto de fadas, Lula se encantou com o monstro: “foi amor à primeira vista.”

A nota oficial do governo brasileiro quando da agressão imperialista ao país vizinho nem sequer mencionou os Estados Unidos e Trump como responsáveis pela ação e chamou o sequestro de Maduro de “captura” – como se ele fosse um criminoso.

A mesma covardia da diplomacia brasileira se repete com a guerra desencadeada pelo imperialismo e o sionismo contra o Irã. Em nota inicial, o Itamaraty afirmou: “o governo brasileiro condena e expressa grave preocupação com os ataques realizados hoje (28/02) por Estados Unidos e Israel contra alvos no Irã.” Porém, em nota seguinte, condenou a retaliação iraniana aos alvos legítimos dos Estados Unidos dentro dos países artificiais governados por monarquias satélites chamados de “Estados do Golfo”. A nota ainda afirmou que o governo brasileiro “se solidariza” com os países “objetos de ataques retaliatórios do Irã” – uma nota muito mais crítica ao Irã do que a anterior foi a Estados Unidos e Israel, não mencionando esses dois países, que iniciaram a guerra, e se solidarizando com os atingidos pelo Irã, enquanto na primeira nota não expressa nenhuma palavra de solidariedade a Teerã.

É a inversão da política “ativa e altiva” pregada tradicionalmente por Lula e o PT. Com medo de perder seus assentos governamentais, ministeriais e parlamentares, o PT está falando grosso com os países pobres, indefesos e agredidos e fino com os que os oprimem.

Para piorar, Lula tem um encontro marcado com Trump para o meio do mês, na Casa Branca. Pode ser que a guerra contra o Irã escale ainda mais e o governo dos Estados Unidos suspenda o encontro. Mas já se diz que, se isso não ocorrer, Lula irá a Washington se reunir com Trump para cultivar as relações com a nação imperialista.

Resta saber se toda essa entrega política vai ser suficiente para que o imperialismo e os seus lacaios no Brasil aceitem mais quatro anos de Lula e do PT no governo – o centro dos esforços da direção petista, em seu vício eleitoreiro e carguista, em sua paixão pelos privilégios garantidos a quem integra a máquina pública, máquina de enganar e explorar o público.

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La Germania sta diventando una distopia pericolosa per il resto d’Europa https://strategic-culture.su/news/2026/03/03/la-germania-sta-diventando-una-distopia-pericolosa-per-il-resto-deuropa/ Tue, 03 Mar 2026 14:30:11 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890908 Il governo tedesco del già funzionario di BlackRock Friedrich Merz sta indirizzando quella nazione verso orizzonti prima immaginabili e sempre più preoccupanti, tanto a livello sociale, quanto in campo internazionale.

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La Germania bonaria e amichevole di Angela Merkel, a quei tempi motore economico e politico dell’Unione Europea, non esiste più.

Il governo tedesco del già funzionario di BlackRock Friedrich Merz sta indirizzando quella nazione verso orizzonti prima immaginabili e sempre più preoccupanti, tanto a livello sociale, quanto in campo internazionale.

L’esercito tedesco ad esempio, che sta per rilanciare la leva obbligatoria a partire dall’estate del 2027, ha firmato commesse per l’acquisto di cannoni dalle fabbriche automobilistiche decise o costrette a passare dalle quattro ruote ai cingolati militari e ha firmato un accordo di cooperazione con l’esercito israeliano, per migliorare, dicono, l’addestramento delle truppe, in verità per impiantare anche sul suolo tedesco sistemi di controllo spionistico di ogni opposizione.

La Volkswagen intanto viene obbligata alla produzione di carri armati, pena sessanta miliardi di euro di tagli per un contenimento dei costi di un quinto del totale entro il 2028, in sostanza armi o licenziamenti e chiusure di stabilimenti, anche perché l’alternativa ai licenziamenti, ovvero il pre – pensionamento di almeno quarantamila operai e impiegati, viene bloccata dalle politiche di contenimento della spesa pensionistica del governo.

Il 38° congresso tenuto a fine febbraio 2026 a Stoccarda dai militanti e dai dirigenti della CDU ha deciso di colpire i lavoratori in malattia, di peggiorare le condizioni contrattuali dei precari e di quanti sono a tempo ridotto, nonché lo smantellamento generalizzato di molte prestazioni del sistema di tutela sociale delle classi meno abbienti e dei disoccupati.

I cristiano – democratici vogliono altresì reintrodurre la settimana obbligatoria di 48 ore di lavoro per aumentare la produttività, ovviamente senza aumenti di salario. Sarà da capire se intendano proporre di tornare al sabato lavorativo, oppure prevedano dieci ore di lavoro per quattro giorni la settimana e otto ore il venerdì.

Il cancelliere Friedrich Merz, tuttavia pensa in grande, mentre promuove leggi che istituiscono l’obbligatorietà del sostegno all’Ucraina e a Israele e contestualmente criminalizzano ogni forma di amicizia e di solidarietà con la Russia e la Palestina, ritiene anche necessario ridurre le pensioni e ancor peggio obbligare donne e uomini a lavorare fino a settant’anni, limitare ulteriormente le indennità di malattia, ridimensionare le prestazioni sanitarie e ospedaliere e aumentarne i costi.

A chi lo critica, risponde, come dalla tribuna congressuale di Stoccarda, che le riforme siano a suo avviso assolutamente necessarie, di più, obbligatorie e urgentissime, bollando i dissenzienti come incompetenti e affetti da “pigrizia intellettuale”, come se la distruzione dello stato sociale, il generale impoverimento, la scelta di un militarismo feroce e unidirezionale, succube della NATO e delle sue politiche antirusse e anticinesi fosse la sola strada possibile per il futuro della Germania.

In parlamento i cristiano – democratici sono al governo insieme ai socialdemocratici della SPD, i quali hanno bofonchiato, di fronte a questi molteplici e assurdi progetti ultraliberisti e guerrafondai, con la timidezza che li contraddistingue, sostenendo che in effetti occorre prendere in esame la sostenibilità finanziaria dell’attuale stato sociale, così come siano meritevoli di un’approfondita discussione molte delle proposte avanzate con baldanzosa spocchia da Merz. In più i socialdemocratici sono totalmente conniventi e subalterni alle scelte di politica internazionale, insieme agli ancor più irresponsabili Verdi, infatti hanno dichiarato che accetteranno, se non si troveranno abbastanza volontari per la Bundeswehr, ovvero l’esercito, il ritorno al servizio militare obbligatorio per fronteggiare quello che anche loro ripetono essere il “pericolo russo”, ovviamente totalmente falso e inventato.

Il ministro della Difesa, il socialdemocratico Boris Pistorius, ha inoltre reclutato istruttori ucraini  per l’esercito al fine di spiegare alle giovani reclute “come ammazzare i russi”, abominevole frase, ma realmente pronunciata, detta sussiegosamente per intendere che dovendosi i tedeschi preparare, a suo avviso, per la guerra contro la Russia, valga la pena imparare da chi abbia esperienza, poco importa che si tratti di una sommatoria di sconfitte.

Appena i socialdemocratici hanno poi provato a correggere le proposte ultraliberiste, chiedendo almeno tutele per i disabili, i malati cronici e gli anziani con lunghe degenze, nonché congedi parentali adeguati e più lunghi per la tutela dei bambini, i cristiano – democratici hanno risposto negativamente, pretendendo piuttosto tasse più basse per i benestanti e ancora più sgravi fiscali per le imprese.

Rainer Dulger, presidente della BDA, la Confederazione delle Associazioni dei Datori di Lavoro, ovvero la Confindustria tedesca, saluta con entusiasmo le proposte governative, non una parola da parte degli industriali rispetto al prezzo dell’energia, clamorosamente aumentato dopo il passaggio dal gas russo a quello statunitense, sull’impossibilità di sostenere con le sole esportazioni l’economia, vista anche la chiusura autoimposta del mercato russo, sulla mancanza di innovazione scientifica e tecnologica delle aziende e la necessità di rilanciare i consumi interni. Sembra insomma si siano convinti che la via verso la ripresa economica passi soltanto attraverso le armi.

D’altronde la fiera militare di Norimberga di febbraio 2026, un decennio fa di ridottissime dimensioni con solo sessanta espositori, ha attratto quest’anno un numero crescente di aziende del settore militare, oltre mille quattrocento provenienti da cinquantaquattro nazioni e oltre ventimila visitatori, inaugurata con entusiasmo dal generale di Brigata Volker Pötzsch delle Forze Armate Tedesche, gongolante nella citazione meno evangelica possibile, seppur tratta dal Vangelo di Matteo: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”, ovviamente aggiornata alle più moderne e tecnologiche armi da fuoco, compresi i droni, pubblicizzati senza vergogna da un’azienda israeliana presente, la Elbit Systems, mostrando come siano in grado di tracciare e uccidere persone, portando a testimonianza di tale presunta abilità video reali del massacro di Gaza, facendo scattare lo sciopero delle maestranze addette alla sicurezza in larga parte di origini turche e arabe. Qualche militare presente si è anche prodigato in sperticate fantasie, sostenendo che i tedeschi si debbano preparare all’eventualità – in verità inesistente – che l’Armata Rossa torni presto alle porte di Berlino.

Insomma, una preoccupante Germania che persegue spietatamente il riarmo, sta nuovamente ammassando le truppe sul confine orientale, sta rapidamente perseguendo un progetto di militarizzazione della società.

A conferma di tutto questo si aggiunge il documentario presentato al Festival del cinema di Berlino, la celebre Berlinale, svoltosi nel febbraio 2026, girato presso l’area di addestramento al combattimento urbano e ravvicinato di Schnöggersburg della Bundeswehr a Windberge nella Sassonia-Anhalt, dotata di oltre cinquecento edifici e addirittura tre stazioni sotterranee della metropolitana perfettamente ricostruite. La regista Marie Wilke, oltre alle immagini delle esercitazioni, dedica molto spazio per i sermoni dei comandanti alla truppa rispetto alla bellezza e all’importanza di far parte di un esercito di una nazione democratica, lo sguardo dei soldati astanti pare tuttavia poco convinto. La pellicola non ha mancato di sollevare veementi polemiche, perché i graduati sullo schermo cercano di normalizzare con linguaggio militare la presunta giustezza dell’uccisione di altri esseri umani e la necessità del combattimento, mostrando, ve ne fosse stato ancora bisogno, che la guerra risulti apprezzata da chi non la conosce e non l’ha mai vissuta. In Germania forse si preparano alla guerra, anche perché sulle rive del Reno nessuno più ricorda che cosa sia e come drammaticamente si svolga nella realtà.

Germania dunque motore ed esempio dell’Europa, come per altro i partecipanti al congresso CDU di Stoccarda hanno rivendicato sotto tutti i punti di vista: economico, politico, militare? Speriamo proprio di no! I sempre meno simpatici tedeschi giocano sulle debolezze francesi, dotati di bomba atomica ma con un’economia debolissima, sui limiti polacchi, forti solo regionalmente e nell’alleanza con gli scandinavo – baltici, sulla lontananza britannica, rientrati a maggio 2025 in Europa con una serie di accordi bilaterali con Bruxelles, ma non formalmente.

I tedeschi sperano insomma di imporre, sotto la guida del governo consociativo democristiano – socialdemocratico presieduto dall’affarista Friedrich Merz, una baldanzosa e prepotente volontà egemonica destinata a tutto il continente, nel momento stesso in cui propongono ai loro concittadini un ritorno all’Ottocento, fatto di sfruttamento lavorativo, sciovinismo, militarismo.

Un distopia di cui volentieri faremmo a meno in Europa, anche in ragione dei preoccupanti precedenti del passato.

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Non ci serve Sanremo https://strategic-culture.su/news/2026/03/01/non-ci-serve-sanremo/ Sun, 01 Mar 2026 14:30:04 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890871 La verità è che Sanremo non ci serve proprio a niente, se non che a rinnovare con cadenza annuale il voto di obbedienza ad un sistema di controllo sociale che fa della mediocrità e dell’osceno il suo rito di consacrazione per l’intera nazione

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Quando pronunciamo il nome Sanremo, non evochiamo soltanto una località della Riviera ligure. Ormai quel toponimo è diventato altro: è la scorciatoia linguistica con cui indichiamo il Festival di Sanremo, rito mediatico collettivo che ogni anno monopolizza l’attenzione nazionale. Il nome della città ha divorato il suo significato originario: non più solo luogo geografico, ma marchio, simbolo, evento. La parte si è trasformata nel tutto; il contenitore ha preso il posto del contenuto.

Ed è proprio questa trasformazione a suscitare perplessità. Chi apprezza la città reale — i suoi scorci, la sua storia, la sua dimensione quotidiana — può provare disagio nel vederla ridotta a sfondo di una gigantesca macchina televisiva. Per una settimana il Teatro Ariston, normalmente sala di provincia con programmazione ordinaria, diventa il centro simbolico del Paese. Non si tratta soltanto di musica: è un palcoscenico su cui l’Italia mette in mostra se stessa, con le sue mode, le sue ossessioni, le sue liturgie ideologiche.

Le canzoni finiscono spesso in secondo piano. Intorno proliferano talk show, conferenze stampa, polemiche, dichiarazioni politiche, interventi a effetto. Il festival si trasforma in un grande contenitore di opinioni e posture morali. L’importante non è tanto la qualità artistica quanto la presenza scenica, la visibilità, la partecipazione al rito. Essere lì — sul palco o nei commenti — vale più che vincere.

A orchestrare il tutto c’è RAI, che concentra risorse e attenzione mediatica in un’operazione capace di garantire ascolti imponenti e ricavi pubblicitari. Per quei giorni la concorrenza sembra dissolversi: le altre reti parlano comunque del festival, contribuendo ad amplificarne l’eco. Sfuggirvi diventa quasi impossibile, a meno di rinunciare a televisione, radio, giornali e conversazioni sociali. Sanremo si impone come argomento unico, calamita totale dell’interesse collettivo.

A pochi passi dall’Ariston, la statua di Mike Bongiorno ricorda un’epoca diversa, quando la manifestazione appariva più lineare: un presentatore, una cartellina, le canzoni al centro e quell’“Allegria!” che è rimasto nella memoria televisiva italiana. Colpisce che la città celebri con tanta evidenza un volto dello spettacolo mentre figure come Italo Calvino o Giovanni Domenico Cassini, pure legate a Sanremo, ricevano un’attenzione incomparabilmente minore. È il segno di una gerarchia culturale in cui la ribalta televisiva pesa più della letteratura o della scienza.

Nel frattempo, già nei giorni precedenti l’evento, la città cambia fisionomia: controlli rafforzati, palchi collaterali, spazi occupati, attività penalizzate dalla logistica stravolta. I residenti si adattano; qualcuno ne paga il prezzo in termini di disagi e lavoro rallentato. Ma la macchina procede spedita, perché i numeri la premiano: share elevati, sponsor soddisfatti, centralità culturale riaffermata.

Il punto, allora, non è soltanto musicale. Il festival funziona come specchio e insieme come megafono: riflette un certo modo di intendere la società e al tempo stesso lo consolida. Piaccia o no, diventa una celebrazione collettiva in cui il Paese si riconosce e si rassicura.

Resta sempre la possibilità di sottrarsi: spegnere lo schermo, aprire un libro, scegliere un teatro o una cena tranquilla mentre l’attenzione generale è altrove. Le canzoni, se valide, sopravvivranno comunque oltre la settimana di clamore. Tutto il resto — polemiche, slogan, dichiarazioni — svanirà con la stessa rapidità con cui è esploso.

Eppure, ogni anno, la formula si ripete immutata: Sanremo non è più soltanto una città, ma un evento totale, un’abitudine nazionale, un marchio che finisce per oscurare il luogo da cui prende il nome.

E la verità è che Sanremo non ci serve proprio a niente, se non che a rinnovare con cadenza annuale il voto di obbedienza ad un sistema di controllo sociale che fa della mediocrità e dell’osceno il suo rito di consacrazione per l’intera nazione. Spetta a noi decidere se vogliamo continuare ad essere le vittime di questo rito.

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America ed Europa si allontanano: sempre più in rotta di collisione i piani dell’amministrazione Trump nei confronti del vecchio continente https://strategic-culture.su/news/2026/03/01/america-ed-europa-si-allontanano-sempre-piu-in-rotta-di-collisione-i-piani-dellamministrazione-trump-nei-confronti-del-vecchio-continente/ Sun, 01 Mar 2026 09:30:31 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890869 Non sembra cambiare direzione la filosofia del governo statunitense alla cui guida un energico Donald Trump non risparmia azioni ed iniziative tanto nei confronti degli stati rivali quanto nei confronti degli stessi alleati i quali finiscono per subire egualmente gli umori del presidente americano.

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La novità più recente riguarderebbe la sentenza della corte suprema americana in merito ai dazi nei confronti dell’Europa: secondo la massima autorità giuridica statunitense, nemmeno il capo di stato disponeva della facoltà giuridica di imporre tali sanzioni. In pratica il presidente Donald Trump avrebbe abusato delle sue prerogative per creare un inedito e personale sistema di pressione economica su altri paesi (per di più alleati), suscitando l’opposizione di un organo giudiziario che in passato gli aveva dato ragione in diverse altre dispute. L’azione della corte suprema è di per sè stessa il sintomo di una lacerazione profonda, interna al sistema americano medesimo che ne denota la contraddizione di fondo: da un lato un leader fermamente isolazionista (“nazionalista bianco” per molti), mosso da un veteroconservatorismo che sul piano della politica estera mette seriamente in dubbio il ruolo del paese come concepito sin dal termine del secondo conflitto mondiale, mentre dall’altra vi è l’estabilishment stesso – quello profondo che prescinde i leader eletti – formatosi nel corso delle generazioni dal 1945 in avanti, che comunemente viene definito “Deep state”. Quest’ultimo, un misterioso (e temibile) plesso di poteri nascosti, connessioni, eminenze grigie senza precisa definizione che porta avanti una propria agenda di interessi interni ed esteri, va invece nella direzione del tutto opposta a quella decisa da Trump, favorisce la preservazione dello status quo instauratosi de decadi, determinando così l’emergere della prima “guerra civile” in seno alla politica ed alla cultura a stelle e strisce da oltre un secolo a questa parte. In parole più semplici si ha un leader eletto che va contro tutto quello che è stato costruito e detto in oltre mezzo secolo di amministrazioni precedenti alla sua e pertanto alle strutture globali che hanno generato: questo fa di D. Trump un rivoluzionario, a modo suo, ma certo non senza creare il conflitto più complicato che la storia politica americana abbia visto da generazioni. La sentenza della corte suprema ha annullato il valore – l’architettura giuridica – dei provvedimenti economici pianificati dall’amministrazione attualmente al comando negli ultimi mesi: la cosa, se da un lato denota una scollatura vistosa tra l’autorità presidenziale e le istituzioni americane, dall’altro non salva il rapporto euro-atlantico, ma al contrario rischia paradossalmente di peggiorare il trend in corso. Questo perchè di fronte alla mossa della corte suprema, il governo americano si trova nella posizione di dover rinegoziare tutto dal principio: gli accordi tariffari, bene o male raggiunti sinora, vengono in pratica annullati e non tanto per la resistenza europea (spesso effimera), quanto dagli Stati Uniti stessi che si “autolimitano” in divergenza dello stesso potere politico eletto, in virtù di un principio democratico che vorrebbe una una soglia massima ai poteri del presidente (le motivazioni dei giudici della corte citano per l’appunto il limite dei poteri presidenziali che l’attuale inquilino della Casa bianca avrebbe oggettivamente varcato nel ricorrere all’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) per comminare tariffe alle merci in entrata negli Usa). Una vittoria del diritto che fa gioire il mondo politico democratico in altre parole, ma che non tiene conto di un fatto basilare: il disfacimento dell’accordo bene o male raggiunto, obbliga ora l’amministrazione in carica a riformularlo daccapo e questo non necessariamente a vantaggio dell’Europa la quale – al contrario – potrebbe trovarsi nell’immediato futuro di fronte ad accordi ancora più svantaggiosi di quanto non fosse il piano di dazi appena annullato.

Non occorre nemmeno dirlo, la comunità europea dà l’impressione di essere il mero spettatore di una lotta che si sviluppa al di sopra della propria testa: completamente impotente Bruxelles nel prendere posizione ferma contro Washington, altro non può fare che assistere a come i giochi di potere e contrapposizioni interne al sistema statunitense plasmino il proprio destino economico, senza poter influire direttamente ed in modo determinante. In termini più chiari, l’Europa si ritrova dapprima di fronte al sistema di dazi al 15% – su tutti i suoi prodotti – pensato dall’amministrazione Trump (già firmato da Ursula von der Leyen il 27 luglio scorso in Scozia) e adesso la cancellazione di quel medesimo piano, nemmeno per effetto di una propria resistenza alla Casa bianca: Bruxelles subisce semplicemente le iniziative di oltreoceano, quali che esse siano, per un verso o per l’altro, a sfavore o a “favore” che pretendano di essere. Imbarazzante per la casa comune europea il ruolo di corpo inerte, soggetto agli sbalzi di umore e a giochi di potere che si svolgono al di là dell’Atlantico, cosa oramai agli occhi dell’opinione pubblica da molti mesi.

Va notato – per andare al punto – come la contesa democratica d’oltreoceano tra il presidente eletto e i poteri che vorrebbero riportarlo all’ordine limitandone l’azione, non si traduce nemmeno in modo positivo per l’Europa:  Donald Trump, vistosi ostcolato dalla sentenza della corte suprema, ha infatti emesso immediatamente un nuovo ordine esecutivo basato su una norma mai usata prima, ovvero la Sezione 122 del Trade Act del 1974, la quale permette al presidente di imporre surcharges (sovraccosti) su altri Paesi per cinque mesi in caso di “crisi nella bilancia dei pagamenti”. In pratica uno stratagemma del presidente finalizzato ad andare avanti nella sua linea, in attesa di trovare un altro appiglio legale entro i prossimi mesi: per la precisione ha fissato tali sovraccosti contro l’Europa (ed altri) al 10%, ai quali tuttavia vanno ad aggiungersi i dazi che preesistevano fino alla primavera scorsa. Questo significherebbe, per l’Europa, tariffe attorno al 15% se non fosse che nei giorni scorsi la Casa bianca ha comunicato che aumenterà ulteriormente i “sovraccosti” al punto che i dazi totali contro l’Europa saliranno attorno al 20%: in sostanza l’inasprimento contro l’Europa dei termini già sfavorevoli dell’accordo commerciale di luglio.

Al di là di come si risolverà la faccenda – cosa ardua da prevedere con precisione al momento attuale – un altro interrogativo, di portata molto più grande, si profila all’orizzonte vale a dire un ulteriore inasprimento o complicazione nei sempre più tormentati rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Il mandato di Trump durerà sino alla fine del 2028 quando si terranno nuove elezioni e non è certo se riuscirà ad estenderlo una seconda volta o meno: in questo lasso di tempo che rimane (o ancora di più se riuscisse a rimanere in carica sino al 2032) quanto peseranno le sue iniziative nei rapporti che intercorrono tra Stati Uniti e la casa comune europea ? Quanto influiranno questi anni che rimangono su una connessione che sembra sempre più messa alla prova dalle grandi sfide del secolo in corso poste dalla multipolarità in avanzata ? Anche se considerata parentesi temporanea, potrebbe comunque lasciare segni, conseguenze di lungo termine: forse che proprio un’amministrazione “alternativa”, imprevedibile ed irruenta (a suo modo rivoluzionaria rispetto alle norme stabilite) come quella di Donald Trump e del suo entourage funga da scossa che risvegli il vecchio continente da un torpore che dura da ormai 8 decadi a questa parte ? Interrogativi cui è difficile dare risposta naturalmente.

Il nodo di fondo si trova nella contraddizione diretta di cosa si domanda all’Europa politica al momento attuale: da un lato le amministrazioni statunitensi negli ultimi 20 anni hanno domandato a Bruxelles di allinearsi all’interesse americano, affrancandosi da potenze rivali (la politica di riduzione della dipendenza energetica da Mosca, pretesa a gran voce da Washington), tuttavia dall’altro – l’attuale amministrazione Trump – domanda ora che l’Europa si affranchi ulteriormente, anche dall’america stessa, imparando a camminare sulle proprie gambe, indipendente tanto dall’asse Cina Russia quanto dagli Stati Uniti stessi pertanto. La posizione dell’odierno leader statunitense è problematica per l’Europa stessa nel senso che proietterebbe il vecchio continente al di fuori del binario seguito costantemente sin dal 1945 (ossia di una sostanziale e stretta dipendenza dalla potenza americana cui è profondamente abituato), e ponendolo su un altro percorso – quello dell’indipendenza – che tuttavia nemmeno conoscono nel senso che non l’hanno mai sperimentato: la realtà è che il continente europeo ha trovato la pacificazione e l’unità sovranazionale nelle generazioni successive al termine del conflitto mondiale esclusivamente sotto la supervisione di un potere superiore (quello di Washington), cosa che infatti non era mai accaduta nei secoli precedenti caratterizzati dalla presenza di potenze contrapposte in costante stato di lotta. La casa comune europea come la si conosce oggi è – pur con tutte le più sincere intenzioni – un risultato delle circostanze storiche che l’hanno generata a partire dall’ultimo conflitto mondiale: in altre parole l’Europa politica nasce nell’ultimo secolo non tanto da una sua vittoria, ma da una sua sconfitta storica (collettiva), dalla venuta meno della volontà di potenza dei suoi vari componenti (Germania, Francia, etc.), quindi dei suoi imperi coloniali, il tutto compensato dall’aiuto e dal controllo proveniente dal nuovo astro a stelle e strisce. Cessato quest’ultimo, attuatasi una metamorfosi significativa come quello voluta da Trump, esisterà ancora l’Europa come la si conosce, quindi ? Si assisterà ad un progressivo disfacimento istituzionale ed organizzativo, oppure alla nascita di una vera struttura indipendente, ma che a quel punto assumerà vita propria diventando polo a sè stante indipendente da oltreoceano e pertanto potenza a sè stante nel nuovo gioco multipolare che si prospetta ?  Uno dei maggiori interrogativi del XXI secolo che è già passato al suo secondo quarto.

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Europe’s delusions of power https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/europes-delusions-of-power-2/ Sat, 28 Feb 2026 15:47:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890854 By Ted GALEN CARPENTER

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The U.S. should break from the old continent, not bully it.

Washington’s European allies are increasingly angry at President Donald Trump and his administration. The latest irritant was Trump’s initial insistence on “purchasing” Greenland from Denmark, with the president making it clear that Copenhagen must relinquish the island to the United States. Denmark and other European governments reacted harshly to such a brazen act of old-style imperialism. Several European members of NATO even planned joint military exercises in the vicinity of Greenland to emphasize their annoyance, and some officials warned that Washington’s bullying behavior could cost the United States its bases in Europe.

But Greenland was hardly the first issue that has caused the transatlantic security and economic relationship to reach an unprecedented level of disenchantment. A pronounced chill already was apparent during Trump’s first term. The new president’s demands that NATO’s European members spend more on defense and stop free riding on Washington’s security efforts were not well received in allied capitals, although many of them eventually did comply.

Early in the president’s second term, he and his administration soon alienated their NATO partners on an array of other issues. Bitter trade and tariff disputes erupted between the United States and several governments. Vice President J.D. Vance also delivered a caustic lecture to European delegates at the annual Munich Security Conference in February 2025 about their countries’ increasingly numerous, hypocritical violations of their professed democratic values.

The administration’s ambivalence about NATO’s provocative support for Ukraine’s war against Russia drew shrill condemnation on the other side of the Atlantic. However, the differences on policy toward Russia also underscored Europe’s continuing dependence on the United States for the continent’s security. That realization stoked proposals from the president of the European Commission, Ursula von der Leyen, and other prominent officials to create a strong, independent European military. In May 2025, the European Union (EU) adopted a plan to spend $170 billion on developing a greater defense capability.

Two motives for a more robust, independent military stance were evident. One was the (exaggerated) fear of an expansionist threat by Russia. That concern has become even more intense and far-fetched as the various feuds between the United States and its allies deepen over Greenland’s status and other matters. Indeed, NATO Secretary General Mark Rutte stressed in January 2026 that neutralizing the Russian threat to Ukraine must remain Europe’s top priority, even overshadowing the Greenland issue. Leading European powers are sometimes taking highly risky actions against Moscow. This month, French warships boarded and seized a Russian oil tanker in the Mediterranean, despite the danger of a direct clash on the high seas between a NATO member and Russia.

The other prominent motive was a concern that European and U.S. interests and objectives were no longer sufficiently compatible. Trump’s initial threat to acquire Greenland from Denmark produced a new surge of loud, angry complaints from Washington’s NATO allies. European leaders have drawn a very firm line against the Trump administration’s policy. There are now unmistakable indications that the European members of NATO are preparing to create their own standing army in reaction to Washington’s abrasive conduct. Declarations of Europe’s independence from U.S. domination have become increasingly frequent and pointed among the continent’s political elite.

Many Americans might be tempted to cheer on such signs of a more serious European commitment to military matters, despite the underlying risk to NATO unity and Washington’s domination of the alliance. Professor Rajan Menon, a longtime critic of NATO, asserts that the end of the alliance would, on balance, not be a bad development. To American realists, the decades of European security free riding have been especially annoying.

However, there are several worrisome problems with the current manifestations of an “independent” Europe.

First, such schemes may turn out to be little more than hollow rhetoric. Building a truly robust, cutting-edge European military would be very challenging and time-consuming. It would also entail an unprecedented degree of multilateral cooperation and coordination among proud civilian and military players who are used to dominating the debates and policy options in their respective countries. Perhaps most important, a comprehensive military buildup would be extremely expensive. The EU’s $170 billion pledge in 2025 would be merely a modest down payment.

Second, taxpayers in European countries have become accustomed to having their defense burden heavily subsidized by the United States—that is to say, by American taxpayers. It is likely that the political reaction in Europe will not be favorable or quiescent if the full bill now becomes visible—and due.

Third, there would appear to be only two ways to manage that problem. One would be to scale back the extremely generous welfare states that the longstanding U.S. security subsidy made possible. Cutting the welfare states would be extremely unpopular and, therefore, politically toxic. The other option would be to massively increase government borrowing—a step that would be economically damaging, perhaps even ruinous, in the long run. There is little evidence that eager advocates of a stronger, independent Europe as a major geopolitical player in the global arena have thought seriously about such problems.

Indeed, critics who contend that Europe already is finished as a serious global strategic and economic player make a credible case. The amorphous collection of sovereign nations has no coherent mechanism for making key policy decisions. That point became apparent when the leading European governments were caught flatfooted in mid-January as Trump rhetorically reversed his stance regarding Greenland, now indicating that he would not use force against the island and canceling tariffs that he had threatened to impose on several countries for daring to oppose his acquisition plan. Washington’s new stance caused the immediate transatlantic crisis to recede, although European resentment persisted.

A fiasco in December 2025 over the EU’s attempt to use frozen Russian financial assets to help fund Ukraine’s war effort should reinforce concerns about policy incoherence. When EU leaders could not gain the required unanimous consent of member states to execute the scheme, they had to scramble to approve a substitute $105 billion “loan” so that they could send promised funds to Kiev. Even that move barely salvaged the embarrassed bloc’s credibility.

Worst of all, too many European political leaders seem to want to have it both ways. On the one hand, they seek to have a Europe that is free to pursue its own economic and security objectives even when those goals directly conflict with U.S. policies and national interests. On the other hand, they want a Europe that enjoys a continuing transatlantic security arrangement relying on Washington for protection if a serious security threat to Europe arises. Influential European policymakers almost never propose dissolving NATO or even rescinding the commitment in Article 5 of the North Atlantic Treaty to regard an attack on one member as an attack on all. The provision theoretically obligates the United States to help any besieged NATO ally repel an aggressor.

That obligation would continue on behalf of a more independent Europe, even if some allies adopt policies that explicitly defy Washington’s objectives. Indeed, it would continue even if certain countries forge close ties with the People’s Republic of China or some other geopolitical adversary of the United States.

U.S. leaders and the American people should disabuse European leaders and their publics of that convenient, self-serving notion. If the European Union or some other “Europeans only” organization decides to play a more active, independent role in regional or global affairs, it has every right to do so. However, the United States would be foolish to continue incurring both the risks and costs of defending an independent, much less an uncooperative, European bloc.

The American people need a genuine America First policy. Washington can make the necessary policy changes without behaving as a boorish, international bully. Trump’s approach has been thoroughly counterproductive and needlessly abrasive. Nevertheless, it is time to orchestrate a transatlantic strategic divorce handled in a more mature, amicable fashion.

Original article:  www.theamericanconservative.com

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L’abito non fa il Monaco. Rubio ha parlato in modo più elegante agli alleati, ma ha detto le stesse cose di Trump https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/labito-non-fa-il-monaco-rubio-ha-parlato-in-modo-piu-elegante-agli-alleati-ma-ha-detto-le-stesse-cose-di-trump/ Sat, 28 Feb 2026 10:31:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890843 Giacomo BONDI

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Il segretario di Stato ha evitato gli attacchi frontali che il vicepresidente Vance aveva adottato l’anno scorso. L’ultimatum all’Europa rimane però: adottare i valori trumpiani o perdere la protezione Americana

Quando Marco Rubio ha detto che Stati Uniti ed Europa «appartengono insieme», la platea della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco si è alzata in piedi ad applaudire. Un anno dopo il durissimo discorso di JD Vance, che aveva accusato il continente di sopprimere la libertà di parola e di essere in declino civilizzazionale, quella standing ovation suonava come un sospiro di sollievo collettivo. Finalmente un esponente dell’amministrazione Trump che non trattava gli alleati europei come vassalli indisciplinati. Finalmente qualcuno che parlava di «destino comune» e riconosceva i legami storici tra le due sponde dell’Atlantico.

Peccato che il sollievo sia durato poco. Perché dietro la facciata cordiale, il messaggio del segretario di Stato non si discostava di una virgola dalla linea trumpiana adottata dal vicepresidente un anno fa: l’Europa deve cambiare radicalmente, non solo aumentando la spesa militare ma abbracciando una visione del mondo che molti leader del continente considerano incompatibile con i valori dell’Unione. Il segretario di Stato ha evocato ripetutamente la «civiltà occidentale», il patrimonio cristiano condiviso, la necessità di chiudere le frontiere e abbandonare le politiche climatiche. Ha parlato di una «setta del clima» e invitato l’Europa a non temere la tecnologia, riferendosi alle normative europee che cercano di porre limiti alle big tech americane.

Il premier finlandese Alexander Stubb, considerato uno dei leader europei con i migliori rapporti personali con Donald Trump, ha tagliato corto: «Maga significa negare l’Unione europea, significa negare l’ordine mondiale liberale, significa negare il cambiamento climatico. Questa è la corrente ideologica che guida la politica estera americana». E ha aggiunto che l’Europa non abbraccerà questi ideali. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva detto la stessa cosa il giorno prima: le guerre culturali Maga non sono battaglie che l’Europa deve combattere. La sponda è arrivata da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che ha detto di non convivere le critiche ai Maga.

Rubio ha fatto finta di niente. Anzi, ha raddoppiato. Il suo discorso era costruito proprio per dire agli alleati europei che il loro approccio liberale, multilaterale, basato sulle istituzioni internazionali è sbagliato. Che il mondo è cambiato e ora conta solo la forza delle nazioni, non le regole condivise. Che l’America non ha «alcun interesse a essere educata custode del declino gestito dell’Occidente». La parola «civilizzazione» è stata pronunciata una dozzina di volte, come se bastasse evocare un passato comune per nascondere le fratture del presente. Zero menzioni nel discorso per Cina e Russia; quattro per patrimonio, tre per cristianità, cultura, libertà e confini.

Dietro le quinte, i funzionari americani erano ancora più espliciti. Elbridge Colby, responsabile della politica del Pentagono, ha detto a porte chiuse che Stati Uniti ed Europa condividono interessi ma non valori. «Siamo passati da un mondo basato sui valori a un mondo basato sugli interessi», ha spiegato a un evento parallelo. Il messaggio era chiaro: collaboreremo dove ci conviene, ma non aspettatevi che difendiamo i vostri principi democratici o la vostra visione di ordine internazionale.

Gli europei presenti a Monaco hanno colto perfettamente il senso dell’operazione. «Il messaggio di fondo era lo stesso: non vogliamo alleati deboli, non difendiamo il vecchio ordine», ha detto un ex funzionario europeo. «Se i minimi comuni denominatori che gli americani riescono a trovare sono la nostra storia comune che risale a Colombo, ristretti interessi di sicurezza nazionale e una civiltà condivisa, questo da solo mostra quanto Europa e Stati Uniti si stiano allontanando».

La viceministra della Difesa francese Alice Rufo è stata ancora più diretta: «Sono preoccupata per il negazionismo. Dobbiamo leggere i documenti dell’amministrazione americana. Sono molto chiari!. Si riferiva alla strategia di sicurezza nazionale pubblicata alla fine dello scorso anno, che riprende le accuse di Vance sul declino civilizzazionale europeo. Quelle accuse che avevano fatto infuriare tutti un anno fa sono oggi dottrina ufficiale di Washington. Rubio non ha dovuto ripeterle, sono già scritte nei documenti. Gli è bastato parlare in modo più gentile.

Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha colto un altro aspetto preoccupante: l’Ucraina è stata quasi ignorata. Nel discorso principale Rubio l’ha menzionata di sfuggita, e ha saltato un incontro con gli alleati europei sul tema venerdì sera, citando impegni di calendario. Per l’Europa la guerra in Ucraina è la crisi di sicurezza più grave del dopoguerra. Per l’amministrazione Trump è evidentemente un dettaglio. Quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato a Monaco, poche ore dopo Rubio, ha ricordato che ogni centrale elettrica ucraina è stata colpita e che ogni chilometro riconquistato ai russi costa 156 vite. Ha parlato in inglese, con un tono che suggeriva meno preoccupazione di offendere Trump. Il contrasto con la vaghezza americana era stridente.

E poi c’è stata la ciliegina sulla torta: il viaggio di Rubio nei giorni successivi. Prima tappa Ungheria, poi Slovacchia. Due Paesi membri di Unione europea e Nato che hanno preso una direzione sempre più nazionalista e filorussa. Due governi che incarnano esattamente il modello di Europa che piace a Trump: sovranista, illiberale, ostile alle istituzioni di Bruxelles. Il segnale è abbastanza chiaro. L’amministrazione Trump vuole un’Europa diversa da quella attuale. Più bianca, più di destra, meno multilaterale, meno attenta al clima e ai diritti umani.

La verità è che Rubio ha semplicemente applicato la regola base della diplomazia: se devi dare un ultimatum, fallo sorridendo. L’Europa può scegliere se accettare la trasformazione richiesta o prepararsi a un progressivo disimpegno americano. Non ci sono altre opzioni sul tavolo. Il fatto che il messaggio sia arrivato con un tono più cordiale non lo rende meno ultimativo. Anzi, forse lo rende più insidioso, perché permette a chi vuole illudersi di aggrapparsi alle belle parole ignorando la sostanza.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha risposto indirettamente nel suo discorso: «Un’Europa indipendente è un’Europa forte. E un’Europa più forte rende più forte l’alleanza transatlantica». Traduzione: faremo quello che riteniamo giusto, con o senza il vostro consenso. Il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha ripetuto la visione di Londra dei destini inseparabile di Regno Unito ed Europa almeno per la sicurezza, si è limitato a dire che le osservazioni di Rubio erano «coerenti» con la posizione europea secondo cui il continente non ha fatto abbastanza per la propria difesa. Una risposta diplomatica che evitava accuratamente di entrare nel merito delle richieste ideologiche americane.

Alla fine, la Conferenza di Monaco ha mostrato un’alleanza transatlantica che continua a funzionare nelle forme ma si svuota progressivamente di contenuti condivisi. La realtà è che Washington ha cambiato registro ma non spartito musicale. E che l’Europa, tra promesse di aumento della spesa militare mai davvero mantenute e divisioni interne sempre più profonde, non ha ancora trovato il modo di rispondere a questa nuova America.

Articolo originale:  www.linkiesta.it

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Kaja Kallas, the EU’s dumb but dangerous blonde https://strategic-culture.su/news/2026/02/27/kaja-kallas-the-eus-dumb-but-dangerous-blonde/ Fri, 27 Feb 2026 11:19:57 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890822 What’s wrong with European women in European politics?

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What’s wrong with European women in European politics? As a European woman, I often wonder when I hear the ignorant and foolish statements of, for example, Ursula von der Leyen, Annalena Baerbock, or more recently, Kaja Kallas.

It’s not something that happens once or maybe twice, but it happens all the time. At first, I thought it was age-related. Annalena and Kaja are from the generation of the “George Soros textbooks,” but Ursula certainly isn’t. She’s from an older generation and has certainly experienced the strict and rigid teaching methods prevalent in Germany at the time.

Let’s start with the second most important woman in the European Union: Kaja Kallas. She was the first female Prime Minister of Estonia, from 2021 to 2024, when she resigned before her appointment as High Representative of the European Union for Foreign Affairs and Security Policy. She was born into a family with what you call “a silver spoon in the mouth.” Not rich in money in the truest sense of the word, but her father was the former Prime Minister of Estonia, Siim Kallas. So she had help and connections from her father to first work at the European Parliament and then become Prime Minister of Estonia.

This means that even in so-called European democracies, you should not rely on your intellect or actions, but rather on connections — a kind of “cronyism.” Only then can you start a career, and not with your capabilities, which is clear with Kaja Kallas. Let’s be honest, if you hear her talking like a “little girl” in her broken English, she is not representative of such a high position and makes no impact at all on the public.

She’s the biggest Russophobe (probably whispered to her by her mother who was exiled to Siberia with her family) in the European Union and has infected other so-called mainly Western politicians with it. As I often say, the Baltic States are fascist; the majority of the Baltic people collaborated with the Nazi Einsatzgruppen during the Holocaust to murder Jews, Communists, and all other opponents. This fascism has been passed on to later generations, such as that of Kaja Kallas.

Many Estonians fought in German units (such as the 20th Waffen-Grenadier Division of the SS). Modern Estonian historiography considers this a struggle for independence against Soviet reoccupation, rather than support for Nazi ideology. But that, of course, is the opposite of the truth. Communism has been defunct since 1991, and in those 35 years, a new way of thinking should have emerged, and at the very least, reconciliation. But the older generations are still poisoned with fascism and have likely passed this on to the next generations, and that is what most likely happened to Kaja Kallas; we can safely say that she has been brainwashed with hatred. I often point to this BBC documentary as evidence of the participation of large parts of the citizenry during the Holocaust that culminated in the Baltic States.

In this context, it is to be expected that the completely brainwashed Kaja Kallas makes statements like the last one (just one of many stupid and dangerous statements):

“We are tightening the net around Russia’s shadow fleet, including with the compendium on best practices. Today (the last sanctions package 20th), we sanctioned more people for massive human rights abuses in Russia. I have also decided to limit the maximum size of the Russian Mission in the European Union to 40 people. We will not tolerate abuse of diplomatic power. And together with the Commission, we are working to keep potentially hundreds of thousands of former Russian soldiers out of the Schengen area. We do not want war criminals and saboteurs to roam our streets.”

The remark in her recent speech—the foolish statement—that men (and women) fleeing Russia and seeking asylum in the EU should be denied entry is the opposite of what should be done: the EU should value and embrace these individuals. It’s the most foolish thing anyone in her position could say. After all, everyone benefits (the EU) from so-called “defectors” who possess considerable information from their own country. This demonstrates the utter stupidity of Kaja Kallas, which, of course, only benefits Russia.

The EU is clumsily trying to portray Kaja Kallas in a positive light, claiming the Kremlin is spreading disinformation about her. The European Digital Media Observatory (EDMO) even dedicated an entire article to it. In it, they naturally deny that Kallas is a Russophobe and that Russia is the “bogeyman” who oppressed Estonia for years during the communist era, while not citing the fact that her father was a member of the Communist Party (see his Wikipedia page). Of course, given her latest statement and the ample evidence for her numerous Russophobic statements, the article itself is a pathetic spectacle; the EU is no longer capable of presenting any arguments or facts. The reaction to her latest “stupid” statements was not well received in Russia, to say the least, as this post on Telegram by former Russian President Medvedev proves.

The other female politicians are also, as we say, “stupid as hell,” but this stupidity has become so dangerous that they are blindly trying to plunge the Europeans into war and, above all, into poverty by refusing Russian gas and shooting themselves in the foot with their 20 ineffective sanctions packages against Russia.

The EU’s latest foolish move, led by Ursula von der Leyen, the instigator of another ignorant deed, is the fact that Ukraine, which is not a member of NATO or the EU, is blocking oil supplies to Hungary, which is a member of both, while none of the other member states are defending Hungary. This speaks volumes about the corruption and stupidity of the EU and NATO.

Of course, the EU’s goal, and especially Ursula and Kaja’s wish, is to oust the current Hungarian President, Viktor Orbán, as they did and attempted to do in Moldova and Romania. Hungary, which is pro-peace, denied entrance to Alexander Soros, the current heir of George Soros’s (Hungarian-born, filthy-rich Jew) foundations. George Soros is known as the man who “broke the bank of England,” actually a criminal.

The Soros family plays a despicable role on the world stage, supporting color revolutions and wars with money and so-called peace foundations. We can equate them with Jeffrey Epstein, who was nothing more than a Mossad agent and blackmailed politicians and the rich with their weaknesses. Many European and American men—politicians, bankers, etc.—are, by all accounts, as we now know, pedophiles, and it’s no wonder there are so many pedophile networks in Europe, including the former Dutroux network in Belgium.

That other “stupid woman,” Annalena Baerbock, who “inexplicably” rose from Germany’s dumbest politician to President of the United Nations General Assembly, and presents herself on social media and in gossip magazines like the German Bild as a “girl” from the American series “Sex in the City,” now has the ambition, she declared in a speech to the UN, to become Secretary-General of the United Nations, because she believes women should be seen more often in higher positions. She shamelessly told the audience listening to her at the UN meeting that, like her example perhaps the “Sex in the City” girls, she has aspirations for women like herself.

This situation is truly sad; I’m a proponent of women holding certain positions, provided they possess the right qualities. But now dumb women hold high positions in the EU, but also at the local European level, as evidenced by the recent appointment of the Dutch-Turkish-Kurdish Dilan Yeşilgöz-Zegerius as Minister of Defense of the Netherlands, without any experience in or with the military. It has all become a joke. A Kafkaesque display of stupidity, and it should make one reflect on Kafka’s statement: “Women are traps waiting everywhere for men to drag them down to the Finite.”

In fact, these women—the Kayas, Ursulas, and Annalenas—are a shameless idiocy for the female sex. Women can achieve a great deal in their own way, with feminine charm and intelligence. Women are actually “natural” diplomats because they often have to balance family responsibilities with public duties. When they feel like working in important posts, they have to perform these diplomatic acts.

Women should be able to solve wars; it’s often the men who go to the battlefield and make the life-and-death decisions. Women’s job is to solve these problems with their feminine charm and intuition, or at least try to solve them. But the top women in the EU provoke wars, are hateful, incapable of using their natural diplomacy and charm, and therefore are dangerous to the population and world peace. In my opinion, as a woman myself, they should be removed.

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Una reelección difícil: vulnerabilidades del oficialismo brasileño https://strategic-culture.su/news/2026/02/26/una-reeleccion-dificil-vulnerabilidades-del-oficialismo-brasileno/ Thu, 26 Feb 2026 19:45:37 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890812 Tanto en público como en privado, petistas y sectores oficialistas se muestran optimistas respecto a la reelección de Lula.

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A finales de este año, Brasil celebrará elecciones generales. En público, el optimismo sobre la reelección del presidente Lula es prácticamente unánime entre los miembros del PT y los sectores más leales al gobierno. En privado, ese optimismo sigue predominando, pero ya no es absoluto. Existen preocupaciones sobre la manera en que el gobierno y el PT están gestionando las controversias que involucran al presidente.

Lo que inquieta a algunos sectores del PT son los escándalos políticos a nivel nacional, ampliamente difundidos por los medios de comunicación y explotados por los adversarios para intentar vincular directamente el nombre del presidente. Ya son tres escándalos consecutivos que han encendido la señal de alerta.

El primero fue el caso de corrupción en el INSS y la posibilidad de que Lulinha, hijo de Lula, fuera convocado a declarar ante la Comisión Parlamentaria Mixta de Investigación (CPMI) en diciembre de 2025. Eso finalmente no ocurrió, lo que representó una victoria para el gobierno. Sin embargo, fue una victoria parcial: el simple hecho de que el nombre de su hijo apareciera en el caso ya perjudica a Lula, reforzando su asociación con la corrupción y consolidando prejuicios en el electorado de derecha y centroderecha.

Pero no solo su hijo podría estar implicado. Su hermano, Frei Chico, fue uno de los primeros nombres mencionados cuando se destapó el escándalo en el INSS. Incluso el propio Lula podría llegar a ser mencionado en alguna investigación, dado que parte de la corrupción habría ocurrido durante su tercer mandato. Ese temor existe dentro del PT, y por eso ningún parlamentario del partido firmó la solicitud para crear la CPMI.

Aunque Lula no tenga ninguna implicación real en el escándalo, dentro del partido se sabe que investigaciones, declaraciones, pruebas y noticias pueden ser distorsionadas o manipuladas por actores interesados en comprometerlo, ya sea desde dentro de los esquemas investigados o desde las propias instituciones. Miembros de la Policía Federal, del Congreso o de la prensa podrían desempeñar ese papel. Esto ya ha ocurrido en otras ocasiones, como en el Mensalão y en la Operación Lava Jato.

Además, aliados importantes de Lula también podrían verse involucrados. Este es otro motivo por el cual el PT no apoya una CPMI sobre el INSS: la presión de aliados dentro del Congreso Nacional. Si el partido respaldara la investigación, pondría en riesgo sus frágiles alianzas con el centrão. Lo mismo ocurre con la posibilidad de una CPMI sobre el Banco Master.

Solo un senador del PT firmó la solicitud para crear la CPMI del Master. La preocupación es que, dada la amplia repercusión pública —tanto nacional como internacional—, cualquier vínculo que se establezca entre Lula y el banquero Daniel Vorcaro podría desencadenar una nueva campaña sobre la corrupción del PT. Incluso si Lula no estuviera directamente involucrado, el gobierno es vulnerable debido a las alianzas establecidas con diversos partidos del centrão, considerados ampliamente como los más corruptos. Al asociarse con estos sectores y aceptar la lógica de hacer concesiones a cambio de apoyo —lo que, en última instancia, implica transferencia de recursos—, Lula y el PT entran en un juego peligroso que puede volverse en su contra en cualquier momento. El escándalo del Master podría ser ese momento.

El nombre de Lula y el de personas de su confianza —al menos públicamente—, como Gabriel Galípolo, Guido Mantega, Jaques Wagner y Rui Costa, ya han sido mencionados en relación con Vorcaro, incluyendo reuniones fuera de agenda y alianzas institucionales con empresas del banquero. Esto está siendo explotado por la oposición y por periodistas, no solo por los bolsonaristas. El caso del Banco Master, que también involucra al ministro del STF Dias Toffoli, revela hasta qué punto altos funcionarios del Estado mantienen vínculos estrechos con el sector privado. Si incluso los ministros del STF, hoy entre los hombres más poderosos del país, enfrentan intensa presión de la prensa, del Congreso, del bolsonarismo y de empresarios, no sería difícil que el escándalo se canalizara hacia el gobierno federal a pocos meses de las elecciones.

Incluso si ninguno de estos dos escándalos logra afectar directamente a Lula, es posible que, al menos en el caso del Master, el PT sufra un impacto significativo debido a las relaciones que se mencionan con el PT de Bahía. El gobierno de Bahía es un activo estratégico del partido a nivel nacional para movilizar recursos y alianzas en la campaña presidencial. Si allí el partido resulta afectado por el caso Master, podría perder aliados, apoyo político y recursos financieros importantes para Lula. Además, el daño se extendería al conjunto del partido y al propio gobierno, dado que Rui Costa es ministro de la Casa Civil y Jaques Wagner —principales figuras del PT bahiano— es líder del gobierno en el Senado.

Por último, en relación con el caso Master, es evidente que dentro de determinadas instituciones —la Receita Federal, la Policía Federal e incluso el Poder Judicial— existen divisiones y tensiones con ministros del STF. Esto no significa necesariamente que se estén fabricando mentiras contra ellos, sino que posibles irregularidades pueden filtrarse con facilidad por acción de adversarios internos, funcionarios de menor rango con intereses personales o empleados vinculados a rivales políticos dentro de la propia institución. Si esto ocurre en el STF, que en los últimos años ha operado de manera relativamente homogénea y sin grandes crisis, cabe imaginar lo que podría suceder dentro del gobierno federal, que es una coalición heterogénea con intereses diversos y contradictorios, en un año electoral.

En cualquier caso, aun si el nombre del presidente o el de sus aliados no aparece vinculado directamente al escándalo, el impacto propagandístico será considerable. Los adversarios de Lula utilizarán la relación de cercanía y alianza entre el gobierno federal y el STF desde el 8 de enero para reforzar la narrativa de que Lula está rodeado de “delincuentes”, que forma parte del “sistema” y que se sostiene sobre instituciones que no merecen confianza.

El tercer foco de preocupación es el homenaje a Lula realizado en el Carnaval por la escuela de samba Acadêmicos de Niterói. Una notificación nacional del PT hizo público el nivel de inquietud del partido ante este episodio. Después de pedir a sus miembros que evitaran incluso hacer publicaciones en redes sociales durante el desfile, el PT advirtió: “destacamos que cualquier acción que incumpla estas recomendaciones puede perjudicar significativamente al Partido de los Trabajadores y al Presidente Lula”.

Además de posibles problemas con la justicia electoral, el contenido del desfile generó preocupación porque está siendo utilizado por el bolsonarismo para intensificar la campaña contra Lula entre el electorado evangélico. Lula y el PT han intentado acercarse a este sector, con resultados todavía frágiles. Sus adversarios explotarán con fuerza la cuestión moral durante la campaña, aprovechando críticas y burlas derivadas del desfile “lulista” dirigidas contra los evangélicos. Lula también podría perder apoyo más amplio, no solo entre evangélicos, debido al descenso de la escuela de samba a la segunda división, lo que será presentado por la propaganda bolsonarista como prueba de que todo lo relacionado con Lula fracasa y de que el gobierno es un fracaso.

En general, tanto en público como en privado, petistas y sectores oficialistas se muestran optimistas respecto a la reelección de Lula. Sin embargo, especialmente el episodio del homenaje en el Carnaval ha generado la percepción de que podrían surgir obstáculos más graves para la victoria electoral. “La reelección de Lula será muy difícil. La derecha está muy cohesionada y organizada. La disputa será muy dura, pero creo que Lula va a ganar”, resume una asesora, reflejando el sentimiento predominante entre los sectores gubernamentales.

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