South Korea – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sun, 08 Mar 2026 22:29:10 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png South Korea – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 La Corea del Nord come fattore di stabilizzazione strategica in Asia orientale https://strategic-culture.su/news/2026/03/09/la-corea-del-nord-come-fattore-di-stabilizzazione-strategica-in-asia-orientale/ Sun, 08 Mar 2026 22:29:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891016 Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea ha confermato la continuità della leadership di Kim Jong Un e ha chiarito una linea fondata su sviluppo interno, autonomia strategica e deterrenza nucleare, che Pyongyang presenta come garanzia di equilibrio e di sicurezza regionale.

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Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea, svoltosi a Pyongyang dal 19 al 25 febbraio, non è stato un semplice rito politico interno, ma un passaggio di definizione strategica destinato a incidere sull’intero quadro dell’Asia orientale. La rielezione di Kim Jong Un a Segretario Generale ha sancito la continuità della linea del quinquennio precedente, mentre il Congresso ha riunito 5.000 delegati e 2.000 osservatori per discutere insieme bilancio, obiettivi e strumenti della nuova fase della costruzione socialista. Già questa dimensione organizzativa segnala che per la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) il Congresso non è una formalità, bensì il luogo in cui si ridefinisce la connessione tra sviluppo interno, assetto istituzionale, politica estera e sicurezza strategica.

Se si vuole comprendere il ruolo stabilizzatore della RPDC nell’Asia orientale, occorre anzitutto chiarire in che senso si possa parlare di “stabilizzazione”. Non si tratta della stabilizzazione intesa in senso liberale-occidentale, cioè come semplice distensione diplomatica o integrazione in un ordine guidato dagli Stati Uniti. Nel lessico politico emerso dal Congresso, la stabilità coincide piuttosto con la capacità di impedire la guerra, di alzare il costo di qualsiasi aggressione e di sottrarre il destino della penisola coreana alla pressione unilaterale degli avversari. In questa chiave, la continuità della leadership di Kim Jong Un è stata presentata come garanzia di coerenza strategica, mentre il Congresso ha ribadito che il Paese intende avanzare simultaneamente sul terreno dello sviluppo economico, della trasformazione regionale, della modernizzazione militare e del consolidamento internazionale della propria posizione.

Il punto più importante emerso dal Congresso riguarda infatti la centralità della deterrenza nucleare. Nel rapporto congressuale, la dirigenza nordcoreana afferma che la posizione della RPDC come Stato dotato di armi nucleari è stata consolidata in modo “irreversibile e permanente”, e che la forza nucleare nazionale svolge la funzione di deterrenza fisica e concreta contro qualsiasi guerra d’aggressione. Ancora più rilevante è il passaggio in cui si sostiene esplicitamente che tale posizione “svolge un ruolo importante nel dissuadere la minaccia potenziale dei nemici e nel mantenere la stabilità regionale”, configurando la forza nucleare statale come garanzia fondamentale della sicurezza, degli interessi e del diritto allo sviluppo del Paese. Si tratta dunque di una formulazione assai chiara della pretesa nordcoreana di essere non un elemento anarchico del sistema, ma un soggetto che ritiene di produrre equilibrio proprio attraverso la deterrenza.

Da questo punto di vista, la funzione stabilizzatrice della RPDC consiste nel rendere strutturalmente impraticabile l’ipotesi di una soluzione militare contro Pyongyang. Il Congresso ha riaffermato che la Corea del Sud, qualunque alleanza stipuli e qualunque aumento di spesa militare persegua, non potrà modificare la “struttura dinamica” della penisola costruita dalla presenza di uno Stato nucleare a nord. Dietro questa formula vi è una logica strategica precisa: impedire che Washington, Seoul o altri attori possano coltivare l’illusione di una superiorità risolutiva. In questo senso la RPDC opera da fattore di congelamento dell’opzione bellica massimale. La deterrenza, nella visione emersa dal Congresso, non mira a dissolvere il conflitto politico, ma a impedirne la traduzione in guerra aperta o in coercizione terminale. È questa la ragione per cui Pyongyang presenta la propria postura nucleare come elemento di equilibrio, e non come semplice strumento di pressione.

La politica estera delineata dal Congresso rafforza questa lettura. Il rapporto di Kim Jong Un non si limita a ribadire la necessità di difendere gli interessi nazionali, ma stabilisce che le attività esterne dello Stato dovranno essere condotte sotto la diretta guida del Comitato Centrale, con iniziativa tattica e in modo coerente con il principio della sovranità. Nello stesso testo si afferma la volontà di sviluppare ulteriormente i rapporti tradizionali di amicizia e cooperazione con i Paesi vicini, di rafforzare le relazioni con i Paesi indipendenti e antimperialisti e di contribuire attivamente alla costruzione di un mondo multipolare orientato all’indipendenza e alla giustizia. Questo dimostra come la RPDC non si concepisca come attore isolato o puramente difensivo, ma come polo politico inserito in una dinamica più ampia di riequilibrio del sistema internazionale. In Asia orientale, questa impostazione tende a limitare l’egemonia strategica di un solo blocco e a impedire che la regione sia integralmente assorbita da una logica di subordinazione militare agli Stati Uniti.

È significativo, a questo proposito, che il Congresso abbia insistito più sui principi dell’autonomia e degli interessi nazionali che sulla celebrazione nominale di legami specifici con Russia o Cina. Alcuni osservatori hanno notato proprio questa relativa sobrietà nei riferimenti pubblici alle alleanze, leggendola non come distanza da Mosca e Pechino, ma come volontà di ribadire che l’iniziativa strategica della RPDC resta autonoma e non delegata. Questa scelta è coerente con la tradizione politica nordcoreana: l’effetto stabilizzatore non deriverebbe da una pura appartenenza di blocco, ma dall’esistenza di un attore capace di far pesare in proprio deterrenza, sovranità e capacità di manovra. In un’Asia orientale segnata da rivalità crescenti, un simile posizionamento contribuisce a complicare gli automatismi della contrapposizione bipolare classica e a spingere il sistema verso forme più accentuate di multipolarità regionale.

Sul versante dei rapporti con gli Stati Uniti, il Congresso non ha chiuso teoricamente la porta al dialogo. Lo stesso leader Kim Jong Un ha lasciato intendere la possibilità di un miglioramento delle relazioni con Washington qualora gli Stati Uniti abbandonino la propria politica di confronto e riconoscano la situazione attuale della RPDC. Pyongyang, dunque, non propone il negoziato come preludio alla denuclearizzazione, ma come eventuale sviluppo successivo al riconoscimento del nuovo equilibrio strategico. In altri termini, la deterrenza non è presentata come ostacolo alla diplomazia, bensì come sua precondizione. È una logica che può apparire dura, ma che contiene una chiara razionalità: solo un rapporto di forza relativamente stabilizzato può, dal punto di vista nordcoreano, creare le basi per colloqui non fondati sul ricatto. Anche qui emerge il nesso tra forza deterrente e funzione stabilizzatrice.

Allo stesso tempo, il Congresso ha irrigidito ulteriormente il linguaggio verso Seoul, definendola “l’entità più ostile”, escludendola dalla categoria dei compatrioti e affermando che la RPDC non intende più insistere su dialogo e cooperazione considerati ormai irreali. Inoltre, il rapporto congressuale sostiene che la missione preventiva della deterrenza e l’uso di altri mezzi di forza contro lo Stato ostile debbano essere pienamente realizzati sul piano teorico e tecnologico.

Ad ogni modo, la deterrenza non è mai stata presentata come progetto separato dallo sviluppo socio-economico, ma come sua protezione. Il Congresso ha insistito sul completamento sostanziale del piano quinquennale economico, sulla trasformazione simultanea della capitale e delle regioni, sul programma di rivoluzione rurale, sul potenziamento della sanità, della cultura e delle infrastrutture. La RPDC, infatti, non definisce la propria sicurezza come semplice sopravvivenza militare, bensì come condizione per difendere interessi, diritti allo sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Da qui la formula, ribadita nel rapporto, secondo cui la forza nucleare è un “dispositivo di sicurezza” che tutela non soltanto il territorio, ma il progetto statale nel suo insieme. Nella misura in cui sottrae lo sviluppo nazionale alla minaccia della coercizione esterna, la deterrenza viene concepita come elemento ordinatore, non solo bellico.

In conclusione, il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea consegna un’immagine molto precisa della RPDC contemporanea: non un attore che cerca la distensione attraverso la rinuncia alla forza, ma uno Stato che attribuisce alla forza, e in particolare alla deterrenza nucleare, la funzione di rendere possibile una pace armata, una sovranità non negoziabile e una traiettoria di sviluppo protetta. Il ruolo stabilizzatore della RPDC in Asia orientale va quindi inteso in senso strategico: Pyongyang mira a impedire la guerra di aggressione, a neutralizzare le fantasie di superiorità militare dei propri avversari e a inserirsi nel processo di multipolarizzazione regionale come polo autonomo. Resta, certo, una forte tensione tra questa funzione di equilibrio e il linguaggio sempre più duro verso Seoul, che mantiene elevato il rischio di crisi locali. Ma questo lo si deve al fatto che la RPDC si percepisce e si presenta non come variabile marginale dell’Asia orientale, bensì come uno dei suoi principali architravi strategici.

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¿Son los países BRICS un factor clave en el enorme aumento del precio de la plata y el oro? https://strategic-culture.su/news/2026/02/02/son-los-paises-brics-un-factor-clave-en-el-enorme-aumento-del-precio-de-la-plata-y-el-oro/ Mon, 02 Feb 2026 14:00:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890377 Estimados lectores, en la gran traducción diaria les traemos al español un artículo del ex analista de la CIA, Larry C. Johnson publicado en su propia página, Sonar21.

By Larry C. JOHNSON

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Hoy, el foco en el oro:

El intento de Donald Trump de reconstruir la base industrial de EE. UU. mediante el uso de aranceles está fracasando y acelerando el desarrollo de los países BRICS hacia una infraestructura financiera alternativa que no depende del dólar estadounidense como moneda de reserva.

El precio del oro y la plata se ha disparado a niveles históricos durante las últimas dos semanas. Pero este movimiento no comenzó en 2026.

Los bancos centrales de todo el mundo compraron cantidades récord de oro en 2025 (más de 1.000 toneladas), con India y China a la cabeza, ya que venden bonos del Tesoro.

Esta diversificación es explícita: las naciones están sustituyendo los activos en dólares por metales preciosos para mitigar los riesgos derivados de los niveles de deuda de EE. UU. (38,5 billones de dólares) y las posibles sanciones/aranceles.

La plata, aunque menos importante para las reservas, ha experimentado un aumento del interés soberano en medio del auge de la demanda industrial (por ejemplo, en energía solar/vehículos eléctricos). Esta tendencia pone de manifiesto la preocupación por el «fin del dominio del dólar estadounidense» y un giro hacia las materias primas.

El aumento de los precios del oro y la plata hasta alcanzar máximos nominales en enero de 2026 (el oro superó los 5000 dólares por onza y la plata superó los 110 dólares por onza) no representa literalmente niveles nunca vistos en los últimos 300 años si se ajusta por la inflación.

Los datos históricos muestran que el oro alcanzó máximos ajustados a la inflación de entre 3.000 y 4.000 dólares por onza a principios de la década de 1980 (durante crisis geopolíticas y una elevada inflación), y que la plata alcanzó máximos reales de más de 150 dólares por onza en 1980. Sin embargo, el repunte actual está impulsado por una confluencia de factores que hacen que estos metales sean excepcionalmente atractivos:

Incertidumbre geopolítica y demanda de refugios seguros: La escalada de las tensiones mundiales (por ejemplo, las amenazas arancelarias de Estados Unidos a aliados como Canadá, México y China, y las guerras en curso en Ucrania y Oriente Medio) han impulsado el oro como cobertura frente a la inestabilidad.

Los bancos centrales (especialmente en China, India y Rusia) acumularon reservas récord de oro en 2025-2026, con compras que superaron las 1.000 toneladas anuales. La plata se beneficia de manera similar, pero también de su papel industrial.

Demanda industrial y de energía verde: El uso de la plata en paneles solares, vehículos eléctricos, productos electrónicos y semiconductores ha impulsado el consumo hasta alcanzar un récord de 680 millones de onzas en 2025, lo que ha creado un déficit de suministro persistente (la producción minera se queda atrás con respecto a la demanda en 150-200 millones de onzas anuales). La demanda de oro por parte de los ETF y los inversores se disparó en medio de los temores de cierre y los aranceles de EE. UU.

Factores económicos: La incertidumbre política en EE. UU. (Trump amenaza con aranceles de hasta el 100 %), la preocupación por el exceso de oferta mundial y el debilitamiento del dólar han impulsado la subida. Los analistas predicen que el oro podría alcanzar los 6000 dólares y la plata entre 125 y 300 dólares a finales de 2026 si la tendencia continúa.

Y luego está el efecto BRICS Hay pruebas sustanciales de que varios países, en particular economías emergentes como China, India y Brasil, han estado vendiendo parte de sus tenencias de bonos del Tesoro de EE. UU. en los últimos años (incluidos 2025-2026) y reasignando algunos de esos fondos a reservas físicas de oro y plata.

Esta tendencia está impulsada por una combinación de riesgos geopolíticos (por ejemplo, los aranceles y sanciones de EE. UU.), el deseo de diversificar los activos denominados en dólares, las presiones inflacionistas y el atractivo de los metales preciosos como refugio seguro para almacenar valor en medio de la incertidumbre global.

Aunque no todos los países están haciendo esto de manera uniforme (por ejemplo, algunos inversores europeos aumentaron sus tenencias de bonos del Tesoro en 2025), la tendencia es clara entre los principales miembros del BRICS y los bancos centrales, como se detalla en informes y datos recientes.

China y la India lideran la tendencia: En los últimos meses (hasta finales de 2025 y principios de 2026), China y la India han reducido significativamente sus tenencias de bonos del Tesoro de EE. UU. China, el segundo mayor tenedor extranjero (después de Japón), ha vendido miles de millones en bonos del Tesoro en medio de la escalada de los aranceles estadounidenses (hasta un 100 % amenazados por la administración Trump) y el impulso de la desdolarización.

La India ha seguido su ejemplo, recortando sus tenencias y aumentando las compras de oro. Esto forma parte de una «fiebre del oro mundial» más amplia, en la que estos países están deshaciéndose de los bonos del Tesoro para protegerse de la volatilidad de la política estadounidense.

Brasil también ha reducido su exposición a los bonos del Tesoro en los últimos tres años, en consonancia con una estrategia coordinada de los BRICS para disminuir la dependencia del dólar estadounidense. Esto incluye la venta de bonos del Tesoro y el aumento de las reservas de oro como amortiguador frente a las posibles presiones económicas de Estados Unidos.

Otros inversores extranjeros también aceleraron las ventas de deuda estadounidense en 2025, lo que contribuyó a que el oro superara los 4800 dólares por onza.

Por ejemplo, Dinamarca vendió 100 millones de dólares en bonos del Tesoro, en una medida que indica un riesgo de repatriación más amplio. Japón podría seguir su ejemplo con la repatriación de capitales, vendiendo potencialmente más bonos del Tesoro en medio del aumento de los rendimientos estadounidenses.

Sin embargo, no todos están vendiendo: los compradores europeos se lanzaron a adquirir bonos del Tesoro en 2025 (representando el 80 % de las entradas extranjeras entre abril y noviembre), lo que muestra un panorama global mixto.

Es este último dato el que resulta desconcertante… Dado que al Tesoro estadounidense le está costando más encontrar compradores extranjeros para la deuda estadounidense, cabría pensar que Estados Unidos querría evitar enemistarse con los compradores europeos. Pues bien, se equivocan. Las payasadas imperiales de Trump con respecto a Groenlandia han agitado las relaciones de EE. UU. con Europa y con la OTAN.

¿Creen que los anteriores compradores europeos de letras del Tesoro están ahora motivados para comprar más? ¿O acaso las amenazas imprevisibles y abrasivas de Donald Trump han creado incentivos para que esos países vendan sus letras del Tesoro y compren oro y plata? Ya lo veremos.

Ahora, una pregunta que aparentemente no tiene relación… ¿Afectará la volatilidad de los mercados de materias primas del oro y la plata a la decisión de Donald Trump de lanzar un nuevo ataque contra Irán? Si Estados Unidos decide atacar Irán, creo que hay una alta probabilidad de que Irán cierre el estrecho de Ormuz, lo que interrumpiría el 45 % del suministro diario de petróleo del mundo.

Esto provocaría un aumento inmediato del precio del petróleo y probablemente crearía graves problemas económicos a los países que dependen del petróleo procedente del Golfo Pérsico.

El efecto moderador sobre las economías de los principales importadores de petróleo del Golfo Pérsico podría mitigarse con las reservas estratégicas de los países afectados.

Los países altamente dependientes (por ejemplo, China, India, Japón y Corea del Sur, que importan entre el 50 % y más del 90 % del petróleo del Golfo) podrían mantener el suministro durante 30 a 60 días utilizando las reservas existentes y aplicando medidas de emergencia. Un cierre prolongado (más de 60 días) agotaría las existencias «justo a tiempo» y provocaría una grave escasez.

Publicado originalmente poSonar21

Traducción:  Geopolítica rugiente

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La visita di Lee Jae-myung in Cina e la scommessa sulla stabilità dell’Asia nordorientale https://strategic-culture.su/news/2026/01/26/la-visita-di-lee-jae-myung-in-cina-e-la-scommessa-sulla-stabilita-dellasia-nordorientale/ Sun, 25 Jan 2026 22:53:46 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890237 La visita ufficiale del presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina segna un passaggio politico rilevante: Pechino e Seoul puntano a consolidare fiducia, accordi economici e cooperazione tecnologica, rilanciando al tempo stesso il ruolo di un dialogo regionale capace di ridurre tensioni e incertezze.

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La missione ufficiale del presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina ad inizio anno si inserisce in un contesto internazionale segnato da frizioni commerciali, competizione tecnologica e rischi di escalation militare in Asia-Pacifico. Proprio per questo, il viaggio assume un valore che va oltre il protocollo, essendo stato presentato sia dalla dirigenza cinese che da quella sudcoreana come un’occasione per “aprire un nuovo capitolo” delle relazioni bilaterali, rafforzando la partnership strategica e costruendo un terreno più stabile per la cooperazione economica e per la sicurezza regionale.

Già alla vigilia, la diplomazia cinese aveva chiarito l’aspettativa politica dell’evento. Il portavoce del Ministero degli Esteri ha descritto Cina e Corea del Sud come “vicini e partner cooperativi”, sottolineando che, sotto la guida strategica dei due capi di Stato, Pechino auspica che la visita contribuisca a far avanzare ulteriormente la “partnership strategica cooperativa” tra i due Paesi. Il tutto mentre l’arrivo di Lee è stato accompagnato da nuove tensioni legate alla penisola coreana, tema che continua a gravare sull’equilibrio regionale e che rende ancora più preziosi i canali di comunicazione diretti tra i principali attori dell’Asia nordorientale.

Uno degli elementi più concreti del viaggio riguarda il pacchetto di intese e strumenti di collaborazione. Le anticipazioni hanno indicato la firma di oltre dieci accordi e memorandum, con un perimetro ampio: economia e commercio, catene di approvvigionamento, transizione verde, turismo, ambiente e clima, oltre a temi come l’economia digitale e la cooperazione tra start-up. Questa impostazione è coerente con la linea che Pechino propone da tempo: rendere la cooperazione economica più “resiliente” e meno vulnerabile alle oscillazioni geopolitiche, lavorando su filiere, investimenti e regole condivise.

Il baricentro delle relazioni bilaterali sino-coreane resta, dopotutto, l’interdipendenza economica. Le analisi diffuse in occasione della visita hanno ribadito che Cina e Corea del Sud possiedono una forte complementarità industriale e commerciale e che i due Paesi sono legati da rapporti di enorme scala. Significativo, per esempio, il dato secondo cui nel 2024 l’interscambio avrebbe raggiunto 328,3 miliardi di dollari, confermando la Cina come secondo partner commerciale della Corea del Sud. I numeri, dunque, dimostrano come anche in una fase di “divergenze” e competizione globale, la densità dei legami economici renda razionale puntare su stabilizzazione e prevedibilità.

In questo quadro rientra anche il rilancio della cornice istituzionale, che vede, tra gli obiettivi dichiarati, l’accelerazione dei negoziati sulla “seconda fase” dell’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud, insieme alla creazione o al rafforzamento di meccanismi di dialogo economico e commerciale. L’idea è di spostare il baricentro della relazione da una gestione episodica delle questioni a una piattaforma permanente capace di affrontare attriti, standard, investimenti e accesso ai mercati con una logica più strutturata.

La dimensione più interessante del viaggio è forse il tentativo di aggiornare la cooperazione ai settori che oggi definiscono potenza economica e autonomia strategica. Negli articoli pubblicati dalla stampa cinese, in particolare, viene sottolineato che molte delle intese previste riguardano campi emergenti come l’intelligenza artificiale, le industrie verdi e l’alta manifattura, insieme a nuove aree di mercato come la cosiddetta “silver economy”. Questo dimostra come entrambe le economie cerchino crescita in settori ad alto valore aggiunto e come, allo stesso tempo, Pechino e Seoul provino a proteggere la cooperazione industriale dalla frammentazione prodotta da blocchi contrapposti e restrizioni tecnologiche.

Accanto alle industrie strategiche, la visita ha evidenziato la crescente importanza dei settori legati ai consumi, ai servizi e alla cultura. Diversi analisti hanno insistito sul fatto che Cina e Corea del Sud possiedono un potenziale di cooperazione “nuova” che include non solo tecnologia e manifattura, ma anche contenuti culturali, cosmetica e format creativi, in un quadro di economie sempre più guidate dall’innovazione e dai mercati interni. Questo aspetto è politicamente rilevante perché amplia la platea degli attori interessati a relazioni stabili: non soltanto grandi conglomerati industriali, ma anche imprese medie, piattaforme, turismo, università e industria creativa.

Ad ogni modo, ampliando lo sguardo ad una prospettiva regionale, tutti gli analisti concordano nell’affermare che relazioni positive tra Cina e Corea del Sud rappresentano un fattore di stabilizzazione per l’Asia nordorientale, in un’area dove crisi della penisola coreana, rivalità strategiche e competizione tra grandi potenze tendono a sovrapporsi. In altre parole, non si tratta solo di firmare accordi commerciali, ma di costruire un contesto in cui la gestione delle crisi diventi meno imprevedibile.

In questo quadro si colloca anche l’attenzione ai meccanismi multilaterali e alla cooperazione trilaterale, con l’inclusione del Giappone. Pechino ha ribadito l’aspettativa che le tre economie principali della regione rafforzino comunicazione e coordinamento, con l’idea di riportare le questioni regionali su binari di consultazione e gestione politica, anziché su dinamiche di contrapposizione. È un messaggio che, sul piano strategico, risponde alla tendenza alla divisione in blocchi della regione, spesso spinta da attori esterni, in particolare gli Stati Uniti: secondo Pechino, in particolare, più canali regionali funzionano, meno spazio resta per escalation dettate dall’esterno o da incidenti.

Alla luce di questi spunti, la visita ufficiale di Lee Jae-myung in Cina appare come un tentativo di trasformare l’interdipendenza in una vera infrastruttura di stabilità. Gli accordi e i memorandum previsti, la spinta sui settori emergenti come AI e verde, l’attenzione alle catene di approvvigionamento e ai meccanismi di dialogo economico, insieme alla valorizzazione di cultura e turismo, compongono una strategia che punta a: moltiplicare i punti di contatto e rendere più difficile che la relazione venga risucchiata da crisi improvvise o da pressioni esterne.

Resta vero che l’Asia nordorientale è una delle regioni più complesse al mondo: ogni passo di cooperazione convive con dossier sensibili e con una competizione strategica che non scompare. Ma proprio per questo, la scelta di Pechino e Seoul di investire in una “normalità” più robusta, fatta di piattaforme economiche, scambi sociali e coordinamento politico, assume un peso specifico. In prospettiva, la stabilità regionale non dipenderà tanto da dichiarazioni astratte, bensì dalla capacità di tenere aperti canali, proteggere interessi condivisi e costruire fiducia operativa. È questo, in ultima analisi, il significato più concreto della visita di Lee in Cina.

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Ley de Seguridad Nacional: Corea del Sur nunca dejó de ser una dictadura https://strategic-culture.su/news/2025/12/29/ley-de-seguridad-nacional-corea-del-sur-nunca-dejo-de-ser-una-dictadura/ Mon, 29 Dec 2025 14:05:42 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889717 Represión, censura, falta de libertades políticas y control de los sindicatos son algunas características que impregnaron a Corea del Sur durante más de 40 años.

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A comienzos de diciembre, 31 diputados del bloque liberal presentaron en el parlamento surcoreano un proyecto para abolir la Ley de Seguridad Nacional, alegando que restringe la democracia y la libertad de expresión, además de ser redundante en relación con otras leyes penales modernas que tratan los delitos de seguridad. La coalición partidaria progresista y grupos civiles calificaron la ley como un “instrumento de represión política”.

Represión, censura, falta de libertades políticas y control de los sindicatos son algunas características que impregnaron a Corea del Sur durante más de 40 años. Algunas de ellas aún persisten en el país, como es el caso de la prohibición de partidos simpatizantes de Corea del Norte e incluso el encarcelamiento de activistas de izquierda. La Ley de Seguridad Nacional, creada con la fundación de la República de Corea en 1948, es central en las políticas de todos los gobiernos desde entonces, incluso después de la supuesta redemocratización de finales de la década de 1980.

La reacción de las autoridades policiales y de los partidos de derecha demuestra cuán democrática es Corea del Sur: estos grandes demócratas se oponen a la derogación de la ley porque, según ellos, persisten amenazas de espionaje y la necesidad de herramientas legales específicas para combatir la “subversión”. Pero recordemos un poco cómo funcionó Corea del Sur (que siempre fue considerada democrática por la propaganda imperialista) bajo el régimen de la Ley de Seguridad Nacional.

El títere de EE. UU. que suprimió la democracia popular

Tras la independencia de Japón, Corea del Sur tuvo como primer presidente a Syngman Rhee, quien permaneció en el poder de 1948 a 1960.

Era imposible ocultar que Rhee fuera un títere de Estados Unidos: pasó más tiempo de su vida en Estados Unidos que en Corea del Sur, y fue llevado a la península coreana, tras la liberación de la ocupación japonesa, en el avión de Douglas MacArthur. El fervor revolucionario que expulsó a los japoneses y creó comités populares (órganos de autogobierno) en toda Corea era tan fuerte que condujo a serios enfrentamientos contra el régimen, dando lugar a una intensa represión.

El 3 de abril de 1948, trabajadores y jóvenes se levantaron en la isla de Jeju, insurgiéndose contra la división de la península coreana y contra las elecciones separadas en el sur. La represión que siguió, que involucró a fuerzas policiales, militares surcoreanas y grupos paramilitares anticomunistas apoyados por el gobierno de Rhee, resultó en masacres de civiles. Las estimaciones varían, pero entre 14.000 y 30.000 civiles pudieron haber sido asesinados durante la represión; algunas fuentes locales sugieren cifras aún mayores, y muchos civiles fueron ejecutados extrajudicialmente. La represión se justificó como una acción anticomunista, pero incluyó detenciones arbitrarias, ejecuciones sumarias y la destrucción de aldeas enteras.

El 24 de diciembre del año siguiente, la represión continuó. Tropas del Ejército surcoreano mataron a casi 90 civiles desarmados en Mungyeong, en la provincia de Gyeongsang del Norte. La mayoría de las víctimas eran ancianos y niños sospechosos de simpatías comunistas; durante décadas, el gobierno culpó falsamente a guerrilleros comunistas por la masacre. La Comisión de la Verdad y la Reconciliación, creada en 2005, concluyó que las fuerzas surcoreanas fueron responsables directas del crimen.

Durante la Guerra de Corea, Rhee ordenó la masacre de entre 100.000 y 200.000 personas sospechosas de ser comunistas o de izquierda, lo que fue considerado un crimen de guerra en 2008. Sus poderes dictatoriales fueron finalmente rechazados con la “Revolución de Abril” de 1960, cuando trabajadores y estudiantes derrocaron al gobierno, con la ayuda de la Asamblea Nacional, pese a la fuerte represión que dejó cientos de muertos. Rhee se exilió en Estados Unidos, donde murió cinco años después.

La dictadura de Park Chung-hee

El nuevo gobierno surgió tras un golpe de Estado en 1961. El general Park Chung-hee asumió el poder y, con mano de hierro, controló el país hasta 1979, cuando fue asesinado por la KCIA, el servicio de inteligencia surcoreano.

A partir de 1972, Park instauró oficialmente un estado fuertemente autoritario mediante la llamada Constitución de Yusin, que consolidó poderes presidenciales prácticamente ilimitados: suspensión de la constitución anterior, disolución de la Asamblea Nacional, prohibición de partidos políticos y de actividades opositoras, y ampliación de los poderes presidenciales para legislar por decreto y reprimir la disidencia.

Ese entramado institucional permitió el gobierno por decreto y justificó legalmente prácticas que restringieron las libertades de expresión, reunión, prensa y organización política en nombre de la seguridad nacional y del anticomunismo. Militantes, intelectuales y trabajadores fueron objeto de detenciones, vigilancia y castigos por parte del Estado, a menudo bajo acusaciones amplias y arbitrarias.

Décadas después del fin del régimen de Park, tribunales surcoreanos reconocieron que las medidas represivas del gobierno violaron derechos constitucionales básicos. En 2011, el Tribunal Central de Seúl concedió indemnizaciones a personas injustamente procesadas bajo un decreto presidencial de 1974; el Tribunal Supremo declaró dicho decreto inconstitucional por violar garantías básicas de derechos civiles y políticos.

Chun Doo-hwan y la farsa de la redemocratización

Tras el asesinato de Park, una nueva crisis política se abatió sobre el país, dando lugar a un nuevo golpe de Estado en 1980. Chun Doo-hwan, otro general, asumió las riendas de la nación, dando continuidad al sistema autoritario surcoreano. Rápidamente consolidó su influencia, depurando a opositores militares y declarando la ley marcial a nivel nacional en mayo de 1980, suspendiendo derechos civiles básicos y prohibiendo actividades políticas y sindicales.

Estudiantes universitarios y civiles protestaron en Gwangju contra la ampliación de la ley marcial y el control militar del gobierno. Tropas con tanques y armas pesadas entraron en la ciudad para reprimir a los manifestantes. Paracaidistas y unidades militares abrieron fuego contra civiles, incluidos hombres, mujeres y estudiantes desarmados. Los informes oficiales reconocieron alrededor de 200 muertos o desaparecidos, pero estimaciones de sobrevivientes e investigadores sugieren que la cifra real podría ser significativamente mayor.

Bajo el gobierno de Chun, decenas de miles de personas fueron detenidas sin órdenes judiciales ni juicios justos bajo justificaciones de “comunismo”, “subversión” o “disturbios sociales”. Entre ellas se encontraban estudiantes, trabajadores y activistas prodemocracia.

El gobierno estableció el llamado Campo de Reeducación de Samchung (1980–1981), un tipo de campo de concentración para la “reeducación” de supuestos delincuentes sociales y disidentes. Más de 60.000 personas fueron detenidas, con estimaciones que llegan a casi 100.000. Al menos 339 detenidos murieron bajo custodia o como resultado de abusos en esos campos.

Pero en 1987 estallaron grandes manifestaciones contra el régimen, lo que llevó a Chun a declarar elecciones directas. Sin embargo, fueron ganadas por un estrecho margen por el candidato oficialista Roh Tae-woo, quien permaneció en el cargo hasta 1993, cuando perdió las elecciones frente a la oposición. La supuesta redemocratización salvó la piel de Chun: en 1996 fue acusado y condenado en procesos judiciales por golpe de Estado y por ordenar la masacre de Gwangju, pero la pena de muerte fue posteriormente conmutada por cadena perpetua y, luego, fue indultado en 1997 por razones de “reconciliación nacional”.

Corea del Sur hoy

Además de la amnistía a los responsables de la esclavización de su propio pueblo, la maravillosa democracia instaurada en Corea del Sur tras la caída de los militares mantuvo intacta la principal herramienta de los regímenes dictatoriales. Y, en las últimas dos décadas, el régimen político ha vuelto a cerrarse gradualmente. En 2010, más de 150 personas fueron interrogadas por supuesta violación de la Ley de Seguridad Nacional y más de 80 fueron procesadas por publicaciones en Internet supuestamente en apoyo a Corea del Norte. En 2011, cerca de 70.000 publicaciones fueron eliminadas por el mismo motivo. Si en 2009 “solo” 18 sitios web fueron cerrados por publicar contenido considerado “pro-Corea del Norte”, ese número se elevó a 178 en 2016.

Más recientemente, durante la presidencia de Yoon Suk-yeol, su administración utilizó reiteradamente la Ley de Seguridad Nacional y leyes relacionadas para procesar a opositores políticos, sindicatos y medios de comunicación. Finalmente, Yoon decretó la ley marcial e intentó un golpe militar a finales de 2024, sin éxito —por ahora…

La diputada Youn Mee-hyang está siendo investigada por la policía por haber acogido en el parlamento un seminario sobre la reunificación. Esto sería “propaganda pro-Norte” bajo la Ley de Seguridad Nacional.

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Military strength in the world: Navies https://strategic-culture.su/news/2025/11/21/military-strength-in-the-world-navies/ Fri, 21 Nov 2025 20:11:09 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888988 This infographic shows the top ten countries of the world by their naval power.

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L’Aquila e il dragone: il difficile sentiero di Trump per riavvicinarsi all’Asia https://strategic-culture.su/news/2025/11/20/laquila-e-il-dragone-il-difficile-sentiero-di-trump-per-riavvicinarsi-allasia/ Thu, 20 Nov 2025 05:31:20 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888961 Da poche settimane si è concluso il rapido tour del presidente Donald Trump in estremo oriente: molti i leader incontrati e i colloqui sostenuti, in un epilogo tenutosi nella Corea del Sud in occasione del vertice annuale di cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC)

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Da poche settimane si è concluso il rapido tour del presidente Donald Trump in estremo oriente: molti i leader incontrati e i colloqui sostenuti, in un epilogo tenutosi nella Corea del Sud in occasione del vertice annuale di cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC). Senza dubbio un momento complesso da gestire per il leader statunitense, il quale si ritrova a dover riaffermare il ruolo della potenza a stelle e strisce in una fase storica che vede un progressivo restringimento della sua tradizionale dominanza globale di fronte all’emergere costante del blocco alternativo all’occidente euro-americano, ossia il BRICS (il cui fulcro è l’Asia e che a sua volta sempre più inserito nel sud globale e precisamente sul continente africano).

Per Washington è imperativo agire, partendo quindi proprio dal continente asiatico: questo nel concreto ha significato in primissimo luogo arringare gli alleati come Corea del Sud e Giappone, ma soprattutto trovare una via di compromesso che sul momento ammorbidisca il confronto con il gigante cinese, il rapporto col quale è assolutamente cruciale in tutta l’area euroasiatica, dal Pacifico sino allo scacchiere geopolitico europeo. Ovvio pertanto che il momento più critico di tutto l’evento sia stato il tanto atteso bilaterale tra Trump e Xi Jinping.

Ad un’analisi attenta l’operazione è sicuramente molto complessa, per ragioni di fondo che hanno a che fare con gli equilibri globali più importanti. La verità – inesprimibile – è che Washington ha bisogno di Pechino in vista dell’imponderabile crisi politico militare in cui versa l’Europa, oramai compromessa sul fronte russo/ucraino e dal quale non riesce più a disimpegnarsi: la Casa Bianca vede in Pechino l’unico mediatore che potrebbe accomodare la questione, ma gli ostacoli in merito sono assai prodondi e probabilmente insolubili. Una riflessione onesta sulla storia della seconda metà del 900 spiega in realtà molte cose: il fatto è che per 50 anni la cordialità sino-americana era fondata sul non espresso anti sovietismo. La Repubblica Popolare Cinese malgrado la fratellanza ideologica con l’Urss le era anche rivale sul piano geopolitico (equivoco era deflagrato col grave strappo geopolitico a seguito dell’incidente sull’Ussuri, una guerra non dichiarata di 10 giorni tra Cina e Urss, 1969), dissidio subito sfruttato dall’amministrazione Nixon che riconobbe la Cina ufficialmente nel 1972, vedendo in essa un’improbabile quanto utile pedina ad oriente contro la Russia. In altre parole la politica estera americana di allora intuì l’esistenza di crepe nel sistema di alleanze del mondo socialista, nelle quali incunearsi a dovere: questa la sola ed unica ragione dell’avvicinamento alla Cina di Mao (come alla Germania orientale, riconosciuta il medesimo anno).

Oggi, mezzo secolo dopo, il pianeta è profondamente cambiato: lo stato cinese ha raggiunto una forza economica senza pari, tanto da tener testa agli USA stessi – che si trovano davanti l’unico vero rivale di forza equivalente mai avuto da 100 anni a questa parte – mentre la Russia è storicamente depotenziata territorialmente e geopoliticamente rispetto a cosa era l’Unione Sovietica.

Male tutto questo per Mosca ? No, tutto l’incontrario paradossalmente: poichè la Cina sentendo di non aver più un pericoloso rivale ai propri confini, ha potuto accettarlo come alleato e partner geostrategico, per la prima volta in secoli di storia. La Cina odierna pertanto accoglie lo stato russo come amico, con un grado di fiducia come non era mai stato possibile in precedenza.

Per la Russia tutto questo si traduce in un chiaro vantaggio: un enorme fratello stavolta benevolo ai confini, le cui risorse demografiche e scientifiche sono complementari alle proprie, offrendo pertanto al paese un appoggio che consenta di affrancarsi parzialmente dalla dipendenza economica nei confronti dell’occidente intero e quindi intraprendere una politica maggiormente decisa nei riguardi dei tentativi di espansione verso est dell’alleanza atlantica (come si è visto).

Gli equilibri descritti sopra rappresentano naturalmente un rompicapo per la politica estera americana, perchè tutto ad un tratto diventa difficilissimo separare Mosca e Pechino e quindi mminare l’unità euroasiatica da sempre temuta (dalla prospettiva geopolitica di lungo termine a stelle e strisce sono tuttora i due principali antagonisti planetari che è meglio tenere divisi: le cose non sono cambiate di molto rispetto a come Truman le descriveva verso il 1950: “L’America ha due nemici mortali: la Cina di Mao e L’Unione Sovietica”. Poco importa che oggigiorno non vi siano più nel’Urss nè Mao).

La più recente partnership sino-russa è un nuovo equilibrio basato su un contesto assai più stabile che nemmeno gli intrighi usuali delle amministrazioni washingtoniane possono alterare al momento, nè ci riuscirà Trump che si trova nel momento più difficoltoso del proprio mandato: se da un lato incassa un successo su scala minore in Palestina, il fronte maggiore – quello europeo che è al medesimo livello del primo conflitto mondiale – rimane aperto.

Le considerazioni di fondo appena fatte ci portano al momento presente: non riuscendo il presidente americano a mediare una pace in Ucraina a causa dell’opposizione massimalista di Zelensky (o meglio, delle forze nazionaliste di cui è espressione), ha dovuto per forza di cose rivolgersi al presidente Vladimir Putin, poichè non ha modo di far maggiore pressione su Zelensky senza perder credito e prestare il fianco ad accuse come quella di non fare l’interesse americano, cosa che i suoi detrattori in patria gli rinfacciano da sempre.

D’altro canto fare pressioni su Mosca o esercitare qualche forma di ricatto o minaccia non è semplice dal momento che quest’ultima già resiste efficacemente alle sanzioni di mezzo mondo industrializzato da quasi 4 anni. Ci si decide dunque a giocare d’astuzia: consapevole il leader americano del grande valore strategico che riveste il partenariato economico sino-russo per il Cremlino, cerca dunque di rivolgersi direttamente al leader cinese affinchè faccia pressioni su quello russo e portarlo ad accettare una soluzione del conflitto più compatibile con gli interessi occidentali.

In pratica anzichè l’incontro con Putin a Budapest – che sarebbe stato inutile visto il rifiuto irremovibile di Zelensky di cedere al piano di pace ribadito da Lavrov – cerca allora di rivolgersi a Xi Jinping per ottenere aiuto a fare sì che sia la Russia a cedere alle condizioni ucraine di pace. In un certo senso, quello che doveva essere il meeting Trump-Putin, è stato invece il meeting Trump-XI, che tuttavia risulta viziato da un imbarazzante paradosso da risolvere: Trump si rivolge ad un nemico degli USA (la Cina) affinchè questi faccia pressione su un altro nemico (la Russia), e malgrado questi ultimi due siano legati da una solida partnership, avversa gli stessi USA. Una autentica contraddizione in termini e senza contare il fatto che tra le iniziative dell’amministrazione americana in corso vi erano imponenti dazi minacciati contro la Cina medesima. Alla luce di questo, Trump può ancora domandare favori di questo genere a Pechino ? Fare leva sulla Cina per fare pressione sulla Russia – e idealmente usare l’una contro l’altra – può  ricordare per l’appunto le tattiche di Nixon e dei suoi successori durante la guerra fredda, ma non tiene conto del fatto che le circostanze siano radicalmente mutate e semmai denota il fatto che l’occidente americano abbia difficoltà a rassegnarsi a tutto questo, ad un mondo differente da quanto lo si ricordava.

D’altro canto la questione dei dazi e dei rapporti commerciali in generale si è apparentemente risolta, ma solo sul breve periodo, senza una soluzione definitiva, cosa che ha portato gli osservatori imparziali e gli economisti ad affermare che il bilaterale tra il presidente cinese e quello americano non sia stato un successo. Al massimo è stata siglata una tragua temporanea, vale a dire che Donald Trump ha portato a casa un risultato inferiore rispetto alle sue aspettative e sicuramente non sufficiente in vista dello scopo che si era prefissato ossia ottenere il supporto cinese contro Mosca. In breve la Cina non interferirà minimamente sulle decisioni che il leader russo prenderà in merito all’Ucraina.

In conclusione – come ricordato sin dal principio – quella tentata da Donald Trump è stata una mossa audace e illusoria, per ragioni di fondo, eppure anche obbligata: non potendo chiedere all’occidente di isolare la Russia (per il fatto che l’intero occidente è già schierato contro Mosca, la quale dal canto suo ha imparato a vivere senza l’Europa e Gb) non rimaneva che una sola carta e cioè rivolgersi alla cintura di paesi amici ed alleati di Mosca (quelli del Brics) imponendo anche a questi ultimi sanzioni nel caso avessero continuato ad acquistare petrolio russo. Tali paesi tuttavia sono, per l’appunto, geopoliticamente vicini a Mosca, affini alla Russia nella visione di fondo di un mondo multipolare e per nulla facili da minacciare o manipolare per peso geostrategico (Cina ed India in particolare): il tutto rende difficoltoso – e persino imbarazzante – domandare favori che prevedano andare contro gli interessi di un alleato al quale si è legati da partenariati strategici e visioni del mondo comuni. Allo stesso modo non sarebbe prudente la tattica della minaccia diretta, che inasprirebbe il dialogo quando invece ce n’è maggiormente bisogno.

In definitiva, la strategia di Washington sembrerebbe ambiziosa, ma nei fatti il leader statunitense rientra dal grande meeting di Busan con poco in mano: la Cina (quanto l’India) non ha dato alcuna promessa formale di rinunciare al petrolio russo, così come il Giappone – più stretto alleato degli USA in estremo oriente – ha declinato al momento l’ipotesi di rinunciare al gas che importa dalla Federazione Russa, per concludere con la Corea del Sud (con la quale le trattative d’affari sono risultate meno lineari del previsto). In breve non si è ottenuto nulla dalla Cina, e si sono registrate difficoltà persino con gli alleati tradizionali: il tanto atteso incontro Trump-XI Jinping non ha concluso molto e a Washington tocca proclamare un successo, che in realtà è una specie di nulla di fatto. Cina e USA attenuano le tensioni ridefinendo il proprio rapporto in una serie di intese commerciali che non vedono alcun vincitore sostanzialmente, ma solo puntellano la situazione onde evitare conflitti troppo marcati: infine sembra che del fronte ucraino non si sia nemmeno parlato, come si presagiva dalla breve durata del colloquio tra Trump e Xi.

Non si può che dedurne come anche il piano di far pressione su Mosca – attraverso Cina ed altri paesi extraeuropei – al fine di ottenere una vittoria diplomatica che salvi l’Ucraina (ormai sconfitta sul campo) sia sostanzialmente fallita: al suo posto rimane l’incertezza su come si svilupperà il futuro rapporto tra la potenza americana ed un mondo sul quale ha una presa sempre meno stabile.

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Top 20 Military Powers in 2024 https://strategic-culture.su/news/2025/11/03/top-20-military-powers-2024/ Mon, 03 Nov 2025 18:38:42 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888653 The 2024 Military Strength Ranking by Globalfirepower.com shows that the United States, Russia, and China have remained the world’s top military powers.

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Trump, Xi e il G-2 in Corea del Sud https://strategic-culture.su/news/2025/11/03/trump-xi-e-il-g-2-in-corea-del-sud/ Mon, 03 Nov 2025 05:30:07 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888640 La Cina non è preoccupata; la previsione tecnologica è che non avrà bisogno di nulla dagli Stati Uniti nell’arco di 2-3 anni.

Segue nostro Telegram.

L’ultima incarnazione del tanto pubblicizzato G-2 è giunta e si è conclusa. È sembrato un passaggio dalla tensione tariffaria di Trump a una tregua temporanea.

Naturalmente c’è stata una valanga di commenti incentrati sull’allentamento delle “tensioni commerciali”; ma ciò che contava davvero in termini pratici era la mancanza di un “accordo” completo dopo un’ora e quaranta minuti di dibattito in Corea del Sud, concluso con una stretta di mano sorridente.

Chiunque con un QI superiore alla temperatura ambiente sapeva fin dall’inizio cosa Trump desiderasse ottenere da Pechino. Essenzialmente tre cose:

  1. L’allentamento delle restrizioni sulle esportazioni di terre rare, poiché l’intero, vasto complesso industriale-militare statunitense con la sua cerchia di industrie high-tech integrate non può semplicemente essere “colpito” da una rottura della catena di approvvigionamento, e non c’è modo di costruirne una in meno di almeno cinque anni.
  2. La Cina dovrebbe acquistare enormi quantità di prodotti agricoli statunitensi, in particolare soia: altrimenti la base elettorale di Trump si ribellerà, e allora addio alle elezioni di medio termine e persino alla prossima vittoria presidenziale. Steve Bannon ha già annunciato pubblicamente che Trump si candiderà.
  3. La Cina dovrebbe acquistare ingenti quantità di petrolio americano a prezzi eccessivi e contemporaneamente ridurre drasticamente le sue importazioni energetiche dalla Russia; in tal modo Mosca sarebbe “costretta” a tornare al “tavolo delle trattative” sull’Ucraina.

Non c’è mai stata alcuna possibilità che la Cina prendesse anche solo in considerazione la discussione del punto 3, considerando il ruolo dell’energia nella partnership strategica globale tra Russia e Cina.

Quindi abbiamo avuto concessioni minori sui punti 1 e 2, ancora piuttosto vaghe.

Da parte sua, il Ministero del Commercio cinese ha annunciato ufficialmente che Washington annullerà i cosiddetti “dazi sul fentanil” del 10% e sospenderà, per un altro anno, i dazi reciproci del 24% applicati a tutti i prodotti cinesi, compresi quelli provenienti da Hong Kong e Macao, sostenitori del principio “un paese, due sistemi”.

Le concessioni sulla soia erano attese. Il Brasile ha agito in modo non molto saggio aumentando il prezzo della soia da 530 a 680 dollari la tonnellata. Pechino ha iniziato a ripensarci sull’opportunità di acquistare più prodotti dai paesi BRICS: la Cina è infatti il principale partner commerciale del Brasile. Pechino ha combinato la svalutazione del dollaro statunitense con il raccolto eccezionale degli Stati Uniti, dove gli agricoltori sono disposti ad applicare uno sconto del 10%, e alla fine ha ottenuto un buon accordo, con il vantaggio aggiuntivo di placare i sostenitori interni del Circo Ringmaster.

Navigare la “nave gigante”

Invece di concentrarsi sulle vanterie del Circo Maggiore riguardo ad accordi che potrebbero esistere solo nella sua mente, è molto più rilevante prestare attenzione a come questo G-2 è stato interpretato dalla Cina.

L’enfasi è stata posta sulla cooperazione, sull’appagamento della volatilità di Trump e su una sottile lezione di storia, con una visione a lungo termine. Si veda, ad esempio, la terminologia utilizzata da Xi, classica metafora cinese:

“Di fronte a venti, onde e sfide, dobbiamo mantenere la rotta giusta, navigare attraverso il panorama complesso e garantire la navigazione costante della nave gigante delle relazioni tra Cina e Stati Uniti”.

Altri testi ministeriali cinesi si sono spinti ancora oltre rispetto alla “nave gigante” di Xi. Essi sottolineano il concetto di “risultati reciproci e prosperità comune”. Non è una novità, provenendo dalla Cina ufficiale. Tuttavia, è stata rilasciata una dichiarazione sorprendente ed esplicita:

“Lo sviluppo e la rivitalizzazione della Cina e l’obiettivo del presidente Trump di ‘rendere di nuovo grande l’America’ non si escludono a vicenda”.

Traduzione: la leadership di Pechino è ora sufficientemente sicura di sé per quanto riguarda le rinnovate forze della Cina e la “situazione oggettiva”, ovvero lo stato dell’asse geopolitico e geoeconomico. Pertanto, ritiene che gli Stati Uniti e la Cina non debbano necessariamente cadere nell’abisso di un gioco a somma zero.

È impossibile dire se Trump stesso lo comprenda appieno. I vari sinofobi che lo consigliano certamente non lo comprendono.

È inoltre fondamentale collocare il G-2 in Corea del Sud nel contesto di quanto accaduto poco prima, all’inizio della settimana, durante i diversi vertici integrati nel summit annuale dell’ASEAN a Kuala Lumpur, come ho già sottolineato qui.

La rinnovata spinta al commercio interconnesso tra l’ASEAN + 3 (Cina, Giappone e Corea del Sud) e il RCEP (che comprende la maggior parte dell’Asia-Pacifico) indica che l’Asia orientale sta contrastando le misure tariffarie come un’unità concertata.

Per quanto riguarda la cruciale e progressiva yuanizzazione del pianeta, è stato proprio questa settimana che Pechino ha ufficialmente potenziato gli accordi sul petroyuan con le monarchie petrolifere arabe, invitando al contempo tutti i suoi partner e membri del BRICS a utilizzare il sistema cinese di pagamenti interbancari transfrontalieri (CIPS): in breve, lo yuan digitale.

Parallelamente, Li Chenggang, viceministro del Commercio e rappresentante cinese per il commercio internazionale, ha chiarito in che modo le misure di controllo delle esportazioni di terre rare influenzeranno il commercio estero cinese dei prodotti di tecnologia verde.

Ha affermato che questi controlli sulle esportazioni sono legati soprattutto al miglioramento della sicurezza: “Lo sviluppo verde è una filosofia di sviluppo (…) Sul rapporto tra sicurezza e sviluppo (…) in breve, garantire la sicurezza è essenziale per uno sviluppo migliore, e uno sviluppo migliore, a sua volta, garantisce una sicurezza più forte”.

I paesi del Sud del mondo lo comprenderanno. Non necessariamente il Pentagono.

Nessun riferimento ai semiconduttori o a Taiwan

Subito dopo il G-2, Xi ha continuato a essere al centro dell’attenzione durante la prima sessione del 32° incontro dei leader economici dell’APEC, con una proposta in cinque punti per promuovere una globalizzazione economica inclusiva, a beneficio della “comunità Asia-Pacifico” (non “Indo-Pacifico”, che è concettualmente privo di significato).

Xi si è rivolto direttamente al Sud del mondo, invitando a “sforzi congiunti” per “salvaguardare il sistema commerciale multilaterale”, costruire un “ambiente economico regionale aperto”, mantenere la stabilità e il “flusso regolare delle catene industriali e di approvvigionamento”, promuovere la digitalizzazione e l’ecologizzazione del commercio e promuovere uno “sviluppo universalmente vantaggioso e inclusivo”.

Non si tratta esattamente di una piattaforma Trump 2.0.

La Cina ospiterà l’APEC 2026 e gli Stati Uniti ospiteranno il G-20 nel 2026. Questo G-2 in Corea del Sud può certamente essere visto come una pausa simbolica, o un time out. Tuttavia, nessuno sa cosa potrebbe fare il direttore del circo, compreso lui stesso.

Due punti chiave finali: nessuna menzione da entrambe le parti su possibili concessioni degli Stati Uniti relative ai controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati. Ciò implica che non vi è alcun accordo. La Cina non è preoccupata; le aspettative tecnologiche indicano che non avranno bisogno di nulla dagli Stati Uniti nei prossimi 2-3 anni.

E nessuna menzione di Taiwan. Tutte le scommesse sono aperte, ma è possibile che qualcuno abbia sussurrato all’orecchio di Trump (che non legge) il contenuto dell’ultimo acuto articolo di Zhou Bo sulla questione.

Quindi nessuna provocazione e/o escalation. Almeno per ora.

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Trump, Xi and that G-2 in South Korea https://strategic-culture.su/news/2025/10/31/trump-xi-and-that-g-2-in-south-korea/ Fri, 31 Oct 2025 11:13:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888596 China is not worried; the tech expectation is that they won’t need anything from the US in the spectrum of 2 to 3 years.

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So the latest incarnation of the much-hyped G-2 came and went. It did feel like a switch from Trump Tariff Temper Tantrum to Temporary Truce.

Naturally there has been an avalanche of spin focusing on the easing of “trade tensions”; but what really mattered in practical terms was the lack of a full “deal” after 1h40 of debate in South Korea – complete with a smiling handshake coda.

Well, anyone with an IQ over room temperature knew from the start what Trump wanted to extract from Beijing. Essentially 3 items:

    1. Easing of restrictions on rare earth exports, because the whole, vast US industrial-military complex with its coterie of embedded high-tech industries simply cannot be “affected” by a supply chain rupture, and there’s no way to build one in less than at least 5 years.
    2. China should buy enormous amounts of US agricultural products, especially soybeans: otherwise Trump’s voter base will be in revolt, then bye bye to mid-terms and even the next presidential victory. Toxic asset Steve Bannon has already announced, on the record, that Trump will run.
    3. China should buy enormous amounts of overpriced American oil and simultaneously decrease, drastically, its energy imports from Russia; hence Moscow will be “forced” to be back to the “negotiating table” re: Ukraine.

There was never any chance that China would even contemplate discussing item 3 – considering the role of energy in the comprehensive Russia-China strategic partnership.

So what we had were minor concessions on items 1 and 2, still quite vague.

The Chinese Ministry of Commerce, for its part, officially announced that Washington will cancel the 10% so-called “fentanyl tariffs” and suspend, for an additional year, the 24% reciprocal tariffs levied on all Chinese products, including those coming from “one country, two systems” stawarts Hong Kong and Macao.

Soybean concessions were expected. Brazil played a not very wise game by raising the price of their soybeans from $530 per ton to $680. Beijing started to have second thoughts on buying more from their BRICS brothers: China moreover is Brazil’s top trade partner. Beijing combined the devaluation of the US dollar with the bumper US crop where farmers are willing to apply a discount of 10%, and in the end got out with a good deal – with the extra bonus of appeasing the Circus Ringmaster’s domestic supporters.

Navigating the “giant ship”

Instead of trademark Circus Ringmaster boasting/bragging re: deals that may exist only in his mind, it’s much more relevant to pay attention to how this G-2 was interpreted by China.

The emphasis was on cooperation, appeasement of Trump’s volatility plus a subtle History lesson – with a long view. See for instance the terminology employed by Xi, classic metaphorical China:

“In the face of winds, waves and challenges, we should stay the right course, navigate through the complex landscape, and ensure the steady sailing forward of the giant ship of China-U.S. relations.”

Other Chinese ministerial texts sailed even further than Xi’s “giant ship”. They emphasize the concept of “mutual achievement and common prosperity”. That’s not new, coming from official China. But then there was a startling, explicit statement:

“China’s development and revitalization and President Trump’s goal of ‘making America great again’ are not mutually exclusive.”

Translation: the Beijing leadership now is self-confident enough when it comes to China’s renewed strenghths and the “objective situation” – as in the state of the geopolitical and geoeconomic chessboard. So they believe that the US and China may not necessarily have to fall into the abyss of a zero-sum game.

It’s impossible to tell whether Trump himself fully understands it. Assorted Sinophobes advising him certainly don’t.

It’s also crucial to place the G-2 in South Korea in the context of what happened right before, earlier in the week, during the several summits inbuilt in the annual ASEAN sumitt in Kuala Lumpur, as I addressed it here.

The renewed interconnected trade drive between the ASEAN + 3 (China, Japan and South Korea) and the RCEP (encompassing most of Asia-Pacific) points to East Asia counteracting the imperial tariff tantrums as a concerted unit.

And on the crucial, progressive yuanization of the planet, it was also this week that Beijing officially boosted petroyuan deals with the Arab petro-monarchies while inviting all its BRICS brothers and partners to use the Chinese Cross-Border Interbank Payment System (CIPS): in short, the digital yuan.

In parallel, Li Chenggang, Vice-Minister of Commerce and China’s International Trade Representative, made sure how the rare earth export control measures will affect China’s foreign trade in green tech products.

He said that these export controls are most of all connected with improving security: “Green development is a development philosophy (…)  On the relationship between security and development (…) in short, ensuring security is essential for better development, and better development, in turn, guarantees stronger security.”

Global South nations will understand that. Not necessarily the Pentagon.

Not a word on semiconductors or Taiwan

Right after the G-2, Xi continued to enjoy the limelight at the first session of the 32nd APEC Economic Leaders’ Meeting, with a five-point proposal for promoting inclusive economic globalization, to the benefit of the “Asia-Pacific community” (not “Indo-Pacific”, which is conceptually void).

Xi talked directly to the Global South; he called for “joint efforts” to “safeguard the multilateral trading system”; build an “open regional economic environment”; keep the stability and “smooth flow of industrial and supply chains”; promote digitalization and greening of trade; and promote “universally beneficial and inclusive development.”

That’s not exactly a Trump 2.0 platform.

Well, China will host APEC 2026, and the US will host the G-20 in 2026. This G-2 in South Korea certainly may be seen as a symbolic pause, or a time out. Yet no one knows what the Circus Ringmaster may be up to next – including himself.

Two final, key points: not a word on both sides on possible US concessions related to export controls on advanced semiconductors. That means no deal. China is not worried; the tech expectation is that they won’t need anything from the US in the spectrum of 2 to 3 years.

And not a word on Taiwan. All bets are off – but it may be the case that somebody whispered on Trump’s ear (he doesn’t read) the content of Zhou Bo’s latest sharp column on the matter.

So no provocation and/or escalation. At least for now.

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Military strength in the world: Air power https://strategic-culture.su/news/2025/10/29/military-strength-in-the-world-air-power/ Wed, 29 Oct 2025 11:30:00 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888544 This infographic shows the top ten countries of the world by their air power (total aircraft in stock)

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