Italy – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sat, 07 Mar 2026 22:28:22 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Italy – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Fratelli d’Italia, all’armi! https://strategic-culture.su/news/2026/03/08/fratelli-ditalia-allarmi/ Sun, 08 Mar 2026 09:30:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891005 Giorgia Meloni ha dichiarato il 5 marzo che l’Italia intende fornire assistenza nel campo della difesa aerea ai paesi del Golfo Persico dopo i recenti attacchi missilistici dell’Iran nella regione.

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Su una cosa non si erano sbagliati gli oppositori della Meloni ai tempi delle cosiddette elezioni: ella ci avrebbe riportati in guerra. Se già non bastavano la mefistofeliche mosse del drago sputafuoco della finanza transnazionale, la cameriera dalle bionde trecce, dopo averci condannati a dieci anni di assistenza militare allo Stato più fallimentare della storia militare, l’Ucraina, ci regala adesso un impegno in Medio Oriente, sull’orlo della terza guerra mondiale.

Giorgia Meloni ha dichiarato il 5 marzo che l’Italia intende fornire assistenza nel campo della difesa aerea ai paesi del Golfo Persico dopo i recenti attacchi missilistici dell’Iran nella regione.

In un’intervista all’emittente RTL 102.5, la premier ha affermato che Roma, come Regno Unito, Francia e Germania, è pronta ad aiutare i paesi del Golfo soprattutto nel settore della difesa, e in particolare dei sistemi di difesa antiaerea.

Meloni ha spiegato che questa decisione è legata alla necessità di proteggere decine di migliaia di cittadini italiani che vivono nel Golfo Persico e circa 2.000 militari italiani dispiegati nell’area. Ha inoltre sottolineato l’importanza strategica delle forniture energetiche provenienti dal Golfo per l’Italia e per l’Europa. La presidente del Consiglio ha aggiunto che l’Italia continua a rispettare gli accordi bilaterali che regolano la presenza delle basi militari degli Stati Uniti sul territorio italiano, i quali consentono attività logistiche e di supporto, ma non operazioni di bombardamento. Ha anche precisato che non sono arrivate richieste per ampliare l’utilizzo di queste basi, sottolineando che: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra.”

Ci scusi, presidente, non abbiamo capito: mandare sistemi militari in supporto a Paesi che stanno combattendo una guerra, coinvolgendo personale militare, personale diplomatico, imprese e la bandiera nazionale, non è un coinvolgimento diretto?

Ha ragione, è vero, il balcone di Piazza Venezia purtroppo non può essere utilizzato perché è diventato un museo, ma nel mentre che in Parlamento viene votata una legge liberticida, magari potreste inserire una clausola per espropriare il balcone del giugno del ’40 e riportarlo in auge ai prischi allori della romanità imperiale, no?

Che forse, di grazia, essere tempestati di basi militari NATO e americane, detenendo persino alcuni dei sistemi più avanzati di monitoraggio, non ci espone ad essere obiettivo legittimo in caso di conflitto? Forse, nel promemoria sulla scrivania di Palazzo Chigi quando è arrivata a governare, non avevano inserito questi dettagli.

Ora dunque ci troviamo a dover far fronte ad un problema ben più grande del Crosetto che resta bloccato a Dubai.

Tra le principali preoccupazioni di Giorgia Meloni vi sono anche le possibili conseguenze economiche della guerra. «È necessario evitare che fenomeni speculativi provochino un’impennata dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari», ha dichiarato. In che modo? Attraverso un attento controllo di eventuali rialzi anomali dei prezzi, «in particolare per quanto riguarda il carburante alla pompa e i beni alimentari». Se la situazione lo richiedesse, il governo sarebbe pronto a «intervenire aumentando la tassazione nei confronti di chi dovesse approfittare della situazione facendo salire le bollette».

Parallelamente, l’esecutivo intende rinnovare a livello europeo la richiesta di sospendere il sistema dei crediti ETS. Questo meccanismo, pensato per scoraggiare la produzione di energia da fonti più inquinanti, secondo Meloni finisce però per incidere anche sul prezzo dell’energia generata da fonti non inquinanti. «Continuiamo a chiedere con decisione la sospensione di questo sistema. Si tratta di una delle proposte che porteremo al prossimo Consiglio europeo», ha annunciato la presidente del Consiglio, facendo riferimento alla riunione prevista a Bruxelles il 19 e 20 marzo.

Nella serata del 4 marzo, prima il ministro della Difesa Crosetto e successivamente la stessa presidente del Consiglio si sono recati al Quirinale per consultazioni con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in base alla Costituzione ricopre anche il ruolo di capo supremo delle Forze armate. Si è trattato di due incontri riservati, incentrati sugli sviluppi geopolitici nell’area mediterranea e sulle possibili decisioni del governo in una fase di crisi internazionale definita grave sia da fonti del Colle sia dall’esecutivo, che l’ha descritta come «il momento più difficile degli ultimi decenni».

Nel corso della giornata, inoltre, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha avuto un colloquio telefonico con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio. Questo contatto ha alimentato alcune indiscrezioni relative a un possibile utilizzo delle basi militari italiane, soprattutto dopo il rifiuto del governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez di mettere a disposizione le strutture di Morón e Rota, anche se pare, almeno per il momento, che dagli Stati Uniti non sarebbe stata avanzata alcuna richiesta ufficiale in tal senso.

Ma non v’è problema, fratelli di tutta Italia, perché la vittoria sarà nostra, in ogni caso. O perché servi di padroni atlantisti, o perché pronti a voltare gabbana verso est, o perché dignitosamente sconfitti, in ogni caso, vada come vada, ne usciremo vincitori, giammai vinti. Dunque, all’armi, la Patria chiamò!

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Non ci serve Sanremo https://strategic-culture.su/news/2026/03/01/non-ci-serve-sanremo/ Sun, 01 Mar 2026 14:30:04 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890871 La verità è che Sanremo non ci serve proprio a niente, se non che a rinnovare con cadenza annuale il voto di obbedienza ad un sistema di controllo sociale che fa della mediocrità e dell’osceno il suo rito di consacrazione per l’intera nazione

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Quando pronunciamo il nome Sanremo, non evochiamo soltanto una località della Riviera ligure. Ormai quel toponimo è diventato altro: è la scorciatoia linguistica con cui indichiamo il Festival di Sanremo, rito mediatico collettivo che ogni anno monopolizza l’attenzione nazionale. Il nome della città ha divorato il suo significato originario: non più solo luogo geografico, ma marchio, simbolo, evento. La parte si è trasformata nel tutto; il contenitore ha preso il posto del contenuto.

Ed è proprio questa trasformazione a suscitare perplessità. Chi apprezza la città reale — i suoi scorci, la sua storia, la sua dimensione quotidiana — può provare disagio nel vederla ridotta a sfondo di una gigantesca macchina televisiva. Per una settimana il Teatro Ariston, normalmente sala di provincia con programmazione ordinaria, diventa il centro simbolico del Paese. Non si tratta soltanto di musica: è un palcoscenico su cui l’Italia mette in mostra se stessa, con le sue mode, le sue ossessioni, le sue liturgie ideologiche.

Le canzoni finiscono spesso in secondo piano. Intorno proliferano talk show, conferenze stampa, polemiche, dichiarazioni politiche, interventi a effetto. Il festival si trasforma in un grande contenitore di opinioni e posture morali. L’importante non è tanto la qualità artistica quanto la presenza scenica, la visibilità, la partecipazione al rito. Essere lì — sul palco o nei commenti — vale più che vincere.

A orchestrare il tutto c’è RAI, che concentra risorse e attenzione mediatica in un’operazione capace di garantire ascolti imponenti e ricavi pubblicitari. Per quei giorni la concorrenza sembra dissolversi: le altre reti parlano comunque del festival, contribuendo ad amplificarne l’eco. Sfuggirvi diventa quasi impossibile, a meno di rinunciare a televisione, radio, giornali e conversazioni sociali. Sanremo si impone come argomento unico, calamita totale dell’interesse collettivo.

A pochi passi dall’Ariston, la statua di Mike Bongiorno ricorda un’epoca diversa, quando la manifestazione appariva più lineare: un presentatore, una cartellina, le canzoni al centro e quell’“Allegria!” che è rimasto nella memoria televisiva italiana. Colpisce che la città celebri con tanta evidenza un volto dello spettacolo mentre figure come Italo Calvino o Giovanni Domenico Cassini, pure legate a Sanremo, ricevano un’attenzione incomparabilmente minore. È il segno di una gerarchia culturale in cui la ribalta televisiva pesa più della letteratura o della scienza.

Nel frattempo, già nei giorni precedenti l’evento, la città cambia fisionomia: controlli rafforzati, palchi collaterali, spazi occupati, attività penalizzate dalla logistica stravolta. I residenti si adattano; qualcuno ne paga il prezzo in termini di disagi e lavoro rallentato. Ma la macchina procede spedita, perché i numeri la premiano: share elevati, sponsor soddisfatti, centralità culturale riaffermata.

Il punto, allora, non è soltanto musicale. Il festival funziona come specchio e insieme come megafono: riflette un certo modo di intendere la società e al tempo stesso lo consolida. Piaccia o no, diventa una celebrazione collettiva in cui il Paese si riconosce e si rassicura.

Resta sempre la possibilità di sottrarsi: spegnere lo schermo, aprire un libro, scegliere un teatro o una cena tranquilla mentre l’attenzione generale è altrove. Le canzoni, se valide, sopravvivranno comunque oltre la settimana di clamore. Tutto il resto — polemiche, slogan, dichiarazioni — svanirà con la stessa rapidità con cui è esploso.

Eppure, ogni anno, la formula si ripete immutata: Sanremo non è più soltanto una città, ma un evento totale, un’abitudine nazionale, un marchio che finisce per oscurare il luogo da cui prende il nome.

E la verità è che Sanremo non ci serve proprio a niente, se non che a rinnovare con cadenza annuale il voto di obbedienza ad un sistema di controllo sociale che fa della mediocrità e dell’osceno il suo rito di consacrazione per l’intera nazione. Spetta a noi decidere se vogliamo continuare ad essere le vittime di questo rito.

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Le Olimpiadi invernali di Milano – Cortina confermano la preferenza dei ragazzi italiani per lo sci e il tennis https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/le-olimpiadi-invernali-di-milano-cortina-confermano-la-preferenza-dei-ragazzi-italiani-per-lo-sci-e-il-tennis/ Fri, 27 Feb 2026 23:05:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890841 Risultati delle Olimpiadi per l’Italia

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Gianni Brera, cantore della “pedata” italica, come lui spesso chiamava il calcio, ne ha sempre ricordato e affermato il senso e il significato di sport popolare, plebeo e proletario. Una passione praticata dentro il Novecento giocando in ogni parco, in ogni spiazzo, in ogni strada non con un tondeggiante pallone di cuoio, ma con un più modesto insieme di stracci rappezzati e stretti insieme dalla forma raramente sferica, fino almeno agli albori degli anni ‘70, quando sono arrivati sul mercato, per la gioia dei bambini e dei ragazzi, i palloni di spugna, sempre a rischio di inzupparsi terribilmente, e quelli di plastica, leggerissimi e capaci, se colpiti con forza, di prendere imprevedibili traiettorie chiamate “brasiliane”, perché i soli a calciare in quel modo erano i giocatori carioca che si vedevano ogni quattro anni in mondovisione ai mondiali.

Il calcio italiano vanta ancora un milione e mezzo di tesserati, con oltre un milione di calciatori professionisti e semiprofessionisti, mezzo milione tra allenatori e preparatori, dirigenti societari e arbitri, con un crescente sviluppo del calcio femminile che con il nuovo secolo raddoppia di decennio in decennio il numero di ragazze praticanti.

Tuttavia vi sono senza dubbio delle storture. Intanto nel massimo campionato, la serie A, abbondano gli stranieri, a volte relegando gli italiani a uno due posti in campo su undici, in più i procuratori impongono non solo contratti che stabiliscono anche quante partite debbano giocare i loro assistiti, ledendo la libertà dell’allenatore di mandare in campo la squadra che reputi migliore, ma vendendo un giocatore, ne piazzano anche un altro paio, in una logica perversa in cui sono loro e non le società a decidere la rosa di ciascuna squadra.

Altri problemi affliggono il calcio italiano, le remunerazioni possono e molte volte sono esagerate ed esorbitanti per i campioni più o meno affermati e in egual modo per molti comprimari che li accompagnano in campo, almeno in serie A, ma dalla seconda e terza serie, la serie B e la serie C, quest’ultimo livello definito semi – professionistico, in molti casi la maggioranza dei giocatori porta a casa stipendi decorosi, ma modesti, scendendo poi tra i dilettanti, dalla serie D fino alla Terza Categoria per ben altri sei livelli, la vita degli atleti è quella di precari con un reddito di poco superiore ai mille euro mensili. In ultima istanza il calcio italiano è oggi uno sport povero, da praticare quando ancora si studia o i genitori concedano bonariamente ai figli di calcare i campi restando in famiglia a carico dei genitori. Certamente, tutte le migliaia di ragazzi che frequentano i campetti infangati di provincia aspirano e sognano un futuro tra i campioni, ma è risaputo che questo sarà un destino che accompagnerà un’infima minoranza, per altro come detto oramai sotto perenne ricatto da parte di procuratori sempre più invadenti, prepotenti e arroganti, il resto sa bene che dopo i venticinque anni dovrà iniziare a immaginare come costruire il futuro personale fuori dal calcio.

Tutto questo accompagna il declino del calcio italiano, il quale infatti a marzo in un paio di incontri si giocherà la possibilità di non finire per la terza volta consecutiva eliminato dalla competizione finale dei mondiali.

Tuttavia come anche recentemente dimostrato, l’Italia oramai primeggia con più facilità nel tennis o negli sport invernali, un tempo detti alpini, obbligando a interrogarsi sul perché.

Le tre coppe Davis vinte dagli azzurri negli ultimi tre anni, dal 2023 al 2025, la decina di tennisti tra i primi al mondo, al pari delle tenniste italiane, le molte medaglie vinte nelle recenti olimpiadi della neve e del ghiaccio di Milano e di Cortina, ben trenta, divise tra dieci ori, sei argenti e quattordici bronzi, ci dicono che qualcosa nella relazione tra sport e italiani è cambiato, non solo gli abbienti praticano discipline in passato poco familiari tra la piccola borghesia e la classe operaia, ma oggi i genitori anche dei ceti subalterni, più o meno consapevoli della loro condizione sociale, incoraggiano i figlia a impugnare una racchetta o a infilare gli scarponi e gli sci, cercando fortuna molto lontano dal pallone.

Qualche sociologo aggiunge che il calcio non sia più praticato come un tempo dai ragazzi di tutte le età, poco importa se ricchi o poveri, preferendo i giovani stare in casa con il telefono in mano a guardare e realizzare video da postare sui social, al massimo lo sport è più un gioco da condurre attaccati a un computer, magari connessi con gli amici anch’essi a casa loro, non come in passato, quando ci si trovava tutti insieme per strada.

Le novità sono evidenti. Prendiamo ad esempio il curling, è uno sport nel quale si gioca sul ghiaccio con pesanti pietre di granito levigate, dette semplicemente sassi o pietre, fotografie sbiadite di fine Ottocento ci mostrano già da tempi remoti la sua popolarità in ambito anglo – sassone e ad esempio in “Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà”, la sfortunata pellicola del 1969 con il modestissimo attore australiano George Lazenby, in un avvincente località montana si vedono avvenenti ragazze in tenuta sciistica scopettare pietre, per quanto probabilmente i più si siano dimenticati l’episodio al pari del film. In Italia, sebbene sparuti e sconosciuti giocatori, forse neppure una decina, si industriassero a spostar pietre già alla metà del XX secolo, è diventato uno sport con un numero minimo di praticanti solo con il nuovo millennio, ad oggi gli italiani che lo praticano sono meno di cinquecento, ma pur sempre un numero ragguardevole.

Gli sportivi impegnati nel curling a livello professionistico, al pari di tante altre attività olimpiche, dal tiro con l’arco, con ventitremila tesserati alla canoa, sopravvivono non tanto per i finanziamenti sempre più esigui del CONI, ovvero il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ma perché le Forze Armate: esercito, Polizia di Stato, carabinieri, Guardia di Finanza, assumono gli atleti garantendo loro un salario che li possa mettere nella condizione di praticare la disciplina prescelta con la dovuta e necessaria tranquillità. Un tempo esistevano società sportive sostenute da benefattori e grandi aziende con circoli sportivi interni, si pensi che il velocista barlettano Pietro Mennea è stato per tutto il tempo della sua attività agonistica un funzionario della IVECO, la fabbrica di bus e veicoli agricoli e lavorativi della FIAT, oggi svenduta agli indiani della Tata Motors. Di più, le otto medaglie d’oro, le tre d’argento e le quattro di bronzo, raccolte dai centosessanta atleti italiani alla Olimpiadi di Mosca del 1980 oggi non sarebbero mai esiste, infatti quelle azzurre e quegli azzurri da Pietro Mennea nei duecento metri a Sara Simeoni nel salto in alto, a Patrizio Oliva nel pugilato, appartenevano tutti a società sportive non militari, i membri delle Forze Armate sono rimasti in quella occasione nella penisola, aderendo con il solito bizantinismo tutto italiano, al boicottaggio imposto da Washington a tutti i suoi alleati della NATO contro i giochi sovietici, giustificandolo con l’intervento dell’Armata Rossa in solidarietà con il governo afgano, l’Italia guidata dal Presidente del Consiglio Francesco Cossiga nega pure agli atleti l’inno di Mameli e la bandiera tricolore, a Mosca le ragazze e i ragazzi sfilano e vengono celebrati per le loro vittorie con la bandiera olimpica a cinque cerchi e l’inno olimpico composto per la prima edizione dei giochi del 1896 da Spiro Samara. Ci fosse un simile boicottaggio oggi, un pirandelliano equilibrismo come quello messo in campo nel 1980 sarebbe impossibile, oggi gli atleti sono tutti militari e alle olimpiadi non andrebbe nessuno, con la sola eccezione dei giocatori degli sport di squadra, professionisti nei loro settori, come la pallavolo e la pallacanestro, potremmo aggiungere i calciatori, ma anche in questo caso, come per i mondiali, gli azzurri mancano da tempo la qualificazione al torneo olimpico. A dimostrazione di quanto sia lontana quell’Italia, nelle olimpiadi statunitensi invernali di Lake Placid in quello stesso 1980 arrivano solo due argenti dallo slittino maschile, singolare e doppio, l’uno con Paul Hildgartner, l’altro con Peter Gschnitzer e Karl Brunner, tutti e tre sudtirolesi, essendo ormai archiviata la decade della “Valanga Azzurra”, capitanata dall’altoatesino Gustav Thöni e del valsusino Pierino Gros.

Ai Giochi Olimpici invernali di Milano – Cortina 2026, mediaticamente celebrati in Italia anche con un eccessivo trionfalismo, si sono viste gara volte a promuovere tutto il possibile che si possa compiere tra le nevi, non solo lo sci alpino di velocità e di fondo, ma anche il cosiddetto sci alpinismo, ovvero il paziente scalar vette con racchette e sci ai piedi, un tempo relegato ai soli soccorritori di montagna, e poi ancora biathlon, bob, appunto il curling, hockey, pattinaggio da quello artistico a quello di velocità, quindi salti, snowboard e slittini. Un universo che attrarrà certamente nuovi giovani in ciascuna disciplina.

Le olimpiadi hanno visto la solita miserevole esclusione imposta dal Comitato Olimpico Internazionale contro gli atleti russi, bielorussi e coreano – popolari, fatto gravissimo e inaudito, che pare verrà ovviato alle para – olimpiadi in programma dal 6 al 15 marzo 2026 negli stessi impianti di Milano e Cortina, sebbene gli ucraini protestino con l’evidente conferma della loro inqualificabile malevolenza.

Nonostante l’esclusione, tuttavia alcune e alcuni atleti russi si sono potuti ammirare, ad esempio nel pattinaggio artistico si sono viste atlete russe sotto bandiera estone e georgiana, così come di altre nazioni, nonché, senza inno né bandiera l’incantevole Adelija Petrosjan, moscovita per nascita e armena per antenati, ai quali, ulteriore vergogna del Comitato Olimpico Internazionale, è stato impedito che fosse accompagnata dai suoi allenatori e preparatori, niente accrediti olimpici e niente visti d’ingresso in Italia per i tecnici russi, in spregio a qualsiasi valore sportivo e olimpico.

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As universidades, os milagres e o relativismo https://strategic-culture.su/news/2026/02/25/as-universidades-os-milagres-e-o-relativismo/ Wed, 25 Feb 2026 14:05:43 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890796 Uma disciplina – uma disciplina bem desprezada, e cujo conteúdo varia a depender da instituição – diz que milagres e ações demoníacas são reais.

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No mês passado, tratei do problema de que a ciência moderna padece desde o seu berço: o seu caráter fragmentário, já que existem mil disciplinas autônomas, com mil e uma especialidades, mas não existe um corpus de conhecimento. A física não sabe se o vidro é sólido ou líquido, a química tem certeza de que é sólido. Não existe uma definição do homem válida em todas as disciplinas, e de repente tivemos de aceitar (por força de lei) que mulheres têm pênis. Esse caráter fragmentário, creio eu, advém da influência que a magia renascentista teve sobre a constituição da ciência moderna: quando o edifício uno da filosofia escolástica foi destruído pela Revolução Copernicana, entraram em cena os homens da Renascença, que faziam tentativas ecléticas de construir conhecimento sem se preocupar com coerência, importando-se antes com a utilidade aparente. Além disso, a imensa influência da cabala na Renascença fez com que os homens de ciência colocassem em primeiro plano a meta de dominar a natureza para fazer “magia”, tal como Francis Bacon pretendia. Com o espírito da Renascença, a ciência abandona a pretensão universalista de descrever o todo e passa a procurar truques úteis.

Argumentei então que o mundo precisa restaurar o ideal original da universidade, que visava a constituir um conhecimento do todo (universum) que criasse um corpo coerente, em vez de continuarmos com disciplinas que não prestam contas umas às outras. Mesmo antes do advento do pós-modernismo, o atual estado de coisas é o do relativismo, já que cada disciplina tem a “sua” verdade.

Neste mês, temos visto a possibilidade de o neoateísmo ser um artifício propagandístico promovido por gente que, na verdade, quer privatizar os fenômenos não-explicáveis pelas ciências naturais. A plebe tem que ser ateia e guiar-se por um clero laico de divulgadores científicos, enquanto uns poucos iluminados têm um misterioso templo numa ilha privada, na qual se fazem as coisas mais horripilantes. Assim, devemos perguntar: qual é a atitude que a humanidade produtora de conhecimento deveria ter diante de fenômenos que não são explicáveis pelas ciências naturais?

A atitude atual creio que seja exatamente aquela promovida por David Hume (1711 – 1776) na Investigação sobre o entendimento humano. Aí ele defende que não se deve crer em nenhum relato de milagre, porque o testemunho de nenhuma autoridade humana deve ser superior ao testemunho que atesta a regularidade das leis naturais. Se todos os historiadores dissessem que a Rainha Elisabete morreu e dias depois ressuscitou, o homem de hoje teria de considerar que os historiadores estavam pregando uma peça, porque a experiência ensina que ninguém ressuscita, e nós devemos crer mais na experiência do que na palavra de terceiros. Ademais, os milagres não acontecem na Royal Society diante de cientistas, mas em meio à gente pobre e ignorante. Acontecem em rincões (como a Judeia), não em Roma à vista de todos. Se a experiência diz que a natureza nunca viola sua regularidade, diz também que os homens gostam de crer em relatos que despertam paixões – e isso explica não os milagres, mas a crença neles. Podemos dizer que o senso comum científico é esse: as leis da natureza não se suspendem jamais, então todo relato de milagre (ou, por extensão, de fenômenos demoníacos extraordinários) é fruto da mentira ou ignorância.

Alguns séculos após a morte de Hume, os métodos para documentar e analisar ocorrências miraculosas melhorou muito. Se a NASA analisou o manto de Guadalupe e não conseguiu encontrar alguma explicação natural para a maneira como foi feita, ou por que não se decompôs, não se trata mais de meros relatos que podem ser mentirosos. Além disso, os processos de canonização – que não são poucos desde o avanço da ciência – analisam reivindicações de milagres de potenciais santos. Ao badalado Carlo Acutis, por exemplo, foi atribuída a cura de um menino brasileiro que tinha uma deformidade no pâncreas – uma cura que não podia ser explicada pela medicina moderna. E aí ficamos assim: o senso comum científico é que não existem milagres, mas cientistas analisam rotineiramente alegações de milagres para o Vaticano.

Novamente, não existe nenhuma autoridade científica universal que determine que milagres existem ou que não existem. Tudo é subjetivo: se você é ateu, então para você com certeza não existem milagres; se você não é ateu, então para você talvez milagres existam. Mas se você disser que a terra tem 5 mil anos e que a evolução das espécies não existe, aí não pode, porque a ciência já deu o seu veredito sobre o assunto. Ora, talvez seja o caso de se perguntar se a ciência, enquanto corpo de conhecimento universal, não deveria ter uma posição sobre o assunto. O atual estado de coisas é do relativismo, o qual abre a possibilidade para a adoção de dogmas simplesmente errados por parte da maioria dos cientistas.

Um experimento engraçado foi feito por William Friedkin em seu documentário de 2017. William Friedkin (1935 – 2023) é famoso pelo seu filme O Exorcista, de 1973. Mais de 40 anos depois, ele soube que o exorcista da diocese de Roma, o Pe. Amorth, escreveu um livro de memórias no qual revela que O Exorcista é o seu filme predileto. Elogiou-o, ressalvando porém que os efeitos especiais são exagerados. Friedkin então entrou em contato com o Pe. Amorth, encontrou-o na Itália e pediu para filmar um exorcismo pela primeira vez na vida. O Pe. Amorth pediu um tempo para refletir e pouco depois conseguiu uma autorização – fato sem precedente. O combinado era que Friedkin iria filmar sozinho (isto é, sem equipe), com uma câmera pequena, a nona sessão de exorcismo de uma arquiteta na Itália.

E assim foi feito. O exorcista, nada lúgubre, é um velhinho bem humorado que gosta de fazer graça; a família da arquiteta está toda reunida, mais o namorado e uma porção de padres. Durante o ritual, ela se debate e se contorce, precisando ser segurada por homens, e ruge com uma voz que não é normal (é gutural e às vezes parece ser de várias pessoas). Respondendo às perguntas do exorcista, diz que se chama Satanás e é uma legião de 89 demônios.

Ato contínuo, Friedkin leva a gravação para a Ciência averiguar – na verdade, para três professores neurocirurgiões e um departamento de psiquiatria. Pergunta a todos o que a arquiteta tem, e se as suas respectivas especialidades poderiam resolver o problema dela. Dois neurocirurgiões, ambos da UCLA, não sabem o que ela tem e negam que possam resolver o problema dela. O primeiro, que é o mais normal, aponta que nunca viu coisa assim e que aquela voz não é deste mundo. Argumenta que ela está consciente e interage com as pessoas da sala, o que descarta um certo tumor que causa delírios. Em seguida, passa para a entrevista de um professor neurocirurgião de Tel-Aviv, que acha que pode ser um tumor e que ela pode estar delirando. Não menciona a voz, que é o que mais chama a atenção. Este último tem em comum com o segundo neurocirurgião da UCLA (que parece ser ateu) a crença de que a arquiteta só está naquela situação por causa da religião. Esse tipo de coisa pode acontecer com gente religiosa: um padre, com um rabino; em suma, com quem acredita. Ao que Friedkin pergunta ao israelense em que ele acredita, e ele fica incomodado. Embora não seja religioso, acredita que Deus existe no que não pode ser compreendido. Será um espinosano ambíguo como Sagan e Sam Harris? Até aqui, mesmo com um  crendo em Deus, temos dois neurocirurgiões que agem conforme a preceito humeano. O segundo neurocirurgião da UCLA pensa que talvez se trate de um fenômeno natural que, um dia, ainda será descoberto (como a radioatividade foi um dia), e acha que a arquiteta deve continuar com o exorcismo devido ao efeito placebo. Assim como uma pessoa pode se sentir melhor só por ter uma consulta com um psiquiatra que não prescreva remédios, uma pessoa religiosa pode se sentir melhor com um padre, e isso explicaria a eventual eficácia do exorcismo.

O momento mais divertido, porém, é o da reunião com o departamento de psiquiatria de Colúmbia. Ali aprendemos que ela tem a Desordem de Transtorno Dissociativo, e mostram um paper que atrela esse diagnóstico a pessoas que relatam possessão demoníaca e se submetem a exorcismos. Nessa reunião, Friedkin aprende que o DSM respeita a diversidade cultural e, como os relatos de possessão demoníaca ocorrem em várias culturas, “possessão demoníaca” está no DSM. Conforme já vimos em maior detalhe antes (usando o trabalho do psiquiatra Guido Palomba), o DSM não tem causalidade: ele lista uma série de sintomas e dá um nome a uma síndrome que tem um protocolo de tratamento.

Nomear é fácil. E quanto ao tratamento? Um jovem médico se pronunciou. Relatar possessão demoníaca é algo que ocorre entre pessoas religiosas, e ele tem uma paciente protestante muito parecida com aquela da gravação. Inclusive tem aquela voz estranha – o jovem médico e o cirurgião normal são os únicos a destacar a coisa que mais chama a atenção na gravação. Pois a paciente tem feito terapia e tomado medicamentos e está melhor. Fica-se com a impressão de que, se um psiquiatra tiver uma paciente girando a cabeça 360º como no filme, fará terapia e tomará remédios. Ao cabo, os psiquiatras dizem que a arquiteta tem solução (terapia e remédio), enquanto os neurocirurgiões disseram que não.

Por outro lado, no documentário vê-se que tudo isso começou por causa da universidade. William Peter Blatty (1928 – 2017), autor do livro O Exorcista em que o filme se baseia, teve aulas de teologia com um jesuíta na Universidade de Georgetown, em Washington, e ouviu a história da possessão demoníaca de um adolescente ocorrida em 1949, em Maryland, numa família luterana. O menino de 14 anos dizia estar possuído, a família procurou médicos e psiquiatras, mas acabou recorrendo aos serviços da Igreja Católica, que enviou um padre de Washintgon para realizar o exorcismo. Blatty foi atrás da história e do padre, mas não conseguiu contato com a família do garoto, que queria manter sigilo máximo sobre a história. O fato de que uma família luterana procurou a Igreja Católica sugere que os cientistas estavam errados ao crerem que a eficácia, explicada como placebo, depende da afinidade cultural.

Pois bem: aí se vê bem o estado de coisas da universidade. Uma disciplina – uma disciplina bem desprezada, e cujo conteúdo varia a depender da instituição – diz que milagres e ações demoníacas são reais. Já as outras não dizem nada, mas têm um senso comum tácito, chancelado pela mídia, segundo o qual não existem em hipótese alguma. Cada um crê no que quiser.

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Universities, miracles and relativism https://strategic-culture.su/news/2026/02/24/universities-miracles-and-relativism/ Tue, 24 Feb 2026 13:46:19 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890772 A discipline – a much despised discipline, and whose content varies depending on the institution – says that miracles and demonic actions can be real, writes Bruna Frascolla.

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Last month, I dealt with the problem that modern science has suffered from since its birth: its fragmentary nature, since there are a thousand autonomous disciplines, with a thousand and one specialties, but there is no corpus of knowledge. Physics doesn’t know if glass is solid or liquid, chemistry is sure it is solid. There is no one definition of man that is valid across all disciplines, and suddenly we had to accept (by force of law) that women have penises. This fragmentary character, I believe, comes from the influence that Renaissance magic had on the constitution of modern science: when the unified edifice of scholastic philosophy was destroyed by the Copernican Revolution, Renaissance men entered the scene, who made eclectic attempts to construct knowledge without worrying about coherence, caring rather about apparent usefulness. Furthermore, the immense influence of the Kabbalah in the Renaissance caused men of science to put at the forefront the goal of dominating nature to create “magic”, as Francis Bacon intended. With the spirit of the Renaissance, science abandons the universalist claim to describe the whole and starts looking for useful tricks.

I then argued that the world needs to restore the original ideal of the university, which aimed to constitute knowledge of the whole (universum) that created a coherent body, instead of continuing with disciplines that are not accountable to each other. Even before the advent of postmodernism, the current state of affairs is that of relativism, since each discipline is entitled to its own truth.

This month, we have seen the possibility that New Atheism is a propaganda device promoted by people who, in fact, want to privatize phenomena that cannot be explained by natural sciences. The common people have to be atheists and be guided by a secular clergy of scientific popularizers, while a few enlightened people have a mysterious temple on a private island, where the most horrifying things are done. Thus, we must ask: what is the attitude that knowledge-producing humanity should have when faced with phenomena that are not explainable by natural sciences?

The current attitude I believe is exactly that promoted by David Hume (1711 – 1776) in the Inquiry into Human Understanding. There he argues that no report of miracles should be believed, because the testimony of any human authority should be superior to the testimony that attests to the regularity of natural laws. If all historians said that Queen Elizabeth died and was resurrected a few days later, today’s man would have to consider that historians were playing a trick, because experience teaches that no one is resurrected, and we should believe experience more than the words of others. Furthermore, miracles do not happen in the Royal Society in front of scientists, but among poor and ignorant people. They happen in remote places (like Judea), not in Rome in plain sight. If experience says that nature never violates her regularity, it also says that men like to believe in reports that arouse passions – and this explains not miracles, but the belief in them. We can say that scientific common sense is this: the laws of nature are never suspended, so every report of miracles (or, by extension, of extraordinary demonic phenomena) is the result of lies or ignorance.

A few centuries after Hume’s death, methods for documenting and analyzing miraculous occurrences greatly improved. If NASA analyzed Guadalupe’s mantle and couldn’t find any natural explanation for how it was made, or why it didn’t decompose, the issue is no longer about mere reports that could be untrue. Furthermore, canonization processes – which are not few since the advancement of science – analyze potential saints’ claims of miracles. The famous Carlo Acutis, for example, was credited with curing a Brazilian boy who had a deformity in his pancreas – a healing that could not be explained by modern medicine. And so we are left with this: scientific common sense is that there are no miracles, but scientists routinely analyze claims of miracles for the Vatican.

Again, there is no universal scientific authority that determines that miracles exist or not. Everything is subjective: if you are an atheist, then fou you miracles certainly do not exist; if you are not an atheist, then for you maybe miracles exist. But if you say that the earth is 5 thousand years old and that the evolution of species does not exist, then you are wrong, because science has already given its verdict on the matter. Now, perhaps it is worth asking whether science, as a body of universal knowledge, should not have a position on the subject. The current state of affairs is one of relativism, which opens the possibility for the adoption of simply wrong dogmas by the majority of scientists.

A funny experiment was done by William Friedkin in his 2017 documentary. William Friedkin (1935 – 2023) is famous for his 1973 film The Exorcist. More than 40 years later, he learned that the exorcist of the diocese of Rome, Father Amorth, wrote a memoir in which he reveals that The Exorcist is his favorite movie. He praised it, noting however that the special effects are exaggerated. Friedkin then contacted Father Amorth, met him in Italy and asked to film an exorcism for the first time in his life. Father Amorth asked for time to reflect and shortly after obtained authorization – an unprecedented event. The agreement was that Friedkin would film alone (that is, without a crew), with a small camera, the ninth exorcism session of an architect in Italy.

And so it was done. The exorcist, not at all lugubrious, is a good-humoured old man who likes to be funny; the architect’s family is all together, plus her boyfriend and a bunch of priests. During the ritual, she struggles and writhes, needing to be held by men, and roars with a voice that is not normal (it is guttural and sometimes sounds like it belongs to several people). Responding to the exorcist’s questions, she says her name is Satan and she is a legion of 89 demons.

Next, Friedkin takes the recording to Science to investigate – in fact, to three neurosurgeon professors and a psychiatry department. He asks everyone what the architect has, and whether their respective specialties could solve her problem. Two neurosurgeons, both from UCLA, don’t know what she has and deny that they can solve her problem. The first, which is the most normal guy, points out that he has never seen anything like that, and that such voice is not from this world. He argues that she is conscious and interacts with the people in the room, which rules out a certain tumor that causes delusions. The film then moves on to an interview with a neurosurgeon professor from Tel-Aviv, who thinks it might be a tumor and that she might be delusional. He doesn’t mention the voice, which is what draws the most attention. The Israeli has in common with the second neurosurgeon at UCLA (who seems to be an atheist) the belief that the architect is only in that situation because of religion. This kind of thing can happen to religious people: a priest, a rabbi; in short, with those who believe. To which Friedkin asks the Israeli what he believes, and he becomes uncomfortable. Although he is not religious, he believes that God exists in what cannot be understood. Is he an ambiguous Spinozan like Sagan and Sam Harris? So far, even though one believes in God, we have two neurosurgeons who act according to Humean precepts. The second neurosurgeon at UCLA thinks that perhaps it is a natural phenomenon that will one day be discovered (like radioactivity once was), and thinks that the architect should continue with the exorcism due to the placebo effect. Just as a person can feel better just by having an appointment with a psychiatrist who does not prescribe medication, a religious person can feel better with a priest, and this would explain the eventual effectiveness of exorcism.

The funniest moment, however, is the meeting with the Columbia psychiatry department. There we learn that she has Dissociative Trance Disorder, and they show a paper that links this diagnosis to people who report demonic possession and undergo exorcisms. At this meeting, Friedkin learns that the DSM respects cultural diversity, and because reports of demonic possession occur in many cultures, “demonic possession” is in the DSM. As we have seen in greater detail before (using the work of psychiatrist Guido Palomba), the DSM does not have causality: it lists a series of symptoms and gives a name to a syndrome which has a protocol of treatment.

Naming is easy. What about treatment? A young doctor spoke up. Reporting demonic possession is something that occurs among religious people, and he has a Protestant patient very similar to the one in the recording. She even has that strange voice – the young doctor and the normal surgeon are the only ones to highlight the thing that catches the most attention in the recording. Well, the patient has been undergoing therapy and taking medication and is getting better. One gets the impression that, if a psychiatrist has a patient turning her head 360º like in the movie, she will undergo therapy and take medication. In the end, the psychiatrists say that the architect has a solution (therapy and pills), while the neurosurgeons said no.

On the other hand, in the documentary you see that all this started because of the university. William Peter Blatty (1928 – 2017), author of the book The Exorcist on which the film is based, took theology classes with a Jesuit at Georgetown University, in Washington, and heard the story of the demonic possession of a teenager that occurred in 1949, in Maryland, in a Lutheran family. The 14-year-old boy claimed to be possessed, the family sought doctors and psychiatrists, but ended up using the services of the Catholic Church, which sent a priest from Washington to perform the exorcism. Blatty went after the story and the priest, but was unable to reach the boy’s family, who wanted to keep the story as confidential as possible. The fact that a Lutheran family turned to the Catholic Church suggests that scientists were wrong in believing that efficacy, explained as placebo, depends on cultural affinity.

Well, that clearly shows the state of affairs at the university. A discipline – a much despised discipline, and whose content varies depending on the institution – says that miracles and demonic actions can be real. The others say nothing, but have a tacit common sense, endorsed by the media, according to which they do not exist under any circumstances. Everyone believes what they want.

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Care Olimpiadi, in tutti i sensi https://strategic-culture.su/news/2026/02/22/care-olimpiadi-in-tutti-i-sensi/ Sun, 22 Feb 2026 13:30:58 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890725 Un’Olimpiade può accelerare opere necessarie, migliorare i servizi, creare occupazione e rendere una città più vivibile. Oppure può gonfiare il debito pubblico, espellere residenti, lasciare impianti inutili e trasformare una promessa in un peso.

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Le Olimpiadi invernali con la doppietta Milano-Cortina hanno rallegrato l’italiano medio in un periodo di forte tribolazioni. Un toccasana che decisamente ci voleva. Ma ci lasciano con una doccia fredda, decisamente invernale: bilanci della Fondazione Fondazione Milano-Cortina continuano a essere in rosso e, al momento, registrano una perdita pesantissima. Con il concreto pericolo che a pagare siano ancora una volta le casse pubbliche.

Se già prima dell’inizio della competizione c’era mezzo miliardo di disavanzo nel bilancio del Comitato (mica spiccioli!), smentito agli organizzatori, nel frattempo il budget è stato ritoccato verso l’alto, arrivando a circa 1,7 miliardi di euro (inizialmente erano previsti 1,3). Inoltre, è arrivato un intervento determinante del governo: la scorsa estate, attraverso il decreto Sport, è stata introdotta la figura di un commissario per le Paralimpiadi, al quale sono stati destinati 387 milioni di euro. In questo modo alcuni costi – originariamente inclusi nel dossier complessivo dei Giochi – sono stati separati, alleggerendo formalmente il bilancio di Milano-Cortina. Un espediente contabile che ha consentito di coprire le perdite senza dichiararle apertamente. Ma, a quanto pare, non è stato sufficiente.

A poche ore dalla cerimonia inaugurale allo Stadio San Siro, il consiglio di amministrazione si sarebbe riunito d’urgenza per tentare di sistemare i conti. Senza successo: l’ultimo bilancio previsionale si chiude con un passivo stimato intorno ai 100 milioni di euro, forse persino superiore. È vero che si tratta ancora di stime e che il risultato finale dipenderà da diversi fattori: si prova fino all’ultimo a tagliare le spese (anche se solo la cerimonia inaugurale, giudicata da molti discutibile, sembra sia costata quasi 50 milioni), mentre le entrate risultano inferiori alle attese.

Restano inoltre da chiarire alcune voci legate ai contributi del Cio e ai servizi che saranno coperti dal commissario governativo per le Paralimpiadi. Con una serie di condizioni favorevoli, gli organizzatori sperano di limitare i danni, ma il fallimento della gestione guidata da Andrea Varnier e Giovanni Malagò – amministratore delegato e presidente della Fondazione – appare ormai evidente.

La situazione è talmente critica che la Fondazione non ha ancora saldato neppure quanto dovuto a Comitato Olimpico Nazionale Italiano e Comitato Italiano Paralimpico, cioè enti pubblici. In base agli accordi olimpici e paralimpici, a questi organismi spettano determinati ricavi, anche perché durante il ciclo olimpico rinunciano all’utilizzo del marchio dei cinque cerchi. Una gestione prudente avrebbe previsto il pagamento regolare del minimo garantito anno per anno, per poi fare i conti definitivi alla fine. Invece la Fondazione non ha quasi mai versato quanto dovuto.

Il Comitato Paralimpico, esasperato, si è rivolto direttamente al governo per ottenere le somme arretrate: risultano circa 4,46 milioni di euro per il biennio 2024-2025, a cui si aggiungono 1,8 milioni per il 2026, solo per quanto riguarda il minimo garantito, senza considerare eventuali ricavi aggiuntivi. Situazione simile per il Coni: è stato saldato il 2024, ma non il 2025, con un credito contabilizzato di circa 12 milioni di euro. E, intanto, il presidente De Sanctis del Comitato Paralimpico chiede l’intervento al Ministro dell’Economia.

E dopo, cosa rimarrà?

Poco o niente, o almeno così pare. La storia recente dei Giochi Olimpici offre due casi opposti, spesso citati per spiegare cosa significhi davvero lasciare un’eredità duratura — oppure fallire questo obiettivo. Olimpiadi di Barcellona 1992 è considerata l’esempio virtuoso per eccellenza: l’evento fu utilizzato come motore per accelerare una profonda trasformazione urbana attesa da decenni. Il lungomare, prima occupato da aree industriali e infrastrutture ferroviarie, venne restituito alla città; il Villaggio Olimpico si trasformò in un quartiere vivo e integrato; trasporti e spazi pubblici furono ripensati in modo strutturale. Ancora oggi una parte decisiva dell’identità e dell’attrattività internazionale di Barcellona affonda le radici in quelle scelte.

Di segno opposto è il caso delle Olimpiadi di Atene 2004. Molti impianti furono realizzati senza un piano credibile per il loro utilizzo successivo e, una volta spenti i riflettori, diverse strutture rimasero inutilizzate o in stato di abbandono, continuando però a gravare sui conti pubblici tra costi di manutenzione e debito. I Giochi non spiegano da soli la crisi della Grecia, ma ne sono diventati uno dei simboli più evidenti. La differenza tra questi due esempi non sta nell’evento in sé, bensì nella visione politica e urbana che lo orienta: costruire per due settimane o costruire per i vent’anni successivi.

C’è poi un aspetto meno visibile, ma forse decisivo: sfruttare i Giochi per cambiare il modo in cui lo Stato progetta e gestisce gli investimenti pubblici. Significa pianificare prima, monitorare durante, lasciare un’eredità solida dopo. Non rincorrere l’urgenza, ma definire traiettorie di lungo periodo. In fondo, la vera questione non è se le Olimpiadi generino risorse — è evidente che ne mobilitano moltissime — ma chi ne trae beneficio, chi si assume i rischi e chi rimane con il conto da pagare e le infrastrutture da gestire quando la festa finisce.

Un’Olimpiade può accelerare opere necessarie, migliorare i servizi, creare occupazione e rendere una città più vivibile. Oppure può gonfiare il debito pubblico, espellere residenti, lasciare impianti inutili e trasformare una promessa in un peso.

Non è l’evento a fare la differenza. È la politica, nel senso più profondo del termine: come si decide di impiegare quell’enorme quantità di risorse, e a vantaggio di chi. In questo senso, le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 rappresentano, nel bene e nel male, un grande banco di prova. Non solo sull’organizzazione dei Giochi, ma su come l’Italia sceglie di investire su sé stessa. Ed è su questo — oltre che sulle medaglie — che vale la pena mantenere alta l’attenzione.

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Russia e Cina bollate come dittature rappresentative del male https://strategic-culture.su/news/2026/02/19/russia-e-cina-bollate-come-dittature-rappresentative-del-male/ Wed, 18 Feb 2026 21:24:30 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890669 Le miserevoli e irriflessive considerazioni di un direttore di quotidiano italiano

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Mario Sechi, con l’editoriale di domenica 15 febbraio 2026 dal titolo “La lezione americana” con cui ha impiastricciato “Libero”, da lui diretto con buona pace dei suoi lettori, ci ha spiegato che la destra e la sinistra europee sono la stessa melma antirussa e anticinese, ripetendo le medesime baggianate del socialdemocratico Josep Borrell, il già Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, il quale qualche tempo addietro vedeva nel Vecchio Continente il giardino fiorito attorniato dai barbari. Tuttavia “i barbari”, ovvero il Sud Globale, ritengono i governi europei vergognosamente impresentabili, rappresentanti di una delle peggiori pagine della storia dell’umanità, dietro la farsa della democrazia infatti l’Occidente collettivo ha depredato e rubato dal 1945 le materie prime energetiche, minerarie e alimentari delle loro nazioni, in continuità con il precedente miserevole ed esecrabile colonialismo.

Oggi Cina e Russia guidano la costruzione di un nuovo mondo multipolare e di pace, costruito sul rispetto delle nazioni e dei popoli e fondato su scambi economici, politici rispettosi delle tradizioni e delle culture, pagando quelle stesse materie prime infinite volte di più, tanto che, non accettando l’Occidente collettivo il libero mercato, organizza guerre civili, come nella Repubblica Democratica del Congo, per rubare il coltan che non vuole pagare più di quanto i cinesi e i russi corrispondano.

L’inizio di Sechi è degno delle chiacchiere da bar, su quanto siano bravi e buoni gli statunitensi: “Winston Churchill nelle sue memorie scrisse che «gli Stati Uniti sono come una gigantesca caldaia. Una volta acceso il fuoco, non c’è limite alla potenza che può generare». Erano i giorni dell’attacco giapponese a Pearl Harbor e, di fronte alla tragedia, egli pensò: «Abbiamo vinto la guerra». In quel momento di estremo dolore, il primo ministro inglese capì che la Germania hitleriana sarebbe caduta di fronte alla «gigantesca caldaia». L’Europa, adagiata nel sogno di una eterna “belle époque” post 1945, ha dimenticato la lezione del leone d’Inghilterra, siamo qui, siamo liberi, siamo europei (senza -ismo, vi prego) perché è arrivato il Settimo Cavalleggeri. Che Dio perdoni gli smemorati di Bruxelles, campioni d’ipocrisia.”

Sechi è sbadato e smemorato al pari della discendente dei nazisti che oggi occupa il posto di Borrell a Bruxelles, la signora Kallas, tutti e due esaltano il mezzo milione di caduti statunitensi e i trecentomila britannici, si scordano ventisette milioni di sovietici e venti milioni di cinesi sacrificatisi eroicamente per la libertà del mondo e dell’Europa. Le tragiche e dolorose cifre spiegano a perfezione chi abbia dato il maggior contributo per la Liberazione dal nazifascismo e dall’imperialismo nipponico.

Sechi tenta poi maldestramente il tono elegiaco, ma deraglia riprendendo la citazione di Rubio in merito all’aggressione occidentale contro la Corea negli anni ‘50 del Novecento e contro l’Afghanistan agli albori di questo secolo, due pagine buie di cui vergognarsi: “Ieri Marco Rubio nel suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco ci ha ricordato che questa potenza nasce dalla storia e dalla cultura, dalla visione e dal pragmatismo, dal ranch e dal grattacielo, dalle grandi praterie e dai grandi laghi, dal senso dell’urgenza e dall’azione, dai pionieri del New England e dalla fanteria spedita a liberare l’Europa. Da noi occidentali, europei e americani, nella scoperta e nella costruzione, in pace e in guerra, perché «abbiamo sanguinato e siamo morti fianco a fianco sui campi di battaglia da Kapyong a Kandahar». Il grandioso intervento di Rubio ha “rimesso la chiesa al centro del villaggio”, ha ristabilito l’ordine delle cose, ha spiazzato i sonnambuli europei fino al risveglio e all’applauso a scena aperta. In un battito di mani è evaporato il racconto dei giornali italiani su Friedrich Merz della Germania che tagliava i ponti con gli Stati Uniti, una balla colossale – impaginata solo in chiave anti-meloniana dopo l’intesa tra Roma e Berlino -, bastava leggere l’intero intervento del cancelliere tedesco.”

Sechi cerca poi di buttarla sul patetico – affettivo prima di passare all’escatologico: “Allora l’America ci vuole bene, si saranno detti a Monaco nell’ascoltare Rubio. Ancora una volta senza capire che il problema non è una questione sentimentale, ma prima filosofica e poi politica: saper riconoscere il bene e il male.”

Sperticandosi quindi gongolante della definizione per lui ineluttabile del male e dei cattivi, guarda caso russi e cinesi: “Da che parte stai nella nuova Guerra Fredda, figliolo? Con la Russia e con la Cina? Tanti auguri, presto o tardi perderai la tua libertà. Perché i cattivi esistono e contano sull’utile idiota travolto dalla passione per gli Aya tollah e ogni risma di sanguinario dittatore, sui progressisti senza patria e onore, sugli ignoranti colti (leggere William Hazlitt), sulla claque per Francesca Albanese, sugli antisemiti, sui pusher di menzogne e sullo scemo da talk show.”

Infatuato da un delirio amoroso verso la bandiera a stelle e strisce, invoca lubricamente le cannoniere della NATO, che lui immagina come una tenera mamma vegliante sul riposo del pargoletto: “Abbiamo vinto alla lotteria della storia l’inestimabile “pax americana” e non sappiamo più che farcene. Rubio pronuncia la parola che a molti oggi sembra un’eresia, «Occidente», chiama con il loro nome gli errori e gli orrori, ribadisce che l’amministrazione Trump è un progetto per il futuro (che costruiranno con noi o senza di noi, sperando che prevalga il «noi») e non uno sguardo indietro al passato «delle cannoniere» (che per fortuna esistono e vegliano sulla nostra libertà). La standing ovation riservata al Segretario di Stato non deve ingannarci, per molti leader europei le sue parole suonano come una minaccia, per gli intellettuali di complemento sono un’intollerabile sfida alle loro rovinose certezze, sono una chiamata alle armi, e non intendo solo quelle degli eserciti, mi riferisco all’intelligenza e alla cultura (politica e non solo) che sono il fondamentale nutrimento per interpretare l’essenza del nuovo mondo (l’America) che sta forgiando un mondo nuovo (la visione dell’amministrazione Trump).”

A complemento, ecco che Sechi indugia sorridente, esaltandosi nel vedere, solo lui poveretto, genialità in ogni angolo della Casa Bianca, tutta protesa contro il male rappresentato come il solito da Russia e Cina, quindi in preda a un vago delirio estatico chiama questa vecchia roba, ovvero l’imperialismo unipolare statunitense, “un nuovo ordine mondiale” e verrebbe da ridere se non si sapesse, ahimè, che ci crede davvero: “Pochi hanno afferrato la forza trasformatrice, la qualità delle persone che fanno parte del team di Trump. I critici in servizio permanente, mai colti dal dubbio, si sono concentrati sul ciuffo, ma non vedono il cervello. Trump ha messo su una squadra di prim’ordine che ha capacità e visione, ha un programma e lo sta realizzando. Alla Casa Bianca pensano a un nuovo ordine mondiale, certamente, che scoperta, perché vedono il disordine incombente e la minaccia delle dittature, della Cina, della Russia, dei tagliagole di Hamas e dell’Iran, uno Stato terrorista che insegue ancora il progetto della bomba atomica.”

Poi arriva la tirata d’orecchie agli europei, come nella celebre favola paragonati alla bella addormentata e quindi un’imbarazzante idea degli Stati Uniti che sarebbero stati costruiti “sulla Bibbia, la forca e la Colt”, una specie di versione a stelle e strisce del mussoliniano “libro e moschetto”, fondamentali a detta del dittatore di Predappio, per fare il fascista perfetto: “A Washington sono svegli, il sonno abbonda nelle cancellerie europee, intrise di boria e ignoranza al punto da negare l’evidenza di un insostituibile scudo americano per la nostra sicurezza. Dopo aver fallito, ci spiegano come ripartire da capo, eccezionale operazione di trasformismo, senza mai dire che tutto questo costa. Roger Kimball, editore e direttore di The New Criterion, una raffinata rivista culturale conservatrice, qualche giorno fa ricordando che «George Washington aveva Thomas Jefferson come Segretario di Stato e Alexander Hamilton come Segretario del Tesoro», ha scritto che Rubio e Bessent «sono emersi come tra i migliori segretari della storia. Guardare Rubio istruire il Congresso e i media ottusi su questioni serie come Venezuela, Iran e Gaza ricorda ciò che disse Orazio sullo scopo della poesia: dovrebbe deliziare oltre che istruire». Il piccolo establishment europeo si è auto – inchiodato alla descrizione dei cowboy (che hanno costruito l’America, en passant, la prima potenza mondiale, partendo dalla Bibbia, la forca e la Colt). Per nostra fortuna Giorgia Meloni è tra coloro che hanno colto e anticipato lo spirito del tempo, i temi sono quelli giusti, basta guardare indietro ai suoi interventi, non solo da Presidente del Consiglio, per apprezzare la freschezza e attualità delle sue intuizioni. Non è un caso che i libri di Meloni siano tradotti in America, l’ultimo (“Giorgia’s Vision”) andrà in libreria in aprile, con la prefazione del vicepresidente JD Vance.

Preso dallo slancio, Sechi si getta in ginocchio e chiude con uno sperticato e aureolare elogio alla Presidentessa del Consiglio, vedendo poi un filo invisibile unire le rovine della Roma imperiale ai palazzi dell’imperialismo declinante: “C’è assonanza e stima per la leader che in Europa rappresenta quella rivoluzione conservatrice che ha abbattuto il totem di un progressismo in declino, rimesso in gioco la politica, chiuso l’era dei governi d’emergenza e delle alchimie di palazzo, restituito lo scettro al popolo con una vittoria elettorale chiara, un Parlamento con una maggioranza forte e un governo stabile. Sono conquiste che Meloni ha rafforzato in questi anni a Palazzo Chigi con una netta scelta di campo, giocando la partita nello spazio vitale che si chiama Occidente e si estende da Roma a Washington, una linea che congiunge i due Campidogli, una parabola comune, dove le divergenze non possono mai essere differenze incolmabili. Siamo tutti occidentali, un tempo si scriveva perfino che «siamo tutti americani», ma in troppi hanno dimenticato l’11 settembre 2001, il significato di quella data. Marco Rubio in modo magistrale ha mostrato il libro, la mappa, la rotta di un gruppo di nuovi pionieri d’America che ha deciso di cavalcare la storia, non subirla in attesa del “The End”.

Dopo aver letto Mario Sechi, non si può che cercare rifugio in Dante Alighieri: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”, il suo era un Purgatorio letterario, gli italiani, a quanto pare, sono purtroppo condannati a un purgatorio vero.

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Vannacciate, ovvero cose che solo un incursore è capace di fare https://strategic-culture.su/news/2026/02/15/vannacciate-ovvero-cose-che-solo-un-incursore-capace-fare/ Sun, 15 Feb 2026 16:00:45 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890604 Il Generale Incursore sta conducendo una incursione e arriverà fino in fondo. Dai partiti del “dissenso” a quelli di Governo, come folgore dal cielo è giunto, ha colpito ed ha lasciato il segno.

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Chi l’avrebbe mai detto che ci sarebbe voluto un Generale Incursore per trollare, come si dice oggi, l’intero panorama politico italiano.

E chi l’avrebbe mai detto che le forze politiche, più o meno tutte, ci sarebbe cadute.

Chi scrive non è affatto un simpatizzante del Generale più chiacchierato d’Italia (forse ha battuto pure Figluolo e Dalla Chiesa in termini di mediaticità) e questo non sarà un commento di carattere elettorale. Tutt’altro. Quello che si intende far vedere è come l’Operazione Vannacci – così la chiameremo – sia stata un colpo di genio ed una boccata di aria fresca in mezzo ad un palazzo putrescente del potere politico “all’italiana”.

Aria fresca non perché abbia portato qualche cambiamento nella sostanza – laddove in Italia i contenuti della politica sono fermi in maniera imbarazzante da più di trent’anni – bensì nella forma, quella forma che ha preso, stracciato, rimontato e poi di nuovo fatto a pezzi, ricomponendo dei puzzle utili di volta in volta a compiere uno specifico compito, all’interno di una più ampia operazione.

Una “vannacciata”, come già si sente dire in senso dispregiativo, ma che dovremmo provare a considerare in senso positivo. Ed ora spieghiamo perché.

Anzitutto una questione di curriculum. Nelle Forze Armate italiane, per chi è avvezzo all’ambiente, c’è una sorta di incastro generazionale che ha fatto sì che molti degli alti ufficiali (ormai stanno andando tutti in pensione) che erano posti in ruoli di comando negli ultimi dieci anni, avevano un curriculum accademico (=laurea) inferiore alle nuove leve, che per ragioni anagrafiche erano cresciute in un contesto e con delle riforme diverse da quelle dei loro anziani. Vannacci è uno che ha studiato, e non solo in Accademia Militare ma anche all’università, pur venendo ancora da una fascia generazionale nella quale non era molto consolidato questo uso. Se laurearsi non è garanzia di niente, è però altrettanto vero che si tratta di un tipo di formazione specifica, nel suo caso, che si è integrata con la sua carriera militare, costituendo un passo in avanti rispetto a molti altri suoi colleghi di ieri e anche di oggi, ovvero i politici. Non è uno che è arrivato ad avere la greca ricamata sui tubolari per semplice passaparola di favori politici.

Vannacci è un uomo che ha sempre vestito la divisa, e non una qualsiasi. Dal momento che uno diventa Incursore, lo è per tutta la vita. Su questo aspetto dobbiamo soffermarci, perché è centrale per capire le modalità dell’Operazione. Dopo l’Accademia, accede al glorioso 9° reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, di cui comanda dapprima il distaccamento operativo incursori, con importanti missioni, e poi di nuovo, più avanti, comandando tutto il Reggimento. Da appena promosso generale, assume il comando della Brigata paracadutisti “Folgore”, per poi ricevere l’incarico diplomatico in Russia.

Il punto chi e cosa è un Incursore: un soldato pronto a fare qualsiasi cosa, in maniera convenzionale o non convenzionale, pur di portare a termine la propria missione. Non importa chi, dove, cosa, come e quando. Importa solo l’obiettivo.

Ora, provate ad immaginare un Incursore che entra in politica: determinato a fare qualsiasi cosa pur di conquistare l’obiettivo, laddove “qualsiasi” significa letteralmente la possibilità di impiegare ogni strada, persona, struttura, simbolo ed ideologia pur di arrivare a mèta. È chiaro?

L’Operazione Vannacci, la cui orchestrazione è principalmente fuori dal perimetro geografico italiano, è una impressionante operazione di trasformazione dell’agone politico del Belpaese. Conquistare una poltrona, un titolo, delle percentuali nei sondaggi, scrivere libri contestati, sono tutte cose accessorie al vero scopo, sono elementi di passaggio che non valgono niente se non considerati in funzione dello scopo.

La maggior parte degli avversari politici e dei media si concentra sugli elementi di distrazione sopra citati, non comprendendo la vera entità dell’Operazione. Il Generale Incursore sta conducendo una incursione e arriverà fino in fondo. Dai partiti del “dissenso” a quelli di Governo, come folgore dal cielo è giunto, ha colpito ed ha lasciato il segno.

Se ne renderanno conto i nostri illustrissimi onorevoli, prima che di loro non rimanga più niente?

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La crisis del liberalismo. ¿Italia hacia un retorno a los años de plomo? https://strategic-culture.su/news/2026/02/14/crisis-del-liberalismo-italia-hacia-un-retorno-los-anos-plomo/ Sat, 14 Feb 2026 14:00:21 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890595 Entrevista a Andrea Zhok por Federico Dal Cortivo del diário L’Adige de Verona.

Ilustración: Fernando Vicente, España para la nueva edición del Manifiesto comunista de Marx y Engels.

08 de febrero 2026.

«En sistemas sociales más pobres pero capaces de solidaridad horizontal (familiar y comunitaria), las dificultades económicas son más tolerables».

Andrea ZHOK

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Federico Dal Cortivo, del diario L’Adige de Verona, ha entrevistado al profesor Andrea Zhok, filósofo académico, profesor de antropología filosófica y filosofía moral en la Universidad de Milán, investigador y ensayista. El tema de la entrevista es la crisis de la sociedad en la que vivimos.

Profesor Zhok, nos encontramos en un periodo de grandes cambios a nivel internacional, en el que la geopolítica es la protagonista y se están barajando muchas cartas. Pero lo que llama la atención es la profunda crisis que envuelve al sistema liberal, que parecía destinado a gobernar el mundo durante los siglos venideros y sobre el que Occidente había basado sus cimientos. Ahora, desde Estados Unidos hasta Europa, este modelo parece estar resquebrajándose. Me gustaría conocer su opinión al respecto.

Una crisis profunda: cultural, pero también material

«Se trata de una crisis muy profunda porque es a la vez cultural y material. En el plano cultural, la modernidad liberal siempre ha presentado elementos de fragilidad, ya que ha promovido un proceso de secularización sin lograr construir una ética normativa compartida que sustituyera a la anterior ética de matriz religiosa. En lugar de una ética normativa compartida, se pensó que bastaba con apelar a los derechos individuales y a los placeres del consumo, pero estas instancias no proporcionan ninguna base efectiva para fundar una ética pública».

«En ausencia de una ética pública sólida, los Estados tienden a desintegrarse desde dentro, la confianza en las clases dirigentes se derrumba, los conflictos sociales aumentan y la desorientación de los jóvenes en formación se vuelve explosiva. Pero mientras Occidente lograba alimentar un crecimiento sostenido, con una distribución elevada y difusa de los bienes, estos elementos de desintegración interna podían mantenerse bajo control: quien siente que tiene mucho que perder difícilmente se radicaliza. Sin embargo, las dos últimas décadas, en particular tras la crisis subprime, han iniciado un proceso de contracción comparativa del primado económico occidental».

«En sí mismo, no sería nada dramático, sino más bien fisiológico, frente al crecimiento de otras potencias regionales (BRICS). Pero en un sistema como el occidental, que ya ha perdido en gran medida la confianza en sus propias razones profundas (históricas, religiosas, espirituales, etc.) y que ha destruido los ordenamientos familiares y comunitarios, esta reducción de la capacidad económica resulta intolerable.

En sistemas sociales más pobres pero capaces de solidaridad horizontal (familiar y comunitaria), las dificultades económicas son más tolerables. En nuestro mundo, acaban representando la pérdida de la última identidad que quedaba, la de ser un «mundo avanzado» (al menos económicamente)».

¿Ve usted una alternativa al sistema liberal, al menos si no en Estados Unidos, en Europa, donde surgió el Estado social bajo diversas ideologías?

«Europa habría tenido la posibilidad de trazar un camino diferente, y en esencia lo hizo en los treinta años que siguieron a la Segunda Guerra Mundial. Sin embargo, este camino dependía de una combinación de factores difícilmente repetible. En el plano económico existía una economía mixta, de tipo asistencialista, con un fuerte papel del Estado en las industrias estratégicas, en el sistema bancario y en las políticas industriales. Este modelo económico sigue siendo históricamente el que ha presentado la mayor tasa de reducción de la pobreza y de mejora de las condiciones de vida medias».

« Al mismo tiempo, en el plano ideal, existían dos grandes bloques ideológicos capaces de aportar una visión fecunda del mundo y de la sociedad; me refiero, naturalmente, al legado del cristianismo social y a la herencia socialista-comunista. A pesar de sufrir el conflicto entre las dos principales visiones del mundo en constante tensión, esas visiones convergían en concebir la vida social (familiar, comunitaria y nacional) como llena de promesas. »

«Hoy en día, reconstruir con esos materiales, aunque no es imposible en principio, resulta difícil, ya que desde los años 90 todo ese patrimonio ideal y también de experiencia económica ha sido sistemáticamente desmantelado. Europa ha aceptado, como si fuera un progreso, un proceso de radical americanización a todos los niveles, acabando por borrar rasgos profundos de su propia identidad, sin poder, por otra parte, perseguir el «sueño americano», que, además de estar en crisis, solo es materialmente perseguible en un estado-continente como los Estados Unidos, con una densidad de población muy baja (37 habitantes por km², frente a los casi 200 de Italia) y grandes recursos naturales».

¿Qué opina de los violentos enfrentamientos del 1 de febrero que pusieron a parte de Turín patas arriba, provocados por miembros y simpatizantes del «centro social Askatasuna»? ¿Ve en todo este «antagonismo» alguna forma real de revuelta contra el «sistema oligárquico dominante»? No tengo constancia de que estuvieran en juego la defensa de la familia, del hogar, del Estado social y de quienes trabajan y estudian.

«Me cuesta mucho emitir un juicio porque no estuve presente personalmente y los testimonios que he recibido sobre los hechos son contradictorios. Hay quienes subrayan el carácter predominantemente pacífico de las manifestaciones, mientras que otros destacan sus componentes destructivos y vandálicos. Por lo tanto, no quiero pronunciarme sobre estos enfrentamientos en concreto. Sin embargo, puedo observar una dinámica que ya se ha observado en muchos otros países europeos y que estamos empezando a ver en Italia».

«A falta de organismos intermedios (partidos, sindicatos, etc.) creíbles que se perciban como capaces de representar las reivindicaciones de los grupos más desfavorecidos o marginados, la tendencia natural es la aparición cada vez más frecuente de grupos exaltados y violentos, personas que no tienen una agenda política real y que están acostumbradas a pensar que nunca habrá una que les concierna».

«Decir que se trata de personas ignorantes, desorientadas, asociales, etc., no resuelve nada, aunque sea cierto. Si una sociedad no es capaz de «socializar» a sectores significativos de su población, esto acabará repercutiendo de forma brutal en la vida de todos. Esto no justifica ningún comportamiento violento, pero debería hacer comprender que pensar en intervenir solo desde el lado represivo no llevará muy lejos».

La crisis genera una revuelta no política, sino psicológica

Profesor Zhok, ¿no existe el riesgo de que ocurra lo que ya ocurrió en los llamados «años de plomo», que vieron las calles ensangrentadas por los enfrentamientos entre jóvenes de tendencias opuestas y contra la policía, vista como el brazo armado del Estado, pero que al final no afectaron en absoluto al sistema oligárquico-liberista dominante, sino todo lo contrario? ¿Qué opina usted?

«No creo que vaya a ocurrir nada parecido a los años de plomo, aunque las consecuencias podrían ser en parte similares. Hoy en día, la revuelta, cuando la hay, no es política, sino «psicológica». En Italia aún estamos lejos de los escenarios que se ven en Francia o Inglaterra, pero deberíamos aprender de esos errores para remediarlos con antelación. Solo en la noche de Fin de Año se quemaron 874 vehículos en Francia.

Esto no es una protesta política, no tiene ningún objetivo concreto, salvo expresar su malestar, su genérica ira. Una explosión progresiva de formas de vandalismo generalizado, conflictos dispersos y microcriminalidad capilar es el escenario que les espera, si no se producen cambios. Y sería grave que el resultado fuera un simple endurecimiento de la seguridad, el aumento de las penas, la vigilancia generalizada de la población, las restricciones a la libertad de movimiento, etc. Esto no resolvería nada y simplemente acabaría reduciendo la libertad de todos, empezando por los ciudadanos honestos».

Lo que falta en Italia, pero también en gran parte de Europa, para dar inicio a verdaderas protestas callejeras contra un modelo socioeconómico basado en el beneficio, el clásico «dios dinero», el mercado que se autorregula, las privatizaciones, la precariedad laboral, la baja natalidad, la inmigración salvaje, la microdelincuencia común ligada sobre todo a esta última y la delincuencia organizada en vertiginoso ascenso gracias al poder económico de la droga. En Italia, tanto el centroizquierda como el centroderecha se han esforzado mucho en las últimas décadas por favorecer todo esto. ¿Qué opina usted?

«Falta prácticamente todo. En primer lugar, falta una cultura alternativa capaz de revalorizar factores que se han tirado precipitadamente a la «basura de la historia»: la familia, las tradiciones culturales, el sentido del Estado, la conciencia de la propia historia.

Luego falta una estructura social qué permita que estos factores prosperen. Por decirlo de alguna manera, no se protege a la familia con una conferencia sobre lo bonita que es la familia y lo saludable que es la maternidad; está muy bien, pero ANTES hay que poner a las parejas en condiciones de formar una familia sin que ello acabe siendo un obstáculo para la carrera profesional, «cosa de perdedores» o «de inmigrantes», y similares».

«Lo mismo puede decirse de las tradiciones culturales y comunitarias, que no se cultivan con una pasarela política en la fiesta de la porchetta o en el estreno de la Scala. Aquí el tema se haría realmente demasiado largo y complejo, porque afecta a una multitud de niveles que han sido demolidos, desde la escuela, la universidad, los conservatorios, las comunidades locales, etc. Necesitaríamos una nueva clase política, una nueva clase dirigente, que haya estudiado y, sobre todo, que crea en algo que no sea solo su propio éxito privado. Pero siento dolorosamente el carácter ilusorio de este deseo en el contexto actual».

Publicado originalmente por Arianna Editrice.
Traducción:
Observatorio de trabajador@s en lucha

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Fëdor Poletaev, il partigiano eroe sovietico e italiano, un esempio di amicizia e cooperazione tra i popoli https://strategic-culture.su/news/2026/02/13/fedor-poletaev-il-partigiano-eroe-sovietico-e-italiano-un-esempio-di-amicizia-e-cooperazione-tra-i-popoli/ Thu, 12 Feb 2026 22:04:59 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890563 Il legame tra Russia e Italia, che coloro che intendono entrare in guerra con la Russia cercano deliberatamente di dimenticare.

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In Italia a Cantalupo Ligure domenica 1° febbraio 2026, vincendo le mattinali nebbie e il freddo dell’Appennino che unisce la Liguria al Piemonte, confortati nel momento della commemorazione da un raggio di sole che ha squarciato le nuvole rendendo azzurro il cielo, donne e uomini, movimenti, associazioni politiche e culturali, rappresentanti delle istituzioni e dei partiti politici, autorità militari, a partire dell’addetto militare dell’Ambasciata Russa in Roma, presente la Console Generale della Federazione Russia di Genova dottoressa Maria Vedrinskaya, sotto la responsabilità di Mara Scagni, già sindaco di Alessandria e presidentessa dell’Associazione RYALGE – Ryazan – Alessandria – Genova, per l’amicizia, gli scambi culturali ed economici tra Italia e Russia, si è ricordato l’81° anniversario del sacrificio, avvenuto il 2 febbraio 1945, del partigiano Fëdor Andrianovič Poletaev, Eroe dell’Unione Sovietica e Medaglia d’Oro al Valor Militare in Italia, come gli altri partigiani russi insigniti della medaglia d’oro dalla Repubblica Italiana: Nikolaj Bujanov, Pore Mosulishvili, Daniil Avdeev e tutti gli altri cinquemila russi e ancor più numerosi sovietici schierati con la Resistenza italiana, per la costruzione della Vittoria contro il nazifascismo e quindi l’edificazione di un’Europa e di un mondo di pace. Un monito per l’Unione Europea odierna, disinteressata del benessere dei popoli e piuttosto drammaticamente orientata alla costruzione di una sistema militare contrastivo dello Russia, fomentato con violente politiche di riarmo e tagli alle politiche sociali.

Calorosissimo applauso dei presenti quando Roberto Rossi, presidente dell’ANPI – Associazione Nazionale del Partigiani d’Italia di Alessandria, ha ricordato come il sacrificio di Poletaev sia avvenuto nel secondo anniversario della vittoria nella Battaglia di Stalingrado, realizzatasi il 2 febbraio del 1943, dopo un anno di strenui ed eroici combattimenti. In quell’occasione si è giunti alla capitolazione del generale Friedrich Paulus. La resa della Sesta Armata nazifascista è rimasta universalmente intesa come il segnale della possibilità di sconfiggere la Wehrmacht e di poter ricacciare fino a Berlino gli aggressori, liberando l’Europa e il mondo dal mostro hitleriano.

Al proposito va ricordato che il generale Friedrich Paulus, prigioniero di guerra a Suzdal, diventa un’importante voce critica contro il regime nazista, si unisce al “Comitato nazionale per la Germania Libera” formato dai comunisti esuli da oltre un decennio in terra sovietica, come Wilhelm Pieck e Walter Ulbricht, già dirigenti della KPD, il Partito Comunista Tedesco, prima dell’avvento della dittatura nel 1933 e dopo il 1945 dirigenti e fondatori della Germania socialista, la DDR, al pari di grandi scrittori come Anna Seghers e Bertolt Brecht.

Friedrich Paulus dalla prigionia diffonde appelli ai soldati tedeschi in favore della resa, è testimone dell’accusa al processo di Norimberga e dal 1953 sceglie di vivere a Dresda nella DDR, diventando professore presso l’Accademia Militare “Friedrich Engels” dell’Esercito Popolare Nazionale della Germania socialista, assolvendo anche ai compiti di responsabile del Consiglio di Ricerca sulla Storia della Seconda Guerra Mondiale della stessa Accademia, intervenendo anche pubblicamente in svariate occasioni contro le politiche antisovietiche e di riarmo della Germania Occidentale di Konrad Adenauer.

Altro intervento particolarmente apprezzato è stato quello di Giacomo Perocchio, stimato medico cardiochirurgo presso l’ospedale San Martino di Genova, consigliere comunale di Novi Ligure per la Lega, nonché consigliere provinciale di Alessandria con delega ai lavori pubblici e presidente dell’autorità d’ambito del servizio idrico, per il quale si batte per garantirne il mantenimento pubblico, contro i progetti di privatizzazione portati avanti dal Partito Democratico.

Toccanti le parole di Perocchio: “Oggi siamo qui, a Cantalupo Ligure, in un luogo che non è solo un punto sulla carta geografica, ma una pagina viva della nostra storia. Qui, il 2 febbraio 1945, Fëdor Andrianovič Poletaev perse la vita combattendo per la libertà. Non per la sua patria d’origine, ma per la libertà di un Paese che non era il suo, e che tuttavia scelse come causa da difendere fino all’estremo sacrificio. Poletaev era un soldato dell’Armata Rossa, catturato durante la Seconda Guerra Mondiale, deportato, privato della libertà e della dignità. Avrebbe potuto pensare solo a sopravvivere. Invece, una volta riuscito a fuggire, scelse di combattere, unendosi alle formazioni partigiane dell’Appennino ligure-piemontese. In quella scelta c’è un messaggio universale: la libertà non ha nazionalità, la dignità non conosce confini, la lotta contro l’oppressione parla tutte le lingue. Poletaev combatté fianco a fianco con i partigiani italiani, condividendone i rischi, la fame, il freddo, la paura e la speranza. E proprio qui, a Cantalupo, durante un combattimento, si espose per proteggere i suoi compagni, cadendo sotto il fuoco nemico. Un gesto che dice tutto del suo coraggio e del suo profondo senso di giustizia. Desidero rivolgere oggi un saluto sentito e rispettoso alle autorità russe presenti, ringraziandole per aver voluto condividere questo momento di memoria. La figura di Fëdor Poletaev rappresenta un ponte umano e morale tra i nostri popoli, costruito in uno dei momenti più drammatici della storia europea. Un ponte fatto non di parole, ma di scelte, di sacrificio, di responsabilità. Il popolo russo ha pagato un prezzo altissimo nella lotta contro il nazifascismo, così come il popolo italiano. Le nostre storie, pur diverse, si sono incontrate nella Resistenza alla barbarie nazista, nella difesa della dignità dell’uomo, nella speranza di un futuro di pace. Poletaev era figlio del popolo russo e, allo stesso tempo, è diventato parte della storia d’Italia. Qui ha combattuto, qui ha dato la vita, qui è ricordato come un partigiano, come un uomo libero. La sua vicenda ci insegna che il rispetto tra i popoli nasce dalla conoscenza reciproca e dalla memoria condivisa, e che l’amicizia autentica si costruisce quando si scelgono i valori, non la convenienza. Ricordare oggi Poletaev significa affermare che il dialogo, il rispetto e l’umanità vengono prima di ogni divisione, e che la memoria storica può e deve essere un terreno comune su cui costruire relazioni di pace. Non è un caso che l’Italia gli abbia conferito la Medaglia d’Oro al Valor Militare, e che l’Unione Sovietica lo abbia riconosciuto come Eroe. Ma il riconoscimento più grande è un altro: è il fatto che, ancora oggi, lo ricordiamo come uno di noi.”

Giacomo Perocchio, intervenuto in rappresentanza della Provincia di Alessandria e lo scorso 9 maggio 2025 presente a Ryazan con Mara Scagni per celebrare insieme al nipote dell’eroe Fëdor Poletaev, che porta lo stesso nome del nonno, e con le autorità locali l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica contro il nazifascismo, così ha concluso il suo intervento: “Come Provincia di Alessandria, sentiamo forte la responsabilità di custodire e trasmettere questa memoria. Perché la Resistenza non è soltanto un capitolo del passato: è il fondamento della nostra democrazia, della nostra Costituzione, dei diritti di cui godiamo ogni giorno. Ricordare Fëdor Poletaev significa ricordare che la libertà è stata conquistata anche grazie a uomini venuti da lontano, che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte. Significa ricordare che l’indifferenza è il primo alleato della violenza, e che la pace non è mai scontata. Rivolgo un pensiero particolare ai giovani presenti oggi. A loro dobbiamo dire che la storia di Poletaev non è solo una storia di guerra, ma una lezione di responsabilità civile, di solidarietà, di rispetto tra i popoli. In un tempo in cui il mondo appare nuovamente attraversato da tensioni e conflitti, la sua vicenda ci richiama al valore della memoria come strumento di dialogo, e alla necessità di difendere ogni giorno la libertà attraverso l’impegno democratico, il rispetto reciproco e la pace. Grazie a tutti coloro che custodiscono questo luogo della memoria e  mantengono vivo il ricordo della Resistenza. E grazie a Fëdor Andrianovič Poletaev, simbolo di un’amicizia possibile tra i popoli e di una libertà che non conosce confini.”

Un tripudio di bandiere rosse con falce e martello e di bandiere della Federazione Russa hanno garrito unisone gagliardamente nel freddo vento di un trepidante inverno, con l’assoluta convinzione dell’importanza della memoria e dell’amore sinceramente tributato a un eroe della Resistenza antifascista quale Fëdor Andrianovič Poletaev.

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