Globalism – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Wed, 11 Mar 2026 11:01:14 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Globalism – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Colonizzare la mente: i fondamenti storici della guerra cognitiva secondo Stati Uniti d’America https://strategic-culture.su/news/2026/03/11/colonizzare-mente-fondamenti-storici-della-guerra-cognitiva-secondo-stati-uniti-damerica/ Wed, 11 Mar 2026 14:30:48 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891062 C’è una cosa in cui gli Stati Uniti d’America sono sempre stati bravi: fare la guerra.

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Colonizzazione, versione 2.0

C’è una cosa in cui gli Stati Uniti d’America sono sempre stati bravi: fare la guerra. Nel loro breve periodo di interazione con il resto del mondo – circa un secolo di conflitti fuori dai confini domestici – gli USA hanno raggiunto una densità di conflitti non paragonabile con nessun altro Paese al mondo (in proporzione alla storia della loro esistenza come Stato).

Quando, però, gli USA sono entrati sulla scena mondiale con la loro imponente potenza bellica, l’Occidente si trovava già in una fase di graduale rilascio della tensione praticata con il colonialismo, per sperimentare poi nel Novecento la graduale decolonizzazione. Pertanto, gli USA si sono dovuti subito adattare, e lo hanno fatto con grande ingegno, non rinunciando alla loro fetta di colonizzazione, ma semplicemente cambiando il dominio entro cui essa sarebbe avvenuta.

Dopo la Seconda guerra mondiale, i movimenti di liberazione nazionale si diffusero in tutto il mondo; numerosi Stati indipendenti emersero rapidamente, il sistema coloniale europeo si disgregò e si aprì l’epoca post-coloniale. In qualità di nuova potenza egemone globale, gli Stati Uniti compresero che, di fronte a nazioni ormai consapevoli della propria identità, il solo ricorso all’“hard power” — dominio politico, controllo economico, deterrenza militare — non sarebbe bastato a garantire un controllo duraturo e capillare. L’impiego del “soft power”, fondato su cultura e valori, appariva invece più vantaggioso e meno costoso. Ottenere adesione e subordinazione “volontarie” su base emotiva rappresenterebbe, in questa prospettiva, la versione americana della colonizzazione della mente.

Attraverso la destrutturazione della coscienza collettiva dei Paesi presi di mira e l’introduzione di valori statunitensi, gli Stati Uniti mirano a realizzare una forma di “colonizzazione mentale” in ambiti invisibili, così da porre le basi profonde del proprio sistema egemonico.

Diversamente dal normale scambio intellettuale tra popoli, tale processo si configurerebbe come una forma di dominio mentale basata su rapporti diseguali, che si manifesta principalmente in quattro modalità:

Trasformazione forzata

In presenza di un forte squilibrio di potere, la potenza egemone tende a imporre i propri valori e modelli, eliminando selettivamente culture e ideologie locali. Questa ristrutturazione coercitiva può generare crisi identitarie, perdita di espressione culturale e disorientamento ideologico.

Manipolazione intenzionale

Per conseguire una sorta di “addomesticamento ideologico”, la potenza dominante può promuovere l’obbedienza, sostenere élite dipendenti e indebolire l’autonomia di pensiero delle società coinvolte.

Infiltrazione indiretta

L’esportazione culturale e ideologica viene spesso presentata sotto forma di “valori avanzati” o “progresso civile”, penetrando nei contesti sociali tramite prodotti culturali, sistemi educativi, scambi accademici e altri canali meno visibili.

Erosione graduale

Le trasformazioni cognitive avvengono in modo progressivo e cumulativo. Analogamente, la colonizzazione della mente richiede tempi lunghi, continuità d’azione e persino trasmissione intergenerazionale per ottenere un rimodellamento profondo delle percezioni.

L’aspirazione alla conquista delle menti non è nuova nella storia imperiale. Le potenze coloniali del passato hanno tentato di diffondere le proprie lingue, sistemi educativi e interpretazioni storiche nei territori conquistati, per costruire un fondamento ideologico alla loro dominazione. Tuttavia, tali tentativi erano limitati dalle condizioni storiche dell’epoca.

Con l’intensificarsi della globalizzazione degli scambi materiali e culturali, gli Stati Uniti — forti di risorse e capacità senza precedenti — si sono collocati in prima linea in questo ambito. Dopo i due conflitti mondiali, lo sviluppo delle telecomunicazioni, l’espansione dei media professionali, i progressi scientifici e la globalizzazione dei capitali hanno creato condizioni favorevoli alla diffusione globale dell’informazione, accelerando la proiezione ideologica americana.

In qualità di uno dei principali artefici dell’ordine internazionale postbellico, gli Stati Uniti hanno promosso i propri modelli politico-economici e valori come “democrazia” e “libertà”, mentre parallelamente hanno messo in discussione ideologie alternative e ridimensionato culture locali, favorendo — secondo questa lettura — una dipendenza intellettuale globale. Attraverso una combinazione di costruzione espansiva e decostruzione selettiva, gli Stati Uniti avrebbero perseguito la colonizzazione mentale in misura superiore rispetto agli imperi coloniali precedenti.

Fasi storiche dell’inizio dell’operazione mentale

L’evoluzione di questo processo può essere articolata in diverse fasi storiche.

La prima è quella che possiamo chiamare di germinazione ed espansione continentale, tecnicamente fra la fine del XVIII secolo e la fine del XIX secolo. Dopo la guerra d’indipendenza, gli Stati Uniti si espansero sul continente americano ispirandosi al principio del “Manifest Destiny”. Eventi come la Westward Expansion e la guerra contro il Messico ampliarono notevolmente il territorio nazionale. Con la proclamazione della “Dottrina Monroe”, il presidente James Monroe inserì l’America Latina nella sfera d’influenza statunitense, sostenendo il principio “l’America agli americani”.

La seconda fase intercorre nella prima metà del XX secolo ed è quella di fondazione ed ascesa globale. Durante le due guerre mondiali, infatti, la potenza statunitense crebbe significativamente. Superando l’isolazionismo, il Paese intervenne attivamente negli affari internazionali. Il presidente Woodrow Wilson formulò i “Quattordici Punti” e promosse la creazione della Società delle Nazioni. Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill sottoscrissero la Carta Atlantica, che gettò le basi del nuovo ordine internazionale. Le “Quattro Libertà” di Roosevelt divennero un riferimento per il sistema internazionale dei diritti umani.

La seconda metà del Novecento vide il forte confronto fra il blocco USA e quello URSS. Nel contesto della rivalità con l’Unione Sovietica, la competizione ideologica si intensificò. Il Piano Marshall legò gli aiuti economici all’adozione di un determinato modello socio-politico, contribuendo alla formazione di un blocco capitalista guidato dagli Stati Uniti contrapposto al campo socialista. Strumenti di propaganda, diplomazia culturale e programmi accademici furono utilizzati per diffondere messaggi anticomunisti e sostenere élite favorevoli a Washington.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti emersero come unica superpotenza. Il “Washington Consensus” e le teorie neoliberali si diffusero ampiamente, mentre il movimento socialista internazionale si indebolì. Consideriamo questa come la quarta fase, un periodo di promozione dell’egemonia statunitense, dagli anni ’90 fino all’inizio degli anni Duemila. Dopo gli attentati dell’11 settembre, la lotta al terrorismo divenne prioritaria e il mondo cambiò radicalmente. Dall’enfasi sull’“espansione della democrazia” durante la presidenza di Bill Clinton, fino alla “freedom agenda” di George W. Bush, la promozione della democrazia e della libertà in chiave americana si intensificò.

L’ultima fase è quella di rabbia egemonia, quella che viviamo tutt’oggi. Di fronte a sfide interne ed esterne — polarizzazione politica, frammentazione sociale, crescita del populismo — gli Stati Uniti hanno rinnovato le proprie strategie. Dalla “smart power diplomacy” dell’amministrazione Barack Obama, al “Summit for Democracy” promosso da Joe Biden, fino agli slogan “America First” e “Make America Great Again” associati a Donald Trump, si è assistito a un rafforzamento degli strumenti di influenza ideologica, incredibilmente più potenti grazie al forte sviluppo dei social media. Il controllo delle piattaforme tecnologiche e dei flussi informativi, anche sotto la giustificazione della lotta alla disinformazione o alle interferenze straniere, è divenuto un elemento centrale nella competizione per orientare la percezione globale.

Da questo excursus storico vedremo in seguito i numerosi e variopinti volti della propaganda cognitiva.

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Europe’s delusions of power https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/europes-delusions-of-power-2/ Sat, 28 Feb 2026 15:47:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890854 By Ted GALEN CARPENTER

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The U.S. should break from the old continent, not bully it.

Washington’s European allies are increasingly angry at President Donald Trump and his administration. The latest irritant was Trump’s initial insistence on “purchasing” Greenland from Denmark, with the president making it clear that Copenhagen must relinquish the island to the United States. Denmark and other European governments reacted harshly to such a brazen act of old-style imperialism. Several European members of NATO even planned joint military exercises in the vicinity of Greenland to emphasize their annoyance, and some officials warned that Washington’s bullying behavior could cost the United States its bases in Europe.

But Greenland was hardly the first issue that has caused the transatlantic security and economic relationship to reach an unprecedented level of disenchantment. A pronounced chill already was apparent during Trump’s first term. The new president’s demands that NATO’s European members spend more on defense and stop free riding on Washington’s security efforts were not well received in allied capitals, although many of them eventually did comply.

Early in the president’s second term, he and his administration soon alienated their NATO partners on an array of other issues. Bitter trade and tariff disputes erupted between the United States and several governments. Vice President J.D. Vance also delivered a caustic lecture to European delegates at the annual Munich Security Conference in February 2025 about their countries’ increasingly numerous, hypocritical violations of their professed democratic values.

The administration’s ambivalence about NATO’s provocative support for Ukraine’s war against Russia drew shrill condemnation on the other side of the Atlantic. However, the differences on policy toward Russia also underscored Europe’s continuing dependence on the United States for the continent’s security. That realization stoked proposals from the president of the European Commission, Ursula von der Leyen, and other prominent officials to create a strong, independent European military. In May 2025, the European Union (EU) adopted a plan to spend $170 billion on developing a greater defense capability.

Two motives for a more robust, independent military stance were evident. One was the (exaggerated) fear of an expansionist threat by Russia. That concern has become even more intense and far-fetched as the various feuds between the United States and its allies deepen over Greenland’s status and other matters. Indeed, NATO Secretary General Mark Rutte stressed in January 2026 that neutralizing the Russian threat to Ukraine must remain Europe’s top priority, even overshadowing the Greenland issue. Leading European powers are sometimes taking highly risky actions against Moscow. This month, French warships boarded and seized a Russian oil tanker in the Mediterranean, despite the danger of a direct clash on the high seas between a NATO member and Russia.

The other prominent motive was a concern that European and U.S. interests and objectives were no longer sufficiently compatible. Trump’s initial threat to acquire Greenland from Denmark produced a new surge of loud, angry complaints from Washington’s NATO allies. European leaders have drawn a very firm line against the Trump administration’s policy. There are now unmistakable indications that the European members of NATO are preparing to create their own standing army in reaction to Washington’s abrasive conduct. Declarations of Europe’s independence from U.S. domination have become increasingly frequent and pointed among the continent’s political elite.

Many Americans might be tempted to cheer on such signs of a more serious European commitment to military matters, despite the underlying risk to NATO unity and Washington’s domination of the alliance. Professor Rajan Menon, a longtime critic of NATO, asserts that the end of the alliance would, on balance, not be a bad development. To American realists, the decades of European security free riding have been especially annoying.

However, there are several worrisome problems with the current manifestations of an “independent” Europe.

First, such schemes may turn out to be little more than hollow rhetoric. Building a truly robust, cutting-edge European military would be very challenging and time-consuming. It would also entail an unprecedented degree of multilateral cooperation and coordination among proud civilian and military players who are used to dominating the debates and policy options in their respective countries. Perhaps most important, a comprehensive military buildup would be extremely expensive. The EU’s $170 billion pledge in 2025 would be merely a modest down payment.

Second, taxpayers in European countries have become accustomed to having their defense burden heavily subsidized by the United States—that is to say, by American taxpayers. It is likely that the political reaction in Europe will not be favorable or quiescent if the full bill now becomes visible—and due.

Third, there would appear to be only two ways to manage that problem. One would be to scale back the extremely generous welfare states that the longstanding U.S. security subsidy made possible. Cutting the welfare states would be extremely unpopular and, therefore, politically toxic. The other option would be to massively increase government borrowing—a step that would be economically damaging, perhaps even ruinous, in the long run. There is little evidence that eager advocates of a stronger, independent Europe as a major geopolitical player in the global arena have thought seriously about such problems.

Indeed, critics who contend that Europe already is finished as a serious global strategic and economic player make a credible case. The amorphous collection of sovereign nations has no coherent mechanism for making key policy decisions. That point became apparent when the leading European governments were caught flatfooted in mid-January as Trump rhetorically reversed his stance regarding Greenland, now indicating that he would not use force against the island and canceling tariffs that he had threatened to impose on several countries for daring to oppose his acquisition plan. Washington’s new stance caused the immediate transatlantic crisis to recede, although European resentment persisted.

A fiasco in December 2025 over the EU’s attempt to use frozen Russian financial assets to help fund Ukraine’s war effort should reinforce concerns about policy incoherence. When EU leaders could not gain the required unanimous consent of member states to execute the scheme, they had to scramble to approve a substitute $105 billion “loan” so that they could send promised funds to Kiev. Even that move barely salvaged the embarrassed bloc’s credibility.

Worst of all, too many European political leaders seem to want to have it both ways. On the one hand, they seek to have a Europe that is free to pursue its own economic and security objectives even when those goals directly conflict with U.S. policies and national interests. On the other hand, they want a Europe that enjoys a continuing transatlantic security arrangement relying on Washington for protection if a serious security threat to Europe arises. Influential European policymakers almost never propose dissolving NATO or even rescinding the commitment in Article 5 of the North Atlantic Treaty to regard an attack on one member as an attack on all. The provision theoretically obligates the United States to help any besieged NATO ally repel an aggressor.

That obligation would continue on behalf of a more independent Europe, even if some allies adopt policies that explicitly defy Washington’s objectives. Indeed, it would continue even if certain countries forge close ties with the People’s Republic of China or some other geopolitical adversary of the United States.

U.S. leaders and the American people should disabuse European leaders and their publics of that convenient, self-serving notion. If the European Union or some other “Europeans only” organization decides to play a more active, independent role in regional or global affairs, it has every right to do so. However, the United States would be foolish to continue incurring both the risks and costs of defending an independent, much less an uncooperative, European bloc.

The American people need a genuine America First policy. Washington can make the necessary policy changes without behaving as a boorish, international bully. Trump’s approach has been thoroughly counterproductive and needlessly abrasive. Nevertheless, it is time to orchestrate a transatlantic strategic divorce handled in a more mature, amicable fashion.

Original article:  www.theamericanconservative.com

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Colonizing the mind: The historical foundations of cognitive warfare according to the United States of America https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/colonizing-the-mind-the-historical-foundations-of-cognitive-warfare-according-to-the-united-states-of-america/ Mon, 23 Feb 2026 19:21:32 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890750 There is one thing that the United States of America has always been good at: waging war.

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Colonization, version 2.0

There is one thing that the United States of America has always been good at: waging war. In its brief period of interaction with the rest of the world – about a century of conflicts outside its domestic borders – the U.S. has achieved a density of conflicts unmatched by any other country in the world (in proportion to the history of its existence as a state).

However, when the U.S. entered the world stage with its impressive military power, the West was already in a phase of gradually releasing the tension practiced with colonialism, and then experiencing gradual decolonization in the 20th century. Therefore, the U.S. had to adapt immediately, and it did so with great ingenuity, not giving up its share of colonization, but simply changing the domain within which it would take place.

After World War II, national liberation movements spread throughout the world; numerous independent states quickly emerged, the European colonial system disintegrated, and the post-colonial era began. As the new global hegemonic power, the United States understood that, faced with nations now aware of their own identity, the use of “hard power” alone – political domination, economic control, military deterrence – would not be enough to guarantee lasting and widespread control. The use of “soft power,” based on culture and values, appeared to be more advantageous and less costly. Achieving ‘voluntary’ adherence and subordination on an emotional basis would, in this perspective, represent the American version of colonisation of the mind.

Through the deconstruction of the collective consciousness of the targeted countries and the introduction of U.S. values, the United States aims to achieve a form of ‘mental colonisation’ in invisible areas, so as to lay the deep foundations of its hegemonic system.

Unlike normal intellectual exchange between peoples, this process would take the form of mental domination based on unequal relationships, which manifests itself mainly in four ways:

a) Forced transformation

In the presence of a strong power imbalance, the hegemonic power tends to impose its own values and models, selectively eliminating local cultures and ideologies. This coercive restructuring can generate identity crises, loss of cultural expression, and ideological disorientation.

b) Intentional manipulation

To achieve a kind of “ideological domestication,” the dominant power can promote obedience, support dependent elites, and weaken the autonomy of thought of the societies involved.

c) Indirect infiltration

Cultural and ideological export is often presented in the form of “advanced values” or “civil progress,” penetrating social contexts through cultural products, educational systems, academic exchanges, and other less visible channels.

d) Gradual erosion

Cognitive transformations occur progressively and cumulatively. Similarly, colonizing the mind requires a long time, continuous action, and even intergenerational transmission to achieve a profound reshaping of perceptions.

The aspiration to conquer minds is not new in imperial history. Colonial powers of the past attempted to spread their languages, educational systems, and historical interpretations in conquered territories to build an ideological foundation for their domination. However, such attempts were limited by the historical conditions of the time.

With the intensification of the globalization of material and cultural exchanges, the United States – with its unprecedented resources and capabilities – has placed itself at the forefront in this area. After the two world wars, the development of telecommunications, the expansion of professional media, scientific advances, and the globalization of capital created conditions conducive to the global dissemination of information, accelerating the projection of American ideology.

As one of the main architects of the postwar international order, the United States promoted its own political and economic models and values such as “democracy” and “freedom,” while at the same time challenging alternative ideologies and downplaying local cultures, thereby fostering  –  according to this interpretation  –  global intellectual dependence. Through a combination of expansive construction and selective deconstruction, the United States pursued mental colonization to a greater extent than previous colonial empires.

Historical phases of the beginning of the mental operation

The evolution of this process can be divided into several historical phases.

The first is what we might call germination and continental expansion, technically between the end of the 18th century and the end of the 19th century. After the War of Independence, the United States expanded across the American continent, inspired by the principle of “Manifest Destiny.” Events such as the Westward Expansion and the war against Mexico greatly expanded the national territory. With the proclamation of the ‘Monroe Doctrine’, President James Monroe brought Latin America into the U.S. sphere of influence, supporting the principle of ‘America for Americans’.

The second phase occurred in the first half of the 20th century and was one of foundation and global rise. During the two world wars, the power of the United States grew significantly. Overcoming isolationism, the country actively intervened in international affairs. President Woodrow Wilson formulated the “Fourteen Points” and promoted the creation of the League of Nations. Franklin D. Roosevelt and Winston Churchill signed the Atlantic Charter, which laid the foundations for a new international order. Roosevelt’s “Four Freedoms” became a reference point for the international human rights system.

The second half of the 20th century saw a fierce confrontation between the U.S. and USSR blocs. In the context of rivalry with the Soviet Union, ideological competition intensified. The Marshall Plan linked economic aid to the adoption of a specific socio-political model, contributing to the formation of a capitalist bloc led by the United States as opposed to the socialist camp. Propaganda, cultural diplomacy, and academic programs were used to spread anti-communist messages and support elites favorable to Washington.

After the dissolution of the Soviet Union, the United States emerged as the sole superpower. The “Washington Consensus” and neoliberal theories spread widely, while the international socialist movement weakened. We consider this to be the fourth phase, a period of promotion of U.S. hegemony, from the 1990s to the early 2000s. After the September 11 attacks, the fight against terrorism became a priority and the world changed radically. From the emphasis on “democracy expansion” during Bill Clinton’s presidency to George W. Bush’s “freedom agenda,” the promotion of American-style democracy and freedom intensified.

The latest phase is one of hegemonic anger, which we are still experiencing today. Faced with internal and external challenges – political polarization, social fragmentation, the rise of populism – the United States has renewed its strategies. From the “smart power diplomacy” of the Barack Obama administration to the “Summit for Democracy” promoted by Joe Biden, to the slogans “America First” and “Make America Great Again” associated with Donald Trump, we have witnessed a strengthening of the tools of ideological influence, which have become incredibly more powerful thanks to the strong development of social media. Control of technological platforms and information flows, even under the justification of combating disinformation or foreign interference, has become a central element in the competition to shape global perception.

From this historical overview, we will now look at the many and varied faces of cognitive propaganda.

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Las naciones europeas no pueden ser soberanas dentro de la OTAN https://strategic-culture.su/news/2026/02/06/las-naciones-europeas-no-pueden-ser-soberanas-dentro-otan/ Fri, 06 Feb 2026 14:00:05 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890446 Las naciones europeas invocan el lenguaje de la soberanía y la resistencia a Trump, mientras mantienen o incluso intensifican las estructuras de dependencia, en primer lugar la propia OTAN.

Thomas FAZI

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La reunión anual del Foro Económico Mundial en Davos no es conocida por ser un hervidero de resistencia antiimperialista, y mucho menos de retórica antiamericana. Sin embargo, este fue sin duda el tono de muchos de los discursos pronunciados este año.

La intervención más llamativa y comentada fue la del primer ministro de Canadá, Mark Carney [que analicé en detalle aquí].

Carney declaró abiertamente que el llamado «orden internacional basado en normas» había muerto, e incluso cuestionó si realmente había existido alguna vez. Reconoció que este orden siempre fue, al menos en parte, una ficción: uno en el que las reglas eran aplicadas selectivamente por la potencia hegemónica para promover sus intereses, mientras que las potencias subordinadas aceptaban la farsa porque se beneficiaban de ella.

Pero este acuerdo, argumentó Carney, se ha derrumbado ahora que Estados Unidos ha vuelto sus herramientas coercitivas contra los propios aliados occidentales. «Esto no es soberanía. Es la representación de la soberanía mientras se acepta la subordinación», afirmó, aludiendo claramente a las amenazas de Trump contra Groenlandia y el propio Canadá.

La conclusión de Carney es que las potencias occidentales de rango medio deben romper filas con la potencia hegemónica y coordinarse para resistirse a ella.

Muchos líderes europeos en Davos parecieron hacerse eco de este sentimiento. «Ser un vasallo feliz es una cosa, ser un esclavo miserable es otra», comentó el primer ministro belga, Bart De Wever. «No es momento para un nuevo imperialismo o un nuevo colonialismo», declaró el presidente francés, Emmanuel Macron. Ante el agresivo unilateralismo de Trump, «es hora de aprovechar esta oportunidad y construir una nueva Europa independiente», argumentó la presidenta de la Comisión Europea, Ursula von der Leyen.

Estas declaraciones han llevado a algunos comentaristas a sugerir que las tensiones transatlánticas, que han estado latentes desde el regreso de Trump al poder, se están convirtiendo en una revuelta abierta contra Washington.

Sin embargo, un análisis más detallado apunta a una realidad bastante diferente.

Una primera pista reside en el hecho de que todos los líderes europeos en Davos, al igual que el propio Carney, reafirmaron su compromiso con la OTAN y con la guerra por poder en Ucrania.

¿Cómo se puede afirmar con credibilidad que se busca la «independencia» de Estados Unidos mientras se permanece firmemente arraigado en la OTAN —el principal instrumento a través del cual Washington ha subordinado militarmente durante mucho tiempo a sus «aliados» occidentales— y se apoya activamente una guerra por poder que ha sido el motor central de la degradación económica y la hipervasalidad geopolítica de Europa?

Hoy en día se habla mucho de la llamada «OTAN europea», una OTAN sin Estados Unidos. Pero esto es una fantasía. La OTAN está estructuralmente anclada al liderazgo, las capacidades y las estructuras de mando de Estados Unidos.

Por lo tanto, el rearme europeo dentro de la OTAN no representa una ruptura con el orden existente, sino que refuerza el sistema atlantista y profundiza la dependencia estructural de Europa del poder norteamericano.

Esto debería disipar cualquier ilusión de autonomía estratégica o soberanía europea.

Groenlandia es el ejemplo más evidente de la brecha entre la retórica y la realidad material. Públicamente, los líderes europeos se erigen en defensores de la soberanía de Dinamarca y condenan las amenazas anexionistas de Trump como violaciones del derecho internacional.

Sin embargo, en la práctica, ya han tomado medidas para militarizar Groenlandia —y el Ártico en general— en el marco de la OTAN. Así lo dejó claro el secretario general de la OTAN, Mark Rutte, en Davos: «El presidente Trump y otros líderes tienen razón. Tenemos que hacer más allí. Tenemos que proteger el Ártico de la influencia rusa y china».

Esta postura se presenta como una respuesta alternativa a las amenazas de Trump. En realidad, equivale a una capitulación ante ellas: Groenlandia está quedando efectivamente bajo el control de Estados Unidos a través de la OTAN.

El propio Trump se ha jactado de que las negociaciones en curso conceden a Estados Unidos «acceso total» sin que este «pague nada».

Irónicamente, este es un ejemplo clásico de la «soberanía performativa» que el propio Carney denunció: una postura que habla el lenguaje de la autonomía, pero que acepta plenamente el hecho material de la subordinación a través de las estructuras de mando integradas de la OTAN, las infraestructuras críticas controladas por Estados Unidos y las arquitecturas financieras occidentales.

Mientras tanto, a pesar de todo lo que se habla del derecho de Groenlandia a la autodeterminación, las preferencias de los propios groenlandeses están quedando relegadas.

Muchos residentes han expresado su frustración por ser tratados como objetos de negociación geopolítica en lugar de como un pueblo con capacidad de acción.

Aunque algunos groenlandeses ven la necesidad de aumentar la vigilancia y la seguridad en el Ártico dadas las tensiones globales, destacan que esto no debe hacerse a expensas de la soberanía ni utilizarse para justificar el control externo. Pero la realidad es que la decisión ya se ha tomado independientemente del consentimiento local.

Por lo tanto, cabe preguntarse si este episodio equivale a una clásica maniobra del policía bueno y el policía malo diseñada para lograr el objetivo de larga data de militarizar Groenlandia. La lógica es conocida: primero se presenta el peor de los escenarios posibles; luego, se presenta una solución «alternativa» —buscada desde hace tiempo, pero anteriormente políticamente insostenible— como el único medio viable para evitar el desastre.

En última instancia, la retórica de Davos sobre la autonomía y la resistencia parece menos un punto de inflexión geopolítico que un cambio de imagen del imperio, en el que se invoca cada vez más el lenguaje de la soberanía, incluso cuando las estructuras de dependencia se mantienen o incluso se intensifican.

Publicado originalmente por Thomas Fazi
Traducción: Observatorio de trabajador@s en lucha

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Should the world give Trump’s Board of Peace a chance? https://strategic-culture.su/news/2026/02/03/should-the-world-give-trumps-board-of-peace-a-chance/ Tue, 03 Feb 2026 11:33:19 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890394 We do need new institutions that are global without being globalist.

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President Donald Trump’s proposed Board of Peace had decidedly rocky beginnings. In Europe, only Hungary and Bulgaria have joined so far. Others, in the West and around the world, have expressed reservations. It isn’t difficult to see why. The presentation of the new international organisation was a typically Trumpian cocktail that was heavy on braggadocio and light on detail: its mission undefined, with an unclear scope (is it about Gaza, Ukraine, or the whole world?), a garish logo, weirdly reminiscent of Command and Conquer: Red Alert or of Sid Meyer’s Civilisation series, and the eyebrow-raising suggestion that joining the group might require a one billion dollar entry fee all contributed to make the project seem a tad unserious. Should we give it a chance, though?

When one strips away the aesthetics, the branding, and the inevitable Trumpian bombast, what he ends up with is a diagnosis that is actually profoundly reasonable. The truth of the matter is that the system of performatively multilateral global governance we inherited from the mid-20th century isn’t just cracking; it’s sinking. Though meant as a sort of “assembly of nations” that might fairly represent humanity’s diverging interests and concerns, the UN is now one of the clearest symbols of that failure.

The UN is a decent idea gone awry. Everyone—and that includes its most committed defenders—knows it. While the Security Council was designed as the neuralgic centre of the global order and as a tacit recognition of the unique role of the world’s great powers in shaping international security, its membership has long failed to accurately represent the existing balance of power. Its structure mirrors the geopolitical realities of 1945, not those of 2026. It is incomprehensible, for instance, that the world’s third-largest economy by purchasing power parity-measured GDP, India, is denied a seat at the Council. As diminished as Germany’s own global stature may be, it is hard to understand why London, but not Berlin, enjoys membership. The same goes for Japan and Brazil, a state of 220 million people that is hegemonic in South America as well as the South Atlantic. This fossilisation of the Council has made it increasingly illegitimate in the eyes of the world. Worse, by failing to genuinely include the world’s main powerbrokers, it is becoming increasingly useless.

The eeriest trend, however, is the transformation of the UN from a forum of states into an ideological actor. The United Nations has become a bloated, self-reverential lair of left-wing, progressive activists. More often than not, UN agencies sound more like a permanent campus seminar than like the meeting place of the world’s nations and civilisations. The NGO-isation of the UN is a doubly unfortunate phenomenon: not only because it distracts resources and attention from what actually matters, but because it destroys the credibility such an organisation ought to enjoy.

Indeed, UN bodies routinely promote radical gender ideology entirely detached from the cultural, religious, and legal traditions of most of the world’s population. These are ideas that do not convince more than a minority even in the West, the only region in the world where they hold any clout—outside the Euro-American space, they are, and always have been, almost non-existent. Nevertheless, concepts such as ‘gender identity’ and ‘reproductive justice’ are aggressively exported by unaccountable UN bureaucrats as universal norms. They repeatedly get smuggled into development aid, humanitarian assistance, and peacekeeping mandates—an abuse of trust that nothing in the UN Charter appears to justify. Countries that dissent, whether they are non-Western or Western conservative governments, are often not treated as equal partners and as sovereign states with the right to independently determine their policies but as moral delinquents in need of bullying and re-education.

This is also the case with the UN’s approach to issues of climate and migration. Both are almost always infused with an unmistakably left-wing worldview: a visible, ardent hostility to national borders, a suspicion of national sovereignty, and a reflexive preference for technocratic regulation over democratic choice. The Global Compact for Migration, for instance, effectively reframed mass migration as an unquestionable moral good while demonising states that insist on border control. The world has no need for a UN that no longer acts as a forum of equal, sovereign nations and instead attempts to bully them into accepting Berkeley-style liberalism.

Today’s UN is increasingly made up of Western-educated bureaucrats, activist lawyers, and NGO professionals who share the same assumptions, use the same jargon, and police the same moral boundaries. Far from mediating between competing national interests, the UN now routinely takes sides—and, hélas, always the same. In this context, the idea of starting anew is not as mad as it sounds. Building a new institution from scratch may, in fact, be the only realistic way to recover the original promise of the United Nations: a great gathering where the peoples of the world can discuss, in equality and dignity, the issues that humanity faces.

Such an organisation would not pretend to transcend power politics; it would manage them. It would not seek to morally homogenise humanity but to provide a space where genuinely divergent civilisations, interests, and values can coexist without being forced into a single liberal mould. Trump’s other pet project, the creation of a new international forum that replaces the G7 and unites what Washington sees as the world’s foremost powers—the U.S., China, Russia, India, and Japan—could further modernise global governance and boost international stability. The concept would draw inspiration from Prince Klemens von Metternich’s 19th-century Concert of Europe, now effectively building a Global Concert, tasked with defining global zones of interest and preventing great power competition from leading to overt conflict. No human system is perfect, and neither would this be—but, whatever its flaws, they nevertheless seem milder than the real, palpable insufficiencies of today’s global institutions.

The merits of a new architecture of global governance that transcends the United Nations have, naturally, fallen victim to the Trump Derangement Syndrome that infects much of the Western world’s press and political classes. The White House’s convoluted presentation of the idea certainly made it easier to stain its reputation. But neither the Board of Peace nor Trump’s possible replacement for the G7 and the UN Security Council, possibly the ‘C-5’, should be rejected outright. We do need new institutions that are global without being globalist. We must, indeed, cleanse them from the consequences of decades of liberal ideological hegemony. In our new, tense era, we need organisations that are focused more on conflict resolution and less on ideological promotion. All that is true. And, if Trump’s proposal at least forces that important conversation to take place, it will already have been worth it.

Original article: The European Conservative

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Davos, a sinceridade de Mark Carney e a ruptura euro-americana https://strategic-culture.su/news/2026/01/31/davos-sinceridade-de-mark-carney-ruptura-euro-americana/ Sat, 31 Jan 2026 11:09:04 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890348 Estaria plenamente nos interesses do Brasil fazer um lóbi, dentro dos BRICS, pelo incremento da dimensão “securitária” da coalizão.

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Um dos fatores determinantes da era que se inicia a partir da segunda metade do século XX é a parceria entre EUA e Europa – inicialmente, apenas a Europa Ocidental, eventualmente a maior parte do velho continente. Mas “parceria” talvez seja um termo inexato. Provavelmente, o termo ideal seria “ocupação”, afinal, como definido pelo Lorde Ismay, a OTAN teria sido criada para “manter os EUA dentro, a URSS fora e a Alemanha embaixo”.

Os europeus, nesse meio tempo, acostumaram-se a um alinhamento automático com os EUA de uma natureza bastante semelhante ao dos países ibero-americanos no mesmo período, com a exceção do curto período no qual Charles De Gaulle distanciou seu país da OTAN. De resto, gradualmente a Aliança Atlântica foi absorvendo os países europeus.

A confusão é tamanha que ao se falar em “civilização ocidental”, a maioria das pessoas pensa em Europa e EUA, juntos, como não só expressões de uma mesma civilização, mas como possuindo idênticos interesses fundamentais e estratégicos. Como “celebração” dessa aliança civilizacional é que se pode pensar o Fórum de Davos ou Fórum Econômico Mundial, evento reunindo lideranças políticas, econômicas e societárias de todo o mundo com o propósito de discutir as prioridades a serem assumidas nos próximos anos.

Historicamente, os EUA e seus representantes sempre tiveram destaque no Fórum de Davos em todas as discussões, seja sobre a questão ambiental, a suposta necessidade de censurar a internet ou as transformações sociais consideradas necessárias para lidar com a crise pandêmica de 2020 ou as próximas crises sanitárias. Ali era um espaço de consenso e planejamento entre as elites norte-atlânticas.

A postura antagônica de Trump em relação aos países da União Europeia, porém, inevitavelmente mudou significativamente a atmosfera de Davos dessa vez.

As pressões e exigências pela cessão da Groenlândia, inclusive com a ameaça do uso de forças militares, acabaram sendo o móvel das interações entre as elites. Naturalmente, neste momento, os países da União Europeia não seriam capazes de montar uma resistência militar significativa aos EUA na Groenlândia. Mas o aumento da presença militar europeia na ilha de propriedade dinamarquesa parece servir simplesmente como a demarcação de uma linha vermelha.

E apesar de Mark Rutte ter se apressado a tentar encontrar algum tipo de compromisso com Trump em relação ao tema groenlandês, a realidade é que a mera ameaça e pressão de Trump contra seus supostos aliados já foi suficiente para deixar cicatrizes. Em outras palavras, por mais tíbios e covardes que sejam as atuais lideranças europeias, a ponto de ceder vez após vez, ainda assim a desconfiança e indisposição dos europeus em relação aos EUA tende a aumentar.

Talvez seja, inclusive, necessário olhar mesmo para outros setores que não a cúpula política. Entre intelectuais, think-tanks, jornalistas e influenciadores, parece ser mais fácil encontrar posicionamentos mais duros e críticos em relação aos EUA, bem como menos disposição para se reconciliar, do que entre as lideranças políticas nacionais.

O “antiamericanismo”, outrora pauta central tanto dos partidos nacionalistas quanto dos partidos socialistas na Europa, mas caído em desuso após a Guerra Fria, pode acabar voltando a ser um tópico discursivo importante nessa era de ascensão dos populismos diversos.

Em grande medida, o discurso de Mark Carney, primeiro-ministro do Canadá, pode ser visto como um sumário razoável do momento geopolítico.

Ao longo de sua fala, em Davos, Carney enfatizou que por décadas o Canadá e a maioria dos países ocidentais se mantiveram alinhados à chamada “ordem internacional baseada em regras”, mesmo considerando-a parcialmente fictícia; ainda assim, era uma ficção útil e agradável. Os outros países ocidentais sabiam que as tais regras não eram igualmente aplicadas a todos os países, e que os países mais fortes eram praticamente isentos da maioria de suas normativas. Tudo, nessa ordem, dependia de quem era o “acusado” e quem era o “acusador”. Diferentes países, engajados nas mesmas ações, como uma repressão a manifestantes civis, por exemplo, receberiam tratamento diferente a depender de quem fossem seus líderes e governos: uns, receberiam não mais que uma palmada simbólica, outros seriam bombardeados e teriam seus chefes de Estado executados em cortes fajutas.

E estes países ocidentais estavam satisfeitos enquanto os países bombardeados fossem africanos ou árabes ou, ocasionalmente, algum país eslavo como a Sérvia. E isso porque, para alguns poucos países, aquela ordem permitia coletar benefícios sob a forma do extrativismo capitalista.

Agora, porém, a ordem internacional acabou. Ela não subsiste nem mesmo como farsa – isso segundo o próprio Carney. Diante de uma série de crises, muitos países começaram a perceber a integração mundial mais como um calcanhar de Aquiles do que como uma vantagem. Talvez os bens fossem barateados, mas de que adianta a disponibilidade teórica de produtos mais baratos quando, em momentos de crise, eles se tornam inacessíveis, como no período da crise sanitária. Ou quando sanções simplesmente inviabilizam as relações comerciais dos países-alvo.

Para Carney, portanto, alguns países decidiram se transformar em fortalezas, preocupadas primariamente na garantia de sua própria autonomia energética, alimentar e militar. E uma das consequências básicas dessa mudança é a decadência das organizações multilaterais. As cortes internacionais, a OMS, a OMC, o Banco Mundial, e vários outros organismos são crescentemente ignorados e desprezados pelas potências regionais – no caso dos países de fora do “eixo atlântico”, por considerarem que a influência dos EUA e seus aliados nesses organismos é grande demais; no caso dos EUA, por considerar, ao contrário, que esses organismos não atendem suficientemente aos interesses nacionais dos EUA.

Essa insatisfação paralela e cruzada é natural, na medida em que as instituições internacionais só sempre serviram aos EUA e sua hegemonia na medida em que essa hegemonia era a melhor ferramenta para constituir gradualmente um “governo mundial”, a tal “Nova Ordem Mundial” proclamada por George H. W. Bush.

A consequência desse processo de colapso do multilateralismo globalista é que as relações internacionais passaram a ser dominadas pela força. A maioria dos países de poderio mediano não está preparada para lidar com essa nova e repentina realidade. Ademais, é ingenuidade simplesmente condenar a situação atual e esperar pelo retorno aos “bons e velhos tempos” de uma ordem internacional “baseada em regras” em que as regras não valem igualmente para todos.

Carney faz, ainda, uma sugestão para esses países de poderio médio poderem lidar com a atual situação internacional: reforçar relações bilaterais com países de mentalidade e orientação semelhante, construindo pequenas coalizões de escopo razoavelmente limitado, visando tanto eliminar possíveis debilidades econômicas, quanto incrementar mecanismos de segurança.

Naturalmente, Carney está se referindo especificamente ao reforço das relações Canadá-UE, mas, em alguma medida, podemos também trazer esse tipo de reflexão para aqueles países contra-hegemônicos ou não-alinhados que não são grandes potências continentais como Rússia, China e Índia. O caso da Venezuela demonstrou que é, de fato, necessário estar preparado para lidar com a agressividade dos EUA.

Países como o Brasil, apesar do seu tamanho e da importância que se dá a ele nas relações internacionais, carecem de armas nucleares e de forças militares suficientemente modernas para se proteger de forma efetiva contra uma ação militar focada e decidida. Naturalmente, o Brasil deve buscar solucionar essas deficiências (e, de fato, o debate sobre “armas nucleares brasileiras” já se iniciou no âmbito político, militar e social), mas nenhuma mudança significativa será vista no curto prazo – razão pela qual o Brasil precisa, na verdade, desenvolver outras maneiras de garantir a própria segurança e que não dependam do simples servilismo aos EUA.

Estaria plenamente nos interesses do Brasil fazer um lóbi, dentro dos BRICS, pelo incremento da dimensão “securitária” da coalizão. Ainda assim, duvidamos que a atual administração brasileira tenha o interesse por isso, ou mesmo que ela compreenda a necessidade de uma transformação tão radical. Na ausência dessa iniciativa, no mínimo, o Brasil deveria buscar atualizar sua tecnologia militar, de inteligência e de radar, com a ajuda de parcerias russo-chinesas. Mas em um âmbito regional, o Brasil precisa reforçar os seus vínculos com países da própria América do Sul e começar, sutilmente, a tentar atraí-los e retirá-los da órbita dos EUA.

Em suma, o mero fato de estarmos discutindo essas necessidades, em vez de ingenuamente apostarmos que os fóruns internacionais criados por iniciativa ocidental bastarão para nos defender, já comprova que estamos, já, em um novo e perigoso mundo.

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Davos, la franchezza di Mark Carney e la frattura euro-americana https://strategic-culture.su/news/2026/01/31/davos-franchezza-mark-carney-la-frattura-euro-americana/ Sat, 31 Jan 2026 08:16:07 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890332 Sarebbe nell’interesse del Brasile esercitare pressioni, all’interno dei BRICS, per aumentare la dimensione “sicurezza” della coalizione, scrive Rapael Machado.

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Uno dei fattori determinanti dell’epoca a partire dalla seconda metà del XX secolo è la partnership tra Stati Uniti ed Europa – inizialmente solo l’Europa occidentale, poi gran parte del vecchio continente. Ma “partnership” è forse un termine impreciso. Il termine ideale sarebbe probabilmente “occupazione”, poiché, come definito da Lord Ismay, la NATO è stata creata per “tenere gli americani dentro, i sovietici fuori e i tedeschi sottomessi”.

Nel frattempo, gli europei si abituarono a un allineamento automatico con gli Stati Uniti, molto simile a quello dei paesi iberoamericani nello stesso periodo, fatta eccezione per il breve periodo in cui Charles de Gaulle allontanò il suo paese dalla NATO. Per il resto, l’Alleanza Atlantica assorbì gradualmente i paesi europei.

La confusione è tale che, quando si parla di “civiltà occidentale”, la maggior parte delle persone pensa a Europa e Stati Uniti insieme, non solo come espressioni della stessa civiltà, ma anche come portatrici di identici interessi fondamentali e strategici. Il Forum di Davos o Forum Economico Mondiale può essere considerato la “celebrazione” di questa alleanza di civiltà, un evento che riunisce leader politici, economici e sociali di tutto il mondo per discutere le priorità da adottare nei prossimi anni.

Storicamente, gli Stati Uniti e i loro rappresentanti hanno sempre avuto un ruolo di primo piano al Forum di Davos in tutte le discussioni, che si trattasse di questioni ambientali, della presunta necessità di censurare Internet o delle trasformazioni sociali ritenute necessarie per affrontare la crisi pandemica del 2020 o future crisi sanitarie. Era uno spazio di consenso e pianificazione tra le élite nordatlantiche.

Tuttavia, questa volta l’atteggiamento antagonista di Trump nei confronti dei paesi dell’Unione Europea ha inevitabilmente cambiato in modo significativo l’atmosfera di Davos.

Le pressioni e le richieste per la cessione della Groenlandia, inclusa la minaccia di ricorrere alla forza militare, sono diventate in ultima analisi il motore delle interazioni tra le élite. Naturalmente, in questo momento, i paesi dell’UE non sarebbero in grado di opporre una significativa resistenza militare agli Stati Uniti in Groenlandia. Ma l’aumento della presenza militare europea sull’isola di proprietà danese sembra servire semplicemente a tracciare una linea rossa.

E nonostante Mark Rutte si sia affrettato a trovare una sorta di compromesso con Trump sulla questione della Groenlandia, la realtà è che la semplice minaccia e pressione di Trump contro i suoi presunti alleati è stata sufficiente a lasciare cicatrici. In altre parole, per quanto timida e codarda possa essere l’attuale leadership europea, al punto da cedere ripetutamente, è probabile che la sfiducia e la malanimo dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti aumentino.

Forse è addirittura necessario guardare ad altri settori oltre al vertice politico. Tra intellettuali, think tank, giornalisti e influencer, sembra più facile trovare posizioni più dure e critiche nei confronti degli Stati Uniti, nonché una minore disponibilità alla riconciliazione, rispetto ai leader politici nazionali.

L’“antiamericanismo”, un tempo pilastro centrale sia dei partiti nazionalisti che di quelli socialisti in Europa, ma caduto in disuso dopo la Guerra Fredda, potrebbe finire per tornare a essere un importante argomento discorsivo in quest’epoca di crescente populismo eterogeneo.

In larga misura, il discorso di Mark Carney, Primo Ministro del Canada, può essere considerato una sintesi ragionevole dell’attuale momento geopolitico.

Nel suo discorso a Davos, Carney ha sottolineato che per decenni il Canada e la maggior parte dei paesi occidentali sono rimasti allineati al cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole”, pur considerandolo in parte fittizio; tuttavia, si trattava di una finzione utile e piacevole. Gli altri paesi occidentali sapevano che queste regole non venivano applicate allo stesso modo a tutti i paesi e che i paesi più forti erano praticamente esenti dalla maggior parte delle loro normative. Tutto, in quell’ordine, dipendeva da chi fosse l'”accusato” e chi l'”accusatore”. Paesi diversi, impegnati nelle stesse azioni, come ad esempio la repressione delle proteste civili, avrebbero ricevuto un trattamento diverso a seconda di chi fossero i loro leader e governi: alcuni avrebbero ricevuto solo una simbolica pacca sulla mano, altri sarebbero stati bombardati e i loro capi di stato giustiziati in tribunali farsa.

E questi paesi occidentali erano soddisfatti finché i paesi bombardati erano africani o arabi o, occasionalmente, qualche paese slavo come la Serbia. Questo perché, per alcuni paesi, quell’ordine consentiva loro di ottenere benefici sotto forma di estrattivismo capitalista.

Ora, tuttavia, l’ordine internazionale è finito. Non sopravvive nemmeno come farsa, secondo lo stesso Carney. Di fronte a una serie di crisi, molti paesi hanno iniziato a percepire l’integrazione globale più come un tallone d’Achille che come un vantaggio. Le merci potevano anche essere più economiche, ma a cosa serve la disponibilità teorica di prodotti più economici quando, in tempi di crisi, diventano inaccessibili, come durante la crisi sanitaria. O quando le sanzioni rendono semplicemente impraticabili le relazioni commerciali per i paesi presi di mira.

Per Carney, quindi, alcuni paesi hanno deciso di trasformarsi in fortezze, preoccupandosi principalmente di garantire la propria autonomia energetica, alimentare e militare. E una delle conseguenze fondamentali di questo cambiamento è il declino delle organizzazioni multilaterali. Le corti internazionali, l’OMS, l’OMC, la Banca Mondiale e vari altri organismi sono sempre più ignorati e disprezzati dalle potenze regionali – nel caso dei paesi al di fuori dell'”asse atlantico”, perché ritengono troppo grande l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati in questi organismi; nel caso degli Stati Uniti, perché, al contrario, ritengono che questi organismi non servano a sufficienza gli interessi nazionali statunitensi.

Questa insoddisfazione parallela e trasversale è naturale, nella misura in cui le istituzioni internazionali hanno sempre servito gli USA e la loro egemonia solo nella misura in cui tale egemonia era lo strumento migliore per costituire gradualmente un “governo mondiale”, quel “Nuovo Ordine Mondiale” proclamato da George H.W. Bush.

La conseguenza di questo processo di collasso del multilateralismo globalista è che le relazioni internazionali sono ormai dominate dalla forza. La maggior parte dei paesi di media potenza non è pronta ad affrontare questa nuova e improvvisa realtà. Inoltre, è ingenuo limitarsi a condannare la situazione attuale e sperare in un ritorno ai “bei vecchi tempi” di un ordine internazionale “basato su regole”, in cui le regole non si applicano allo stesso modo a tutti.

Carney suggerisce inoltre a questi paesi di media potenza di affrontare l’attuale situazione internazionale: rafforzare le relazioni bilaterali con paesi con mentalità e orientamento simili, creando piccole coalizioni di portata ragionevolmente limitata, mirando sia a eliminare possibili debolezze economiche sia a rafforzare i meccanismi di sicurezza.

Naturalmente, Carney si riferisce specificamente al rafforzamento delle relazioni Canada-UE, ma, in una certa misura, possiamo applicare questo tipo di riflessione anche a quei Paesi contro-egemonici o non allineati che non sono potenze continentali, come Russia, Cina e India. Il caso del Venezuela ha dimostrato che è, di fatto, necessario essere preparati ad affrontare l’aggressività degli Stati Uniti.

Paesi come il Brasile, nonostante le sue dimensioni e l’importanza che gli viene attribuita nelle relazioni internazionali, non dispongono di armi nucleari e di forze militari sufficientemente moderne per proteggersi efficacemente da un’azione militare mirata e determinata. Naturalmente, il Brasile dovrebbe cercare di risolvere queste carenze (e, in effetti, il dibattito sulle “armi nucleari brasiliane” è già iniziato negli ambienti politici, militari e sociali), ma non si assisterà a cambiamenti significativi nel breve termine – motivo per cui il Brasile ha effettivamente bisogno di sviluppare altri modi per garantire la propria sicurezza che non dipendano dal semplice servilismo nei confronti degli Stati Uniti.

Sarebbe pienamente nell’interesse del Brasile fare pressioni, all’interno dei BRICS, per aumentare la dimensione “sicurezza” della coalizione. Tuttavia, dubitiamo che l’attuale amministrazione brasiliana abbia alcun interesse in questo, o anche solo che comprenda la necessità di una trasformazione così radicale. In assenza di questa iniziativa, come minimo, il Brasile dovrebbe cercare di aggiornare la sua tecnologia militare, di intelligence e radar con l’aiuto dei partenariati russo-cinesi. Ma a livello regionale, il Brasile deve rafforzare i suoi legami con gli altri paesi sudamericani e iniziare, in modo sottile, a cercare di attrarli e rimuoverli dall’orbita statunitense.

In breve, il solo fatto che stiamo discutendo di queste esigenze, invece di scommettere ingenuamente che i forum internazionali creati su iniziativa occidentale saranno sufficienti a difenderci, dimostra già che ci troviamo in un mondo nuovo e pericoloso.

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Davos Dementia Dance https://strategic-culture.su/news/2026/01/27/davos-dementia-dance-2/ Tue, 27 Jan 2026 10:31:56 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890257 Ci troviamo in un contesto di competizione narrativa, volta a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e della leadership trumpiana – come attore centrale.

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Anticipazioni

Nell’anno 2026, qualcosa di inaspettato è accaduto al World Economi Forum di Davos. Bisogna guardare tutti i dettagli per capire le dinamiche profonde.

Cominciamo con i fondamentali. Ogni anno, verso la fine di gennaio, una piccola cittadina alpina svizzera si trasforma in un palcoscenico globale per leader politici, imprenditori, accademici e figure influenti della società civile. Il WEF è l’evento internazionale che da più di mezzo secolo catalizza l’attenzione sui nodi cruciali dell’economia e della politica mondiale, ci piaccia o no, e fa da corollario agli aspetti politici dell’ONU e a quelli sanitari della OMS.

Fondato nel 1971 dal professore universitario tedesco Klaus Schwab, con 450 dirigenti d’azienda al primo incontro nella cittadina svizzera, l’obiettivo era condividere idee manageriali e favorire un dialogo transatlantico tra imprese europee e americane. Nel 1987 l’organizzazione assunse il nome con cui la conosciamo oggi e divenne una piattaforma di discussione globale multilaterale.

Il funzionamento del WEF si basa su un modello di stakholder capitalism, promosso in particolare con il Davos Manifesto del 2020: le imprese non dovrebbero perseguire solo profitti per gli azionisti, ma creare valore per dipendenti, società e ambiente. La partecipazione è strutturata in livelli: membri, partner strategici e delegati (inclusi capi di Stato, amministratori delegati di grandi società, leader della società civile), con quote associative elevate per le aziende.

Quest’anno, 2026, sotto il titolo “A spirit of dialogue”, si sono riuniti circa 3.000 partecipanti, tra cui 65 capi di Stato, oltre 400 politici e circa 850 CEO, più numerosi innovatori e scienziati. Le discussioni del 2026 si sono concentrati su questioni chiave: la cooperazione in un mondo conteso, l’innovazione responsabile, le nuove fonti di crescita, gli investimenti nelle persone e la “prosperità entro i limiti planetari”.

Ora guardiamo alcuni fatti antecedenti all’evento. Il primo dato da osservare è che l’assetto internazionale di quest’anno è molto, molto diverso dal precedente. Il contesto geopolitico teso – con forti tensioni tra grandi potenze e questioni come la crisi climatica e l’ascesa dell’intelligenza artificiale – ha dominato i dibattiti. Meno Europa, potremmo dire, e più America. La presenza americana è stata non solo numericamente importante, ma anche imponente: Donald Trump è arrivato come un tornado, ha spazzato via tutto ed è andato via lasciando sconcerto. È arrivato ed ha inserito nel bel mezzo dell’evento la creazione del suo Board of Peace.

Il secondo dato è, appunto, la mancanza di una forza europea. L’unica voce che si è fatta sentire è stata quella di Emmanuel Macron col suo occhio nero, indossando occhiali da Top Gun, nel tentativo disperato di affermarsi come unico interlocutore degno del vecchio sistema europeo, mentre il mondo si muove verso altri equilibri. Christine Lagarde e Ursula Von der Leyen, al di là della solita retorica europeista, sono state pressoché inutili e decisamente sottotono.

Qualcosa sta cambiando

Oggettivamente, il Forum ha confermato il ruolo di Davos come nodo nevralgico di networking, influenza e scambio di idee, in salsa americana o meno. E di sicuro questa forza statunitense iniettata nel WEF ha risollevato la sua importanza ed attratto molto. C’è però da considerare se ciò sia voluto in senso costruttivo o in senso distruttivo: Trump continua la sua partita a poker mondiale e non guarda in faccia a nessuno. La sua “legittimazione” potrebbe essere solo una facciata con cui ha colonizzato un polo di influenza globalista che era squisitamente euro-centrico, e l’effetto che ha causato, di fatto, è quello di averlo scosso al punto di monopolizzare l’attenzione.

Il Board of Peace – che commenteremo in un altro articolo – è diventato l’argomento del mese, oscurando quasi del tutto i trend media. Nemmeno l’annunciato tavolo di trattative triangolari USA-Ucraina-Russia è riuscito a scalfire così tanto l’interesse della stampa e l’opinione politica.

Un episodio emblematico, se letto nella logica della guerra dell’informazione, della narrazione tra poli geopolitici e schieramenti diversi. Davos rappresenta infatti una piattaforma privilegiata di visibilità globale, in cui la compresenza di leader politici, decisori economici e media internazionali consente una rapida circolazione delle narrazioni. In tale scenario, l’iniziativa trumpiana è stata presentata attraverso un linguaggio fortemente performativo, incentrato su categorie valoriali assolute quali “pace”, “stabilità” e “leadership globale”, indipendentemente dalla definizione giuridica, istituzionale o operativa del nuovo organismo.

La copertura giornalistica, tanto nei media tradizionali quanto negli spazi digitali, ha contribuito a trasformare il Board of Peace in un evento discorsivo prima ancora che in un soggetto politico concreto. Le notizie si sono concentrate prevalentemente sulla figura del promotore, sulle adesioni selettive e sulle reazioni critiche di governi e istituzioni multilaterali, piuttosto che su una valutazione sostanziale delle competenze, delle modalità decisionali o del rapporto dell’organismo con il sistema delle Nazioni Unite. Questo slittamento dell’attenzione dal piano strutturale a quello simbolico è un elemento tipico delle operazioni di infowarfare, nelle quali l’obiettivo primario non è la produzione di risultati immediati, bensì l’occupazione dello spazio cognitivo e narrativo.

Siamo nel contesto della competizione narrativa, volto a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e in particolare della leadership trumpiana – come attore centrale e alternativo ai meccanismi multilaterali tradizionali.

Nel complesso, stiamo assistendo ad una danza demenziale: gli europei sembrano sotto l’effetto di qualche stupefacente e perdono il controllo non appena un interlocutore americano o del Global South entra in scena; gli americani giocano a condurre la danza, gli altri seguono a ritmo, ritmo che assomiglia più a quello della danza macabra di fine vita dell’Europa col suo vecchio sistema. E tutto ciò avviene proprio in casa europea, in mezzo a quelle montagne che rappresentano la fortezza delle élite.

Cercate voi di comprendere il significato di questo segno dei tempi così potente.

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Davos Dementia Dance https://strategic-culture.su/news/2026/01/24/davos-dementia-dance/ Sat, 24 Jan 2026 14:06:37 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890208 We are in a context of narrative competition, aimed at redefining the role of the United States – and Trumpian leadership – as a central actor

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Previews

In 2026, something unexpected happened at the World Economic Forum in Davos. One must examine every detail to grasp the deeper dynamics at work.

Let us begin with the fundamentals. Every year, toward the end of January, a small Swiss Alpine town transforms into a global stage for political leaders, business executives, academics, and influential figures from civil society. For more than half a century, the WEF has been the international event that – whether we like it or not – has focused attention on the crucial nodes of the world economy and global politics, acting as a complement to the political dimension of the United Nations and the health-related role of the WHO.

Founded in 1971 by the German university professor Klaus Schwab, with 450 business executives attending the first meeting in the Swiss town, the initial aim was to share managerial ideas and foster transatlantic dialogue between European and American companies. In 1987, the organization adopted the name by which it is known today and became a multilateral global discussion platform.

The WEF operates on a model of stakeholder capitalism, promoted in particular through the 2020 Davos Manifesto: companies should not pursue profits for shareholders alone, but create value for employees, society, and the environment. Participation is structured in tiers – members, strategic partners, and delegates (including heads of state, CEOs of major corporations, and civil society leaders) – with high membership fees for companies.

This year, 2026, under the title “A Spirit of Dialogue,” around 3,000 participants gathered, including 65 heads of state, more than 400 politicians, and approximately 850 CEOs, as well as numerous innovators and scientists. The 2026 discussions focused on key issues: cooperation in a contested world, responsible innovation, new sources of growth, investment in people, and “prosperity within planetary boundaries.”

Now let’s look at some facts preceding the event. The first point to note is that this year’s international landscape is very, very different from the previous one. A tense geopolitical context – with strong tensions among major powers and issues such as the climate crisis and the rise of artificial intelligence – dominated the debates. Less Europe, one might say, and more America. The American presence was not only numerically significant but also overwhelming: Donald Trump arrived like a tornado, swept everything away, and left behind bewilderment. He came and inserted, right in the middle of the event, the creation of his Board of Peace.

The second point is precisely the absence of a strong European force. The only voice that truly made itself heard was that of Emmanuel Macron, sporting a black eye and wearing Top Gun-style glasses, in a desperate attempt to assert himself as the sole worthy interlocutor of the old European system, while the world moves toward other balances. Christine Lagarde and Ursula von der Leyen, beyond the usual pro-European rhetoric, were virtually ineffective and decidedly subdued.

Something is changing

Objectively, the Forum has confirmed Davos’s role as a nerve center of networking, influence, and the exchange of ideas – whether in an American flavor or not. And certainly, this injection of U.S. power into the WEF has revived its importance and attracted considerable attention. Yet one must consider whether this has been done in a constructive or a destructive sense: Trump continues his global poker game and spares no one. His “legitimation” may be little more than a façade through which he has colonized a globalist center of influence that was distinctly Eurocentric; the effect, in practice, has been to shake it to the point of monopolizing attention.

The Board of Peace – which will be discussed in another article – has become the topic of the month, almost completely eclipsing media trends. Not even the announced triangular negotiation table among the United States, Ukraine, and Russia managed to undermine press interest and political attention to the same extent.

This episode is emblematic when read through the lens of information warfare and narrative competition among geopolitical poles and opposing alignments. Davos represents a privileged platform of global visibility, where the simultaneous presence of political leaders, economic decision-makers, and international media enables the rapid circulation of narratives. In this scenario, the Trumpian initiative was presented through a strongly performative language, centered on absolute value categories such as “peace,” “stability,” and “global leadership,” regardless of the legal, institutional, or operational definition of the new body.

Journalistic coverage, both in traditional media and digital spaces, contributed to transforming the Board of Peace into a discursive event even before it became a concrete political actor. News reports focused primarily on the figure of its promoter, on selective endorsements, and on critical reactions from governments and multilateral institutions, rather than on a substantive assessment of its competencies, decision-making mechanisms, or its relationship with the United Nations system. This shift of attention from the structural to the symbolic plane is typical of infowarfare operations, in which the primary objective is not the production of immediate results, but the occupation of cognitive and narrative space.

We are therefore in a context of narrative competition, aimed at redefining the role of the United States – and in particular Trumpian leadership – as a central actor and an alternative to traditional multilateral mechanisms.

Overall, we are witnessing a demented dance: Europeans appear to be under the influence of some intoxicant and lose control as soon as an American or Global South interlocutor enters the scene; Americans play at leading the dance, while the others follow the rhythm – a rhythm that more closely resembles the macabre dance marking the end of Europe’s old system. And all of this unfolds precisely on European soil, amid those mountains that symbolize the fortress of the elites.

You may try to grasp the meaning of this powerful sign of the times yourselves.

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Que hacer con la desigualdad extrema https://strategic-culture.su/news/2025/12/22/que-hacer-con-la-desigualdad-extrema/ Sun, 21 Dec 2025 21:34:52 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889585 El último Informe sobre la desigualdad mundial 2026 revela la marcada brecha entre gente rica y pobre en el mundo, una división que se está ampliando hasta extremos insospechados. Apoyándose en datos recopilados por 200 investigadores organizados por el World Inequality Lab, el informe concluye que menos de 60.000 personas, el 0,001 % de la población mundial, controlan tres veces más riqueza que la mitad más pobre de la humanidad.

Michael ROBERTS

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En 2025, el 10 % de la población mundial con mayores ingresos ganará más que el 90 % restante, mientras que la mitad más pobre de la población mundial obtendrá menos del 10 % de los ingresos totales mundiales. La riqueza –el valor de los activos de las personas– estaba aún más concentrada que los ingresos, o las ganancias del trabajo y las inversiones, según el informe, ya que el 10 % más rico de la población mundial poseía el 75 % de la riqueza y la mitad más pobre, solo el 2 %.

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Según el informe, en casi todas las regiones, el 1 % más rico es más rico que el 90 % más pobre, y la desigualdad de riqueza ha aumentado rápidamente en todo el mundo. “El resultado es un mundo en el que una pequeña minoría ejerce un poder financiero sin precedentes, mientras que miles de millones de personas siguen excluidas incluso de la estabilidad económica básica”, afirman los autores del informe.

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Esta concentración no solo es persistente, sino que también se está acelerando. Desde la década de 1990, la riqueza de las y los multimillonarios y centimillonarios ha crecido aproximadamente un 8 % anual, casi el doble de la tasa de crecimiento experimentada por la mitad más pobre de la población. La gente más pobre han obtenido modestas ganancias, pero estas se ven eclipsadas por la extraordinaria acumulación en la cima. La parte de la riqueza mundial en manos del 0,001 % más rico ha pasado de casi el 4 % en 1995 a más del 6 %, según el informe, mientras que la riqueza de las y los multimillonarios ha aumentado alrededor de un 8 % anual desde la década de 1990, casi el doble de la tasa del 50 % más pobre.

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Más allá de la estricta desigualdad económica, el informe constata que esta desigualdad alimenta la desigualdad de resultados, ya que el gasto en educación por niño en Europa y América del Norte, por ejemplo, es más de 40 veces superior al de África subsahariana, una diferencia aproximadamente tres veces mayor que el PIB per cápita.

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Y la desigualdad está generando más emisiones de gases de efecto invernadero. El informe muestra que la mitad más pobre de la población mundial representa solo el 3 % de las emisiones de carbono asociadas a la propiedad de capital privado, mientras que el 10 % más rico representa alrededor del 77 % de las emisiones.

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Los ingresos se distribuyen de forma desigual en todas partes, y el 10 % más rico obtiene sistemáticamente mucho más que el 50 % más pobre. Pero en lo que respecta a la riqueza, la concentración es aún más extrema. En todas las regiones, el 10 % más rico controla más de la mitad de la riqueza total, dejando a menudo a la mitad más pobre con solo una pequeña fracción.

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Estos promedios globales ocultan enormes diferencias entre las regiones. El mundo está dividido en claros niveles de ingresos: regiones de altos ingresos, como América del Norte, Oceanía y Europa; grupos de ingresos medios, como Rusia , Asia Central, Asia Oriental, Oriente Medio y África del Norte; y regiones muy pobladas donde los ingresos medios siguen siendo bajos, como América Latina, Sur y Sudeste de Asia y África Subsahariana.

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Una persona media en América del Norte y Oceanía gana aproximadamente 13 veces más que otra en el África subsahariana y tres veces más que la media mundial. Dicho de otro modo, los ingresos medios diarios en América del Norte y Oceanía son de unos 125 euros, frente a solo 10 euros en el África subsahariana. Y se trata de medias: dentro de cada región, muchas personas viven con mucho menos.

Aproximadamente el 1 % del PIB mundial fluye cada año de los países más pobres a los más ricos a través de transferencias netas de ingresos asociadas a altos rendimientos y bajos pagos de intereses sobre las deudas de los países ricos, según el informe, casi tres veces la cantidad de la ayuda mundial al desarrollo. La desigualdad también está profundamente arraigada en el sistema financiero mundial. La arquitectura financiera internacional actual está estructurada de manera que genera sistemáticamente desigualdad. Los países que emiten monedas de reserva pueden pedir préstamos de forma persistente a un coste menor, prestar a tipos más altos y atraer el ahorro mundial. Por el contrario, los países en desarrollo se enfrentan una situación inversa: deudas caras, activos de bajo rendimiento y una salida continua de ingresos

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El poder del capital se ejerce a nivel internacional entre naciones. Excluyendo los países con una población inferior a 10 millones de habitantes, los diez países más ricos reciben ingresos extranjeros netos positivos por su capital. Por el contrario, los diez países más pobres del mundo son antiguas colonias, la mayoría situadas en el África subsahariana. Muestran tendencias opuestas a las de los más ricos. La mayoría de estos países pagan importantes ingresos extranjeros netos al resto del mundo. En otras palabras, estos países envían más dinero del que reciben de las inversiones extranjeras. Esta fuga limita su capacidad para invertir en áreas como las infraestructuras, la sanidad y la educación, fundamentales para salir de la pobreza. No es de extrañar que nunca puedan alcanzar a los más ricos y cerrar la brecha con el Norte Global.

¿Podemos hacer algo para reducir la desigualdad? En primer lugar, en el prefacio del informe, el economista ganador del Premio Nobel Joseph Stiglitz repitió su llamamiento a crear un panel internacional comparable al IPCC de la ONU sobre el cambio climático, para “realizar un seguimiento de la desigualdad en todo el mundo y ofrecer recomendaciones objetivas y basadas en pruebas”. Los autores del informe continúan argumentando que las desigualdades pueden reducirse mediante la inversión pública en educación y salud y mediante programas eficaces de fiscalidad y redistribución. Señalan que, en muchos países, los ultrarricos eluden el pago de impuestos. Los paraísos fiscales abundan en todo el mundo. Un impuesto global del 3 % a menos de 100.000 centimillonarios y multimillonarios recaudaría 750.000 millones de dólares al año, lo que equivale al presupuesto de educación de los países de ingresos bajos y medios.

El informe propone otras medidas políticas. Una vía importante es la inversión pública en educación y salud. Otra vía es a través de programas redistributivos: “las transferencias de efectivo, las pensiones, las prestaciones por desempleo y el apoyo específico a los hogares vulnerables pueden trasladar directamente los recursos de la parte superior a la parte inferior de la distribución”. La política fiscal es otra palanca poderosa: introducir sistemas fiscales más justos, en los que los que están en la cima contribuyan con tipos más altos a través de impuestos progresivos. La desigualdad también puede reducirse reformando el sistema financiero mundial“Los acuerdos actuales permiten a las economías avanzadas obtener préstamos baratos y garantizar entradas constantes, mientras que las economías en desarrollo se enfrentan a costosas obligaciones y salidas persistentes”. Las reformas en este ámbito incluyen la adopción de una moneda global, con sistemas de crédito y débito centralizados.

El informe muestra que las transferencias redistributivas reducen la desigualdad, especialmente cuando los sistemas están bien diseñados y se aplican de forma coherente. En Europa, América del Norte y Oceanía, los sistemas fiscales y de transferencias reducen de forma sistemática las diferencias de ingresos en más de un 30 %. Incluso en América Latina, las políticas redistributivas introducidas después de la década de 1990 han logrado reducir las diferencias. En otras palabras, las desigualdades serían aún mayores sin esas medidas.

Pero el informe reconoce un problema clave. Los tipos impositivos efectivos sobre la renta han aumentado de forma constante para la mayoría de la población, pero han descendido drásticamente para las y los multimillonarios y centimillonarios. Las élites pagan proporcionalmente menos que la mayoría de los hogares con ingresos mucho más bajos. Este patrón regresivo priva a los Estados de recursos para inversiones esenciales en educación, salud y acción climática. También socava la equidad y la cohesión social al disminuir la confianza en el sistema tributario. La respuesta de los autores es recurrir a la tributación progresiva, ya que “no solo moviliza ingresos para financiar bienes públicos y reducir la desigualdad, sino que también refuerza la legitimidad de los sistemas fiscales al garantizar que quienes disponen de mayores recursos contribuyan de forma equitativa”.

En resumen, las respuestas políticas que ofrece el informe son: 1) supervisar la desigualdad; 2) redistribuir los ingresos mediante una fiscalidad progresiva y transferencias sociales; 3) aumentar la inversión pública en educación y salud; 4) crear un sistema monetario mundial.

¿Qué falta aquí? No hay ninguna política para cambiar radicalmente la estructura socioeconómica de la economía mundial; en efecto, el capitalismo debe seguir existiendo. No se debe tocar a los propietarios del capital: los bancos, las empresas energéticas, las empresas de medios tecnológicos, las grandes farmacéuticas y sus propietarios multimillonarios… Solo hay que gravaros más y los gobiernos deben utilizar el dinero de los impuestos para invertir en necesidades sociales. Por lo tanto, la política consiste en la redistribución de los ingresos y la desigualdad de riqueza existentes, y no en la predistribución, es decir, en cambiar la estructura social que genera estas desigualdades extremas, concretamente la propiedad privada de los medios de producción.

En notas anteriores, he demostrado que la elevada desigualdad en la riqueza personal está estrechamente relacionada con la desigualdad en los ingresos. He puesto al descubierto que existe una correlación positiva de aproximadamente 0,38 en todos los datos: cuanto mayor es la desigualdad de la riqueza personal en una economía, más probable es que la desigualdad de ingresos sea mayor. La riqueza genera más riqueza; más riqueza genera más ingresos. Una élite muy reducida es propietaria de los medios de producción y las finanzas, y así es como se apropia de la mayor parte de la riqueza y los ingresos. Y la concentración de la riqueza tiene que ver realmente con la propiedad del capital productivo, los medios de producción y las finanzas. Es el gran capital (las finanzas y los negocios) el que controla las inversiones, el empleo y las decisiones financieras del mundo. Un núcleo dominante de 147 empresas, a través de participaciones entrelazadas en otras, controla el 40 % de la riqueza de la red global, según el Instituto Suizo de Tecnología. Un total de 737 empresas controlan el 80 % de todo.

Esta es la desigualdad que importa para el funcionamiento del capitalismo: el poder concentrado del capital. Y debido a que la desigualdad de riqueza proviene de la concentración de los medios de producción y las finanzas en manos de unos pocos, y debido a que esa estructura de propiedad permanece intacta, cualquier política redistributiva basada en el aumento de los impuestos sobre la riqueza y los ingresos siempre será insuficiente para cambiar de manera irreversible la distribución de la riqueza y los ingresos en las sociedades modernas.

En este punto, a menudo se argumenta que es imposible y utópica la propiedad pública de las finanzas y los sectores clave de las principales economías del mundo, que nunca sucederá a menos que se produzca una revolución popular, lo que a su vez nunca sucederá. Mi respuesta sería que la adopción de políticas supuestamente menos radicales, como la fiscalidad progresiva y/o un cambio radical en la inversión pública, o la cooperación mundial para romper la transferencia de valor e ingresos del Sur Global a la élite rica del Norte Global, son igual de utópicas.

¿Qué gobierno del G7 en el mundo está dispuesto a adoptar tales políticas? Ninguno. ¿Cuánto se han acercado a adoptar las políticas del informe en los últimos diez o veinte años? Para nada; al contrario, los gobiernos han reducido los impuestos a los ricos y a las empresas y los han aumentado para el resto, mientras que la inversión pública en necesidades sociales ha disminuido. ¿Existe alguna cooperación global para poner fin a la explotación por parte de las multinacionales y los bancos en el Sur Global o para acabar con la producción de combustibles fósiles y los jets privados?

Los autores del informe afirman“La desigualdad es una elección política. Es el resultado de nuestras políticas, instituciones y estructuras de gobernanza”. Pero la desigualdad no es el resultado de “nuestras” políticas, instituciones y estructuras de gobernanza, sino el resultado de la propiedad privada del capital y de los gobiernos dedicados a mantenerla. Si no se pone fin a eso, la desigualdad de ingresos y riqueza a nivel mundial y nacional no solo se mantendrá: seguirá empeorando.

Publicado originalmente por  Michael Roberts Blog

Traducción:  Sin Permiso

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