Security – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Thu, 05 Mar 2026 09:00:15 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Security – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Questa è una bomba, una bomba sporca! https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/questa-e-una-bomba-una-bomba-sporca/ Thu, 05 Mar 2026 14:30:15 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890947 La leadership europea rappresenta una minaccia concreta, evidente e inequivocabile per la sicurezza globale.

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Alla pazzia non c’è mai fine

Nel contesto del conflitto russo-ucraino, le dichiarazioni provenienti dall’Servizio di Intelligence Estero della Federazione Russa (SVR) hanno riacceso il dibattito internazionale, occupato da mesi in altre vicende di grande delicatezza, circa il rischio di un’ulteriore escalation militare e, soprattutto, circa la possibilità che l’Ucraina possa essere dotata di armamenti a carattere nucleare. Secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del servizio di intelligence russo, Regno Unito e Francia avrebbero riconosciuto, nelle loro valutazioni interne, l’impossibilità per le forze armate ucraine di conseguire una vittoria militare decisiva contro la Russia nelle condizioni attuali del conflitto. Ciononostante, le élite politiche e strategiche di Londra e Parigi non sarebbero disposte ad accettare l’eventualità di una sconfitta ucraina e, conseguentemente, di un arretramento della propria influenza geopolitica nell’Europa orientale.

Sempre secondo la ricostruzione del SVR, maturerebbe l’idea di fornire a Kiev una sorta di “arma risolutiva” — una wunderwaffe — capace di alterare gli equilibri sul campo e di rafforzare la posizione negoziale dell’Ucraina in vista di eventuali trattative per la cessazione delle ostilità. L’ipotesi evocata riguarda il trasferimento di un ordigno nucleare vero e proprio oppure, in alternativa, di un dispositivo radiologico comunemente definito “bomba sporca”. Un simile scenario comporterebbe un salto qualitativo nella natura del conflitto, trasformandolo in una crisi di proporzioni potenzialmente globali.

Sì, avete capito bene. Al raggiungimento del quarto anno di SMO, dopo una serie incalcolabile di fallimenti diplomatici, politici, economici e militari, il blocco occidentale continua a voler far scoppiare la terza guerra mondiale in Europa. La folle leadership della NATO, i capi di Stato dell’Europa dei vecchi poteri, i signori della guerra-senza-fine, continuano con il loro progetto. Fatti come questo dovranno essere un giorno giudicati da qualcuno.

Particolarmente significativo, nel documento russo, è il riferimento alla posizione della Germania, che avrebbe “saggiamente” rifiutato di partecipare a quella che viene definita una “pericolosa avventura”. Questo elemento suggerisce l’esistenza di divergenze all’interno del fronte occidentale circa il grado di coinvolgimento e le modalità del sostegno a Kiev, nonché circa i limiti oltre i quali l’assistenza militare rischierebbe di trasformarsi in una partecipazione diretta e incontrollabile al conflitto.

Secondo il SVR, Londra e Parigi sarebbero impegnate nell’esame delle modalità operative per assicurare all’Ucraina non soltanto l’ordigno, ma anche i relativi sistemi di lancio. Sì, avete capito bene, stanno proprio pensando al pacchetto comleto. Si parlerebbe, in particolare, del trasferimento riservato di componenti, tecnologie e know-how europei, con l’eventuale considerazione della testata nucleare francese TN75 associata al missile balistico lanciato da sottomarino M51.1. Un’operazione di tale natura, qualora trovasse conferma, implicherebbe un coinvolgimento tecnico-industriale di altissimo livello e solleverebbe interrogativi fondamentali sulla tenuta del regime internazionale di non proliferazione.

Qualche problema internazionale

Ora, parliamoci chiaro: chi è che davvero, nel mondo, che vuole una escalation? A chi fa comodo? Nessun Paese che abbia un leader dotato di un normale profilo psicologico vorrebbe mai una cosa del genere. La guerra conviene solo a chi vende armi, e a nessun altro. E questo significa provocare ripetutamente un serie di incidenti, di antipatie, di fastidi a mezzo pianeta e forse di più.

Ciò pone dei problemi di relazioni internazionali. Il riferimento centrale, in questo ambito, è il Trattato di non proliferazione nucleare, che costituisce il pilastro giuridico del sistema volto a impedire la diffusione delle armi atomiche al di fuori degli Stati già riconosciuti come potenze nucleari. La fornitura di un’arma nucleare o di componenti essenziali per la sua realizzazione a un Paese non dotato ufficialmente di tale capacità rappresenterebbe una violazione manifesta degli obblighi assunti a livello internazionale. La stessa dichiarazione dell’intelligence russa sottolinea che i governi britannico e francese sarebbero consapevoli della portata di tale infrazione, nonché dei rischi connessi alla destabilizzazione dell’intero regime globale di non proliferazione.

In questo quadro, è chiaro, gli sforzi diplomatici occidentali si concentrerebbero nel far apparire l’eventuale acquisizione di capacità nucleari da parte di Kiev come frutto di uno sviluppo autonomo ucraino. Una simile strategia di dissimulazione, qualora fosse effettivamente perseguita, testimonierebbe la consapevolezza della gravità delle implicazioni giuridiche e politiche dell’operazione. Tuttavia, al di là delle accuse e delle smentite, la sola evocazione di un simile scenario impone una riflessione più ampia sulle conseguenze sistemiche di un’ulteriore escalation. Perché sì, parliamo di sistema: in pochi minuti il mondo intero entrerebbe in massima allerta, con una catena di eventi di proporzioni inimmaginabili.

La dimensione nucleare, infatti, non rappresenta un semplice incremento quantitativo della potenza di fuoco disponibile, bensì un mutamento qualitativo nella natura del conflitto. L’introduzione di un’arma atomica — anche solo in funzione deterrente — trasformerebbe radicalmente il quadro strategico europeo, riattivando dinamiche di confronto diretto tra potenze nucleari che la fine della Guerra fredda aveva parzialmente attenuato. Il rischio non sarebbe limitato al teatro ucraino, ma investirebbe l’intero continente, con implicazioni per la sicurezza collettiva, per la stabilità politica e per la credibilità delle istituzioni multilaterali.

Da un punto di vista diplomatico, la fornitura di armi nucleari all’Ucraina costituirebbe una scelta di straordinaria follia, meritevole di entrare nei libri di storia. Essa comprometterebbe irreversibilmente la possibilità di mediazioni credibili, irrigidendo le posizioni e alimentando la percezione di un confronto diretto con l’Occidente nel suo complesso (laddove ancora qualcuno non lo avesse capito). Un gigantesco autogol per l’Occidente, perché la narrativa secondo cui il conflitto sarebbe progressivamente divenuto una guerra per procura tra la NATO e la Russia troverebbe ulteriore alimento, rafforzando la retorica dello scontro sistemico tra blocchi contrapposti. Ulteriore conferma che è sempre stato così.

Sul piano strategico-militare, inoltre, la disponibilità di un’arma nucleare in un teatro di guerra attivo aumenterebbe esponenzialmente il rischio di errori di calcolo, incidenti o decisioni affrettate in situazioni di elevata tensione. La deterrenza nucleare presuppone meccanismi di controllo, catene di comando stabili e comunicazioni affidabili tra le parti: condizioni difficilmente garantibili in un contesto bellico caratterizzato da rapidi mutamenti operativi e da una forte pressione politica e mediatica. L’eventuale impiego, anche solo accidentale, di un ordigno nucleare o radiologico avrebbe conseguenze umanitarie, ambientali e geopolitiche incalcolabili.

Vogliamo tradurre tutto questo in parole semplici? Ecco la traduzione: la Russia sarebbe legittimata ad agire in maniera preventiva per tutelare la propria sopravvivenza. Occorre aggiungere altro?

La prospettiva di una “bomba sporca”, pur differendo tecnicamente da un’arma nucleare strategica, non sarebbe meno destabilizzante sotto il profilo politico. L’uso di materiale radioattivo a fini offensivi introdurrebbe una dimensione di terrore e contaminazione che colpirebbe indiscriminatamente popolazioni civili e territori, alimentando una spirale di ritorsioni e contro-rappresaglie difficilmente controllabile. Anche in questo caso, la soglia psicologica e politica dell’escalation verrebbe superata, con effetti irreversibili, statene certi.

Davanti ad un report del genere, la cosiddetta “comunità internazionale”, tanto millantata dai Paesi occidentali, dovrebbe riunirsi e sanzionare pesantemente, in forma almeno preventiva, UK, Francia e Ucraina, sottoponendo questi Stati ed anche la Germania ad una dettagliata indagine. Ma ciò non avverrà, lo sappiamo già. Quello che invece è più probabile che avvenga è che la dottrina nucleare venga da oggi riscritta secondo nuovi equilibri, perché, in definitiva, quelle garanzie che erano state poste a tutela di uno status quo molto fragile, ma pur sempre funzionante, sono saltate. E a manometterle sono state proprio i Paesi europei.

Una leadership europea che è una chiara, evidente ed inequivocabile minaccia concreta alla sicurezza globale.

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Iran yet to deal its master blow in the region, while U.S. navy looks increasingly vulnerable https://strategic-culture.su/news/2026/03/02/iran-yet-deal-master-blow-region-while-us-navy-looks-increasingly-vulnerable/ Sun, 01 Mar 2026 21:02:39 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890878 Only 24 hours in, and Iran is looking like the player who has a salient military strategy, while holes start to appear in Trump’s.

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Already, only 24 hours in, and Iran is looking like the player who has a salient military strategy, while holes start to appear in Trump’s. And Tehran hasn’t even hit the U.S. with its knockout blow: oil.

Early on Sunday morning, it was confirmed that Iran’s Supreme Leader had been killed by U.S./Israeli airstrikes, which no doubt will be seen by Trump and Netanyahu as a significant victory in their erroneous goal of regime change. But was it really one to chalk up? Reports from Iran indicate that he will be replaced almost immediately by his son, who had already been playing a key role in the country’s leadership anyway and whose appointment may well be a significantly positive step forward for the country, as many Iranians, while wanting reforms in their country, know only too well that the regime change notion is a trap set by Israel which they reject.

Iran has already scored a number of victories in a mere 24 hours, and their readiness this time was evident which, no matter how you look at the conflict, was certainly a consequence of Trump’s earlier actions in June, when he bombed Iran’s nuclear facilities with the agreement of Iran’s leaders.

No such cosy deal exists today. The Iranians have learned the hard way that Trump is not to be trusted and is not even in control of these decisions. What we are witnessing now is the start of a protracted war which will evolve on several fronts concurrently, with the Iranians in no particular hurry to proceed at a rapid pace. Their significant strikes on a U.S. naval base plus one naval ship is a taste of Iran’s ballistic missile capability which is starting to rain down on Israel itself.

The Supreme Leader’s death actually was not a great victory, given that he made no real effort to go into hiding but was killed in his office. By contrast, Benjamin Netanyahu escaped from Israel and ended up being protected by the country which pulled off the Holocaust. And so Bibi can slowly watch the disintegration of his own country while the region deals with a new reality: oil.

Oil will be a critical, decisive factor in how long Israel and the U.S. can continue with the war, as Iran lost no time in shutting off the Straits of Hormuz, while America’s fleet of ships just sat and watched. This may well be one area where Trump has seriously underestimated the consequences, as energy analysts are already predicting the climb of crude to close to $120 USD in the coming weeks. The choking of one of the most critical channels which provides 20 percent of the world’s oil supply is only part of the horror story, though, that Iran has in store for Trump and Bibi. Warned that they would be hit — or at least their U.S. military bases would be legitimate targets — GCC countries have responded in a way which will please Israel and the U.S.: Saudi Arabia has said they will both attack Iran soon, with Qatar and the UAE likely to join.

Yet such a strategy would be a colossal error of judgment and a spectacular miscalculation which will accelerate the war in Iran’s favour and force the U.S. and Israel to capitulate as Tehran strikes the Achilles heel of the whole operation. Iran can easily destroy the entire oil infrastructure of these GCC countries in a matter of hours, which would not only be a knockout blow to those countries’ economies but will have a considerable impact on world oil prices, for one strengthening Russia. For the moment, Iran doesn’t need to go this far, but if GCC countries really go ahead with their threat, it will have little choice.

Another critical area of misjudgement is the logistics of U.S. battleships operating inside the Straits of Hormuz. The straits have already been closed, and any pretensions that U.S. military planners had of taking on Iran in this ocean have been dashed by its successful destruction of the U.S. Naval base in Bahrain, which of course is played down by U.S. media whose low IQ “journalists” make themselves look even more stupid by asking Iran’s foreign minister why Iran is bombing U.S. bases. The U.S. naval base in Bahrain was a critical supply port for U.S. battleships which carry around 90 missiles on board. The destroyers which are now trapped inside the Straits of Hormuz can’t now reload if they deplete those missiles. The other ships which are on the other side of the blockade now can only restock at the U.S. base of Diego Garcia, which is three days away. To say this is a major blow to the whole operation is an understatement. It is a blunder of extraordinarily poor planning and a stroke of military genius by Iran to hit the U.S. naval base in Bahrain on day one, and it explains why the intense fury of the June retaliation last year has not been replicated. Iran is confident that its planning will defeat the enemy as it has a number of aces to play, and so its response is more measured and less frenetic. Iran has been planning this war for years, and the attack last year by Trump has just focused their minds and honed their military strategy to the point where even after 24 hours, they are looking like the victors who have a real strategy which is paying off, rather than their enemies who are dazed and confused. Is it really any wonder that sailors on the USS Gerald Ford sabotaged the toilet system on board by blocking it with T-shirts, so as to delay its voyage to the Gulf?

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This is a bomb, a dirty bomb! https://strategic-culture.su/news/2026/02/25/this-is-a-bomb-a-dirty-bomb/ Wed, 25 Feb 2026 10:48:25 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890788 The European leadership is a clear, obvious, and unequivocal concrete threat to global security.

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There is no end to madness

In the context of the Russian-Ukrainian conflict, statements from the Foreign Intelligence Service of the Russian Federation (SVR) have reignited the international debate, which for months has been preoccupied with other highly sensitive issues, about the risk of further military escalation and, above all, about the possibility that Ukraine may be equipped with nuclear weapons. According to reports from the Russian intelligence service’s press office, the United Kingdom and France have acknowledged in their internal assessments that it is impossible for the Ukrainian armed forces to achieve a decisive military victory against Russia under the current conditions of the conflict. Nevertheless, the political and strategic elites in London and Paris are reportedly unwilling to accept the possibility of a Ukrainian defeat and, consequently, a retreat of their geopolitical influence in Eastern Europe.

According to the SVR’s reconstruction, the idea of providing Kiev with a sort of ‘decisive weapon’ — a wunderwaffe — capable of altering the balance on the ground and strengthening Ukraine’s negotiating position in view of possible negotiations for the cessation of hostilities is gaining ground. The hypothesis evoked concerns the transfer of an actual nuclear device or, alternatively, a radiological device commonly referred to as a ‘dirty bomb’. Such a scenario would represent a qualitative leap in the nature of the conflict, transforming it into a crisis of potentially global proportions.

Yes, you understood correctly. As the SMO enters its fourth year, after an incalculable series of diplomatic, political, economic, and military failures, the Western bloc continues to want to start World War III in Europe. The insane leadership of NATO, the heads of state of the old powers of Europe, the lords of endless war, continue with their project. Facts such as these will one day have to be judged by someone.

Particularly significant in the Russian document is the reference to Germany’s position, which ‘wisely’ refused to participate in what is described as a ‘dangerous adventure’. This element suggests the existence of differences within the Western front regarding the degree of involvement and the modalities of support for Kiev, as well as the limits beyond which military assistance would risk turning into direct and uncontrollable participation in the conflict.

According to the SVR, London and Paris are engaged in examining the operational modalities to provide Ukraine not only with the weapon, but also with the related launch systems. Yes, you understood correctly, they are indeed considering the complete package. In particular, there is talk of the confidential transfer of European components, technologies, and know-how, with the possible consideration of the French TN75 nuclear warhead associated with the M51.1 submarine-launched ballistic missile. An operation of this nature, if confirmed, would involve technical and industrial involvement at the highest level and would raise fundamental questions about the stability of the international non-proliferation regime.

Some international problems

Now, let’s be clear: who in the world really wants an escalation? Who stands to gain from it? No country with a leader of normal psychological profile would ever want such a thing. War only benefits those who sell weapons, and no one else. And that means repeatedly provoking a series of incidents, animosities, annoyances across half the planet and perhaps more.

This poses problems for international relations. The central reference in this area is the Nuclear Non-Proliferation Treaty, which is the legal pillar of the system aimed at preventing the spread of nuclear weapons outside the states already recognized as nuclear powers. The supply of a nuclear weapon or essential components for its manufacture to a country not officially equipped with such capability would constitute a clear violation of international obligations. The Russian intelligence statement itself emphasizes that the British and French governments are aware of the significance of such a violation, as well as the risks associated with destabilizing the entire global non-proliferation regime.

In this context, it is clear that Western diplomatic efforts would focus on making any acquisition of nuclear capabilities by Kiev appear to be the result of Ukraine’s independent development. Such a strategy of concealment, if actually pursued, would testify to an awareness of the seriousness of the legal and political implications of the operation. However, beyond the accusations and denials, the mere evocation of such a scenario calls for broader reflection on the systemic consequences of further escalation. Because yes, we are talking about the system: in a matter of minutes, the whole world would be on high alert, with a chain of events of unimaginable proportions.

The nuclear dimension, in fact, does not represent a simple quantitative increase in available firepower, but a qualitative change in the nature of the conflict. The introduction of an atomic weapon—even if only as a deterrent—would radically transform the European strategic landscape, reactivating dynamics of direct confrontation between nuclear powers that the end of the Cold War had partially mitigated. The risk would not be limited to Ukraine, but would affect the entire continent, with implications for collective security, political stability, and the credibility of multilateral institutions.

From a diplomatic point of view, supplying nuclear weapons to Ukraine would be an extraordinarily foolish decision, worthy of entering the history books. It would irreversibly compromise the possibility of credible mediation, hardening positions and fueling the perception of a direct confrontation with the West as a whole (in case anyone had not yet understood this). This would be a huge own goal for the West, because it would further fuel the narrative that the conflict has gradually become a proxy war between NATO and Russia, reinforcing the rhetoric of systemic confrontation between opposing blocs. Further confirmation that this has always been the case.

On a strategic-military level, moreover, the availability of a nuclear weapon in an active theater of war would exponentially increase the risk of miscalculation, accidents, or hasty decisions in highly tense situations. Nuclear deterrence requires control mechanisms, stable chains of command, and reliable communications between the parties: conditions that are difficult to guarantee in a war context characterized by rapid operational changes and strong political and media pressure. The use, even accidental, of a nuclear or radiological device would have incalculable humanitarian, environmental, and geopolitical consequences.

Want to put all this into simple terms? Here’s the translation: Russia would be justified in taking preventive action to protect its own survival. Need we say more?

The prospect of a “dirty bomb,” while technically different from a strategic nuclear weapon, would be no less destabilizing from a political standpoint. The use of radioactive material for offensive purposes would introduce a dimension of terror and contamination that would indiscriminately affect civilian populations and territories, fueling a spiral of retaliation and counter-retaliation that would be difficult to control. In this case too, the psychological and political threshold of escalation would be crossed, with irreversible effects, rest assured.

Faced with such a report, the so-called “international community,” so vaunted by Western countries, should come together and impose heavy sanctions, at least as a preventive measure, on the UK, France, and Ukraine, subjecting these states and also Germany to a detailed investigation. But we already know that this will not happen. What is more likely to happen is that the nuclear doctrine will be rewritten according to new balances, because, ultimately, the guarantees that had been put in place to protect a very fragile but still functioning status quo have been broken. And it was the European countries themselves that tampered with them.

A European leadership that is a clear, obvious, and unequivocal concrete threat to global security.

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La Groenlandia, il Trattato e le mid-term americane: come gli anti-trumpiani europei cercano di superare Trump https://strategic-culture.su/news/2026/02/02/la-groenlandia-il-trattato-e-le-mid-term-americane-come-gli-anti-trumpiani-europei-cercano-di-superare-trump/ Mon, 02 Feb 2026 14:30:25 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890370 Se i leader europei contrari a Trump hanno pensato di poterlo superare in astuzia con una mossa del genere, è evidente che non hanno ancora compreso appieno il gioco che sta mettendo in atto la Casa Bianca.

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Groenlandia e sicurezza regionale

La recente evoluzione della posizione statunitense sulla Groenlandia ha riportato al centro del dibattito internazionale il tema della sicurezza artica e, più in generale, la tenuta delle relazioni transatlantiche. Le dichiarazioni e le iniziative del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, culminate durante il World Economic Forum di Davos, hanno inizialmente generato forti tensioni con gli alleati europei e con la NATO, per poi lasciare spazio a un parziale riposizionamento diplomatico. Qualcosa di inaspettato, che costringe i leader europei a pensare a nuove soluzioni, e che rappresenta l’occasione di “superare” Trump.

Nel corso degli incontri, Mark Rutte ha chiarito che l’intesa di principio raggiunta con il presidente Trump non riguarda un trasferimento di sovranità territoriale, bensì un rafforzamento del ruolo della NATO nella sicurezza artica. Secondo il Segretario Generale, il quadro delineato richiederà un maggiore impegno da parte degli alleati, inclusi quelli non artici, nella protezione di una regione sempre più rilevante dal punto di vista strategico, militare ed economico. I primi risultati di questo sforzo dovrebbero essere visibili già nel breve periodo, con l’auspicio di un’implementazione sostanziale entro l’inizio del 2026.

La responsabilità operativa di tradurre l’indirizzo politico in misure concrete spetterà ai comandi militari della NATO, chiamati a definire le esigenze di sicurezza aggiuntive, che potrebbero includere un aumento della presenza militare, una maggiore sorveglianza e l’eventuale sviluppo di sistemi di difesa multilivello, come il progetto di difesa missilistica noto come Golden Dome. Rutte ha inoltre sottolineato che tale rafforzamento non avverrà a discapito del sostegno all’Ucraina, che continua a dipendere in larga misura dall’assistenza militare dei Paesi membri dell’Alleanza nel conflitto con la Russia.

C’è poi da considerare che, per la NATO, le minacce ci Trump di far uscire le truppe militari americane dall’Alleanza, implica un ridimensionamento enorme di tutta la NATO, esponendo i Paesi ad alti rischi per la loro sicurezza. Detto in altre Parola, gli europei sanno che una NATO indebolita significherebbe una posizione di enorme svantaggio nei confronti della Russia, a cui hanno dichiarato ripetutamente guerra.

La retorica di Trump e le reazioni europee

Parallelamente, il presidente Trump ha operato una significativa revisione della propria retorica sulla Groenlandia, seguendo uno schema che ormai abbiamo imparato a riconoscere: Trump provoca, aggredisce, minaccia, quindi attende le reazioni e poi cambia direzione, ripensa le sue parole, modera i toni. In questo modo, il Potus è riuscito ad usare più volte la confusione che aveva creato per ottenere risultati.

Dopo aver in precedenza evocato l’ipotesi di un’acquisizione territoriale e aver minacciato l’imposizione di dazi contro alcuni alleati europei, il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti non faranno ricorso alla forza e che i loro obiettivi strategici potrebbero essere raggiunti anche senza un’ownership formale dell’isola. In diverse interviste, Trump ha detto che Washington punta a ottenere un accesso militare esteso e duraturo, presentando l’eventuale accordo come vantaggioso e a basso costo per gli Stati Uniti. La sospensione delle minacce tariffarie, annunciata dopo l’incontro con Rutte, ha contribuito ad allentare la pressione sui rapporti con l’Europa, ma non ha dissipato del tutto le preoccupazioni degli alleati. Le dichiarazioni ambigue del presidente, che continuano a lasciare aperta la possibilità di sviluppi futuri più radicali, sono state accolte con cautela dalle capitali europee, consapevoli della volatilità della posizione statunitense.

I governi europei, e in particolare la Danimarca, hanno ribadito con fermezza che la sovranità sulla Groenlandia non è oggetto di negoziazione. Il primo ministro danese Mette Frederiksen e il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen hanno chiarito che solo la Danimarca e la Groenlandia stessa sono titolate a prendere decisioni sul futuro del territorio. Allo stesso tempo, Copenaghen si è detta disponibile a discutere un ampliamento della cooperazione in materia di sicurezza, investimenti e presenza militare, facendo riferimento all’accordo di difesa bilaterale del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca come base giuridica per eventuali aggiornamenti. Perché, diciamoci la verità, la disparità militare fra USA e Danimarca è rilevante quando si parla di “attaccare”, e i leader europei lo sanno molto bene.

All’interno dell’Unione Europea, la crisi ha innescato un intenso coordinamento diplomatico volto a presentare una posizione unitaria nei confronti di Washington. Funzionari europei hanno sottolineato come la minaccia di ritorsioni tariffarie da parte dell’UE, unita alle preoccupazioni per l’impatto economico sui consumatori statunitensi e alle resistenze del Congresso americano, abbia contribuito a favorire il ripensamento di Trump. Qui il ruolo di Mark Rutte è stato ampiamente riconosciuto come decisivo nel delineare una via di de-escalation accettabile per entrambe le parti.

Dal punto di vista istituzionale, la vicenda ha messo in luce i limiti e le potenzialità della NATO come forum di gestione delle tensioni tra alleati. Pur non avendo alcun mandato per negoziare trasferimenti territoriali, il Segretario Generale ha utilizzato la cornice dell’Alleanza per ricondurre la questione della Groenlandia entro un perimetro di cooperazione multilaterale, centrato sulla sicurezza collettiva dell’Artico. Questo approccio ha permesso di trasformare una crisi potenzialmente dirompente in un dibattito strategico più ampio sul ruolo dell’Alleanza in una regione sempre più contesa.

Tuttavia, numerosi leader europei hanno avvertito che la crisi ha lasciato strascichi significativi in termini di fiducia. Le minacce statunitensi e la percezione di un ricorso strumentale alla pressione economica hanno alimentato un dibattito, fino a poco tempo fa impensabile, sulla necessità per l’Europa di ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, non solo in ambito economico ma anche in quello della sicurezza. In questo senso, la questione della Groenlandia è diventata un catalizzatore di riflessioni più ampie sulla resilienza strategica europea.

La temporanea distensione sulla Groenlandia non equivale a una soluzione definitiva. Sebbene il riposizionamento di Trump e il rafforzamento del ruolo della NATO abbiano contribuito a disinnescare l’immediata escalation, restano aperti nodi cruciali relativi alla presenza militare statunitense, alla governance dell’Artico e alla qualità del rapporto transatlantico. Resta presente il rischio che la percezione di una crisi rientrata induca a sottovalutare le lezioni apprese.

In prospettiva, la gestione della sicurezza artica potrebbe rappresentare sia una fonte di rinnovata cooperazione tra alleati sia un banco di prova per la capacità dell’Occidente di adattarsi a un contesto internazionale sempre più competitivo. La vicenda della Groenlandia evidenzia, in definitiva, come le questioni territoriali, la sicurezza collettiva e la diplomazia economica siano oggi profondamente interconnesse, rendendo indispensabile un approccio multilaterale fondato sul rispetto della sovranità e sulla fiducia reciproca tra partner.

Elezioni in vista, un’opportunità per gli europei anti-Trump

Dal punto di vista europeo, le elezioni di metà mandato rappresentano un passaggio cruciale, poiché offrono la possibilità di riequilibrare i rapporti di forza interni al sistema politico statunitense, limitando il margine di manovra dell’esecutivo attraverso una possibile avanzata del Partito Democratico al Congresso. In questo quadro, la strategia europea appare orientata a valorizzare e, in alcuni casi, amplificare le contraddizioni della politica estera trumpiana, soprattutto laddove essa entra in tensione con alleati storici, con il diritto internazionale o con assetti multilaterali consolidati.

Le prese di posizione europee su dossier come la Groenlandia, la sicurezza artica, i dazi commerciali o il ruolo della NATO non vanno dunque lette esclusivamente come risposte difensive a specifiche iniziative americane, ma anche come strumenti di segnalazione politica rivolti all’opinione pubblica e agli attori istituzionali statunitensi. Rendere visibile il costo diplomatico, economico e reputazionale delle scelte dell’amministrazione repubblicana serve, in questa prospettiva, a rafforzare le argomentazioni delle forze politiche americane più critiche verso Trump, contribuendo indirettamente a un clima interno meno favorevole alla sua agenda.

Un elemento centrale di questa strategia è il ricorso al multilateralismo come contrappeso narrativo e istituzionale all’unilateralismo percepito di Washington. L’insistenza europea sulla coesione dell’Unione, sul coordinamento in seno alla NATO e sul rispetto della sovranità degli Stati membri consente di costruire un fronte compatto che, pur evitando uno scontro diretto, segnala con chiarezza i limiti entro cui l’Europa è disposta a cooperare. Questo atteggiamento rafforza l’immagine di un’Europa responsabile e prevedibile, in contrasto con una rappresentazione dell’America repubblicana come attore imprevedibile e incline alla coercizione, una dicotomia che risuona favorevolmente presso ampi settori dell’elettorato democratico statunitense.

Inoltre, la tempistica delle pressioni europee non appare casuale. Agire a ridosso delle mid-term significa massimizzare l’impatto politico di eventuali tensioni transatlantiche, nella consapevolezza che il Congresso, più sensibile agli umori dell’elettorato e ai riflessi economici delle crisi internazionali, può diventare un interlocutore alternativo o un freno alle iniziative presidenziali. In questo senso, l’Europa sembra scommettere su una futura interlocuzione privilegiata con un’America politicamente più frammentata e, auspicabilmente, più incline al compromesso multilaterale.

L strategia anti-trumpista adottata da una parte degli attori europei non va interpretata come un semplice riflesso ideologico, bensì come una scelta di politica estera, a tratti folle, a tratti razionale secondo i canoni europei. Sicuramente una scelta molto pericolosa in questo momento. La volontà di esercitare una pressione sistemica sull’America repubblicana in un momento di vulnerabilità politica interna, nella speranza che un rafforzamento democratico produca un riequilibrio dell’agenda statunitense e apra la strada a relazioni transatlantiche più inclini ai voleri di Londra, Parigi e Bruxelles, è una volontà che l’Europa intera rischia di pagare cara.

Se i leader europei anti-Trump hanno pensato di poter superare lo stesso Trump con una mossa del genere, evidentemente ancora non hanno ben chiaro a che gioco sta giocando la Casa Bianca.

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Storia dell’Iran tra XX e XXI secolo – Parte IV L’Iran a cavallo del nuovo secolo https://strategic-culture.su/news/2026/02/01/storia-delliran-tra-xx-e-xxi-secolo-parte-iv-liran-a-cavallo-del-nuovo-secolo/ Sat, 31 Jan 2026 21:13:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890349 La recente nuova fase di destabilizzazione interna alla quale è stata sottoposta la Repubblica islamica dell’Iran e l’insistenza della propaganda occidentale sull’imminenza della sua caduta (con l’appoggio della stessa all’erede dello Shah Reza Ciro Pahlavi) rendono necessario affrontare il particolare percorso storico del Paese dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. Solo in questo modo si possono avanzare delle ipotesi su ciò che potrà essere il suo futuro.

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Il conflitto con l’Iraq da un lato stroncò sul nascere le aspirazioni khomeiniste all’esportazione della Rivoluzione all’infuori dei confini iraniani; mentre, dall’altro, preparò il terreno per una ulteriore estremizzazione rivoluzionaria di una struttura culturale-sociale già di suo impostata sul tema della costante resistenziale e del sacrificio eroico. A questo proposito, tuttavia, è comunque bene sottolineare che i dati inerenti le perdite iraniane nel conflitto sono stati spesso volutamente gonfiati dalla propaganda occidentale (un qualcosa di simile a quanto avviene oggigiorno con la Russia per ciò che concerne il conflitto in Ucraina) allo scopo di presentare il governo della Repubblica Islamica come “senza scrupoli”, “irrazionale” e “massacratore del suo stesso popolo”.

All’epoca, ad esempio, si stimò che le perdite iraniane, a causa di quegli attacchi che vennero definiti “ad onda umana”, fossero superiori al milione. In realtà, il 23 settembre 1988, i portavoce del governo comunicarono la cifra ufficiale di 160.000 caduti in battaglia, ai quali si aggiungevano altri 30.000 morti a causa delle ferite riportate in combattimento e 39.000 disabili permanenti (in buona parte soldati sottoposti ad attacchi chimici).

Ma tra gli “effetti” della guerra vi fu anche lo straordinario rafforzamento dell’Ordine dei Pasdaran e del Corpo volontario dei Basij. I primi vennero fondati un mese dopo la proclamazione della Repubblica Islamica attraverso un decreto diretto di Ruhollah Khomeini. Le loro prerogative, successivamente, furono inserite anche all’interno del disegno costituzionale. Qui, infatti, all’articolo 150 si legge: “Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, fondato nei primi giorni della vittoria di questa Rivoluzione, continua a svolgere le proprie funzioni di difesa della Rivoluzione stessa e delle sue conquiste. Le prerogative ed i doveri di tale Corpo in rapporto alle prerogative e ai doveri delle altre forze armate saranno regolamentati dalla legge, che promuoverà la cooperazione fraterna ed il coordinamento di tutte le forze in questione”.

I compiti dell’Ordine sono stati enumerati in otto categorie:

  • assistere la polizia e le forze di sicurezza nell’arresto o nella liquidazione di elementi controrivoluzionari;
  • combattere i controrivoluzionari armati;
  • difendersi dagli attacchi e dalle attività delle forze straniere all’interno del Paese;
  • coordinare e cooperare con le forze armate del Paese;
  • formare il personale subordinato dell’Ordine dal punto di vista spirituale, etico, politico e militare;
  • assistere le istituzioni della Repubblica Islamica nell’attuazione dei principi della Rivoluzione Islamica;
  • sostenere i movimenti di liberazione e il loro appello per la giustizia degli oppressi del mondo sotto la tutela della Guida della Repubblica Islamica;
  • utilizzare le risorse umane e le competenze dei membri dell’Ordine per affrontare le calamità nazionali e catastrofi inaspettate, nonché sostenere i piani di sviluppo della Repubblica Islamica per massimizzare completamente le risorse dell’Ordine.

Appare evidente come, nel corso del tempo, l’Ordine dei Guardiani della Rivoluzione si sia rapidamente evoluto trasformandosi nella spina dorsale della Repubblica Islamica: uno Stato nello Stato – posto al di sopra dello Stato e con ampie ramificazioni in ambito educativo ed economico (dall’industria petrolifera all’edilizia popolare) – che deve rendere conto solo alla Guida Suprema.

Tuttavia, c’è un punto che merita particolare attenzione ai fini di questo lavoro: il punto 7. Questo, infatti, mette in evidenza una sorta di carattere sovranazionale dell’Ordine ed il suo impiego in teatri esterni alla Repubblica Islamica. Di fatto, i Pasdaran non solo hanno addestrato militarmente combattenti non iraniani nella regioni limitrofe all’Iran, ma li hanno preparati anche sul piano dottrinale e spirituale, insistendo sul fatto che il gihad sulla via di Dio è al contempo una lotta interiore per divenire un essere umano migliore ed una lotta esteriore contro gli “oppressori”, i “nemici di Dio”.

Questo compito, in particolare, spetta alla Forza Quds (di cui è stato comandante Qassem Soleimani dal 1998 fino alla sua morte), la cui missione – secondo l’attuale Guida Suprema Khamenei – è quella di “stabilire cellule di Hezbollah in tutto il mondo”.

Tuttavia, come già anticipato, a fronte del successo ottenuto in Libano nei primi anni ’80 (ed alla costruzione di un complesso sistema di alleanze con altri movimenti politico-militari della regione), l’Ordine è andato incontro anche ad alcuni fallimenti, come quello di Hezbollah al-Hijaz (nella Penisola Arabica) o quello in Bahrein (dove non  è riuscito a garantire un appoggio decisivo ad una popolazione in larga parte sciita a causa della brutale repressione governativa in cooperazione con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a seguito delle rivolte del 2011).

Anche il Corpo dei Basij (letteralmente “mobilitazione”) trova il suo fondamento nella Carta costituzionale dell’Iran: “In conformità al sacro versetto coranico ‘E preparate tutte le forze che potrete raccogliere e i cavalli addestrati per incutere paura al nemico di Allah e vostro e altri ancora che voi non conoscete ma che Allah conosce’ (8:60), il governo ha il dovere di mettere a disposizione di tutto il popolo le opportunità e gli strumenti necessari per l’addestramento militare in base alle norme islamiche, così che tutti i cittadini della Nazione siano in grado di provvedere alla difesa armata del Paese e della Repubblica Islamica dell’Iran. Tuttavia, il possesso di armi deve essere autorizzato dalle autorità competenti” (art. 151).

Su queste basi, il Corpo venne creato per mantenere la sicurezza interna in assenza di una forza di polizia fedele al progetto rivoluzionario nei primi anni di vita della Repubblica Islamica. Esso, inoltre, aveva il compito di difendere l’Iran dall’“assalto culturale” dell’Occidente e, in questo modo, ebbe un ruolo di primo piano nella “rivoluzione culturale” che contraddistinse gli anni successivi al 1979. Nel 1980, infatti, l’Imam Khomeini invocò la necessità di una riforma fondamentale del sistema educativo-culturale che riportasse l’Islam al centro dell’insegnamento scolastico. A tale scopo, decise di eliminare progressivamente dalle scuole insegnamenti ed insegnanti che si presentavano indottrinati dall’“Oriente comunista” o dall’“Occidente capitalista”. Così, optò per la chiusura delle università per tre anni: un tempo necessario per formare nuovi professori fedeli ai dettati della Rivoluzione. Allo stesso tempo, vennero adottate delle misure specifiche dopo la riapertura delle università che includevano la creazione al loro interno di associazioni islamiche, di unità di mobilitazione dedite al “gihad universitario”, la formazione di comitati di disciplina per monitorare l’impegno politico e religioso della comunità universitaria, l’applicazione del velo obbligatorio per le donne, la costruzione di moschee e centri di preghiera e, successivamente, di monumenti per gli eroi della guerra Iran-Iraq.

In tutte queste attività il Corpo dei Basij – fondato su tre pilastri: la natura volontaria, la fede religiosa e la fede negli ideali della Rivoluzione – svolse un ruolo determinante. Così come i suoi membri ebbero modo di distinguersi nel corso del conflitto con l’Iraq. Lo stesso Khomeini ebbe modo di affermare riguardo ad uno di loro (il quattordicenne Muhammad Hossein Fahmideh che si gettò carico di esplosivo contro un carro armato iracheno): “Non chiamatemi Imam. Lui è il nostro Imam, che a quattordici anni si è lanciato con il suo piccolo cuore contro il nemico. Il suo esempio vale più di cento penne [degli eruditi] e di mille lingue [dei devoti]”.

Oggi, i Basij, alla pari dei Pasdaran, sono presenti in tutti i settori delle società iraniana, essendosi trasformati in una organizzazione estremamente complessa (in parte di carattere economico e sociale ed in parte gruppo paramilitare con compiti di polizia). Anche questo modello – non privo di elementi critici (come un certo “abuso di potere” di alcuni membri, fattore che ne ha inquinato i principi d’azione incentrati sulla rettitudine e sulla difesa culturale) – è stato sottoposto a strategie di esportazione da parte del potere centrale. Tattiche similari a quelle attuate dai Basij, ad esempio, si ritrovano sia in Libano che in Palestina (soprattutto a Gaza).

A differenza di Muhammad Ali Jinnah, padre politico del Pakistan – e, se si vuole, dello stesso Profeta dell’Islam – alla sua morte,  Ruhollah Khomeini aveva lasciato indicazioni ben precise (una solida costituzione scritta) su ciò che sarebbero dovute essere le fondamenta politico-istituzionali della Repubblica Islamica. Dopo di lui, la carica di Guida Suprema venne assunta da Ali Khamenei (non senza alcune perplessità di chi lo considerava poco ferrato nelle questioni religiose, o almeno non preparato come l’ayatollah Montazeri, tra i successori designati, che aveva mosso critiche pesanti contro la campagna di esecuzioni del 1988 contro i prigionieri politici).

Khamenei, già presidente della Repubblica e reduce della guerra contro l’Iraq (dove venne gravemente ferito ad un braccio), si era costruito una legittimità e notorietà negli anni precedenti la Rivoluzione a seguito delle sue numerose incarcerazioni nelle prigioni della Savak, dove venne ripetutamente sottoposto ad atti di violenza e tortura sia fisica che mentale. Inoltre, venne più volte esiliato nella aree di confine dell’Iran da parte dello Shah; ed in ogni occasione riusciva a guadagnarsi le simpatie della popolazione locale grazie alla sua operosità (come in occasione della pesante alluvione di Iranshar nel 1978).

Ora, l’era Khamenei può essere suddivisa in diverse fasi. Superata la fase di consolidamento dello Stato successiva alla Rivoluzione ed al conflitto con l’Iraq, la nuova Guida Suprema ha concentrato i suoi sforzi sul piano geopolitico soprattutto sulla sicurezza della Repubblica Islamica e sulla ricerca di un modello di sovranità olistica; ovvero in tutti i campi (dalle relazioni internazionali alla cultura popolare e strategica). Stato sovrano è infatti quello che decide per se stesso come rapportarsi ai propri problemi sia interni che esterni, e decide da solo anche quando è necessario ricorrere ad aiuti esterni (apertura commerciale o meno verso l’esterno, forniture di aiuti militari e così via).

Dunque, dopo una prima fase in cui l’obiettivo della Repubblica Islamica è stata la mera sopravvivenza (a seguito della brutale guerra contro l’Iraq), la seconda fase è stata indirizzata al rafforzamento dello Stato. Questo deve essere interpretato su due livelli: a) il livello domestico con l’esercizio della forza in nome della giustizia, lo sviluppo delle capacità economiche e di una forza militare ed il conseguente sviluppo di una strategia da applicare verso l’esterno; b) un livello internazionale rivolto alla ricerca di riconoscimento, di eventuali alleanze o al tentativo di disarticolare quelle dei propri rivali regionali e/o globali.

A questo proposito, è bene sottolineare innanzitutto che l’Iran si trova sottoposto ad un regime alternato di embargo e sanzioni più o meno dalla nascita stessa della Repubblica Islamica. Cosa che ne ha reso piuttosto complesso uno sviluppo economico capace di investire la totalità della sua popolazione. È chiaro che questo regime sanzionatorio è stato ampiamente aggirato nel corso del tempo. Tuttavia, come noto, i regimi sanzionatori tendenzialmente hanno il demerito di non colpire le élite di potere ma le fasce più deboli della popolazione. Nel caso specifico della Repubblica Islamica, i proventi dell’aggiramento delle sanzioni sono stati storicamente investiti in modi diversi: a) per finanziare il programma missilistico e nucleare (soprattutto civile, ricordiamo che esiste una fatwa, ancora valida, dell’Imam Khomeini che vieta la costruzione di armi nucleari); b) per sostenere diverse milizie regionali compartecipi della costruzione di un sistema di difesa dell’Iran su più linee (Palestina, Libano, Siria, Iraq sul fronte occidentale, dove si trova il nemico principale, Israele); c) una parte infine è stata redistribuita attraverso le fondazioni caritatevoli (bonyad) variamente collegate alle istituzioni della Repubblica Islamica per mantenere inalterato il suo capillare sistema di controllo sullo Stato e la popolazione (alcuni sostengono che queste controllino circa il 20% PIL iraniano). Questo dice in primo luogo che un’ampia porzione della popolazione vive grazie alla struttura/esistenza stessa della Repubblica Islamica. Di conseguenza, oggi, parlare di popolo iraniano (nella sua interezza) che desidera il rovesciamento del regime, nel migliore dei casi, è del tutto fuorviante. Ed è difficile pensare che lo stesso voglia segare il ramo dell’albero sul quale è seduto.

Indubbiamente, allo stesso tempo, esiste una porzione di popolazione che non ha goduto (o ne ha goduto meno) dei dividendi dell’aggiramento del regime sanzionatorio o più in generale della “ricchezza”. Questa è quella che più frequentemente manifesta il suo malcontento; chiede riforme ed anche un ricambio generazionale nei vertici del potere (forse, uno dei maggiori problemi della Repubblica Islamica odierna). Ad essa si aggiunga pure una borghesia “occidentalizzata” che tendenzialmente accetta di buon grado il “regime islamico” in nome del quieto vivere, ma che è sempre pronta a voltare le spalle allo stesso appena se ne presenta l’occasione.

Inoltre, bisogna considerare che il regime sanzionatorio rende l’Iran ancor più vulnerabile di fronte alle oscillazioni del mercato petrolifero ed alla dipendenza delle transazioni internazionali dal valuta statunitense, il dollaro. Fattore che, tra l’altro, viene utilizzato da Washington per provocare crisi economico-finanziarie al suo interno ormai con frequenza sempre maggiore e per portare avanti quella che il politologo John Mearsheimer ha definito la tattica tradizionale (in quattro fasi) delle “rivoluzioni colorate”: 1) regime sanzionatorio; 2) protesta popolare più o meno infiltrata e strumentalizzata dall’esterno; 3) disinformazione e propaganda incessante che prepara un sostegno all’azione non criticamente fondato; 4) azione militare. Ad oggi, per ciò che concerne l’Iran manca solo la quarta fase.

Questo rende esplicito il fatto che se nei primi tempi della Rivoluzione il motto “né Occidente, né Oriente, Repubblica Islamica!” poteva avere un suo valore e fascino, in questo preciso momento storico l’Iran non può sopravvivere senza un’aperta cooperazione con l’Oriente inteso non più come il “blocco socialista” ma come spazio eurasiatico rivolto allo sviluppo di un sistema multipolare (Cina, Russia, India e Pakistan, soprattutto), cercando anche di accelerare il processo di de-dollarizzazione dell’economia globale. Sono fondamentali in questo senso gli accordi di cooperazione strategica con Russia e Cina, l’ingresso in organizzazioni internazionali come la Shanghai Cooperation Organization e la struttura BRICS (fortemente ricercate dall’amministrazione Raisi). E fondamentale sarebbe la costruzione di una reale alleanza militare con i vicini: Pakistan, Turchia ed anche Arabia Saudita, nonostante le frizioni del passato.

Tuttavia, rimane una corrente politica (anche importante) all’interno delle istituzione favorevole, al contrario, ad una maggiore apertura verso Occidente; quella che nei primi anni ‘2000 aveva pensato ad una “grande patto” con gli Stati Uniti d’America (da non dimenticare che l’Iran fu il primo Paese musulmano a mostrare cordoglio a Washington dopo gli attentati dell’11 settembre 2001) per dirimere le controversie e trovare un appeasement regionale. Ed è la stessa corrente che ha spinto per l’accordo sul nucleare del 2015, successivamente stracciato da Donald J. Trump, e per una nuova fase di negoziati bruscamente interrotti dall’aggressione israeliana del giugno 2025.

Sul piano della sicurezza interna, inoltre, l’Iran deve affrontare anche il grave problema delle infiltrazioni e della presenza di gruppi terroristici all’interno dei propri confini che spesso agiscono in modo coordinato con le agenzie di intelligence israeliane e nordamericane. Un caso particolare, in questo senso, è rappresentato dal MeK: i mujahedin-e khalq (o guerrieri del popolo). La storia di questo movimento merita l’apertura di una breve parentesi.

Nato intorno alla metà degli anni ’60 del secolo scorso su basi ideologiche che mischiavano elementi marxisti con alcuni aspetti propri dell’Islam sciita (i membri erano invitati a vivere in collettivi ed a studiare i modelli economici del socialismo reale), il MeK ha giocato un ruolo importante negli eventi rivoluzionari dimostrando una notevole capacità nell’organizzazione di azioni rapide quanto efficaci contro il potere dello Shah. Nell’istante postrivoluzionario, tuttavia, l’Imam Khomeini iniziò (non a torto in effetti) a dubitare sulle reali intenzioni di Masoud Rajavi (guida dal 1979) e del movimento stesso che, dopo l’esclusione dalla vita politica del Paese, optò per la lotta armata contro la neonata Repubblica Islamica. Dal 1981 al 1986, i vertici del MeK vissero un dorato esilio parigino nel corso del quale, dopo la creazione del già citato Consiglio Nazionale di Resistenza (in cooperazione con  l’ex primo Presidente dell’Iran postrivoluzionario Abolhassan Banisadr), cercarono nuovi consensi in Occidente presentandosi come movimento laico, democratico, a favore del libero mercato, e campione della causa dell’autonomia del Kurdistan. Questo è stato solo il primo dei non pochi cambi di paradigma del gruppo. Infatti, a partire dal 1985, a seguito delle seconde nozze con Maryam Azodanlu (ex sposa di un suo stretto collaboratore), Rajavi iniziò a parlare di una nuova “rivoluzione ideologica” che avrebbe portato alla parità dei sessi all’interno del gruppo. Per fare ciò attribuì alla sua nuova sposa il ruolo di guida del MeK ponendola al suo stesso livello e paragonando il nuovo matrimonio a quello del Profeta Muhammad con Aisha. Allo stesso tempo, riservò per sé il titolo di Imam-e Hal (Imam del presente).

A seguito dell’intervento di Teheran in favore della liberazione di alcuni cittadini francesi tenuti in ostaggio in Libano, il MeK, nel 1986, venne costretto ad abbandonare la Francia per l’Iraq dove poté godere della  protezione e dell’assistenza militare del regime di Saddam Hussein in cambio di servizi di traduzione e di operazioni oltre le linee in quella guerra che in Iran viene chiamata anche come “Sacra Difesa”. Nel 1988, a cavallo del definitivo cessate il fuoco, Rajavi lanciò l’operazione “Luce Eterna”: di fatto, un vero e proprio tentativo di invasione dell’Iran da parte dei miliziani del gruppo nella speranza di scatenare un (mai avvenuto) sommovimento popolare contro la Repubblica Islamica (una sorta di “Baia dei Porci iraniana” che la storiografia occidentale ricorda solo per le esecuzioni degli uomini fatti prigionieri dalle autorità della Repubblica Islamica, senza mai fare riferimento alle cause – pratica assai diffusa da certa propaganda, quella di invertire cause ed effetti di un determinato evento in modo da attribuirne le responsabilità al nemico del momento – come si è visto per il caso ucraino).

Di fronte al palese fallimento (il MeK perse oltre la metà dei propri membri), Rajavi, al posto di riconoscere i propri errori, non fece altro che accusare i suoi uomini di avere la mente deviata da pensieri di natura sessuale. Da quel momento in poi, infatti, si registra un nuovo sviluppo ideologico all’interno del movimento che assume sempre di più i connotati della setta pseudoreligiosa votata al culto della personalità della sua coppia guida. Ai membri (molti dei quali tenuti in cattività contro la loro stessa volontà, privati dei documenti, minacciati di pesanti ritorsioni in caso di fuga e sottoposti al lavaggio del cervello) venne imposto il celibato ed il taglio totale delle comunicazioni con la famiglia. L’amore per la propria famiglia doveva essere sostituito dall’amore per i Rajavi e dalla speranza che il futuro dell’Iran possa essere sotto il loro segno (come recitano alcuni canti del gruppo).

A ciò si aggiunga il ruolo giocato dal MeK nella soppressione delle rivolte popolari contro il regime di Saddam scoppiate dopo l’Operazione Desert Storm. Un’azione che si trasformò rapidamente in una forma di pulizia etnico-confessionale contro la comunità sciita irachena (cosa che, insieme alla partecipazione diretta alla “guerra imposta” ed all’uccisione di migliaia di cittadini iraniani, valse la perdita di quella poca credibilità rimasta al gruppo all’interno dell’Iran) e contro la minoranza curda (paradossale se si pensa che il MeK ha spesso cercato di proporsi come sostenitore della loro autonomia). Va da sé che la rivolta venne ampiamente incoraggiata da Stati Uniti e Gran Bretagna (non dall’Iran), salvo poi ritirare immediatamente il loro sostegno in modo tale che il regime di Saddam potesse fare strage degli sciiti invisi tanto  ai vertici di  Baghdad quanto a Washington.

Nonostante il MeK abbia sempre cercato di negare la sua partecipazione nei fatti del 1991, è rimasta celebre una frase di Masoud Rajavi: “mettete i curdi sotto i vostri carri armati e risparmiate le pallottole per le Guardie Rivoluzionarie”.

Di fatto, il MeK è rimasto fino all’ultimo fedele a Saddam Hussein, con tanto di breve inserimento all’interno della lista internazionale delle organizzazioni terroristiche fino al suo trasferimento in Albania (sebbene, come affermato in un interessante documento della Rand Corp, Think Tank vicino al Pentagono, non sia mai stato trattato realmente come tale). Dalla seconda aggressione occidentale all’Iraq, inoltre, non si hanno più notizie di Masoud Rajavi – sotto una forma di occultamento che ricorda parodisticamente quello dell’ultimo Imam dello sciismo imamita – che ha lasciato alla moglie il ruolo di volto pubblico del Consiglio Nazionale di Resistenza. Da non tralasciare, infine, il fatto che la stessa Repubblica Islamica, dopo l’attacco all’Iraq, propose agli Stati Uniti uno scambio di prigionieri: membri del MeK detenuti nelle prigioni della coalizione in Iraq in cambio di membri di al-Qaeda detenuti in Iran. Gli Stati Uniti rifiutarono avanzando dubbi sul rispetto dei diritti umani nelle carceri iraniane (cosa ancora una volta paradossale se si considerano i casi di tortura a Guantanamo o ad Abu Ghraib). In realtà, lo fecero sapendo che i membri del MeK (come effettivamente avvenuto) sarebbero tornati utili per operazioni oltre il confine iraniano (assassinii mirati di scienziati e ufficiali, ad esempio).

Questo excursus è servito in primo luogo a dimostrare come un movimento che gode di assai poca stima all’interno dei confini della Repubblica Islamica venga presentato in Occidente come alternativa credibile ad essa (lo stesso discorso vale per l’erede dello Shah, Reza Ciro Pahlavi). Lo scarso successo popolare (buona parte dei membri odierni sono reclutati tra l’immigrazione iraniana con promesse di asilo politico e occupazione in Occidente), infatti, si accompagna ad un notevole successo politico ed economico ottenuto con audaci operazioni di promozione della propria immagine nei centri di potere occidentale, con la frode manifesta (presentandosi sotto la veste di diverse associazioni rivolte alla difesa dei diritti umani in Iran) ed attraverso la costruzione di un vero e proprio impero finanziario ed immobiliare (pacchetti azionari, finanziamento illecito di Partiti, proprietà di case da gioco ed alberghi).

Dunque, non sorprende più di tanto il fatto che, già nel 2016, Giulio Terzi (importante riferimento per la politica estera del principale Partito di governo in Italia, quel “Fratelli d’Italia” che ha presentato addirittura una mozione al parlamento europeo per inserire le Guardie Rivoluzionarie iraniane nella lista UE delle organizzazioni terroristiche) abbia affermato in un articolo pubblicato sul sito informatico politico.eu: “There is another government waiting in the wings, prepared to shape a future for Iran that is based on declared principles of secularism, democracy and gender equality as it has been articulated by President of the National Council of Resistance of Iran, Maryam Rajavi”. E che nel dicembre del 2022 abbia parlato nuovamente di “cambio di regime” in Iran.

Si è parlato di un “grande patto” tra Iran e Stati Uniti che i vertici politici della Repubblica Islamica (sotto la presidenza Khatami) pensavano di portare a compimento per ridurre le tensioni tra i due Paesi. Ad onor del vero, l’attacco all’Afghanistan nel 2001 e la seconda aggressione degli Stati Uniti all’Iraq (2003), di fatto, eliminarono due tra i principali rivali regionali della Repubblica Islamica: il regime talebano a Kabul (con cui l’Iran ebbe non poche frizioni collegate alla persecuzione della componente etnica hazara, musulmana sciita) e quello di Saddam a Baghdad (con la possibilità, finalmente, di poter direttamente influenzare l’ampia popolazione sciita irachena, a lungo esclusa dai gangli del potere).

Dunque, non è incorretto affermare che le azioni dell’amministrazione Bush Jr. abbiamo in qualche modo favorito la strategia geopolitica dell’Iran di acquisizione di quote egemoniche in quello che in altre occasioni è stato definito come l’heartland mediorientale: l’arco settentrionale del Golfo Persico con il suo entroterra (regione ricca di riserve petrolifere ed a maggioranza sciita). Senza considerare che il rifiuto (da parte israeliana) di restituire le alture del Golan alla Siria, dopo una prima fase di avvicinamento della stessa all’Occidente, ha riportato Damasco vicino all’Iran (con conseguente sconfitta di Tel Aviv nella “guerra dei 33 giorni” con Hezbollah in Libano). Paradossalmente anche le “primavere arabe”, con i loro nefasti effetti, hanno consentito all’Iran di espandere ulteriormente la sua aree di influenza grazie all’opposizione armata al fenomeno terroristico del sedicente Stato islamico o alla partecipazione attiva nel conflitto siriano. Qui, grazie alla costruzione di una rete di alleanze informali basate sia su un approccio socio-costruttivista (fratellanza etnico-religiosa) che realista (creazione della suddette linee di difesa per il “santuario”, rappresentato dalla Repubblica Islamica, secondo la dottrina del già citato Qassem Soleimani), l’Iran è riuscito a dare vita ad uno schema geopolitico capace di mettere in difficoltà l’egemonia statunitense nella regione ed a minare gli interessi israeliani di lungo periodo.

C’è chi ha definito tale strategia come una forma di imperialismo neosafavide. Tuttavia, anche alla luce della teorie sull’imperialismo di Hobson e Lenin, questo approccio sembra piuttosto fuorviante. L’imperialismo, infatti, si presenta come un sistema per dare sollievo all’estero alla classe economicamente più ricca. Questo [l’imperialismo], facendo riferimento proprio alle teorie di John A. Hobson, implica l’uso della macchina militare statale da parte di interessi privati in modo da assicurarsi profitti economici all’infuori del proprio Paese. Per tale motivo, tendenzialmente, l’imperialismo porta allo Stato vantaggi concreti ridotti a fronte di vantaggi privati enormi. In riferimento alla Repubblica Islamica, invece, è vero il contrario. Le azioni dei pasdaran all’estero, storicamente, sono sempre state incentrate al consolidamento della forza statale (soprattutto la sua capacità deterrenza nei confronti dei rivali regionali) e mai al mero arricchimento di soggetti privati. Di fatto, la stessa spesa in sostegno delle milizie vicine a Teheran, dalla Palestina allo Yemen, ha spesso rappresentato una criticità per la Repubblica Islamica. Un problema che è stato talvolta evidenziato nelle manifestazioni di protesta che periodicamente si svolgono nella strade iraniane contro il carovita, gli sprechi, la corruzione e così via.

Detto ciò, proprio con l’assassinio di Qassem Soleimani nel 2020 (prima amministrazione Trump) è iniziata una sorta di “controffensiva occidentale” nella regione volta a ridurre l’influenza dell’Iran e soprattutto a penetrare le sue linee di difesa. In questo senso devono essere letti il massacro di Gaza, una nuova fase di conflitto contro Hezbollah, il successo del conglomerato terroristico guidato da Ahmad al-Shaara in Siria (con il taglio dei rifornimenti terrestri verso Hezbollah) e la progressiva costruzione del cosiddetto “corridoio di David” (che, in linea teorica, dovrebbe spingere l’influenza israeliana fino ai confini iraniani utilizzando milizie locali compiacenti).

Una controffensiva che, di fatto, ha consentito ad Israele ed USA di intensificare attacchi e pressione nei confronti dell’Iran fino ad arrivare alla “guerra dei 12 giorni” ed all’attuale situazione di guerra ibrida. A questo proposito, tra l’altro, è opportuno riportare che non è la prima volta che l’Iran affronta simili manifestazioni di protesta interna. Già nel 2009, un’ondata di protesta nota come “movimento verde” affollò le strade delle città iraniane a seguito della sconfitta riformista nelle elezioni presidenziali, con conseguente secondo mandato di Mahmoud Ahmadinejad (che aveva mostrato notevole ostilità nei confronti dell’Occidente). Altri episodi meritevoli di menzione sono quelli del 2019 e del 2022. In riferimento a quest’ultimo, l’analista Aldo Braccio ha scritto sul sito informatico di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”: “La morte della giovane Mahsa Amini – avvenuta in circostanze tuttora non chiare – ha costituito l’“occasione perfetta” per innescare un attacco su larga scala contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Un attacco quanto mai ipocrita e pretestuoso, che ha dato il via a una serie di manifestazioni – non molto partecipate, per la verità, ma sapientemente riprese e amplificate dai media occidentali, che le hanno artatamente confuse con altre, legittime rivendicazioni di carattere economico – e di vere e proprie aggressioni e atti di guerriglia urbana, con morti e feriti tra i civili coinvolti e gli agenti dell’ordine. […] Dicevamo di occasione perfetta del caso Amini: infatti oltre che donna, giovane e senza velo, la stessa era curda, e ciò ha immediatamente favorito la simpatia di una parte dell’opinione pubblica occidentale. Tale simpatia indotta corrisponde in realtà a un preciso e importante ruolo affidato dagli atlantisti ai Curdi: contribuire in nome del separatismo curdo alla balcanizzazione del Vicino Oriente, attaccando la sovranità di ben quattro Stati: Iran, Iraq, Turchia e Siria. Gli Iraniani conoscono perfettamente tale strategia, che si muove parallela alle accuse sui “diritti umani” e alla non conformità agli “standard occidentali”. Essa è da anni presente particolarmente nelle analisi e negli studi del Center for Strategic and International Studies, il pensatoio nato nel 1962 attraverso il quale intellettuali decisivi come Kissinger e Brzezinski hanno indirizzato la politica estera statunitense; pensatoio la cui presidenza è oggi affidata a Thomas Pritzker, miliardario ed erede di un’illustre famiglia ebreo-ucraina. In particolare nel 2019 il CSIS ha insistito nel caldeggiare l’utilizzazione dei Curdi iraniani in funzione anti-Repubblica islamica, per spezzare la continuità territoriale e ideale fra Teheran e i suoi alleati, incluso Hezbollah. […] Venendo ai giorni nostri, l’agenzia iraniana Tasnim ha denunciato la presenza di gruppi armati e di enormi carichi di armi consegnati ai Curdi iraniani nei centri prossimi al confine con l’Iran; i guerriglieri dipenderebbero dalle organizzazioni Komala e PDK, le cui basi nell’Iraq settentrionale sono state di conseguenza colpite nei giorni scorsi dalle forze di terra del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche con l’obiettivo di garantire una sicurezza duratura; e non solo alle frontiere, ma, considerato il massiccio coinvolgimento occidentale tramite le organizzazioni terroristiche, anche all’interno dei confini nazionali”.

Anche oggi la strategia occidentale non è diversa. Infatti, ad una prima fase di proteste e manifestazioni più o meno spontanee e legate principalmente al dato economico (dove sono scesi in piazza anche settori tradizionalmente conservatori della società iraniana, come la piccola borghesia mercantile), ha fatto da contraltare una seconda fase di aperta rivolta, con minore partecipazione popolare da un lato, ma con un aumento cospicuo in termini di intensità e violenza (con veri e propri atti di vandalismo e terrorismo), dall’altro. Nel momento in cui si scrive è difficile valutare il dato delle vittime tra rivoltosi e forze di sicurezza. Ciò che è evidente, come riconosciuto dallo stesso Mossad, è l’infiltrazione tra i primi di mercenari ed elementi vicini all’intelligence israeliana. Ed è altrettanto difficile pensare che quanto avvenuto non avrà un seguito, sia esso un attacco diretto contro l’Iran o una prosecuzione della condizione di guerra ibrida per indebolirlo ulteriormente dall’interno. Di sicuro, la Repubblica Islamica necessita di una programma di riforme che riduca le contraddizioni interne alla sua società (ad esempio, all’alto volume di donne laureate non corrisponde il loro inserimento negli ambienti lavorativi) ed apra la sua economia al commercio interno allo spazio eurasiatico senza, ovviamente, rinunciare al controllo sulla sua industria strategica ed alla sua sovranità culturale.

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Greenland, the Treaty, and the U.S. Midterms: How Europe’s anti-Trump group is trying to outmaneuver Trump https://strategic-culture.su/news/2026/01/26/greenland-the-treaty-and-the-u-s-midterms-how-europes-anti-trump-group-is-trying-to-outmaneuver-trump/ Mon, 26 Jan 2026 09:56:34 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890244 If European anti-Trump leaders have thought they could outmaneuver Trump himself with such a move, evidently they still do not fully understand the game the White House is playing.

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Greenland and regional security

The recent evolution of the U.S. position on Greenland has brought the issue of Arctic security—and, more broadly, the resilience of transatlantic relations—back to the center of the international debate. Statements and initiatives by U.S. President Donald Trump, culminating during the World Economic Forum in Davos, initially generated strong tensions with European allies and NATO, before giving way to a partial diplomatic repositioning. Something unexpected, which forces European leaders to think of new solutions and represents an opportunity to “outmaneuver” Trump.

During the meetings, Mark Rutte clarified that the framework understanding reached with President Trump does not concern a transfer of territorial sovereignty, but rather a strengthening of NATO’s role in Arctic security. According to the Secretary General, the outlined framework will require greater commitment from allies, including non-Arctic ones, in protecting a region that is becoming increasingly relevant from a strategic, military, and economic standpoint. The first results of this effort should already be visible in the short term, with the hope of substantial implementation by early 2026.

The operational responsibility for translating political guidance into concrete measures will fall to NATO’s military commands, which will be tasked with defining additional security requirements. These could include an increased military presence, enhanced surveillance, and the possible development of multi-layered defense systems, such as the missile-defense project known as Golden Dome. Rutte also stressed that this reinforcement will not come at the expense of support for Ukraine, which continues to depend largely on military assistance from Alliance member states in the conflict with Russia.

It must also be considered that, for NATO, Trump’s threats to withdraw U.S. troops from the Alliance would imply a massive downsizing of NATO as a whole, exposing member countries to high risks to their security. In other words, Europeans know that a weakened NATO would mean an enormous disadvantage vis-à-vis Russia, against which they have repeatedly declared war.

Trump’s rhetoric and European reactions

At the same time, President Trump has carried out a significant revision of his rhetoric on Greenland, following a pattern we have by now learned to recognize: Trump provokes, attacks, threatens, then waits for reactions and subsequently changes course, rethinks his words, and tones things down. In this way, the POTUS has repeatedly managed to use the confusion he created to obtain results.

After previously floating the idea of territorial acquisition and threatening to impose tariffs against some European allies, the president stated that the United States would not resort to force and that its strategic objectives could be achieved even without formal ownership of the island. In several interviews, Trump said that Washington aims to obtain extended and long-term military access, presenting any eventual agreement as advantageous and low-cost for the United States. The suspension of tariff threats, announced after the meeting with Rutte, helped ease pressure on relations with Europe, but did not fully dispel allies’ concerns. The president’s ambiguous statements, which continue to leave open the possibility of more radical future developments, have been met with caution in European capitals, aware of the volatility of the U.S. position.

European governments, and Denmark in particular, have firmly reiterated that sovereignty over Greenland is not subject to negotiation. Danish Prime Minister Mette Frederiksen and Foreign Minister Lars Løkke Rasmussen made it clear that only Denmark and Greenland itself are entitled to make decisions about the territory’s future. At the same time, Copenhagen has expressed its willingness to discuss an expansion of cooperation in security, investment, and military presence, referring to the 1951 bilateral defense agreement between the United States and Denmark as the legal basis for possible updates. Because, let’s be honest, the military disparity between the U.S. and Denmark is significant when it comes to “attacking,” and European leaders know this very well.

Within the European Union, the crisis has triggered intense diplomatic coordination aimed at presenting a united position vis-à-vis Washington. European officials have emphasized how the threat of EU tariff retaliation, combined with concerns about the economic impact on U.S. consumers and resistance within the U.S. Congress, helped encourage Trump’s rethink. Here, Mark Rutte’s role has been widely acknowledged as decisive in outlining a path of de-escalation acceptable to both sides.

From an institutional standpoint, the episode has highlighted both the limits and the potential of NATO as a forum for managing tensions among allies. While having no mandate to negotiate territorial transfers, the Secretary General used the Alliance framework to bring the Greenland issue back within a perimeter of multilateral cooperation focused on collective Arctic security. This approach made it possible to transform a potentially disruptive crisis into a broader strategic debate about the Alliance’s role in an increasingly contested region.

Nevertheless, many European leaders have warned that the crisis has left significant scars in terms of trust. U.S. threats and the perception of instrumental use of economic pressure have fueled a debate—until recently unthinkable—about the need for Europe to reduce its dependence on the United States, not only economically but also in security matters. In this sense, the Greenland issue has become a catalyst for broader reflections on European strategic resilience.

The temporary easing over Greenland does not amount to a definitive solution. Although Trump’s repositioning and the strengthening of NATO’s role have helped defuse the immediate escalation, crucial issues remain unresolved regarding the U.S. military presence, Arctic governance, and the quality of the transatlantic relationship. The risk remains that perceiving the crisis as resolved could lead to underestimating the lessons learned.

Looking ahead, the management of Arctic security could represent both a source of renewed cooperation among allies and a test of the West’s ability to adapt to an increasingly competitive international environment. The Greenland episode ultimately highlights how territorial issues, collective security, and economic diplomacy are now deeply interconnected, making a multilateral approach based on respect for sovereignty and mutual trust among partners indispensable.

Elections ahead: an opportunity for Europe’s anti-Trump camp

From a European perspective, the midterm elections represent a crucial juncture, as they offer the possibility of rebalancing internal power relations within the U.S. political system by limiting the executive’s room for maneuver through a potential advance of the Democratic Party in Congress. In this context, the European strategy appears oriented toward leveraging—and in some cases amplifying—the contradictions of Trumpian foreign policy, especially where it clashes with historic allies, international law, or established multilateral frameworks.

European stances on dossiers such as Greenland, Arctic security, trade tariffs, or NATO’s role should therefore not be read solely as defensive responses to specific American initiatives, but also as tools of political signaling aimed at U.S. public opinion and institutional actors. Making visible the diplomatic, economic, and reputational costs of the Republican administration’s choices serves, from this perspective, to strengthen the arguments of U.S. political forces most critical of Trump, indirectly contributing to a domestic climate less favorable to his agenda.

A central element of this strategy is the use of multilateralism as a narrative and institutional counterweight to Washington’s perceived unilateralism. Europe’s insistence on EU cohesion, coordination within NATO, and respect for member states’ sovereignty helps build a compact front that, while avoiding direct confrontation, clearly signals the limits within which Europe is willing to cooperate. This stance reinforces the image of a responsible and predictable Europe, in contrast to a portrayal of Republican America as an unpredictable and coercion-prone actor—a dichotomy that resonates positively with broad segments of the U.S. Democratic electorate.

Moreover, the timing of European pressure does not appear accidental. Acting close to the midterms maximizes the political impact of any transatlantic tensions, in the awareness that Congress—more sensitive to voter sentiment and the economic repercussions of international crises—can become an alternative interlocutor or a brake on presidential initiatives. In this sense, Europe seems to be betting on a future privileged dialogue with a more politically fragmented America, and, hopefully, one more inclined toward multilateral compromise.

The anti-Trump strategy adopted by some European actors should not be interpreted as a simple ideological reflex, but rather as a foreign-policy choice—at times reckless, at times rational according to European standards. Certainly, it is a very dangerous choice at this moment. The willingness to exert systemic pressure on Republican America at a moment of internal political vulnerability, in the hope that a Democratic strengthening will rebalance the U.S. agenda and pave the way for transatlantic relations more aligned with the preferences of London, Paris, and Brussels, is a gamble that Europe as a whole risks paying dearly for.

If European anti-Trump leaders have thought they could outmaneuver Trump himself with such a move, evidently they still do not fully understand the game the White House is playing.

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Desorientación europea https://strategic-culture.su/news/2026/01/23/desorientacion-europea/ Fri, 23 Jan 2026 12:05:40 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890195 La publicación de la nueva Estrategia de Seguridad Nacional de Estados Unidos muestra de manera descarnada que la ambición de Donald Trump de rediseñar el orden internacional a su medida ya no es una mera intuición de analistas o diplomáticos.

Ruth FERRERO-TURRION

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En algunos países esa influencia ya es visible. La sintonía entre la Casa Blanca y varios partidos ultranacionalistas europeos no es un secreto. Desde los Países Bajos hasta Hungría, pasando por Italia o Alemania, existe una red política que comparte diagnóstico y estrategia, y que ahora recibe un impulso adicional al quedar alineada con la visión geopolítica de Washington. Esta red no solo erosiona la cohesión interna de la Unión Europea, sino que también bloquea decisiones clave en materia de seguridad, política exterior o defensa. El resultado es una Europa menos previsible, más fragmentada y cada vez más incapaz de ejercer influencia fuera de sus fronteras.
La pugna entre estos dos modelos de Europa, uno centrado en la integración y otro en la soberanía nacional excluyente, se ve directamente afectada por la nueva estrategia estadounidense. El documento no solo legitima políticamente a los movimientos nacionalistas, sino que los incorpora, de alguna manera, dentro de una visión de mundo compartida. Para la extrema derecha europea esto supone un respaldo internacional sin precedentes. Para las fuerzas europeístas es un desafío que exige una respuesta rápida y coherente, algo que hoy por hoy está lejos de producirse.
De momento, la reacción europea oscila entre la negación y los intentos aislados de reposicionamiento. Ninguna de esas respuestas está a la altura del desafío que plantea la nueva doctrina estadounidense. La cuestión no es solo qué quiere Trump para el orden internacional. La cuestión urgente es qué quiere la UE para sí misma en un mundo donde su principal socio estratégico, hasta la fecha, ha decidido emprender un camino que la quiere subalternizada e irrelevante.
Original article:  www.publico.es

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Britain can’t escape its imperial master https://strategic-culture.su/news/2025/11/30/britain-cant-escape-its-imperial-master/ Sun, 30 Nov 2025 11:47:43 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889150 By Aris ROUSSINOS

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Britain’s next prime minister will assume power in a country that has, as far as is possible without itself committing troops or suffering casualties, lost a war.

Britain’s next prime minister will assume power in a country that has, as far as is possible without itself committing troops or suffering casualties, lost a war. Overmatched by Russian materiel, struggling to man the vast frontlines or retain the troops it is now forced to pressgang from the streets, it is difficult to see what can now turn the tide for Ukraine.

While Putin has not yet achieved the fast-moving operational breakthrough that has eluded him since the war’s first hours, the acceleration of Ukraine’s territorial losses on the eastern and southern sectors of its frontline paint a grim picture of the coming months. Now the situation is such that, as America’s army secretary Dan Driscoll reportedly told his Ukrainian counterparts last week, Kyiv’s military position can only worsen, and Moscow’s can only improve. America’s scepticism of Ukraine’s chances is itself a self-fulfilling prophecy: in these circumstances, it is hard to argue against Driscoll’s reported warning to Kyiv that “you are losing… and you need to accept the deal”.

The war’s outcome will now be decided by Russia and the United States, over the heads of both Ukraine and Europe. If this is a defeat for the European Atlanticists who are most determinedly hawkish against Moscow, it is also the end result of the worldview they embody. So enmeshed are European nations within America’s defence structures, that it is impossible for Europe to sustain a major war without US support: and which only a fool could now believe is guaranteed. The Ukraine war was an opportunity for Europe’s leaders to radically transform our continent’s security framework towards a vision of strategic autonomy — in which, by taking responsibility for our own defence, we Europeans could assert our own interests and shape our own futures. Yet as the Russia analyst Jade McGlynn, a Ukraine hawk, observes: Europe “has chosen paralysis while others determine the fate of our continent” — a fate which is “the product of decisions not taken, responsibilities avoided, and illusions clung to for too long”, not least the “bizarre teleological liberalism that sees liberal democracy as somehow feted to win out according to the laws of history”.

As the war’s early days revealed, Putin is no strategic genius. But with Europe’s current leadership, he does not need to be. If it is Emmanuel Macron’s tragedy to be a great man of history, trapped in the role of a 21st-century European leader, it is our far greater misfortune to be ruled by his peers. Europe failed at the historic task with which it was presented, settling back into its comfort zone of demanding a satisfactory outcome to the war it is not in a position to impose. Veering between a hawkishness that it cannot sustain — see Kaja Kallas this week demanding Russia’s demilitarisation — and humiliating tributary missions to our Washington overlord which reflect our true situation, Europe’s bellicose rhetoric on the Ukraine war has become increasingly detached from reality.

The simple facts of the matter are that the United States, on whom Europe’s defence depends, is keener to end the war than Russia, which scents total military victory. Ukraine’s overriding interest, in preserving the Kyiv government’s independence from Moscow, increasingly diverges from Europe’s, which is for the Ukrainian armed forces to distract and degrade Russia’s military power long enough for Europe to effectively re-arm, or for some, so far unknown, deus ex machina appear to resolve the situation in a satisfactory manner. From its earlier heady expectations of total victory, and resultant disastrous overreach, Kyiv must now find a path to negotiating the least painful defeat the circumstances offer: Europe’s political discourse is yet to catch up with this harsh reality.

Yet even still, for Britain, losing a proxy war is a better outcome than losing a war in which we are ourselves engaged. Due to the Army’s prolonged mismanagement, Britain cannot field artillery or air defence to speak of. Nor can it cobble together the armoured brigade that is its Nato responsibility, nor sustain the munitions expenditure of a high-intensity war for more than a few days. The next prime minister will find themself at the helm of a country that has simultaneously enmeshed itself to an alarming degree in a losing war while bulldozing, through sheer incompetence, its own ability to field an army. Having entirely failed to rebuild its deterrent power in the nearly four years since the beginning of the greatest land war in Europe since 1945, it would take great optimism in Whitehall’s wisdom and ability to assume that matters would suddenly improve if Britain were itself forced to fight. This is not a reassuring position to be in, and Washington enforcing a peace settlement that extracts us from this worrying bind should be accepted, even if its terms are no cause for celebration.

Yet dragging Britain’s political class to hard reality is not an easy task. Though no doubt well-meaning, the pundit hawkishness that undermined previous attempts at peace negotiations has not served Ukraine well. It would have been better for Ukraine, and Europe, to have negotiated peace from a position of relative advantage, as the country possessed in 2022 or 2023. Yet those chances were squandered, with those urging negotiations condemned as Putinist appeasers by a commentariat which apparently believed that Ukraine was destined to liberate Crimea, topple Putin, and carve Russia into a constellation of weak ethnic statelets. Discounting the possibility of Zack Polanski hypnotising Putin into shrinking his munitions stockpiles, we are perhaps fortunate that the likeliest next prime minister will be either Nigel Farage, leading a Reform government with a mandate for total change, or an intervening Labour reformer. Shabana Mahmood has already set out her stall as a purveyor of uncomfortable truths and hard-nosed realism, while another likely contender for a Labour coup, the defence secretary John Healey, possesses the credibility to recalibrate Britain’s rhetoric to its diminished capability.

Britain’s next leader will be forced by events to construct a new and cautious vision for British security managing four separate poles: the United States, whose will and ability to defend Europe is clearly waning; Europe itself, which has proved itself disunited and incapable of sustained and concerted action; Russia, whose assertive foreign policy will have been bloodily vindicated by the war’s conclusion; and the greatest industrial power in world history, China.

In our current circumstances of military and economic weakness, and near-revolutionary domestic political discontent, a continuation of Britain’s hawkish stance on world affairs is simply not viable. Even if an interventionist foreign policy were wise — which it is not — or electorally popular — which it is not — it is simply now beyond our ability. It is unfortunate, then, that in his choice of the neoconservative Henry Jackson Society’s Alan Mendoza as foreign policy adviser, Farage has settled on an advocate of total, ideological war against rivals great and small at which even Washington balks. It is, indeed, worryingly plausible that the domestic demands of neutering claims that he is a Russian asset, a Brexit-era liberal fantasy entirely downstream of the Clinton campaign’s Russiagate conspiracy theory, will force Farage into reckless hawkishness to win the approval of the commentariat which will never come.

“Even if an interventionist foreign policy were wise — which it is not — or electorally popular — which it is not — it is simply now beyond our ability”

If Ukraine manages to retain its functional independence from Russia, obtain meaningful security guarantees from the United States, and join the European Union, then the cession of territory it currently does not hold and will not soon recapture is hardly the worst outcome. Certainly, it is a better than the looming loss of territory currently in its possession, and an even worse peace deal in the future. The Trump administration, proposing lucrative joint economic projects with Moscow, openly covets a stable future diplomatic relationship with Russia. Whether this is feasible may be doubtful, but so is Europe’s current stance of simultaneous subordination to the former and hostility just short of open war with the latter.

Like Ukraine, Europe and Britain are forced by military and political disadvantage to take their orders from their imperial patron: America has decided that the war must end, and is now persuading Russia to agree. If this damages European pride, then it should: the continent will now pay the price for the weakness our leaders chose for us. Absorbing a bruised and shell-shocked postwar Ukraine, whose economy has been wrecked, a quarter of whose population has already fled to the EU into European political structures will be a generational challenge in itself. So, too, will be stemming the illicit westward flow of weapons, once the shooting stops.

Trump’s Thanksgiving deadline for a peace deal has already passed. If the war is over by Christmas, it will be a miracle. Yet its likely unsatisfactory conclusion, and the narrow escape it may grant us from a far worse outcome, require a measure of sober reflection alien to Westminster’s political culture. The Ukrainians, rightly, now place little faith in Europe’s empty assurances. As Zelensky this week warned his nation, “Ukraine may now face a very difficult choice, either losing its dignity or the risk of losing a key partner, either the difficult 28 points, or a very difficult winter.” If only our own leaders were so frank with us. Britain’s rivals are growing in power, and our allies are demonstrably unreliable: yet as the Commons Defence Select Committee warned this week, Britain’s ability to defend even the homeland itself is doubtful in the extreme. Farage is perhaps fortunate that the burden of defeat will fall on a Labour prime minister, and that Reform’s foreign policy is so far little more than an empty page on a website: with his current foreign policy adviser, it is better that this is remains so. Losing a war is, historically, one of the greatest spurs to serious projects of national reform. In preparing for government, Farage must make use of what may only be a lull in hostilities to chart a swift and viable path towards guaranteeing the nation’s basic security, and ensuring that Britain is never again left so dangerously exposed between its commitments and its capabilities.

Original article:  unherd.com  

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Timor Est entra nell’ASEAN: una svolta storica per Dili e un banco di prova per l’integrazione regionale https://strategic-culture.su/news/2025/11/05/timor-est-entra-nellasean-una-svolta-storica-per-dili-e-un-banco-di-prova-per-lintegrazione-regionale/ Wed, 05 Nov 2025 05:33:26 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888681 L’ammissione di Timor Est come undicesimo membro dell’ASEAN, formalizzata a Kuala Lumpur il 26 ottobre 2025 durante il 47º Vertice dell’Associazione, segna il compimento di un percorso iniziato quattordici anni fa e rilancia l’agenda regionale su sicurezza, crescita, transizioni verde e digitale.

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L’ingresso di Timor Est nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) è insieme un punto d’arrivo e un nuovo inizio. È il coronamento di una strategia di lungo periodo perseguita da Dili fin dall’indipendenza del 2002 e ribadita nelle candidature del 2011 e nei passaggi successivi, compreso lo status di osservatore acquisito nel 2022. È soprattutto la prima espansione del blocco dal 1999, quando fu accolta la Cambogia, e dunque un momento denso di valenze politiche e simboliche per l’intera regione. La cerimonia di firma della “Declaration on the Admission of Timor-Leste into ASEAN”, avvenuta il 26 ottobre a Kuala Lumpur, ha aggiunto la bandiera timorese a quelle dei dieci Paesi già membri, tra gli applausi dei leader presenti. Il primo ministro della parte lusofona dell’isola Xanana Gusmão ha parlato di “sogno realizzato” e di “nuovo capitolo” per la giovanissima democrazia timorese; il Primo ministro malaysiano Anwar Ibrahim, alla guida della presidenza di turno dell’ASEAN, ha sottolineato come l’adesione “completi la famiglia ASEAN”, riaffermandone spirito inclusivo e destino condiviso.

Questa importante svolta era stata preparata politicamente e tecnicamente già nei mesi precedenti, con una traiettoria di “accensione progressiva” dell’integrazione timorese nelle tre comunità ASEAN — Politico-di Sicurezza, Economica e Socio-Culturale — e con una scansione di tappe ordinate dai vertici del 2023 in poi. Il 46º Vertice aveva già indicato la volontà dei capi di Stato e di governo di ammettere Timor Est al summit successivo, ponendo così basi formali e operative che hanno trovato a Kuala Lumpur la loro formalizzazione.

L’importanza dell’adesione si coglie su più piani. Sul piano interno, Timor Est — 1,4 milioni di abitanti, un’economia intorno ai 2 miliardi di dollari e una struttura produttiva ancora dipendente dagli idrocarburi — ambisce a diversificare, attrarre investimenti, accedere a più ampi mercati e integrare catene del valore regionali. L’appartenenza all’ASEAN apre porte sia tariffarie sia regolamentari, rendendo più agevole l’aggancio ai grandi quadri negoziali del Sud-Est asiatico, dal RCEP alla rete degli accordi di libero scambio con partner extra-regionali. È un’opzione di sviluppo che coniuga autonomia strategica e interdipendenza economica, nella convinzione — più volte ribadita dai vertici timoresi — che stabilità e crescita passino per istituzioni regionali solide e per meccanismi di cooperazione strutturati.

Sul piano regionale, l’allargamento consolida il principio della centralità dell’ASEAN, che si concretizza nella capacità del blocco di fungere da piattaforma ordinatrice tra dinamiche globali e sensibilità locali, mediando tra partner esterni e interessi dei membri. L’ingresso di Timor Est mette alla prova questo principio in senso inclusivo, perché chiama l’ASEAN a ridurre divari di sviluppo e capacità amministrative all’interno del gruppo, accompagnando Dili in riforme istituzionali, modernizzazione regolatoria, digitalizzazione dei servizi pubblici e rafforzamento delle infrastrutture materiali e immateriali. La presidenza malaysiana ha presentato l’evento come “completamento della famiglia”, un lessico che rimanda non solo alla geografia, ma alla responsabilità condivisa di sostegno alla resilienza del nuovo membro e, per riflesso, alla coesione dell’intero blocco.

Il contesto in cui l’ammissione si è compiuta, come detto, è quello del 47º Vertice ASEAN e dei summit correlati, una tre-giorni densa che ha aggiornato le priorità regionali. I ministri degli Esteri, riuniti nelle sedi preparatorie, hanno ribadito la centralità dell’agenda di “costruzione della comunità” in vista della Visione 2045, con enfasi su sviluppo inclusivo e sostenibile, integrazione economica più profonda e benefici tangibili per le popolazioni. È stata inoltre rilanciata la convergenza tra pilastro politico-diplomatico e pilastro economico, con un inedito incontro congiunto tra ministri degli Esteri e dell’Economia dedicato a sfide geo-economiche intrecciate — resilienza delle catene di approvvigionamento, digitalizzazione, transizioni energetiche, crescita verde — e alla necessità di coordinare risposte dentro un quadro normativo comune.

Nello specifico, l’agenda economica ha guardato a più cerchi concentrici. Da un lato, l’approfondimento del mercato regionale, anche mediante il rafforzamento del RCEP, la promozione della connettività fisica e digitale, e la spinta a ecosistemi dell’innovazione in grado di valorizzare PMI, start-up e capitale umano giovane — un tema che tocca da vicino Timor Est, Paese dalla demografia vivace con oltre metà della popolazione sotto i trent’anni. Dall’altro, la tessitura dei rapporti con partner esterni nelle sedi ASEAN Plus One, ASEAN Plus Three e nel quadro del 20º Vertice dell’Asia Orientale, dove si è discusso di commercio e investimenti, filiere, salute, istruzione, affari marittimi e sicurezza energetica, con il supporto analitico di organismi come AMRO e dell’East Asia Business Council. Inoltre, il FMI ha presentato valutazioni macroeconomiche aggiornate, e si è celebrato il cinquantesimo anniversario delle relazioni con la Nuova Zelanda con la prospettiva di un partenariato strategico comprensivo.

Accanto ai dossier economici, il vertice ha affrontato i temi più sensibili della sicurezza regionale. È stato rinnovato l’impegno a dare attuazione alla tabella di marcia politico-di sicurezza oltre il 2025, con particolare attenzione alle minacce transnazionali — dai crimini cibernetici alle truffe online — e alla cultura del dialogo come strumento di prevenzione dei conflitti. In questo quadro, l’adesione di Timor Est alla Zona Libera da Armi Nucleari del Sud-Est asiatico (SEANWFZ) e il deposito degli strumenti di adesione alla Carta dell’ASEAN assumono un significato preciso, dimostrando che Dili non chiede solo benefici economici, ma sottoscrive regole, principi e oneri comuni, ancorando la propria politica estera al diritto internazionale regionale e alla non proliferazione.

Anche l’inevitabile questione del Mar Cinese Meridionale è rimasta sul tavolo con un duplice registro: preservare l’unità intra-ASEAN e mantenere una posizione di principio che richiami il rispetto del diritto del mare, la libertà di navigazione e sorvolo, la gestione pacifica delle controversie. Tale nodo rappresenta un test costante per la “centralità ASEAN” e una palestra in cui l’esperienza di Timor Est — spesso evocata dai suoi leader come bagaglio di mediazione e costruzione della pace — potrà contribuire al patrimonio di pratiche di prevenzione dei conflitti del Sud-Est asiatico. Nel medesimo spirito, i ministri hanno preso atto dei passi compiuti sulla crisi del Myanmar, ribadendo il ruolo di riferimento del “Five-Point Consensus”.

In conclusione, Kuala Lumpur 2025 resterà nella memoria come la tappa in cui un Paese giovane ha trovato casa in una comunità più grande, e una comunità già complessa ha accettato la sfida di crescere ancora. Se l’ASEAN saprà fare della centralità non uno slogan ma una pratica quotidiana — nella gestione delle crisi, nella costruzione delle regole, nella redistribuzione dei benefici dell’integrazione — l’ingresso di Timor Est sarà ricordato come il momento in cui il Sud-Est asiatico ha scelto di essere più unito, più resiliente, più ambizioso. Da oggi, questa responsabilità è condivisa da undici bandiere.

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Russo-Turkish Relations: The ‘Indivisible Security’ Principle Is No Longer Binding https://strategic-culture.su/news/2023/07/20/russo-turkish-relations-the-indivisible-security-principle-is-no-longer-binding/ Thu, 20 Jul 2023 09:00:43 +0000 https://strategic-culture.org/?post_type=article&p=875248 Turkey seems to demonstrate what some experts on Turkey call “transactional relationship” or “eastern bazaar mentality.”

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I recall vividly the latest NATO Summit that took place in Vilnius and was given a lot of coverage on the Russian TV. As a result of digesting daily news I can instantly visualise a huge gathering of Western politicians, military officials and diplomats.

Within that sizable assemblage one could easily spot nearly ceaselessly gloomily walking president Erdogan. He was nonstop followed by his wife as usual wearing a head scarf. The only other less conspicuous person but overwhelmed to a greater extent by gloom as well as isolation was Mr. Zelensky. All this because he wasn’t getting his NATO membership not even in foreseeable future. In fact, he turned impudent and unjustifiably so, towards the British defence minister Mr. Ben Wallace who already gave him a short shrift by stating that “Ukraine had a habit of treating allies, including the UK, as if they were an Amazon warehouse with lists of demands for weapons.”

But what was president Erdogan up to? It is worth noting, that yet prior to the NATO Vilnius summit, Erdogan told bluntly a joint press conference with the Ukrainian president in Istanbul: “There is no doubt that Ukraine deserves membership of NATO.”

At the Vilnius summit Erdogan’s activities and talks essentially reflected security and economic affairs. Not only he envisaged a purchase of U.S. F16 lots but also spoke about being accepted after fifty long years to be a member of the European Union in exchange for his approval of Sweden as a member in NATO. All this, even though some Swedes were demonstratively burning copies of the Holy Quran.

The NATO and EU officials made strenuous efforts to explain to Mr. Erdogan that to qualify for NATO and to qualify for EU are two quite different things and it is not a matter of applying any exchange mechanism: you allow me to join EU and I will allow Sweden to join NATO. Strictly speaking, the NATO spokesperson declared:

NATO and EU enlargement were ‘separate processes.’ The accession process for each candidate country is based on the merits of each country. The two processes cannot be linked.

This must have been the case of what some experts on Turkey call “transactional relationship” or “eastern bazaar mentality.”

Importantly, what was absent in Erdogan’s support for Ukraine to join NATO and granting NATO membership to Sweden was how it would affect security of other countries such as Russia. Why did he disregard Putin’s sine qua non principle of “indivisible security”? The principle was first used in the 1975 Helsinki Act, but also appeared in the 1990 Charter for a New Europe and in the 1997 Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security. It will be essential to note that all those treaties were signed by the west and the Russian Federation. It appears that such principle does not mean much not only for Turkey but also all the remaining NATO countries.

What would be a Western response to such a commentary? In all probability, the west would make reference to two (OSCE) documents that promote its version of indivisible security: the European Security Charter, signed in Istanbul in November 1999, and the Astana Declaration of December 2010. The US is a signatory to both documents. The Istanbul charter says countries should be free to choose their own security arrangements and alliances, but… it adds – something that they deliberately omit in their present declarations – that while choosing their security arrangements countries “will not strengthen their security at the expense of the security of other states.” Would Mr. Erdogan and his NATO colleagues claim that Ukrainian and Swedish membership of the NATO bloc is not at the expense of the security of Russia? If so, will anybody in his/her right senses accept their claim, to put it mildly, as credible?

Turkish participation in the NATO enlargement isn’t a single hostile act displayed towards the Russian Federation in recent times. For instance, since August 2022 Turkey has been proceeding with the construction of unmanned combat aerial vehicles (UCAVs) Bayraktar TB2 drones plant in Ukraine that will be used against Russian troops involved in the Special Military Operation. In addition, Baykar company had already sold some of them to Ukraine but also promised that it would establish joint training and maintenance centres for Turkish UCAVs in Ukraine.

In another instance, just recently, violating the agreement with Russia, Turkey freed Azovstal commanders allowing them to return to Ukraine with Zelensky to bolster his declining popularity. According to the original agreement they were supposed to be released after the end of the military conflict in Ukraine. As if it wasn’t enough, Erdogan made a deliberate faux pas by neither consulting nor notifying Russia about his treacherous decision.

Russia and Turkey Relations: A brief military overview

Despite the 2017 S-400 mobile surface-to-air missile system sale to Turkey by Russia that caused a great furore in the west and prompted the then president Trump to sanction Turkey, one could enumerate quite a number of international moves where both countries (Russia and Turkey) represent opposing interests, sides and undertakings. To begin with, in 2015 Turkey shot down a Russian fighter plane on its way to Syria. It led to a temporary diplomatic freeze. In Syria, Turkey and Russia back opposing sides, be it covertly, deploying foreign mercenaries, be it openly, deploying troops and military equipment. Libya is another case of that type.

However, it is the 2020 conflict between Armenia and Azerbaijan that should be highlighted in some detail. After all, it may have become not just a proxy war between Turkey’s and Russia’s respective backers, but possibly a direct military clash between them. In this context it should be reminded that Turkey denies Armenian claims that up to 1.5 million people were killed during the WWI and that it constituted an act of genocide. President Erdogan offered condolences to Armenian victims’ descendants and calls their genocide “mass killings” while Turkish foreign minister Ahmet Davutoglu called the 1915-16 events a “mistake.” Russia is among the number of countries sticking to the term genocide.

It is worth noting that even though Azerbaijan, Turkey’s close ally, promises – under Russian pressure – to come to terms with the Armenian side with respect to Nagorno-Karabakh, it makes from time to time some officially sanctioned genocidal threats towards Armenia and Armenians. How one may not be shocked by the 2005 statement by Baku Mayor Hajibala Abutalybov who told the visiting German delegation:

Our goal is the complete elimination of Armenians. You, Nazis, already eliminated the Jews in the 1930s and 1940s, right? You should be able to understand us.

or a 15 years later a statement by Qarabag FK Soccer Club’s Nuran Ibrahimov who wrote:

We must kill all Armenians – children, women and the elderly. We need to kill them without making a distinction. No regrets. No compassion.

Hostilities between Armenia and Azerbaijan may take on a new dimension in the light of a new agreement between Israel and Azerbaijan. Most briefly, the latter country obtained $5 billion-worth of Israeli weapons and explosives in exchange,

for Azerbaijani energy and access to Azerbaijan’s airfields if Israel chooses to strike militarily at Iran’s nuclear program locations. It should be noted that Israeli drones were instrumental to Azerbaijan’s victory in the 2020 Nagorno-Karabakh War.

Such a clandestine pact has an enormous potential to embroil the whole region in a war with possibly catastrophic consequences not only for Iran, Azerbaijan’s close ally Turkey, as well as possibly for Armenia. In case of an encroachment onto Armenian territory the conflict would not leave unscathed the Russian Federation which has a defence agreement with Armenia.

Turkey appears the only connection of Russia to the West

We all remember how Russian foreign minister, Sergey Lavrov was prevented from flying to Serbia in June 2022. All told, Lavrov was due to meet his counterpart Nikola Selakovic and Serbian Orthodox Church Patriarch Porfirije but such NATO members as Montenegro, North Macedonia and Bulgaria closed their airspace to his plane. Lavrov blamed NATO for devising the flight ban.

Perhaps, nothing better explains the prevailing geopolitical situation in the region than Lavrov’s own online comments after attempted, unsuccessful flight to Serbia:

“An unthinkable thing has happened, a sovereign state has been deprived of its right to conduct foreign policies. The international activities of Serbia on the Russian track have been blocked. From the Western viewpoint, Serbia mustn’t have any choice, any freedom in choosing its partners. The West clearly shows that it would use any base means to apply pressure.”

In contrast to that, contradicting western sanctions, not only Lavrov but millions of Russian citizens are allowed to travel to Turkey. According to official data last year, 5.2 million Russian tourists visited Turkey. Turkish authorities expect about 6 mln tourists from Russia to visit the country by the end of 2023. With the Turkish economy being in poor shape it is a big boost in terms of the balance of payments and easing unemployment. That arrangement is beneficial to both sides: Turkey is obtaining economic benefits and Russian tourists gain leisure at the sunny Mediterranean coast. Even if the conflict in Ukraine comes to an end soon that pattern of exchange is unlikely to be undermined.

President Erdogan regardless of whether the west picks on tourism, the grain deal, the Akkuyu power station or Turkey becoming a gas hub is firm and knows what to say when they accuse him of disregarding western sanctions. It could be claimed that his explanations are part of his permanent home-spun philosophy which are part of his cultural background. His arguments contain plain logic. Let us justify all in his own words: “The Turkish authorities will not be able to join the sanctions against Russia, as they cannot let their citizens freeze without Russian gas, if we take natural gas alone, about half of the natural gas we use comes from Russia. Besides that, we are building our Akkuyu nuclear power plant with Russia.”

It is certain that with huge and growing population (85 mln+) in line with Erdogan staunchly pro-Muslim policies Turkish dependence on Russian natural resources, food and technologies will only increase in the future. The Turkish political opposition, even if it comes to power in five years, is neither in a position nor has any intentions to introduce any major policy changes towards Russia. Turkish presidential candidate Kemal Kilicdaroglu, the main challenger to incumbent President Recep Erdogan, admitted in May 2023 that had he won the presidential election he would have not broken friendly relations with Russia.

There is one more reason why Russia’s relations with Turkey should be handled with utmost care. As Kerim Has, a Moscow-based freelance political analyst claims, “Turkey is de facto the only remaining connection of Russia to the West.” It is apparent that some Russian companies have restarted business with Europe via Turkey to bypass the sanctions. The Turkish business daily Dunya maintains that mechanism of “reexporting” has, in the past few months, turned Turkey into a busy transit hub for goods destined for Russia. The value of all goods transferred to Russia this way since March till August 2022 may have already reached around $4 billion.

No wonder, Turkish President Recep Erdogan and his counterpart, Vladimir Putin, met in August 2022 in Sochi. The two leaders held marathon talks behind closed-doors. There was no word on circumventing western sanctions. Yes, afterwards there were a few clever lines on strengthening mutually beneficial cooperation. President Erdogan was even bombastic when he said: “The world was watching the Sochi summit.”  Surely, the west was watching it.

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