De-Dollarization – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Tue, 24 Feb 2026 18:43:49 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png De-Dollarization – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 I BRICS partono da New Delhi: il primo vertice degli sherpa lancia l’anno Indiano https://strategic-culture.su/news/2026/02/24/i-brics-partono-da-new-delhi-il-primo-vertice-degli-sherpa-lancia-lanno-indiano/ Tue, 24 Feb 2026 05:05:54 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890764 Presidenza, agenda economica, de-dollarizzazione, nuove adesioni: radiografia completa del vertice che apre il capitolo più ambizioso nella storia del raggruppamento

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New Delhi, 9-10 febbraio: il vertice che apre l’anno BRICS

Si è tenuto a New Delhi il 9 e 10 febbraio il primo incontro degli sherpa e sous-sherpa BRICS sotto la presidenza indiana, segnando l’avvio operativo di quello che si preannuncia come un anno cruciale per il raggruppamento. A presiedere i lavori è stato Sudhakar Dalela, Segretario per le Relazioni Economiche e sherpa indiano per i BRICS, affiancato dal sous-sherpa Shambhu L. Hakki. Al tavolo erano presenti delegazioni di alto livello di tutti i dieci Paesi membri: Brasile, Cina, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran, Russia, Sudafrica ed Emirati Arabi Uniti, oltre naturalmente all’India.

Il 10 febbraio gli sherpa e i rappresentanti nazionali sono stati ricevuti dal ministro degli Esteri S. Jaishankar, che ha inquadrato il momento in chiave storica: i BRICS compiono vent’anni e, nelle parole del ministro, si sono affermati come «un forum di primaria importanza per la cooperazione, la consultazione e il coordinamento internazionale». Jaishankar ha apprezzato i contributi delle diverse delegazioni e ha sottolineato come la presidenza indiana intenda portare avanti un’agenda centrata sulle persone e sulle priorità del Sud Globale.

L’incontro si colloca in un passaggio di consegne dalla presidenza brasiliana, che nel luglio 2025 ha ospitato il 17° Vertice BRICS a Rio de Janeiro con risultati significativi, tra cui la Dichiarazione congiunta sulla riforma del sistema multilaterale e il Piano d’azione anti-terrorismo. Il Brasile ha formalmente passato il testimone all’India nel dicembre 2025, con la consegna simbolica di un martelletto in legno amazzonico riciclato — un gesto che sottolinea la continuità dell’agenda ambientale e la dimensione istituzionale crescente del raggruppamento.

 «BUILDING FOR RESILIENCE, INNOVATION, COOPERATION AND SUSTAINABILITY»

L’India ha presentato ai partner la propria agenda sotto il tema «Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability» — un acronimo che riscrive la stessa sigla BRICS in chiave programmatica, secondo la formula lanciata dal premier Narendra Modi al vertice di Rio de Janeiro. «Così come abbiamo portato inclusività nella nostra presidenza del G20 e messo le preoccupazioni del Sud Globale in cima all’agenda, allo stesso modo durante la nostra presidenza BRICS avanzeremo questo forum con un approccio centrato sulle persone e lo spirito di “Umanità Prima”», ha dichiarato Modi.

Le priorità si articolano su quattro assi strategici:

Resilienza

Rafforzamento della resilienza economica, sociale e istituzionale per navigare le incertezze globali, le interruzioni delle catene di approvvigionamento, le sfide sanitarie e i rischi climatici. In un contesto segnato dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni commerciali legate alle politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump, la resilienza non è un concetto astratto ma una priorità operativa.

Innovazione

Dispiegamento di tecnologie nuove ed emergenti quali infrastrutture digitali pubbliche, fintech, intelligenza artificiale e condivisione della conoscenza per abilitare una fornitura efficace di servizi e una crescita orientata al futuro. Modi ha inquadrato la visione indiana con la formula «AI for All», proponendo che i BRICS contribuiscano a definire standard globali sull’IA piuttosto che limitarsi ad adottare framework occidentali.

Cooperazione

Approfondimento dell’impegno multilaterale tra i membri BRICS attraverso coordinamento delle politiche, finanza per lo sviluppo, facilitazione commerciale, riforme della governance istituzionale globale e partenariati centrati sulle persone. Questo pilastro include il rafforzamento del Forum Accademico BRICS, del Think Tank Council, del Forum Civile, del Business Council e della Women’s Business Alliance.

Sostenibilità

Accelerazione degli sforzi collettivi verso l’azione climatica, la finanza verde, le transizioni energetiche e lo sviluppo sostenibile in linea con le priorità nazionali e globali. La sostenibilità è concepita come principio trasversale che collega sviluppo, protezione ambientale e inclusione sociale — un approccio che rifiuta la contrapposizione tra crescita economica e transizione ecologica, particolarmente rilevante per i Paesi con profondi deficit strutturali.

In concreto, diversi ministeri e dipartimenti del governo indiano hanno illustrato proposte operative in ambiti che spaziano dalla sanità all’agricoltura, dal lavoro alla riduzione del rischio di catastrofi, dalla sicurezza energetica al contrasto al terrorismo, fino alla cooperazione economico-finanziaria. Un elemento centrale dei lavori è stato lo scambio di vedute sullo sviluppo istituzionale del raggruppamento — un tema non secondario, che riflette la necessità di consolidare le strutture interne dei BRICS dopo l’allargamento del 2024-2025. Gli sherpa hanno concordato di mantenere consultazioni regolari nel corso dell’anno per preparare i deliverable in vista del 18° Vertice BRICS, che l’India ospiterà probabilmente tra agosto e settembre 2026.

LE PROPOSTE ECONOMICHE: DE-DOLLARIZZAZIONE, VALUTE LOCALI E ARCHITETTURA FINANZIARIA ALTERNATIVA

Il vertice di New Delhi ha messo al centro dell’agenda economica una serie di dossier che ridisegnano l’architettura finanziaria del blocco. Non si tratta più di dichiarazioni d’intenti: i BRICS stanno passando dalla fase progettuale alla fase operativa su diversi fronti strategici.

La New Development Bank: prestiti in valuta locale e finanza verde

La New Development Bank (NDB), l’istituzione finanziaria del gruppo con sede a Shanghai, ha approvato fino ad oggi oltre 39 miliardi di dollari in 120 progetti infrastrutturali nei settori dell’energia, dei trasporti, dell’acqua e del clima. La presidente Dilma Rousseff ha confermato che circa il 25% del portafoglio prestiti della banca è già denominato in valute locali dei Paesi BRICS — una quota destinata a salire al 30% nel corso del 2026.

L’obiettivo dichiarato è ridurre il rischio di cambio e offrire ai Paesi emergenti una maggiore autonomia finanziaria, bypassando le condizionalità tipiche del FMI e della Banca Mondiale. Il 40% dei finanziamenti attuali della NDB è interamente destinato a progetti sostenibili, in partnership con istituzioni di sviluppo nazionali. Rousseff ha sottolineato che «porre la sostenibilità ambientale al centro delle strategie economiche è ancora più urgente per il Sud Globale».

La NDB rappresenta di fatto un’alternativa al sistema Bretton Woods: offre liquidità e supporto al regolamento, aiutando i membri a bypassare le istituzioni occidentali. Ma le sue dimensioni restano contenute rispetto alla Banca Mondiale — oltre cinque volte più grande — e gli analisti dubitano che possa sostituirla completamente. Si discute di una ricapitalizzazione fino a 100 miliardi di dollari, che sarebbe un salto qualitativo significativo.

The Unit: lo strumento di regolamento commerciale ancorato all’oro

Il progetto più ambizioso sul tavolo è «The Unit», uno strumento digitale di regolamento commerciale basato su blockchain, ancorato per il 40% all’oro e per il 60% a un paniere di valute BRICS (yuan, rupia, real, rublo e altre). Un programma pilota da 100 unità è stato lanciato il 31 ottobre 2025, con l’obiettivo di facilitare gli scambi commerciali transfrontalieri senza intermediazione del dollaro.

Non si tratta di una moneta unica — possibilità che resta politicamente e tecnicamente remota — ma di un meccanismo di settlement alternativo che sfrutta le riserve auree collettive dei Paesi membri, superiori alle 6.000 tonnellate. Il sistema utilizza la blockchain per transazioni immutabili e istantanee, bloccando le valute locali e rilasciando token «Unit». L’obiettivo dichiarato è ridurre l’egemonia del dollaro, aumentare l’integrazione economica tra i membri e mitigare i rischi legati alla volatilità del dollaro e alle misure unilaterali (leggasi: sanzioni).

BRICS Pay e interoperabilità delle CBDC

Il sistema di pagamento BRICS Pay, progettato per collegare le reti di pagamento rapido nazionali — il russo SPFS, il cinese CIPS, l’indiano UPI, il brasiliano Pix — è in fase di sviluppo tecnico avanzato. Proposto per la prima volta nel 2019, il sistema sarà basato su blockchain e decentralizzato. Inizialmente previsto per il 2026, il vice ministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha chiarito nell’ottobre 2025 che la piena operatività è ora prevista per il 2030, sebbene il ministro degli Esteri Sergey Lavrov abbia suggerito a Rio che un pilota potrebbe apparire «prima della fine del 2026».

In parallelo, Russia, Cina e India lavorano all’interoperabilità delle proprie valute digitali di banca centrale (CBDC) — rublo digitale, yuan digitale e e-rupee — con un orizzonte 2026-2027. La Reserve Bank of India ha sollecitato il governo a inserire una proposta di collegamento delle CBDC BRICS nell’agenda del vertice 2026. L’e-rupee indiana, lanciata nel dicembre 2022, conta già 7 milioni di utenti retail e supporta pagamenti offline, sussidi programmabili e integrazione con wallet fintech. La Cina ha annunciato l’espansione globale dello yuan digitale e starebbe consentendo alle banche commerciali di pagare interessi sui depositi in yuan digitale. Paesi sudamericani hanno confermato di essere «pronti ad accettare il sistema di pagamento BRICS» una volta operativo.

Commercio in valute locali: i numeri della de-dollarizzazione

Il commercio in valute locali tra Paesi BRICS è cresciuto in modo significativo. La Russia ha riferito nel 2024 che il 90% del suo commercio all’interno del blocco avviene ormai in valute nazionali piuttosto che in dollari. Il commercio Russia-India si è spostato quasi interamente su rupie e rubli, mentre gli scambi Cina-Brasile utilizzano yuan e real. Gli accordi bilaterali di swap valutario superano complessivamente i 500 miliardi di dollari. La de-dollarizzazione potrebbe ridisegnare i flussi commerciali, abbassando i costi per i circa 6.000 miliardi di dollari di commercio Sud-Sud annuale.

Tuttavia, la posizione indiana resta calibrata. Jaishankar ha precisato nel marzo 2025: «Non penso che esista una nostra politica per sostituire il dollaro. Il dollaro come valuta di riserva è fonte di stabilità economica globale, e ciò che vogliamo nel mondo in questo momento è più stabilità economica, non meno». Modi stesso, al vertice di Kazan nel 2024, ha ribadito che «dobbiamo fare attenzione affinché questa organizzazione non acquisisca l’immagine di una che cerca di sostituire le istituzioni globali». Come ha sintetizzato Putin, citando Modi: «I BRICS non sono anti-occidentali, sono semplicemente non-occidentali.»

La de-dollarizzazione procede dunque per via incrementale — espansione dei regolamenti in valuta locale, sviluppo di infrastrutture di pagamento alternative, capitalizzazione della NDB — più che attraverso una rottura frontale con il sistema dollaro-centrico. Ma i limiti strutturali restano significativi: le economie BRICS vanno dai 18.000 miliardi di dollari della Cina ai 156 miliardi dell’Etiopia, con tassi di inflazione che oscillano dalle cifre basse di Emirati e Arabia Saudita alle doppie cifre dell’Egitto. Allineare la politica monetaria sotto un unico tetto richiederebbe un coordinamento fiscale senza precedenti e una banca centrale sovranazionale — né l’uno né l’altra esistono.

Riforma della governance globale

L’agenda indiana include un forte rilancio della riforma delle istituzioni multilaterali: ONU e Consiglio di Sicurezza, FMI, Banca Mondiale e WTO. La Dichiarazione congiunta sulla riforma del sistema multilaterale, adottata al vertice di Rio nel luglio 2025, ha riconosciuto esplicitamente le carenze di organismi come il Comitato Sanzioni dell’ONU e ha chiesto riforme per rendere la governance globale «più inclusiva, rappresentativa e responsabile».

L’India, forte dell’esperienza della presidenza G20 del 2023, intende far leva sulla sua posizione di ponte tra diverse sensibilità per avanzare proposte concrete su quote FMI, rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza e regole commerciali più eque. Come ha sintetizzato Modi: «La riforma delle istituzioni di governance globale è stata nell’agenda BRICS sin dal suo inizio.» La sfida è tradurre questa ambizione in risultati concreti, in un contesto in cui lo stesso raggruppamento non è riuscito, nel settembre 2024, a raggiungere un accordo su un modello per l’ampliamento del Consiglio di Sicurezza ONU.

LA CORSA AI BRICS: OLTRE 50 PAESI INTERESSATI

Se l’agenda economica del vertice di New Delhi ha riguardato il consolidamento interno, la dimensione più dirompente sul piano geopolitico resta l’espansione. Il blocco esercita un’attrazione crescente che sta ridisegnando le alleanze globali.

La fotografia attuale: 10 membri, 10 partner, e una lista d’attesa senza precedenti

I BRICS contano oggi dieci membri a pieno titolo: i cinque fondatori (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) più Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti (entrati nel gennaio 2024) e Indonesia (entrata nel gennaio 2025, primo Paese del Sud-Est asiatico nel blocco).

A questi si aggiungono dieci Paesi partner ammessi nel 2025: Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam. Lo status di Paese partner, creato formalmente nel 2024, funziona come un percorso graduale verso una partecipazione più profonda: consente di partecipare ai principali incontri BRICS e a sessioni selezionate, sulla base del consenso, senza assumere gli obblighi della piena membership.

Ma la lista d’attesa è molto più lunga. Oltre 50 Paesi hanno espresso interesse per il raggruppamento e almeno 23 hanno presentato domanda formale di adesione. Il processo di ammissione, codificato dalla presidenza brasiliana, prevede tre fasi: dichiarazione di interesse, status di potenziale membro e infine adesione piena. I criteri includono: equilibrio geografico; buone relazioni con tutti i membri BRICS; sostegno alla riforma della governance globale e posizione chiara a favore della riforma dell’ONU e del suo Consiglio di Sicurezza; e — dato significativo — il non ricorso a sanzioni unilaterali.

Il caso Turchia: il primo Paese NATO alla porta dei BRICS

Il dossier più significativo è quello turco. Ankara ha formalizzato la propria richiesta di adesione nel settembre 2024 — primo Paese NATO a compiere questo passo. L’amministrazione Erdogan ritiene che il baricentro geopolitico si stia spostando lontano dalle economie avanzate e punta a costruire relazioni con tutti gli attori di un mondo sempre più multipolare, pur mantenendo i propri obblighi nell’Alleanza Atlantica.

La Turchia vede nei BRICS un’opportunità su più fronti: approfondire la cooperazione economica con Russia e Cina; diventare un hub di transito per il gas russo e centroasiatico verso l’Europa; attrarre investimenti cinesi, in particolare nel settore delle auto elettriche, sfruttando la propria unione doganale con l’UE per garantire l’accesso al mercato europeo. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha partecipato a incontri BRICS dichiarando che «siamo interessati, ma non ci è stata ancora offerta una membership».

Con 85 milioni di abitanti e un’economia pari al 2,1% del PIL mondiale a parità di potere d’acquisto, l’ingresso della Turchia rappresenterebbe un evento tettonico per l’equilibrio tra blocco occidentale e Sud Globale. Come ha osservato l’analista Jorge Heine della Boston University: «Si può argomentare che una pagina è stata voltata nella transizione verso un mondo meno occidentale quando il primo membro NATO ha fatto domanda per entrare nei BRICS.»

Il fronte europeo: Serbia e Bielorussia

La Serbia è stata il primo Paese europeo a manifestare interesse per i BRICS, in coerenza con la politica di equidistanza tra Occidente e Russia perseguita da Belgrado. La candidatura serba riflette una strategia di diversificazione diplomatica che non rinuncia al percorso europeo ma cerca spazi di manovra alternativi.

La Bielorussia, già Paese partner dal 2025, cerca nei BRICS un’alternativa all’isolamento economico imposto dalle sanzioni occidentali dopo la crisi del 2020. Il presidente Lukashenko ha congratulato Modi per l’assunzione della presidenza BRICS, dichiarando: «Siamo pronti a un lavoro fruttuoso sotto la presidenza indiana per la costruzione riuscita di un ordine mondiale giusto e multipolare.»

Africa, Asia e America Latina: la coda si allunga

Il ministro sudafricano Ronald Lamola ha spinto con forza al vertice di Rio per una maggiore rappresentanza africana nel blocco, con Nigeria e Angola tra i principali candidati alla prossima tornata di allargamento. L’adesione dell’Egitto nel 2024 ha dimostrato come l’ingresso nei BRICS possa trasformare l’accesso al finanziamento infrastrutturale per i Paesi africani.

Dall’Asia, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka hanno espresso interesse, così come diversi Paesi del Golfo (Bahrain, Kuwait) e dell’America Latina (Venezuela, Colombia). L’Azerbaijan, stretto alleato della Turchia, è tra i candidati più visibili, insieme alla Siria e allo Zimbabwe.

Per molti di questi Paesi, l’obiettivo strategico non è la «de-dollarizzazione» come slogan ma la resilienza dei regolamenti in un contesto di rischio sanzioni, frizioni bancarie e volatilità valutaria. L’accesso ai finanziamenti della NDB e la diversificazione delle partnership commerciali rappresentano incentivi concreti che vanno oltre la retorica anti-occidentale.

Il dilemma dell’allargamento

L’India, alla guida del processo per il 2026, adotta una «posizione calibrata» sull’ulteriore espansione. Ogni nuovo ingresso aumenta la rappresentatività del blocco ma anche i costi di coordinamento. I BRICS contengono già sistemi democratici e autoritari, esportatori e importatori di materie prime, potenze con ambizioni regionali concorrenti. La diversità interna — che include la rivalità sino-indiana sul confine himalayano e le tensioni legate all’invasione russa dell’Ucraina — rallenta l’istituzionalizzazione e spiega l’esistenza del modello partner come camera di decompressione.

A questo si aggiunge la pressione esterna: l’amministrazione Trump ha minacciato tariffe contro i Paesi che perseguono alternative al dollaro, un fattore che complica il calcolo politico di molti aspiranti membri. Non mancano i ritiri: l’Algeria, che nel 2023 aveva fatto domanda di adesione alla NDB, ha successivamente ritirato la propria candidatura ai BRICS, dimostrando che la politica interna e le dipendenze commerciali esterne possono pesare più del vantaggio simbolico dell’adesione.

Il ministro delle Finanze sudafricano Enoch Godongwana ha indicato che «c’è un secondo gruppo di Paesi che saranno aggiunti ai BRICS». Le decisioni sulle nuove ammissioni sono attese per il 18° Vertice. Il fattore chiave per il 2026 sarà la chiarezza del processo: gli investitori tratteranno qualsiasi nuova ammissione o un percorso di adesione più strutturato come un segnale che i BRICS stanno diventando più istituzionali e meno ad hoc.

 UN BLOCCO IN TRASFORMAZIONE: NUMERI, PESI E CONTRADDIZIONI

L’India guida per la quarta volta i BRICS — dopo il 2012, il 2016 e il 2021 — ma lo fa per la prima volta nel formato allargato. Il raggruppamento rappresenta oggi circa il 49,5% della popolazione mondiale, il 40% del PIL globale (a parità di potere d’acquisto) e il 26% del commercio internazionale — numeri che rendono impossibile liquidarlo come un club di protesta.

Il volume delle economie dei cinque Paesi BRICS originari ha superato quello del G7 nel 2021, misurato a parità di potere d’acquisto. Nel 1980 il divario a favore del G7 era superiore a tre volte. Con l’allargamento, il peso economico del blocco è cresciuto ulteriormente: l’aggiunta degli Emirati contribuisce a colmare il divario tra le economie maggiori e minori del gruppo, anche se non risolve le differenze fondamentali.

L’agenda BRICS si è ampliata considerevolmente dal focus economico iniziale e si struttura oggi su tre pilastri: cooperazione politica e di sicurezza, cooperazione economica e finanziaria, scambi tra popoli. Il raggruppamento opera su questioni che vanno dal terrorismo al cambiamento climatico, dalla sicurezza alimentare ed energetica alla situazione economica e finanziaria internazionale, dalle telecomunicazioni all’agricoltura, dal lavoro all’architettura finanziaria internazionale.

 L’APPROCCIO INDIANO: PRAGMATISMO SENZA ROTTURE

New Delhi sembra voler replicare il modello della sua presidenza del G20 nel 2023, quando riuscì a posizionarsi come ponte tra le diverse sensibilità del gruppo senza lasciarsi trascinare in logiche di contrapposizione frontale con l’Occidente. La formula di Modi — «i BRICS non sono anti-occidentali, sono semplicemente non-occidentali» — resta la bussola retorica della presidenza indiana.

Questo posizionamento è al tempo stesso la forza e il limite dell’India come presidente di turno. La forza, perché consente di mantenere canali aperti con Washington e Bruxelles mentre si approfondisce la cooperazione con Mosca e Pechino. Il limite, perché la prudenza indiana nel non sfidare direttamente le agende occidentali evidenzia uno dei vincoli strutturali del blocco: la difficoltà di tradurre la convergenza politica in azione collettiva sui dossier più divisivi.

La Russia, da parte sua, ha segnalato aspettative significative verso la presidenza indiana, vedendo nei BRICS un ruolo crescente nel coordinamento economico e diplomatico globale. Il Cremlino ha utilizzato sistematicamente la piattaforma BRICS per mobilitare il sostegno di Asia, Africa e America Latina, contrastando lo sforzo occidentale di isolarlo dopo l’invasione dell’Ucraina. La presenza del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro Putin ha complicato la sua partecipazione ai vertici — al summit di Rio ha partecipato solo in videoconferenza — ma non ha impedito alla Russia di mantenere un ruolo centrale nella definizione dell’agenda.

La Cina ha espresso pieno sostegno alla presidenza indiana nonostante le tensioni bilaterali sul confine himalayano. L’agenda di internazionalizzazione dello yuan di Pechino compete però con l’idea di un’unità di conto nuova, creando una tensione implicita che la diplomazia indiana dovrà gestire.

Conclusione: la sfida di tradurre l’ambizione in risultati

L’incontro di New Delhi si colloca in un contesto internazionale segnato da tensioni commerciali, rivalità geopolitiche acute e una crescente contestazione dell’ordine istituzionale ereditato dal secondo dopoguerra. In questo scenario, i BRICS si presentano come la principale piattaforma alternativa — non oppositiva, almeno nelle intenzioni dichiarate — per i Paesi emergenti che chiedono voce nella governance globale.

La sfida per l’India sarà tenere insieme un blocco sempre più eterogeneo attorno a un’agenda concreta che vada oltre la retorica. Come ha osservato un commentatore, «i BRICS hanno bisogno di aumentare l’impatto pratico del loro partenariato a livello di sviluppo qualitativo, non solo di simbolismo organizzativo e retorica pubblica».

Il primo incontro di New Delhi ha tracciato la rotta. I delegati hanno visitato il Museo Nazionale dell’Artigianato e il Tempio di Akshardham — un tocco di diplomazia culturale che ricorda come la partita dei BRICS si giochi anche sul piano dell’identità e dei valori condivisi. I prossimi mesi diranno se la presidenza indiana riuscirà a tradurre ambizioni e numeri in risultati tangibili. Il 18° Vertice BRICS sarà il banco di prova definitivo.

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Pechino riduce Ancora le riserve in titoli USA https://strategic-culture.su/news/2026/02/20/pechino-riduce-ancora-le-riserve-in-titoli-usa/ Fri, 20 Feb 2026 13:35:02 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890689 La Cina prosegue la strategia di diversificazione e riduzione della dipendenza finanziaria da Washington. Le banche cinesi invitate a limitare l’esposizione al debito americano. Le riserve cinesi in Treasury sono ai minimi dal 2008.

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Pechino ha compiuto un nuovo passo nella sua strategia di allontanamento dal debito sovrano statunitense. Secondo quanto riportato da Bloomberg il 9 febbraio, i regolatori cinesi hanno comunicato alle principali istituzioni finanziarie del Paese la direttiva di limitare i nuovi acquisti di titoli del Tesoro americano e di ridurre le posizioni laddove l’esposizione risulti elevata. La misura, motivata ufficialmente da preoccupazioni legate alla volatilità dei mercati obbligazionari e ai rischi di concentrazione, non riguarda le riserve sovrane ufficiali della Banca Popolare Cinese, ma si applica alle banche commerciali e statali.

La notizia ha prodotto effetti immediati sui mercati: i rendimenti dei Treasury decennali sono saliti fino al 4,25%, mentre l’indice Bloomberg Dollar Spot ha registrato un calo dello 0,2%.

Un trend decennale che accelera

La riduzione dell’esposizione cinese al debito americano non è un fenomeno nuovo, ma il ritmo si è intensificato in modo significativo. Dal picco di circa 1.300 miliardi di dollari toccato nel 2013, le riserve cinesi in titoli del Tesoro USA si sono praticamente dimezzate. A novembre 2025, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro statunitense, la Cina deteneva 682,6 miliardi di dollari in Treasury, in calo di 6,1 miliardi rispetto al mese precedente, toccando il livello più basso dal settembre 2008.

La Cina è oggi il terzo detentore straniero di debito americano, superata da Giappone e Regno Unito. Secondo la State Administration of Foreign Exchange (SAFE), le banche cinesi detenevano a settembre circa 298 miliardi di dollari in obbligazioni denominate in dollari, sebbene non sia chiaro quale quota fosse costituita specificamente da Treasury.

Analisti come Cameron Dawson di Newedge Wealth hanno osservato che la riduzione cinese dei Treasury è un processo graduale e sistematico, non un evento dirompente. Piuttosto che condurre vendite massicce che potrebbero destabilizzare i mercati, i gestori delle riserve cinesi sembrano ridurre il reinvestimento dei titoli in scadenza, consentendo un naturale declino del portafoglio attraverso il mancato rinnovo delle posizioni.

La mossa nel contesto geopolitico

La tempistica della direttiva non è casuale. L’indicazione ai vertici bancari è arrivata poco prima della telefonata tra il presidente Xi Jinping e Donald Trump, nel quadro della tregua commerciale annuale concordata lo scorso ottobre, che prevede una riduzione reciproca di dazi e controlli sulle esportazioni.

Il segnale, tuttavia, va letto in una cornice più ampia. Solo pochi giorni prima, il 1° febbraio, la rivista teorica del Partito Comunista Cinese Qiushi ha pubblicato un intervento di Xi Jinping — originariamente un discorso del 2024 ai funzionari regionali — in cui il presidente cinese ha delineato con inedita chiarezza l’obiettivo di trasformare lo yuan in una valuta di riserva globale. Xi ha dichiarato che la Cina deve costruire una “valuta forte”, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati valutari, capace di raggiungere lo status di valuta di riserva. Si tratta della dichiarazione più esplicita mai formulata da un leader cinese sull’ambizione di sfidare il primato del dollaro.

La strategia di diversificazione: oro, yuan e infrastrutture alternative

La riduzione dei Treasury si inserisce in una strategia di diversificazione articolata su più fronti. La Cina ha costantemente incrementato le proprie riserve auree, ha esteso gli accordi bilaterali di swap valutario con circa 50 banche centrali e ha sviluppato infrastrutture finanziarie alternative al sistema occidentale. A livello globale, le riserve valutarie cinesi totali ammontavano a 3.358 miliardi di dollari a fine dicembre 2025, in crescita dello 0,34% rispetto al mese precedente, segno che Pechino non sta liquidando asset ma li sta riallocando strategicamente.

Il commercio energetico tra Cina e Russia viene sempre più regolato in yuan, e all’interno del blocco BRICS allargato proseguono le discussioni su BRICS Pay, un sistema di pagamento decentralizzato in valute locali il cui prototipo è stato presentato a Kazan nell’ottobre 2024.

Il CIPS: l’infrastruttura cinese che sfida lo SWIFT

Al centro della strategia cinese di de-dollarizzazione vi è il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero lanciato dalla Banca Popolare Cinese nel 2015 come pilastro dell’internazionalizzazione dello yuan. A differenza dello SWIFT — che è un network di messaggistica finanziaria e non effettua compensazione né regolamento — il CIPS è un sistema ibrido che combina la messaggistica con il regolamento lordo in tempo reale (RTGS) per le transazioni denominate in renminbi.

La crescita del CIPS negli ultimi anni è stata impressionante. Lanciato nel 2015 con appena 19 partecipanti diretti e 176 indiretti in 50 Paesi, a giugno 2025 il sistema contava 176 partecipanti diretti e 1.514 indiretti, con una presenza in 121 Paesi e regioni. I servizi CIPS raggiungono oggi oltre 4.900 istituzioni bancarie in 189 Paesi. L’Asia rappresenta il 73% dei partecipanti indiretti, seguita dall’Europa con il 17%, dall’Africa con il 4% e dalle Americhe con il 2% ciascuna.

I volumi di transazione riflettono questa espansione. Nel 2024, il CIPS ha processato 8,2 milioni di transazioni per un valore complessivo di 175.490 miliardi di yuan (circa 24.470 miliardi di dollari), con un aumento del 24,25% nel numero di operazioni e del 42,60% nel valore rispetto all’anno precedente. Su base giornaliera, il sistema ha gestito circa 30.500 transazioni per un controvalore di 652 miliardi di yuan (circa 91 miliardi di dollari). Per avere un termine di paragone, nel 2021 il sistema processava 80.000 miliardi di yuan annui; nel 2022 era salito a 96.700 miliardi, e nel 2023 a 123.060 miliardi. Un tasso di crescita sostenuto che indica un’adozione in rapida accelerazione.

Nell’aprile 2025, la Cina ha lanciato il CIPS 2.0, integrando lo yuan digitale (e-CNY) nell’infrastruttura del sistema. Questa integrazione consente regolamenti transfrontalieri in tempo reale con tempi di esecuzione di circa 7,2 secondi, un miglioramento radicale rispetto ai 3 giorni tipici dei sistemi tradizionali. Secondo uno studio della Asian Development Bank, le commissioni sul CIPS si aggirano intorno allo 0,01% per transazione, contro lo 0,05-0,1% dello SWIFT.

Va tuttavia precisato che il CIPS non sostituisce lo SWIFT, almeno per ora. Circa l’80% delle transazioni CIPS utilizza ancora la messaggistica SWIFT per la comunicazione interbancaria, soprattutto con istituzioni non direttamente collegate al sistema cinese. Nel marzo 2016, SWIFT e CIPS hanno firmato un memorandum d’intesa per la cooperazione tecnica, e nel marzo 2025 hanno rinnovato l’accordo. SWIFT, con i suoi 11.500 istituti in 235 Paesi, resta il sistema di gran lunga più esteso e gestisce transazioni in praticamente tutte le principali valute.

Ciò che rende il CIPS strategicamente rilevante non è la sua capacità attuale di competere frontalmente con lo SWIFT, ma il fatto che rappresenta un’infrastruttura parallela già operativa, capace di funzionare indipendentemente dalla supervisione statunitense. Dopo l’esclusione della Russia dallo SWIFT nel 2022, la domanda di alternative si è intensificata. Paesi in Asia, Medio Oriente, Africa e nell’intero blocco BRICS hanno accelerato l’esplorazione di regolamenti in yuan tramite CIPS. Nel giugno 2025, il sistema ha stretto le sue prime partnership dirette con sei banche straniere in Medio Oriente e Africa, ampliando ulteriormente la sua impronta globale.

Il CIPS si inserisce inoltre nel più ampio ecosistema della Belt and Road Initiative: entro fine 2019, 1.017 istituzioni bancarie da 59 Paesi BRI avevano già operazioni attive tramite il sistema. Con l’integrazione dello yuan digitale e lo sviluppo di BRICS Pay, Pechino sta costruendo un’architettura finanziaria multilivello che, nel medio-lungo termine, potrebbe offrire ai Paesi del Sud Globale un’alternativa concreta all’egemonia del dollaro nei pagamenti internazionali.

Non solo la Cina: i segnali dal sistema finanziario globale

L’allarme non proviene solo da Pechino. BaFin, l’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, ha recentemente avvertito che il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale potrebbe subire pressioni nel 2026 a causa di shock geopolitici e tensioni di finanziamento. Un analista di Deutsche Bank ha segnalato che anche le banche europee potrebbero iniziare a ridurre le posizioni in titoli americani, citando l’instabilità generata dalle politiche tariffarie di Trump e le sue controverse proposte di politica estera.

Il dollaro ha registrato la sua più marcata discesa dall’aprile scorso dopo l’annuncio di nuovi dazi globali da parte di Trump, che tuttavia ha minimizzato la debolezza del biglietto verde sostenendo che la valuta americana dovrebbe essere lasciata libera di trovare il proprio livello. La stessa presidente della BCE Christine Lagarde ha chiesto che l’euro assuma un ruolo più ampio nella finanza globale, mentre diversi Paesi stanno esplorando alternative alla dipendenza dal dollaro.

Lo yuan può davvero sfidare il dollaro?

Nonostante le ambizioni di Xi, il percorso verso lo status di valuta di riserva globale resta irto di ostacoli. Lo yuan rappresenta ancora solo il 2% circa delle riserve valutarie mondiali, contro il 57% del dollaro e il 20% dell’euro, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, il quadro complessivo è in movimento. Lo yuan è già la seconda valuta al mondo per il finanziamento del commercio internazionale, e il suo utilizzo nei regolamenti commerciali ha raggiunto livelli record dopo le sanzioni occidentali alla Russia. Le politiche stesse degli Stati Uniti — le incertezze tariffarie, le minacce all’indipendenza della Federal Reserve, l’uso crescente delle sanzioni come strumento geopolitico — stanno paradossalmente alimentando la ricerca di un sistema monetario più multipolare.

Lettura geopolitica: non un’uscita, ma un riposizionamento

È importante non interpretare la mossa cinese come un ritiro precipitoso dal mercato del debito americano. Le riserve sovrane ufficiali non sono coinvolte nella direttiva, e complessivamente — includendo obbligazioni di agenzie federali e titoli azionari — l’esposizione cinese al mercato americano è rimasta relativamente stabile dal tardo 2023.

Ciò che sta cambiando è la direzione di marcia. Pechino sta costruendo le infrastrutture finanziarie per un mondo in cui la dipendenza dal dollaro sia progressivamente ridotta: non per distruggere il sistema attuale, ma per disporre di alternative quando le circostanze — politiche, economiche o strategiche — lo richiedano.

In un mondo in cui i dazi vengono usati come arma, le sanzioni come strumento di pressione e il debito pubblico americano supera i 36.000 miliardi di dollari, la diversificazione non è più una scelta ideologica. È una misura di prudenza finanziaria che un numero crescente di attori globali sta adottando.

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Ascesa e declino del petrodollaro (Parte II) https://strategic-culture.su/news/2026/01/31/ascesa-e-declino-del-petrodollaro-parte-ii/ Sat, 31 Jan 2026 13:30:17 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890333 Come il mondo è diventato dipendente dall’America

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Con l’entrata in vigore dell’accordo, la recessione statunitense terminò ufficialmente, partirono le prime consegne di sistemi d’arma all’Arabia Saudita e andò intensificandosi l’impegno statunitense a garantire la stabilità del dollaro. A tale scopo, il presidente Ford accolse il consiglio di Tucker di istituire una riserva strategica nazionale, preposta a tutelare gli Stati Uniti da penurie negli approvvigionamenti e a sostenere i prezzi del petrolio nelle fasi di flessione così da mantenere inalterati i flussi di cassa sauditi. In base all’intesa segreta tra Washington e Riad, di cui si trova traccia in un memorandum del febbraio 1975 redatto dal funzionario del Dipartimento del Tesoro Jack Bennett (che in seguito assunse la guida della Exxon), gli Usa ottennero anche l’autorizzazione a inviare a Riad, in qualità di consulente finanziario della Saudi Arabia Monetary Authority (Sama), il finanziere David Mulford con l’incarico di gestire il processo di trasferimento dei fondi sauditi presso le banche di Wall Street e della City.

La Chase Manhattan Bank stimò che, tra il 1974 e il 1978, i Paesi dell’Opec avrebbero accumulato surplus per 185 miliardi di dollari, l’80% circa dei quali sarebbe confluito verso le piazze finanziarie di New York e Londra per essere trasformato in prestiti ai Paesi in via di sviluppo sotto la supervisione degli amministratori delegati di Chase Manhattan Bank (David Rockefeller) e Citibank (Walter Wriston). Puntualmente, i petrodollari in uscita dai Paesi produttori migrarono regolarmente verso il mercato degli eurodollari, così come i narcodollari generati dallo smercio dell’eroina afghana (gestito dalle famiglie mafiose Usa dei Gambino, Bonanno, ecc.) e della cocaina colombiana (gestito dai cartelli di Medellín e Cali).

Nei 5 mesi successivi all’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita, il dollaro registrò una rivalutazione del 4,6%, salvo calare leggermente fino alla fine del 1976 e crollare letteralmente nel 1977. Nell’ottobre del 1978, l’indice del dollaro scese di quasi il 13% rispetto al picco massimo del 1975. La depressione costante e apparentemente inarrestabile del corso del dollaro fu interpretata dai sauditi come una violazione dell’accordo Simon-Faysal, e posta a fondamento della liquidazione di decine di miliardi di dollari di Treasury Bond e del raddoppio del prezzo del petrolio disposto a cavallo tra il 1979 e il 1980, in piena Rivoluzione Islamica iraniana. Dal canto suo, il nuovo governo di Teheran tagliò drasticamente l’output petrolifero in perfetta concomitanza con il ridimensionamento delle scorte da parte di Big Oil, innescando un crollo verticale dell’offerta foriero di radicali stravolgimenti nel mercato internazionale degli idrocarburi. Il prezzo del petrolio schizzò da 14 a oltre 40 dollari per barile nell’arco di poche settimane. La recessione e le interminabili code di automobili che vennero a formarsi presso gran parte delle stazioni di rifornimento statunitensi concorsero a diffondere panico e insicurezza in tutto il Paese.

Ad appena un anno e mezzo di distanza, sulla scia della crisi degli ostaggi in Iran e dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, la quotazione dell’oro era arrivata a sfondare la soglia critica degli 875 dollari per oncia,  e per ben due volte nell’arco di pochi mesi le grandi imprese, le Banche Centrali e altri investitori avevano rifiutato l’utilizzo del dollaro come valuta universale. Si stagliava così all’orizzonte la prospettiva, temutissima da Washington, di un incremento potenzialmente insostenibile delle pressioni generalizzate per il ripristino di una qualche forma di ancoraggio all’oro.

La crisi del dollaro fu superata attraverso la revoca delle politiche espansive portate avanti nel corso degli anni precedenti, in favore di una generale rivalutazione dei principi della stabilità della moneta culminata con la poderosa stretta creditizia varata della Federal Reserve. Sotto la direzione del nuovo presidente Paul Volcker, la Fed innalzò tasso di interesse – portandolo dal 6 al 20% nell’arco di poche settimane – ben al di sopra del saggio di inflazione corrente, che crollò dal 15% del 1980 al 4% entro la fine del 1982. L’indice del dollaro risalì da 84,13 dell’ottobre 1978 a 92,48 nel novembre 1980, raggiungendo i livelli toccati nel 1975. Combinata alla deregulation e alla detassazione implementate sotto l’amministrazione Reagan, la linea restrittiva imposta da Volcker impresse una spinta decisiva alla valuta statunitense. Nel marzo 1985, l’indice del dollaro raggiunse il massimo storico di 128,44, con uno spettacolare aumento del 53% rispetto al minimo dell’ottobre 1978. Il prezzo fu la deindustrializzazione, con lo strangolamento di gran parte delle attività legate alla produzione reale di beni. Migliaia di stabilimenti furono trasferiti dagli Stati Uniti ai Paesi in via di sviluppo come la Cina, dotati di inesauribili serbatoi di manodopera a basso altamente produttiva, con conseguente perdita di posti di lavoro di alta qualità e delle relative competenze.

I tentativi di temperare l’insostenibile squilibrio vigente si concretizzarono con l’Accordo del Plaza, implicante la rivalutazione dello yen e del marco attraverso un colossale programma di vendita di valuta statunitense da parte delle Banche Centrali di Francia, Repubblica Federale Tedesca, Gran Bretagna e Giappone. Lo “scaricamento” di ben 10 miliardi di dollari innescò una depressione del corso del dollaro rispetto allo yen del 51%. L’atto di forza sanciva il rovesciamento della politica restrittiva portata avanti fino a quel momento e il trasferimento della recessione dagli Usa ai loro concorrenti economici, funzionale al rilancio della competitività dell’apparato produttivo statunitense. Nell’immediato, la Germania e soprattutto il Giappone accusarono pesanti contraccolpi, ma il tentativo di rilancio dell’export Usa si risolse comunque in un sostanziale fallimento a causa dell’incommensurabile divario qualitativo che separava le merci asiatiche ed europee da quelle statunitensi e della renitenza giapponese a rimuovere i vincoli sulle importazioni. Nel febbraio 1987, a nemmeno due anni di distanza, l’Accordo del Louvre pose fine alla strategia di affossamento pilotato del valore del dollaro in un’ottica di stabilizzazione della valuta statunitense, conformemente agli impegni assunti da Washington nei confronti dei sauditi. La politica del “dollaro forte” fu seguita senza indugi per il ventennio successivo, sotto Bush sr., Clinton e Bush jr., consolidando l’accordo Simon-Faysal su cui si fondava lo status internazionale del dollaro, principale valuta sia di riserva che di pagamento.

La situazione cambiò radicalmente con la bancarotta di Lehman Brothers (15 settembre 2008) e la “grande crisi” che ne scaturì. Crollo del commercio internazionale, recessione generalizzata e incertezza diffusa proiettarono sull’economia mondiale l’ombra sinistra della Grande Depressione. Nella visione delineata dal presidente Obama nel discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2010, il superamento della crisi passava necessariamente per una forte attenuazione degli squilibri economici e commerciali globali. A suo avviso, occorreva che Cina e Giappone trasferissero l’asse della crescita dagli investimenti al consumo interno; che l’Unione Europea spostasse il focus dall’export agli investimenti e che gli Stati Uniti abbandonassero il ruolo di “importatori di ultima istanza” del surplus produttivo globale attraverso un rilancio delle esportazioni. «Più prodotti produciamo e vendiamo ad altri Paesi, più posti di lavoro sosteniamo qui in America. Ci siamo prefissati un nuovo obiettivo: raddoppieremo le nostre esportazioni nei prossimi cinque anni, un incremento che sosterrà due milioni di posti di lavoro in America», proclamò Obama. La via maestra per raggiungere l’obiettivo consisteva in una svalutazione del dollaro, realizzata attraverso colossali iniezioni di liquidità nell’ambito dei programmi di quantitative easing adottati dalla Federal Reserve in accordo con il Dipartimento del Tesoro. Per il sistema bancario statunitense, l’intervento dell’autorità pubblica venne a configurarsi come una fondamentale rete di sicurezza, ma le implicazioni sul versante monetario si rivelarono clamorose: nel luglio 2011, ad appena 18 mesi di distanza dal pronunciamento di Obama, l’indice del dollaro piombò al minimo storico di 80,48.

Una svalutazione pesantissima, tale da mettere in seria discussione l’accordo del petrodollaro. Anche perché accompagnata dall’intesa sul nucleare iraniano patrocinata dall’amministrazione Obama, interpretata come un inaccettabile voltafaccia da Riad, oltre che dalla desecretazione parziale di un rapporto statunitense che “esplorava” potenziali connessioni tra Riad e i personaggi coinvolti negli attentati dell’11 settembre 2001. Nonché dall’esplicito sostegno politico accordato da Washington alle cosiddette “primavere arabe”, una vera e propria ondata di destabilizzazione della macroarea nordafricana e mediorientale in cui si concentra parte assai rilevante delle riserve mondiali di petrolio. Significativamente, le “primavere arabe” presero avvio mentre gli Stati Uniti si ponevano nelle condizioni di conquistare, grazie all’applicazione delle tecniche di fratturazione idraulica (fracking), l’agognata autosufficienza energetica. E persino di affermarsi come grandi esportatori, al di fuori della cornice Opec.

Così come nel 1971 ripudiarono unilateralmente gli Accordi di Bretton Woods perché incompatibili con i loro interessi nazionali, allo stesso modo e per ragioni sostanzialmente affini gli Stati Uniti si sono svincolati dall’intesa sul petrodollaro – anche se in forma più sotterranea e meno plateale. Il rifiuto di rinnovare il patto Simon-Faysal ufficializzato dall’Arabia Saudita nel giugno del 2024 ha conferito formalità a una situazione reale affermatasi ormai da tempo.

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Ascesa e declino del petrodollaro (Parte I) https://strategic-culture.su/news/2026/01/21/ascesa-e-declino-del-petrodollaro-parte-i/ Wed, 21 Jan 2026 10:31:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890142 Come il mondo è diventato dipendente dall’America

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Nell’agosto del 1969, un rapporto redatto dagli specialisti della Cia osservava che «sette compagnie continuano a dominare il commercio internazionale di petrolio, ma la loro quota è scesa da circa il 90% del 1952 al 75% del 1968 […]. Inoltre, i Paesi produttori hanno chiesto e ottenuto la proprietà parziale in molte aziende, ed iniziato a muoversi nei campi della raffinazione, della commercializzazione e del trasporto in misura ancora ridotta ma in costante e rapido aumento». Tra il 1970 e il 1973, Algeria, Libia e Iraq nazionalizzarono le rispettive industrie petrolifere, mentre l’Arabia Saudita entrò nel capitale della potentissima Aramco, il consorzio che gestiva l’immenso patrimonio energetico del regno formato da quattro compagnie statunitensi. Nel 1970, i governi dei Paesi produttori controllavano il 10% scarso delle industrie petrolifere operanti sui loro territori; nel 1979, la percentuale sarebbe salita oltre la soglia del 70%. L’offensiva scatenata contro il carrello petrolifero anglo-statunitense dalle nazioni produttrici minacciava di trasferire nelle loro mani il potere di ridefinire la struttura del mercato mondiale degli idrocarburi in funzione dei loro interessi, coincidenti con un sostanzioso incremento del prezzo internazionale del petrolio.

Specialmente a fronte del costante aumento del prezzo dei cereali, di cui molte nazioni produttrici di petrolio erano importatrici nette, dovuto in buona parte agli sforzi profusi dagli Usa che ambivano a espandere i proventi dall’export di prodotti agricoli in un’ottica di attenuazione del deficit di bilancia dei pagamenti in cui il Paese era sprofondato per effetto della Guerra del Vietnam. L’incremento del prezzo del petrolio non era tuttavia l’unico contraccolpo che rischiava di scaturire dalla ridefinizione dei rapporti di forza a vantaggio dei Paesi produttori; la svalutazione del dollaro avrebbe inesorabilmente accresciuto l’interesse di questi ultimi a richiedere valute più stabili per i pagamenti delle forniture energetiche. Il rischio era assai concreto, a fronte dell’aumento del prezzo dell’oro da 35 a 42 dollari per oncia registrato tra il dicembre 1971 e il marzo 1973 in conseguenza del dissesto economico Usa. Se il 1971, anno in cui il presidente Nixon ripudiò unilateralmente gli accordi di Bretton Woods, si era concluso con un deficit della bilancia dei pagamenti di 30 miliardi di dollari e un incremento dell’offerta di moneta da parte della Federal Reserve del 10%, nel 1972 si registrò un’espansione della base monetaria dello stesso ordine accompagnata da un disavanzo da 10 miliardi di dollari.

La prospettiva della “detronizzazione” del dollaro indusse il cartello petrolifero statunitense a commissionare uno studio alla Chase Manhattan Bank volto all’individuazione di strade percorribili per superare le difficoltà vigenti. Ne scaturì l’Outlook for energy in the United States to 1985, all’interno del quale si prevedeva che la domanda petrolifera statunitense sarebbe aumentata da 14,7 a 30,2 milioni di barili al giorno nell’arco di un quindicennio, a fronte di un’offerta destinata a crescere soltanto da 11,6 a 15 milioni di barili al giorno. Sulla base di questi dati allarmanti, gli esperti della Chase Manhattan Bank affermarono che il mantenimento della sicurezza energetica degli Stati Uniti (da poco rivelatisi incapaci di soddisfare il fabbisogno energetico facendo esclusivo ricorso al proprio petrolio) dipendeva dalla profusione di notevoli risorse finanziare necessarie sia a spremere quantità maggiori di petrolio dai giacimenti in via di esaurimento, sia a rilevare altri pozzi da sfruttare in modo da rilanciare la produzione interna. Il problema, a loro avviso, andava ricercato negli eccessivi controlli vigenti sul mercato petrolifero statunitense, che lo provavano della capacità di raccogliere finanziamenti necessari alla messa a punto di tecniche estrattive all’avanguardia. «L’attuale carenza di energia – recita la relazione finale redatta dalla grande banca statunitense – riflette una prolungata carenza di capitali, non la mancanza di risorse energetiche in sé. I controlli suoi prezzi dovrebbero essere rimossi. Non semplicemente modificati, ma eliminati immediatamente e completamente. I prezzi di qualsiasi tipo di energia primaria dovrebbero inoltre poter rispondere alle forze economiche naturali e raggiungere qualunque livello sia necessario per assicurare rifornimenti adeguati».

Il documento della Chase Manhattan Bank apriva per la prima volta le porte a prospettive di crescita potenzialmente illimitata del prezzo del petrolio.

Scenari straordinariamente simili furono presi in esame nel corso del vertice del Bilderberg Club del 1973, presso l’isoletta svedese di Saltsjöbaden, cui presero parte i più illustri esponenti della politica e dell’imprenditoria statunitense ed europea (Lord Richardson e Lord Greenhill della British Petroleum, Robert O. Anderson della statunitense Atlantic Ritchfield Corporation, Eric Roll del gruppo Warburg, George Ball della Lehman Brothers, David Rockefeller della Chase Manhattan Bank, Emilio G. Collado della Standard Oil, George C. McGhee, Józef Retinger, Zbigniew Brzezinski, Henry Kissinger, Arthur Dean, Giovanni Agnelli ecc.). Argomento centrale della discussione: la necessità di ridefinire i rapporti tra Paesi produttori e consumatori di petrolio alla luce della scomparsa del Gold Exchange Standard. Nel corso delle discussioni, Walter Levy, portavoce della “delegazione” statunitense molto vicino al gruppo Rockefeller, spiegò che un forte aumento del prezzo del petrolio «avrebbe avuto pesanti contraccolpi sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi consumatori. Seri problemi si verrebbero inoltre a creare per effetto del contestuale accumulo senza precedenti di valuta pregiata da parte dei Paesi esportatori come l’Arabia Saudita e Abu Dhabi […]. È in corso un drastico cambiamento dei rapporti di forza e delle relazioni politiche e strategiche tra i produttori di petrolio, i Paesi consumatori in cui sono domiciliate le compagnie petrolifere internazionali e le imprese petrolifere nazionali sia dei Paesi esportatori che degli Stati costretti a importare petrolio per soddisfare il fabbisogno interno».

Al termine della riflessione, Levy ipotizzò un aumento del 400% delle rendite petrolifere a beneficio dei Paesi membri dell’Opec. La “profezia” non verteva tanto sull’elaborazione di misure atte a prevenire lo shock o quantomeno a mitigarne l’impatto, ma soltanto sulla gestione politica dei suoi effetti. Nell’ottica di Levy, l’aumento del prezzo del petrolio non avrebbe soltanto compensato la progressiva svalutazione del dollaro, ma anche spalancato allettanti prospettive di profitto dinnanzi a Wall Street. Nella fattispecie, l’enorme rivalutazione del petrolio si sarebbe tradotta per un verso nel peggioramento dei saldi delle bilance dei pagamenti dei Paesi industrializzati e dei Paesi in via di sviluppo sprovvisti di riserve energetiche e delle risorse necessarie a mitigare l’impatto devastante delle variazioni sui tassi di cambio. Per l’altro, in crescenti accumuli di riserve di valuta pregiata da parte dei Paesi produttori, riuniti in larga parte nell’Opec, cartello controllato alleati mediorientali alleate di Washington come l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran dello Shah. Dal punto di vista del sistema bancario statunitense, la chiave per ottenere il massimo beneficio dal colossale squilibrio tratteggiato da Levy consisteva nel far sì che i deficit dei Paesi importatori trovassero nei surplus degli esportatori di petrolio la loro fonte di finanziamento. Le funzioni di intermediazione legate alla canalizzazione dei fondi dai Paesi in surplus verso quelli in disavanzo sarebbero naturalmente ricadute sugli istituti di Wall Street, mentre le “sorelle” statunitensi del petrolio avrebbero beneficiato di flussi di cassa necessari a sostenere la messa a punto delle moderne tecniche di perforazione ed estrazione indicate dallo studio della Chase Manhattan Bank.

L’occasione d’oro per realizzare lo scenario prefigurato in occasione del vertice del Bilderberg Group di Saltsjöbaden si verificò a pochissimi mesi di distanza, sull’onda degli eventi verificatisi il 6 ottobre del 1973. In quel giorno, le truppe siriane presero d’assalto le linee di difesa israeliane stanziate nel Golan mentre l’esercito egiziano equipaggiato con armamento sovietico attraversava il Canale di Suez. Israele, impegnato nei festeggiamenti dello Yom Kippur, apparve sorpreso dall’attacco congiunto siro-egiziano nonostante l’offensiva fosse stata preceduta da evidenti segnali di profonda inquietudine provenienti dall’Egitto. Il presidente Anwar al-Sadat aveva espulso il personale tecnico sovietico ponendo fine a un’alleanza che aveva garantito al Paese aiuti di natura sia civile che militare, e successivamente organizzato manovre militari in prossimità della penisola del Sinai. Il Mossad e l’Aman avevano informato la premier Golda Meir della concreta prospettiva dell’aggressione e persino adombrato, gratificati dall’assenso dei generali Moshe Dayan, Israel Tal e David Elazar, la possibilità di sferrare un attacco preventivo, ma le loro raccomandazioni non furono accolte. Le forze siro-egiziane ne trassero vantaggio, colpendo duramente sia i caccia israeliani parcheggiati negli aeroporti, sia i reparti dell’Israeli Defense Force.

Alcuni analisti tendono a interpretare l’irrituale impreparazione militare manifestata da Israele in quell’occasione come una “passività imposta” dal segretario di Stato Kissinger, il quale minacciò il blocco dell’assistenza militare qualora Tel Aviv avesse sferrato un attacco preventivo.

Re Faysal, dal canto suo, aveva intimato a Washington che, in assenza di una sensibile alterazione dell’approccio statunitense rispetto alla questione palestinese, l’Arabia Saudita e gli alleati mediorientali si sarebbero spinti a dichiarare un embargo petrolifero nei confronti di tutti i Paesi che sostenevano Israele. Nell’ottica di Nixon e Kissinger, tuttavia, la minaccia saudita offriva la possibilità di tradurre in realtà il disegno strategico tratteggiato a Saltsjöbaden. Di qui la decisione di Kissinger, dotato di canali diplomatici diretti sia con l’ambasciatore israeliano a Washington Simcha Dinitz che con i vertici politici siriani ed egiziani, di presentare a ciascuna parte in causa una «raffigurazione deliberatamente falsata degli elementi critici relativi alla posizione degli altri soggetti, assicurandosi che i Paesi arabi imponessero l’embargo petrolifero». Così, nel momento in cui il fronte arabo sferrò l’offensiva, l’Arabia Saudita e i suoi alleati imposero il blocco degli approvvigionamenti di idrocarburi destinati agli Stati Uniti e all’Olanda – Rotterdam ospitava il principale porto petrolifero europeo. Con la supremazia aerea annullata dalla distruzione di oltre 200 caccia da parte degli eserciti nemici, Israele corse il serio rischio di capitolare, arrivando persino a valutare l’ipotesi di avvalersi dell’arma atomica.

Solo a quel punto gli Stati Uniti implementarono l’Operazione Nickel Grass, il ponte aereo (Operazione Nickel Grass) che garantì il trasferimento presso lo Stato ebraico di caccia, carri armati, munizioni e sistemi tecnologici di ultima generazione. Stando alle rivelazioni dell’ammiraglio Elmo R. Zumwalt, il dilazionamento dell’Operazione Nickel Grass scaturiva dalla volontà deliberata di Kissinger di «far sanguinare Israele quel tanto che bastava» per dissodare adeguatamente il terreno alla diplomazia del dopoguerra.

Di fronte alla controffensiva israeliana, scatenata grazie ai cruciali rifornimenti statunitensi, i ministri dell’Energia di Arabia Saudita, Kuwait, Abu Dhabi, Iraq, Iran e Qatar attuarono (16 ottobre) la strategia concordata presso l’hotel Hilton di Kuwait City, implicante un primo aumento del prezzo di riferimento del petrolio da 3,01 a 5,11 dollari al barile, e una seconda rivalutazione che sarebbe stata attuata l’anno successivo. Quando, il 18 marzo 1974, i Paesi arabi revocarono l’embargo agli Usa, il petrolio aveva già in toccato quota 11,65 dollari per barile, con un aumento complessivo del 400% circa – tra il 1949 e il 1970, il prezzo del petrolio viaggiava su una media di 1,90 dollari per barile. Gli artefici dell’embargo chiarirono inoltre che avrebbero ridotto immediatamente la produzione del 5% rispetto ai livelli di settembre, e provveduto a un ulteriore taglio del 5% per ogni mese, finché le forze israeliane non si fossero ritirate da tutti i territori occupati nel giugno del 1967 e non avessero riconosciuto i diritti del popolo palestinese. In realtà, la Guerra dello Yom Kippur rappresentò il pretesto di cui i produttori arabi si servirono per stimolare una rivalutazione del petrolio che compensasse la devastante svalutazione del dollaro e mantenere così inalterati i propri introiti.

Nel 1974, i Paesi capitalisticamente avanzati registrarono un deficit commerciale pari all’inaudita cifra di 35 miliardi di dollari, associato a un’ondata di fallimenti aziendali, all’aumento della disoccupazione e alla crescita incontrollata dell’inflazione. In appena un anno di recessione, la produzione industriale diminuì del 10%, mentre il commercio internazionale subì un crollo del 13%.

Anche Stati Uniti subirono contraccolpi significativi. Entrarono ufficialmente in recessione nel novembre 1973 e uscendovene soltanto nel marzo 1975. Il Dow Jones subì un crollo del 36% dal 31 ottobre 1973, subito dopo la Guerra dello Yom Kippur, al 30 settembre 1974. Ancora nel 30 settembre 1982, l’indice non era ancora tornato ai livelli toccati alla vigilia del conflitto. L’impennata del prezzo del petrolio, foriera di inflazione incontrollata, costrinse inoltre i comparti manifatturieri nazionali a licenziare decine di migliaia di lavoratori.

L’impatto devastante dalla stagflazione avrebbe indotto l’amministrazione Nixon a prendere in esame misure particolarmente drastiche. Lo rivela il finanziere James Rickards, che all’epoca collaborava assieme al professor Robert W. Tucker dell’American Foreign Policy Institute e con Hemut Sonnenfeldt, fidatissimo consigliere di Henry Kissinger. Secondo Rickards, i tre si riunirono nel febbraio 1974 in una sala della Casa Bianca per discutere «una possibile invasione dell’Arabia Saudita. L’idea era quella di mettere in sicurezza i giacimenti petroliferi, estrarre petrolio a sufficienza per soddisfare il fabbisogno occidentale e giapponese e fissarne il prezzo a livelli sufficientemente moderati da evitare di minare la fiducia nel dollaro. Gli arabi avevano imposto un congelamento volontario dei prezzi del petrolio il 7 gennaio 1974 e avevano formalmente posto fine all’embargo petrolifero il 17 marzo 1974. Sembravano rendersi conto che il colossale danno economico inflitto agli Stati Uniti avrebbero potuto portarli sull’orlo della guerra: esattamente lo scenario di cui avevamo discusso con Sonnenfeldt alla Casa Bianca. I rapporti erano ancora tesi e il danno economico causato dagli aumenti dei prezzi del 1973 era ancora in corso. Il blocco temporaneo dei prezzi non era sufficiente. Gli Stati Uniti avevano bisogno di una soluzione permanente alla minaccia rappresentata dall’arma petrolifera araba».

La ricostruzione formulata da William Engdahl, sulla base delle confidenze resegli dallo sceicco Yamani, delinea uno scenario molto diverso. A suo avviso, le rivalutazioni del prezzo del petrolio imposte dai Paesi produttori del Medio Oriente erano state fortemente caldeggiate dallo Shah, bisognoso della liquidità necessaria a sostenere il robusto piano di riarmo iraniano che era stato concordato con Nixon e Kissinger nel 1972. Nel dicembre del 1973, quando la Guerra dello Yom Kippur era ormai terminata, re Faysal inviò Yamani a Teheran con l’incarico di ottenere dallo Shah spiegazioni in merito alla sua campagna di pressioni sull’Opec volta a incrementare il prezzo del petrolio del 400%, alla luce del colpo micidiale alla crescita economica mondiale e del deterioramento dei rapporti con i Paesi industrializzati che ne sarebbero derivati. Con grande disinvoltura, Pahlavi avrebbe confidato a Yamani di riferire a Faysal che per ottenere una risposta era necessario interpellare Henry Kissinger. L’Iran, per giunta, fu l’unico Paese produttore del Medio Oriente a non aderire dell’embargo, continuando a rifornire di petrolio sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna.

Nel qual caso, la linea d’azione seguita da Nixon e Kissinger assumerebbe le fattezze di un vero e proprio gioco al massacro contro gli alleati in Europa ed Estremo Oriente, costretti a scaricare sul consumatore finale il rincaro vertiginoso degli input energetici ordito da Washington in accordo con i produttori arabi di petrolio. Nel 1974, i Paesi capitalisticamente avanzati registrarono un deficit commerciale pari all’inaudita cifra di 35 miliardi di dollari, associato a un’ondata di fallimenti aziendali, all’aumento della disoccupazione e alla crescita incontrollata dell’inflazione. In appena un anno di recessione, la produzione industriale diminuì del 10%, mentre il commercio internazionale subì un crollo del 13%. Nonostante i pesanti contraccolpi subiti anche dagli Usa, il Paese registrò comunque un aumento dei consumi energetici del 20% a fonte di un crollo del 25% accusato a livello planetario, mentre il volume degli investimenti esteri effettuati dalle multinazionali statunitensi passò da 7,5 a 14,2 miliardi di dollari nell’arco del quinquennio 1970-1975. Senza contare l’impatto sui bilanci di Big Oil, che nel solo 1974 beneficiò di un incremento dei profitti del 71% a fronte di un aumento del volume delle vendite del 10%.

Se Europa e Giappone coprivano una quota assai ragguardevole del proprio fabbisogno energetico tramite approvvigionamenti mediorientali, gli Usa si rifornivano prevalentemente da Canada, Messico e Venezuela e dipendevano dalle importazioni petrolifere per una quota minoritaria del consumo interno. All’atto pratico, «l’approvvigionamento era sicuro. La bolletta energetica sarebbe stata certo più salata, ma la stampa di dollari era un modo relativamente conveniente per affrontare il problema, almeno nell’immediato, compensando in carta ciò che gli altri Paesi consumatori dovevano compensare con aumenti delle esportazioni, riduzione dei consumi e indebitamento. Vi era forse della supponenza nelle parole di Kissinger, quando ricordava ai ministri degli altri Paesi occidentali che, pur pagando dei costi, dal punto di vista strettamente economico gli Stati Uniti avrebbero potuto superare le difficoltà anche contando solo sulle proprie forze. Ciò garantiva alla diplomazia statunitense un più ampio margine di manovra sia rispetto al conflitto arabo-israeliano, sia rispetto alla stessa questione dello shock petrolifero».

La quadratura del cerchio fu completata nel giugno del 1974, quando il segretario al Tesoro William Simon si recò a Jedda per “ritoccare” l’intesa che il presidente Roosevelt e re Abdulaziz “Ibn” al-Saud avevano raggiunto il 14 febbraio 1945, a bordo dell’incrociatore Uss Quincy in navigazione nel Grande Lago Amaro del Canale di Suez. L’accordo conferiva alle compagnie energetiche statunitensi gravitanti attorno all’orbita della Standard Oil – che già controllavano la totalità dei pozzi in Venezuela – i diritti esclusivi per lo sfruttamento delle risorse petrolifere saudite, in cambio della protezione militare del regno e dell’appoggio politico alla famiglia al-Saud. Scrive in proposito lo specialista William Engdahl: «Roosevelt aveva vissuto abbastanza a lungo da assicurare ai Rockefeller un vantaggio inestimabile – diritti esclusivi su tutto il petrolio saudita per i loro partner dell’Aramco […]. La decisione di incorporare ufficialmente le ricchezze petrolifere saudite nello spettro degli interessi nazionali statunitensi appariva tanto più stupefacente se si considera che, negli anni ’40, il Paese era autosufficiente dal punto di vista energetico. Quando, nel 1948, fu scoperto il più grande giacimento petrolifero al mondo presso la località saudita di Ghawar, gli Stati Uniti ebbero modo di consolidare la propria supremazia petrolifera ed esercitarla per controllare l’economia mondiale. Il petrolio stava infatti diventando la risorsa energetica essenziale per la crescita economica, e le compagnie energetiche statunitensi di proprietà dei Rockefeller avrebbero rafforzato così la propria presa sul nuovo ordine postbellico».

L’aggiornamento della vecchia intesa del 1945 contemplava anzitutto il “ridimensionamento” dell’indisciplinato Faysal (nominato “uomo dell’anno” del 1974 dalla rivista «Time»), diventato fonte di grande preoccupazione per Washington a causa del sostegno che accordava all’Olp di Yasser Arafat e alla propensione alla diversificazione degli investimenti (incentrati soprattutto su marchi e yen) che l’Arabia Saudita stava manifestando sotto la sua guida. Soprattutto, il sovrano saudita si era spinto a valutare l’ipotesi di sottoporre all’attenzione dei Paesi membri dell’Opec la proposta di fissare il prezzo del petrolio in once d’oro in un’ottica di protezione dal declino apparentemente inarrestabile del dollaro.

L’accomodamento proposto da Simon a Faysal nel corso della visita era tanto semplice nella forma quanto dirompente per i suoi effetti a breve, medio e lungo termine. I sauditi avrebbero accettato di fissare il prezzo del petrolio in dollari e di reinvestire i relativi proventi nell’acquisto di titoli del Tesoro statunitensi e in depositi in eurodollari presso banche statunitensi. Come contropartita, gli Stati Uniti avrebbero adottato misure di stabilizzazione del dollaro, e fornito all’Arabia Saudita appoggio politico, protezione militare e sistemi d’arma avanzati. Il circuito bancario statunitense si sarebbe occupato di riciclare i petrodollari sauditi sotto forma di crediti verso i Paesi in via di sviluppo, che grazie all’assistenza finanziaria ricevuta avrebbero incrementato le importazioni dalla “triade capitalistica” Stati Uniti-Europa-Giappone. La crescita globale ne avrebbe risentito positivamente, così come la domanda globale di petrolio e, a ricasco, lo status internazionale del dollaro.

Nel nuovo scenario contrassegnato dal “superamento” del Gold Exchange Standard, le Banche Centrali dei Paesi appartenenti alla “triade capitalistica” subivano pesanti incentivi a incrementare gli investimenti negli Usa per sostenere il corso del dollaro e preservare la competitività delle proprie merci sull’imprescindibile mercato statunitense. La dipendenza dall’export che accomunava le economie riunite all’interno dello schieramento atlantico le obbligava, come recita una lucida analisi redatta dagli economisti della Federal Reserve di St. Louis, «ad approvvigionarsi quantità crescenti di dollari nel tentativo di mantenere tassi di cambio vantaggiosi», attivando un meccanismo che di fatto consentiva agli Usa di finanziare il crescente disavanzo di bilancio mediante l’accumulo di sempre più pesanti deficit nella bilancia dei pagamenti. Si stima che, tra il 1968 e il 1973, le Banche Centrali straniere abbiano acquistato titoli di Stato Usa per un ammontare complessivo di 42 miliardi di dollari, a fronte di un incremento del debito pubblico netto statunitense di 47 miliardi di dollari registrato entro il medesimo arco temporale. «Il forte incremento della domanda estera di titoli a breve termine emessi dal governo degli Stati – si legge ancora nel documento – ha determinato un netto abbassamento dei rendimenti rispetto al passato […], nonostante gli Stati Uniti occupino posizioni pesantemente deficitarie».

Questo nuovo sistema sovvertiva il classico meccanismo di aggiustamento della bilancia dei pagamenti, che per secoli aveva costretto le nazioni a innalzare i tassi di interesse per richiamare capitali stranieri necessari a finanziare i disavanzi. Il pesante contributo straniero al finanziamento del deficit Usa stornò per di più l’attenzione di banche e investitori statunitensi dai titoli di Stato verso azioni, obbligazioni societarie e prestiti ipotecari ad alto rendimento. Le cospicue trasfusioni di denaro posero le imprese statunitensi nelle condizioni di rilevare agevolmente aziende straniere in cambio di dollari che le Banche Centrali estere riciclavano in titoli del Tesoro Ua, incrementandone il prezzo e abbattendone i rendimenti.

D’altro canto, gli alti profitti garantiti dallo shock avrebbero garantito alle compagnie petrolifere Usa la possibilità di finanziare l’implementazione di una serie di estrazioni off-shore nelle acque territoriali dell’Alaska e del Mare del Nord, il cui petrolio si candidava ad alleggerire la dipendenza dell’Europa dai rifornimenti sovietici.

Di primo acchito, tuttavia, le dimissioni di Nixon sulla scia del “caso Watergate” incrementarono le già consistenti titubanze saudite, procrastinando l’attuazione dell’intesa, e quindi della recessione, per tutto il 1974. A quel punto, rivela Rickards, Kissinger ritenne che fosse ormai giunto il momento di «mandare un messaggio ai sauditi. Era ora di giocare duro». Il 1° gennaio del 1975, la rivista «Commentary» pubblicò un editoriale a firma del professor Tucker, uno degli ideatori del piano di invasione dell’Arabia Saudita. Nel pezzo, intitolato Oil: the issue of American intervention (Petrolio: la questione dell’intervento americano), Tucker riproponeva per filo e per segno lo scenario delineato a porte chiuse assieme a Sonnenfeldt e Rickards, La fattibilità dell’intervento militare dipendeva secondo Tucker dalla capacità degli Stati Uniti di assumere il controllo di «un’area relativamente ristretta che contenga una porzione sufficiente dell’attuale produzione mondiale di petrolio e delle riserve accertate», così da «infrangere l’attuale struttura dei prezzi e smembrare politicamente ed economicamente il nucleo del cartello Opec». L’unica zona adatta allo scopo «si estende dal Kuwait, lungo la regione costiera dell’Arabia Saudita, fino al Qatar. È questa fascia costiera per lo più poco profonda, lunga meno di 400 miglia, a coprire il 40% dell’attuale produzione Opec e a ospitare le maggiori riserve accertate al mondo».

A quanti ritenevano impercorribile la strada dell’invasione, sostenendo che l’Arabia Saudita avrebbe distrutto preventivamente le infrastrutture petrolifere presenti in loco prima che gli Stati Uniti potessero assumerne il controllo, con conseguenti carenze negli approvvigionamenti mondiali, Tucker replicò:  «l’ipotesi di una distruzione sistematica, dai pozzi ai terminali, è realistica? La portata della distruzione comunemente immaginata evoca quella provocata dalle forze tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale, durante il loro ritiro sul fronte orientale. Gli arabi farebbero lo stesso? C’è poco nel loro comportamento passato che lo lasci supporre». Secondo Tucker, l’impatto delle distruzioni deliberate degli impianti sauditi avrebbe avuto un effetto limitato e provocato strozzature sul lato dell’offerta petrolifera per tre o quattro mesi al massimo.

Raccomandò quindi l’accumulo di adeguate riserve strategiche da parte delle nazioni occidentali, e una buona dose di sangue freddo. In fondo, sosteneva Tucker, l’Arabia Saudita era imprigionata nel circuito del dollaro. Anche se avesse continuato a imporre prezzi altissimi, i suoi introiti derivanti dall’export di petrolio sarebbero inesorabilmente stati indirizzati in asset denominati in valuta statunitensi, quali titoli di Stato o depositi in eurodollari. Gli Stati Uniti, per di più, avrebbero potuto dichiararsi deliberatamente inadempienti rispetto ai loro obblighi finanziari, o addirittura espropriare i beni sauditi. In un modo o nell’altro, Riad doveva eliminare le remore residue e implementare quanto pattuito a Jedda tra Simon e Faysal. Pena, la distruzione militare e/o finanziaria del regno.

Il 12 gennaio, il «Chicago Tribune» indicò su una mappa geografica l’area di invasione a cui faceva riferimento Tucker, focalizzando l’analisi sulla serietà della “minaccia di Kissinger”.

Faysal si piegò al diktat, riuscendo soltanto a ottenere che gli acquisti di Treasury Bond rimanessero “strettamente segreti”. Occorreva evitare, sostenevano le autorità di Riad, che il regno venisse percepito in tutto il mondo arabo come un finanziatore indiretto di Israele, il quale riceveva regolarmente aiuti economici e militari da Washington. Lo si ricava dal contenuto di un dispaccio diplomatico scovato negli archivi nazionali Usa dagli stessi giornalisti di «Bloomberg», secondo cui, al maggio 2016 i sauditi detenevano bond statunitensi per ben 117 miliardi, ma in realtà è praticamente certo che custodissero una fetta assai sostanziosa di titoli presso centri off-shore come Euroclear o le Isole Cayman.

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Lo Yuan “dorato” cinese metterà fine al monopolio del dollaro statunitense https://strategic-culture.su/news/2026/01/01/lo-yuan-dorato-cinese-mettera-fine-al-monopolio-del-dollaro-statunitense/ Thu, 01 Jan 2026 10:31:01 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889762 Lo “yuan dorato” diventerà una seconda ancora globale duratura, non sostituendo il dollaro, ma ponendo fine al suo monopolio: il vero significato dell’Operazione Militare Speciale.

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Tra nuovi tagli dei tassi, tensioni geopolitiche e una sfiducia verso gli asset tradizionali, la corsa ai beni rifugio si è trasformata in una competizione storica.

Il protagonista indiscusso del 2025 è stato l’oro, che giorno dopo giorno polverizza record che sembravano irraggiungibili.

I futures con consegna a febbraio hanno toccato nei giorni scorsi quota 4.583,20 dollari l’oncia, un livello che porta il guadagno dall’inizio dell’anno a superare il 72%. Si tratta della migliore performance annuale dal lontano 1979, quando la crisi petrolifera e l’inflazione galoppante spinsero gli investitori tra le braccia del metallo giallo.

Ma cosa alimenta questa ascesa apparentemente inarrestabile?

Le forze in campo sono multiple e potenti.

In primis, l’allentamento monetario della Federal Reserve Bank statunitense, che ha avviato un ciclo di tagli per sostenere un’economia che mostra segni di affaticamento.

Soldi a buon mercato tradizionalmente favoriscono gli asset non fruttiferi come l’oro, e anche l’argento ha registrato quest’anno una performance importante, +149%, vista anche la recente classificazione negli Stati Uniti come “minerale critico”.

Poi un aumento dei rischi geopolitici, tra cui le mosse di Washington per bloccare le petroliere venezuelane, coinvolgendo anche alcune imbarcazioni non inserite nella lista delle sanzioni.

A questo si unisce la domanda delle banche centrali di tutto il mondo, che per il terzo anno consecutivo hanno acquistato oltre mille tonnellate d’oro. Oggi esse detengono più lingotti che titoli del Tesoro statunitense, un ribaltamento storico che racconta di una ricerca di autonomia e di una diversificazione lontana dal dollaro.

Il processo di de-dollarizzazione è infatti il sottofondo strategico di questo movimento. Paesi come Cina, Russia e diverse nazioni emergenti stanno riducendo l’esposizione alla valuta statunitense, percepita come sempre più debole.

In un mercato gonfio di capitali e di ottimismo tecnologico, molti fiutano il pericolo di una nuova bolla e cercano il porto sicuro per eccellenza.

Nel mese di novembre la Cina ha nuovamente superato il suo record di acquisto di oro dalla Russia, acquistando il metallo prezioso per un valore di 961 milioni di dollari (dai 930 milioni del mese precedente) e gli analisti ipotizzano che la Cina possa presto annunciare riserve auree molto più ampie di quelle dichiarate.

La geopolitica, sempre più presente negli ultimi anni anche nel mondo finanziario, mette alla prova l’ordine monetario internazionale: Pechino lancerà uno yuan offshore legato all’oro per la ridenominazione dei suoi scambi commerciali.

Il dollaro rimarrà un re, ma non il re, mentre il multipolarismo valutario si affermerà nel 2026.

La Cina sorprenderà il mondo annunciando riserve auree verificate molto più grandi di quanto precedentemente reso noto, sufficienti a superare le riserve ufficiali degli Stati Uniti[1].

Poco dopo, Pechino farà una mossa ancora più importante: dichiarerà che lo yuan offshore (CNH) è ora parzialmente garantito dall’oro. In pratica, questo significa che i detentori possono riscattare CNH in oro fisico consegnabile a un tasso di conversione ufficiale che implica un cambio USD/CNH di circa 5,00, uno storico rafforzamento graduale della valuta cinese dai livelli vicini a 7,00 prima dell’annuncio.

Questo “yuan dorato” trasformerà i caveaux di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong (le cui borse potrebbero poi essere unificate) nel centro di un nuovo sistema monetario globale, offrendo qualcosa che il mondo non vedeva da decenni: una valuta legata a una riserva tangibile piuttosto che a semplici promesse governative.

Lo yuan dorato significa una minore dipendenza dai rating creditizi, dalle politiche delle banche centrali e dai rischi geopolitici, offrendo ai Paesi un modo per commerciare e accumulare valore senza dipendere dai sistemi finanziari occidentali.

La Cina implementerà lo yuan dorato con cautela.

Inizialmente, lo yuan garantito dall’oro sarà disponibile solo offshore (Hong Kong, Singapore), mentre lo yuan onshore rimarrà gestito. Il sistema verrà lanciato come un paniere ancorato all’oro ma integrato con altre attività di riserva come obbligazioni e materie prime statunitensi per attenuare la volatilità. Una volta che i regolari audit di terze parti confermeranno che le riserve auree della Cina corrispondono alle promesse, la fiducia nel nuovo sistema crescerà. A quel punto, la Cina passerà alla piena convertibilità, consentendo il riscatto on-demand di CNH in oro entro limiti giornalieri stabiliti.

Per coinvolgere altri Paesi, la Cina offrirà linee di swap oro-yuan ai produttori di petrolio del Golfo Persico e alle banche centrali dell’ASEAN e lancerà contratti su petrolio e rame liquidabili in oro.

I Paesi partner potranno fatturare in CNH e scegliere l’oro fisico per la consegna, il che li aiuta a commerciare senza utilizzare dollari statunitensi. La maggior parte, probabilmente, sceglierà invece semplicemente di detenere obbligazioni cinesi denominate in CNH, che sono più convenienti e offrono una cedola ridotta.

Con la crescente fiducia nel sistema, sempre più scambi di energia e materie prime si sposteranno verso lo yuan dorato. Investitori e detentori di riserve ridurranno le partecipazioni in titoli del Tesoro statunitensi, il dollaro si indebolirà mentre la sua quota nelle riserve globali diminuirà di 1/3.

L’impatto sul mercato previsto da Saxo Bank: l’oro supererà i 6.000 USD, il cambio USD/CNH scenderà sotto i 5,0, i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi aumenteranno comunque grazie alle vendite estere.

Lo “yuan dorato” diventerà una seconda ancora globale duratura, non sostituendo il dollaro, ma ponendo fine al suo monopolio: il vero significato dell’Operazione Militare Speciale.

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[1] Saxo Bank, Outrageous Predictions 2026, 20 dicembre 2025.

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Europe’s ambitions vs. sobering reality: What the numbers reveal https://strategic-culture.su/news/2025/12/19/europes-ambitions-vs-sobering-reality-what-the-numbers-reveal/ Fri, 19 Dec 2025 14:55:55 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889522 By Emir HADZIKADUNIC

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Europe confronts a sobering loss of global power as its economic, military and technological influence wanes. Once a model of integration and prosperity, the EU now trails the United States and China economically, while India and ASEAN rapidly close the gap. Without visionary leadership, Europe risks becoming a spectator in a multipolar world it helped create.

On October 16, the Jacques Delors Friends of Europe Foundation held a conference under the motto “Europe matters: now or never,” underscoring both the EU’s relevance and the urgency of the moment.

Just a month earlier, the current President of the European Commission, Ursula von der Leyen, had called for Europe’s “Independence moment,” warning: “Battle lines for a new world order based on power are being drawn right now.” Yet when the EU looks squarely into the geopolitical mirror it so often avoids, what does it see? How does it measure up against the great powers shaping the twenty-first century, the United States, China, Russia and India?

In the year marking the centenary of visionary European architect Jacques Delors, the answer is stark. The numbers are unambiguous, and what they reveal is sobering: Europe’s share of global power has long been in decline, and it continues to shrink rapidly.

Europe’s decline relative to China, Russia and India

When Delors became President of the European Commission in 1985, the combined Gross National Product of the European Community was around ten times larger than China’s. Today, the two economies are roughly equal in size, and within the next 25 years, Europe’s economy is projected to be only half the size of China’s.

This is not merely the story of an “old economy” losing ground; it reflects profound transformations in regulatory agility, innovations, digital sovereignty and the very architecture of the global order. Kishore Mahbubani, Singapore’s veteran diplomat, scholar and member of the American Academy of Arts and Sciences, calls it an unprecedented structural shift, something the world has not witnessed in 2,000 years.

Russia tells a different but equally revealing story. Its economy cannot be compared to the European economy as a whole; it is roughly equivalent to a single major European economy, such as Italy. Yet long-term dynamics are not promising for the EU either.

In 2000, Italy’s nominal GDP was four times larger than Russia’s. Today, they are neck and neck. Even more concerning is that European defense capabilities are falling behind those of Russia. Russian military expenditure is rising so rapidly that, when measured in purchasing power parity terms, it now exceeds the combined defense spending of all European countries, despite their efforts to boost budgets and rearm.

The troubling dynamics of the EU’s relative decline are equally apparent with India. In 2000, France’s economy ($1.36 trillion) was three times larger than India’s ($468 billion). Today, it is smaller. The economy of the United Kingdom, then still a member of the EU, was nearly four times larger than India’s, but it has now fallen behind.

In just a quarter-century, India has overtaken both France and the UK — a worrying trend for two permanent members of the UN Security Council. This raises an increasingly pressing question: as their relative power declines, how much longer can France and the United Kingdom retain their privileged status in the UN?

Across Southeast Asia, the Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) bloc of ten countries has set itself up to become the world’s fourth-largest economy, driven by integration, demographics and trade agility. In 2000, Germany’s economy was three times larger than ASEAN’s; today, they are roughly the same size, and by 2050, Germany is expected to be only half as large.

The projected growth for ASEAN in 2024 is 4.6%, significantly outpacing the EU’s growth rate. If the current trends continue, their economies could be on par within the next 40 years. Ironically, Europe, once the model of regional integration, is now watching others perfect its own idea.

In America’s shadow

The story of the EU–US relationship is one of symbols and numbers, of political dependence and growing economic imbalance. They enjoy a special political and security relationship, yet they remain economic competitors. In that competition, the EU once held the upper hand: in 2008, its economy was nearly $2 trillion larger than the US’s. Today, the EU’s economy has shrunk to roughly two-thirds the size of America’s, with the US now boasting a nominal GDP around $10 trillion higher.

On a per capita basis, Europeans now produce roughly half as much as Americans ($46,000 versus $89,000). Europe’s defense industry, too, depends heavily on American technology and equipment. Nearly 80% of European military procurement goes to foreign suppliers, with EU countries still relying on the US for software, strategic enablers and major platforms.

The imbalance is not only material but symbolic. In what many described as an embarrassing display of subservience, European leaders, including British Prime Minister Keir Starmer, Italian Prime Minister Giorgia Meloni, German Chancellor Friedrich Merz, French President Emmanuel Macron, Finnish President Sauli Niinistö, European Commission President Ursula von der Leyen and North Atlantic Treaty Organization (NATO) Secretary-General Mark Rutte, sat around US President Donald Trump in the White House “like schoolchildren.”

Even Arab and Muslim states reportedly avoided such optics during Gaza truce negotiations. The Independent called it an image of “unruly schoolchildren,” while American commentator Benny Johnson dubbed it “the single most powerful image of 2025.” To cap it all, NATO’s Secretary-General reportedly referred to Trump as “daddy.”

And now, “daddy” has imposed a new transactional strategy for Europe and Ukraine — no more aid, only arms sales. European allies are now expected to buy arms from the US to sustain Ukraine’s defense. From Berlin to Tallinn, capitals are pledging purchases. Cynics could argue that Washington’s strategy risks not only fighting Russia to the last Ukrainian, but also draining Europe to the last euro.

Searching for a new Delors

Three decades after Jacques Delors defined Europe’s purpose, that purpose is faltering. The United States sets its security agenda. China and India define the scale of global growth. Russia dictates the pace of rearmament and challenges the European security order. ASEAN demonstrates what dynamic regionalism can achieve.

In the current digital realm, China commands WeChat, TikTok and a market of over three billion users in Asia, while the United States leverages Silicon Valley, Elon Musk and unmatched global reach. Overregulated Europe, by contrast, has little digital sovereignty and struggles to turn regulation into global innovation.

Reversing this decline will require greater European sovereignty, stronger leadership and a rediscovery of Europe’s soul. Mario Draghi, former Italian Prime Minister and former President of the European Central Bank, warns in his report that the EU must increase annual investments by €800 billion ($930.9 billion), reduce bureaucracy and curb its digital dependence.

Delors guided, strengthened and united Europe as the world shifted from a bipolar to a unipolar order. But who, today, in Europe, can navigate the rougher seas of an emerging multipolar world?

Original article:  www.fairobserver.com

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Il dollaro, i BRICS e il nuovo sistema finanziario da costruire https://strategic-culture.su/news/2025/12/18/il-dollaro-i-brics-e-il-nuovo-sistema-finanziario-da-costruire/ Thu, 18 Dec 2025 15:30:51 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889493 L’avanzata della de-dollarizzazione e l’incertezza dei mercati occidentali hanno creato una situazione favorevole alla sperimentazione di alternative al cosiddetto “vecchio ordine”.

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Il problema che non è più un problema

Parliamo di BRICS+ e di moneta. L’incedere della de-dollarizzazione, l’incertezza dei mercati occidentali che sono passati ad una “economia di guerra”, ha creato una situazione favorevole alla sperimentazione delle alternativa al cosiddetto “vecchio ordine”.

Se ripercorriamo i due recenti anni di attività molto intensa da parte dei BRICS, l’argomento centrale del gruppo nel 2024 è stato individuato nella percepita disfunzionalità dell’assetto dominato dal dollaro, effetto derivante da due fattori distinti:

  1. a) la trasformazione del dollaro e dell’architettura occidentale dei pagamenti transfrontalieri in strumenti di pressione geopolitica;
  2. b) le fragilità dell’economia degli Stati Uniti, il Paese che emette la valuta internazionale egemone.

Per quanto riguarda il primo elemento, è indubbio che la tendenza degli Stati Uniti e dei loro alleati a impiegare le proprie valute e i propri sistemi finanziari come armi geopolitiche – ostacolando gli Stati considerati ostili o non collaborativi per perseguire obiettivi nazionali – finisca per minare inevitabilmente la fiducia nelle istituzioni e nei meccanismi che essi stessi hanno creato e che controllano. Più la “strumentalizzazione” valutaria viene portata avanti, minore è la fiducia che l’ordine fondato sul dollaro riesce a ispirare. E la fiducia è sempre essenziale per la tenuta di istituzioni monetarie e finanziarie. Non solo i Paesi direttamente presi di mira soffrono le conseguenze delle sanzioni, ma anche gli altri Stati che commerciano o desiderano commerciare con essi, laddove quest’ultimi subiscono le cosiddette sanzioni secondarie, reali o potenziali. L’importanza di tali sanzioni secondarie cresce con il numero e il peso dei Paesi sottoposti alle sanzioni primarie da parte dell’Occidente, nonché con la dimensione, effettiva o potenziale, del loro interscambio con le nazioni sanzionate.

Il secondo fattore, sebbene meno immediato, riveste comunque un ruolo rilevante nel chiarire l’indebolimento dell’attuale ordine internazionale. La questione è di natura macroeconomica: la fiducia in una valuta dipende dalla fiducia nella politica fiscale, monetaria e finanziaria del Paese che la emette. Oggi, i fondamentali macroeconomici degli Stati Uniti non sono più quelli di un tempo. Gli americani continuano a predicare rigore, ma non lo applicano più. Per cominciare, la politica fiscale è fuori controllo: il debito pubblico cresce continuamente in rapporto al PIL, nonostante il fatto che, per molti anni, la Federal Reserve abbia mantenuto bassi sia i tassi d’interesse a breve che a lungo termine, al prezzo di una forte espansione della base monetaria. Con tali tassi relativamente contenuti sul debito, spesso negativi in termini reali, i saldi primari necessari a stabilizzare il rapporto debito/PIL non sarebbero irraggiungibili. Tuttavia, il sistema politico statunitense non riesce a produrre nemmeno surplus minimi, neppure in fasi di piena crescita economica. Di conseguenza, il debito aumenta rapidamente e non si intravede alcun limite all’incremento del rapporto debito/PIL o debito/entrate pubbliche.

In parte, tali disavanzi possono essere coperti creando moneta a costo quasi nullo, come accade in tutti i Paesi che emettono la propria valuta. Gli Stati Uniti godono infatti dei privilegi derivanti dal ruolo storico del dollaro come principale moneta internazionale. La quantità di dollari e titoli del Tesoro che può circolare è ampliata dalla domanda estera costante di attività finanziarie statunitensi. Questo spiega la ferma opposizione americana a qualsiasi iniziativa che possa indebolire lo status internazionale del dollaro. Perfino il tentativo di rafforzare i Diritti Speciali di Prelievo (SDR), la valuta multilaterale del FMI, è ostacolato dal ricorso – o dalla minaccia di ricorrere – al potere di veto statunitense previsto dagli Statuti dell’istituzione. Gli USA resistono persino alla proposta, tutto sommato limitata, di conferire un ruolo leggermente più ampio alla moneta di un organismo che essi stessi dominano.

I BRICS tentano l’alternativa

Negli ultimi anni, i BRICS hanno attirato una crescente attenzione internazionale come possibile fonte di alternative agli attuali assetti monetari e finanziari, considerati fragili e politicamente sbilanciati. Ciò non sorprende: da quale altra area potrebbero emergere tali alternative? Il resto dell’Occidente non ha né l’autonomia né la capacità necessarie per mettere in discussione l’egemonia statunitense. Persino l’euro, che nei primi anni Duemila sembrava destinato a diventare un rivale del dollaro, non ha mantenuto tali promesse. Esso occupa una posizione subordinata nel sistema dominato dal dollaro, così come l’Unione europea rimane subalterna agli Stati Uniti nella politica internazionale – come dimostra l’allineamento delle autorità europee nell’applicare ai beni russi denominati in euro le stesse severe misure straordinarie imposte agli asset in dollari. Il Regno Unito è ancora più vicino agli Stati Uniti, senza mai discostarsi dalla “relazione speciale” con Washington; il vecchio detto continua a valere: la Manica è più larga dell’Atlantico. Quanto al Giappone, dal secondo dopoguerra non ha mai posseduto – e difficilmente potrà acquisire nel prossimo futuro – il peso politico per agire come forza monetaria autonoma; i suoi margini sono forse persino più ristretti di quelli europei. Gli altri Paesi ad alto reddito sono troppo piccoli per rappresentare alternative credibili.

L’euro, la sterlina, lo yen e le valute minori del blocco occidentale non possono competere con il dollaro e resteranno strumenti sostanzialmente subordinati. È quindi naturale che i BRICS, e in particolare la Cina, siano considerati la principale – se non l’unica – possibile fonte di alternative al sistema monetario e finanziario attuale, giudicato inadeguato. I BRICS hanno la massa critica e l’interesse strategico per cercare nuove soluzioni. Il resto del cosiddetto Sud globale non può realisticamente giocare un ruolo di rottura, anche se potrà partecipare a iniziative dei BRICS, specialmente come membri o partner.

Per la sua dimensione economica e la rapidità del suo sviluppo, la Cina rappresenta un caso a sé. Se i BRICS non dovessero agire congiuntamente, Pechino potrebbe comunque continuare a rafforzare gradualmente il ruolo della propria valuta e delle proprie istituzioni come alternative al dollaro e all’ordine che ne deriva.

La presidenza russa dei BRICS ha rappresentato un’occasione per verificare se queste diffuse aspettative sul gruppo trovassero conferma. In effetti, Mosca ha cercato di avanzare sul terreno monetario e finanziario – pur con risultati eterogenei. Il lavoro si è sviluppato lungo due direttrici. Da un lato, è stato istituito un gruppo di esperti incaricato di supportare la presidenza russa sulle questioni monetarie e finanziarie internazionali. Una delle idee prese in considerazione era la creazione di una nuova unità di conto, costruita come un paniere di valute dei Paesi BRICS, con pesi proporzionati alla dimensione economica relativa di ciascuno. Si tratta di un concetto non nuovo e tecnicamente semplice: una sorta di unità di conto analoga ai DSP del FMI, il cui valore oscillerebbe in base alla media ponderata delle variazioni esterne delle valute BRICS incluse nel paniere. Questa unità di conto potrebbe fungere da strumento transitorio in vista di una futura valuta di riserva. Tuttavia, né nel gruppo né tra i governi BRICS è emerso un accordo chiaro su tale proposta.

Ancora più rilevante è stata la seconda direttrice di lavoro, poiché il governo russo ha puntato in modo specifico su un elemento dell’ordine monetario internazionale: l’infrastruttura dei pagamenti transfrontalieri. L’architettura attualmente in uso, inclusa la rete SWIFT, soffre tanto della sua crescente strumentalizzazione geopolitica da parte dell’Occidente quanto di tecnologie e prassi ormai superate, che rendono i trasferimenti internazionali lenti e onerosi. La Russia ha presentato una proposta articolata per un’infrastruttura alternativa, indipendente da SWIFT e impermeabile alle interferenze occidentali. La nuova rete, denominata BRICS Cross-Border Payment Initiative (BCBPI), sarebbe digitale, basata sulle valute nazionali e gestita attraverso l’interazione diretta fra banche centrali. Essa consentirebbe non solo di aggirare le sanzioni, ma anche di ridurre i costi e accelerare i tempi di esecuzione.

Questa proposta è stata sottoposta agli altri membri BRICS ed esaminata dai funzionari governativi nel corso del 2024. Pur senza raggiungere un consenso pieno, elementi chiave della proposta russa – e tematiche correlate – sono stati inclusi nella Dichiarazione dei Leader al vertice di Kazan dell’ottobre 2024. Nella Dichiarazione di Kazan, i Leader hanno riaffermato l’impegno alla cooperazione finanziaria, ma superando le formulazioni generiche del passato: hanno infatti riconosciuto espressamente “i vantaggi diffusi di strumenti di pagamento transfrontalieri più rapidi, meno costosi, più efficienti, trasparenti, sicuri e inclusivi, fondati sul principio della riduzione delle barriere commerciali e dell’accesso non discriminatorio”. Pur evitando toni conflittuali – come tipico dei BRICS – e senza menzionare direttamente le criticità dell’attuale sistema dominato dall’Occidente, la dichiarazione ha di fatto elencato tutte le caratteristiche mancanti nell’infrastruttura esistente, fortemente influenzata dalla logica politico-sanzionatoria legata a SWIFT.

La dichiarazione ha inoltre accolto con favore l’uso delle valute locali negli scambi finanziari tra Paesi BRICS e partner commerciali, sostenendo una tendenza che rappresenta oggi la principale forma di de-dollarizzazione all’interno e oltre il gruppo. Ancora più significativo è stato l’incoraggiamento a rafforzare le reti di corrispondenza bancaria all’interno dei BRICS e consentire regolamenti in valute locali in linea con la BRICS Cross-Border Payments Initiative (BCBPI), che è volontaria e non vincolante. Il riferimento esplicito alla proposta russa e la sottolineatura del suo carattere volontario e non obbligatorio possono agevolare il progresso dell’iniziativa, come verrà discusso più avanti.

In chiusura, i Leader hanno affidato ai Ministri delle Finanze e ai governatori delle Banche Centrali il compito di proseguire l’analisi su valute locali, strumenti e piattaforme di pagamento e di riferire loro successivamente. Vale inoltre ricordare che il presidente brasiliano Lula è andato oltre la Dichiarazione di Kazan, affermando nel suo intervento che “è giunto il momento di avanzare nella creazione di mezzi di pagamento alternativi per le transazioni tra i nostri Paesi”, precisando tuttavia che ciò “non implicherebbe la sostituzione delle nostre valute”. Il Brasile appare dunque favorevole alla prospettiva di una nuova valuta di riserva.

Al contrario, altri Paesi – soprattutto l’India – hanno espresso posizioni diametralmente opposte, mostrando riluttanza o aperta contrarietà sia verso una valuta alternativa sia verso proposte più moderate. Il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha dichiarato chiaramente che l’India non ha mai avuto problemi con il dollaro e che l’idea di una nuova valuta non sarebbe praticabile, poiché i BRICS non soddisfano le precondizioni per un’unione monetaria simile all’euro. Sebbene l’osservazione sia corretta, essa risulta fuori fuoco, dal momento che i sostenitori di una nuova valuta di riserva non hanno mai immaginato un progetto analogo a quello dell’euro, cioè destinato a soppiantare le valute nazionali o le banche centrali. Su questo punto, come indicato nella citazione del discorso di Lula, il Brasile è stato esplicito: una nuova valuta non sostituirebbe le monete nazionali, ma circolerebbe parallelamente ad esse.

In ogni caso, le la Dichiarazione di Kazan – approvata come sempre per consenso – è una base più che sufficiente per sviluppare ulteriormente le proposte attuali e lavorare alla loro implementazione negli anni a venire. Occorre però sottolineare un aspetto cruciale: le posizioni contrarie, come quelle dell’India, hanno un peso maggiore rispetto a quelle favorevoli, come il Brasile, e persino superiore a un’ipotetica convergenza di tutti gli altri membri. Questo paradosso deriva dal fatto che nel meccanismo decisionale basato sul consenso – adottato dai BRICS – ogni membro dispone di un potere di veto. In tale scenario, la posizione negativa prevale automaticamente, bloccando qualunque iniziativa anche quando è sostenuta da tutti gli altri.

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The dollar, the BRICS, and the new financial system to be built https://strategic-culture.su/news/2025/12/07/the-dollar-the-brics-and-the-new-financial-system-to-be-built/ Sun, 07 Dec 2025 10:54:52 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889274 The advance of de-dollarization and the uncertainty of Western markets have created a situation conducive to experimenting with alternatives to the so-called “old order.”

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The problem that is no longer a problem

Let’s talk about BRICS+ and currency. The advance of de-dollarization and the uncertainty of Western markets, which have shifted to a “war economy,” have created a situation conducive to experimenting with alternatives to the so-called “old order.”

If we look back over the last two years of very intense activity on the part of the BRICS, the central theme of the group in 2024 has been identified as the perceived dysfunctionality of the dollar-dominated system, an effect resulting from two distinct factors:

  1. a) the transformation of the dollar and the Western cross-border payment architecture into instruments of geopolitical pressure;
  2. b) the fragility of the economy of the United States, the country that issues the hegemonic international currency.

With regard to the first element, there is no doubt that the tendency of the United States and its allies to use their currencies and financial systems as geopolitical weapons—hindering states considered hostile or uncooperative in pursuing national objectives—inevitably undermines confidence in the institutions and mechanisms they themselves have created and control. The more currency “instrumentalization” is pursued, the less confidence the dollar-based order inspires. And confidence is always essential for the stability of monetary and financial institutions. Not only do the countries directly targeted suffer the consequences of sanctions, but so do other states that trade or wish to trade with them, where the latter suffer so-called secondary sanctions, whether real or potential. The importance of these secondary sanctions grows with the number and weight of countries subject to primary sanctions by the West, as well as with the actual or potential size of their trade with the sanctioned nations.

The second factor, although less immediate, nevertheless plays an important role in clarifying the weakening of the current international order. The issue is macroeconomic in nature: confidence in a currency depends on confidence in the fiscal, monetary, and financial policies of the country that issues it. Today, the macroeconomic fundamentals of the United States are no longer what they once were. Americans continue to preach austerity, but no longer practice it. To begin with, fiscal policy is out of control: public debt is growing steadily in relation to GDP, despite the fact that, for many years, the Federal Reserve has kept both short- and long-term interest rates low, at the cost of a sharp expansion of the monetary base. With such relatively low interest rates on debt, often negative in real terms, the primary balances needed to stabilize the debt-to-GDP ratio would not be unattainable. However, the U.S. political system fails to produce even minimal surpluses, even during periods of full economic growth. As a result, debt is rising rapidly, and there is no end in sight to the increase in the debt-to-GDP or debt-to-revenue ratios.

In part, these deficits can be covered by creating money at almost zero cost, as is the case in all countries that issue their own currency. The United States enjoys privileges derived from the dollar’s historical role as the main international currency. The amount of dollars and Treasury securities that can circulate is amplified by constant foreign demand for U.S. financial assets. This explains the strong American opposition to any initiative that could weaken the international status of the dollar. Even attempts to strengthen Special Drawing Rights (SDRs), the IMF’s multilateral currency, are hampered by the use—or threat of use—of the U.S. veto power provided for in the institution’s statutes. The U.S. even resists the relatively limited proposal to give a slightly broader role to the currency of an organization that it itself dominates.

The BRICS try the alternative

In recent years, the BRICS have attracted growing international attention as a possible source of alternatives to the current monetary and financial arrangements, which are considered fragile and politically unbalanced. This is not surprising: where else could such alternatives emerge? The rest of the West has neither the autonomy nor the capacity to challenge U.S. hegemony. Even the euro, which in the early 2000s seemed destined to become a rival to the dollar, has failed to deliver on its promises. It occupies a subordinate position in the dollar-dominated system, just as the European Union remains subordinate to the U.S. in international politics – as demonstrated by the alignment of European authorities in applying the same severe extraordinary measures to euro-denominated Russian assets as to dollar-denominated assets. The United Kingdom is even closer to the United States, never straying from its “special relationship” with Washington; the old saying still holds true: the English Channel is wider than the Atlantic. As for Japan, since World War II it has never possessed – and is unlikely to acquire in the near future – the political weight to act as an autonomous monetary force; its margins are perhaps even narrower than those of Europe. The other high-income countries are too small to represent credible alternatives.

The euro, the pound sterling, the yen, and the smaller currencies of the Western bloc cannot compete with the dollar and will remain essentially subordinate instruments. It is therefore natural that the BRICS countries, and China in particular, are considered the main—if not the only—possible source of alternatives to the current monetary and financial system, which is deemed inadequate. The BRICS have the critical mass and strategic interest to seek new solutions. The rest of the so-called global South cannot realistically play a disruptive role, although it may participate in BRICS initiatives, especially as members or partners.

Due to its economic size and rapid development, China is a case apart. If the BRICS countries do not act jointly, Beijing could still continue to gradually strengthen the role of its currency and institutions as alternatives to the dollar and the order that derives from it.

The Russian presidency of the BRICS countries provided an opportunity to see whether these widespread expectations of the group would be confirmed. In fact, Moscow has sought to make progress in the monetary and financial field, albeit with mixed results. The work developed along two lines. On the one hand, a group of experts was set up to support the Russian presidency on international monetary and financial issues. One of the ideas considered was the creation of a new unit of account, constructed as a basket of BRICS currencies, with weights proportionate to the relative economic size of each country. This is not a new concept and is technically simple: a sort of unit of account similar to the IMF’s SDRs, whose value would fluctuate based on the weighted average of the external variations of the BRICS currencies included in the basket. This unit of account could serve as a transitional instrument towards a future reserve currency. However, neither the group nor the BRICS governments reached a clear agreement on this proposal.

Even more significant was the second line of work, as the Russian government focused specifically on one element of the international monetary order: cross-border payment infrastructure. The architecture currently in use, including the SWIFT network, suffers both from its increasing geopolitical instrumentalization by the West and from outdated technologies and practices that make international transfers slow and costly. Russia has presented a detailed proposal for an alternative infrastructure, independent of SWIFT and impervious to Western interference. The new network, called the BRICS Cross-Border Payment Initiative (BCBPI), would be digital, based on national currencies, and managed through direct interaction between central banks. It would not only circumvent sanctions, but also reduce costs and speed up execution times.

This proposal was submitted to the other BRICS members and reviewed by government officials during 2024. Although full consensus was not reached, key elements of the Russian proposal—and related issues—were included in the Leaders’ Declaration at the Kazan summit in October 2024. In the Kazan Declaration, the leaders reaffirmed their commitment to financial cooperation, but went beyond the generic wording of the past: they expressly recognized “the widespread benefits of faster, cheaper, more efficient, transparent, secure, and inclusive cross-border payment instruments, based on the principle of reducing trade barriers and non-discriminatory access.” While avoiding confrontational tones—as is typical of the BRICS—and without directly mentioning the critical issues of the current Western-dominated system, the declaration effectively listed all the features missing from the existing infrastructure, which is heavily influenced by the political and sanctions-related logic linked to SWIFT.

The statement also welcomed the use of local currencies in financial exchanges between BRICS countries and trading partners, supporting a trend that today represents the main form of de-dollarization within and beyond the group. Even more significant was the encouragement to strengthen correspondent banking networks within BRICS and allow settlements in local currencies in line with the BRICS Cross-Border Payments Initiative (BCBPI), which is voluntary and non-binding. The explicit reference to the Russian proposal and the emphasis on its voluntary and non-binding nature may facilitate the progress of the initiative, as will be discussed later.

In closing, the leaders entrusted the finance ministers and central bank governors with the task of continuing the analysis of local currencies, payment instruments, and platforms and reporting back to them. It is also worth noting that Brazilian President Lula went beyond the Kazan Declaration, stating in his speech that “the time has come to move forward with the creation of alternative means of payment for transactions between our countries,” while specifying, however, that this “would not imply the replacement of our currencies.” Brazil therefore appears to be in favor of the prospect of a new reserve currency.

On the contrary, other countries—especially India—have expressed diametrically opposed positions, showing reluctance or open opposition to both an alternative currency and more moderate proposals. Indian Foreign Minister Subrahmanyam Jaishankar has clearly stated that India has never had any problems with the dollar and that the idea of a new currency would not be viable, as the BRICS countries do not meet the preconditions for a monetary union similar to the euro. Although this observation is correct, it misses the point, since the proponents of a new reserve currency have never envisaged a project similar to that of the euro, i.e., one intended to supplant national currencies or central banks. On this point, as indicated in the quote from Lula’s speech, Brazil has been explicit: a new currency would not replace national currencies but would circulate alongside them.

In any case, the Kazan Declaration—approved, as always, by consensus—is a more than sufficient basis for further developing the current proposals and working on their implementation in the years to come. However, it is important to emphasize one crucial aspect: the opposing positions, such as those of India, carry more weight than the favorable ones, such as Brazil’s, and even more than a hypothetical convergence of all the other members. This paradox stems from the fact that in the consensus-based decision-making mechanism adopted by the BRICS, each member has veto power. In such a scenario, the negative position automatically prevails, blocking any initiative even when it is supported by all the others.

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La Russia sostiene la strategia finanziaria cinese per l’internazionalizzazione dello yuan https://strategic-culture.su/news/2025/12/05/la-russia-sostiene-la-strategia-finanziaria-cinese-per-linternazionalizzazione-dello-yuan/ Fri, 05 Dec 2025 10:31:00 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889225 Nei giorni scorsi, il Ministero delle Finanze russo ha ricevuto ordini per l’emissione di due tranche di obbligazioni sovrane denominate in yuan, negoziate sul mercato interno, unendosi a diversi Paesi, tra cui Ungheria e Indonesia.

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La mossa sottolinea la crescente fiducia degli investitori globali nell’economia cinese e nella sua valuta e rafforza i legami tra Mosca e Pechino dopo la decisione del Cremlino di consentire ai cittadini cinesi di entrare in Russia senza visto fino al 14 settembre 2026. Secondo il decreto presidenziale, l’ingresso ai cittadini cinesi in Russia sarà consentito per un periodo massimo di 30 giorni per motivi privati o d’affari, per turismo o per partecipazione a eventi scientifici, culturali, socio-politici, economici e sportivi, nel rispetto del principio di reciprocità.

Le obbligazioni russe saranno emesse con scadenze comprese tra tre e sette anni, una frequenza di pagamento delle cedole di 182 giorni e un valore nominale di 10.000 yuan (1.413,32 dollari) ciascuna. Gli investitori avranno la possibilità di acquistare obbligazioni e ricevere pagamenti sia in yuan che in rubli, a loro scelta, secondo quanto pubblicato sul sito web del Ministero delle Finanze russo. Si prevede che l’emittente commercializzerà il debito con una cedola mirata compresa tra il 6,25% e il 6,5% per la tranche a 3,2 anni, aggiungendo che la cedola per la quota a 7,5 anni sarà limitata al 7,5%, ha riportato Bloomberg, citando l’agenzia di stampa Interfax.

Oltre alla Russia, anche l’Ungheria ha emesso 5 miliardi di yuan in obbligazioni panda – titoli di debito denominati in yuan emessi da entità estere in Cina – sul mercato interbancario cinese a luglio, ha riportato l’agenzia di stampa Xinhua. A sua volta, lo scorso ottobre il Governo indonesiano ha raccolto 6 miliardi di yuan emettendo la prima obbligazione denominata nella valuta cinese.

Lo yuan è così diventato una delle principali valute internazionali sul mercato globale e, secondo i dati SWIFT, dopo aver superato una guerra commerciale, una crescita lenta, tassi d’interesse ai minimi storici e un crollo degli investimenti esteri, si avvia verso il suo maggiore rialzo annuale dai tempi della pandemia del 2020.

Un recente rapporto della Banca dei Regolamenti Internazionali ha confermato lo status dello yuan come quinta valuta commerciale al mondo, con una quota di transazioni globali all’8,5%, in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al 2022 (quando è iniziata l’Operazione Militare Speciale russa in Ucraina), il maggiore incremento tra tutte le valute.

Lo yuan è la principale valuta di regolamento nei pagamenti e nelle entrate esterne della Cina, la seconda valuta di finanziamento commerciale a livello globale e la terza valuta di pagamento, e si colloca al terzo posto nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo del FMI, secondo i dati del sito web della Banca Popolare Cinese (PBC), la banca centrale del Paese, pubblicati un paio di mesi fa. Le partecipazioni in attività finanziarie onshore denominate in yuan detenute da entità estere hanno superato i 10.000 miliardi di yuan. Secondo la PBC, le banche centrali o le autorità monetarie di oltre 80 Paesi e regioni hanno incluso lo yuan nelle loro riserve valutarie, mentre obbligazioni e azioni denominate in yuan sono state incluse nei principali indici di negoziazione di asset globali.

L’internazionalizzazione dello yuan ha accelerato negli ultimi anni, ma c’è un grande potenziale per ulteriori guadagni; dato lo status dell’economia cinese nel mondo, è probabile che la valuta emessa da Pechino verrà accettata da un numero crescente di economie ed entità di mercato.

Un funzionario della PBC ha confidato al “Global Times” che la Cina continuerà a migliorare il contesto per le entità nazionali ed estere che detengono ed utilizzano lo yuan, poiché l’uso transfrontaliero dello yuan è un processo naturale e complementare all’espansione commerciale cinese nel mondo.

Recenti rapporti di ricerca hanno analogamente evidenziato la notevole crescita dell’utilizzo dello yuan nelle transazioni commerciali transfrontaliere e nei finanziamenti commerciali tra il 2024 e il 2025, una tendenza notata dagli esportatori cinesi durante la 138a Fiera di Canton, quando un numero crescente di clienti esteri, in particolare quelli provenienti da mercati emergenti come il Sud-est asiatico, l’Asia centrale e l’Africa, hanno richiesto attivamente di regolare i propri affari in yuan.

Un’analisi condotta dalla China Construction Bank ha attribuito l’aumento dell’utilizzo dello yuan ai cambiamenti geopolitici internazionali, all’istituzione di barriere tariffarie da parte di alcuni Paesi e alle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi, che hanno ridotto la dipendenza dei mercati emergenti dal dollaro USA. In questo contesto, l’uso dello yuan nelle transazioni transfrontaliere è in costante aumento, con una tendenza particolarmente pronunciata nelle economie del Sud del mondo; secondo tale rapporto, il Sud-est asiatico, il Medio Oriente, l’Africa e l’Asia centrale stanno adottando sempre più lo yuan come valuta di regolamento commerciale.

Nel giugno 2025, la Bank of China ha pubblicato il Libro Bianco 2025 sull’internazionalizzazione dello yuan, rivelando che nel 2024 le sue istituzioni nazionali ed estere hanno completato transazioni transfrontaliere nella valuta cinese per oltre 43 trilioni di yuan (6,04 trilioni di dollari), in aumento del 31% su base annua, mentre il volume delle transazioni transfrontaliere in yuan ha raggiunto i 131,4 trilioni, in aumento del 49%.

Un altro rapporto pubblicato da China International Capital Corp il 30 settembre 2025 ha evidenziato che l’abuso da parte di Washington dello status del dollaro statunitense e le diffuse imposizioni tariffarie ne hanno eroso la credibilità. Esso sostiene che il ruolo degli Stati Uniti come consumatore finale del mondo diminuirà, intensificando gli scambi commerciali tra i mercati non statunitensi e rimodellando le relazioni economiche e le catene di approvvigionamento internazionali. Dal punto di vista finanziario, l’indebolimento delle funzioni del dollaro statunitense sta portando alla frammentazione e alla diversificazione del sistema monetario globale, hanno affermato gli esperti, ma si tratta di una tendenza geopolitica che ha subito una decisa accelerazione dopo l’inizio della S.M.O. e le consultazioni dirette Putin-Xi Jinping durante le Olimpiadi di Pechino del febbraio 2022.

La cooperazione russo-cinese avanza però anche nella cultura. Alla recente cerimonia di lancio della Settimana della Letteratura Cinese e Russa 2025 e della Conferenza sul Dialogo tra Scrittori Cina e Russia a Pechino, importanti istituzioni letterarie e culturali di entrambi i Paesi hanno firmato tre importanti accordi di collaborazione, segnando una nuova fase nella cooperazione bilaterale. Attualmente in Russia c’è un grande interesse per la Cina, la cultura, la lingua e la letteratura cinesi e ciò produrrà nuovi formati di interazione interculturale, facilitando il riavvicinamento e l’arricchimento reciproco delle rispettive culture. L’istruzione e la scienza restano aree particolarmente promettenti, osservando che la mobilità accademica e i contatti interuniversitari continuano a crescere. Oggi, più di 51.000 studenti cinesi stanno studiando in Russia, mentre 21.000 studenti russi stanno studiando in Cina. Anche la cooperazione in scienza, tecnologia e innovazione si sta espandendo, così come quella nello sport, nella produzione cinematografica e nel turismo.

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Terror Dollar Baby https://strategic-culture.su/news/2025/12/03/terror-dollar-baby-2/ Wed, 03 Dec 2025 09:30:45 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889188 C’è una paura che serpeggia nelle strade dell’Occidente collettivo: un’idea terrificante, un mostro di indicibile orrore che tormenta i sogni dei suoi leader: i BRICS.

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Nascondersi dietro il dito

C’è una paura che corre per le strade dell’Occidente collettivo, un’idea terrificante, un mostro di inarrivabile orrore che ammorba i sogni dei leader: i BRICS. E, ancor peggio, ciò che essi stanno facendo: abbattere l’egemonia del dollaro americano.

Nel luglio 2025, il presidente Donald Trump dichiarò al suo gabinetto: “I BRICS sono stati creati per danneggiarci, sono stati concepiti per indebolire il nostro dollaro e rimuoverlo come riferimento globale”. La sua affermazione diretta riflette una crescente preoccupazione negli Stati Uniti: l’idea che i BRICS—un tempo un semplice coordinamento di economie emergenti come Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica—si siano trasformati in un blocco deciso a sfidare le istituzioni guidate dall’Occidente e a mettere in discussione la supremazia finanziaria americana. La questione centrale riguarda la reale capacità dei BRICS di costituire uno strumento efficace, giacché la nascita del gruppo non è stata casuale né inattesa.

L’aggregazione riflette una lunga accumulazione di sentimenti risalenti alla Guerra Fredda e alle lotte postcoloniali. Il Movimento dei Paesi Non Allineati, fondato a Belgrado nel 1961, offrì una dimensione istituzionale al desiderio dei nuovi stati indipendenti di evitare l’obbligo di schierarsi con Washington o Mosca; ma la neutralità assunse presto significati differenti, poiché mirava a una reale autonomia, come nel caso dell’India di Jawaharlal Nehru o della Jugoslavia di Josip Tito. Questi paesi puntavano su sovranità e libertà di manovra. Una “neutralità contro”, invece, era meno legata all’indipendenza e più alla contrapposizione indiretta agli Stati Uniti. Negli anni Settanta, numerosi governi rivendicavano il non allineamento pur beneficiando del sostegno sovietico. Queste correnti sopravvissero alle crisi del debito degli anni Ottanta, al crollo dell’URSS nel 1991 e alla fase unipolare della metà degli anni Novanta.

Agli inizi degli anni Duemila, la Cina rilanciò questa tradizione, presentandosi come portavoce del mondo in via di sviluppo, ampliando i propri rapporti in Africa, Asia e America Latina e sostenendo la multipolarità come alternativa all’egemonia finanziaria occidentale. La persistenza della centralità del dollaro e la distribuzione asimmetrica di potere nelle istituzioni globali alimentarono questa narrazione, consentendo ai BRICS di diventare l’espressione istituzionale di tali malcontenti.

La Russia, segnata dagli sconvolgimenti degli anni Novanta, vide nei BRICS un quadro utile alla propria politica di resistenza. Il suo ruolo si inserisce perfettamente nella tradizione della “neutralità contro”, in cui il presunto non allineamento diventa opposizione agli Stati Uniti—soprattutto dopo le sanzioni statunitensi del 2014 e del 2022.

La creazione della Nuova Banca di Sviluppo nel 2014, l’estensione degli accordi bilaterali di swap valutario e la graduale promozione del commercio denominato in yuan costituiscono strumenti mirati a ridurre il peso del dollaro, pur presentando il progetto come riformista anziché rivoluzionario.

Il Brasile ha adottato un atteggiamento più elastico. La sua diplomazia continua a esprimere una “neutralità per”, cercando margini di vantaggio nel sistema internazionale senza rompere i legami con Stati Uniti o Unione Europea.

L’India, tra i fondatori del Movimento dei Non Allineati, resta ancorata al valore dell’autonomia strategica. La rivalità con la Cina, acuita dagli scontri nel Ladakh nel 2020, riduce la sua disponibilità ad accettare strutture che amplino l’influenza di Pechino, pur continuando a investire nel quadro BRICS.

L’agenda finanziaria dei BRICS, orientata a favorire scambi non in dollari, diversificare le riserve e costruire istituzioni parallele, trasforma il tradizionale sentimento del non allineamento in una minaccia concreta agli interessi americani. Dalla creazione del sistema di Bretton Woods nel 1944, il primato del dollaro ha costituito la base del potere globale degli Stati Uniti.13 I BRICS non dispongono della coesione necessaria a scalzare del tutto il dollaro, ma possono fornire copertura politica e un quadro istituzionale alla “neutralità contro”. Così facendo, minano la legittimità del dollaro e dell’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti.

Tutto questo spaventa terribilmente l’Occidente guidato dal dollaro come “valuta universale”, lentamente ma efficacemente smantellato dai Paesi BRICS e del Sud Globale. L’America, dal canto suo, si nasconde dietro a un dito, così tanto che l’Hudson Institute ha addirittura dedicato un intero paper al problema, riflettendo su quali strategie “efficaci” adottare per controbattere ai BRICS e alla loro deleteria volontà di rovinare il giocattolo valutario statunitense.

L’agenda finanziaria dei BRICS

Stando a quanto riportato nel paper, la potenza economica globale di Washington poggia soprattutto sulla centralità del dollaro e sul predominio del sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), la rete di messaggistica sicura che collega banche in tutto il mondo, permettendo agli Stati Uniti di monitorare i flussi finanziari e facilitare l’applicazione di sanzioni, il contrasto al riciclaggio e la lotta al finanziamento del terrorismo. Questa trasparenza distingue il sistema basato sul dollaro dalle reti informali più antiche.

I BRICS, invece, vogliono creare canali difficilmente monitorabili dall’esterno, in modo analogo alle modalità con cui… udite udite, le cellule terroristiche utilizzavano l’hawala, l’antico sistema di scambio valutario nato nell’Asia meridionale dell’VIII secolo, che funzionava attraverso reti fiduciarie senza registri centralizzati né supervisione, lasciando pochissime tracce. E come quest’ultima, il gruppo promuove regolamenti in valuta locale e sistemi di pagamento alternativi. La differenza è che, mentre l’hawala si basa su reti informali, i BRICS puntano a un coordinamento ufficiale tra grandi economie per edificare alternative solide alle valute di riserva dominanti. E questo per gli USA è un colpo bassissimo, incassato molto male.

Il controllo americano sul dollaro e su SWIFT costituisce il fulcro della sua strategia finanziaria. In passato, chi voleva eludere la vigilanza statunitense ricorreva a metodi informali che restavano marginali e non potevano competere con la liquidità e l’affidabilità del dollaro. La Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, il sistema cinese CIPS e l’aumento degli accordi di swap valutario sono tentativi coordinati di creare alternative ai pagamenti in dollari, spostando la sfida dal margine al centro della finanza globale. I membri BRICS dipendono ancora dalla liquidità del dollaro, ma ogni vertice rafforza la credibilità delle alternative, mentre la de-dollarizzazione passa dal livello delle intenzioni a quello delle politiche.

La capacità di Washington di revocare l’accesso a SWIFT—come avvenuto contro l’Iran nel 2012 e la Russia nel 2022—è una delle sue armi economiche, ma si è rivelata quasi del tutto inefficace, dimostrando, a colpi di svalutazione valutaria, che le alternative al mondo basato sul dollaro esistono, e persino funzionano. Gli Stati che rifiutano l’egemonia del dollaro vengono definiti “ostili” e meritevoli di una punizione. La sovranità finanziaria non è ammessa nei club di Washington.

Il gruppo ha avanzato vari possibili strumenti di sostituzione del dollaro.

  1. Valute nazionali alternative. Alcuni membri, soprattutto la Cina, puntano ad ampliare l’uso delle loro monete negli scambi commerciali. Pechino utilizza accordi bilaterali di swap e il sistema CIPS—la sua versione alternativa a SWIFT—per estendere l’area di impiego dello yuan. Dopo l’inasprimento delle sanzioni occidentali contro la Russia, Mosca e Pechino regolano crescenti quote del commercio bilaterale in yuan e rubli, mentre l’India ha sperimentato scambi denominati in rupie.
  2. Accordi di baratto e meccanismi di compensazione. Alcuni membri dei BRICS ricorrono già a questi strumenti. India e Russia hanno effettuato scambi in rupie e rubli, e l’Iran utilizza da tempo accordi di baratto per supplire alla scarsità di valuta pregiata. Tali sistemi possono sostenere economie colpite da sanzioni o difficoltà finanziarie, ma risultano difficili da bilanciare e ampliare, soprattutto in contesti multilaterali, che però feriscono la presa del dollaro sul mercato.
  3. Valute digitali. Lo scenario più innovativo riguarda i sistemi di pagamento basati sulle criptovalute. Le criptovalute, soprattutto le stablecoin, operano già come una sorta di sistema bancario parallelo in stati fragili o pesantemente sanzionati, come Venezuela o Iran. Ancorate al dollaro, stablecoin come USDT e USDC offrono uno strumento di conservazione del valore e permettono trasferimenti internazionali rapidi e a basso costo. Tuttavia, il loro rapporto con il potere americano è ambiguo: da un lato competono con le istituzioni finanziarie statunitensi, dall’altro rafforzano l’influenza del dollaro ampliandone la presenza digitale. Un’iniziativa BRICS coordinata punterebbe invece a svincolarsi completamente dal dollaro. La Cina ha sperimentato lo yuan digitale, mentre la Russia ha adottato politiche favorevoli allo sviluppo delle criptovalute. Il progetto BRICS Pay, pensato per gestire transazioni transfrontaliere in valute locali, è ancora in fase embrionale.

Tutelare il Golfo per mantenere il potere monetario

I BRICS hanno individuato nel Golfo uno dei principali terreni per sfidare la supremazia monetaria che sostiene l’influenza americana dagli anni Settanta. Gli USA, come noto, hanno fondato un vero e proprio sistema imperialistico attraverso il petrol-dollaro, cioè il dollaro stabilito come valuta di compravendita del greggio. Ma qualcosa sta inesorabilmente cambiando.

La Cina guida la strategia del partenariato incoraggiando i produttori di petrolio del Golfo a denominare una parte delle vendite in yuan. Allo stesso tempo, il ruolo di Huawei nella definizione degli standard tecnologici regionali potrebbe favorire la creazione di circuiti di pagamento e reti dati alternativi per aggirare la supervisione occidentale. Pechino ha anche incoraggiato i fondi sovrani di Abu Dhabi, Riad e Doha a investire in piattaforme denominate in yuan, valute digitali e sistemi commerciali basati su blockchain.

Anche Russia e Iran contribuiscono: Mosca conduce transazioni energetiche, militari e finanziarie con Teheran utilizzando rubli e rial, riducendo l’esposizione alle sanzioni statunitensi. L’Iran, da parte sua, mantiene in vita la sua economia tramite baratti, trasferimenti in oro e reti di criptovalute che aggirano i canali bancari tradizionali. Questi sistemi paralleli mostrano ai potenziali partner dei BRICS che il commercio può continuare anche al di fuori dell’orbita del dollaro e nonostante intense pressioni americane. L’obiettivo è, in ogni caso, ridurre la dipendenza del Golfo dal dollaro e limitare la portata delle sanzioni statunitensi, presentando tali mosse come un semplice “riequilibrio” contro le coercizioni economiche occidentali.

Gli Emirati Arabi Uniti, un alleato di sicurezza di primo piano per gli Stati Uniti e un hub finanziario strategico, sono entrati nel gruppo nel 2023. La scelta non implica una rottura con Washington, ma riflette la valutazione di Abu Dhabi che i BRICS offrano vantaggi concreti a costi ridotti. Una logica simile guida l’Arabia Saudita: pur non essendo ancora membro formale, Riad ha partecipato ai vertici, discusso la possibilità di vendite petrolifere in yuan e avviato iniziative di investimento con la Cina. Le aperture di Riad e Abu Dhabi rafforzano la legittimità del blocco e mostrano che l’adesione ai BRICS è compatibile con il mantenimento dei tradizionali legami di sicurezza con gli Stati Uniti. Ciò rende più difficile per Washington descrivere il gruppo come marginale o come intrinsecamente anti-occidentale, allorché attirando alleati del Golfo nella propria orbita, Cina e Russia minano la narrativa centrale dell’ordine finanziario americano.

Vuote raccomandazioni

I responsabili politici americani hanno iniziato a riconoscere il rischio rappresentato dalle istituzioni finanziarie parallele. La firma da parte del presidente Trump del Guiding and Establishing National Innovation for US Stablecoins (GENIUS) Act ha posto le basi per meccanismi di controllo mirati a contrastare l’uso delle stablecoin per eludere le sanzioni, ma la realtà è che queste limitazioni sono valide solo nella giurisdizione americana, mentre la maggioranza delle cryptovalute è collocata fuori dal contesto giuridico americano.

La regolamentazione interna statunitense non basterà gli USA per estendere il dominio su queste nuove forme valutarie. Il ritmo dell’innovazione finanziaria è troppo rapido e gli incentivi dei BRICS a perseguire sovranità monetaria sono troppo forti perché possano rinunciare alla ricerca di alternative digitali e politiche. Per preservare lo status del dollaro—e quindi la capacità degli Stati Uniti di esercitare supervisione finanziaria globale—Washington dovrà adottare una combinazione di misure economiche, normative e diplomatiche. Altrimenti sarà il caso di dire “Bye bye mr. Dollar!”.

Dal punto di vista americano, qualsiasi istituzione finanziaria che scelga di operare entro un sistema di compensazione creato per aggirare SWIFT dovrebbe perdere l’accesso sia a SWIFT che alle transazioni in dollari. La scelta, per le banche, sarebbe semplice: perdere l’accesso al sistema statunitense—che gestisce la maggior parte delle transazioni globali—sarebbe molto più costoso che accedere a una rete alternativa promossa dai BRICS.

Washington si è già prodigata nel ricordare agli Stati interessati a entrare nei BRICS i costi del sostenere un progetto volto a indebolire gli Stati Uniti, con minacce, ritorsioni e dazi. Per la leadership americana, i membri attuali andrebbero dissuasi dal partecipare agli sforzi russi, cinesi o iraniani per erodere il ruolo del dollaro. Ma la valuta “più potente del mondo” è, ormai, un lontano ricordo, e nessuno dei partner vuole correre il rischio di perdere l’opportunità di un futuro fuori dall’egemonia americana. Perché, sia chiaro, ormai sono tutti stanchi di questa prepotenza.

Il dollaro, signore e signori, è ormai incamminato inesorabilmente verso il fuorigioco.  Per gli USA, difenderne la centralità significa preservare la capacità americana di monitorare le transazioni internazionali e di applicare misure a proprio piacimento sotto mentite spoglie di “operazioni umanitarie”. Se Washington non agirà in modo deciso per difendere SWIFT, regolamentare le stablecoin, esercitare pressione diplomatica e rafforzare la legittimità della supervisione finanziaria americana, i BRICS continueranno a definire un ordine monetario alternativo e antagonistico agli Stati Uniti, presentandosi come paladini del non allineamento e della multipolarità.

Buona fine del dollaro a tutti!

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