OPEC – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Wed, 04 Feb 2026 11:52:58 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png OPEC – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Ascesa e declino del petrodollaro (Parte II) https://strategic-culture.su/news/2026/01/31/ascesa-e-declino-del-petrodollaro-parte-ii/ Sat, 31 Jan 2026 13:30:17 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890333 Come il mondo è diventato dipendente dall’America

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Con l’entrata in vigore dell’accordo, la recessione statunitense terminò ufficialmente, partirono le prime consegne di sistemi d’arma all’Arabia Saudita e andò intensificandosi l’impegno statunitense a garantire la stabilità del dollaro. A tale scopo, il presidente Ford accolse il consiglio di Tucker di istituire una riserva strategica nazionale, preposta a tutelare gli Stati Uniti da penurie negli approvvigionamenti e a sostenere i prezzi del petrolio nelle fasi di flessione così da mantenere inalterati i flussi di cassa sauditi. In base all’intesa segreta tra Washington e Riad, di cui si trova traccia in un memorandum del febbraio 1975 redatto dal funzionario del Dipartimento del Tesoro Jack Bennett (che in seguito assunse la guida della Exxon), gli Usa ottennero anche l’autorizzazione a inviare a Riad, in qualità di consulente finanziario della Saudi Arabia Monetary Authority (Sama), il finanziere David Mulford con l’incarico di gestire il processo di trasferimento dei fondi sauditi presso le banche di Wall Street e della City.

La Chase Manhattan Bank stimò che, tra il 1974 e il 1978, i Paesi dell’Opec avrebbero accumulato surplus per 185 miliardi di dollari, l’80% circa dei quali sarebbe confluito verso le piazze finanziarie di New York e Londra per essere trasformato in prestiti ai Paesi in via di sviluppo sotto la supervisione degli amministratori delegati di Chase Manhattan Bank (David Rockefeller) e Citibank (Walter Wriston). Puntualmente, i petrodollari in uscita dai Paesi produttori migrarono regolarmente verso il mercato degli eurodollari, così come i narcodollari generati dallo smercio dell’eroina afghana (gestito dalle famiglie mafiose Usa dei Gambino, Bonanno, ecc.) e della cocaina colombiana (gestito dai cartelli di Medellín e Cali).

Nei 5 mesi successivi all’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita, il dollaro registrò una rivalutazione del 4,6%, salvo calare leggermente fino alla fine del 1976 e crollare letteralmente nel 1977. Nell’ottobre del 1978, l’indice del dollaro scese di quasi il 13% rispetto al picco massimo del 1975. La depressione costante e apparentemente inarrestabile del corso del dollaro fu interpretata dai sauditi come una violazione dell’accordo Simon-Faysal, e posta a fondamento della liquidazione di decine di miliardi di dollari di Treasury Bond e del raddoppio del prezzo del petrolio disposto a cavallo tra il 1979 e il 1980, in piena Rivoluzione Islamica iraniana. Dal canto suo, il nuovo governo di Teheran tagliò drasticamente l’output petrolifero in perfetta concomitanza con il ridimensionamento delle scorte da parte di Big Oil, innescando un crollo verticale dell’offerta foriero di radicali stravolgimenti nel mercato internazionale degli idrocarburi. Il prezzo del petrolio schizzò da 14 a oltre 40 dollari per barile nell’arco di poche settimane. La recessione e le interminabili code di automobili che vennero a formarsi presso gran parte delle stazioni di rifornimento statunitensi concorsero a diffondere panico e insicurezza in tutto il Paese.

Ad appena un anno e mezzo di distanza, sulla scia della crisi degli ostaggi in Iran e dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, la quotazione dell’oro era arrivata a sfondare la soglia critica degli 875 dollari per oncia,  e per ben due volte nell’arco di pochi mesi le grandi imprese, le Banche Centrali e altri investitori avevano rifiutato l’utilizzo del dollaro come valuta universale. Si stagliava così all’orizzonte la prospettiva, temutissima da Washington, di un incremento potenzialmente insostenibile delle pressioni generalizzate per il ripristino di una qualche forma di ancoraggio all’oro.

La crisi del dollaro fu superata attraverso la revoca delle politiche espansive portate avanti nel corso degli anni precedenti, in favore di una generale rivalutazione dei principi della stabilità della moneta culminata con la poderosa stretta creditizia varata della Federal Reserve. Sotto la direzione del nuovo presidente Paul Volcker, la Fed innalzò tasso di interesse – portandolo dal 6 al 20% nell’arco di poche settimane – ben al di sopra del saggio di inflazione corrente, che crollò dal 15% del 1980 al 4% entro la fine del 1982. L’indice del dollaro risalì da 84,13 dell’ottobre 1978 a 92,48 nel novembre 1980, raggiungendo i livelli toccati nel 1975. Combinata alla deregulation e alla detassazione implementate sotto l’amministrazione Reagan, la linea restrittiva imposta da Volcker impresse una spinta decisiva alla valuta statunitense. Nel marzo 1985, l’indice del dollaro raggiunse il massimo storico di 128,44, con uno spettacolare aumento del 53% rispetto al minimo dell’ottobre 1978. Il prezzo fu la deindustrializzazione, con lo strangolamento di gran parte delle attività legate alla produzione reale di beni. Migliaia di stabilimenti furono trasferiti dagli Stati Uniti ai Paesi in via di sviluppo come la Cina, dotati di inesauribili serbatoi di manodopera a basso altamente produttiva, con conseguente perdita di posti di lavoro di alta qualità e delle relative competenze.

I tentativi di temperare l’insostenibile squilibrio vigente si concretizzarono con l’Accordo del Plaza, implicante la rivalutazione dello yen e del marco attraverso un colossale programma di vendita di valuta statunitense da parte delle Banche Centrali di Francia, Repubblica Federale Tedesca, Gran Bretagna e Giappone. Lo “scaricamento” di ben 10 miliardi di dollari innescò una depressione del corso del dollaro rispetto allo yen del 51%. L’atto di forza sanciva il rovesciamento della politica restrittiva portata avanti fino a quel momento e il trasferimento della recessione dagli Usa ai loro concorrenti economici, funzionale al rilancio della competitività dell’apparato produttivo statunitense. Nell’immediato, la Germania e soprattutto il Giappone accusarono pesanti contraccolpi, ma il tentativo di rilancio dell’export Usa si risolse comunque in un sostanziale fallimento a causa dell’incommensurabile divario qualitativo che separava le merci asiatiche ed europee da quelle statunitensi e della renitenza giapponese a rimuovere i vincoli sulle importazioni. Nel febbraio 1987, a nemmeno due anni di distanza, l’Accordo del Louvre pose fine alla strategia di affossamento pilotato del valore del dollaro in un’ottica di stabilizzazione della valuta statunitense, conformemente agli impegni assunti da Washington nei confronti dei sauditi. La politica del “dollaro forte” fu seguita senza indugi per il ventennio successivo, sotto Bush sr., Clinton e Bush jr., consolidando l’accordo Simon-Faysal su cui si fondava lo status internazionale del dollaro, principale valuta sia di riserva che di pagamento.

La situazione cambiò radicalmente con la bancarotta di Lehman Brothers (15 settembre 2008) e la “grande crisi” che ne scaturì. Crollo del commercio internazionale, recessione generalizzata e incertezza diffusa proiettarono sull’economia mondiale l’ombra sinistra della Grande Depressione. Nella visione delineata dal presidente Obama nel discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2010, il superamento della crisi passava necessariamente per una forte attenuazione degli squilibri economici e commerciali globali. A suo avviso, occorreva che Cina e Giappone trasferissero l’asse della crescita dagli investimenti al consumo interno; che l’Unione Europea spostasse il focus dall’export agli investimenti e che gli Stati Uniti abbandonassero il ruolo di “importatori di ultima istanza” del surplus produttivo globale attraverso un rilancio delle esportazioni. «Più prodotti produciamo e vendiamo ad altri Paesi, più posti di lavoro sosteniamo qui in America. Ci siamo prefissati un nuovo obiettivo: raddoppieremo le nostre esportazioni nei prossimi cinque anni, un incremento che sosterrà due milioni di posti di lavoro in America», proclamò Obama. La via maestra per raggiungere l’obiettivo consisteva in una svalutazione del dollaro, realizzata attraverso colossali iniezioni di liquidità nell’ambito dei programmi di quantitative easing adottati dalla Federal Reserve in accordo con il Dipartimento del Tesoro. Per il sistema bancario statunitense, l’intervento dell’autorità pubblica venne a configurarsi come una fondamentale rete di sicurezza, ma le implicazioni sul versante monetario si rivelarono clamorose: nel luglio 2011, ad appena 18 mesi di distanza dal pronunciamento di Obama, l’indice del dollaro piombò al minimo storico di 80,48.

Una svalutazione pesantissima, tale da mettere in seria discussione l’accordo del petrodollaro. Anche perché accompagnata dall’intesa sul nucleare iraniano patrocinata dall’amministrazione Obama, interpretata come un inaccettabile voltafaccia da Riad, oltre che dalla desecretazione parziale di un rapporto statunitense che “esplorava” potenziali connessioni tra Riad e i personaggi coinvolti negli attentati dell’11 settembre 2001. Nonché dall’esplicito sostegno politico accordato da Washington alle cosiddette “primavere arabe”, una vera e propria ondata di destabilizzazione della macroarea nordafricana e mediorientale in cui si concentra parte assai rilevante delle riserve mondiali di petrolio. Significativamente, le “primavere arabe” presero avvio mentre gli Stati Uniti si ponevano nelle condizioni di conquistare, grazie all’applicazione delle tecniche di fratturazione idraulica (fracking), l’agognata autosufficienza energetica. E persino di affermarsi come grandi esportatori, al di fuori della cornice Opec.

Così come nel 1971 ripudiarono unilateralmente gli Accordi di Bretton Woods perché incompatibili con i loro interessi nazionali, allo stesso modo e per ragioni sostanzialmente affini gli Stati Uniti si sono svincolati dall’intesa sul petrodollaro – anche se in forma più sotterranea e meno plateale. Il rifiuto di rinnovare il patto Simon-Faysal ufficializzato dall’Arabia Saudita nel giugno del 2024 ha conferito formalità a una situazione reale affermatasi ormai da tempo.

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Ascesa e declino del petrodollaro (Parte I) https://strategic-culture.su/news/2026/01/21/ascesa-e-declino-del-petrodollaro-parte-i/ Wed, 21 Jan 2026 10:31:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890142 Come il mondo è diventato dipendente dall’America

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Nell’agosto del 1969, un rapporto redatto dagli specialisti della Cia osservava che «sette compagnie continuano a dominare il commercio internazionale di petrolio, ma la loro quota è scesa da circa il 90% del 1952 al 75% del 1968 […]. Inoltre, i Paesi produttori hanno chiesto e ottenuto la proprietà parziale in molte aziende, ed iniziato a muoversi nei campi della raffinazione, della commercializzazione e del trasporto in misura ancora ridotta ma in costante e rapido aumento». Tra il 1970 e il 1973, Algeria, Libia e Iraq nazionalizzarono le rispettive industrie petrolifere, mentre l’Arabia Saudita entrò nel capitale della potentissima Aramco, il consorzio che gestiva l’immenso patrimonio energetico del regno formato da quattro compagnie statunitensi. Nel 1970, i governi dei Paesi produttori controllavano il 10% scarso delle industrie petrolifere operanti sui loro territori; nel 1979, la percentuale sarebbe salita oltre la soglia del 70%. L’offensiva scatenata contro il carrello petrolifero anglo-statunitense dalle nazioni produttrici minacciava di trasferire nelle loro mani il potere di ridefinire la struttura del mercato mondiale degli idrocarburi in funzione dei loro interessi, coincidenti con un sostanzioso incremento del prezzo internazionale del petrolio.

Specialmente a fronte del costante aumento del prezzo dei cereali, di cui molte nazioni produttrici di petrolio erano importatrici nette, dovuto in buona parte agli sforzi profusi dagli Usa che ambivano a espandere i proventi dall’export di prodotti agricoli in un’ottica di attenuazione del deficit di bilancia dei pagamenti in cui il Paese era sprofondato per effetto della Guerra del Vietnam. L’incremento del prezzo del petrolio non era tuttavia l’unico contraccolpo che rischiava di scaturire dalla ridefinizione dei rapporti di forza a vantaggio dei Paesi produttori; la svalutazione del dollaro avrebbe inesorabilmente accresciuto l’interesse di questi ultimi a richiedere valute più stabili per i pagamenti delle forniture energetiche. Il rischio era assai concreto, a fronte dell’aumento del prezzo dell’oro da 35 a 42 dollari per oncia registrato tra il dicembre 1971 e il marzo 1973 in conseguenza del dissesto economico Usa. Se il 1971, anno in cui il presidente Nixon ripudiò unilateralmente gli accordi di Bretton Woods, si era concluso con un deficit della bilancia dei pagamenti di 30 miliardi di dollari e un incremento dell’offerta di moneta da parte della Federal Reserve del 10%, nel 1972 si registrò un’espansione della base monetaria dello stesso ordine accompagnata da un disavanzo da 10 miliardi di dollari.

La prospettiva della “detronizzazione” del dollaro indusse il cartello petrolifero statunitense a commissionare uno studio alla Chase Manhattan Bank volto all’individuazione di strade percorribili per superare le difficoltà vigenti. Ne scaturì l’Outlook for energy in the United States to 1985, all’interno del quale si prevedeva che la domanda petrolifera statunitense sarebbe aumentata da 14,7 a 30,2 milioni di barili al giorno nell’arco di un quindicennio, a fronte di un’offerta destinata a crescere soltanto da 11,6 a 15 milioni di barili al giorno. Sulla base di questi dati allarmanti, gli esperti della Chase Manhattan Bank affermarono che il mantenimento della sicurezza energetica degli Stati Uniti (da poco rivelatisi incapaci di soddisfare il fabbisogno energetico facendo esclusivo ricorso al proprio petrolio) dipendeva dalla profusione di notevoli risorse finanziare necessarie sia a spremere quantità maggiori di petrolio dai giacimenti in via di esaurimento, sia a rilevare altri pozzi da sfruttare in modo da rilanciare la produzione interna. Il problema, a loro avviso, andava ricercato negli eccessivi controlli vigenti sul mercato petrolifero statunitense, che lo provavano della capacità di raccogliere finanziamenti necessari alla messa a punto di tecniche estrattive all’avanguardia. «L’attuale carenza di energia – recita la relazione finale redatta dalla grande banca statunitense – riflette una prolungata carenza di capitali, non la mancanza di risorse energetiche in sé. I controlli suoi prezzi dovrebbero essere rimossi. Non semplicemente modificati, ma eliminati immediatamente e completamente. I prezzi di qualsiasi tipo di energia primaria dovrebbero inoltre poter rispondere alle forze economiche naturali e raggiungere qualunque livello sia necessario per assicurare rifornimenti adeguati».

Il documento della Chase Manhattan Bank apriva per la prima volta le porte a prospettive di crescita potenzialmente illimitata del prezzo del petrolio.

Scenari straordinariamente simili furono presi in esame nel corso del vertice del Bilderberg Club del 1973, presso l’isoletta svedese di Saltsjöbaden, cui presero parte i più illustri esponenti della politica e dell’imprenditoria statunitense ed europea (Lord Richardson e Lord Greenhill della British Petroleum, Robert O. Anderson della statunitense Atlantic Ritchfield Corporation, Eric Roll del gruppo Warburg, George Ball della Lehman Brothers, David Rockefeller della Chase Manhattan Bank, Emilio G. Collado della Standard Oil, George C. McGhee, Józef Retinger, Zbigniew Brzezinski, Henry Kissinger, Arthur Dean, Giovanni Agnelli ecc.). Argomento centrale della discussione: la necessità di ridefinire i rapporti tra Paesi produttori e consumatori di petrolio alla luce della scomparsa del Gold Exchange Standard. Nel corso delle discussioni, Walter Levy, portavoce della “delegazione” statunitense molto vicino al gruppo Rockefeller, spiegò che un forte aumento del prezzo del petrolio «avrebbe avuto pesanti contraccolpi sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi consumatori. Seri problemi si verrebbero inoltre a creare per effetto del contestuale accumulo senza precedenti di valuta pregiata da parte dei Paesi esportatori come l’Arabia Saudita e Abu Dhabi […]. È in corso un drastico cambiamento dei rapporti di forza e delle relazioni politiche e strategiche tra i produttori di petrolio, i Paesi consumatori in cui sono domiciliate le compagnie petrolifere internazionali e le imprese petrolifere nazionali sia dei Paesi esportatori che degli Stati costretti a importare petrolio per soddisfare il fabbisogno interno».

Al termine della riflessione, Levy ipotizzò un aumento del 400% delle rendite petrolifere a beneficio dei Paesi membri dell’Opec. La “profezia” non verteva tanto sull’elaborazione di misure atte a prevenire lo shock o quantomeno a mitigarne l’impatto, ma soltanto sulla gestione politica dei suoi effetti. Nell’ottica di Levy, l’aumento del prezzo del petrolio non avrebbe soltanto compensato la progressiva svalutazione del dollaro, ma anche spalancato allettanti prospettive di profitto dinnanzi a Wall Street. Nella fattispecie, l’enorme rivalutazione del petrolio si sarebbe tradotta per un verso nel peggioramento dei saldi delle bilance dei pagamenti dei Paesi industrializzati e dei Paesi in via di sviluppo sprovvisti di riserve energetiche e delle risorse necessarie a mitigare l’impatto devastante delle variazioni sui tassi di cambio. Per l’altro, in crescenti accumuli di riserve di valuta pregiata da parte dei Paesi produttori, riuniti in larga parte nell’Opec, cartello controllato alleati mediorientali alleate di Washington come l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran dello Shah. Dal punto di vista del sistema bancario statunitense, la chiave per ottenere il massimo beneficio dal colossale squilibrio tratteggiato da Levy consisteva nel far sì che i deficit dei Paesi importatori trovassero nei surplus degli esportatori di petrolio la loro fonte di finanziamento. Le funzioni di intermediazione legate alla canalizzazione dei fondi dai Paesi in surplus verso quelli in disavanzo sarebbero naturalmente ricadute sugli istituti di Wall Street, mentre le “sorelle” statunitensi del petrolio avrebbero beneficiato di flussi di cassa necessari a sostenere la messa a punto delle moderne tecniche di perforazione ed estrazione indicate dallo studio della Chase Manhattan Bank.

L’occasione d’oro per realizzare lo scenario prefigurato in occasione del vertice del Bilderberg Group di Saltsjöbaden si verificò a pochissimi mesi di distanza, sull’onda degli eventi verificatisi il 6 ottobre del 1973. In quel giorno, le truppe siriane presero d’assalto le linee di difesa israeliane stanziate nel Golan mentre l’esercito egiziano equipaggiato con armamento sovietico attraversava il Canale di Suez. Israele, impegnato nei festeggiamenti dello Yom Kippur, apparve sorpreso dall’attacco congiunto siro-egiziano nonostante l’offensiva fosse stata preceduta da evidenti segnali di profonda inquietudine provenienti dall’Egitto. Il presidente Anwar al-Sadat aveva espulso il personale tecnico sovietico ponendo fine a un’alleanza che aveva garantito al Paese aiuti di natura sia civile che militare, e successivamente organizzato manovre militari in prossimità della penisola del Sinai. Il Mossad e l’Aman avevano informato la premier Golda Meir della concreta prospettiva dell’aggressione e persino adombrato, gratificati dall’assenso dei generali Moshe Dayan, Israel Tal e David Elazar, la possibilità di sferrare un attacco preventivo, ma le loro raccomandazioni non furono accolte. Le forze siro-egiziane ne trassero vantaggio, colpendo duramente sia i caccia israeliani parcheggiati negli aeroporti, sia i reparti dell’Israeli Defense Force.

Alcuni analisti tendono a interpretare l’irrituale impreparazione militare manifestata da Israele in quell’occasione come una “passività imposta” dal segretario di Stato Kissinger, il quale minacciò il blocco dell’assistenza militare qualora Tel Aviv avesse sferrato un attacco preventivo.

Re Faysal, dal canto suo, aveva intimato a Washington che, in assenza di una sensibile alterazione dell’approccio statunitense rispetto alla questione palestinese, l’Arabia Saudita e gli alleati mediorientali si sarebbero spinti a dichiarare un embargo petrolifero nei confronti di tutti i Paesi che sostenevano Israele. Nell’ottica di Nixon e Kissinger, tuttavia, la minaccia saudita offriva la possibilità di tradurre in realtà il disegno strategico tratteggiato a Saltsjöbaden. Di qui la decisione di Kissinger, dotato di canali diplomatici diretti sia con l’ambasciatore israeliano a Washington Simcha Dinitz che con i vertici politici siriani ed egiziani, di presentare a ciascuna parte in causa una «raffigurazione deliberatamente falsata degli elementi critici relativi alla posizione degli altri soggetti, assicurandosi che i Paesi arabi imponessero l’embargo petrolifero». Così, nel momento in cui il fronte arabo sferrò l’offensiva, l’Arabia Saudita e i suoi alleati imposero il blocco degli approvvigionamenti di idrocarburi destinati agli Stati Uniti e all’Olanda – Rotterdam ospitava il principale porto petrolifero europeo. Con la supremazia aerea annullata dalla distruzione di oltre 200 caccia da parte degli eserciti nemici, Israele corse il serio rischio di capitolare, arrivando persino a valutare l’ipotesi di avvalersi dell’arma atomica.

Solo a quel punto gli Stati Uniti implementarono l’Operazione Nickel Grass, il ponte aereo (Operazione Nickel Grass) che garantì il trasferimento presso lo Stato ebraico di caccia, carri armati, munizioni e sistemi tecnologici di ultima generazione. Stando alle rivelazioni dell’ammiraglio Elmo R. Zumwalt, il dilazionamento dell’Operazione Nickel Grass scaturiva dalla volontà deliberata di Kissinger di «far sanguinare Israele quel tanto che bastava» per dissodare adeguatamente il terreno alla diplomazia del dopoguerra.

Di fronte alla controffensiva israeliana, scatenata grazie ai cruciali rifornimenti statunitensi, i ministri dell’Energia di Arabia Saudita, Kuwait, Abu Dhabi, Iraq, Iran e Qatar attuarono (16 ottobre) la strategia concordata presso l’hotel Hilton di Kuwait City, implicante un primo aumento del prezzo di riferimento del petrolio da 3,01 a 5,11 dollari al barile, e una seconda rivalutazione che sarebbe stata attuata l’anno successivo. Quando, il 18 marzo 1974, i Paesi arabi revocarono l’embargo agli Usa, il petrolio aveva già in toccato quota 11,65 dollari per barile, con un aumento complessivo del 400% circa – tra il 1949 e il 1970, il prezzo del petrolio viaggiava su una media di 1,90 dollari per barile. Gli artefici dell’embargo chiarirono inoltre che avrebbero ridotto immediatamente la produzione del 5% rispetto ai livelli di settembre, e provveduto a un ulteriore taglio del 5% per ogni mese, finché le forze israeliane non si fossero ritirate da tutti i territori occupati nel giugno del 1967 e non avessero riconosciuto i diritti del popolo palestinese. In realtà, la Guerra dello Yom Kippur rappresentò il pretesto di cui i produttori arabi si servirono per stimolare una rivalutazione del petrolio che compensasse la devastante svalutazione del dollaro e mantenere così inalterati i propri introiti.

Nel 1974, i Paesi capitalisticamente avanzati registrarono un deficit commerciale pari all’inaudita cifra di 35 miliardi di dollari, associato a un’ondata di fallimenti aziendali, all’aumento della disoccupazione e alla crescita incontrollata dell’inflazione. In appena un anno di recessione, la produzione industriale diminuì del 10%, mentre il commercio internazionale subì un crollo del 13%.

Anche Stati Uniti subirono contraccolpi significativi. Entrarono ufficialmente in recessione nel novembre 1973 e uscendovene soltanto nel marzo 1975. Il Dow Jones subì un crollo del 36% dal 31 ottobre 1973, subito dopo la Guerra dello Yom Kippur, al 30 settembre 1974. Ancora nel 30 settembre 1982, l’indice non era ancora tornato ai livelli toccati alla vigilia del conflitto. L’impennata del prezzo del petrolio, foriera di inflazione incontrollata, costrinse inoltre i comparti manifatturieri nazionali a licenziare decine di migliaia di lavoratori.

L’impatto devastante dalla stagflazione avrebbe indotto l’amministrazione Nixon a prendere in esame misure particolarmente drastiche. Lo rivela il finanziere James Rickards, che all’epoca collaborava assieme al professor Robert W. Tucker dell’American Foreign Policy Institute e con Hemut Sonnenfeldt, fidatissimo consigliere di Henry Kissinger. Secondo Rickards, i tre si riunirono nel febbraio 1974 in una sala della Casa Bianca per discutere «una possibile invasione dell’Arabia Saudita. L’idea era quella di mettere in sicurezza i giacimenti petroliferi, estrarre petrolio a sufficienza per soddisfare il fabbisogno occidentale e giapponese e fissarne il prezzo a livelli sufficientemente moderati da evitare di minare la fiducia nel dollaro. Gli arabi avevano imposto un congelamento volontario dei prezzi del petrolio il 7 gennaio 1974 e avevano formalmente posto fine all’embargo petrolifero il 17 marzo 1974. Sembravano rendersi conto che il colossale danno economico inflitto agli Stati Uniti avrebbero potuto portarli sull’orlo della guerra: esattamente lo scenario di cui avevamo discusso con Sonnenfeldt alla Casa Bianca. I rapporti erano ancora tesi e il danno economico causato dagli aumenti dei prezzi del 1973 era ancora in corso. Il blocco temporaneo dei prezzi non era sufficiente. Gli Stati Uniti avevano bisogno di una soluzione permanente alla minaccia rappresentata dall’arma petrolifera araba».

La ricostruzione formulata da William Engdahl, sulla base delle confidenze resegli dallo sceicco Yamani, delinea uno scenario molto diverso. A suo avviso, le rivalutazioni del prezzo del petrolio imposte dai Paesi produttori del Medio Oriente erano state fortemente caldeggiate dallo Shah, bisognoso della liquidità necessaria a sostenere il robusto piano di riarmo iraniano che era stato concordato con Nixon e Kissinger nel 1972. Nel dicembre del 1973, quando la Guerra dello Yom Kippur era ormai terminata, re Faysal inviò Yamani a Teheran con l’incarico di ottenere dallo Shah spiegazioni in merito alla sua campagna di pressioni sull’Opec volta a incrementare il prezzo del petrolio del 400%, alla luce del colpo micidiale alla crescita economica mondiale e del deterioramento dei rapporti con i Paesi industrializzati che ne sarebbero derivati. Con grande disinvoltura, Pahlavi avrebbe confidato a Yamani di riferire a Faysal che per ottenere una risposta era necessario interpellare Henry Kissinger. L’Iran, per giunta, fu l’unico Paese produttore del Medio Oriente a non aderire dell’embargo, continuando a rifornire di petrolio sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna.

Nel qual caso, la linea d’azione seguita da Nixon e Kissinger assumerebbe le fattezze di un vero e proprio gioco al massacro contro gli alleati in Europa ed Estremo Oriente, costretti a scaricare sul consumatore finale il rincaro vertiginoso degli input energetici ordito da Washington in accordo con i produttori arabi di petrolio. Nel 1974, i Paesi capitalisticamente avanzati registrarono un deficit commerciale pari all’inaudita cifra di 35 miliardi di dollari, associato a un’ondata di fallimenti aziendali, all’aumento della disoccupazione e alla crescita incontrollata dell’inflazione. In appena un anno di recessione, la produzione industriale diminuì del 10%, mentre il commercio internazionale subì un crollo del 13%. Nonostante i pesanti contraccolpi subiti anche dagli Usa, il Paese registrò comunque un aumento dei consumi energetici del 20% a fonte di un crollo del 25% accusato a livello planetario, mentre il volume degli investimenti esteri effettuati dalle multinazionali statunitensi passò da 7,5 a 14,2 miliardi di dollari nell’arco del quinquennio 1970-1975. Senza contare l’impatto sui bilanci di Big Oil, che nel solo 1974 beneficiò di un incremento dei profitti del 71% a fronte di un aumento del volume delle vendite del 10%.

Se Europa e Giappone coprivano una quota assai ragguardevole del proprio fabbisogno energetico tramite approvvigionamenti mediorientali, gli Usa si rifornivano prevalentemente da Canada, Messico e Venezuela e dipendevano dalle importazioni petrolifere per una quota minoritaria del consumo interno. All’atto pratico, «l’approvvigionamento era sicuro. La bolletta energetica sarebbe stata certo più salata, ma la stampa di dollari era un modo relativamente conveniente per affrontare il problema, almeno nell’immediato, compensando in carta ciò che gli altri Paesi consumatori dovevano compensare con aumenti delle esportazioni, riduzione dei consumi e indebitamento. Vi era forse della supponenza nelle parole di Kissinger, quando ricordava ai ministri degli altri Paesi occidentali che, pur pagando dei costi, dal punto di vista strettamente economico gli Stati Uniti avrebbero potuto superare le difficoltà anche contando solo sulle proprie forze. Ciò garantiva alla diplomazia statunitense un più ampio margine di manovra sia rispetto al conflitto arabo-israeliano, sia rispetto alla stessa questione dello shock petrolifero».

La quadratura del cerchio fu completata nel giugno del 1974, quando il segretario al Tesoro William Simon si recò a Jedda per “ritoccare” l’intesa che il presidente Roosevelt e re Abdulaziz “Ibn” al-Saud avevano raggiunto il 14 febbraio 1945, a bordo dell’incrociatore Uss Quincy in navigazione nel Grande Lago Amaro del Canale di Suez. L’accordo conferiva alle compagnie energetiche statunitensi gravitanti attorno all’orbita della Standard Oil – che già controllavano la totalità dei pozzi in Venezuela – i diritti esclusivi per lo sfruttamento delle risorse petrolifere saudite, in cambio della protezione militare del regno e dell’appoggio politico alla famiglia al-Saud. Scrive in proposito lo specialista William Engdahl: «Roosevelt aveva vissuto abbastanza a lungo da assicurare ai Rockefeller un vantaggio inestimabile – diritti esclusivi su tutto il petrolio saudita per i loro partner dell’Aramco […]. La decisione di incorporare ufficialmente le ricchezze petrolifere saudite nello spettro degli interessi nazionali statunitensi appariva tanto più stupefacente se si considera che, negli anni ’40, il Paese era autosufficiente dal punto di vista energetico. Quando, nel 1948, fu scoperto il più grande giacimento petrolifero al mondo presso la località saudita di Ghawar, gli Stati Uniti ebbero modo di consolidare la propria supremazia petrolifera ed esercitarla per controllare l’economia mondiale. Il petrolio stava infatti diventando la risorsa energetica essenziale per la crescita economica, e le compagnie energetiche statunitensi di proprietà dei Rockefeller avrebbero rafforzato così la propria presa sul nuovo ordine postbellico».

L’aggiornamento della vecchia intesa del 1945 contemplava anzitutto il “ridimensionamento” dell’indisciplinato Faysal (nominato “uomo dell’anno” del 1974 dalla rivista «Time»), diventato fonte di grande preoccupazione per Washington a causa del sostegno che accordava all’Olp di Yasser Arafat e alla propensione alla diversificazione degli investimenti (incentrati soprattutto su marchi e yen) che l’Arabia Saudita stava manifestando sotto la sua guida. Soprattutto, il sovrano saudita si era spinto a valutare l’ipotesi di sottoporre all’attenzione dei Paesi membri dell’Opec la proposta di fissare il prezzo del petrolio in once d’oro in un’ottica di protezione dal declino apparentemente inarrestabile del dollaro.

L’accomodamento proposto da Simon a Faysal nel corso della visita era tanto semplice nella forma quanto dirompente per i suoi effetti a breve, medio e lungo termine. I sauditi avrebbero accettato di fissare il prezzo del petrolio in dollari e di reinvestire i relativi proventi nell’acquisto di titoli del Tesoro statunitensi e in depositi in eurodollari presso banche statunitensi. Come contropartita, gli Stati Uniti avrebbero adottato misure di stabilizzazione del dollaro, e fornito all’Arabia Saudita appoggio politico, protezione militare e sistemi d’arma avanzati. Il circuito bancario statunitense si sarebbe occupato di riciclare i petrodollari sauditi sotto forma di crediti verso i Paesi in via di sviluppo, che grazie all’assistenza finanziaria ricevuta avrebbero incrementato le importazioni dalla “triade capitalistica” Stati Uniti-Europa-Giappone. La crescita globale ne avrebbe risentito positivamente, così come la domanda globale di petrolio e, a ricasco, lo status internazionale del dollaro.

Nel nuovo scenario contrassegnato dal “superamento” del Gold Exchange Standard, le Banche Centrali dei Paesi appartenenti alla “triade capitalistica” subivano pesanti incentivi a incrementare gli investimenti negli Usa per sostenere il corso del dollaro e preservare la competitività delle proprie merci sull’imprescindibile mercato statunitense. La dipendenza dall’export che accomunava le economie riunite all’interno dello schieramento atlantico le obbligava, come recita una lucida analisi redatta dagli economisti della Federal Reserve di St. Louis, «ad approvvigionarsi quantità crescenti di dollari nel tentativo di mantenere tassi di cambio vantaggiosi», attivando un meccanismo che di fatto consentiva agli Usa di finanziare il crescente disavanzo di bilancio mediante l’accumulo di sempre più pesanti deficit nella bilancia dei pagamenti. Si stima che, tra il 1968 e il 1973, le Banche Centrali straniere abbiano acquistato titoli di Stato Usa per un ammontare complessivo di 42 miliardi di dollari, a fronte di un incremento del debito pubblico netto statunitense di 47 miliardi di dollari registrato entro il medesimo arco temporale. «Il forte incremento della domanda estera di titoli a breve termine emessi dal governo degli Stati – si legge ancora nel documento – ha determinato un netto abbassamento dei rendimenti rispetto al passato […], nonostante gli Stati Uniti occupino posizioni pesantemente deficitarie».

Questo nuovo sistema sovvertiva il classico meccanismo di aggiustamento della bilancia dei pagamenti, che per secoli aveva costretto le nazioni a innalzare i tassi di interesse per richiamare capitali stranieri necessari a finanziare i disavanzi. Il pesante contributo straniero al finanziamento del deficit Usa stornò per di più l’attenzione di banche e investitori statunitensi dai titoli di Stato verso azioni, obbligazioni societarie e prestiti ipotecari ad alto rendimento. Le cospicue trasfusioni di denaro posero le imprese statunitensi nelle condizioni di rilevare agevolmente aziende straniere in cambio di dollari che le Banche Centrali estere riciclavano in titoli del Tesoro Ua, incrementandone il prezzo e abbattendone i rendimenti.

D’altro canto, gli alti profitti garantiti dallo shock avrebbero garantito alle compagnie petrolifere Usa la possibilità di finanziare l’implementazione di una serie di estrazioni off-shore nelle acque territoriali dell’Alaska e del Mare del Nord, il cui petrolio si candidava ad alleggerire la dipendenza dell’Europa dai rifornimenti sovietici.

Di primo acchito, tuttavia, le dimissioni di Nixon sulla scia del “caso Watergate” incrementarono le già consistenti titubanze saudite, procrastinando l’attuazione dell’intesa, e quindi della recessione, per tutto il 1974. A quel punto, rivela Rickards, Kissinger ritenne che fosse ormai giunto il momento di «mandare un messaggio ai sauditi. Era ora di giocare duro». Il 1° gennaio del 1975, la rivista «Commentary» pubblicò un editoriale a firma del professor Tucker, uno degli ideatori del piano di invasione dell’Arabia Saudita. Nel pezzo, intitolato Oil: the issue of American intervention (Petrolio: la questione dell’intervento americano), Tucker riproponeva per filo e per segno lo scenario delineato a porte chiuse assieme a Sonnenfeldt e Rickards, La fattibilità dell’intervento militare dipendeva secondo Tucker dalla capacità degli Stati Uniti di assumere il controllo di «un’area relativamente ristretta che contenga una porzione sufficiente dell’attuale produzione mondiale di petrolio e delle riserve accertate», così da «infrangere l’attuale struttura dei prezzi e smembrare politicamente ed economicamente il nucleo del cartello Opec». L’unica zona adatta allo scopo «si estende dal Kuwait, lungo la regione costiera dell’Arabia Saudita, fino al Qatar. È questa fascia costiera per lo più poco profonda, lunga meno di 400 miglia, a coprire il 40% dell’attuale produzione Opec e a ospitare le maggiori riserve accertate al mondo».

A quanti ritenevano impercorribile la strada dell’invasione, sostenendo che l’Arabia Saudita avrebbe distrutto preventivamente le infrastrutture petrolifere presenti in loco prima che gli Stati Uniti potessero assumerne il controllo, con conseguenti carenze negli approvvigionamenti mondiali, Tucker replicò:  «l’ipotesi di una distruzione sistematica, dai pozzi ai terminali, è realistica? La portata della distruzione comunemente immaginata evoca quella provocata dalle forze tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale, durante il loro ritiro sul fronte orientale. Gli arabi farebbero lo stesso? C’è poco nel loro comportamento passato che lo lasci supporre». Secondo Tucker, l’impatto delle distruzioni deliberate degli impianti sauditi avrebbe avuto un effetto limitato e provocato strozzature sul lato dell’offerta petrolifera per tre o quattro mesi al massimo.

Raccomandò quindi l’accumulo di adeguate riserve strategiche da parte delle nazioni occidentali, e una buona dose di sangue freddo. In fondo, sosteneva Tucker, l’Arabia Saudita era imprigionata nel circuito del dollaro. Anche se avesse continuato a imporre prezzi altissimi, i suoi introiti derivanti dall’export di petrolio sarebbero inesorabilmente stati indirizzati in asset denominati in valuta statunitensi, quali titoli di Stato o depositi in eurodollari. Gli Stati Uniti, per di più, avrebbero potuto dichiararsi deliberatamente inadempienti rispetto ai loro obblighi finanziari, o addirittura espropriare i beni sauditi. In un modo o nell’altro, Riad doveva eliminare le remore residue e implementare quanto pattuito a Jedda tra Simon e Faysal. Pena, la distruzione militare e/o finanziaria del regno.

Il 12 gennaio, il «Chicago Tribune» indicò su una mappa geografica l’area di invasione a cui faceva riferimento Tucker, focalizzando l’analisi sulla serietà della “minaccia di Kissinger”.

Faysal si piegò al diktat, riuscendo soltanto a ottenere che gli acquisti di Treasury Bond rimanessero “strettamente segreti”. Occorreva evitare, sostenevano le autorità di Riad, che il regno venisse percepito in tutto il mondo arabo come un finanziatore indiretto di Israele, il quale riceveva regolarmente aiuti economici e militari da Washington. Lo si ricava dal contenuto di un dispaccio diplomatico scovato negli archivi nazionali Usa dagli stessi giornalisti di «Bloomberg», secondo cui, al maggio 2016 i sauditi detenevano bond statunitensi per ben 117 miliardi, ma in realtà è praticamente certo che custodissero una fetta assai sostanziosa di titoli presso centri off-shore come Euroclear o le Isole Cayman.

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A política energética de Chihuahua: é um gás, gás, gás https://strategic-culture.su/news/2025/02/09/a-politica-energetica-de-chihuahua-e-um-gas-gas-gas/ Sun, 09 Feb 2025 14:31:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883422

Escreva para nós: info@strategic-culture.su

Vamos começar com a história de um Império que se vangloria ao vento.

O Sr. Disco Inferno ordena que a OPEP e a OPEP+ reduzam o preço do petróleo, porque, em sua opinião, isso pode resolver a guerra na Ucrânia – como se fosse forçar Moscou a sentar-se à mesa por causa da diminuição das receitas de energia. Isso, por si só, resume o nível de lixo que está sendo fornecido ao POTUS por sua cornucópia de acrônimos que se passam por inteligencia.

Trump em Davos:

“Vou pedir à Arábia Saudita e à OPEP que baixem o custo do petróleo (…) Se o preço baixasse, a guerra entre a Rússia e a Ucrânia terminaria imediatamente. No momento, o preço está alto o suficiente para que a guerra continue (…) Com a queda dos preços do petróleo, vou exigir que as taxas de juros caiam imediatamente. E, da mesma forma, elas deveriam estar caindo em todo o mundo. As taxas de juros devem nos acompanhar”.

De forma bastante previsível, a OPEP+ – basicamente dirigida pela Arábia Saudita e pela Rússia – disse Nyet. Além do fato de que eles não se importam muito com as taxas de juros, na área de energia eles continuarão fazendo o que planejaram fazer, inclusive diminuir a produção em breve, mas em níveis aceitáveis.

O Standard Chartered, um dos principais participantes, observou que a OPEP tem poder limitado para acabar com a guerra imediatamente, reduzindo o preço do petróleo, e os ministros da OPEP consideram essa tentativa de “estratégia” muito ineficiente e cara.

Lá se vão os ditames imperiais.

O Plano Estratégico de Vitória de Chihuahua

Conforme destacado anteriormente, os EUA – por meio do fracking – têm gás suficiente para o consumo doméstico, mas não o suficiente para exportar em massa para a UE, devido a problemas de liquefação. Isso explica por que, mesmo comprando mais energia americana por preços exorbitantes, a UE de fato continua dependendo em grande parte do GNL russo – e de [outras] fontes não americanas – desde a sabotagem dos Nord Streams, revelada em detalhes por Sy Hersh.

Mesmo [operando] com capacidade total, o Empire of Chaos simplesmente não consegue fornecer todo o gás de que a UE precisa; além disso, praticamente não há investimento na exploração extra, tão necessária, e na infraestrutura necessária para atender ao aumento da demanda da UE.

No mercado interno de petróleo dos EUA, as coisas ficam positivamente kafkianas. O transporte rodoviário dos EUA – um setor de serviços de grande porte – depende do diesel russo importado, que precisa ser misturado ao óleo Made in America para ser adequado aos caminhões.

Agora, vamos novamente a Davos, que veio e foi embora sem registrar um único sinal. Medusa von der Leyen, da Toxic EC, disse a Davos que a Europa havia “reduzido substancialmente”, e “em tempo recorde”, sua dependência dos combustíveis fósseis russos.

Bobagem. A realidade energética da Europa é sombria. O preço do GNL russo da Novatek está atualmente em torno de US$ 4,5 a US$ 4,7 por MMBtu. Isso é mais caro do que o gás de gasoduto, mas ainda muito (itálico meu) mais barato do que o GNL americano.

Todos os profissionais do setor, do Golfo Pérsico à Antuérpia, sabem que a Europa agora está importando GNL russo como nunca antes. É isso – ou uma morte seca. Paralelamente, a Rússia triplicará sua capacidade de fornecimento de GNL até 2035. Resultado final: seja qual for a ideia dos “comissários de energia” em Bruxelas, a Rússia continuará sendo essencial para a segurança energética europeia.

Não há limites – nem mesmo estratosféricos – para a estupidez da eurocracia, que corrói o sistema como uma praga. Os europeus não apenas conseguiram fechar seus próprios gasodutos, mas ainda estão “investigando” o ataque terrorista de fato ao Nord Stream.

Resultado final: agora eles estão importando mais (itálico meu) gás russo, mas por meios diferentes, de fornecedores terceirizados, e pagando uma fortuna.

Isso é o que pode ser descrito como o Plano Estratégico de Vitória de Chihuahua.

O Tesouro dos EUA sanciona o Sr. Disco Inferno

As exportações de GNL da Rússia atingiram um recorde no ano passado, crescendo 4% – e entregando 33,6 milhões de toneladas. O recorde mensal foi de 3,25 milhões de toneladas em dezembro de 2024 – 13,7% a mais do que em novembro.

O maior exportador russo é a Yamal LNG: 21,1 milhões de toneladas, 6% a mais do que em 2023.

Agora, vamos ao proverbial estrondo americano, na forma do Secretário de Estado Assistente para Recursos Energéticos, Geoffrey Pyatt, ordenando o “término total” do gás russo exportado para a Europa.

Para o inferno com o que nações como Hungria, Áustria e Eslováquia possam pensar – e de fato precisam.

Pyatt disse ao Atlantic Council:

“Hoje, somos o maior exportador de GNL do mundo e, até o final do governo Trump, teremos dobrado o que estamos fazendo hoje […] A decisão foi claramente tomada em Bruxelas para chegar a zero [suprimentos de gás da Rússia] até 2027… e os Estados Unidos apoiam fortemente essa meta”.

Que pena. Será que essas pessoas sequer leem as manchetes básicas? Conforme relatado pelo Politico, a UE está “devorando” o gás russo em níveis sem precedentes desde o início de 2025, importando 837.300 toneladas métricas de GNL apenas nas duas primeiras semanas do ano.

O acordo de trânsito com a Ucrânia foi encerrado definitivamente – pelo menos por enquanto – a partir de 1º de janeiro. A ação agora está nas rotas marítimas.

O Tesouro dos EUA apresentou um novo pacote de sanções contra o comércio de petróleo russo, visando até 5,8 milhões de barris por dia transportados por via marítima.

Atualmente, o mercado global de petróleo está registrando um excedente de cerca de 0,8 milhão de barris por dia. Os preços do petróleo para 2025 devem permanecer em torno de US$ 71 por um barril de petróleo Brent (atualmente, está em US$ 76,2). Não é exatamente o que o Sr. Disco Inferno deseja.

Então, vamos supor que esses 5,8 milhões de barris de petróleo russo – sob duras sanções – desapareceriam do mercado global. Nesse caso, os preços do petróleo disparariam para uma média de US$ 150 a US$ 160 por barril. Mais uma vez, não é o que o Sr. Disco Inferno quer: ele prometeu veementemente – e continua prometendo – uma superpotência petrolífera MAGA, enquanto reduz os preços do petróleo para no máximo US$ 50 por barril.

De acordo com o orçamento da Rússia para 2025, o preço do petróleo é de US$ 65,9 por barril.

Se o Tesouro dos EUA conseguir fazer sua mágica e “desaparecer” com esses 5,8 milhões de barris, as receitas russas subiriam para cerca de US$ 88,2 bilhões, mesmo considerando exportações muito menores.

Os altos preços do petróleo prejudicam a competitividade americana. Portanto, alguém deveria dizer ao Sr. Disco Inferno que essa jogada do Tesouro dos EUA é, na verdade, mais negativa para os sonhos trumpianos do que para a Rússia.

Em toda a Eurásia, a Rússia está se sentindo bem, especialmente com seus parceiros do BRICS. O Power of Siberia para a China está em pleno andamento, e a Power of Siberia II deve começar a operar até 2030. Um aumento nas exportações de GNL para o Irã é um negócio fechado – especialmente após a assinatura da parceria estratégica no início deste mês.

Este ano também será assinado um acordo na Rússia para transportar GNL para o Afeganistão por meio de comboios de caminhões-tanque. O próximo passo será o Pipelineistan: talvez, finalmente, as etapas necessárias para construir uma variante do gasoduto TAPI (Turcomenistão-Afeganistão-Paquistão-Índia), mas com gás vindo da Rússia.

O maior cliente do GNL russo, além da China, é, obviamente, a Índia, parceira do BRICS. É do interesse da Rússia, do Irã, do Afeganistão e da Índia ter um Paquistão estabilizado – e não uma Islamabad controlada remotamente por Washington, como na configuração atual – para a abertura final das rotas de GNL russo para a Índia. Isso acontecerá, com o tempo.

Quanto aos chihuahuas europeus, divirtam-se com suas fantasias de “derrota estratégica”. Continuem tagarelando – e comprando GNL russo.

Tradução: Comunidad Saker Latinoamericana

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La política energética de chihuahua: es un gas, gas, gas https://strategic-culture.su/news/2025/02/04/la-politica-energetica-de-chihuahua-es-un-gas-gas-gas/ Tue, 04 Feb 2025 16:10:47 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883328 Chihuahuas europeos, ¡disfrutad de vuestras fantasías de “derrota estratégica”! Sigan ladrando y comprando GNL ruso.

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Empecemos con la historia de un imperio fanfarroneando a los cuatro vientos.

El Sr. Disco Inferno ordena a la OPEP y a la OPEP+ que bajen el precio del petróleo porque, en su opinión, eso podría resolver la guerra en Ucrania, es decir, obligar a Moscú a sentarse a la mesa debido a la disminución de los ingresos energéticos.

Eso en sí mismo resume el nivel de basura que POTUS (1) está recibiendo de su cornucopia de acrónimos que pasan por inteligencia.

Trump en Davos:

Voy a pedir a Arabia Saudí y a la OPEP que bajen el precio del petróleo (…) Si el precio bajara, la guerra entre Rusia y Ucrania terminaría inmediatamente. Ahora mismo, el precio es lo suficientemente alto como para que la guerra continúe (…) Con la bajada de los precios del petróleo, exigiré que los tipos de interés bajen inmediatamente. Y, del mismo modo, deberían bajar en todo el mundo. Los tipos de interés deberían seguirnos.

Como era de esperar, la OPEP+, dirigida básicamente por Arabia Saudí y Rusia, dijo «Nyet».

Aparte del hecho de que no les importan mucho los tipos de interés, en el frente energético seguirán haciendo lo que tienen planeado, incluida la pronta disminución de la producción, pero a niveles aceptables.

Standard Chartered, uno de los principales actores, señaló que la OPEP tiene un poder limitado para poner fin a la guerra de inmediato mediante la reducción del precio del petróleo, y que los ministros de la OPEP consideran este intento de ‘estrategia’ muy ineficiente y costoso.

Hasta aquí los dictados imperiales.

El plan de victoria estratégica de Chihuahua

Como se ha destacado anteriormente, Estados Unidos, a través del fracking, tiene suficiente gas para el consumo interno, pero no lo suficiente para exportar en masa a la UE, debido a problemas de licuefacción.

Esto explica por qué, incluso comprando más energía estadounidense a precios exorbitantes, la UE sigue dependiendo de facto en gran medida del GNL ruso —y de fuentes no estadounidenses— desde el sabotaje de los gasoductos del Mar del Norte, revelado en detalle por Sy Hersh.

Incluso a plena capacidad, el Imperio del Caos simplemente no puede suministrar todo el gas que necesita la UE; a esto se suma la falta de inversión en exploración adicional, que es muy necesaria, y en la infraestructura necesaria para satisfacer la creciente demanda de la UE.

En el mercado petrolero nacional de EE. UU., las cosas se vuelven positivamente kafkianas.

El transporte por camión en EE. UU., una industria de servicios masiva depende del diésel ruso importado, que debe mezclarse con petróleo Made in America para que sea apto para los camiones.

Ahora volvamos a Davos, que llegó y se fue sin apenas dejar huella. La tóxica CE Medusa von der Leyen dijo en Davos que Europa había “reducido sustancialmente”, y “en un tiempo récord”su dependencia de los combustibles fósiles rusos.

Tonterías. La realidad energética de Europa es sombría. El GNL ruso de Novatek tiene actualmente un precio de entre 4,5 y 4,7 dólares por MMBtu. Eso es más caro que el gas de gasoducto, pero sigue siendo mucho más (cursiva mía) barato que el GNL estadounidense.

Todos los profesionales del sector, desde el Golfo Pérsico hasta Amberes, saben que Europa está importando GNL ruso como nunca antes lo había hecho. Eso es todo, o una muerte seca.

Paralelamente, Rusia triplicará su capacidad de suministro de GNL para 2035. Resultado final: sea lo que sea lo que se les ocurra a esos ‘comisarios de energía’ en Bruselas, Rusia seguirá siendo esencial en lo que respecta a la seguridad energética europea.

No hay límites, ni siquiera estratosféricos, para la estupidez de la eurocracia, que corroe el sistema como una plaga. Los europeos no solo han conseguido cerrar sus propios gasoductos, sino que siguen ‘investigando’ el ataque terrorista de facto de Nord Stream.

Resultado final: ahora importan más (cursiva mía) gas ruso, pero por medios diferentes, de terceros proveedores, y pagando una fortuna.

Esto es lo que se puede describir como el Plan de Victoria Estratégica de Chihuahua.

El Tesoro de EE. UU. sanciona a Disco Inferno

Las exportaciones de GNL de Rusia alcanzaron un máximo histórico el año pasado, con un crecimiento del 4 % y un suministro de 33,6 millones de toneladas. El récord mensual fue de 3,25 millones de toneladas en diciembre de 2024, un 13,7 % más que en noviembre.

El mayor exportador ruso es Yamal LNG: 21,1 millones de toneladas, un 6 % más que en 2023.

Ahora, el famoso estruendo estadounidense, en forma del subsecretario de Estado de Recursos Energéticos, Geoffrey Pyatt, ordena la “terminación total” del gas ruso exportado a Europa.

Al diablo con lo que puedan pensar (y necesitar) naciones como Hungría, Austria y Eslovaquia.

Pyatt declaró ante el Atlantic Council:

Hoy somos el mayor exportador de GNL del mundo, y para el final de la administración Trump, habremos duplicado lo que estamos haciendo hoy […] La decisión se ha tomado claramente en Bruselas para llegar a cero [suministros de gas de Rusia] para 2027… y Estados Unidos apoya firmemente ese objetivo».

Vaya. ¿Es que esta gente no lee siquiera los titulares básicos? Según informa Politicola UE está ‘devorando’ gas ruso a niveles sin precedentes desde principios de 2025, importando 837 300 toneladas métricas de GNL solo en las dos primeras semanas del año.

El acuerdo de tránsito con Ucrania se cerró definitivamente, al menos por ahora, a partir del 1 de enero. La acción ahora está en las rutas marítimas.

El Tesoro de EE. UU. entra en escena con un nuevo paquete de sanciones contra el comercio de petróleo ruso, que afecta a hasta 5,8 millones de barriles diarios enviados por mar.

Tal y como están las cosas, el mercado mundial del petróleo está experimentando un superávit de unos 0,8 millones de barriles al día. Los precios del petróleo para 2025 deberían mantenerse en torno a los 71 dólares por barril de crudo Brent (en la actualidad, están en 76,2 dólares). No es exactamente lo que quiere el Sr. Disco Inferno.

Supongamos, pues, que esos 5,8 millones de barriles de petróleo ruso, sometidos a duras sanciones, desaparecieran del mercado mundial. En este caso, los precios del petróleo se dispararían a una media de 150 a 160 dólares el barril.

Una vez más, no es lo que quiere el Sr. Disco Inferno: prometió a gritos —y sigue prometiendo— una superpotencia petrolera MAGA, mientras reduce los precios del petróleo a un máximo de 50 dólares el barril.

Según el presupuesto de Rusia para 2025, el precio del petróleo es de 65,9 dólares el barril.

Si el Tesoro de EE. UU. logra hacer su magia y ‘desaparecer’ con esos 5,8 millones de barriles, los ingresos rusos aumentarían a unos 88 200 millones de dólares, incluso teniendo en cuenta exportaciones mucho más bajas.

Los altos precios del petróleo perjudican la competitividad estadounidense. Así que alguien debería decirle al Sr. Disco Inferno que esta táctica del Tesoro de EE. UU. es en realidad más negativa para los sueños trumpianos que para Rusia.

En toda Eurasia, Rusia está en una buena posición, especialmente con sus socios del BRICS. El Power of Siberia a China va viento en popa, y el Power of Siberia II debería empezar a funcionar en 2030. El aumento de las exportaciones de GNL a Irán es un hecho, especialmente tras la firma de la asociación estratégica a principios de este mes.

Este año también se firmará un acuerdo en Rusia para transportar GNL (Gas Natural Licuado) a Afganistán mediante convoyes de camiones cisterna. El siguiente paso será Pipelineistán: quizás, finalmente, los pasos necesarios para construir una variante del gasoducto TAPI (Turkmenistán-Afganistán-Pakistán-India), pero con gas procedente de Rusia.

El mayor cliente de GNL ruso, aparte de China, es, por supuesto, la India, socio de los BRICS. A Rusia, Irán, Afganistán y la India les interesa que Pakistán se estabilice, no que Islamabad esté controlado por Washington, como ocurre en la actualidad, para la apertura definitiva de rutas de GNL ruso a la India. Eso sucederá, con el tiempo.

En cuanto a los chihuahuas europeos, disfruten de sus fantasías de “derrota estratégica”. Sigan ladrando y comprando GNL ruso.

Traducción: Observatorio de trabajadores en lucha

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La politica energetica del Chihuahua: è un gas, gas, gas https://strategic-culture.su/news/2025/02/02/la-politica-energetica-del-chihuahua-un-gas-gas-gas/ Sun, 02 Feb 2025 09:09:14 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883278 Chihuahua europei, goditi le tue fantasie di “sconfitta strategica”!

Segue nostro Telegram.

Cominciamo con la storia di un Impero che si vanta al vento.

Mr. Disco Inferno ordina all’OPEC e all’OPEC+ di abbassare il prezzo del petrolio, perché, secondo lui, questo potrebbe risolvere la guerra in Ucraina – come a dire costringere Mosca a sedersi al tavolo a causa della diminuzione delle entrate energetiche. Questo riassume di per sé il livello di spazzatura che viene dato in pasto al POTUS dalla sua cornucopia di acronimi che passano per informazioni.

Trump a Davos: “Chiederò all’Arabia Saudita e all’OPEC di abbassare il costo del petrolio (…) Se il prezzo scendesse, la guerra Russia-Ucraina finirebbe immediatamente. In questo momento, il prezzo è abbastanza alto da far continuare la guerra (…) Se il prezzo del petrolio scende, chiederò che i tassi di interesse scendano immediatamente. E, allo stesso modo, dovrebbero scendere in tutto il mondo. I tassi di interesse dovrebbero seguirci”.

Com’era prevedibile, l’OPEC+ – gestita fondamentalmente da Arabia Saudita e Russia – ha detto Nyet. A parte il fatto che non si preoccupano molto dei tassi d’interesse, sul fronte energetico continueranno a fare ciò che hanno programmato, compresa una prossima diminuzione della produzione, ma a livelli accettabili.

Standard Chartered, uno dei principali operatori, ha osservato che l’OPEC ha un potere limitato per porre fine immediatamente alla guerra riducendo il prezzo del petrolio, con i ministri dell’OPEC che considerano questo tentativo di “strategia” molto inefficiente e costoso.

Alla faccia dei diktat imperiali.

Il piano strategico di vittoria di Chihuahua

Come evidenziato in precedenza, gli Stati Uniti – grazie al fracking – hanno abbastanza gas per il consumo interno, ma non abbastanza per esportarlo in massa nell’UE, a causa di problemi di liquefazione. Questo spiega perché, anche acquistando più energia americana a prezzi esorbitanti, l’UE rimane di fatto largamente dipendente dal GNL russo – e da fonti non statunitensi – dopo il sabotaggio dei Nord Streams, svelato in dettaglio da Sy Hersh.

Anche a pieno regime, l’Impero del Caos non è in grado di fornire tutto il gas di cui l’UE ha bisogno; a ciò si aggiunga l’assenza di investimenti sia nell’esplorazione supplementare, di cui c’è estremo bisogno, sia nelle infrastrutture necessarie a soddisfare l’aumento della domanda dell’UE.

Sul mercato petrolifero statunitense, le cose si fanno decisamente kafkiane. L’autotrasporto statunitense – un’enorme industria di servizi – dipende dal diesel russo importato, che deve essere miscelato con petrolio Made in America per essere adatto ai camion.

E ora torniamo a Davos, che è andata e tornata a malapena registrando una battuta d’arresto. La tossica Medusa von der Leyen ha dichiarato a Davos che l’Europa ha “ridotto sostanzialmente”, e “a tempo di record”, la sua dipendenza dai combustibili fossili russi.

Sciocchezze. La realtà energetica dell’Europa è desolante. Il GNL russo di Novatek ha attualmente un prezzo di circa 4,5-4,7 dollari per MMBtu. È più costoso del gas dei gasdotti, ma ancora molto (corsivo mio) più economico del GNL americano.

Tutti gli operatori del settore, dal Golfo Persico ad Anversa, sanno che l’Europa sta importando GNL russo come mai aveva fatto prima. È tutto, o una morte secca. Parallelamente, la Russia triplicherà la sua capacità di fornitura di GNL entro il 2035. Risultato finale: qualunque cosa possano inventarsi i “commissari all’energia” di Bruxelles, la Russia rimarrà essenziale per la sicurezza energetica europea.

Non ci sono limiti – nemmeno stratosferici – alla stupidità dell’eurocrazia, che corrode il sistema come una piaga. Gli europei non solo sono riusciti a chiudere i propri gasdotti, ma stanno ancora “indagando” sull’attacco terroristico de facto al Nord Stream.

Risultato finale: ora importano più (corsivo mio) gas russo, ma con mezzi diversi, da fornitori terzi, e pagando una fortuna.

Questo è ciò che può essere descritto come il piano strategico di vittoria di Chihuahua.

Il Tesoro americano sanziona Mr. Disco Inferno

L’anno scorso le esportazioni russe di GNL hanno raggiunto un livello record, con una crescita del 4% e una consegna di 33,6 milioni di tonnellate. Il record mensile è stato di 3,25 milioni di tonnellate nel dicembre 2024, il 13,7% in più rispetto a novembre.

Il maggiore esportatore russo è Yamal LNG: 21,1 milioni di tonnellate, il 6% in più rispetto al 2023.

E ora il proverbiale baccano americano, con l’assistente del Segretario di Stato per le risorse energetiche Geoffrey Pyatt che ha ordinato la “completa cessazione” delle esportazioni di gas russo in Europa.

Al diavolo ciò che nazioni come Ungheria, Austria e Slovacchia possono pensare – e di cui hanno bisogno.

Pyatt ha dichiarato al Consiglio Atlantico: “Oggi siamo il più grande esportatore di GNL al mondo ed entro la fine dell’amministrazione Trump raddoppieremo quello che stiamo facendo oggi […] La decisione è stata chiaramente presa a Bruxelles di arrivare a zero [forniture di gas dalla Russia] entro il 2027… e gli Stati Uniti sostengono fortemente questo obiettivo”.

Oh, cielo. Ma queste persone leggono almeno i titoli dei giornali? Come riportato da Politico, l’UE sta “divorando” il gas russo a livelli senza precedenti dall’inizio del 2025, importando 837.300 tonnellate metriche di GNL solo nelle prime due settimane dell’anno.

L’accordo di transito con l’Ucraina è stato chiuso definitivamente – almeno per ora – a partire dal gennaio. L’azione si concentra ora sulle rotte marittime.

Il Tesoro degli Stati Uniti ha presentato un nuovo pacchetto di sanzioni contro il commercio petrolifero russo, che prevede fino a 5,8 milioni di barili al giorno trasportati via mare.

Allo stato attuale, il mercato petrolifero globale registra un’eccedenza di circa 0,8 milioni di barili al giorno. I prezzi del petrolio per il 2025 dovrebbero rimanere intorno ai 71 dollari per un barile di Brent (attualmente sono 76,2 dollari). Non proprio quello che vuole il signor Disco Inferno.

Supponiamo quindi che questi 5,8 milioni di barili di petrolio russo – sottoposti a rigide sanzioni – scompaiano dal mercato globale. In questo caso il prezzo del petrolio salirebbe alle stelle, raggiungendo una media di 150-160 dollari al barile. Ancora una volta, non è quello che vuole il signor Disco Inferno, che ha promesso a gran voce – e continua a promettere – una superpotenza petrolifera MAGA, abbassando i prezzi del petrolio al massimo a 50 dollari al barile.

Secondo il bilancio russo del 2025, il petrolio ha un prezzo di 65,9 dollari al barile.

Se il Tesoro americano riuscisse a fare la sua magia e a “sparire” con quei 5,8 milioni di barili, le entrate russe salirebbero a circa 88,2 miliardi di dollari, anche considerando esportazioni molto più basse.

Gli alti prezzi del petrolio danneggiano la competitività americana. Quindi qualcuno dovrebbe dire al signor Disco Inferno che questa mossa del Tesoro americano è in realtà più negativa per i sogni trumpiani che per la Russia.

In tutta l’Eurasia, la Russia sta bene, soprattutto con i suoi partner BRICS. Il Power of Siberia verso la Cina va a gonfie vele e il Power of Siberia II dovrebbe entrare in funzione entro il 2030. L’aumento delle esportazioni di GNL verso l’Iran è un affare fatto, soprattutto dopo la firma del partenariato strategico all’inizio di questo mese.

Quest’anno sarà firmato in Russia anche un accordo per il trasporto di GNL in Afghanistan tramite convogli di autocisterne. Il prossimo passo sarà il Pipelineistan: forse, finalmente, i passi necessari per costruire una variante del gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), ma con il gas proveniente dalla Russia.

Il maggior cliente del GNL russo, oltre alla Cina, è ovviamente l’India, partner dei BRICS. È nell’interesse della Russia, dell’Iran, dell’Afghanistan e dell’India avere un Pakistan stabilizzato – non una Islamabad telecomandata da Washington, come nell’assetto attuale – per l’apertura definitiva delle rotte del GNL russo verso l’India. Questo accadrà, col tempo.

Per quanto riguarda i chihuahua europei, godetevi le vostre fantasie di “sconfitta strategica”. Continuate a blaterare e a comprare il GNL russo.

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The Chihuahua Energy Policy: it’s a gas, gas, gas https://strategic-culture.su/news/2025/01/31/chihuahua-energy-policy-its-gas-gas-gas/ Fri, 31 Jan 2025 19:37:20 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883252

Contact us: info@strategic-culture.su

Let’s start with the tale of an Empire bragging to the wind.

Mr. Disco Inferno orders OPEC and OPEC+ to lower the price of oil, because, in his mind, that may solve the war in Ukraine – as in forcing Moscow to the table because of dwindling energy revenues. That in itself summarizes the level of garbage being fed to POTUS by his cornucopia of acronyms passing for intel.

Trump at Davos: “I’m going to ask Saudi Arabia and OPEC to bring down the cost of oil (…) If the price came down, the Russia-Ukraine war would end immediately. Right now, the price is high enough that that war will continue (…) With oil prices going down, I’ll demand that interest rates drop immediately. And, likewise, they should be dropping all over the world. Interest rates should follow us.

Quite predictably, OPEC+ – basically run by Saudi Arabia and Russia – said Nyet. Apart from the fact they don’t care much about interest rates, on the energy front they’ll keep doing what they have planned to do, including soon decreasing production, but at acceptable levels.

Standard Chartered, a major player, noted that OPEC has limited power to end the war immediately by reducing the oil price, with OPEC ministers considering this attempt at “strategy” as very inefficient and costly.

So much for imperial diktats.

The Chihuahua Strategic Victory Plan

As highlighted before, the U.S. – via fracking – has enough gas for domestic consumption, but not enough to export en masse to the EU, because of liquification problems. That explains why even buying more American energy for exorbitant prices, the EU de facto remains largely dependent on Russian LNG – and non-U.S. sources – since the sabotage of the Nord Streams, unveiled in detail by Sy Hersh.

Even at full capacity, the Empire of Chaos simply cannot deliver all the gas the EU needs; add to it virtually no investment in both badly needed extra exploration plus the infrastructure necessary to meet increased EU demand.

On the domestic U.S. oil market, things do get positively Kafkaesque. U.S. trucking – a massive service industry – is dependent on imported Russian diesel, which needs to be mixed with Made in America oil in order to be suitable for trucks.

Now cut again to Davos, which came and went barely registering a blip. Toxic EC Medusa von der Leyen told Davos that Europe had “substantially reduced”, and “in record time”, its dependency on Russian fossil fuels.

Nonsense. Europe’s energy reality is bleak. Russian LNG from Novatek is currently priced at around $4.5–$4.7 per MMBtu. That’s more expensive than pipeline gas but still much (italics mine) cheaper than American LNG.

Every industry pro from the Persian Gulf to Antwerp knows that Europe is now importing Russian LNG like it never did before. That’s it – or a dry death. In parallel, Russia will triple its LNG supply capacity by 2035. End result: whatever those “energy commissioners” in Brussels may come up with, Russia will remain essential when it comes to European energy security.

There are no limits – even stratospheric – for Eurocracy stupidity, which corrodes the system like a plague. The Europeans not only have managed to shut off their own gas pipelines but are still “investigating” the Nord Stream de facto terror attack.

End result: they are now importing more (italics mine) Russian gas, but by different means, from third-party suppliers, and paying a fortune.

This is what can be described as the Chihuahua Strategic Victory Plan.

U.S. Treasury sanctions Mr. Disco Inferno

Russia’s LNG exports hit a record high last year, growing by 4% – and delivering 33.6 million tons. The monthly record was 3.25 million tons in December 2024 – 13.7% more than November.

The largest Russian exporter is Yamal LNG: 21.1 million tons, 6% more than in 2023.

Now cut to proverbial American rumble, in the form of Assistant Secretary of State for Energy Resources Geoffrey Pyatt ordering the “full termination” of Russian gas exported to Europe.

To hell with what nations like Hungary, Austria and Slovakia may think – and do need.

Pyatt told the Atlantic Council, “Today we are the largest LNG exporter in the world, and by the end of the Trump administration, we will have doubled what we’re doing today […] The decision has clearly been made in Brussels to get to zero [gas supplies from Russia] by 2027…and the United States strongly supports that goal.”

Oh dear. Do these people even read the basic headlines? As reported by Politico, the EU is “devouring” Russian gas at unprecedented levels since the start of 2025, importing 837,300 metric tons of LNG just in the first two weeks of the year.

The Ukraine transit deal was shut off for good – at least for now – starting on January 1st. The action now is on the maritime routes.

Enter the U.S. Treasury with a new – what else – sanctions package against Russian oil trade, targeting up to 5.8 million barrels a day shipped by sea.

As it stands, the global oil market is experiencing a surplus of about 0.8 million barrels a day. Oil prices for 2025 should remain at around $71 for a barrel of Brent crude (as it stands, it’s $76.2). Not exactly what Mr. Disco Inferno wants.

So let’s assume these 5.8 million barrels of Russian oil – under stiff sanctions – would vanish from the global market. In this case we would have oil prices skyrocketing to an average of $150 to $160 a barrel. Once again, not what Mr. Disco Inferno wants: he vociferously promised – and keeps promising – a MAGA oil superpower, while lowering oil prices to max $50 a barrel.

According to Russia’s 2025 budget, oil is priced at $65.9 a barrel.

If the U.S. Treasury manages to work its magic and “disappear” with those 5.8 million barrels, Russian revenues would go up to around $88.2 billion, even considering much lower exports.

High oil prices hurt American competitiveness. So somebody should tell Mr. Disco Inferno this U.S. Treasury gambit is actually more negative to Trumpian dreams than to Russia.

Across Eurasia, Russia is sitting pretty, especially with its BRICS partners. Power of Siberia to China is on a roll, and Power of Siberia II should start operating by 2030. A boost on LNG exports to Iran is a done deal – especially after the signing of the strategic partnership earlier this month.

This year a deal will also be signed in Russia to transport LNG to Afghanistan via tanker convoys. Next step will be Pipelineistan: perhaps, finally, the necessary steps to build a variant of TAPI (the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) pipeline, but with gas coming from Russia.

The biggest customer for Russian LNG, apart from China, is of course BRICS partner India. It’s in the interests of Russia, Iran, Afghanistan and India to have a stabilized Pakistan – not an Islamabad remote-controlled by Washington, as in the current setup – for the final opening of Russian LNG routes to India. That will happen, in time.

As for the European chihuahuas, enjoy your “strategic defeat” fantasies. Keep yapping – and buying Russian LNG.

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The Cold War Between Saudi Arabia and United Arab Emirates Heats Up https://strategic-culture.su/news/2023/07/28/the-cold-war-between-saudi-arabia-and-united-arab-emirates-heats-up/ Fri, 28 Jul 2023 13:09:48 +0000 https://strategic-culture.org/?post_type=article&p=875332 The Saudi-UAE alliance, once hailed as an unbreakable pillar in the region, is experiencing significant strain due to Yemen’s complexities, economic rivalry, energy diplomacy, the Qatar crisis, and power struggles in the region.

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Saudi Crown Prince, Mohammed bin Salman (MBS), gathered Saudi journalists in Riyadh in December to say that the United Arab Emirates (UAE) had been an ally for decades, but had stabbed Saudi Arabia in the back, and threatened a response.

According to Gulf experts, the disagreement between MBS and Mohammed bin Zayed (MBZ) is because of the competition between the two over geopolitical and economical leadership in the region. The rivalry stems from the question as to who will be in control of the global oil market.

MBS favors lower oil production, in line with OPEC agreed upon levels, which keeps the global oil price higher. U.S. President Joe Biden traveled to Saudi Arabia to personally ask MBS to raise oil production in order to lower the gasoline prices in America, which would be a political plus for Biden and his 2024 re-election campaign while faced with low polling numbers.

However, after the cordial fist-bump the meeting failed to produce the results Biden came for. MBS refused to increased oil production, instead sticking with the previous OPEC agreed upon levels. MBS is the most powerful player in OPEC, and has stepped onto the regional stage as the most powerful political player in the region as well.

MBZ favors increased oil production, which would drop oil prices, but with increased sales, UAE would still have high profits. This strategy is in line with what the White House favors.

The UAE has become an investment and tourism destination for wealthy foreigners, including those from western democracies. Residents of the UAE enjoy a first-class lifestyle, and comparable wages in a cosmopolitan setting.

Not that long ago, Saudi Arabia didn’t even offer a tourist visa. Women had to be covered from head to toe and ‘fashion police’ roamed the streets beating women with canes if not appropriately covered. MBS shelved those antiquated measures and is in the process of turning Saudi Arabia into a tourist destination including the new mega-city Neom, and the new Saudi airlines which will rival the UAE’s Emirates airlines.

The geopolitical landscape of the Middle East is witnessing a subtle but noticeable shift, as cracks begin to emerge in the once unshakeable alliance between Saudi Arabia and the United Arab Emirates (UAE). Recent events, ranging from regional disagreements to economic competition, have contributed to a growing strain between these two powerhouse nations.

Yemen and Regional Ambitions

One area that has tested the Saudi-UAE relationship is the ongoing conflict in Yemen. Initially presenting a united front against the Houthi rebels, differing visions on post-war Yemen have caused a rift. While Saudi Arabia portrays itself as the senior custodian of Yemen’s stability, the UAE has often pursued independent ambitions in the south, creating divisions and muddying the waters of coalition efforts. This discord has further complicated reaching a comprehensive peace agreement.

Economic Rivalry

Economic competition has become another catalyst behind the strained Saudi-UAE relationship. Both countries aspire to diversify their economies and reduce dependence on oil, leading to increased rivalry in various sectors such as finance, tourism, entertainment, and technology. These ambitions have occasionally resulted in overlapping interests and rivalries, creating friction between the two nations, as they vie for prominence in the region.

Energy Diplomacy and OPEC

In the realm of energy diplomacy, tensions have recently risen, causing the Saudi-UAE relationship to falter. Disagreements arose within the Organization of the Petroleum Exporting Countries (OPEC) regarding production cuts. UAE’s push for higher production quotas to fund its future economic projects clashed with Saudi Arabia’s preference for maintaining market stability. The fallout of these negotiations exposed divisions, sparking resentment and contributing to the widening gap between the two nations.

Qatar and the GCC Crisis

The Gulf Cooperation Council (GCC) crisis, which erupted in 2017, has further strained the Saudi-UAE alliance. While Saudi Arabia led the blockade against Qatar, the UAE took measures to isolate Qatar, accusing it of supporting terrorism. However, as regional dynamics have evolved, Saudi Arabia has sought reconciliation, while the UAE remains hesitant. This contrasting approach has caused a rift within the coalition, impacting the shared stance against Qatar and challenging the long-standing regional dynamics.

Regional Influence and Power Struggles

As both Saudi Arabia and the UAE aim to assert their dominance and expand their influence in the wider Middle East, their individual foreign policies frequently collide. Divergent approaches towards Syria, Iran, and Egypt, among others, have strained the alliance. Saudi Arabia’s focus on confronting Iran and maintaining traditional alliances often contrasts with the UAE’s pragmatism and pursuit of calculated regional partnerships. Such divergent strategies have created tensions, potentially altering regional dynamics.

The Saudi-UAE alliance, once hailed as an unbreakable pillar in the region, is experiencing significant strain due to Yemen’s complexities, economic rivalry, energy diplomacy, the Qatar crisis, and power struggles in the region. These contrasting interests and policies have gradually eroded the unity that once defined their partnership. As the Middle East undergoes profound transformations, it remains to be seen how Saudi Arabia and the UAE will navigate these challenges, either rejuvenating their alliance or drifting further apart in pursuit of their own ambitions.

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Davos Runs Into the OPEC+ Buzzsaw https://strategic-culture.su/news/2023/04/11/davos-runs-into-opec-buzzsaw/ Tue, 11 Apr 2023 19:44:50 +0000 https://strategic-culture.org/?post_type=article&p=874254 By Tom LUONGO

Every Wednesday and Sunday morning I record a private podcast for my patrons. I cover gold, silver, oil, the Dow Jones and Bitcoin at a minimum. This past Sunday I mentioned during my oil commentary I thought the six-month long weakness in oil was overdone.

Last week’s price action clearly agreed with me as the futures markets finally saw some position squaring into the quarterly close on Friday.

At least that’s what I thought at the time.  It turns out that there were a lot of people who must have known that OPEC+ was going to announce a surprise production cut while I was yammering into a microphone Sunday morning. Because they bid oil up into the quarterly close using the tailwinds of strong closes across the entire ‘tangible assets’ space — gold, stocks, US treasuries, industrial metals, etc. — as cover.

The ‘deflation trade’ hit its peak when Brent crude futures bottomed near $70 per barrel on March 19th.

Thanks to OPEC+’s announcement Brent Crude gapped open at ~$85 per barrel.  West Texas Intermediate (WTI) moved above $80 and the Brent/WTI spread is trending towards $3.

It was $8+ a few months ago.  This is very good news for US producers and exporters.  The oil market had a fundamental supply and demand mismatch.  Back in January even the IEA was talking nearly a 1 million bbl/day mismatch between supply growth (<1 million bbls/day) and demand growth (>1.9 million bbls/day). And that was with a recession on everyone’s lips to start the year and China locked down.

Today their outlook more sanguine but mostly on disruption due to the embargoes against Russian oil. That disruption, like all things, is temporary. Transport costs will go up due to rising inefficiencies but the structural demand will stay the same.

This supports, not undermines, higher oil prices.

Goldman Sachs, whose statements one should always salt to taste, has been screaming that the action in the oil pits has defied reason for months. As long-time readers well know I’ve been complaining that this move down in oil into the $70’s was complete nonsense, a product of futures manipulation through headlines and always dubious inventory data.

Watching the Volatility Splash By…

I’ve watched the volatility in oil explode since “Biden’s” war on Russia began.

You can see it clearly in the weekly charts… just look at the candlesticks on each half of the chart below (demarcated by the vertical black line). You don’t need numbers or years of market analysis behind you, just use your eyes.

The war isn’t just being fought on the ground in Ukraine.  It’s being fought in the capital markets.  Oil is the most important market in the world, far more important than the US dollar or the US Treasury markets.

Here I disagree with Martin Armstrong, not because those markets aren’t bigger and affect global capital flows more than oil (they do), but because without a relatively stable market for pricing oil there can be no trade.

The instability of our interest rate and currency markets are downstream of this increased volatility in oil.

The same thing, by the way, happened to the Dow Jones after President Trump was elected.  I had to alter my data sets for calculating my quantitative tools for assessing the weekly state of the Dow because volatility tripledThis made older data useless in assisting me in seeing the odds of moving higher or lower week to week.

Targeting the US stock market with volatility was a way to undermine Trump while pushing the US dollar lower even though Jerome Powell was trying to raise interest rates pre-COVID-19, only to be attacked via COVID and Trump’s short-sightedness.

The main point is this: the way to destroy a market is to make it too volatile for the average person or even small hedge fund to trade.  Constantly whipsawing the price from hither to yon and back again makes it impossible for the small players in the futures markets to maintain their margin requirements. Eventually, they are either the victim of ‘volatility washing’ or just give up and go trade something that isn’t batshit insane.

When you do this, flush out the small specs (speculator,s) you decrease market liquidity and make it the plaything of those with the deepest pockets.  This has been the playbook used in the precious metals for years which guys like Craig Hemke (TF Metals Report) and others rightly complain about.

Multi-Front War

Do you see why OPEC+ would announce a major production cut at this moment in time?   Brent is becoming a broken market.

Biden left the US vulnerable to a price shock with an empty SPR while preparing for at least one ground/naval war.

Europe is already screwed. Lagarde is defending the euro to offset energy imports at higher prices from the US, now Europe’s largest supplier.

This is killing US/EU credit spreads. Because Lagarde can either protect credit spreads or she can protect the euro but she can’t do both without outside help.

Biden was supposed to help Europe (and Davos) by selling them the SPR as the price came down and shutting out Russia via sanctions and Janet Yellen’s moronic price cap. They were supposed to have control over oil prices such that they could drive them into the $50s or even the $40s to break Putin’s and bail out Europe’s economy.

This would have crushed inflation, stopped the interest rate hikes, and quelled the unrest around the continent.

Instead OPEC+ did exactly what you would expect them to do in this situation, announce a production cut and force the central banks of energy importers to defend their currencies.

The guy laughing his ass off right now is Jerome Powell.

Look at the markets this morning and you’ll see what I see — a massive cost-push inflation trade.  Gold through $2000, Silver up, Oil up, bond yields down, stocks up strong.

But at the same time those signals can also be reinterpreted as ‘money getting to ground’ rather than being unleashed because of new economic growth.

Either way it doesn’t matter, these market reactions tell you headline inflation, not just core inflation, is likely to stop falling here as oil reverses and OPEC+ takes it back towards $100/bbl.

Oil’s not done rising here.  OPEC+ will protect its collective bottom line and push the fiat boys to their limit.

I mean if someone declared war on you would you sell them your main export and the literal fuel for that war at a major discount?

Only if you hated your own country…

… but enough about Barack Obama.

As I discussed in that video for my patrons, Saudi Arabia is making very big moves to alter its allegiances — away from the West and towards the RIC Alliance (Russia, Iran, China). This is the core of the much wider BRIICSS alliance — which now includes India and Saudi Arabia.

These are permanent moves, making a massive oil refinery deal with China, normalizing relations and becoming a ‘dialogue partner’ with the Shanghai Cooperation Organization (SCO), just to name a few.

And since the Saudis are not a ‘democracy’ their government cannot be gamed through electioneering. The diplomatic moves they make today will stick and alter the landscape of global trade for the next generation or two.

Crown Prince Mohammed bin Salman is pretty pissed with “Biden” which underscores his regional foreign policy moves.

Take a look at this heat map of global shipping and you tell me how the “Biden” apparatchiks spin this defeat into a ‘no biggie’ like they do with every Russian victory in Ukraine?

This is one of those pictures that change the way you see the world.  I always ‘knew’ that the Arabian landmass was important but words sometimes just don’t cut it.  Sometimes you have to see it.

Davos declared war on oil the second Russian tanks crossed the border into Ukraine last February. They attempted to bully OPEC into isolating Russia, kicking them out of OPEC+.

They failed spectacularly.

The defection of the Saudis is the biggest strategic defeat of this entire war.  Without a compliant KSA there is no controlling oil prices and, by extension, the ability to control asset prices worldwide through currency trading.

Here we are 13+ months into this fight and Ukraine has all but lost the war. Bahkmut is done.  Zelenskyy has lost the support of the military and only the warmongers at the top of NATO and the EU want this war to continue.

And continue it will. Finland’s Davos government fell on its sword on its way out the door to make it a combatant by joining NATO.  There is too much smoke out there that the West is gearing up for an industrial war against Russia and China in the 2024-25 time frame.  They may lose in Ukraine but another front is just around the corner.

But for all of the focus on Ukraine and the insane tragedy of it, the oil pits and the diplomatic backrooms is where the war is really being fought.

MOIA or Bust

I’ve been screaming MOIA – Make Oil Investible Again — for months in my public interviews because this is how we begin to rebuild what these vandals have already broken. They still have control of the baseball bat in the global economic China shop.

In order to MOIA the producers have to take control over the market. There is no better way to do that than to force a $10 reversal in price in a few days to volatility wash the big Davos specs out of the market and move a greater percentage of oil trading off US and London markets.

In March 2020 what kicked off the financial crisis wasn’t COVID-19, it was OPEC+ saying no to production cuts at Putin’s insistence. I wrote a blog post about Russia saying “No.”  While I’m not fully in agreement with this article today, knowing that Davos used this moment to begin its war on humanity through COVID-19, the basic premise is still the same.

Putin said “No” to Saudi Arabia to become the de facto leader of OPEC+ by using his lower production costs to get the Saudis to knuckle under and stop playing footsie with the US who was using them as a weapon against Russia and the entire Global South.

This was Putin’s opportunity to finally strike back at Russia’s tormentors and inflict real pain for their unscrupulous behavior in places like Iran, Iraq, Syria, Ukraine, Yemen, Venezuela and Afghanistan.

He is now in a position to extract maximum concessions from the U.S. and the OPEC nations who are supporting U.S. belligerence against Russia’s allies in China, Iran and Syria.

We saw the beginnings of this in his dealings with Turkish President Erdogan in Moscow, extracting a ceasefire agreement that was nothing short of a Turkish surrender.

Erdogan asked to be saved from his own stupidity and Russia said, “No.”

This was the turning point in the oil markets.  Russia used its position as the supplier of the marginal barrel to force OPEC to heel and put pressure on US neocon foreign policy.

Of course Europe would cut itself off from Russia, since it’s been their stated policy for decades, c.f. the Climate Change Hoax.  But if you do that and don’t bring the producers to heel, if you don’t break the cartel, you can’t control the price.

Putin gaining control over OPEC+ and then treating the cartel, which the US had been trying desperately to break, like kings rather than ‘the help,’ he set the stage for the last year when the KSA led the rest of OPEC in defying the US/EU/UK over sanctions on Russia’s markets.

Davos’ response was predictable, attack oil prices through the futures markets by destroying liquidity while forcing prices below the all-in-sustaining costs for countries like Saudi Arabia.

Powell undermined Yellen’s quest to break oil by pressuring European capital markets while they were vulnerable to not only energy price shocks but also interest rate and credit shocks.

Viewed that way the mother of all financial nuclear weapons has detonated over Europe but the radiation cloud hasn’t quite killed everyone.

The Saudis, predictably, courted China to pay in yuan and join the institutions built by Russia/Iran/China to limit their currency exposure and bring down their internal costs.

All Russia and KSA had to do then was wait for the perfect moment (1st trading day of Q2 2023) to reverse the March 2020 “No” moment, by supporting oil prices rather than consolidating power over them.

What this does now is ensure that any war the neocons have planned for the future will be fought with much higher interest rates, much weaker currencies and much higher effective oil prices.

Cost-push inflation will return in the 2nd half of this year.  “Biden” won’t be able to refill the SPR.  Debt ceiling talks should end with Matt Gaetz telling “Biden” and Yellen to pound sand, we’re cutting spending while the leveraged Eurodollar markets continue shrinking alongside the petrodollar.

And the neocons, at that point, can only whimper and try one last time to engineer a false flag that no one will believe, because they’ve cried ‘Russian bear’ too many times. The recession on the horizon Powell has purposefully engendered to wipe out the dumb collectivism subsidized by Yellen’s ZIRP bucks should drive political instability in Europe that far dwarfs the carnival barker sideshow of Trump’s indictment.

Tree meet saw. Check and mate.

tomluongo.me

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Saudi Sting on Biden Gains Momentum in MENA Region, Even Affecting Morocco https://strategic-culture.su/news/2022/10/31/saudi-sting-on-biden-gains-momentum-in-mena-region-even-affecting-morocco/ Mon, 31 Oct 2022 20:51:48 +0000 https://strategic-culture.org/?post_type=article&p=872824 The so-called ‘secret deal’ which Biden thought he had secured in May was actually worthless due to the Saudis wanting to carry out an act of revenge against Biden and his stupid, empty threats.

It would appear that Saudi Arabia is enjoying its pound of flesh of revenge over Joe Biden as it has been revealed just recently that a token offer from the Crown Prince to Biden to increase production – made in July – to help the U.S. president during the mid terms, was, in fact, a bare faced lie.

The so-called ‘secret deal’ which Biden thought he had secured in May was actually worthless due to the Saudis wanting to carry out an act of revenge against Biden and his stupid, empty threats.

Biden was quoted, while campaigning for president in 2019, as saying that he would treat Saudi Arabia as a “pariah” and would make them “pay the price” for the assassination of U.S.-based journalist Jamal Khashoggi. More recently though he has come under fire from his own supporters who have criticised Biden for reaching out to Saudi Arabia’s Crown Prince. They argued that Biden’s decision to meet with MbS was the latest example of “sacrificing principles for political expediency – and having little to show for it.”.

And yet, in reality, Biden got hit from both sides – from his own people for the embarrassing U-turn which resulted in the trip to Saudi Arabia in July as well as the flack from his own people.

Even during the visit, the Saudis let Biden believe they were going to increase production just to help Biden, which was supposed to kick off in September. Any delusional ideas that Biden might have held that there was a delay to this decision were shattered just recently when OPEC Plus announced plans to cut production by two million barrels a day, resulting in exactly the opposite of what Biden was planning. In reality, the OPEC move, perhaps influenced by Russia, would keep pump prices high and threaten to remove the power the Democrats have in Congress – which would effectively remove a great deal of the power that Biden has as president.

The Saudis must have sensed that such a move to destabilise Biden would also have some support from other regional powers who not only benefit from oil being at around 90 USD a barrel but also paving the way for Donald Trump to return to the Oval Office.

And yet, it is not only Russia and the GCC oil-rich countries which have an agenda towards Biden.

The spiteful act by the Saudis to cheat Biden has hurt him on many levels and sends a signal to the world in general that America is no longer the superpower that it once was and is losing on a daily basis its edge.

For the countries of the MENA region, the move by OPEC has a double edge. Many of them depend on oil from the GCC region and are suffering from high prices and so don’t necessarily welcome the ruse. However, it has focused the minds of some that there is little if any value in supporting the Biden administration’s demands for sanctions against Russia to be supported unequivocally and that given the economic dire straits, going it alone is the only recourse.

Can it be a coincidence that only a matter of days after OPEC Plus made the announcement to cut oil production, keeping pump prices high, that Morocco announces that it is signing deals with Russia for the latter to build nuclear power plants and water desalination plants? Morocco has always been a great friend and stoic supporter of America and yet something in the heads of the elite in Rabat snapped. Morocco reached a breaking point where the increasing poverty of its own people became an overarching priority over respecting the foibles and insecurities of the Biden administration who actually believed that they could force secondary sanctions on at least the Global South if they couldn’t reign in the oil rich countries of the middle east with such folly.

In reality, it is African countries who will surely follow the example of Morocco and turn the page on their relations with Washington, as they are doing at a rapid rate with the EU. African countries, in particular those which are French-speaking, will see the move by Morocco as an example and will surely follow and trade more with Russia seeing no sense whatsoever in risking political instability via remaining the proteges of Uncle Sam. The old, tired idea that ‘aid-n-trade’ from the U.S. is worth too much for African countries just isn’t enough when China emerges as the biggest investor in Africa and most leaders in the continent know that no U.S. administration will support them if they face a coup d’état. In many ways Biden is in a quandary in Africa in that if regimes fall, or come close to it, they will turn to Russia anyway to help them retain power, which there is already the example of Mali. And so, Biden cannot push these regimes. He simply doesn’t have neither the carrot to dangle nor the stick to wield against them. Only words. And yet, when those words are so self-indulgent, clumsy and misplaced – in the case of the Saudis, for example – we can see that Biden is not even able to be trusted with this ‘soft power’ mantra which was actually created for him by Obama anyway. When you pour water into cheap whisky, all that happens is it becomes even poorer. Biden has been reported to be talking about retaliation to the Saudis which will no doubt come in the form of blocking arms sales. Again, he is out of touch by about 30 years as the two key components of the West’s relations with Riyadh – energy security coupled with defence procurement – has been recalibrated to the West’s dependency on oil only.

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The Many Interwoven ‘Wars’ – A Rough Guide Through the Fog https://strategic-culture.su/news/2022/10/24/the-many-interwoven-wars-a-rough-guide-through-the-fog/ Mon, 24 Oct 2022 17:32:24 +0000 https://strategic-culture.org/?post_type=article&p=872759 We now have an embarrassment of ‘wars’ of which paradoxically, Ukraine is perhaps of lesser strategic import, Alastair Crooke writes.

We now have an embarrassment of ‘wars’ of which paradoxically, Ukraine is perhaps of lesser strategic import – though it does retain significant symbolic content. A ‘flag’ around which narratives are spun and support rallied.

Yes, there are no less than five overlapping and interlinked ‘wars’ underway – and they need to be clearly differentiated to be well understood.

These last weeks have witnessed several epochal shifts: The Samarkand Summit; the OPEC+ decision to reduce the oil production of member nations by a (headline) two million barrels per day as of next month; and President Erdogan’s explicit declaration that “Russia and Turkey are together; working together”.

Bedrock U.S. allies, Saudi Arabia, Turkey, UAE, India, South Africa, Egypt and groupings such as OPEC+ are taking a major step toward autonomy, and toward the coalescence of non–Western nations into a coherent bloc – acting to its own interests and doing politics ‘its own way’.

This brings us closer to the multipolar world that Russia and China have been preparing over several years – a process that signifies ‘the war’ of geo-strategic de-coupling from the western global ‘order’.

It is fought, on the one hand, by presenting Russia and China as too distrustful of each other to be partners. And by Russia as being so weak, so dysfunctional and erratic (ready to use tactical nukes), that the ‘with us’ or ‘against us’ binary compels states to side with the West. In this instance, Ukraine is held up as the shining ‘Camelot’ around which to gather, to combat the ‘darkness’.

This leads us directly to the long-running global financial ‘war’ – a war of two levels:

At one level, the U.S. Fed is playing a ‘global game’. It is raising interest rates for many reasons. Here, though, it is to protect the ‘dollar privilege’ of being able to swap money which it prints out of thin air, for real labour and real commodities worldwide. This ‘reserve currency’ privilege has been the underpinning to the U.S.’ high standard of living (much higher than it would otherwise be). That’s an enormous benefit, and the Fed is going to protect this benefit.

To do that, as many states as possible need to be in the dollar ‘channel’ and trade in dollars. And to place their savings with U.S. Treasuries. The Fed is now doing everything it can to collapse the market share of the euro and thus to move euros and euro-dollars into the dollar syndicate. The U.S. will threaten Saudi, Gulf States and Turkey to prevent them leaving the channel.

This is the ‘war’ vs Russia and China’s syphoning away a large part of the globe out of the dollar syndicate, and into a non-dollar sphere. Non-compliance with membership of the dollar syndicate is met with various tools, from sanctions, freezing of assets and tariffs, to regime change.

If the Fed doesn’t protect the ‘dollar privilege’, they run the risk of everybody moving out of the channel. The Eurasia bloc are working to move out of the dollar channel; to create economic resiliency and trade outside the channel. What the Fed is trying to do is to stop this.

The second dimension to the U.S. financial war is the long struggle waged by the U.S. (Yellen and Blinken, rather than the Fed) to retain control over energy markets, and the U.S.’ ability to set the price for fuels. The BRICS (with the Saudis’ keen to join) are intent on developing a ‘basket’ of currencies and commodities intended to serve as an alternative trade mechanism to the dollar for international trade.

The point here is that the Eurasian group not only plans to trade in national currencies, and not the dollar, but it wants to tie this trading currency to commodities (oil, gas, food, raw materials) that have inherent value – that are ‘currencies’ in their own right. More than this, the group seeks to take control of energy markets away from the U.S., and to relocate those markets in Eurasia. Washington however, is intent to regain control of prices (through price controls).

And therein lies a fundamental problem for Washington: The commodity sector – with its inherent tangible value – becomes, in itself, a highly sought-after ‘currency’. One, that in the wake of spiking inflation, outbids devaluing fiat money. As Karin Kneissl, a former Austrian Foreign Minister, points out, ‘in just 2022, the U.S. dollar has printed more paper money than in its combined history. Energy, on the other hand, cannot be printed’.

This ‘energy war’ takes the form of disrupting or destroying Eurasian energy producers’ transport – and flow – of their product to customers. The EU has just had a taste of this particular ‘war’ with the destruction of the Nordstream pipelines.

Now we come to the big ‘wars’: Firstly, the war to force the Fed to pivot – to pivot to zero interest rates and QE.

The social revolution in the U.S. that saw a radicalised Metro-Élite pursue diversity, climate and racial justice as utopian ideals, found its’ easy ‘mark’ with an EU already hunting for a ‘Value-System’ to plug its own ‘democracy gap’.

So, Europe’s bourgeoisie leaped with alacrity upon the U.S. liberal-woke ‘train’. Drawing on the latter’s identity politics input, plus the Club of Rome’s ‘messianism’ for de-industrialisation, the merger seemed to offer an ideal imperial set of ‘Values’ to fill the EU lacuna.

Only … only, the American pro-war Republicans, as well as pro-war Democrat neo-cons, had already clambered onto ‘that train’. The mobilised cultural-ideological forces suited their interventionist project perfectly: “Our first objective is to prevent the re-emergence of a new rival” (Wolfowitz doctrine) – Russia firstly, then China second.

What has this to do with war on the Fed? A lot. These currents are committed to printing and BIG spending, otherwise they’ll see their projects crash. The Re-set requires printing. Green requires printing. Support for the Ukrainian ‘Camelot’ requires printing. The Military Industrial Complex needs it, too.

The U.S. liberal-woke and EU Green-wokes need the money spigot to be fully open. They need money-printing à outrance. They therefore need to ‘blackmail’ the Fed to not raise rates, but rather to revert to the zero-bound era so money remains zero-cost, and freely flowing. (And to heck with inflation.)

UNCTAD begging all central banks to stop raising rates to avoid a recession is one front to this war; continuing the Ukraine war, with its’ associated huge financial deficit, is another plank to force a Fed ‘pivot’. And forcing the Bank of England ‘to pivot’ to QE was yet another.

Yet, so far, Jerome Powell resists.

Then there is the further (largely unseen) ‘war’ which reflects certain U.S. conservative currents’ conviction that the post-2008 era has been a disaster, putting the American economic system at existential risk.

Yes, those behind Powell certainly are worried by inflation (and understand too, that interest rate hikes have been behind the curve in respect to tearaway inflation), yet they are even more concerned by ‘societal risk’ – that is to say the slide towards civil war in America.

The Fed may keep raising rates for some time – even at the price of some market, hedge fund and small business collapse. Powell has the support of certain big New York banks who see the writing on the wall for the liberal-woke model: An end to their banking business as bailouts go digital and are paid straight into claimants’ bank accounts (as Governor Lael Brainard has proposed).

Powell says little (he is likely to stay clear of partisan U.S. politics at this sensitive moment).

The Fed however, may be attempting to implement a contrarian, controlled demolition of the U.S. bubble-economy, orientated precisely to haul America back onto more traditional financial tracks. To break the ‘leveraged-asset culture’ … You begin to resolve the huge societal inequality divide that the Fed has helped create, through QE facilitating giant asset bubbles … You begin to rejuvenate an American economy by ending the distortions. You dissipate the urge toward civil war because the issue no longer becomes just between ‘haves’ and the ‘have nots’.

This vision may itself be a tad utopian, yet break the ‘everything bubble’, break the leverage culture, and it stops the ratchetting extreme of bubble beneficiaries versus 18 straight months of U.S. falling real wages.

But … but this is only possible if nothing systemic breaks.

What are the geo-strategic implications? Obviously much hangs on the U.S. Mid-term outcome. Already it seems (depending on precisely which GOP candidates do better) that funding for the war in Ukraine will be curtailed. By how much will reflect the margin of success achieved by the GOP ‘populists’.

It is not plausible therefore, that the EU – facing its own devastating crisis – will continue to finance Kiev as before.

But the import of the struggle to re-seat the U.S. back into a 1980s economic paradigm suggests the West will be skirting very close to a something systematic breaking during these coming weeks.

The Euro-élites are too heavily invested in their present path to change narrative in the near future. So they will continue to blame and bad-mouth Russia – they have little option if they are to ward-off popular anger. And there is too, little sign that they have mentally assimilated the disaster their mistakes have wrought.

And in respect to Brussels, the mechanism for a rotation of EU leaders is largely absent. The Union was never equipped with a reverse gear – a need thought unimaginable in the early era.

The question rather, is what will be the situation come January–February in Europe?

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