NATO – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Wed, 11 Mar 2026 22:25:26 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png NATO – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 La NATO difenderà l’Ungheria dall’aggressione ucraina? https://strategic-culture.su/news/2026/03/12/la-nato-difendera-lungheria-dallaggressione-ucraina/ Thu, 12 Mar 2026 09:30:52 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891081 I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

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Come in ogni vicenda destinata a durare troppo tempo, tutti i nodi stanno venendo al pettine.

I rapporti tra Budapest e Kiev non sono mai stati eccezionali a causa della minoranza ungherese che vive in Transcarpazia e del suo coinvolgimento forzato nel conflitto con la Russia. I suoi diritti linguistici e culturali, al pari di quelli delle altre minoranze presenti in Ucraina, non sono mai stati rispettati dal Governo Zelensky e il premier Viktor Orbán ha spesso protestato al riguardo.

I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

Dopo aver bloccato il pacchetto di 90 miliardi di euro che l’Unione Europea vorrebbe destinare all’Ucraina, l’Ungheria si è vista distruggere dai droni di Kiev l’oleodotto Druzhba che trasportava il petrolio dalla Russia. A quel punto, sono scattate una serie di ritorsioni che hanno aggravato la crisi politica tra i due Paesi.

Le Autorità ungheresi hanno confermato il sequestro di veicoli che trasportavano oro e milioni in contanti, ore dopo le accuse ucraine a Budapest di aver “preso in ostaggio” sette ucraini e di “furto” di proprietà statali. Il sequestro, compreso l’arresto dei sette dipendenti della banca ucraina Oschadbank, rientra “in un’indagine penale per riciclaggio di denaro” che ha avvelenato ulteriormente i rapporti tra i due Paesi. Un video pubblicato sull’account Facebook del Governo ungherese mostra agenti armati antiterrorismo che saltano fuori da un furgone mentre i veicoli ucraini entravano in una stazione di servizio, puntando le pistole contro il parabrezza prima di ammanettare le persone a bordo e costringerle a sdraiarsi a faccia in giù a terra. Secondo il Ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha, i sette erano a bordo di “due auto della banca in transito tra Austria e Ucraina, portando denaro nell’ambito dei servizi regolari tra banche statali”, circa 35 milioni di euro e 9 chili d’oro.

Successivamente, il Ministro degli Esteri ucraino ha annunciato su X che l’Ungheria ha rilasciato i sette ucraini arrestati per sospetto riciclaggio di denaro, nonostante Budapest continui a sospettare che quei soldi servissero ad una possibile operazione di destabilizzazione del Paese; l’operazione ucraina è stata infatti supervisionata da un ex Generale dei servizi segreti e da un Maggiore dell’Esercito, assistito da persone con esperienza militare.

Da gennaio sarebbero transitati attraverso l’Ungheria 900 milioni di dollari e 420 milioni di euro in contanti, oltre a 146 chili d’oro. Se si trattasse davvero di una transazione tra banche, allora sorge spontanea la domanda sul perché non viene gestita tramite bonifico e perché una quantità così enorme di denaro contante debba passare attraverso l’Ungheria: “Finché Kiev non fornirà spiegazioni chiare sull’origine e lo scopo dei fondi, le Autorità ungheresi condurranno un’indagine approfondita, inclusa una per riciclaggio di denaro avviata dall’amministrazione nazionale delle imposte e delle dogane”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó. Kiev, a sua volta, ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare in Ungheria.

Decisivo a placare gli animi risulterebbe essere l’intervento dell’Unione Europea; per Bruxelles “l’escalation retorica da tutte le parti non è né utile né favorevole al raggiungimento dei suoi obiettivi” (cioè la guerra contro la Russia).

Nei giorni scorsi, Zelensky aveva addirittura minacciato Orbán su una “possibile lezione” che avrebbe dovuto ricevere nella propria abitazione dall’Esercito ucraino, mentre un suo Generale sottolineava che le Forze Armate ucraine avrebbero sconfitto quelle ungheresi nel giro di una settimana.

Tra chi ha espresso solidarietà a Orbán c’è il Premier slovacco, Robert Fico, che insieme a Budapest ha deciso di bloccare il prestito a Kiev: “Se il Presidente ucraino continua così, potrebbe succedere che anche altri Stati membri dell’Ue blocchino il prestito da 90 miliardi all’Ucraina”, ha detto. Vicinanza è stata espressa anche dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ironizzato dicendo che i Paesi europei “dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato” a difesa di Budapest.

Il Premier ungherese Orbán, che si trova ad affrontare una seria sfida al suo Governo durato 16 anni alle elezioni del prossimo 12 aprile, ha fatto del conflitto in Ucraina un punto centrale della sua campagna, affermando che l’opposizione avrebbe trascinato l’Ungheria nel conflitto. Ha posto il veto alle nuove sanzioni dell’UE contro Mosca e a un ingente prestito per l’Ucraina per la disputa sul Druzhba. Parlando alla radio di Stato, Orbán ha nuovamente accusato Kiev di ricatto e ha affermato che l’Ungheria avrebbe usato tutti i mezzi a sua disposizione fino alla ripresa dei flussi di petrolio.

Inoltre, ha ribadito che l’adesione di Kiev all’Unione Europea danneggerebbe l’economia ungherese; per Orbán essa è inaccettabile e finirebbe col portare alla rovina l’agricoltura ungherese e l’economia nazionale nel suo insieme. Orbán ha parlato di “banditismo di Stato” da parte ucraina, affermando che Kiev non nasconde il suo sostegno politico e finanziario all’opposizione ungherese, in particolare al partito Tisza di Péter Magyar e alla sua coalizione.

Nel frattempo, le “correnti conservatrici” a stelle e strisce hanno trovato radici in Europa poche settimane fa durante un convegno a Bruxelles, che ha radunato una serie di partiti per i quali proprio il Primo Ministro ungherese Orbán e il Primo Ministro slovacco Fico sono diventati simboli della sfida all’attuale modello di costruzione della società europea.

La loro piattaforma, MEGA, non prevede di imitare e copiare ciecamente il movimento MAGA guidato dal Presidente degli Stati Uniti, ma di rafforzare gli Stati nazionali europei e dare priorità al patriottismo nazionale, sulla base del quale si può costruire uno “Stato veramente libero, prospero e democratico”.

Patriots Network ha svolto un evento a Bruxelles nei primi giorni di febbraio, a cui hanno partecipato il leader della protesta britannica Tommy Robinson, l’ex membro del Congresso statunitense e direttore della Fondazione per la Civiltà Occidentale Steve King, il deputato statunitense Brian Babin, l’eurodeputata di Alternativa per la Germania Irmhild Bossdorf, il leader del partito ceco PRO Jindřich Raichl, il presidente del partito rumeno AUR George Simion, il presidente spagnolo dell’AAESA Enrique Ravello, il leader del partito belga Vlaams Belang Filip Dewinter, i parlamentari belgi Sam van Rooy e Frederik Ehrens, la senatrice belga Anke Van Dermeersch, l’eurodeputata Barbara Bonte e il membro dell’Assemblea parlamentare della NATO Johan Dekmien. I partecipanti alla conferenza hanno collegato “il problema dell’islamizzazione dell’Europa” al devastante conflitto armato in Ucraina. I relatori hanno sottolineato che gli sforzi significativi del Presidente Trump per porre fine ai combattimenti sono stati ripetutamente compromessi da Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Essi hanno anche sostenuto che l’Europa dovrebbe essere rafforzata integrando ulteriormente Russi, Ucraini e Bielorussi, insieme ad altri Paesi dell’Europa orientale, mentre l’azione militare sta portando alla disintegrazione dell’Europa, aggravando la crisi politica ed economica del Vecchio Continente.

Idee parecchio confuse, le quali, tuttavia, non aiuteranno certo Von Der Leyen e Kallas a mantenere l’unità europea nei prossimi mesi.

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El mosaico de la muerte por mil cortes https://strategic-culture.su/news/2026/03/11/el-mosaico-de-la-muerte-por-mil-cortes/ Wed, 11 Mar 2026 15:00:45 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891067 Se trata de una guerra de desgaste estructurada. Y el guion se ha escrito en Teherán.

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La defensa mosaica descentralizada de Irán —denominación oficial— se modifica constantemente: esa es la estrategia a largo plazo del IRGC, consistente en una muerte por mil cortes diseñada para desangrar al Imperio del Caos.

Recorramos los canales interconectados que impregnan el pantano inconstitucional, imposible de ganar y estratégicamente catastrófico construido por el Imperio del Caos.

La resiliencia mosaica y la estrategia a largo plazo de Irán; la tentación de ese espantoso culto a la muerte en Asia Occidental de pasarse a la energía nuclear; el inminente e inexorable infierno de los interceptores; el implacable impulso de China por deshacerse del antiguo orden (acumulando oro, deshaciéndose de dólares); el progreso de los BRICS en la creación de un sistema financiero paralelo; el colapso de los vasallos estadounidenses en varias latitudes: todo ello está acelerando un reinicio radical del sistema.

Y luego está Vladimir Putin, que, de forma casual, casi como una idea de último momento, anuncia que, después de todo, puede que no haya gas ruso para vender a la UE:

Quizás tenga más sentido que dejemos de suministrar gas a la UE y nos traslademos a esos nuevos mercados, y nos establezcamos allí (…) Una vez más, quiero subrayar: no hay ningún motivo político en esto. Pero si de todos modos van a cerrarles el mercado en uno o dos meses, quizá sea mejor marcharse ahora y centrarse en países que sean socios fiables. Dicho esto, no es una decisión. Solo estoy pensando en voz alta. Pediré al Gobierno que lo estudie junto con nuestras empresas.

El lamentable canciller Bratwurst pidió permiso al neocalígulo para que Alemania comprara petróleo ruso. Lo consiguió. Pero puede que no haya nada que comprar.

Se trata de una guerra energética, y la UE, una vez más, ni siquiera reúne los requisitos para ser un mendigo sin hogar. Sin gas de Qatar, sin petróleo y gas rusos. Ahora vuelvan a su guerra eterna obsesionada con la OTAN.

El bombardeo del oleoducto del CCG-petrodólar

Inmediatamente después del ataque decapitador del sábado pasado contra el líder supremo ayatolá Jamenei, Irán pasó a un mando y control descentralizados y a células con un plan de sucesión de cuatro niveles, lanzando incesantes salvas de misiles más antiguos y lentos y drones sacrificables para consumir baterías Patriot y sistemas THAAD a escala industrial. Con esa medida, Irán cambió las reglas del juego ya en el primer día de la guerra.

Cualquiera con un coeficiente intelectual superior a la temperatura ambiente sabe que utilizar tres Patriots —con un coste combinado de 9,6 millones de dólares— para defenderse de un solo misil balístico iraní sacrificable es completamente insostenible.

Por lo tanto, no es de extrañar que solo hicieran falta cuatro días de la guerra del sindicato Epstein contra Irán para que el sistema financiero mundial se volviera completamente loco. Se evaporaron 3,2 billones de dólares en cuestión de cuatro días, y la cifra sigue aumentando.

El estrecho de Ormuz está cerrado a todos los efectos prácticos, excepto para los buques rusos y chinos. Al menos el 20 % de las necesidades mundiales de petróleo no se están moviendo a ninguna parte. Toda la producción de GNL de Qatar está fuera de servicio, sin perspectivas de reanudación. El segundo yacimiento petrolífero más grande de Irak ha sido cerrado.

Y aun así, el volátil neocalígulo vocifera que su guerra, que se suponía que solo duraría un fin de semana, puede prolongarse durante cinco semanas, y otros payasos industriales y militares del Pentágono hablan de que se prolongará hasta septiembre.

Al fijar como objetivos legítimos los intereses estadounidenses en todo el Consejo de Cooperación para los Estados Árabes del Golfo (CCG), y no solo las bases militares, Irán ha puesto una bomba de relojería. Se trata de un ataque directo al petrodólar (para deleite silencioso de Pekín).

Sin duda, Teherán calculó que la reacción en cadena sería instantánea, hasta llegar al pánico como preludio de una nueva Gran Depresión generalizada.

La falta de petróleo, sumada a la inexistencia de una defensa significativa del CCG contra los misiles y drones iraníes, significa el fin de los torrentes de dinero falso de Wall Street.

Al fin y al cabo, la burbuja de la inteligencia artificial se financia con las “inversiones” del CCG. El nuevo bombardeo de Pipeineistán no es del tipo Nord Stream: es el bombardeo del oleoducto del petrodólar del CCG.

Todo esto está sucediendo en un tiempo récord, a medida que se perfecciona el mosaico descentralizado de Irán. Por ejemplo, una serie de misiles antibuque letales, que aún no se han utilizado, están coordinados por el IRGC, la marina, el ejército y las fuerzas aeroespaciales. Lo mismo ocurre con los drones.

Aunque los ataques con misiles balísticos no mantengan el ritmo inicial vertiginoso, son más que suficientes para seguir golpeando sin cesar las bases militares estadounidenses (cuyas defensas aéreas ya están en gran parte agotadas); sumir al culto de la muerte en Asia Occidental y al CCG en un infierno económico total; y aterrorizar hasta la muerte a todos los rincones de los “mercados globales”.

Y a pesar de todas las bravuconerías de Washington por parte del untuoso y payaso secretario de las guerras eternas, docenas de fortalezas militares subterráneas iraníes cargadas con decenas de miles de misiles y equipos siguen siendo invisibles e intocables.

Arruinar el modelo de negocio del Imperio del Caos

Esta es una guerra desesperada para salvar el petrodólar. Una potencia energética como Irán que comercia fuera del petrodólar es el anatema definitivo, especialmente porque el proceso va acompañado de la iniciativa de los BRICS para establecer sistemas de pago independientes.

La inmensa fragilidad estructural del CCG —los vecinos de Irán— los convierte en una presa ideal. Al fin y al cabo, todo su modelo de negocio se basa en el petrodólar a cambio de la ‘protección’ mafiosa de Estados Unidos, que se ha desvanecido en la arena en los cuatro primeros días de la guerra.

Es el momento de que la máquina de guerra asimétrica de Irán arruine el modelo de negocio del Imperio del Caos en tiempo real.

La prueba definitiva es la implosión del sueño bling bling de Dubái, mucho más que la devastación impuesta a los intereses relacionados con la Quinta Flota de Estados Unidos en Bahréin e incluso un misil balístico que destruyó el radar de matriz en fase AN/FPS-132, valorado en 1100 millones de dólares, en la base aérea de Al Udeid, en Qatar.

La ruptura coordinada y en curso del CCG, ya inevitable, significa en última instancia el fin del reciclaje del petrodólar, lo que abre el juego al petroyuan o al comercio de energía en una cesta de monedas de los BRICS.

“Jaque mate” proviene del persa “Shah Mat”, que significa “el rey está indefenso”. Bueno, es posible que el emperador neocalígulo no sepa que está desnudo, porque es incapaz de jugar al ajedrez. Pero está lo suficientemente asustado como para empezar a buscar desesperadamente una salida.

El corredor aéreo Astracán-Teherán

Ahora veamos el papel de Rusia. La atención debe centrarse en el corredor aéreo Astracán-Teherán, repleto de vuelos secretos de carga. El aeródromo militar de Chkalovsk, cerca de Astracán, es el centro logístico clave del corredor: cargamentos como el Il-76MD, el An-124 y el Tu-0204-300C van y vienen cubiertos con un material especial que reduce la visibilidad del radar y los oculta de los sistemas de rastreo civiles.

Su carga llega al aeropuerto de Mehrabad en Teherán (no es de extrañar que fuera bombardeado por Israel), Pyam y Shahid Behesthi en Isfahán. También se aplica la logística multimodal, ya que parte de la carga se entrega a través del Caspio.

Todo está coordinado por la 988.ª Brigada Logística Militar de Astracán. El contenido de la carga incluye componentes para sistemas de defensa aéreamódulos de guía por radar, sistemas hidráulicos para lanzamisiles y módulos de radar de detección de largo alcance.

Además, en virtud de un protocolo secreto, Rusia está suministrando a Irán tecnología de guerra electrónica de última generación, incluida una versión de exportación del Krasukha-4IR, capaz de interferir los sistemas de radar de los drones estadounidenses.

A esto hay que añadir que Irán pronto desplegará baterías S-400 completas, lo que le permitirá controlar hasta el 70 % del espacio aéreo iraní.

Cómo la tensión económico-política se volverá insoportable

Y ahora pasemos al papel de Turquía.

Hace solo dos meses, el MIT (servicio de inteligencia turco) advirtió directamente al IRGC de que combatientes kurdos estaban intentando cruzar de Irak a Irán.

Piénsese en ello: un miembro de pleno derecho de la OTAN que transmite información operativa urgente al IRGC justo cuando el sindicato Epstein se preparaba para la guerra.

Hay al menos 15 millones de kurdos viviendo en Irán. Lo último que quiere Ankara es que los kurdos se empoderen en Irán. A pesar de todas las insaciables maniobras del sultán Erdogan, sabe que no puede enfrentarse frontalmente a Teherán.

Necesita equilibrar una gran variedad de intereses que mezclan la OTAN, el corredor energético con Rusia, pero también el corredor energético hacia Occidente a través del oleoducto BTC, y el papel de ancla occidental del Corredor Medio hacia China.

Por eso, el supuesto misil balístico iraní que apuntaba a Turquía y que fue derribado por la OTAN no fue gran cosa: los ministros de Asuntos Exteriores Fidan (Turquía) y Aragchi (Irán) lo discutieron como adultos.

Existe una impenetrable niebla de guerra al respecto: el misil podría haber sido enviado para inutilizar la terminal petrolera del BTC y los posteriores drones lanzados sobre Georgia estaban diseñados para inutilizar el punto más débil del BTC.

Nada de esto está confirmado, y será imposible confirmarlo. También podría haber sido una operación de bandera falsa, aunque Teherán pueda estar muy interesado en cortar el 30 % del suministro de petróleo de Israel.

El BTC seguirá en funcionamiento, ya que atraviesa Georgia transportando crudo azerí a través del Cáucaso hasta la costa mediterránea turca. Bombardear el BTC encajaría en la estrategia iraní de cortar todos los corredores energéticos que alimentan al sindicato Epstein y sus acólitos a través del Golfo, el Cáucaso y hasta el Mediterráneo.

A lo largo del BTC, otras medidas lógicas de Irán serían atacar el oleoducto este-oeste de Arabia Saudí (que evita Ormuz); las plataformas de carga marítimas de Irak en aguas territoriales iraníes, que manejan 3,5 millones de barriles al día; y el centro de procesamiento de Abqaiq, que maneja la mayor parte del crudo saudí antes de que llegue a las terminales de exportación.

Si Irán, bajo una presión extrema, se ve obligado a atacar todo lo anterior, no hay ninguna reserva estratégica de petróleo en el planeta capaz de cubrir el déficit.

En esta infernal interconexión de corredores energéticos, rutas marítimas, cadenas de suministro globales, seguridad marítima y precios del petróleo fuera de control, solo los payasos del Pentágono pueden querer prolongar la guerra hasta septiembre. Asia, Europa y todos los importadores de energía del tablero de ajedrez ejercerán la máxima presión para lograr cualquier medida de distensión.

Sin embargo, la estrategia asimétrica de Irán sigue siendo inquebrantable: expandir la guerra horizontalmente y alargar al máximo el plazo para que la presión económica y política sea insoportable.

Traducción: esto no es una maniobra rápida para cambiar el régimen por parte de un grupo de psicópatas. Se trata de una guerra de desgaste estructurada. Y el guion se ha escrito en Teherán.

Traducción: Observatorio de trabajador@s en lucha

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Il mosaico della morte per mille tagli https://strategic-culture.su/news/2026/03/08/il-mosaico-della-morte-per-mille-tagli/ Sat, 07 Mar 2026 22:21:37 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891004 Si tratta di una guerra di logoramento strutturata. E la sceneggiatura è stata scritta a Teheran.

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La difesa decentralizzata a mosaico dell’Iran – questa la denominazione ufficiale – viene costantemente modificata 24 ore su 24, 7 giorni su 7: questa è la strategia a lungo termine dell’IRGC, una morte per mille tagli progettata per dissanguare l’Impero del Caos.

Esaminiamo i canali interconnessi che permeano la palude incostituzionale, impossibile da conquistare e strategicamente catastrofica costruita dall’Impero del Caos.

La resilienza mosaica dell’Iran e la sua strategia a lungo termine; la tentazione per quel terribile culto della morte in Asia occidentale di passare al nucleare; l’inesorabile inferno degli intercettori che si avvicina;

l’incessante spinta della Cina ad abbandonare il vecchio ordine (accumulando oro, scaricando dollari); i progressi dei BRICS nella creazione di un sistema finanziario parallelo; il crollo dei vassalli americani, in diverse latitudini: tutto ciò sta accelerando un radicale riassetto del sistema.

E poi c’è Vladimir Putin, che con disinvoltura, quasi come un ripensamento, annuncia che alla fine potrebbe non esserci gas russo da vendere all’UE:

” Forse avrebbe più senso per noi smettere di fornire gas all’UE e spostarci verso quei nuovi mercati, affermandoci lì (…) Ribadisco: non c’è alcun motivo politico. Ma se tra un mese o due ci chiuderanno comunque il mercato, forse è meglio andarsene ora e concentrarsi su paesi che sono partner affidabili. Detto questo, non è una decisione. Sto solo riflettendo ad alta voce. Chiederò al governo di esaminare la questione insieme alle nostre aziende”.

Il deplorevole Cancelliere Bratwurst ha chiesto il permesso al neo-Caligola affinché la Germania potesse acquistare petrolio russo. Lo ha ottenuto. Tuttavia, potrebbe non esserci nulla da acquistare. Questa è una guerra energetica e l’UE, ancora una volta, non è nemmeno all’altezza di un mendicante senzatetto. Niente gas del Qatar, niente petrolio e gas russi. Ora tornate alla vostra guerra infinita ossessionata dalla NATO.

 Il bombardamento dell’oleodotto del CCG-petrodollaro

Subito dopo l’attacco decapitante di sabato scorso contro la Guida Suprema Ayatollah Kahamenei, l’Iran è passato a un comando e controllo decentralizzato e a cellule con un piano di successione a quattro livelli, lanciando raffiche incessanti di missili più vecchi e più lenti e droni sacrificali per consumare batterie Patriot e sistemi THAAD su scala industriale. Con questa mossa, l’Iran ha cambiato le regole del gioco già dal primo giorno di guerra.

Chiunque abbia un QI superiore alla temperatura ambiente sa che utilizzare 3 Patriot – per un costo complessivo di 9,6 milioni di dollari – per difendersi da un singolo missile balistico sacrificale iraniano è del tutto insostenibile.

Non c’è quindi da stupirsi che siano bastati solo 4 giorni di guerra del Sindacato Epstein contro l’Iran per mandare completamente in tilt il sistema finanziario globale. 3,2 trilioni di dollari sono andati in fumo in soli 4 giorni – e il conto continua a salire.

Lo Stretto di Hormuz è praticamente chiuso, tranne che per le navi russe e cinesi. Almeno il 20% del fabbisogno globale di petrolio non si muove da nessuna parte. L’intera produzione di GNL del Qatar è fuori servizio, senza alcuna ripresa in vista. Il secondo giacimento petrolifero più grande dell’Iraq è stato chiuso.

Eppure, il volubile neo-Caligola continua a sostenere che la sua guerra, che avrebbe dovuto durare solo un fine settimana, potrebbe protrarsi per cinque settimane, mentre altri esponenti del Pentagono parlano di un possibile prolungamento fino a settembre.

Prendendo di mira gli interessi statunitensi in tutto il CCG come obiettivi legittimi, e non solo le basi militari, l’Iran ha innescato una bomba a orologeria. Si tratta di un attacco diretto al petrodollaro (con la tacita soddisfazione di Pechino).

Teheran ha sicuramente scommesso che la reazione a catena sarebbe stata immediata, fino al panico come preludio a una nuova Grande Depressione generalizzata. L’assenza di petrolio, unita all’incapacità del CCG di difendersi in modo significativo dai missili/droni iraniani, significa la fine dei flussi di denaro fittizio di Wall Street. La bolla dell’intelligenza artificiale, dopotutto, è finanziata dagli “investimenti” del CCG.

Il nuovo bombardamento del Pipeineistan non è del tipo Nord Stream: è il bombardamento dell’oleodotto del GCC-petrodollaro.

Tutto questo sta accadendo in tempi record, mentre il mosaico decentralizzato dell’Iran viene messo a punto. Ad esempio, una serie di micidiali missili anti-nave – che non sono ancora stati utilizzati – sono coordinati dall’IRGC, dalla marina, dall’esercito e dalle forze aerospaziali. Lo stesso vale per i droni.

Anche se gli attacchi con missili balistici non stanno tenendo il passo con il ritmo iniziale vertiginoso, sono più che sufficienti per continuare a martellare costantemente le basi militari statunitensi (le cui difese aeree sono già in gran parte esaurite); per precipitare il culto della morte in Asia occidentale e il GCC in un inferno economico totale; e per spaventare a morte ogni angolo dei “mercati globali”.

E nonostante tutte le dichiarazioni di Washington da parte del viscido e buffo Segretario delle Guerre Eterne, decine di fortezze militari sotterranee iraniane cariche di decine di migliaia di missili e attrezzature rimangono invisibili e intoccabili.

 Mandare in bancarotta il modello di business dell’Impero del Caos

Questa è una guerra disperata per salvare il petrodollaro. Una potenza energetica come l’Iran che commercia al di fuori del petrodollaro è l’anatema definitivo, soprattutto perché il processo è accompagnato dalla spinta dei BRICS verso la creazione di sistemi di pagamento indipendenti.

L’immensa fragilità strutturale del CCG – i vicini dell’Iran – li rende una preda ideale. Dopo tutto, il loro intero modello di business è costruito sul petrodollaro in cambio di una “protezione” mafiosa degli Stati Uniti, che è svanita nella sabbia nei primi quattro giorni di guerra.

Segnale alla macchina da guerra asimmetrica dell’Iran per mandare in bancarotta il modello di business dell’Impero del Caos in tempo reale.

La prova definitiva è l’implosione del sogno bling bling di Dubai, molto più della devastazione inflitta agli interessi legati alla Quinta Flotta statunitense in Bahrein e persino di un missile balistico che ha distrutto il radar a scansione fasciata AN/FPS-132 da 1,1 miliardi di dollari alla base aerea di Al Udeid in Qatar.

Il crollo coordinato e in corso del CCG, già inevitabile, significa alla fine la fine del riciclaggio del petrodollaro, aprendo il gioco al petroyuan o al commercio di energia in un paniere di valute BRICS.

“Scacco matto” deriva dal persiano “Shah Mat”, che significa “il re è impotente”. Ebbene, l’imperatore neo-Caligola potrebbe non sapere di essere nudo, perché incapace di giocare a scacchi. Tuttavia, è sufficientemente preoccupato da iniziare a cercare disperatamente una via d’uscita.

 Il corridoio aereo Astrakhan-Teheran

Ora passiamo al ruolo della Russia. L’attenzione dovrebbe concentrarsi sul corridoio aereo Astrakhan-Teheran, affollato di voli cargo segreti. L’aeroporto militare di Chkalovsk, vicino ad Astrakhan, è il principale hub logistico del corridoio: cargo come l’Il-76MD, l’An-124 e il Tu-0204-300C fanno la spola coperti da un materiale speciale che riduce la visibilità radar e li nasconde ai sistemi di tracciamento civili.

I loro carichi arrivano all’aeroporto Mehrabad di Teheran (non sorprende che sia stato bombardato da Israele), Pyam e Shahid Behesthi a Isfahan. Si applica anche la logistica multimodale, poiché alcuni carichi vengono consegnati attraverso il Mar Caspio.

Tutto è coordinato dalla 988ª Brigata logistica militare di Astrakhan. Il contenuto dei carichi comprende componenti per sistemi di difesa aerea, moduli di guida radar, sistemi idraulici per lanciamissili e moduli radar di rilevamento a lungo raggio.

Inoltre, in base a un protocollo segreto, la Russia fornisce all’Iran sistemi di guerra elettronica all’avanguardia, tra cui una versione per l’esportazione del Krasukha-4IR, in grado di disturbare i sistemi radar dei droni statunitensi.

A ciò si aggiunga che l’Iran schiererà presto batterie S-400 complete, che gli consentiranno di controllare fino al 70% dello spazio aereo iraniano.

 Come lo stress economico-politico diventerà insostenibile

E ora passiamo al ruolo della Turchia.

Solo due mesi fa il MIT, i servizi segreti turchi, ha avvertito direttamente l’IRGC che i combattenti curdi stavano cercando di attraversare il confine dall’Iraq all’Iran.

Riflettiamo su questo: un membro a pieno titolo della NATO che trasmette informazioni operative urgenti all’IRGC proprio mentre il Sindacato Epstein si preparava alla guerra.

Ci sono almeno 15 milioni di curdi che vivono in Iran. L’ultima cosa che Ankara desidera è che i curdi in Iran acquisiscano potere. Nonostante tutte le insaziabili manovre di copertura del Sultano Erdogan, egli sa che non può antagonizzare frontalmente Teheran.

Deve bilanciare una miriade di interessi che mescolano la NATO, il corridoio energetico con la Russia, ma anche il corridoio energetico verso l’Occidente attraverso l’oleodotto BTC e il ruolo di ancora occidentale del Corridoio Centrale verso la Cina. Ecco perché il presunto missile balistico iraniano che avrebbe puntato sulla Turchia e sarebbe stato abbattuto dalla NATO non è stato un evento di grande rilevanza: i ministri degli Esteri Fidan (Turchia) e Aragchi (Iran) ne hanno discusso in modo maturo.

C’è una nebbia di guerra impenetrabile al riguardo: il missile potrebbe essere stato lanciato per danneggiare il terminale petrolifero BTC e i successivi droni lanciati sulla Georgia potrebbero essere stati progettati per colpire il punto più debole del BTC.

Nulla di tutto ciò è confermato e sarà impossibile confermarlo. Potrebbe anche trattarsi di una falsa bandiera, anche se Teheran potrebbe essere molto interessata a tagliare il 30% dell’approvvigionamento petrolifero di Israele.

Il BTC continuerà a essere in gioco, poiché attraversa la Georgia trasportando il greggio azero attraverso il Caucaso fino alla costa mediterranea turca. Bombardare il BTC rientrerebbe nella strategia iraniana di recidere ogni corridoio energetico che alimenta il sindacato Epstein e i suoi accoliti attraverso il Golfo, il Caucaso e fino al Mediterraneo.

Lungo il BTC, altre mosse logiche dell’Iran sarebbero quelle di attaccare l’oleodotto saudita est-ovest (che bypassa Hormuz); le piattaforme di carico offshore dell’Iraq nelle acque territoriali iraniane che gestiscono 3,5 milioni di barili al giorno; e l’hub di lavorazione di Abqaiq che gestisce la maggior parte del greggio saudita prima che raggiunga i terminali di esportazione.

Se l’Iran, sotto estrema pressione, fosse costretto a colpire tutti i suddetti obiettivi, non esisterebbe alcuna riserva strategica di petrolio sul pianeta in grado di coprire il deficit.

In questa infernale interconnessione di corridoi energetici, rotte marittime, catene di approvvigionamento globali, sicurezza marittima e prezzo del petrolio fuori controllo, solo i responsabili del Pentagono potrebbero desiderare di prolungare la guerra fino a settembre. L’Asia, l’Europa e tutti gli importatori di energia sulla scena internazionale eserciteranno la massima pressione per qualsiasi misura di allentamento della tensione.

La strategia asimmetrica dell’Iran rimane tuttavia immutabile: espandere la guerra orizzontalmente e allungare al massimo i tempi per rendere insopportabile lo stress economico-politico.

Traduzione: non si tratta di una manovra per un rapido cambio di regime da parte di un gruppo di psicopatici. Si tratta di una guerra di logoramento strutturata. E la sceneggiatura è stata scritta a Teheran.

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O mito da «decapitação» militar https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/o-mito-da-decapitacao-militar/ Thu, 05 Mar 2026 15:05:58 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890961 Análise comparativa entre Irã-Israel e Rússia- Ucrânia.

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A recente escalada no Oriente Médio recoloca no centro do debate estratégico um conceito recorrente na doutrina militar ocidental: o chamado “ataque de decapitação”. A ideia é simples em aparência e sedutora em termos políticos – eliminar a liderança de um Estado adversário para provocar colapso institucional, desorganização militar e, em última instância, mudança de regime. No entanto, a realidade histórica mostra que tal abordagem está longe de ser a solução mágica que seus formuladores imaginam.

Os bombardeios conduzidos por Estados Unidos e Israel contra o Irã, culminando na morte do aiatolá Ali Khamenei, foram claramente concebidos sob essa lógica. A expectativa parecia ser a de que, removendo a principal autoridade política e religiosa da República Islâmica, o sistema entraria em colapso ou enfrentaria revoltas internas suficientes para viabilizar uma transição forçada. Ao mesmo tempo, apostava-se que a resposta iraniana seria limitada, como em confrontos anteriores.

O cálculo revelou-se equivocado. Em vez de desintegração, houve consolidação interna. Milhares de iranianos tomaram as ruas do país, mesmo sob bombas, para endossar a República Islâmica e gritar “morte à América”. Além disso, não houve paralisia estratégica entre os decisores iranianos, que prontamente responderam bombardeando alvos em todo o Oriente Médio.

Esse descompasso entre expectativa e realidade decorre de uma característica estrutural da mentalidade militar ocidental contemporânea. Washington, acostumado a intervenções rápidas contra Estados frágeis, consolidou uma cultura de guerra de curta duração, com alto poder destrutivo inicial e rápida retirada. Tel Aviv, por sua vez, devido às suas dimensões territoriais e limitações demográficas, desenvolveu uma doutrina baseada em ataques preventivos e neutralização célere de lideranças inimigas. Contudo, tal modelo tende a fracassar quando aplicado contra Estados com coesão nacional, aparato institucional sólido e capacidade de mobilização.

O Irã não é um Estado colapsado, tampouco uma estrutura tribal fragmentada. Com mais de 90 milhões de habitantes e uma ordem política consolidada desde 1979, o país construiu mecanismos de sucessão e redundância no comando. A própria idade avançada de Khamenei indicava que a transição já era tema interno. Assim, a tentativa de “decapitação” não atingiu o núcleo funcional do poder iraniano. Pelo contrário, reforçou o sentimento patriótico e ampliou o apoio popular ao governo.

A lição estratégica é clara: sistemas políticos complexos não dependem exclusivamente de um indivíduo. Quando há instituições enraizadas e cadeias de comando distribuídas, eliminar uma figura simbólica pode gerar martírio e coesão, não colapso.

É justamente esse entendimento que ajuda a explicar por que a Rússia não adotou, no conflito com a Ucrânia, uma política sistemática de assassinatos direcionados contra a liderança política em Kiev. Desde o início da operação militar especial, Moscou demonstrou capacidade técnica para atingir centros de comando e infraestrutura crítica. Ainda assim, não priorizou a eliminação física do presidente Vladimir Zelensky ou de outras figuras centrais do governo ucraniano.

Essa escolha não decorre de incapacidade, mas de cálculo estratégico. Em primeiro lugar, a remoção de Zelensky poderia produzir o efeito inverso ao desejado, transformando-o em símbolo internacional e consolidando ainda mais o apoio ocidental a Kiev. Em segundo, a estrutura estatal ucraniana – sustentada por intensa assistência da OTAN – não depende exclusivamente de uma liderança individual. A substituição poderia ocorrer rapidamente, sem alterar a dinâmica do conflito.

Além disso, a estratégia russa tem sido caracterizada por uma guerra de atrito prolongada, focada na degradação gradual da capacidade militar e logística adversária. Trata-se de um modelo oposto à lógica da decapitação. Moscou parece compreender que, em conflitos entre Estados organizados, a vitória raramente se alcança com um golpe único e espetacular, mas sim por meio da erosão sistemática das condições materiais do inimigo.

O mito da decapitação persiste porque oferece uma narrativa simplificada e politicamente vendável: a ideia de que basta remover a “cabeça” para que o corpo desmorone. Entretanto, a experiência recente demonstra que tal suposição ignora a natureza resiliente dos Estados modernos. Lideranças podem ser substituídas; instituições, quando consolidadas, tendem a sobreviver.

Em última análise, a obsessão por ataques de decapitação revela mais sobre as limitações estratégicas de quem os executa do que sobre a vulnerabilidade de quem os sofre. A história recente sugere que guerras entre potências ou Estados estruturados não se resolvem por gestos dramáticos, mas por processos prolongados, nos quais coesão interna e capacidade industrial pesam mais do que a eliminação de figuras individuais.

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Questa è una bomba, una bomba sporca! https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/questa-e-una-bomba-una-bomba-sporca/ Thu, 05 Mar 2026 14:30:15 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890947 La leadership europea rappresenta una minaccia concreta, evidente e inequivocabile per la sicurezza globale.

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Alla pazzia non c’è mai fine

Nel contesto del conflitto russo-ucraino, le dichiarazioni provenienti dall’Servizio di Intelligence Estero della Federazione Russa (SVR) hanno riacceso il dibattito internazionale, occupato da mesi in altre vicende di grande delicatezza, circa il rischio di un’ulteriore escalation militare e, soprattutto, circa la possibilità che l’Ucraina possa essere dotata di armamenti a carattere nucleare. Secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del servizio di intelligence russo, Regno Unito e Francia avrebbero riconosciuto, nelle loro valutazioni interne, l’impossibilità per le forze armate ucraine di conseguire una vittoria militare decisiva contro la Russia nelle condizioni attuali del conflitto. Ciononostante, le élite politiche e strategiche di Londra e Parigi non sarebbero disposte ad accettare l’eventualità di una sconfitta ucraina e, conseguentemente, di un arretramento della propria influenza geopolitica nell’Europa orientale.

Sempre secondo la ricostruzione del SVR, maturerebbe l’idea di fornire a Kiev una sorta di “arma risolutiva” — una wunderwaffe — capace di alterare gli equilibri sul campo e di rafforzare la posizione negoziale dell’Ucraina in vista di eventuali trattative per la cessazione delle ostilità. L’ipotesi evocata riguarda il trasferimento di un ordigno nucleare vero e proprio oppure, in alternativa, di un dispositivo radiologico comunemente definito “bomba sporca”. Un simile scenario comporterebbe un salto qualitativo nella natura del conflitto, trasformandolo in una crisi di proporzioni potenzialmente globali.

Sì, avete capito bene. Al raggiungimento del quarto anno di SMO, dopo una serie incalcolabile di fallimenti diplomatici, politici, economici e militari, il blocco occidentale continua a voler far scoppiare la terza guerra mondiale in Europa. La folle leadership della NATO, i capi di Stato dell’Europa dei vecchi poteri, i signori della guerra-senza-fine, continuano con il loro progetto. Fatti come questo dovranno essere un giorno giudicati da qualcuno.

Particolarmente significativo, nel documento russo, è il riferimento alla posizione della Germania, che avrebbe “saggiamente” rifiutato di partecipare a quella che viene definita una “pericolosa avventura”. Questo elemento suggerisce l’esistenza di divergenze all’interno del fronte occidentale circa il grado di coinvolgimento e le modalità del sostegno a Kiev, nonché circa i limiti oltre i quali l’assistenza militare rischierebbe di trasformarsi in una partecipazione diretta e incontrollabile al conflitto.

Secondo il SVR, Londra e Parigi sarebbero impegnate nell’esame delle modalità operative per assicurare all’Ucraina non soltanto l’ordigno, ma anche i relativi sistemi di lancio. Sì, avete capito bene, stanno proprio pensando al pacchetto comleto. Si parlerebbe, in particolare, del trasferimento riservato di componenti, tecnologie e know-how europei, con l’eventuale considerazione della testata nucleare francese TN75 associata al missile balistico lanciato da sottomarino M51.1. Un’operazione di tale natura, qualora trovasse conferma, implicherebbe un coinvolgimento tecnico-industriale di altissimo livello e solleverebbe interrogativi fondamentali sulla tenuta del regime internazionale di non proliferazione.

Qualche problema internazionale

Ora, parliamoci chiaro: chi è che davvero, nel mondo, che vuole una escalation? A chi fa comodo? Nessun Paese che abbia un leader dotato di un normale profilo psicologico vorrebbe mai una cosa del genere. La guerra conviene solo a chi vende armi, e a nessun altro. E questo significa provocare ripetutamente un serie di incidenti, di antipatie, di fastidi a mezzo pianeta e forse di più.

Ciò pone dei problemi di relazioni internazionali. Il riferimento centrale, in questo ambito, è il Trattato di non proliferazione nucleare, che costituisce il pilastro giuridico del sistema volto a impedire la diffusione delle armi atomiche al di fuori degli Stati già riconosciuti come potenze nucleari. La fornitura di un’arma nucleare o di componenti essenziali per la sua realizzazione a un Paese non dotato ufficialmente di tale capacità rappresenterebbe una violazione manifesta degli obblighi assunti a livello internazionale. La stessa dichiarazione dell’intelligence russa sottolinea che i governi britannico e francese sarebbero consapevoli della portata di tale infrazione, nonché dei rischi connessi alla destabilizzazione dell’intero regime globale di non proliferazione.

In questo quadro, è chiaro, gli sforzi diplomatici occidentali si concentrerebbero nel far apparire l’eventuale acquisizione di capacità nucleari da parte di Kiev come frutto di uno sviluppo autonomo ucraino. Una simile strategia di dissimulazione, qualora fosse effettivamente perseguita, testimonierebbe la consapevolezza della gravità delle implicazioni giuridiche e politiche dell’operazione. Tuttavia, al di là delle accuse e delle smentite, la sola evocazione di un simile scenario impone una riflessione più ampia sulle conseguenze sistemiche di un’ulteriore escalation. Perché sì, parliamo di sistema: in pochi minuti il mondo intero entrerebbe in massima allerta, con una catena di eventi di proporzioni inimmaginabili.

La dimensione nucleare, infatti, non rappresenta un semplice incremento quantitativo della potenza di fuoco disponibile, bensì un mutamento qualitativo nella natura del conflitto. L’introduzione di un’arma atomica — anche solo in funzione deterrente — trasformerebbe radicalmente il quadro strategico europeo, riattivando dinamiche di confronto diretto tra potenze nucleari che la fine della Guerra fredda aveva parzialmente attenuato. Il rischio non sarebbe limitato al teatro ucraino, ma investirebbe l’intero continente, con implicazioni per la sicurezza collettiva, per la stabilità politica e per la credibilità delle istituzioni multilaterali.

Da un punto di vista diplomatico, la fornitura di armi nucleari all’Ucraina costituirebbe una scelta di straordinaria follia, meritevole di entrare nei libri di storia. Essa comprometterebbe irreversibilmente la possibilità di mediazioni credibili, irrigidendo le posizioni e alimentando la percezione di un confronto diretto con l’Occidente nel suo complesso (laddove ancora qualcuno non lo avesse capito). Un gigantesco autogol per l’Occidente, perché la narrativa secondo cui il conflitto sarebbe progressivamente divenuto una guerra per procura tra la NATO e la Russia troverebbe ulteriore alimento, rafforzando la retorica dello scontro sistemico tra blocchi contrapposti. Ulteriore conferma che è sempre stato così.

Sul piano strategico-militare, inoltre, la disponibilità di un’arma nucleare in un teatro di guerra attivo aumenterebbe esponenzialmente il rischio di errori di calcolo, incidenti o decisioni affrettate in situazioni di elevata tensione. La deterrenza nucleare presuppone meccanismi di controllo, catene di comando stabili e comunicazioni affidabili tra le parti: condizioni difficilmente garantibili in un contesto bellico caratterizzato da rapidi mutamenti operativi e da una forte pressione politica e mediatica. L’eventuale impiego, anche solo accidentale, di un ordigno nucleare o radiologico avrebbe conseguenze umanitarie, ambientali e geopolitiche incalcolabili.

Vogliamo tradurre tutto questo in parole semplici? Ecco la traduzione: la Russia sarebbe legittimata ad agire in maniera preventiva per tutelare la propria sopravvivenza. Occorre aggiungere altro?

La prospettiva di una “bomba sporca”, pur differendo tecnicamente da un’arma nucleare strategica, non sarebbe meno destabilizzante sotto il profilo politico. L’uso di materiale radioattivo a fini offensivi introdurrebbe una dimensione di terrore e contaminazione che colpirebbe indiscriminatamente popolazioni civili e territori, alimentando una spirale di ritorsioni e contro-rappresaglie difficilmente controllabile. Anche in questo caso, la soglia psicologica e politica dell’escalation verrebbe superata, con effetti irreversibili, statene certi.

Davanti ad un report del genere, la cosiddetta “comunità internazionale”, tanto millantata dai Paesi occidentali, dovrebbe riunirsi e sanzionare pesantemente, in forma almeno preventiva, UK, Francia e Ucraina, sottoponendo questi Stati ed anche la Germania ad una dettagliata indagine. Ma ciò non avverrà, lo sappiamo già. Quello che invece è più probabile che avvenga è che la dottrina nucleare venga da oggi riscritta secondo nuovi equilibri, perché, in definitiva, quelle garanzie che erano state poste a tutela di uno status quo molto fragile, ma pur sempre funzionante, sono saltate. E a manometterle sono state proprio i Paesi europei.

Una leadership europea che è una chiara, evidente ed inequivocabile minaccia concreta alla sicurezza globale.

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The mosaic of death by a thousand cuts https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/the-mosaic-of-death-by-a-thousand-cuts/ Thu, 05 Mar 2026 13:53:45 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890962 This is a Structured War of Attrition. And the screenplay has been written in Tehran.

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Iran’s Decentralized Mosaic Defense – the official denomination – keeps being tweaked 24/7: that’s the IRGC’s long-term strategy of a death by a thousand cuts designed to bleed the Empire of Chaos dry.

Let’s wade through the interconnected canals permeating the unconstitutional, unwinnable, strategically catastrophic Empire of Chaos-built swamp.

Iran’s mosaic resilience and long-term strategy; the temptation for that ghastly death cult in West Asia to go nuclear; the approaching, inexorable Interceptor Hell; China’s relentless drive to ditch the old order (hoarding gold, dumping dollars); the BRICS’s progress in creating a parallel financial system; the collapse of American vassals, in several latitudes: all that is accelerating a radical system reset.

And then, there’s Vladimir Putin, just casually, almost like an afterthought, annoncing there may not be any Russian gas to be sold to the EU after all:

“Maybe it would make more sense for us to stop supplying gas to the EU ourselves and move to those new markets, and establish ourselves there (…) Again, I want to stress: there’s no political motive here. But if they’re going to close the market to us in a month or two anyway, maybe it’s better to leave now and focus on countries that are reliable partners. That said, this isn’t a decision. I’m just thinking out loud. I’ll ask the government to look into it together with our companies.”

The pitiful Bratwurst Chancellor asked permission from neo-Caligula for Germany to buy Russian oil. He got it. But there may be nothing to buy. This is an energy war, and the EU once again does not even qualify as a homeless beggar. No Qatar gas, no Russian oil and gas. Now go back to your NATO-obsessed Forever War.

The bombing of the GCC-petrodollar pipeline

Immediately after the decapitation strike last Saturday on Supreme Leader Ayatollah Kahamenei, Iran switched to decentralised command and control and cells with a 4-level deep succession plan, launching relentless volleys of older, slower missiles and sacrificial drones to consume Patriot batteries and THAAD systems in industrial scale. With that move, Iran changed the rules of the game alread on Day One of the war.

Anyone with and IQ over room temperature knows that to use 3 Patriots – $9.6 million combined cost – to defend against a single Iranian sacrificial ballistic missile is completely unsustainable.

So it’s no wonder that it took only 4 days of the war of the Epstein Syndicate on Iran for the global financial system to go completely bonkers. $3.2 trillion evaporated in a matter of 4 days – and counting.

The Strait of Hormuz for all practical purposes is closed – except for Russian and Chinese vessels. At least 20% of global oil needs are not moving anywhere. Qatar’s entire LNG production is off line – with no resumption in sight. Iraq’s 2nd larget oil field has been shut down.

And still, volatile neo-Caligula vociferates that his war that was supposed to last only a weekend may drag for five weeks, and other industrial-military Pentagon clowns are talking about all the way to September.

By lasering on US interests across the GCC as legitimate targets – and not only military bases – Iran set a time bomb. This is a direct attack on the petrodollar (to the silent delight of Beijing). Tehran certainly gamed that the chain reaction would be instantaneous – all the way to panic as preamble to a new, generalized Great Depression.

No oil, plus no meaningful GCC defense against Iran’s missiles/drones means no more torrents of Wall Street fake money. The AI bubble, after all, is being financed by GCC “investments”. The new Pipeineistan bombing is not of the Nord Stream kind: it’s the bombing of the GCC-petrodollar pipeline.

All that is happening in record time as Iran’s decentralized mosaic is fine-tuned. For instance, an array of deadly anti-ship missiles – which have not been used yet – are coordinated by the IRGC, the navy, the army, and aerospace forces. Same for drones.

Even if ballistic missile attacks are not keeping up with the initial, breakneck pace, they are more than enough to keep steadily hammering US military bases (whose air defenses are already largely depleted); plunge the death cult in West Asia and the GCC in total economic hell; and scare to death every nook and cranny of “global markets”.

And for all the chest-thumping in Washington by the oily, clownish Secretary of Forever Wars, dozens of Iranian underground military fortresses loaded with tens of thousands of missiles and equipment remain invisible – and untouchable.

Bankrupting the Empire of Chaos business model 

This is a desperate war to save the petrodollar. An energy powerhouse like Iran trading outside the petrodollar is the ultimate anathema, especially because the process is coupled with the BRICS drive towards setting up independent payment systems.

The immense structural fragility of the GCC – Iran’s neighbors – makes them an ideal prey. After all, their entire business model is built on the petrodollar in exchange for a Mafioso US “protection”, which has vanished in the sand in the first four days of the war.

Cue to Iran’s Asymmetric Warfare Machine bankrupting the Empire of Chaos business model in real time.

The definitive exhibit is the implosion of the Dubai bling bling dream – much more than the devastation imposed on US 5th Fleet-related interests in Bahrain and even a ballistic missile destroying the $1.1 billion AN/FPS-132 phased array radar at Al Udeid Air Base in Qatar.

A coordinated, in progress GCC crack up, already inevitable, eventually means the end of petrodollar recycling, opening the game to the petroyuan or energy trade in a basket of BRICS currencies.

“Checkmate” comes from the Persian “Shah Mat”, meaning “the king is helpless”. Well, Emperor neo-Caligula may not know he’s naked, because he’s incapable of playing chess. But he’s scared enough to start desperately looking for a way out.

The Astrakhan-Tehran air corridor

Now for the role of Russia. The focus should be on the Astrakhan-Tehran air corridor, crammed with secret cargo flights. The Chkalovsk military airfield near Astrakhan is the key logistical hub of the corridor: cargoes such as the Il-76MD, the An-124 and the Tu-0204-300C are shuttling back and forth covered with special material that reduces radar visibility and hides them from civilian tracking sytems.

Their cargo arrives in Mehrabad airport in Tehran (no wonder it was bombed by Israel), Pyam and Shahid Behesthi in Isfahan. Multimodal logistics also apply, as some cargo is delivered via the Caspian.

Everything is coordinated by the 988th Military Logistics Brigade from Astrakhan. Cargo contents include components for air defense systems; radar guidance modules; hydraulic systems for missile launchers; long-range detection radar modules.

On top of it, under a secret protocol, Russia is supplying Iran with state of the art electronic warfare, including an export version of the Krasukha-4IR, capable of jamming the radar systems of US drones.

Add to it that Iran will soon deploy full-fledged S-400 batteries – which will allow it to control as much as 70% of Iranian airspace.

How the economic-political stress will become unbearable

And now for the role of Turkiye.

Only two months ago the MIT – Turkish intel – directly warned the IRGC that Kurdish fighters were trying to cross from Iraq into Iran. Let that sink in: a full NATO member passing time-sensitive operational intelligence to the IRGC just as the Epstein Syndicate was getting ready for war.

There are at least 15 million Kurds living inside Iran. The last thing Ankara wants is empowered Kurds in Iran. For all of Sultan Erdogan’s insatiable hedging, he knows he can’t frontally antagonize Tehran. He needs to balance a cornucopia of interests mixing NATO; the energy corridor with Russia – but also the energy corridor to the West via the BTC pipeleine; and the role of western anchor to the Middle Corridor to China.

That’s why that alleged Iranian ballistic missile allegedly pointing to Turkiye and shot by NATO was not a big deal: Foreign Ministers Fidan (Turkiye) and Aragchi (Iran) discussed it like adults. There’s impenetrable fog of war about it: the missile might have been sent to cripple the BTC oil terminal and subsequent drones launched on Georgia designed to cripple the weakest spot of the BTC.

None of that is confirmed – and will be impossible to confirm. That might as well have been a false flag – even though Tehran may be quite interested to cut off 30% of Israel’s oil supply.

The BTC will continue to be in play, as it weaves across Georgia carrying Azeri crude across the Caucasus to the Turkish Mediterranean coast. Bombing the BTC would fit the Iranian strategy of severing every energy corridor feeding the Epstein Syndicate and its acollites across the Gulf, the Caucasus and all the way to the Mediterranean.

Along the BTC, other logical Iranian moves would be to attack the Saudi East-West pipeline (it bypasses Hormuz); Iraq’s offshore loading platforms in Iranian territorial waters that handle 3.5 million barrels a day; and the Abqaiq processing hub that handles the majority of Saudi crude before it reaches export terminals.

If Iran under extreme stress is forced to hit all of the above, there’s no strategic petroleum reserve on the planet capable of  covering the gap.

In this hellish interconnection of energy corridors, shipping lanes, global supply chains, maritime security and the oil price going out of control, only Pentagon clowns can possibly want to prolong the war until September. Asia, Europe, and every energy importer across the chessboard will be applying maximum pressure for any measure of de-escalation.

Iran’s asymmetric strategy though remains immovable: expand the war horizontally, and stretch the timeline to the max to make the economic-political stress unbearable.

Translation: this is not a quick regime change stunt by a bunch of psychos. This is a Structured War of Attrition. And the screenplay has been written in Tehran.

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The myth of military ‘decapitation’ https://strategic-culture.su/news/2026/03/05/the-myth-of-military-decapitation/ Thu, 05 Mar 2026 11:00:34 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890953 A comparative analysis between Iran–Israel and Russia–Ukraine

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The recent escalation in the Middle East has brought back to the center of strategic debate a recurring concept in Western military doctrine: the so-called “decapitation strike.” The idea is simple in appearance and politically seductive – eliminate the leadership of an adversary state in order to trigger institutional collapse, military disorganization, and ultimately regime change. However, historical reality shows that such an approach is far from the magic solution its proponents often imagine.

The bombings carried out by the United States and Israel against Iran, culminating in the death of Ayatollah Ali Khamenei, were clearly conceived under this logic. The expectation seemed to be that by removing the main political and religious authority of the Islamic Republic, the system would either collapse outright or face sufficient internal unrest to enable a forced transition. At the same time, it was assumed that Iran’s response would remain limited, as in previous confrontations.

That calculation proved mistaken. Instead of disintegration, there was internal consolidation. Thousands of Iranians took to the streets across the country, even under bombardment, to support the Islamic Republic and chant “death to America.” Moreover, there was no strategic paralysis among Iranian decision-makers, who promptly responded by striking targets throughout the Middle East.

This gap between expectation and reality stems from a structural characteristic of contemporary Western military thinking. Washington, accustomed to rapid interventions against fragile states, has consolidated a culture of short-duration warfare, marked by overwhelming initial destructive power followed by swift disengagement. Tel Aviv, due to its territorial dimensions and demographic limitations, developed a doctrine based on preventive strikes and the rapid neutralization of enemy leadership. However, this model tends to fail when applied against states with national cohesion, solid institutional frameworks, and mobilization capacity.

Iran is not a collapsed state, nor a fragmented tribal structure. With more than 90 million inhabitants and a political order consolidated since 1979, the country built mechanisms of succession and redundancy within its command structure. Khamenei’s advanced age had already made the question of transition an internal matter. Thus, the “decapitation” attempt did not strike at the functional core of Iranian power. On the contrary, it strengthened patriotic sentiment and expanded popular support for the government.

The strategic lesson is clear: complex political systems do not depend exclusively on a single individual. When institutions are deeply rooted and chains of command are distributed, eliminating a symbolic figure may generate martyrdom and cohesion rather than collapse.

This understanding helps explain why Russia did not adopt, in its conflict with Ukraine, a systematic policy of targeted assassinations against the political leadership in Kiev. Since the beginning of the special military operation, Moscow has demonstrated technical capacity to strike command centers and critical infrastructure. Even so, it has not prioritized the physical elimination of President Vladimirr Zelensky or other central figures of the Ukrainian government.

This choice does not stem from incapacity, but from strategic calculation. First, Zelensky’s removal could have produced the opposite of the intended effect, transforming him into an international symbol and further consolidating Western support for Kyiv. Second, the Ukrainian state structure – sustained by intense NATO assistance  – does not depend exclusively on one individual leader. A replacement could occur rapidly without fundamentally altering the conflict’s dynamics.

Furthermore, Russian strategy has been characterized by a prolonged war of attrition focused on the gradual degradation of the adversary’s military and logistical capacity. This model stands in direct contrast to the logic of decapitation. Moscow appears to understand that in conflicts between organized states, victory is rarely achieved through a single spectacular blow, but rather through the systematic erosion of the enemy’s material conditions.

The myth of decapitation persists because it offers a simplified and politically marketable narrative: remove the “head,” and the body will fall. Yet recent experience demonstrates that this assumption ignores the resilient nature of modern states. Leaders can be replaced; institutions, when consolidated, tend to endure.

Ultimately, the obsession with decapitation strikes reveals more about the strategic limitations of those who execute them than about the vulnerability of those who suffer them. Recent history suggests that wars between powers or structured states are not decided by dramatic gestures, but by prolonged processes in which internal cohesion and industrial capacity weigh more heavily than the elimination of individual figures.

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Europe’s delusions of power https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/europes-delusions-of-power-2/ Sat, 28 Feb 2026 15:47:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890854 By Ted GALEN CARPENTER

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The U.S. should break from the old continent, not bully it.

Washington’s European allies are increasingly angry at President Donald Trump and his administration. The latest irritant was Trump’s initial insistence on “purchasing” Greenland from Denmark, with the president making it clear that Copenhagen must relinquish the island to the United States. Denmark and other European governments reacted harshly to such a brazen act of old-style imperialism. Several European members of NATO even planned joint military exercises in the vicinity of Greenland to emphasize their annoyance, and some officials warned that Washington’s bullying behavior could cost the United States its bases in Europe.

But Greenland was hardly the first issue that has caused the transatlantic security and economic relationship to reach an unprecedented level of disenchantment. A pronounced chill already was apparent during Trump’s first term. The new president’s demands that NATO’s European members spend more on defense and stop free riding on Washington’s security efforts were not well received in allied capitals, although many of them eventually did comply.

Early in the president’s second term, he and his administration soon alienated their NATO partners on an array of other issues. Bitter trade and tariff disputes erupted between the United States and several governments. Vice President J.D. Vance also delivered a caustic lecture to European delegates at the annual Munich Security Conference in February 2025 about their countries’ increasingly numerous, hypocritical violations of their professed democratic values.

The administration’s ambivalence about NATO’s provocative support for Ukraine’s war against Russia drew shrill condemnation on the other side of the Atlantic. However, the differences on policy toward Russia also underscored Europe’s continuing dependence on the United States for the continent’s security. That realization stoked proposals from the president of the European Commission, Ursula von der Leyen, and other prominent officials to create a strong, independent European military. In May 2025, the European Union (EU) adopted a plan to spend $170 billion on developing a greater defense capability.

Two motives for a more robust, independent military stance were evident. One was the (exaggerated) fear of an expansionist threat by Russia. That concern has become even more intense and far-fetched as the various feuds between the United States and its allies deepen over Greenland’s status and other matters. Indeed, NATO Secretary General Mark Rutte stressed in January 2026 that neutralizing the Russian threat to Ukraine must remain Europe’s top priority, even overshadowing the Greenland issue. Leading European powers are sometimes taking highly risky actions against Moscow. This month, French warships boarded and seized a Russian oil tanker in the Mediterranean, despite the danger of a direct clash on the high seas between a NATO member and Russia.

The other prominent motive was a concern that European and U.S. interests and objectives were no longer sufficiently compatible. Trump’s initial threat to acquire Greenland from Denmark produced a new surge of loud, angry complaints from Washington’s NATO allies. European leaders have drawn a very firm line against the Trump administration’s policy. There are now unmistakable indications that the European members of NATO are preparing to create their own standing army in reaction to Washington’s abrasive conduct. Declarations of Europe’s independence from U.S. domination have become increasingly frequent and pointed among the continent’s political elite.

Many Americans might be tempted to cheer on such signs of a more serious European commitment to military matters, despite the underlying risk to NATO unity and Washington’s domination of the alliance. Professor Rajan Menon, a longtime critic of NATO, asserts that the end of the alliance would, on balance, not be a bad development. To American realists, the decades of European security free riding have been especially annoying.

However, there are several worrisome problems with the current manifestations of an “independent” Europe.

First, such schemes may turn out to be little more than hollow rhetoric. Building a truly robust, cutting-edge European military would be very challenging and time-consuming. It would also entail an unprecedented degree of multilateral cooperation and coordination among proud civilian and military players who are used to dominating the debates and policy options in their respective countries. Perhaps most important, a comprehensive military buildup would be extremely expensive. The EU’s $170 billion pledge in 2025 would be merely a modest down payment.

Second, taxpayers in European countries have become accustomed to having their defense burden heavily subsidized by the United States—that is to say, by American taxpayers. It is likely that the political reaction in Europe will not be favorable or quiescent if the full bill now becomes visible—and due.

Third, there would appear to be only two ways to manage that problem. One would be to scale back the extremely generous welfare states that the longstanding U.S. security subsidy made possible. Cutting the welfare states would be extremely unpopular and, therefore, politically toxic. The other option would be to massively increase government borrowing—a step that would be economically damaging, perhaps even ruinous, in the long run. There is little evidence that eager advocates of a stronger, independent Europe as a major geopolitical player in the global arena have thought seriously about such problems.

Indeed, critics who contend that Europe already is finished as a serious global strategic and economic player make a credible case. The amorphous collection of sovereign nations has no coherent mechanism for making key policy decisions. That point became apparent when the leading European governments were caught flatfooted in mid-January as Trump rhetorically reversed his stance regarding Greenland, now indicating that he would not use force against the island and canceling tariffs that he had threatened to impose on several countries for daring to oppose his acquisition plan. Washington’s new stance caused the immediate transatlantic crisis to recede, although European resentment persisted.

A fiasco in December 2025 over the EU’s attempt to use frozen Russian financial assets to help fund Ukraine’s war effort should reinforce concerns about policy incoherence. When EU leaders could not gain the required unanimous consent of member states to execute the scheme, they had to scramble to approve a substitute $105 billion “loan” so that they could send promised funds to Kiev. Even that move barely salvaged the embarrassed bloc’s credibility.

Worst of all, too many European political leaders seem to want to have it both ways. On the one hand, they seek to have a Europe that is free to pursue its own economic and security objectives even when those goals directly conflict with U.S. policies and national interests. On the other hand, they want a Europe that enjoys a continuing transatlantic security arrangement relying on Washington for protection if a serious security threat to Europe arises. Influential European policymakers almost never propose dissolving NATO or even rescinding the commitment in Article 5 of the North Atlantic Treaty to regard an attack on one member as an attack on all. The provision theoretically obligates the United States to help any besieged NATO ally repel an aggressor.

That obligation would continue on behalf of a more independent Europe, even if some allies adopt policies that explicitly defy Washington’s objectives. Indeed, it would continue even if certain countries forge close ties with the People’s Republic of China or some other geopolitical adversary of the United States.

U.S. leaders and the American people should disabuse European leaders and their publics of that convenient, self-serving notion. If the European Union or some other “Europeans only” organization decides to play a more active, independent role in regional or global affairs, it has every right to do so. However, the United States would be foolish to continue incurring both the risks and costs of defending an independent, much less an uncooperative, European bloc.

The American people need a genuine America First policy. Washington can make the necessary policy changes without behaving as a boorish, international bully. Trump’s approach has been thoroughly counterproductive and needlessly abrasive. Nevertheless, it is time to orchestrate a transatlantic strategic divorce handled in a more mature, amicable fashion.

Original article:  www.theamericanconservative.com

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Four years of Special Military Operation https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/four-years-of-special-military-operation/ Sat, 28 Feb 2026 15:30:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890851 Assessment of the current scenario of the conflict.

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Four years have passed since the Russian Federation launched the Special Military Operation, bringing to an end an eight-year cycle marked by internal clashes and discriminatory policies against the ethnic Russian population in Ukraine. What began as an intervention with limited objectives quickly took on far broader proportions, structurally altering the balance of power in global geopolitics.

The initial plan for the operation was based on the expectation of a brief and surgical action. Moscow sought to pressure Kiev into accepting an agreement that would recognize the independence of the republics of Donetsk and Lugansk, restore the co-official status of the Russian language, and formalize Ukrainian neutrality, definitively removing the possibility of NATO membership. During the first months, there were concrete signs that an understanding could be reached. Negotiations progressed, and the withdrawal of Russian forces from the Kiev region was presented as a gesture intended to facilitate diplomatic dialogue.

However, the course of events changed decisively. After the infamous visit of the British Prime Minister to Kiev, the negotiation process was interrupted. From that moment on, the conflict ceased to have an essentially regional character and became part of a broader strategic dispute between Russia and the Atlantic bloc. NATO intensified the supply of weapons, training, and logistical support to Ukrainian forces, progressively expanding both the scale and sophistication of the equipment delivered. Western long-range artillery systems, armored vehicles, air defense systems, and advanced munitions became part of Kiev’s arsenal.

In response to this scenario, Russia also adjusted its strategy. Referendums were organized in areas under Russian control, resulting in the incorporation of Donetsk, Lugansk, Zaporozhye, and Kherson into the constitutional map of the Federation. At the same time, a partial mobilization was decreed, incorporating several hundred thousand reservists into frontline forces. This was supplemented by a significant contingent of contracted volunteers, substantially increasing Russia’s operational capacity in the theater of operations (currently, most fighters are contracted volunteers).

Four years after the beginning of the campaign, the territorial situation shows significant consolidation on certain fronts. The entirety of Lugansk is under Russian control, although occasional incursions by Ukrainian forces still occur. In Donetsk, Zaporozhye, and Kherson, Russian control extends over approximately three-quarters of the respective territories. Fighting remains intense, with relatively stabilized front lines in some sectors and more fluid dynamics in others.

Casualty figures remain disputed, but estimates released by Western sources themselves point to Ukrainian losses exceeding one and a half million men, including both dead and wounded. On the Russian side, the reported totals are said to be significantly lower, likely not reaching 200,000. Regardless of statistical discrepancies, it is undeniable that this is a high-intensity conflict, marked by profound human and material attrition.

Some argue that the length of the war reveals a strategic stalemate – one that could supposedly be resolved through “decapitation strikes.” However, from the Russian perspective, the central objective does not lie merely in replacing political leadership in Kiev. The declared goal is the demilitarization of Ukraine and the neutralization of its capacity to function as a forward platform for NATO.

In this context, superficial changes in the leadership of the Ukrainian government would be insufficient to alter the structural logic of the confrontation. Unfortunately, despite the massive human cost, only prolonged attrition can enable Russia to annihilate the enemy’s military potential and bring about a transformation in Ukrainian society’s mindset (denazification) through deep military trauma.

The prevailing perspective in Moscow is that any lasting agreement will depend on full control of the incorporated regions and the creation of a security zone along the border. This is therefore a confrontation conceived in long-term plans, inserted in a systemic dispute between Russia and the Collective West. More than a limited conventional war, the current conflict is, in effect, the Third World War in its active phase.

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The NATO-Russia proxy war in Ukraine: face to face with the ultimate Russian insiders https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/the-nato-russia-proxy-war-in-ukraine-face-to-face-with-the-ultimate-russian-insiders/ Sat, 28 Feb 2026 11:27:51 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890848 Why is the transfer of 50% of US aviation to the Gulf not an exercise, but an agony? Why has the United States not yet realized that the Global South will no longer allow aggression?

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MOSCOW – Four years on after the start of the Special Military Operation (SMO) in February 2022 – actually the proxy war between NATO and Russia until the last Ukrainian – no wonder every corridor of power and dinner table in Moscow, for days, was abuzz on the pros, cons and countless shades of gray embedded in this de facto vicious conflagration were Slavs kill Slavs: a dream scenario for an array of Russophobes embedded in selected EU political “elites”.

So, from the point of view of a foreign correspondent for 40 years, editor-at-large and geopolitical analyst, the privilege of listening to top Russian analysts, diplomats and military experts at this critical juncture on the SMO and beyond, all the way to the geopolitical Big Picture, could hardly be equaled.

That happened thanks to the National Unity Club – a new, dynamic space for high-level discussion set up in Moscow (here is their YouTube channel) chaired, among others, by former Prime Minister of Ukraine, Nikolai Azarov, and premier economist and current head of the Russia-Belarus Union State, Sergey Glazyev.

My dear friend Larry Johnson, former CIA analyst, and myself are now part of what could be described as the international branch of the club.

Over two long sessions held at the TASS studios, organized by Igor Goncharenko and his tireless team, we conducted a series of interviews, especially crucial for a global audience. The interviews confirmed how it’s impossible to understand all the complex, interlocking issues revolving around the SMO without considering the analysis of these specialists.

Here is just a sample of our conversations.

Alexander Babakov: Uber-gentleman Babakov is the vice-speaker of the Duma and one the best informed players in Russia. This is our third conversation in the past three months. Babakov digs deeper on the Geneva “negotiations” kabuki – and beyond.

Andrey Gurulyov : a Duma member, retired Lt. Gen. and former commander of the 58th Combined Arms Army. Gurulyov is an absolute treasure trove of hardcore military info. He engages in a no holds barred analysis of the SMO, where “Russia is not waging war with Ukraine, but with the collective West, and retains the strategic initiative.” Gurulyov stresses that Europe is actively preparing for war with Russia, building up its armies and military-industrial complex.

Vasily Prozorov: a former SBU officer from 1999 to 2018, when he defected to Russia. Survived an assassination attempt in Moscow in 2024. Prozorov details how from Maidan in 2014, “the SBU became a machine against its own people”. Before, the SBU was engaged in the fight against crime, corruption and economic crimes. Afterwards, the main task is “to fight dissent and political opponents.”

Gen. Apti Alaudinov: In June 2012, when he was only 38 years old, Alaudinov became the youngest top General in Russia’s modern history. During the fight in Chechnya, Apti’s father and older brother were killed in battle with Dudayev’s forces, as well as many family members. Since 2022, he is the Secretary of the Economic and Public Security Council of the Chechen Republic. Here’s all about the SMO and beyond – as in the possible attack on Iran – seen by the ultimate warrior-intellectual insider.

Former Prime Minister of Ukraine (2010-2014), Nikolai Azarov: Mr. Azarov is also co-chairman of the National Unity Club. This is extremely special: here he is interviewd by the one and only George Galloway and myself – on the exact day of the 4th anniversary of the SMO. Azarov delves into how the SMO, which many considered short-term, escalated into a protracted war.

In an extremely poignant testimony, Azarov calls what’s happening a personal tragedy: after all his whole life is connected with both Russia and Ukraine. He goes back to Kiev’s course after 1991; Maidan – which he interprets as a coup d’etat; and the escalation around Donbass as key factors that led to the SMO.

He also details how weapons supplies, financing and intelligence from NATO countries have made the war inevitably protracted.

And now for the two bonuses

Then these past few frantic days in Moscow offered two bonuses – which may be particularly appealing for a global audience.

A little over a week ago, Larry Johnson was in Florida, and myself in Moscow: we ended up interviewing each other on the whole kabuki regarding Iran, just as Larry had received the best info from his CIA sources that an attack on Iran was imminent. The Big Picture of course remains.

Then The Fates also intervened – in this matryoshka of auspicious coincidences: George Galloway and myself interview each other in a Moscow studio.

We talk about West Asia; why is the transfer of 50% of US aviation to the Gulf not an exercise, but an agony; what are Epstein’s unreleased files hiding; why doesn’t Iran capitulate; BRICS vs. NATO: If Iran is attacked, will China stand up? Will Russia act? Why has the United States not yet realized that the Global South will no longer allow aggression?

Here it is: from Moscow, with Grit. Dig deeper – this is really something special.

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