Mineral resources – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Fri, 13 Feb 2026 20:15:38 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Mineral resources – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Il Progetto Vault, chiave della strategia anticinese di Trump https://strategic-culture.su/news/2026/02/14/il-progetto-vault-chiave-della-strategia-anticinese-di-trump/ Sat, 14 Feb 2026 13:30:07 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890581 Se da una parte Donald Trump cerca di mantenere un canale di dialogo aperto con Pechino in virtù dello storico rapporto personale con Xi Jinping, dall’altra l’Amministrazione USA sta predisponendo una strategia di ridefinizione delle catene del valore globali per mettere in difficoltà Pechino e aumentare la propria capacità di autosufficienza militare.

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Un investimento da quasi 12 miliardi di dollari per blindare l’industria statunitense dalle scosse geopolitiche e ridurre la dipendenza dalla Cina è alla base del “Project Vault”, una riserva strategica di minerali critici destinata a garantire forniture stabili a settori chiave come automotive, tecnologia, difesa ed energia, sul modello della Strategic Petroleum Reserve creata negli anni Settanta dopo lo choc petrolifero. Il progetto prevede un finanziamento iniziale da 10 miliardi di dollari sotto forma di prestito quindicennale della Us Export-Import Bank (Ex-Im), affiancato da circa 1,67 miliardi di capitale privato.

“Lanciamo quello che sarà conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, secondo quanto dichiarato da Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. Il presidente USA ha sottolineato di aspettarsi anche un ritorno economico dall’operazione ma il fine geopolitico è evidente.

La nuova riserva, una prima assoluta per il settore civile statunitense, sarà composta da terre rare e minerali critici come gallio e cobalto, indispensabili per la produzione di iPhone, batterie, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale segnato da crescenti tensioni geopolitiche.

Il nodo centrale è la Cina. Pechino controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale di terre rare e quasi il 90% della loro lavorazione, una capacità che negli ultimi anni si è tradotta in una leva politica e commerciale sempre più evidente. Lo scorso anno, durante il confronto innescato dai dazi imposti da Washington, la Cina ha ristretto l’export di alcuni materiali strategici, costringendo diversi produttori statunitensi a rallentare o ridurre la produzione e mettendo in difficoltà il Pentagono che su quelle risorse minerarie basa la propria fabbricazione di armi. “Non vogliamo mai più rivivere quello che abbiamo passato un anno fa”, ha detto Trump, riferendosi a tale situazione.

Il progetto coinvolge intanto una decina di grandi gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e Google. Tre case di trading specializzate nelle materie prime, Hartree Partners, Traxys North America e Mercuria Energy Group, si occuperanno degli acquisti e del riempimento della riserva. L’annuncio ha avuto effetti immediati sui mercati: i titoli di diverse società statunitensi attive nelle terre rare e nei metalli critici sono balzati nelle contrattazioni in Borsa.

Parallelamente, l’Amministrazione Trump sta intensificando la diplomazia delle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad ampliare ulteriormente la rete, in una sorta di riedizione dell’alleanza delle democrazie lanciata da Joe Biden alcuni anni fa.

Il tema è al centro della conferenza ministeriale sui minerali critici a Washington, al Dipartimento di Stato, con la partecipazione del Segretario di Stato, Marco Rubio, e del Vicepresidente Jd Vance, che aprono i lavori. All’incontro prende parte anche il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, insieme a rappresentanti di diversi Paesi europei, africani e asiatici, a conferma della dimensione sempre più internazionale della sfida sulle catene di approvvigionamento. Secondo il Guardian, il “Project Vault” è il tema centrale della conferenza, durante la quale dovrebbero essere firmati anche diversi accordi bilaterali volti a migliorare e coordinare la logistica della catena di approvvigionamento. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato nella nota stampa relativa all’evento che l’incontro “creerà uno slancio per la collaborazione” tra i partecipanti al fine di garantire l’accesso alle terre rare senza passare dalla Cina.

Nei giorni scorsi, il Vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha tenuto un discorso programmatico ai delegati dei principali Paesi produttori di minerali, cercando di garantire un blocco commerciale di terre rare per sfidare Pechino, mentre a gennaio 2026, un gruppo bipartisan di legislatori ha proposto una nuova agenzia con 2,5 miliardi di dollari per stimolare la produzione di terre rare e altri minerali essenziali.

L’UE si trova ad affrontare molte delle stesse vulnerabilità degli Stati Uniti. L’Europa non ha quasi nessuna capacità di raffinazione interna di terre rare e dipende in modo schiacciante dai trasformatori cinesi per i magneti permanenti utilizzati nelle turbine eoliche, nei veicoli elettrici e negli aerei da caccia. Il Critical Raw Materials Act dell’Unione Europea stabilisce obiettivi non vincolanti per l’estrazione, la lavorazione e il riciclaggio nazionali, mentre nuovi finanziamenti mirano ad accelerare i progetti minerari in Svezia, Finlandia e Groenlandia, che fa parte del Regno di Danimarca. Queste regioni ospitano alcuni dei giacimenti di terre rare più promettenti del blocco, con la Groenlandia che offre un potenziale particolarmente significativo nonostante il suo status non appartenente all’UE, citato di recente da Trump quando ha lanciato una nuova offerta per portare l’isola sotto il controllo degli Stati Uniti.

Diverse aziende europee, tra cui la tedesca Vacuumschmelze, stanno espandendo la produzione di magneti permanenti per offrire al Vecchio Continente la sua prima alternativa alle forniture cinesi.

Dopo che Bruxelles ha proposto un’alleanza per le terre rare oltreoceano, l’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti ha confermato che avrebbe collaborato con l’UE e il Giappone per “attenuare le vulnerabilità critiche della catena di approvvigionamento”. In un comunicato stampa congiunto si afferma che i partner stanno “compiendo passi significativi per aumentare la loro sicurezza economica e nazionale”, rafforzando la resilienza nel settore minerario critico.

Tra le nazioni riunite figurano anche importanti o emergenti fornitori come Australia, India e Thailandia, insieme a consumatori e trasformatori di terre rare, Corea del Sud, Germania e Canada. Sono presenti anche diverse nazioni africane, tra cui la Repubblica Democratica del Congo, considerate partner essenziali per la fornitura di altri minerali critici. Il blocco commerciale proposto dagli USA regolerebbe i prezzi minimi per le materie prime essenziali, per impedire alla Cina di aumentare improvvisamente le esportazioni e di praticare prezzi inferiori a quelli degli altri Paesi.

Molti analisti, tuttavia, ritengono che ci vorranno dai cinque ai dieci anni di investimenti costanti per lanciare una sfida credibile al principale produttore mondiale e che ciò potrebbe creare un eccesso di minerali essenziali se i Paesi seguissero l’esempio degli Stati Uniti e creassero le proprie scorte.

La posizione della Cina non è cambiata nel mantenere sicure e stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali di minerali essenziali, ha dichiarato invece in una conferenza stampa Lin Jian, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, sottolineando che tutte le parti hanno la responsabilità di svolgere un ruolo costruttivo in tal senso. Un esperto cinese ha affermato che è improbabile che la mossa degli Stati Uniti raggiunga i suoi obiettivi a breve termine, poiché le vere sfide – l’acquisizione di tecnologie avanzate e l’aumento della capacità produttiva – non possono essere risolte con azioni semplici o dirette.

Il progetto riguarda essenzialmente l’accumulo di scorte piuttosto che la produzione. Funziona più come una riserva a breve termine (un anno circa) che come una soluzione fondamentale. L’approvvigionamento di minerali critici è fondamentalmente vincolato dalla capacità produttiva e di esecuzione effettiva delle aziende, una sfida strutturale che rimane in gran parte irrisolta negli Stati Uniti; le vere sfide nella ricostruzione della catena di approvvigionamento nordamericana delle terre rare risiedono nell’acquisizione di tecnologie avanzate e nell’aumento della capacità produttiva, due questioni fondamentali che non possono essere risolte con misure semplici o superficiali.

Nel lungo termine, i vantaggi della Cina in termini di riserve di risorse e capacità di lavorazione significano che essa non sarà facilmente sostituita o superata; inoltre, Pechino ha costantemente sottolineato che le autorizzazioni all’esportazione di terre rare saranno concesse a richieste qualificate in conformità con le normative vigenti, e che continuerà ad impegnarsi a garantire la stabilità e il flusso senza ostacoli delle catene di approvvigionamento globali. La spinta di Washington a creare raggruppamenti esclusivi nel settore delle terre rare per eliminare la sua cosiddetta dipendenza dalla Cina viola le regole del mercato e interferisce con il normale funzionamento delle catene industriali e di approvvigionamento globali.

Dal punto di vista geopolitico, il ricompattamento occidentale USA-UE non è altro che una conseguenza del fallito tentativo di Trump di separare Mosca da Pechino. Nei giorni scorsi ci sono stati diversi segnali al riguardo: quando gli Stati Uniti hanno deciso di non rinnovare il Trattato New Start sulle bombe nucleari dicendo di voler coinvolgere la Cina, la Russia ha ribadito che per lei Pechino è un partner estremamente affidabile e non ha bisogno di garanzie da parte cinese su questo dossier; dopo aver accettato un invito ufficiale a recarsi in Cina, Vladimir Putin ha sottolineato che nonostante la stagione invernale tra Mosca e Pechino “è sempre Primavera”; nei recenti colloqui a livello di Ministeri della Difesa, Pechino ha chiesto a Mosca di innalzare ulteriormente il livello della cooperazione militare tra i due Paesi, come dimostrato dalle esercitazioni navali congiunte Mosca-Pechino-Teheran e dalla comune posizione politica russo-cinese sull’assedio statunitense a Cuba e Venezuela (a Mosca, il KPRF ha istituito il comitato per la liberazione di Maduro).

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USA, nasce “Project Vault” contro il monopolio cinese sui minerali critici https://strategic-culture.su/news/2026/02/06/usa-nasce-project-vault-contro-il-monopolio-cinese-sui-minerali-critici/ Fri, 06 Feb 2026 13:35:03 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890438 Washington lancia un piano senza precedenti per stoccare terre rare e metalli essenziali. Coinvolti colossi come GM, Boeing e Google.

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Gli Stati Uniti hanno ufficialmente lanciato Project Vault, la prima riserva strategica di minerali critici destinata al settore civile nella storia americana. L’annuncio è arrivato lunedì 2 febbraio dalla Casa Bianca, dove il presidente Donald Trump ha presentato l’iniziativa insieme al CEO di General Motors, Mary Barra, e al miliardario minerario Robert Friedland.

“Per anni le imprese americane hanno rischiato di restare senza minerali critici durante le crisi di mercato. Oggi lanciamo Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori americani non siano mai danneggiati da carenze”, ha dichiarato Trump.

Come funziona? Il progetto combina 10 miliardi di dollari in prestiti dalla Export-Import Bank statunitense – il finanziamento più grande nei 90 anni di storia dell’istituto – con 1,67 miliardi di capitale privato. Il totale di 12 miliardi servirà ad acquistare e stoccare minerali essenziali per l’industria manifatturiera americana.

L’iniziativa ricalca il modello della Riserva Petrolifera Strategica creata negli anni Settanta per fronteggiare gli shock energetici, ma invece del greggio si concentra su materiali come gallio, cobalto, litio, rame, nichel, titanio e terre rare – elementi indispensabili per smartphone, batterie per veicoli elettrici, motori aeronautici e sistemi di difesa.

Più di una dozzina di aziende hanno già aderito al progetto. Lato manifatturiero: General Motors,  Stellantis, Boeing, GE Vernova, Google (Alphabet), Corning, Western Digital, Clarios.

Lato approvvigionamento: Tre colossi del trading di materie prime gestiranno gli acquisti sul mercato globale: Hartree Partners, Traxys North America, Mercuria Energy Group

Le aziende partecipanti potranno impegnarsi ad acquistare minerali a prezzi fissi, attingere alla riserva in caso di emergenze e successivamente reintegrarla. L’obiettivo è garantire una copertura di circa 60 giorni di forniture critiche in caso di crisi.

L’iniziativa è una risposta diretta alla posizione dominante della Cina nel settore. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, per 19 dei 20 minerali strategici più importanti Pechino è il principale raffinatore, con una quota di mercato media del 70%. Nel caso dei magneti permanenti a base di terre rare – componenti essenziali per veicoli elettrici, turbine eoliche e caccia militari – la Cina controlla il 94% della produzione mondiale.

Nel 2024 gli Stati Uniti dipendevano interamente dalle importazioni per 12 minerali critici e importavano almeno il 50% di altri 29.

Nel corso del 2025, Pechino ha utilizzato questa leva come strumento di pressione geopolitica, introducendo due ondate di controlli sulle esportazioni di terre rare in risposta ai dazi americani. La seconda ondata è stata temporaneamente sospesa fino a novembre 2026 nell’ambito di un accordo raggiunto tra Xi Jinping e Trump, ma la minaccia di nuove restrizioni rimane concreta.

Project Vault sarà al centro di un vertice ministeriale in programma mercoledì a Washington, dove il Segretario di Stato Marco Rubio ospiterà delegazioni da oltre 40 Paesi per discutere la creazione di un mercato alternativo dei minerali critici.

Parteciperanno ministri e diplomatici da Australia, Giappone, India, Corea del Sud, Kazakistan, Repubblica Democratica del Congo e tutti i membri del G7. L’amministrazione Trump ha già siglato accordi di cooperazione sui minerali critici con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi, e intende estendere il “club dei minerali” ad almeno una dozzina di nuovi membri.

Il Segretario agli Interni Doug Burgum ha definito l’iniziativa “la più grande operazione nella storia dell’Export-Import Bank, realizzata senza nuovi stanziamenti pubblici”.

Anche Canberra si muove nella stessa direzione. Il 12 gennaio il governo australiano ha annunciato la creazione di una riserva strategica da 1,2 miliardi di dollari australiani (circa 800 milioni USD), concentrata inizialmente su antimonio, gallio e terre rare.

Il Tesoriere Jim Chalmers ha presentato il piano a Washington durante un incontro con i ministri delle finanze del G7+, definendolo “un modo per aiutare noi e i nostri partner a garantire l’accesso ai minerali critici durante i periodi di turbolenza”.

L’iniziativa si affianca all’accordo da 13 miliardi di dollari australiani siglato tra USA e Australia nell’ottobre 2025 per sviluppare progetti comuni nel settore delle terre rare.

L’annuncio ha immediatamente galvanizzato Wall Street. I titoli delle società americane del settore delle terre rare sono balzati in Borsa: Critical Metals: +10%, USA Rare Earth: +11%, MP Materials: +4%, Energy Fuels: +8%

Analisti avvertono tuttavia che le riserve da sole potrebbero solo ritardare eventuali carenze, sottolineando la necessità di accelerare l’estrazione e la lavorazione domestica.

Project Vault rappresenta un’evoluzione nella strategia americana per la resilienza economica. Gli Stati Uniti mantengono già una riserva nazionale di minerali per scopi di difesa, gestita dalla Defense Logistics Agency, ma questa è la prima dedicata al settore civile e privato.

Il progetto è strutturato per evitare “free riders”: solo chi contribuisce può beneficiare delle scorte. Le aziende pagheranno commissioni per interessi e stoccaggio, garantendo che l’iniziativa non gravi sui contribuenti.

Sul piano internazionale, l’Unione Europea ha già manifestato interesse per una partnership con Washington sui minerali critici, mentre Giappone e Corea del Sud sono attesi come partner chiave nelle discussioni di questa settimana.

La corsa ai minerali critici si configura sempre più come il nuovo fronte della competizione economica globale tra Stati Uniti e Cina.

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La partita a scacchi delle terre rare del Brasile https://strategic-culture.su/news/2025/12/26/la-partita-a-scacchi-delle-terre-rare-del-brasile/ Fri, 26 Dec 2025 10:31:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889652 Perché il Brasile non inizia a raffinare e utilizzare i propri metalli delle terre rare, considerando il loro carattere strategico?

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Nessuno oserebbe affermare che la natura sia equa, e ciò diventa piuttosto evidente quando si valuta la distribuzione delle risorse naturali sulla superficie del pianeta e la si confronta con i confini nazionali. Alcune risorse sono distribuite in modo più o meno uniforme tra le nazioni, mentre altre sono più concentrate in punti specifici del globo. Pochissime risorse sono iperconcentrate in uno o due paesi e praticamente assenti dal resto del pianeta.

È il caso delle cosiddette “terre rare” – un nome generico più correttamente definito “metalli delle terre rare” – un insieme di 17 metalli pesanti la cui utilità è in crescita per l’industria high-tech, in particolare quella legata alla quarta rivoluzione industriale. Sono applicabili a settori che vanno dagli smartphone e dalle turbine eoliche ai sistemi di precisione della tecnologia missilistica contemporanea, senza dimenticare i motori dei veicoli elettrici.

Ebbene, per quanto si sa, il mondo contiene 92 milioni di tonnellate di metalli delle terre rare. Di questi, circa il 47% si trova in Cina (che è anche responsabile di circa il 60-70% della produzione mineraria e, cosa ancora più importante, di oltre l’85% della raffinazione e della lavorazione globale) e circa il 23% in Brasile. L’India segue molto indietro con il 7% delle riserve.

Gli Stati Uniti, a loro volta, possiedono solo l’1% degli elementi delle terre rare.

Il problema è evidente quando si considera che gli Stati Uniti cercano di rimanere all’avanguardia nello sviluppo tecnologico contemporaneo e, per questo motivo, dipendono in modo assoluto dalla Cina per le importazioni di terre rare. Questa realtà di dipendenza in un settore così strategico non è chiaramente di gradimento di Donald Trump.

Pertanto, nonostante la recente visita di Trump in Cina sia servita ad allentare le tensioni tra i due paesi e a garantire l’approvvigionamento di terre rare, liberarsi dalla dipendenza cinese rimane un obiettivo strategico di prim’ordine per la Casa Bianca. Ciò è confermato dall’approccio alla “questione cinese” nel documento sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che pone la concorrenza con la Cina tra gli obiettivi primari americani.

La ricerca di fonti alternative di terre rare costituisce quindi una priorità.

E proprio per la logica della distribuzione di questa risorsa naturale… è qui che entra in gioco il Brasile, il secondo Paese in termini di quantità di terre rare.

In primo luogo, la quantità di riserve non è necessariamente correlata alla produzione (cioè alla raffinazione) di questi elementi dalle terre rare. Il Brasile, ad esempio, nonostante possieda il 23% delle terre rare, rappresenta solo l’1% della produzione.

In altre parole, il Brasile ha un potenziale ancora sottoutilizzato in questo settore.

Di fronte a questa realtà, sorge la domanda: perché allora il Brasile non inizia a raffinare e utilizzare i propri metalli delle terre rare, considerando il loro carattere strategico?

Per decenni il Brasile è stato classificato in gruppi intermedi come “paesi in via di sviluppo”, “potenze future”, ecc., ma la sua situazione socioeconomica è cambiata poco negli ultimi 20 anni. Non sarebbe questo un vantaggio strategico in grado di favorire lo sviluppo e la reindustrializzazione del Brasile?

Le mie fonti nel settore finanziario affermano, tuttavia, che è improbabile che si verifichi un cambiamento nella posizione del governo brasiliano sulla questione delle terre rare. E per ragioni molto semplici: la raffinazione delle terre rare è complessa, richiede investimenti elevati e un grande dispendio energetico. In generale, qualsiasi investimento significativo in questo settore richiederà circa 12-15 anni per mostrare dei risultati.

Questo pone il Brasile in una situazione di fragilità internazionale. È possessore di ricchezze che attualmente non ha le condizioni per sfruttare, e questo in un contesto in cui una grande potenza relativamente vicina ha bisogno proprio di queste risorse naturali.

Tuttavia, sarebbe inappropriato dedurre da ciò una possibile pretesa degli Stati Uniti di invadere o attaccare il Brasile. La realtà è che Washington semplicemente non ha bisogno di fare nulla del genere.

Il recente accordo tra Lula e Trump è stato descritto dai media internazionali come una sconfitta per Bolsonaro, il che è vero, ma sarebbe prematuro parlare di una “vittoria” per Lula. Questo perché i dettagli dei negoziati tra i due paesi non sono stati ancora resi noti e voci fondate dicono che il Brasile avrebbe accettato di facilitare l’accesso degli Stati Uniti alle terre rare brasiliane.

Tale accesso, tuttavia, è in una certa misura già verificabile.

L’amministrazione Trump, attraverso la Development Finance Corporation (DFC), ha investito 465 milioni di dollari nella società mineraria Serra Verde, l’unico produttore di terre rare su scala commerciale al di fuori dell’Asia. Nonostante operi in Brasile, la società è controllata dal fondo statunitense Denham Capital e il suo amministratore delegato ha incontrato alti funzionari del governo statunitense prima dell’imposizione dei dazi sul Brasile.

Parallelamente, Serra Verde sta anche cercando risorse da istituzioni brasiliane come BNDES e Finep per espandere la sua produzione e innovazione. Un altro beneficiario della DFC è la società mineraria Aclara, che ha ricevuto 5 milioni di dollari per l’esplorazione di terre rare ad Aparecida de Goiânia. Controllata dal gruppo peruviano Hochschild, un impero familiare con una lunga tradizione nel settore minerario in America Latina, Aclara mira a esplorare le terre rare pesanti essenziali per i magneti ad alta tecnologia.

Nessuno dovrebbe essere sorpreso dalla possibilità che il Brasile ceda così facilmente agli Stati Uniti. L’élite brasiliana è notoriamente cosmopolita e occidentalizzata e aderisce ideologicamente ai valori della “democrazia liberale” e dei “diritti umani”, nutrendo una profonda sfiducia nei confronti di paesi come la Russia e la Cina. Lontano dall’immagine stereotipata di Lula diffusa all’estero, il presidente brasiliano ha espresso in diverse occasioni un maggiore senso di vicinanza all’Unione Europea rispetto ai paesi non allineati o controegemonici.

Naturalmente, la preoccupazione principale è che gli investimenti attuali e futuri degli Stati Uniti nello sfruttamento delle terre rare brasiliane non portino ad alcuno sviluppo e non vadano oltre l’estrattivismo più predatorio. In questo caso, un accordo di joint venture con i cinesi potrebbe essere più vantaggioso, data la loro maggiore disponibilità al trasferimento di tecnologia.

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The chess game of Brazil’s rare earths https://strategic-culture.su/news/2025/12/21/chess-game-of-brazil-rare-earths/ Sun, 21 Dec 2025 16:00:32 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889558 Why doesn’t Brazil begin to refine and use its own rare earth metals, considering their strategic character?

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No one would dare claim that nature is fair, and this becomes quite clear when we assess the distribution of natural resources across the planet’s surface and compare it with national borders. Some resources are more or less evenly distributed among nations, while others are more concentrated in specific points on the globe. A very few resources are hyper-concentrated in one or two countries and virtually absent from the rest of the planet.

Such is the case of so-called “rare earths”—a generic name more correctly referred to as “rare earth metals”—a set of 17 heavy metals whose utility has been growing for the high-tech industry, especially those linked to the Fourth Industrial Revolution. They are applicable to sectors ranging from smartphones and wind turbines to the precision systems of contemporary missile technology, not forgetting electric vehicle motors.

Well, the world, as far as is known, contains 92 million metric tons of rare earth metals. Of these, approximately 47% are in China (which is also responsible for about 60-70% of mineral production and, more crucially, over 85% of global refining and processing) and roughly 23% are in Brazil. India follows far behind with 7% of the reserves.

The United States, in turn, possesses only 1% of the rare earth elements.

The problem is obvious when one realizes that the U.S. tries to remain at the forefront of contemporary technological development and, for that reason, has been in absolute dependence on China for rare earth imports. This reality of dependence in such a strategic sector is clearly not to Donald Trump’s liking.

Thus, despite Trump’s recent visit to China serving to ease tensions between the countries and secure the supply of rare earths, freeing itself from Chinese dependence remains a strategic objective of the highest order for the White House. This is confirmed by the approach to the “Chinese question” in the U.S. National Security Strategy document, which places competition with China among the primary American objectives.

The search for alternative sources of rare earths, therefore, constitutes a priority.

And by the very logic of this natural resource’s distribution… that’s where Brazil comes in, the second country in terms of rare earth quantity.

First, the quantity of reserves does not necessarily correlate with the production (i.e., the refining) of these elements from the rare earths. Brazil, for example, despite possessing 23% of the rare earths, accounts for only 1% of production. In other words, Brazil has an as-yet underutilized potential in this sector.

Faced with this reality, the question arises: why, then, doesn’t Brazil begin to refine and use its own rare earth metals, considering their strategic character?

For decades, Brazil has been categorized in intermediate groups such as “developing countries,” “future powers,” etc., but its socioeconomic situation has evolved little in the last 20 years. Wouldn’t this be a strategic advantage capable of leveraging Brazil’s development and reindustrialization?

My sources in the financial sector say, however, that it is unlikely any change in the Brazilian government’s posture will happen on this issue of rare earths. And for very simple reasons: refining rare earths is complex, requires high investment and great energy expenditure. Generally, any significant investment in this area will take approximately 12-15 years to show any results.

This actually places Brazil in a situation of international fragility. It is the possessor of wealth that it currently lacks the conditions to exploit—and this in a context where a major, relatively nearby power needs these very natural resources.

But it would be amateurish to deduce from this any possible U.S. pretension to invade or attack Brazil. The reality is that Washington simply doesn’t need to do anything of the sort.

The recent agreement between Lula and Trump was portrayed in the international media as a defeat for Bolsonaro, which is true, but it would be premature to speak of a “victory” for Lula. Because the details of the negotiations between the two countries to this day have not been disclosed, and well-founded rumors say that Brazil would have agreed to facilitate U.S. access to Brazilian rare earths.

This access, however, is to some extent already verifiable.

The Trump administration, through the Development Finance Corporation (DFC), invested US$465 million in the mining company Serra Verde, the only commercial-scale rare earths producer outside Asia. Despite operating in Brazil, the company is controlled by the U.S. fund Denham Capital, and its CEO met with high-ranking U.S. government officials before tariffs were imposed against Brazil.

In parallel, Serra Verde is also seeking resources from Brazilian institutions such as BNDES and Finep to expand its production and innovation. Another beneficiary of the DFC is the mining company Aclara, which received US$5 million to explore rare earths in Aparecida de Goiânia. Controlled by the Peruvian Hochschild group—a family empire with a history of mining in Latin America—Aclara aims to explore heavy rare earths essential for high-tech magnets.

No one should be surprised by the possibility of Brazil yielding so easily to the U.S. The Brazilian elite is notoriously cosmopolitan and Westernized, and ideologically adheres to the values of “liberal democracy” and “human rights,” nurturing a deep distrust of countries like Russia and China. Far from the stereotypical image fed abroad of Lula, the Brazilian President has expressed on several occasions a greater sense of closeness to the European Union compared to non-aligned or counter-hegemonic countries.

Naturally, the major concern is that current and future U.S. investments in exploiting Brazilian rare earths will not result in any development and will not go beyond the most predatory extractivism. Comparatively, in this case, a joint venture agreement with the Chinese could be more beneficial, given their greater willingness for technology transfer.

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O xadrez das terras raras brasileiras https://strategic-culture.su/news/2025/12/20/o-xadrez-das-terras-raras-brasileiras/ Sat, 20 Dec 2025 16:30:38 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889545 Os EUA tem em sua posse apenas 1% dos elementos de terras raras.

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Ninguém ousaria dizer que a natureza é justa, e isso fica bastante claro quando avaliamos a distribuição dos recursos naturais sobre a superfície do planeta e a comparamos com as fronteiras nacionais. Alguns recursos estão mais ou menos bem distribuídos entre as nações, outros estão mais concentrados em determinados pontos do planeta. Alguns poucos recursos estão hiperconcentrados em um ou dois países, e praticamente ausentes do resto do planeta.

É o caso das chamadas “terras raras”, um nome genérico mais corretamente referido como “metais de terras raras”, um conjunto de 17 metais pesados cuja utilidade tem sido crescente para a indústria de alta tecnologia, especialmente as ligadas à Quarta Revolução Industrial, com aplicabilidade para setores que vão dos smartphones e turbinas eólicas, até os sistemas de precisão da missilística contemporânea, sem esquecer os motores de veículos elétricos.

Bem, o mundo, até onde se sabe, contém 92 toneladas métricas de metais de terras raras. Dessas, aproximadamente 47% estão na China (responsável também por cerca de 60-70% da produção mineral e, mais crucialmente, mais de 85% do refino e processamento global) e aproximadamente 23% estão no Brasil. A Índia vem bem longe com 7% das reservas.

Os EUA, por sua vez, tem em sua posse apenas 1% dos elementos de terras raras.

O problema é óbvio quando se percebe que os EUA tentam permanecer na vanguarda do desenvolvimento tecnológico contemporâneo e que, por isso, têm estado em absoluta dependência em relação à China para importações de terras raras. Essa realidade de dependência em um setor tão estratégico claramente não é de agrado de Donald Trump.

De modo que, apesar da recente visita de Trump à China ter servido para aliviar as tensões entre os países e para garantir o fornecimento de terras raras, libertar-se da dependência chinesa permanece um objetivo estratégico do mais alto nível para a Casa Branca. Isso é confirmado pela abordagem da “questão chinesa” no documento da Estratégia de Segurança Nacional dos EUA, que coloca a competição com a China entre os principais objetivos estadunidenses.

A busca por fontes alternativas de terras raras, assim, constitui uma prioridade.

E pela própria lógica da distribuição desse recurso natural…é aí que entra o Brasil, o segundo país em quantidade de terras raras.

Em primeiro lugar, a quantidade de reservas não se correlaciona necessariamente com a produção (ou seja, o refino) desses elementos a partir das terras raras. O Brasil, por exemplo, apesar de possuir 23% das terras raras corresponde a apenas 1% da produção. Em outras palavras, o Brasil tem um potencial ainda subutilizado nesse setor.

Diante dessa realidade surge a questão: por que, então, o Brasil não começa a refinar e a usar os seus metais de terras raras, considerando o seu caráter estratégico?

O Brasil, há décadas, tem sido categorizado em grupos intermediários como “países em desenvolvimento”, “potências do futuro”, etc., mas a sua situação socioeconômica pouco evoluiu nos últimos 20 anos. Não seria essa uma vantagem estratégica apta a alavancar o desenvolvimento e a reindustrialização do Brasil?

Fontes minhas no setor financeiro dizem, não obstante, é improvável que qualquer mudança de postura do governo brasileiro aconteça nessa questão das terras raras. E isso por motivos muito simples: o refino de terras raras é complexo, exige altos investimentos e um grande dispêndio energético. Em geral, qualquer investimento significativo nessa área levará aproximadamente 12-15 anos para apresentar qualquer resultado.

Isso coloca o Brasil, na verdade, numa situação de fragilidade internacional. Ele é o possuidor de riquezas que ele, atualmente, não possui condições de explorar – e isso num contexto no qual uma grande potência relativamente próxima necessita desses recursos naturais em questão.

Mas seria amadorismo deduzir, a partir daí, alguma possível pretensão dos EUA de invadir ou atacar o Brasil. A realidade é que Washington, simplesmente, não precisa fazer nada do tipo.

O recente acordo entre Lula e Trump foi retratado na mídia internacional como uma derrota para Bolsonaro, o que é verdade, mas seria precipitado falar numa “vitória” de Lula. Porque os detalhes das negociações entre ambos países até hoje não foram divulgados, e boatos bem fundamentados dizem que o Brasil teria aceitado facilitar o acesso dos EUA às terras raras brasileiras.

Esse acesso, porém, em alguma medida já é verificável.

O governo Trump, através da Development Finance Corporation (DFC), investiu US$ 465 milhões na mineradora Serra Verde, única produtora de terras raras em escala comercial fora da Ásia. Apesar de operar no Brasil, a empresa é controlada pelo fundo estadunidense Denham Capital, e seu CEO reuniu-se com altos funcionários do governo dos EUA antes da imposição de tarifas contra o Brasil.

Paralelamente, a Serra Verde também busca recursos de instituições brasileiras como o BNDES e a Finep para ampliar sua produção e inovação. Outra beneficiária do DFC é a mineradora Aclara, que recebeu US$ 5 milhões para explorar terras raras em Aparecida de Goiânia. Controlada pelo grupo peruano Hochschild — um império familiar com histórico de mineração na América Latina — a Aclara visa explorar terras raras pesadas essenciais para ímãs de alta tecnologia.

Ninguém deveria se surpreender com a possibilidade do Brasil estar cedendo tão facilmente diante dos EUA. A elite brasileira é notoriamente cosmopolita e ocidentalizada, e adere ideologicamente aos valores da “democracia liberal” e dos “direitos humanos”, nutrindo uma profunda desconfiança em relação a países como Rússia e China. Longe da imagem estereotípica que se alimenta de Lula no exterior, o Presidente do Brasil já expressou várias vezes um maior senso de proximidade em relação à União Europeia, em comparação com países não-alinhados ou contra-hegemônicos.

Naturalmente, a grande preocupação é de que os investimentos atuais e futuros dos EUA na exploração das terras raras brasileiras não resulte em qualquer desenvolvimento e não vá além do extrativismo mais predatório. Comparativamente, neste caso, um acordo joint venture com os chineses poderia ser mais benéfico, vide uma maior disposição para transferência de tecnologia.

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Verso Nord: cosa gli USA vogliono fare nell’Artico nel prossimo decennio https://strategic-culture.su/news/2025/11/06/verso-nord-cosa-gli-usa-vogliono-fare-nellartico-nel-prossimo-decennio/ Thu, 06 Nov 2025 11:30:08 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888702 Nel proseguire l’analisi delle strategie per l’Artico degli USA, resta da domandarsi cosa prevedono per il prossimo futuro, nell’arco di 10-15 anni.

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L’opzione delle zone esclusive

Nel proseguire l’analisi delle strategie per l’Artico degli USA, resta da domandarsi cosa prevedono per il prossimo futuro, nell’arco di 10-15 anni.

Nel periodo compreso tra il 2025 e il 2034, è probabile che l’Oceano Artico Centrale (CAO, Central Arctic Ocean) conosca, in alcune occasioni, un temporaneo scioglimento dei ghiacci durante il mese di settembre. Tuttavia, l’accessibilità dell’area non risulterà ancora stabile o prevedibile di anno in anno. Tale variabilità climatica e geofisica renderà difficile lo sviluppo di attività economiche che richiedano continuità o accesso regolare. Di conseguenza, le iniziative che non dipendono da un’apertura costante potranno proseguire, mentre altre rimarranno marginali o in fase di sperimentazione.

Il turismo rappresenta uno dei settori più propensi a una crescita moderata. È plausibile che aumenti il numero di crociere nelle zone appartenenti alle Zone Economiche Esclusive (ZEE) degli Stati artici, grazie sia al ritmo sostenuto della cantieristica navale sia alla crescente domanda di esperienze turistiche polari. Tuttavia, la navigazione turistica nel CAO in senso stretto resterà un fenomeno raro e d’élite, poiché richiede navi rinforzate contro il ghiaccio e una prevedibilità stagionale che mal si adatta ai modelli del turismo di massa.

Le attività scientifiche, invece, dovrebbero continuare con regolarità e forse intensificarsi. Gli sforzi si concentreranno soprattutto sulla mappatura del fondale oceanico del CAO — anche in vista della futura posa di cavi sottomarini — e sullo studio dell’ecosistema ittico, in previsione di un’eventuale revisione dell’Accordo sulla pesca del CAO (CAOFA). La ricerca potrà includere anche valutazioni d’impatto ambientale relative a potenziali attività economiche, come l’estrazione mineraria in acque profonde. Tuttavia, tali operazioni si svolgeranno verosimilmente più a sud, all’interno delle ZEE degli Stati artici, piuttosto che nel cuore del CAO.

Tra le infrastrutture più plausibili in questo periodo figura la posa di un cavo sottomarino transpolare, come il progetto Polar Connect. Tale iniziativa risponde a una crescente esigenza di ridondanza nelle reti globali di telecomunicazione e al vantaggio tecnico derivante dalla riduzione della latenza dei dati su rotte più brevi. Nonostante i costi elevati di costruzione e manutenzione, l’interesse per questo tipo di infrastrutture risulterà verosimilmente in crescita.

L’accessibilità fortemente limitata del CAO durante questo decennio scoraggerà ogni attività che possa essere realizzata più facilmente e a minor costo in prossimità delle coste. Ciò riguarda l’esplorazione e lo sfruttamento di risorse petrolifere e gassifere, le operazioni minerarie e lo sviluppo di impianti eolici offshore. Allo stesso modo, il trasporto di merci attraverso il CAO non risulterà economicamente sostenibile, data l’assenza di infrastrutture di supporto, i rischi elevati per gli equipaggi e la mancanza di incentivi di mercato.

Per effetto della limitata presenza commerciale, non si prevede la necessità di una costante sorveglianza o presenza militare nell’area. Le esercitazioni e le attività di pattugliamento continueranno a svolgersi principalmente nelle ZEE degli Stati artici, come dimostrazioni di capacità difensiva o come strumenti di segnalazione strategica.

Durante questo periodo, inoltre, l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (ISA) dovrebbe emanare regolamenti riguardanti l’estrazione mineraria in acque profonde nelle aree di alto mare. Se tali norme dovessero risultare particolarmente restrittive, ne deriverebbe un interesse accresciuto da parte degli Stati artici che hanno già presentato istanze alla Commissione sui Limiti della Piattaforma Continentale (CLCS), poiché queste aree estese del fondale, non soggette alla giurisdizione dell’ISA, resterebbero potenzialmente sfruttabili. Tale contesto potrebbe alimentare tensioni tra i Paesi le cui richieste si sovrappongono — in particolare Canada, Danimarca e Russia — soprattutto nelle zone dorsali oceaniche, presumibilmente ricche di minerali.

Nuove possibilità di pesca

Nel periodo compreso tra il 2035 e il 2049, l’accessibilità dell’Oceano Artico Centrale migliorerà gradualmente, con finestre di acque libere dai ghiacci che potrebbero estendersi per meno di un mese all’anno. Tale evoluzione aprirà la strada a un ampliamento, seppur limitato, delle attività che non richiedono tempi di preparazione lunghi né una presenza prolungata nella stessa area. Tra queste, la pesca rappresenta l’attività più verosimilmente praticabile in questa fase.

Dopo il 2037, l’Accordo sulla pesca nel CAO (CAOFA) sarà rinnovato automaticamente ogni cinque anni, salvo obiezione di una delle parti. L’eventualità di un mancato rinnovo dipenderà dall’urgenza, da parte degli Stati firmatari, di reperire nuove risorse ittiche, nonché dallo stato delle conoscenze scientifiche relative alle specie presenti, alla consistenza degli stock e alla sostenibilità delle catture. Eventuali obiezioni al rinnovo quinquennale potrebbero provenire soprattutto dai firmatari asiatici e dall’Unione Europea, che già durante la fase negoziale avevano sostenuto l’ipotesi di una moratoria più breve rispetto ai sedici anni inizialmente concordati. In tal caso, gli Stati interessati dovrebbero comunicare la propria opposizione con almeno sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza del periodo di validità, o comunque durante l’ultima riunione delle parti prima della fine del divieto.

Ciò implica che, già a partire dal 2036, i Paesi coinvolti potrebbero iniziare a predisporre strategie per l’apertura della pesca nel CAO, nonché ad avviare discussioni preliminari su un futuro organismo di gestione delle risorse ittiche regionali (RFMO, Regional Fisheries Management Organization). Tuttavia, la costituzione effettiva di tale organismo richiederebbe diversi anni di negoziazioni prima di giungere a un accordo operativo.

Alcune nazioni dispongono già di flotte pescherecce a lungo raggio in grado, almeno teoricamente, di operare nel CAO in caso di accessibilità stagionale. Tra queste figurano Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e i Paesi dell’Unione Europea. La Cina, in particolare, rappresenta il maggiore consumatore mondiale di prodotti ittici, ma ha ormai esaurito gran parte degli stock nelle proprie acque costiere. Di conseguenza, ha esteso progressivamente le attività della propria flotta peschereccia d’altura, oggi la più grande al mondo, a tutti gli oceani. Sebbene parte della pesca cinese sia legale e regolamentata, una quota significativa rimane illegale o non dichiarata.

Il Piano Quinquennale per lo Sviluppo della Pesca Nazionale pubblicato da Pechino nel 2022 ha fissato nuovi obiettivi di espansione del settore entro il 2025, con l’intento di aumentarne la sostenibilità attraverso strumenti tecnologici avanzati, come l’intelligenza artificiale applicata all’acquacoltura e sistemi di calcolo delle catture ammissibili totali. L’enorme scala del settore ittico cinese e la crescita costante del consumo interno rendono probabile l’interesse del Paese verso un futuro accesso alle risorse ittiche artiche, qualora queste diventassero economicamente sfruttabili e logisticamente raggiungibili.

Nonostante ciò, in questa fase iniziale, la conoscenza scientifica degli ecosistemi del CAO rimarrà estremamente limitata. L’accesso alle aree libere dai ghiacci sarà possibile per periodi di tempo brevi — non oltre poche settimane — il che limiterà le opportunità di pesca ai Paesi dotati non solo di flotte d’altura, ma anche di navi rinforzate contro il ghiaccio. È quindi più realistico attendersi episodi di “pesca d’incursione”: spedizioni opportunistiche che si avventurano nel CAO solo quando le condizioni di navigazione lo permettono e dove siano individuabili stock temporaneamente commerciabili. Anche attività così limitate presupporrebbero la scoperta di specie di alto valore commerciale o, in alternativa, di grandi quantità di specie di minor pregio che rendano economicamente giustificabile la spedizione.

Tuttavia, vista la scarsità di conoscenze ecologiche attuali, è possibile che il CAO non ospiti stock di interesse economico, sia per ragioni biologiche (presenza di specie non edibili o poco appetibili) sia per la modesta consistenza delle popolazioni ittiche. In assenza di prove scientifiche di sostenibilità economica e ambientale, la moratoria sulla pesca verrebbe probabilmente estesa per altri cinque anni.

Un ulteriore elemento di incertezza deriva dal possibile utilizzo del Trattato sulla Biodiversità nelle Aree al di là della Giurisdizione Nazionale (BBNJ), firmato nel 2023, come base giuridica per richiedere la chiusura totale del CAO a ogni attività economica. Tale trattato consente infatti di designare zone di alto mare come aree marine protette. Un’eventuale applicazione del BBNJ al CAO comporterebbe il divieto non solo di pesca, ma anche di estrazione energetica, sfruttamento minerario, navigazione e turismo. Tuttavia, tale scenario appare poco probabile, poiché né la Russia né gli Stati Uniti risultano firmatari del BBNJ, mentre i Paesi non artici che hanno sottoscritto il CAOFA difficilmente accetterebbero una chiusura permanente dopo aver ottenuto un ruolo negoziale proprio in vista di una futura apertura commerciale. Inoltre, la chiusura del CAO comporterebbe un aumento del traffico lungo la Rotta del Mare del Nord (NSR), il che avrebbe implicazioni geopolitiche che non tutti gli Stati considererebbero vantaggiose, specie in rapporto alla Russia.

Nel medesimo arco temporale, potrebbero verificarsi alcune traversate sperimentali di trasporto merci lungo la Transpolar Sea Route (TSR) durante i mesi di settembre. Tuttavia, la grande maggioranza del traffico commerciale continuerà a preferire le rotte tradizionali attraverso Suez e Panama, mentre il trasporto artico rimarrà concentrato lungo la NSR, principalmente per il trasporto di gas e minerali russi verso i mercati asiatici. Eventuali spedizioni di minerali o idrocarburi seguiranno rotte già consolidate, come quelle che collegano i giacimenti minerari canadesi di Mary River ai porti internazionali.

Entro questa fase, le navi dovranno inoltre adeguarsi al divieto di utilizzo di combustibili pesanti (HFO) adottato dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) nel 2021, che entrerà pienamente in vigore entro il 2029. Tale combustibile, ampiamente impiegato nel trasporto containerizzato, è altamente inquinante e contribuisce allo scioglimento dei ghiacci attraverso l’emissione di carbonio nero. L’IMO ha inoltre fissato obiettivi per la neutralità climatica del trasporto marittimo entro il 2050 e per l’adozione di carburanti a basse o nulle emissioni già entro il 2030, imponendo così una transizione strutturale nel settore navale e nelle infrastrutture portuali, incluse quelle che potrebbero sorgere ai terminali della TSR.

Nel frattempo, si prevede che continuino o si intensifichino le attività esplorative e di prospezione nel CAO in vista di futuri progetti minerari, a condizione che le normative dell’ISA non ne vietino l’esecuzione. L’eventuale incremento della competizione internazionale per l’approvvigionamento di minerali critici potrebbe accelerare tali sforzi, spingendo gli attori statali e privati a investire nell’identificazione e nella mappatura delle risorse artiche.

Infine, durante questo periodo diversi Stati — tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, Finlandia e Svezia — disporranno di nuove navi rompighiaccio, potenziando così la capacità di presenza e intervento nell’Artico. Gli Stati Uniti avranno in servizio tre Polar Security Cutters, mentre il Canada aggiungerà nuove unità navali di pattugliamento artico. Danimarca e Norvegia, a loro volta, continueranno i piani di acquisizione di fregate e pattugliatori rinforzati per le condizioni polari. Questo rafforzamento delle flotte consentirà una presenza più costante e visibile nel CAO. Parallelamente, anche un modesto incremento del traffico peschereccio o mercantile comporterà un rafforzamento delle attività di sorveglianza marittima e di controllo, incluse ispezioni e verifiche di conformità agli accordi internazionali.

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A nova guerra das terras raras https://strategic-culture.su/news/2025/11/02/a-nova-guerra-das-terras-raras/ Sun, 02 Nov 2025 15:00:36 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888632 Marcus Vinícius DE FREITA

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A reabertura da guerra tarifária entre Estados Unidos e China, agora em torno das terras raras, marca um ponto de inflexão na economia global. O que se inicia como disputa comercial transforma-se em embate civilizacional pela definição das regras do século XXI.

As terras raras — insumos cruciais para semicondutores, veículos elétricos, turbinas e equipamentos militares — são o novo petróleo da era tecnológica. Ao restringir sua exportação, Pequim não apenas reage a Washington, mas afirma que não aceitará o monopólio moral dos Estados Unidos sobre o conceito de “segurança nacional”.

Segundo o Ministério do Comércio da China (MOFCOM), as medidas são “legítimas e prudentes”, visam à estabilidade das cadeias globais e ao cumprimento de obrigações internacionais. Não são proibições, mas um sistema de licenças. Na prática, porém, representam um movimento estratégico que combina moderação e poder de dissuasão.

Washington reagiu com previsível indignação. O governo Trump anunciou tarifas de até 100% e novas restrições a softwares críticos, acusando a China de “coerção econômica”. Pequim devolveu a crítica, lembrando que os EUA expandem sanções e listas de controle há anos — aplicando o mesmo tipo de coerção que condenam. Desde as últimas negociações em Madri, Washington adicionou dezenas de empresas chinesas à “Entity List” (Lista de Entidades) e reativou tarifas setoriais, revelando o duplo padrão clássico da política americana.

Há, contudo, um aspecto ainda mais relevante: ao controlar as terras raras, a China compreende plenamente o seu impacto sobre o complexo industrial-militar dos Estados Unidos. Os mesmos elementos que movem carros elétricos e celulares sustentam o poderio bélico norte-americano — caças, mísseis e sistemas de defesa. Qualquer restrição ecoa diretamente no coração da supremacia estratégica de Washington.

Mas o conflito atual também expõe o custo global de Trump. Sua política externa performática transforma o comércio em espetáculo, gerando instabilidade e incerteza. Cada gesto abrupto, cada tarifa imposta em nome da “grandeza americana”, repercute nas cadeias produtivas mundiais. A Europa, já fragilizada, volta a ser vítima colateral dos erros de Washington, que tenta preservar hegemonia sacrificando previsibilidade.

A mensagem chinesa é direta: “não queremos a guerra comercial, mas não a tememos”. No fundo, trata-se de uma disputa por legitimidade e liderança. Quem controla as terras raras controla os circuitos da economia digital — e, potencialmente, o próprio equilíbrio militar do mundo.

Publicado originalmente por jornaleconomico.sapo.pt

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La Cina è pronta a combattere sulle terre rare https://strategic-culture.su/news/2025/10/30/la-cina-e-pronta-a-combattere-sulle-terre-rare/ Thu, 30 Oct 2025 10:31:49 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888554 Quando diventi la più grande potenza economica del mondo, non puoi non prepararti ad una battaglia.

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Pronti a tutto

Quando diventi la più grande potenza economica del mondo, non puoi non prepararti ad una battaglia.

Ecco che la Cina è pronta a combattere per garantirsi il primato delle terre rare.

Mentre l’attenzione mondiale era concentrata sul cosiddetto cessate il fuoco “imposto” dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Gaza, sul suo “Piano di pace” in 20 punti e sulle manovre diplomatiche in Asia occidentale, una decisione inaspettata da parte di Pechino ha improvvisamente ridisegnato sia la mappa economica globale che il quadro delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Il 9 ottobre, il Ministero del Commercio cinese ha annunciato una nuova normativa che impone severi limiti all’esportazione di elementi delle terre rare, una mossa che colpisce direttamente l’industria della difesa e dei semiconduttori, infrangendo la già fragile distensione tra Washington e Pechino.

Non è esagerato affermare che l’annuncio di Pechino ha fatto infuriare Trump. Il giorno successivo, il presidente degli Stati Uniti ha sferrato un attacco su Truth Social, dichiarando che, a partire dal 1° novembre, gli Stati Uniti avrebbero introdotto un dazio aggiuntivo del 100% sulle importazioni cinesi. Trump ha accusato la Cina di “tenere in ostaggio il mondo”, scrivendo: “La Cina sta mettendo tutti i paesi in una posizione difficile con le terre rare. Ciò è particolarmente inappropriato in un momento in cui è in corso il piano di pace per Gaza!”.

L’attesissimo incontro tra Xi e Trump previsto per il vertice APEC sembra ora improbabile (oppure vedremo un colpo di scena?).

Ma di cosa stiamo parlando nel dettaglio?

L’importanza degli elementi delle terre rare

Dal punto di vista chimico, gli elementi delle terre rare si riferiscono a un gruppo di 17 sostanze metalliche: 15 della serie dei lantanidi della tavola periodica, più lo scandio e l’ittrio. Nonostante il nome fuorviante, questi elementi sono relativamente abbondanti nella crosta terrestre; ciò che li rende “rari” è che le concentrazioni commercialmente sfruttabili sono rare e il processo di separazione è estremamente complicato. Sono essenziali per la tecnologia moderna: vengono utilizzati nelle batterie dei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche, negli smartphone e nelle attrezzature militari avanzate come i radar dei jet da combattimento.

Secondo l’U.S. Geological Survey (USGS), senza questi elementi, la produzione di chip per l’intelligenza artificiale, tecnologie di difesa e sistemi di energia rinnovabile si fermerebbe. Una singola turbina eolica richiede circa 300 chilogrammi di neodimio, mentre ogni jet da combattimento F-35 contiene migliaia di dollari di materiali delle terre rare.

La Cina gode di una posizione dominante in questo settore. Il rapporto USGS 2025 indica che circa il 36% delle riserve mondiali, pari a circa 44 milioni di tonnellate, si trova in Cina, seguita dal Vietnam (22%) e dal Brasile (18%). Lo squilibrio è ancora più marcato nella produzione: nel 2024 la Cina rappresentava circa il 70% della produzione globale (270.000 tonnellate), una cifra che dovrebbe rimanere stabile nel 2025. In termini di capacità di raffinazione, la supremazia della Cina è schiacciante, con oltre il 90% del totale globale.

Questo dominio non è casuale. Dagli anni ’80, Pechino ha sostenuto il settore attraverso sussidi statali, attività minerarie a basso costo e sconti sulle esportazioni che raggiungono il 17%. Gli Stati Uniti, al contrario, possiedono solo circa il 2% delle riserve totali e dipendono dalla Cina per circa il 70% delle loro importazioni. Sebbene Washington stia tentando di sviluppare catene di approvvigionamento alternative, gli esperti concordano sul fatto che sarà estremamente difficile raggiungere una reale diversificazione prima del 2030. Le nuove restrizioni alle esportazioni della Cina colpiscono quindi un punto particolarmente vulnerabile.

Le tecnologie estrattive cinesi

Negli ultimi due decenni la Cina ha consolidato una posizione dominante nel settore globale delle terre rare, controllando oltre il 60% della produzione mondiale e una percentuale ancor più elevata della raffinazione e della lavorazione a valle. Questo predominio non è frutto di una semplice disponibilità di risorse, ma di un insieme coordinato di politiche industriali, innovazioni tecnologiche e strategie ambientali che hanno consentito al Paese di mantenere un vantaggio strutturale in un settore considerato strategico per la transizione energetica e la sicurezza tecnologica globale.

Le tecnologie cinesi per l’estrazione delle terre rare si dividono in due principali approcci: l’estrazione da miniere di tipo hard rock e quella da depositi di argille ioniche.
Nel primo caso, la Cina utilizza metodi convenzionali di estrazione a cielo aperto e sotterranea, impiegando esplosivi e tecniche di frantumazione meccanica per liberare i minerali di bastnäsite, monazite e xenotime. L’innovazione risiede però nelle fasi successive: la separazione iniziale viene condotta tramite flottazione selettiva e magnetica ad alta intensità, accompagnata da un pre-trattamento chimico con acidi diluiti per massimizzare la resa del minerale grezzo.

Più sofisticato è invece il processo utilizzato nei depositi di argille ioniche, tipici delle regioni meridionali come Jiangxi, Guangdong e Guangxi. In questi casi, le terre rare non si trovano in forma cristallina ma adsorbite su superfici argillose, il che richiede tecniche di estrazione più delicate e chimicamente controllate. La Cina ha perfezionato l’uso dell’ in-situ leaching, una tecnologia che prevede l’iniezione nel suolo di soluzioni a base di sali di ammonio, solfati o cloruri, che mobilitano gli ioni di terre rare senza la necessità di scavare o trasportare grandi volumi di roccia. Questo metodo riduce l’impatto ambientale e i costi di manodopera, sebbene comporti rischi di contaminazione delle falde acquifere, oggi parzialmente mitigati da protocolli di monitoraggio e barriere geochimiche.

La vera forza tecnologica cinese risiede nelle fasi di separazione e raffinazione, dove il Paese ha sviluppato metodi di elevata efficienza. La tecnologia cardine è quella dell’estrazione con solvente multiplo, utilizzata per separare gli elementi delle terre rare tra loro. Il processo avviene in catene di migliaia di stadi di separazione, dove miscele di acidi e solventi organici vengono fatte circolare in sistemi a ciclo chiuso, permettendo di ottenere livelli di purezza superiori al 99,99%.

In parallelo, alcuni centri di ricerca, come il Baotou Research Institute of Rare Earths e l’Institute of Process Engineering dell’Accademia Cinese delle Scienze, hanno introdotto innovazioni basate su resine a scambio ionico e membrane nenofiltrate, capaci di ridurre il consumo di reagenti e di migliorare l’efficienza del recupero. Queste tecnologie stanno gradualmente sostituendo le pratiche più inquinanti legate all’uso massiccio di acidi, contribuendo a un miglioramento della sostenibilità del settore.

Tutto ciò ha chiaramente intrapreso un processo di digitalizzazione avanzato, integrando sistemi di intelligenza artificiale e Internet of Things (noto anche come IoT) nelle operazioni minerarie. Attraverso sensori in tempo reale, algoritmi di machine learning e modelli predittivi, le aziende riescono oggi a ottimizzare il dosaggio dei reagenti, prevedere il comportamento dei minerali e monitorare i flussi di estrazione per ridurre sprechi e costi energetici.

Le principali aziende del settore, come la China Northen Rare Earth Group e la Minmetals Rare Earth Co. stanno adottando soluzioni di mining intelligence che includono veicoli autonomi, droni per la mappatura geologica e sistemi di controllo remoto delle operazioni di percolazione chimica. Queste innovazioni si inseriscono nella strategia nazionale di modernizzazione industriale delineata nel piano Made in China 2025, che mira a rafforzare la leadership tecnologica del Paese nei materiali critici per la green economy.

C’è stata, d’altronde, una profonda revisione dei protocolli ambientali legati alle terre rare, dopo decenni di estrazione intensiva che avevano prodotto estesi danni ecologici. Sono state introdotte normative più severe, in particolare per il trattamento delle acque reflue e dei residui radioattivi contenenti torio e uranio. Parallelamente, si è sviluppata una filiera del riciclo, basata su processi idrometallurgici e pirometallurgici applicati a magneti permanenti, catalizzatori e batterie esauste. Questa strategia di “urban mining” consente di recuperare materiali preziosi riducendo la dipendenza da nuovi giacimenti e mitigando l’impatto ambientale complessivo del settore.

Ciò rende la Cina avantaggiata non solo sulla capacità produttiva – enorme e numericamente ancora senza paragoni – ma anche sulla filiera, integrata verticalmente, e questo modello integrato consente di controllare non solo le materie prime ma anche le catene di approvvigionamento globali dei settori strategici, tra cui l’eolico, l’elettronica, i veicoli elettrici e la difesa, ma anche per ciò che riguarda l’avanguardia delle tecnologie a minore impatto ambientale.

Il nuovo decreto cinese è un messaggio geostrategico

Il decreto del 9 ottobre giustifica i limiti alle esportazioni con motivi di “sicurezza nazionale”. Le restrizioni iniziali, introdotte nell’aprile 2025 come ritorsione ai dazi di Trump, avevano preso di mira sette elementi: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, samario, gadolinio e disprosio. L’annuncio di ottobre ha ampliato l’elenco di altri cinque elementi: olmio, erbio, tulio, europio e itterbio, portando a dodici il numero totale di elementi ora soggetti a licenze di esportazione ed è stato inoltre chiarito che tali licenze non saranno rilasciate ai principali appaltatori della difesa statunitensi, tra cui Raytheon e Lockheed Martin, e tutelando anche le proprie aziende nazionali, fra cui la sanzionata Huawei, leader del mercato della telefonia e azienda del settore difesa.

È evidente che il nuovo piano cinese rappresenta più di una decisione economica: trasmette un chiaro messaggio geostrategico. Abbiamo davanti un tentativo di Pechino di contrastare la pretesa tecnologica dell’Occidente affermando la superiorità dell’Oriente in termini di risorse naturali, ed effettivamente la Cina utilizza da tempo le terre rare come strumento geopolitico, in particolare durante l’embargo del 2010 contro il Giappone. L’industria della difesa statunitense rimane fortemente dipendente dai materiali cinesi e le nuove restrizioni alle esportazioni potrebbero paralizzare le linee di produzione.

Trump, nel frattempo, tradisce la sua preoccupazione più profonda: che l’economia dell’“America First” possa ritorcersi contro alimentando l’inflazione interna. La vendetta per tutto ciò potrebbe proprio trovarsi alle porte a pochi chilometri dalla costa continentale cinese, a Taiwan, l’isola tanto ambita dall’establishment americano di tutti i partiti.

Con questa mossa decisiva, Pechino ha spostato il confronto su un terreno di sua scelta. Anche se l’incontro tra Xi e Trump in Corea del Sud alla fine avrà luogo, è già evidente che il vertice APEC fungerà da nuovo campo di battaglia, dove si scontreranno diplomazia e guerra economica.

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Northward: What the U.S. wants to do in the Arctic over the next decade https://strategic-culture.su/news/2025/10/30/northward-what-the-u-s-wants-to-do-in-the-arctic-over-the-next-decade/ Thu, 30 Oct 2025 10:14:17 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888558 Continuing our analysis of U.S. Arctic strategies, we must ask ourselves what they have in store for the near future, over the next 10-15 years.

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The exclusive zones option

Continuing our analysis of U.S. Arctic strategies, we must ask ourselves what they have in store for the near future, over the next 10-15 years.

Between 2025 and 2034, the Central Arctic Ocean (CAO) is likely to experience temporary ice melt during the month of September on some occasions. However, access to the area will not yet be stable or predictable from year to year. Such climatic and geophysical variability will make it difficult to develop economic activities that require continuity or regular access. As a result, initiatives that do not depend on constant access will be able to continue, while others will remain marginal or in the experimental phase.

Tourism is one of the sectors most likely to experience moderate growth. It is plausible that the number of cruises in areas belonging to the Exclusive Economic Zones (EEZs) of the Arctic states will increase, thanks to both the sustained pace of shipbuilding and the growing demand for polar tourism experiences. However, tourist navigation in the CAO in the strict sense will remain a rare and elite phenomenon, as it requires ice-reinforced ships and seasonal predictability that is ill-suited to mass tourism models.

Scientific activities, on the other hand, are expected to continue regularly and perhaps intensify. Efforts will focus primarily on mapping the CAO seabed—also in view of the future laying of submarine cables—and studying the fish ecosystem, in anticipation of a possible revision of the CAO Fisheries Agreement (CAOFA). Research may also include environmental impact assessments of potential economic activities, such as deep-sea mining. However, such operations are likely to take place further south, within the EEZs of Arctic states, rather than in the heart of the CAO.

Among the most plausible infrastructure projects during this period is the laying of a transpolar submarine cable, such as the Polar Connect project. This initiative responds to a growing need for redundancy in global telecommunications networks and the technical advantage of reduced data latency over shorter routes. Despite the high costs of construction and maintenance, interest in this type of infrastructure is likely to grow.

The severely limited accessibility of the CAO during this decade will discourage any activity that can be carried out more easily and at lower cost near the coast. This applies to the exploration and exploitation of oil and gas resources, mining operations, and the development of offshore wind farms. Similarly, the transport of goods through the CAO will not be economically viable, given the lack of supporting infrastructure, the high risks for crews, and the lack of market incentives.

Due to the limited commercial presence, there is no expectation of a need for constant surveillance or military presence in the area. Exercises and patrol activities will continue to take place mainly in the EEZs of Arctic states, as demonstrations of defensive capability or as strategic signaling tools.

During this period, the International Seabed Authority (ISA) is also expected to issue regulations concerning deep-sea mining in high seas areas. If these rules prove to be particularly restrictive, there will be increased interest from Arctic states that have already submitted claims to the Commission on the Limits of the Continental Shelf (CLCS), as these extensive areas of the seabed, not subject to ISA jurisdiction, would remain potentially exploitable. This could fuel tensions between countries whose claims overlap—particularly Canada, Denmark, and Russia—especially in ocean ridge areas, which are believed to be rich in minerals.

New fishing opportunities

Between 2035 and 2049, accessibility to the Central Arctic Ocean will gradually improve, with ice-free windows potentially extending to less than one month per year. This development will pave the way for a limited expansion of activities that do not require long preparation times or a prolonged presence in the same area. Among these, fishing is the most likely activity to be viable at this stage.

After 2037, the CAO Fisheries Agreement (CAOFA) will be automatically renewed every five years, unless one of the parties objects. The possibility of non-renewal will depend on the urgency of the signatory states to find new fish resources, as well as on the state of scientific knowledge regarding the species present, the size of the stocks, and the sustainability of catches. Any objections to the five-year renewal could come mainly from the Asian signatories and the European Union, which had already supported the idea of a shorter moratorium than the 16 years initially agreed during the negotiation phase. In this case, the states concerned would have to notify their opposition at least six months before the expiry of the period of validity, or in any case during the last meeting of the parties before the end of the ban.

This means that, as early as 2036, the countries involved could begin to prepare strategies for opening up fishing in the CAO, as well as to initiate preliminary discussions on a future regional fisheries management organization (RFMO). However, the actual establishment of such an organization would require several years of negotiations before an operational agreement could be reached.

Some nations already have long-range fishing fleets capable, at least in theory, of operating in the CAO when it is seasonally accessible. These include China, Japan, South Korea, Taiwan, and the countries of the European Union. China, in particular, is the world’s largest consumer of fish products, but has now depleted most of the stocks in its coastal waters. As a result, it has gradually expanded the activities of its deep-sea fishing fleet, now the largest in the world, to all oceans. Although part of China’s fishing is legal and regulated, a significant portion remains illegal or unreported.

The Five-Year Plan for National Fisheries Development published by Beijing in 2022 set new targets for the expansion of the sector by 2025, with the aim of increasing its sustainability through advanced technological tools, such as artificial intelligence applied to aquaculture and total allowable catch calculation systems. The enormous scale of China’s fishing industry and the steady growth in domestic consumption make it likely that the country will be interested in future access to Arctic fishery resources, should these become economically exploitable and logistically accessible.

Despite this, at this early stage, scientific knowledge of the CAO ecosystems will remain extremely limited. Access to ice-free areas will only be possible for short periods of time—no more than a few weeks—which will limit fishing opportunities to countries with not only deep-sea fleets but also ice-reinforced vessels. It is therefore more realistic to expect episodes of ‘incursion fishing’: opportunistic expeditions that venture into the CAO only when navigation conditions allow and where temporarily marketable stocks can be identified. Even such limited activities would require the discovery of species of high commercial value or, alternatively, large quantities of species of lesser value that would make the expedition economically justifiable.

However, given the current lack of ecological knowledge, it is possible that the CAO does not host stocks of economic interest, either for biological reasons (presence of inedible or unpalatable species) or because of the modest size of fish populations. In the absence of scientific evidence of economic and environmental sustainability, the fishing moratorium would probably be extended for another five years.

A further element of uncertainty stems from the possible use of the Treaty on Biodiversity in Areas Beyond National Jurisdiction (BBNJ), signed in 2023, as a legal basis for requiring the total closure of the CAO to all economic activity. This treaty allows for the designation of high seas areas as marine protected areas. Any application of the BBNJ to the CAO would result in a ban not only on fishing, but also on energy extraction, mining, shipping, and tourism. However, this scenario seems unlikely, as neither Russia nor the United States are signatories to the BBNJ, while the non-Arctic countries that have signed the CAOFA are unlikely to accept a permanent closure after having secured a negotiating role with a view to future commercial opening. Furthermore, the closure of the CAO would lead to an increase in traffic along the Northern Sea Route (NSR), which would have geopolitical implications that not all states would consider advantageous, especially in relation to Russia.

During the same period, there could be some experimental freight crossings along the Transpolar Sea Route (TSR) during the months of September. However, the vast majority of commercial traffic will continue to prefer traditional routes through Suez and Panama, while Arctic transport will remain concentrated along the NSR, mainly for the transport of Russian gas and minerals to Asian markets. Any shipments of minerals or hydrocarbons will follow established routes, such as those connecting the Canadian Mary River mineral deposits to international ports.

By this stage, ships will also have to comply with the ban on the use of heavy fuel oil (HFO) adopted by the International Maritime Organization (IMO) in 2021, which will come into full effect by 2029. This fuel, widely used in containerized transport, is highly polluting and contributes to ice melt through the emission of black carbon. The IMO has also set targets for climate neutrality in maritime transport by 2050 and for the adoption of low- or zero-emission fuels by 2030, thus imposing a structural transition in the shipping sector and port infrastructure, including those that may arise at TSR terminals.

In the meantime, exploration and prospecting activities in the CAO are expected to continue or intensify in view of future mining projects, provided that ISA regulations do not prohibit their execution. Increased international competition for critical minerals could accelerate these efforts, prompting state and private actors to invest in identifying and mapping Arctic resources.

Finally, during this period, several states—including the United States, Russia, China, Finland, and Sweden—will have new icebreakers at their disposal, thereby enhancing their presence and intervention capabilities in the Arctic. The United States will have three Polar Security Cutters in service, while Canada will add new Arctic patrol vessels. Denmark and Norway, in turn, will continue their plans to acquire frigates and patrol boats reinforced for polar conditions. This strengthening of the fleets will allow for a more constant and visible presence in the CAO. At the same time, even a modest increase in fishing or merchant traffic will lead to a strengthening of maritime surveillance and control activities, including inspections and checks on compliance with international agreements.

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China is ready to fight over rare earths https://strategic-culture.su/news/2025/10/28/china-ready-fight-over-rare-earths/ Tue, 28 Oct 2025 09:00:56 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888508 When you become the world’s largest economic power, you have to be prepared for a battle.

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Ready for anything

When you become the world’s largest economic power, you have to be prepared for a battle.

China is ready to fight to secure its supremacy in rare earths.

While the world’s attention was focused on the so-called ceasefire “imposed” by US President Donald Trump in Gaza, his 20-point “peace plan” and diplomatic maneuvers in West Asia, an unexpected decision by Beijing suddenly redrew both the global economic map and the framework of US-China relations. On October 9, the Chinese Ministry of Commerce announced new regulations imposing severe restrictions on the export of rare earth elements, a move that directly affects the defense and semiconductor industries, shattering the already fragile détente between Washington and Beijing.

It is no exaggeration to say that Beijing’s announcement infuriated Trump. The next day, the US president launched an attack on Truth Social, declaring that, starting November 1, the United States would impose an additional 100% tariff on Chinese imports. Trump accused China of “holding the world hostage,” writing: “China is putting all countries in a difficult position with rare earths. This is particularly inappropriate at a time when the peace plan for Gaza is underway!”

The highly anticipated meeting between Xi and Trump scheduled for the APEC summit now seems unlikely (or will we see a twist?).

But what are we talking about in detail?

The importance of rare earth elements

From a chemical point of view, rare earth elements refer to a group of 17 metallic substances: 15 from the lanthanide series of the periodic table, plus scandium and yttrium. Despite their misleading name, these elements are relatively abundant in the Earth’s crust; what makes them “rare” is that commercially exploitable concentrations are rare and the separation process is extremely complicated. They are essential to modern technology: they are used in electric vehicle batteries, wind turbines, smartphones, and advanced military equipment such as fighter jet radars.

According to the U.S. Geological Survey (USGS), without these elements, the production of chips for artificial intelligence, defense technologies, and renewable energy systems would grind to a halt. A single wind turbine requires about 300 kilograms of neodymium, while each F-35 fighter jet contains thousands of dollars worth of rare earth materials.

China enjoys a dominant position in this sector. The USGS 2025 report indicates that approximately 36% of global reserves, amounting to about 44 million tons, are located in China, followed by Vietnam (22%) and Brazil (18%). The imbalance is even more pronounced in production: in 2024, China accounted for about 70% of global production (270,000 tons), a figure that is expected to remain stable in 2025. In terms of refining capacity, China’s supremacy is overwhelming, accounting for over 90% of the global total.

This dominance is no accident. Since the 1980s, Beijing has supported the sector through state subsidies, low-cost mining, and export discounts of up to 17%. The United States, by contrast, has only about 2% of total reserves and depends on China for about 70% of its imports. Although Washington is attempting to develop alternative supply chains, experts agree that it will be extremely difficult to achieve real diversification before 2030. China’s new export restrictions therefore strike at a particularly vulnerable point.

Chinese mining technologies

Over the past two decades, China has consolidated its dominant position in the global rare earths sector, controlling over 60% of world production and an even higher percentage of downstream refining and processing. This dominance is not simply the result of resource availability, but of a coordinated set of industrial policies, technological innovations, and environmental strategies that have enabled the country to maintain a structural advantage in a sector considered strategic for energy transition and global technological security.

Chinese technologies for rare earth extraction are divided into two main approaches: extraction from hard rock mines and extraction from ionic clay deposits.

In the first case, China uses conventional open-pit and underground mining methods, employing explosives and mechanical crushing techniques to release bastnäsite, monazite, and xenotime minerals. However, the innovation lies in the subsequent stages: initial separation is carried out by selective and high-intensity magnetic flotation, accompanied by chemical pre-treatment with diluted acids to maximize the yield of the raw ore.

The process used in ionic clay deposits, typical of southern regions such as Jiangxi, Guangdong, and Guangxi, is more sophisticated. In these cases, rare earths are not found in crystalline form but adsorbed on clay surfaces, which requires more delicate and chemically controlled extraction techniques. China has perfected the use of in-situ leaching, a technology that involves injecting solutions based on ammonium salts, sulfates, or chlorides into the soil, which mobilize rare earth ions without the need to excavate or transport large volumes of rock. This method reduces environmental impact and labor costs, although it does carry risks of groundwater contamination, which are now partially mitigated by monitoring protocols and geochemical barriers.

China’s real technological strength lies in the separation and refining stages, where the country has developed highly efficient methods. The key technology is multiple solvent extraction, used to separate rare earth elements from each other. The process takes place in chains of thousands of separation stages, where mixtures of acids and organic solvents are circulated in closed-loop systems, allowing purity levels of over 99.99% to be achieved.

At the same time, some research centers, such as the Baotou Research Institute of Rare Earths and the Institute of Process Engineering of the Chinese Academy of Sciences, have introduced innovations based on ion exchange resins and nanofiltration membranes, which can reduce reagent consumption and improve recovery efficiency. These technologies are gradually replacing more polluting practices involving the heavy use of acids, contributing to improved sustainability in the sector.

All of this has clearly embarked on an advanced digitization process, integrating artificial intelligence and Internet of Things (also known as IoT) systems into mining operations. Through real-time sensors, machine learning algorithms, and predictive models, companies are now able to optimize reagent dosing, predict mineral behavior, and monitor extraction flows to reduce waste and energy costs.

Leading companies in the sector, such as China Northern Rare Earth Group and Minmetals Rare Earth Co., are adopting mining intelligence solutions that include autonomous vehicles, drones for geological mapping, and remote control systems for chemical leaching operations. These innovations are part of the national industrial modernization strategy outlined in the Made in China 2025 plan, which aims to strengthen the country’s technological leadership in materials critical to the green economy.

There has also been a major overhaul of environmental protocols related to rare earths, following decades of intensive mining that caused extensive ecological damage. Stricter regulations have been introduced, particularly for the treatment of wastewater and radioactive waste containing thorium and uranium. At the same time, a recycling chain has been developed, based on hydrometallurgical and pyrometallurgical processes applied to permanent magnets, catalysts, and spent batteries. This “urban mining” strategy allows valuable materials to be recovered, reducing dependence on new deposits and mitigating the overall environmental impact of the sector.

This gives China an advantage not only in terms of production capacity—which is enormous and still unmatched in terms of numbers—but also in terms of its vertically integrated supply chain. This integrated model allows it to control not only raw materials but also global supply chains in strategic sectors, including wind power, electronics, electric vehicles, and defense, but also in terms of cutting-edge technologies with a lower environmental impact.

The new Chinese decree is a geostrategic message

The October 9 decree justifies the export restrictions on grounds of “national security.” The initial restrictions, introduced in April 2025 in retaliation for Trump’s tariffs, targeted seven elements: lanthanum, cerium, praseodymium, neodymium, samarium, gadolinium, and dysprosium. The October announcement expanded the list to include five more elements: holmium, erbium, thulium, europium, and ytterbium, bringing the total number of elements now subject to export licenses to twelve. It was also clarified that these licenses will not be issued to major US defense contractors, including Raytheon and Lockheed Martin, and will also protect domestic companies, including the sanctioned Huawei, a leader in the telecommunications market and a defense contractor.

It is clear that China’s new plan is more than an economic decision: it sends a clear geostrategic message. We are witnessing an attempt by Beijing to counter the West’s technological claims by asserting the East’s superiority in terms of natural resources, and indeed China has long used rare earths as a geopolitical tool, particularly during the 2010 embargo against Japan. The US defense industry remains heavily dependent on Chinese materials, and the new export restrictions could paralyze production lines.

Trump, meanwhile, betrays his deepest concern: that the “America First” economy could backfire by fueling domestic inflation. Revenge for all this may lie just a few miles off the Chinese mainland coast, in Taiwan, the island so coveted by the American establishment of all parties.

With this decisive move, Beijing has shifted the confrontation to a terrain of its own choosing. Even if the meeting between Xi and Trump in South Korea does eventually take place, it is already clear that the APEC summit will serve as a new battleground, where diplomacy and economic warfare will clash.

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