Bulgaria – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Mon, 23 Feb 2026 19:59:15 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Bulgaria – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Eurasia’s great divide: Mapping support for Russia and Ukraine https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/eurasias-great-divide-mapping-support-for-russia-and-ukraine/ Mon, 23 Feb 2026 19:58:33 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890760 Nearly four years into the conflict in Ukraine, public opinion across Eurasia reveals a continent sharply divided along historical and geopolitical fault lines. This infographic, based on Gallup data, maps which countries lean toward Moscow and which toward Kiev.

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La Bulgaria tra contraddizioni politiche e instabilità https://strategic-culture.su/news/2026/02/09/la-bulgaria-tra-contraddizioni-politiche-e-instabilita/ Sun, 08 Feb 2026 21:35:57 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890496 Un abbondante trentennio di transizione all’europeismo atlantista non ha convinto particolarmente i bulgari della presunta bontà della scelta occidentale

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La cittadinanza manifesta piuttosto convinto dispiacere per la fine dell’esperienza socialista dentro il campo sovietico, latrice di stabilità e sicurezza sociale, oggi scomparse.

I giovani, più che con il voto elettorale o con un sondaggio di opinione, hanno manifestato dal 1989 ad oggi i loro convincimenti facendo le valigie. Nel 1989, ultimo anno alla guida dei comunisti bulgari di Todor Živkov, al potere dal 1954, nel ridente stato balcanico vivevano ben nove milioni di persone, oggi son rimasti in sei milioni e mezzo, principalmente anziani. Molti giovani negli anni ‘90 han preso la via di altre nazioni dell’Europa occidentale, oggi in tanti scelgono di andare a vivere e a lavorare in Russia.

I vincoli e le imposizione esterne della NATO e di Bruxelles sono costanti e non è un caso se i bulgari si apprestino a tornare alle urne in primavera per le ottave elezioni parlamentari in cinque anni. A dimostrazione di una crisi che attanaglia non soltanto il  sistema politico, ma più in generale manifesta una forte e diffuso disagio sociale.

La frammentazione politica di questa terra prospiciente il mar Nero e stretta tra la piana danubiana a nord e i monti Rodopi a sud è l’esempio massimo di come la cosiddetta “democrazia occidentale” rappresenti un colossale fallimento.

Già la transizione del 1990 potrebbe essere definita una specie di colpo di mano da parte di elementi del partito decisi a rimanere al potere, infatti il Partito Comunista Bulgaro diventa il Partito Socialista Bulgaro, di fatto in accordo con Michail Gorbačëv, il quale avrebbe minacciato i dirigenti di allora, altrimenti sarebbe intervenuto direttamente, come oggi tutta la documentazione archivistica conferma, sul modello rumeno, per una transizione imposta dall’esterno.

Il Partito Socialista Bulgaro guidato da Aleksandar Lilov ha vinto le elezioni pluripartitiche del 17 giugno 1990, a tutta dimostrazione che la maggioranza dei bulgari, allora votanti in oltre sei milioni, con il 47% dei consensi attribuito ai precedenti governanti, si mostrassero molto dubbiosi e poco inclini alla propaganda liberal – liberista sperticata con violenza dall’Occidente in tutta l’Europa Orientale.

Solo con le elezioni del 1991 l’Unione delle Forze Democratiche, accozzaglia liberista e anticomunista, vince di misura le elezioni e promuove una violenta privatizzazione della terra e dell’industria, creando milioni di disoccupati, masse impoverite e arrabbiate che nel 1995 riporteranno ai potere i socialisti con Žan Videnov, dando vita per tutto l’ultimo decennio del secolo scorso a un infruttuoso alternarsi di governi stretti tra vincoli internazionali sempre più difficili e incapacità di rilanciare la produttività interna.

Anni devastanti e distruttivi, una transizione verso un’economia di mercato capitalista sfacciatamente architettata dalla Camera di Commercio statunitense e totalmente fallimentare, prezzi in rapida e costante crescita, tagli di ogni tipo, distruzione dello stato sociale, austerità imposta dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, tutto ciò porterà alla totale distruzione del modesto ma stabile tenore di vita della popolazione, facendo rimpiangere il passato socialista.

Nel 2001, a peggiorare la situazione, torna in Bulgaria l’ex zar bambino defenestrato dall’avvento del socialismo nel 1946, quando aveva sei anni. Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha si presenta sulla scena politica come il salvatore della patria nel momento del bisogno. Atteggiandosi a semplice cittadino, come Simeon Borisov, archiviando l’imbarazzante cognome Sakskoburggotski, ottiene alle elezioni del 18 giugno 2001 il 42,7% dei voti, raccolti tra i quattro milioni e mezzo che si sono recati alle urne. Le promesse altisonanti annunciano prosperità economica e lotta alla criminalità organizzata, tuttavia i bulgari capiscono presto di essersi lasciarti ingannare dall’ennesimo ciarlatano, subito in fuga dopo un solo mandato nel 2005, dopo aver ulteriormente inguaiato il popolo bulgaro obbedendo agli ordini di Washington e traghettando la Bulgaria nella NATO il 29 marzo 2004, un’adesione avvenuta nel quadro del più aggressivo e riprovevole allargamento antirusso dell’Alleanza Atlantica, che ha visto l’entrata nel sistema militare occidentale anche di Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia.

L’entrata della Bulgaria nell’Unione Europea avverrà invece più tardivamente il 1° gennaio 2007, quella nell’euro soltanto il 1° gennaio 2026, dopo l’accesso nello spazio Schengen avvenuto il 31 marzo 2024.

Dileguatosi dalla politica, Simeon Borisov Sakskoburggotski si è dedicato all’immobiliare, cercando di ripristinare la sua proprietà su castelli e tenute della corona reale bulgara, nazionalizzati dalla Repubblica Popolare di Bulgaria guidata da Georgi Dimitrov, il grande dirigente dell’Internazionale Comunista, scomparso nel 1949 e oggi traslato al cimitero della capitale Sofia, dopo essere stato ospitato in un mausoleo nel centro cittadino la cui distruzione ha richiesto più giorni della sua edificazione.

Gli avanzi del partito zarista tuttavia rimangono al governo anche nella legislatura successiva, i soli tre milioni e mezzo di elettori recatisi alle urne nel 2005 premiano con il 31% dei consensi una coalizione tra socialisti, socialdemocratici e agrari, secondi al 20% gli zaristi, le due forze si coalizzano con il Movimento per i Diritti e le Libertà, forza politica della minoranza turca bulgara composta da almeno mezzo milione di donne e uomini, così come di quella islamico – pomacca formata da trecentomila persone e dei rom, che rappresentano anch’essi un’altra porzione rilevante della popolazione bulgara con almeno mezzo milione di cittadini.

È questo governo che traghetta i bulgari dentro l’Unione Europea, arrivano alcuni capitali stranieri, contribuendo a un aumento del prodotto interno lordo nazionale e pro capite, tuttavia la disuguaglianza sociale ed economica aumenta, inoltre lo stipendio medio bulgaro in vent’anni non ha significativi margini di crescita, essendo ancora oggi solo un terzo di quello medio dell’Unione Europea.

All’ombra dell’ex zar immobiliarista si fa spazio Bojko Metodiev Borisov, il quale diventa sindaco della capitale nel 2005 e fonda l’anno seguente il partito “Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria”, anch’esso ferocemente anticomunista, sebbene tanto lui quanto il padre avessero lavorato per il ministero degli interni al tempo del socialismo, con questo nuovo partito nel 2009 entra in parlamento con il 39,7%, mentre gli elettori scendono a quattro milioni e duecentomila, diventando subito primo ministro, condizionando la politica bulgara per oltre un decennio, poiché dopo il primo incarico dal luglio 2009 al marzo 2013, sarà di nuovo primo ministro dal novembre 2014 al gennaio 2017 e ancora da maggio dello stesso anno fino a maggio 2021.

Dall’aprile del 2021 all’ottobre del 2024 i bulgari sono chiamati a votare il parlamento ben sette volte, e nell’ultima occasione si recano ai seggi solo due milioni e mezzo di cittadini. Più o meno in tutte le occasioni risultata primo partito sempre quello di Borisov, tanto che l’attuale primo ministro dimissionario Rosen Dimitrov Željazkov è anch’egli parte di “Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria”.

Borisov si è arricchito negli anni ‘90 del Novecento tra servizi di sicurezza e forme non trasparenti di gestione del patrimonio personale e altrui, per quanto abbia sempre proclamato di agire contro ogni mafia, da più parti si ritene che la connivenza con settori opachi della società bulgara siano una componente essenziale del suo agire politico.

Proprio il convincimento di trovarsi fronte a un “modello di governo sbagliato e dannoso” ha spinto il presidente socialdemocratico della Bulgaria, già generale dell’aeronautica militare, Rumen Radev, risultato vittorioso tanto nel 2016, quanto nel 2021 contro i candidati del partito di Borisov, a dimettersi per candidarsi come primo ministro in vista delle imminenti elezioni primaverili. Rumen Radev ha attribuito proprio a Borisov la responsabilità della diffusa povertà e della sfiducia nelle istituzioni statali. La democrazia bulgara, ha affermato il presidente, “non sopravviverà se la lasciamo in balia di funzionari corrotti, cospiratori ed estremisti”.

Terzo protagonista della scena politica attuale, con oltre il 10% dei consensi, il magnate dei media Delyan Peevski, a capo del Movimento per i Diritti e le Libertà, accusato dall’Occidente di corruzione, tangenti e appropriazione indebita, probabilmente anche per la sua smaccata ostilità verso la pretesa subordinazione agli ordini atlantisti e bruxellesi.

Alle ultime elezioni hanno quasi raggiunto il 15% anche “Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica” guidata da Kiril Petkov, il quale ha condotto i suoi studi in Canada e negli Stati Uniti e guida non a caso un partito totalmente allineato con l’Unione Europea e la Casa Bianca, nonché i sovranisti di “Rinascita”, fondati e tutt’ora diretti da Kostadin Kostadinov.

Quello che è certo, è che Rumen Radev intercetta una parte considerevole del consenso popolare ostile verso un trentennio di transizione liberal – liberista, la quale non ha dato il benessere ingenuamente sperato, così come quella porzione di cittadini che credono del tutto erroneo mantenere rapporti conflittuali con la Russia.

Infatti gli oppositori di Radev lo etichettano come filo-russo o addirittura come uomo del Cremlino, solo perché si è espresso contro le forniture di armi a Kiev e ha messo in guardia contro il proseguimento della guerra in Ucraina. Va in ogni caso ricordato che Radev ha trascorso praticamente tutta la sua carriera come ufficiale della NATO ed è stato addestrato presso la base aerea di Maxwell in Alabama, allo stesso modo non può essere considerato un oppositore dell’Unione Europea, anche se ha criticato l’introduzione dell’euro senza un’adeguata preparazione, al pari dell’integrazione nell’area Schengen, la quale non ha prodotto i benefici promessi, così come ha contestato le normative imposte da Bruxelles, le quali non tengono conto della realtà bulgara.

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Russia and the U.S. dictate peace terms, the European Union stands with its tail between its legs https://strategic-culture.su/news/2026/02/07/russia-and-the-u-s-dictate-peace-terms-the-european-union-stands-with-its-tail-between-its-legs/ Sat, 07 Feb 2026 13:01:51 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890462 By Petar VOLGIN

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In recent years, the European Union has imposed twenty sanction packages against Russia, and their result is precisely the opposite of what was expected.

/Pogled.info/ Bulgarian MEP Petar Volgin gave an assessment of the report prepared by the Committee on the European Democracy Shield (EUDS), dedicated to the EU’s efforts to combat disinformation. The report proposes establishing new structures, backed by additional funding, against attempts by Russia and China to dominate the online environment and social networks and shape beliefs. Here is the position of Petar Volgin, a representative of “Vazrazhdane” and the “Europe of Sovereign Nations” group in the European Parliament, which he stated in the committee:

“In this 40-page report, there is a single meaningful sentence. It refers to the sentence quoting Article 10 of the European Convention on Human Rights, which states that ’Everyone has the right to freedom of expression.’ This sentence must be constantly recalled, because in recent years the main institutions of the European Union have been doing everything possible to destroy all opinions different from the politically correct ones.”

Petar Volgin drew attention to the fact that the report contains numerous recommendations for creating new structures and pouring millions of euros. “In the name of what? In the name of having fought disinformation. But in reality, the true goal of the so-called ’fight against disinformation’ is to totally eliminate the pluralism of opinions and create a society copied one-to-one from Yevgeny Zamyatin’s dystopia ’We’.”

The long-time journalist from the BNR will never end his personal battle for freedom of speech and for upholding pluralism as a foundation of democratic society. Volgin pointed out that the committee’s report contains absurd recommendations, such as that ’to protect democracy with the help of sanctions.’ “However, in recent years, the European Union has imposed twenty sanction packages against Russia, and their result is precisely the opposite of what was expected. Russia and the U.S. dictate the terms of peace, while the European Union stands with its tail between its legs in the corner,” Volgin reminded of this unpleasant fact and predicted that “the more such reports European officials produce, the more the European Union will lose its significance.”

Original article:  pogled.info

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Projected population in 2100: Eastern Europe https://strategic-culture.su/news/2026/01/26/projected-population-in-2100-eastern-europe/ Mon, 26 Jan 2026 15:01:24 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890251 Eastern Europe is projected to be the epicenter of global population collapse. This infographic maps a landscape of drastic decline, where nearly every nation is expected to lose a substantial share of its people by 2100. The sole, striking exception is transcontinental Kazakhstan, which is forecast to grow. Among the countries contracting, Russia is projected to experience the mildest decline, a relative resilience owed not to positive trends but to its sheer size and lingering geopolitical pull, which slightly temper the exodus devastating its smaller neighbors.

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Bulgaria tra integrazione europea e rivolta: l’emblema di una contraddizione irrisolta che coinvolge l’Europa orientale e Bruxelles https://strategic-culture.su/news/2025/12/19/bulgaria-tra-integrazione-europea-e-rivolta-lemblema-di-una-contraddizione-irrisolta-che-coinvolge-leuropa-orientale-e-bruxelles/ Fri, 19 Dec 2025 10:31:31 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889510 La Bulgaria non riesce a scegliere tra l’Europa e la propria identità.

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Clamoroso, sebbene relativamente ignorato, il caso bulgaro degli ultimi giorni: alla vigilia di un passo storico che sancirebbe l’irreversibilità del percorso europeo del paese, si mette in moto una grande manifestazione di piazza – la maggiore dalla fine del comunismo oltre 30 anni orsono – che fa collassare il governo in carica.

Il passo di cui si parla è chiaramente l’introduzione della valuta unica eurocomunitaria (a partire dal 1 gennaio 2026), evento che – come ben si sa – renderà quasi indissolubile il legame socioeconomico del paese rispetto alla grande casa europea. Ora, malgrado non sussista un nesso preciso tra le due cose (nel senso che la protesta non riguarda direttamente l’ingresso nell’eurozona), è evidente che il paese è in fermento: innumerevoli i suoi nodi irrisolti le cui conseguenze ricadono sulle spalle della società (assai povera comparativamente agli standard europei) e come se non bastasse, ora si prospetta a breve una transizione verso l’ignoto di un sistema economico sicuramente non favorevole alla grande maggioranza della gente.

Iniziamo col dire che grande è la confusione – involontaria o premeditata – in merito all’evento in questione, malgrado la sua ampiezza: l’unica cosa realmente certa è che la settimana scorsa quasi 100’000 persone si sono riunite nella piazza centrale della capitale domandando al governo di rassegnare le dimissioni. Da qui in avanti, praticamente tutto diventa meno chiaro: i mass media occidentali (soprattutto europei) tendono a dare scarsa copertura al caso – volutamente evitato per le eventuali implicazioni antieuropee che potrebbe avere – e si entra in un labirinto di intepretazioni dal quale difficilmente si trova una verità.

Quanto certo è che i manifestanti riflettono la propria rabbia tanto contro temi generici come la corruzione e la mafia politica – ossia problemi costanti ed endemici del contesto bulgaro –  quanto rivolgendosi al contesto più specifico del piano di bilancio per l’anno a venire: si urla davanti al parlamento, contro il governo Zhelyazkov (quest’ultimo costantemente in difficoltà al punto di dover domandare la fiducia per la quinta volta per poter procedere nel proprio mandato) che pure rappresenta il principale partito nazionale ovvero “Gerb”, affiancato nella coalizione da altre forze come il partito socialista di Bulgaria e il partito nazionalista. Si nota come uno dei pomi della discordia sia la partnership tra le forze di governo e l’influente uomo d’affari Peevsky – rappresentato dal proprio partito “Nuovo inizio”, che coi propri voti garantisce la maggioranza parlamentare – la cui visione del bilancio per l’anno non incontra il favore di larga parte della popolazione che teme di rimanerne impoverita. Una discordia che mette in seria difficoltà anche solo per trovare chi voglia farsi avanti: primo tra tutti l’attuale presidente – ex generale di aviazione e politico più popolare del paese – Radev, al quale tuttavia toccherebbe di dimettersi dall’incarico che ricopre al momento oltre che le perplessità di parte della società dovute alle sue vedute talvolta euroscettiche e non favorevoli al sostegno per l’Ucraina.

Come detto tuttavia, al di là di quanto accade in piazza esiste un’altra collisione di vedute ancor più profonda e sensibile ossia la corretta interpretazione da dare: quale carattere attribuire alla maggiore protesta di piazza sin dai tempi della fine della guerra fredda ? Manifestazione di un sentimento anti UE oppure al contrario di un sentimento anti tradizionale/sovranista (ovvero contro la persistenza di riflessi socialisti e antioccidentali nel modo di vita) ? Entrambe tali vedute sono sostenute dai rispettivi opinionisti e analisti che in questo modo non fanno che contribuire al clima di incertezza e divisione già presente nell’opinione pubblica.

A questo punto è tuttavia necessario sottolineare che il quadro che emerge anche soltanto da una parziale disamina delle contestazioni ha un che di emblematico nella misura in cui mette a nudo le radicali contraddizioni di un’intera società purtroppo: da un lato una larga parte dell’opinione pubblica bulgara applaude alla scelta di campo occidentale (europea) del paese, ma dall’altra parte , di fatto, non si sopporta l’idea della conseguenze che questo porterebbe nello stile di vita cui si è abituati. La narrazione filoeuropeista si focalizza sul raggiungimento di un tenore di vita assimilabile a quello euro-occidentale, prospettiva inevitabilmente accattivante che stimola l’immaginazione del pubblico medio, tuttavia senza sottolineare abbastanza che tale risultato (in primo luogo improbabile visto il livello oggettivo dell’economia bulgara) è possibile solamente traverso una piena applicazione di principi neoliberisti e quindi turbo-capitalisti, che finirebbero per arricchire una determinata fascia della popolazione – come sempre – scardinando invece il sistema di protezioni sociali vigente da sempre e quindi rendendo più difficile il modus vivendi della persona media. L’introduzione ormai improrogabile della valuta continentale europea riveste pertanto un significato rilevante anche se non diretto nelle proteste che si osservano: nel senso che sebbene non sia l’avvento dell’Euro il fattore scatenante, risulta d’altro canto chiaro che tale cambiamento faccia parte del più grande problema sopra descritto che scuote la società bulgara dalle sue fondamenta.

L’ondata inflazionistica e il drastico aumento del costo della vita che l’Euro ha portato con sè in tutte le economie meno potenti del continente (paesi mediterranei ad esempio) risulterà ancor più evidente in un contesto assai più disagiato in questo senso come la Bulgaria: non a caso la maggior parte dei sondaggi effettuati nel paese rivelano che una lieve – ma decisa, di poco inferiore al 60% – maggioranza degli interpellati nutre profondi dubbi su quella che in fondo è stata una decisione non esattamente democratica quanto esclusivamente politica (ovvero si è trattato di una decisione governativa senza coinvolgimento diretto della base sociale che non è stata chiamata ad esprimersi). In definitiva, pur tenendo in considerazione le sfumature intermedie emerse nei sondaggi di opinione, soltanto ¼  degli abitanti si è dichiarato favorevole ad un’adozione immediata, in tempi brevi della valuta comune europea al posto di quella nazionale (la maggior parte dei teoricamente favorevoli ritiene conveniente posporre il momento), mentre circa il 40% è contrario in assoluto a prescindere dalle tempistiche.

In ultima analisi quindi, il caso specifico dell’adozione della nuova valuta per quanto tecnicamente non la causa primaria dei disordini si può annoverare come un grande esempio della lacerazione che contraddistingue questa società, che ne mette allo scoperto la psicologia collettiva in questo momento di confronto coi nodi fondamentali del passato, presente e futuro. Da questo punto di vista si può dire anche che il caso bulgaro nel suo complesso, a sua volta, è effige di un dilemma che nel tempo ha riguardato una moltitudine di paesi differenti sui 5 continenti: l’interrogativo di fondo sempre il medesimo ovvero se accettare il “progresso” – concetto che invariabilmente si identifica nei i valori occidentali – e quindi un inserimento nelle sue strutture economiche di stampo liberale, oppure rimanerne fuori e quindi ancorati ad uno stile di vita più tradizionale. Chiaramente il modello liberal-capitalista è percepito (soprattutto dalle giovani generazioni) come maggiormente brillante ed auspicabile in opposizione a quello “tradizionale” che comparativamente appare come qualcosa di scialbo, modesto e privo di attrattiva: questo però senza rendersi conto del grave onere sociale che la civiltà liberista impone, il prezzo da pagare per adattarvisi, spesso sorvolato nell’immaginazione che tende a concentrarsi su alcuni aspetti e dimenticarne impropriamente altri (quelli meno piacevoli e più discordanti dall’immagine edulcorata che si intende proporre).

In altre parole – come tanto spesso avviene – si tratta non tanto di una competizione tra due modelli differenti quanto di un conflitto tra realtà ed illusione: quest’ultima è particolarmente coltivata dalla narrazione filoeuropeista che da ormai quasi 20 anni ha imposto la propria prospettiva delle cose nell’immaginario collettivo.

Alla radice di tutto dunque, un enigma antichissimo quello che tormenta la società bulgara: raggiungere ciò che si vorrebbe, ma senza doverne sostenere il grave peso connesso, o meglio cogliere i vantaggi di un progresso escludendone ogni effetto collaterale. In tale contesto, i media occidentali – in primissimo luogo europei – sono doppiamente inadeguati a illustrare la realtà: non soltanto perchè parteggiano apertamente per uno dei due modelli, ma soprattutto perchè nella loro tendenza ad oscurare – per evidenti ragioni di immagine – quanto sta accadendo a Sofia in questi giorni (e in precedenza), non rendono giustizia ad un interrogativo, si può dire esistenziale a questo punto, che tormenta ogni strato della società bulgara.

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Political Crisis in Bulgaria: Euro Opponents Take to the Streets, Demand ‘Independence’ https://strategic-culture.su/news/2025/11/10/political-crisis-in-bulgaria-euro-opponents-take-to-the-streets-demand-independence/ Mon, 10 Nov 2025 11:01:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888784 For Bulgaria, the euro debate is not merely an economic issue—it has become one of sovereignty and independence.

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“We will tell these people two things: that they are not welcome in Bulgaria, and that Bulgaria does not want the euro. Even if they force us into the eurozone, the consequences will be far greater than they could ever imagine. The eurozone will collapse, and Bulgaria will regain its financial independence.”

These words belong to Kostadin Kostadinov, leader of the pro-Russian, anti-NATO and EU, far-right “Revival Party” (Vazrazhdane), widely known for its Eurosceptic political stance.

Gathering in front of the Bulgarian National Bank (BNB) to protest the visit of European Central Bank President Christine Lagarde, the Revival Party stands at the center of opposition to the country’s plan to adopt the euro on January 1, 2026, together with civil groups such as the “Leva Front.”

The government’s decision to adopt the euro under the narrative of “European integration” has triggered concerns about sovereignty and economic independence among broad segments of the population. Since the announcement, thousands have taken to the streets across the country, with both nationalist and left-wing groups uniting under a common discourse against “Brussels’ economic tutelage.”

As in other post-socialist Eastern European states such as Romania and Moldova, European integration has once again divided Bulgarian politics. Younger, urban, higher-income and higher-education groups generally support Europe, while lower-income, rural, working-class communities are more likely to oppose NATO, the EU, and the West.

Eurobarometer and similar polls conducted in spring 2025 show a divided public: roughly 43% support adopting the euro, while around 50% oppose it.

Similarly, as seen in other Eastern European countries, both the far right and the left are organizing within this anti-euro bloc.

The current “euro anxiety” is not new—it parallels Bulgaria’s own trajectory toward European integration.

What is the ERM II mechanism?

Since 2020, Bulgaria has been part of the Exchange Rate Mechanism II (ERM II). This mechanism requires candidate countries to peg their currency to the euro and comply with strict fiscal discipline criteria before adopting the euro.

In other words, ERM II is a kind of “waiting room.”

A country joining the mechanism must fix the value of its national currency to the euro, align its budget, public debt, inflation policies, and financial decisions with the Brussels–Frankfurt axis, and stay within this framework for at least two years.

While the EU refers to this period as an “adaptation process,” Eurosceptics regard it as an “economic quarantine.” In countries undergoing ERM II—Bulgaria included—stagnation, public sector downsizing, youth emigration, foreign capital dominance due to cheap labor, and shrinking public investments are described as “inevitable outcomes.”

Thus, for many Bulgarians, the process is seen not as a voluntary decision but as the result of systematic pressure from Brussels. Despite Bulgaria’s continuing inflation problem, the European Commission and the European Central Bank insist that the adoption timetable is “irreversible.”

Prime Minister Dimitar Glavchev has described the transition as “a demonstration of Bulgaria’s commitment to integrating into the heart of Europe.” But such promises fail to persuade the country’s poorer majority.

In this economic and political atmosphere, the Revival Party frames the elimination of the national currency as “a new form of dependency.”

Party leader Kostadinov summarizes their stance as follows:

“The lev is the symbol of our independence. The euro is Brussels’ yoke.”

The demand for a referendum

The Revival Party has launched a nationwide referendum campaign, arguing that the decision should be made by the people. Under the slogan “Defend the lev, not the euro,” thousands have participated in demonstrations.

Notably, the referendum was originally proposed by President Rumen Radev himself, although the idea was later rejected by parliament.

Euro opposition is not limited to nationalists. Communist parties, left-wing unions, small farmers’ associations, and independent economists also oppose euro adoption, arguing that it will turn Bulgaria into “Europe’s cheap labor reservoir.”

In recent weeks, thousands have taken to the streets in Sofia, Plovdiv, Varna, Burgas, and several other cities. Slogans such as “The lev is ours,” “No to the euro,” and “Decisions are made in Sofia, not Brussels” dominated the protests.

The number of clashes between protesters and police has increased. Most recently, tension escalated between demonstrators and security forces in front of the parliament in Sofia.

Some protesters burned European Union flags, while farmers blocked roads with their tractors.

Besides the Revival Party, groups like the Movement for Left Alternative and several trade unions declared that “euro adoption will leave Bulgaria unable to manage its own economy.”

The government, however, remains firm. Finance Minister Lyudmila Petkova argues that adopting the euro will bring price stability and boost investor confidence.

But for anti-Western groups in Bulgaria, such statements mean nothing more than legitimizing neoliberal prescriptions imposed by EU financial institutions. Despite joining the EU in 2007, Bulgaria remains the poorest country in Europe, trapped between low wages, high inflation, and capital dependency.

For Bulgaria, the euro debate is not merely an economic issue—it has become one of sovereignty and independence. While “economic integration” persuades governments, the economic crisis fueling anti-EU sentiment continues to grow across Europe.

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Il Vietnam stabilisce un partenariato strategico con Finlandia e Bulgaria https://strategic-culture.su/news/2025/10/31/il-vietnam-stabilisce-un-partenariato-strategico-con-finlandia-e-bulgaria/ Thu, 30 Oct 2025 21:05:32 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888573 Nel solco di una diplomazia proattiva e multilivello, il viaggio europeo del Segretario Generale Tô Lâm ha portato il Việt Nam a innalzare le relazioni con Finlandia e Bulgaria al livello di partenariati strategici. Un duplice passo che salda convergenze politiche, economiche e tecnologiche e apre nuovi corridoi euro-asiatici.

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Il recente viaggio del Segretario Generale del Partito Comunista Tô Lâm tra Helsinki e Sofia ha offerto una radiografia aggiornata dell’ambizione internazionale del Việt Nam, che punta a consolidare fiducia politica con partner affidabili, integrare le proprie catene del valore con quelle europee, connettere gli ecosistemi dell’innovazione e tradurre l’ampio capitale diplomatico accumulato negli ultimi anni in progetti concreti. In entrambe le capitali, l’agenda è stata esplicita e finalizzata a trasformare una lunga consuetudine di amicizia in un’architettura operativa di cooperazione che, nella grammatica diplomatica contemporanea, prende il nome di “partenariato strategico”, una formula indica un salto di qualità che investe la totalità dei canali – Partito, Stato, Governo, Parlamenti, sistemi territoriali – e che definisce, a monte, un metodo fatto di consultazioni regolari, allineamento su questioni regionali e globali, obiettivi misurabili in materia economica, scientifica, educativa, culturale e di sicurezza.

In Finlandia, la cornice è stata tracciata da un documento congiunto che istituisce il Partenariato Strategico e che individua i capisaldi del rapporto: politica e diplomazia, commercio e investimenti, scienza e tecnologia, trasformazione digitale, educazione e capitale umano, transizione verde, infrastrutture e connettività. L’incontro tra Tô Lâm e il Presidente Alexander Stubb ha messo in chiaro una scommessa reciproca. Da un lato, il Việt Nam offre un mercato dinamico, un posizionamento cardine all’interno dell’ASEAN, una politica estera di diversificazione e multilateralismo, e un’agenda di trasformazione digitale e industriale che richiede partner con know-how avanzato; dall’altro, la Finlandia porta in dote filiere tecnologiche d’eccellenza, dall’ICT alle energie pulite, dalla cybersecurity alla gestione idrica, fino alla tecnologia medica e all’economia circolare. Non a caso, il dialogo ha richiamato esempi concreti – dalla tradizione di Nokia nell’ICT alla capacità di Wärtsilä di alimentare impianti su combustibili flessibili, dalla collaborazione UE-UNIDO su progetti di circolarità nelle zone industriali del Việt Nam al sostegno finlandese a programmi di innovazione e transizione verde.

La dimensione economica, per entrambi, è un pilastro delle relazioni bilaterali. Non a caso, le parti hanno rimarcato il pieno utilizzo dell’EVFTA, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Việt Nam, per fluidificare accessi di mercato e promozione commerciale, con un’attenzione specifica a beni agricoli e di consumo, mentre il Việt Nam ha sollecitato Helsinki a sostenere l’iter di ratifica dell’EVIPA presso i sette Stati membri dell’UE che ancora mancano all’appello e a incoraggiare la Commissione europea a rimuovere il “cartellino giallo” sulla pesca che grava sull’export ittico vietnamita. È un passaggio di politica commerciale che intreccia regole, reputazione e competitività delle filiere, e che si affianca a un’agenda d’investimenti dove il Việt Nam sollecita capitale e tecnologia finlandese in settori ad alto valore – tecnologie verdi, logistica, transizione energetica, trasformazione e automazione – mentre si impegna a fare da ponte verso ASEAN per le aziende nordiche, offrendo un hub regionale affidabile e connesso.

Il capitolo scientifico-tecnologico e digitale è l’altro asse del partenariato con Helsinki. L’elenco delle priorità – e-government, servizi pubblici digitali, AI, semiconduttori, 5G/6G, cybersecurity, piattaforme per l’open innovation – descrive l’ambizione del Việt Nam di accelerare lo spostamento della frontiera tecnologica. La logica non è solo trasferimento di soluzioni, ma co-sviluppo di standard, formazione di capacità regolatorie e manageriali, e crescita di ecosistemi imprenditoriali. Da qui anche l’enfasi su scambi accademici, borse, programmi congiunti e riqualificazione professionale, in un’ottica di rafforzamento del capitale umano che sostenga la traiettoria al 2045. La diplomazia climatica fa da cornice orizzontale: la Finlandia si è detta pronta a collaborare per il traguardo “emissioni nette zero” del Việt Nam entro il 2050, puntando su efficienza, rinnovabili, reti e tecnologie abilitanti.

Il partenariato strategico con la Bulgaria, annunciato a Sofia dallo stesso Tô Lâm insieme al Presidente Rumen Radev, presenta caratteristiche complementari: alla componente tecnologica e industriale si affianca un forte ancoraggio politico-storico, alimentato da 75 anni di relazioni diplomatiche e da una memoria condivisa che comprende l’assistenza materiale e formativa bulgara nei decenni scorsi e la presenza, ieri come oggi, di una comunità vietnamita integrata nel tessuto locale. La visita – la prima di un Segretario Generale del PCV dalla transizione politica bulgara del 1990 – ha assunto il valore di un messaggio di fiducia e gratitudine, ma soprattutto di una piattaforma operativa per la prossima fase.

Anche qui, i due leader hanno fatto del coordinamento politico e del meccanismo di consultazione regolare un tratto distintivo del nuovo livello di relazione. Sul piano della sicurezza, la cooperazione abbraccia ambiti mirati, che comprendono la formazione congiunta tra accademie, le operazioni di peacekeeping dell’ONU, la cybersicurezza e la medicina militare. Sono segmenti coerenti con la postura del Việt Nam – “quattro no” in difesa, multilateralismo attivo e rispetto del diritto internazionale – e con le esigenze di resilienza che la Bulgaria, ponte tra UE e Mar Nero, condivide. In economia, l’obiettivo dichiarato è raddoppiare in pochi anni l’interscambio, sfruttando appieno l’EVFTA e predisponendo condizioni favorevoli per imprese e investitori di entrambe le parti. È qui che la formula dei “due gateway” acquista sostanza: la Bulgaria come porta d’accesso del Việt Nam al mercato UE, il Việt Nam come piattaforma per l’ingresso dei prodotti e dei capitali bulgari nell’ASEAN.

La centralità della scienza e della tecnologia come “pilastro” – così l’hanno definita i due leader – rispecchia sia la domanda del Việt Nam di accelerare su digitale, economia dei dati, e-government, farmacia e biomedicina, IA ed energia verde, sia l’offerta bulgara di competenze e capacità industriali in rinnovabili, trasformazione agro-alimentare, logistica e settori high-tech emergenti. La cooperazione culturale, turistica ed educativa, con un’attenzione alla mobilità studentesca e alla connettività aerea, completa il quadro, insieme a una possibile espansione della collaborazione sul lavoro, in risposta all’esigenza di manodopera della Bulgaria e al potenziale del Việt Nam di offrire una forza lavoro giovane e qualificata.

Dal punto di vista geopolitico, i due partenariati iscritti in pochi giorni nello spazio UE orientale e nordico riflettono una strategia del Việt Nam di diversificazione delle interdipendenze. Attraverso Helsinki, il Việt Nam intercetta le filiere nordiche dell’innovazione verde e digitale; con Sofia, connette le infrastrutture e i mercati dell’Europa sud-orientale, rafforzando la proiezione industriale e commerciale verso l’Unione e moltiplicando i canali politico-diplomatici nel sistema europeo. Infine, l’allineamento su principi cardine – centralità dell’ONU, rispetto dell’UNCLOS 1982 in materia marittima, risoluzione pacifica delle controversie, sostegno all’ordine internazionale basato su regole – conferma la coerenza della postura del Việt Nam e la sua attrattività come partner affidabile, capace di coniugare autonomia strategica e integrazione.

Il messaggio che il Việt Nam invia all’Europa con la doppia intesa è, in ultima analisi, quello di un Paese che si propone non solo come mercato, ma come co-progettista di soluzioni per transizione verde, sicurezza economica, digitalizzazione e resilienza istituzionale. La diplomazia economica – ormai asse portante della politica estera vietnamita – si intreccia qui con la diplomazia normativa: EVFTA, EVIPA, standard sulla sostenibilità delle catene dia approvvigionamento, rispetto delle regole internazionali nel settore pesca. Il tutto dentro una cornice di sicurezza cooperativa che valorizza l’esperienza del Việt Nam nelle operazioni di peacekeeping e il suo impegno per un Indo-Pacifico stabile, aperto e regolato dal diritto.

In controluce, resta la cifra di lungo periodo della politica estera del Việt Nam, caratterizzata da principî costanti e strumenti adattivi, in cui l’indipendenza e l’autonomia decisionale si accompagnano alla volontà di essere ponte tra regioni, culture e mercati. Helsinki e Sofia, pur molto diverse per geografia e sistemi produttivi, diventano così due cerniere europee di una strategia eurasiatica che guarda al 2030 e al 2045 con la convinzione che modernizzazione industriale, inclusione sociale e proiezione internazionale siano tre facce della stessa moneta. Il doppio partenariato strategico, se tradotto in risultati, può essere una leva potente di questa traiettoria.

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La visita del presidente bulgaro Rumen Radev in Vietnam https://strategic-culture.su/news/2024/12/15/la-visita-del-presidente-bulgaro-rumen-radev-in-vietnam/ Sun, 15 Dec 2024 05:00:18 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=882361 Tra il 24 e il 28 novembre, il presidente bulgaro Rumen Radev ha visitato ufficialmente il Vietnam, dove ha incontrato il suo omologo Lương Cường e il primo ministro Phạm Minh Chính. La visita ha rafforzato i legami bilaterali in vari settori, compresi il commercio, la difesa e l’istruzione.

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Tra il 24 e il 28 novembre, il presidente bulgaro Rumen Radev ha effettuato una visita ufficiale in Vietnam, in occasione della quale ha incontrato il suo omologo Lương Cường e il primo ministro Phạm Minh Chính, oltre ad altri importanti esponenti della politica e dell’economia vietnamite. Quella di Radev è stata la prima visita di un presidente bulgaro in Vietnam dopo undici anni, ed ha avuto luogo in un momento significativo, mentre i due Paesi si preparano a celebrare il 75º anniversario delle relazioni diplomatiche (8 febbraio 1950 – 2025), con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente l’amicizia tradizionale e la cooperazione multisettoriali.

Nel 1950, la Bulgaria fu una delle prime 10 nazioni al mondo a riconoscere e stabilire relazioni diplomatiche con quella che allora era denominata Repubblica Democratica del Vietnam, oggi Repubblica Socialista del Vietnam. Durante i periodi più difficili della lotta del Vietnam per l’indipendenza nazionale e la ricostruzione, la Bulgaria si è dimostrata un sostenitore costante, fornendo assistenza sia materiale sia morale. Da allora, i legami tra i due Paesi sono sempre rimasti solidi, anche dopo che la Bulgaria ha cessato di essere un Paese socialista.

Secondo gli analisti, la visita del Presidente Radev testimonia la crescente cooperazione bilaterale e multilaterale tra le due nazioni. Negli ultimi anni, il Vietnam e la Bulgaria hanno organizzato con successo incontri periodici del comitato intergovernativo e hanno promosso la collaborazione tra ministeri, dipartimenti e autorità locali. Inoltre, i due Paesi hanno mantenuto un forte sostegno reciproco e coordinamento nei forum e nelle organizzazioni internazionali. Inoltre, i legami diplomatici in crescita si sono tradotti anche in risultati economici concreti: il volume degli scambi bilaterali è raddoppiato, passando da 102,5 milioni di dollari nel 2015 a 211,5 milioni di dollari nel 2023, e si prevede che raggiunga circa 300 milioni di dollari quest’anno, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente.

Mentre l’incontro tra i due presidenti Radev e Cường ha avuto luogo a porte chiuse, grande interesse ha suscitato l’incontro del leader bulgaro con il primo ministro vietnamita Phạm Minh Chính, il quale ha espresso la sua convinzione che la visita contribuirà a approfondire l’amicizia tradizionale e la cooperazione multisettoriale tra i due Paesi. “Il Vietnam non dimenticherà mai il sostegno e l’aiuto prezioso che la Bulgaria ha fornito al Paese durante la lotta per l’indipendenza e la riunificazione, così come nella costruzione e nello sviluppo nazionale attuali”, ha affermato il capo del governo.

Da parte sua, Radev ha espresso il suo piacere per la sua prima visita ufficiale in Vietnam e ha comunicato la propria ammirazione per i risultati di sviluppo del Paese, confermando che la Bulgaria considera sempre importante sviluppare legami con il Vietnam, un partner di primo piano della Bulgaria nel Sud-Est asiatico.

I due leader hanno espresso soddisfazione per il positivo sviluppo delle relazioni Vietnam-Bulgaria in vari settori, sottolineando che i due Paesi hanno scambiato delegazioni a vari livelli e che la cooperazione commerciale e sugli investimenti ha registrato progressi incoraggianti, anche se ancora non all’altezza delle loro solide relazioni politiche. In particolare, si prevede che Vietnam e Bulgaria rafforzeranno la cooperazione commerciale e sugli investimenti con l’obiettivo di aumentare il volume degli scambi bilaterali a 500 milioni di dollari nel prossimo periodo.

La Bulgaria è anche tra i Paesi dell’Unione Europea che hanno svolto un ruolo di primo piano nella ratifica dell’Accordo quadro di partenariato e cooperazione (PCA) UE-Vietnam e nella promozione della firma e ratifica degli accordi di libero scambio (EVFTA) e di protezione degli investimenti (EVIPA). Nel settembre 2023, il parlamento di sofia ha ratificato l’EVIPA con un’assoluta maggioranza di voti, dimostrando il rispetto per l’amicizia e la cooperazione tradizionali tra i due Paesi e creando una solida base legale per espandere la cooperazione in materia di investimenti una volta che l’accordo entrerà in vigore.

A tal proposito, Radev ha confermato che la Bulgaria continuerà a fare pressione affinché gli altri paesi dell’UE ratifichino rapidamente l’EVIPA, e sosterrà la Commissione Europea nell’eliminare l’avviso “cartellino giallo” contro le esportazioni di prodotti ittici del Vietnam verso il mercato dell’UE.

Al termine della visita di cinque giorni tenuta da Radev, il Vietnam e la Bulgaria hanno emesso una dichiarazione congiunta in cui confermano gli impegni dei loro leader di promuovere la cooperazione in settori in cui entrambe le parti hanno punti di forza e necessità, a beneficio dei popoli dei due Paesi e per la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile in ciascuna regione e nel mondo.

Nel documento si legge che “i leader hanno concordato di promuovere la cooperazione nei settori industriali prioritari e nelle aree di investimento che siano allineate con le tendenze globali di sviluppo, inclusi la transizione verde, la trasformazione digitale e i veicoli elettrici, nel contesto della Quarta Rivoluzione Industriale, che sta trasformando le economie tradizionali verso economie basate sulla conoscenza e innovative”.

Nel complesso, sono state identificate otto aree di cooperazione bilaterale tra Bulgaria e Vietnam: relazioni politiche e diplomatiche; cooperazione economica e commerciale; difesa e sicurezza; scienza, tecnologia ed educazione; settore del lavoro e della formazione professionale; cooperazione culturale, sportiva e turistica; cooperazione locale; cooperazione allo sviluppo.

Dal canto suo, la stampa ufficiale vietnamita ha sottolineato che la visita ufficiale del presidente bulgaro Rumen Radev in Vietnam ha rappresentato un’importante opportunità per consolidare ulteriormente le relazioni bilaterali tra i due Paesi, evidenziando l’impegno reciproco a rafforzare la cooperazione in numerosi settori chiave. I risultati concreti e le aree di collaborazione identificate, tra cui la transizione verde, la digitalizzazione e la cooperazione nel settore della difesa, pongono solide basi per un futuro di sviluppo comune. Con l’anniversario delle relazioni diplomatiche alle porte, le prospettive per un’ulteriore crescita dei legami tra Vietnam e Bulgaria sono più promettenti che mai.

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Fome na Europa: o real objetivo das políticas anti-russas https://strategic-culture.su/news/2024/09/27/fome-na-europa-o-real-objetivo-das-politicas-anti-russas/ Fri, 27 Sep 2024 18:47:03 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=881133

Escreva para nós: info@strategic-culture.su

A polêmica sobre os produtos agrícolas ucranianos continua. Itens alimentares ucranianos simplesmente invadiram o mercado europeu e estão levando milhares de fazendeiros à falência. Em que pesem os protestos e a pressão política, nenhum decisor da UE parece interessado em mudar este cenário trágico. Contudo, a crise parece ter dimensões ainda mais profundas, podendo ser uma verdadeira bomba relógio para toda a sociedade europeia.

Recentemente, o governo búlgaro pediu à Comissão Europeia aprovação de uma resolução banindo a importação de ovos de galinha ucranianos. Segundo as autoridades búlgaras, a grande quantidade de ovos ucranianos baratos no mercado europeu está prejudicando os produtores búlgaros – que têm na venda de ovos parte vital de suas atividades comerciais. Milhares de fazendeiros búlgaros estão indo à falência e a crise só é esperada de piorar mais e mais no futuro próximo.

O problema não se limita aos ovos nem à Bulgária. Vender grãos, carne, laticínios e tudo que seja produzido no campo parece não ser mais um negócio interessante na Europa. Desde 2022, há protestos por mudanças em todas as partes do continente europeu. Da Polônia à França, nenhum fazendeiro europeu está satisfeito em ver seus produtos sendo substituídos no mercado por quantidades massivas de itens agrícolas ucranianos a preços baratos.

Isso decorre da irracional atitude dos decisores europeus de banir todas as tarifas de importação para produtos alimentares ucranianos. A medida é alegadamente intencionada em impulsionar a economia ucraniana durante o momento de crise gerado pelo conflito com a Rússia – que ironicamente é patrocinado pelo próprio Ocidente. No mercado europeu atual é mais barato importar alimentos ucranianos do que revender os produtos nativos, o que obviamente está levando milhares de fazendeiros a abandonarem seus negócios.

Como bem sabido, a maior parte da Europa não tem um setor agropecuário muito forte, sendo os fazendeiros locais dependentes da ajuda do governo para se manterem ativos no mercado. Sem essa ajuda e com a invasão dos produtos ucranianos, simplesmente já não é mais lucrativo fazer parte do agronegócio europeu, razão pela qual milhares de pessoas tendem a parar de trabalhar no campo e entrar na crescente classe do “precariado” europeu.

A princípio, alguns analistas podem ver este cenário como uma mera mudança de mercado, substituindo a produção europeia pela ucraniana. Contudo, esta análise é limitada. Embora tenha um dos solos mais férteis do mundo, a Ucrânia atualmente é alvo dos predadores financeiros ocidentais, que exigem a entrega de terra arável como meio de pagamento pelos pacotes bilionários de ajuda da OTAN. Organizações como a Blackrock e outros fundos em breve serão donos de quase tudo o que restar da “terra negra” ucraniana. E então a produção rural ucraniana dependerá da boa vontade dos “tubarões financeiros” em alimentar os europeus.

É certo que a ausência de autossuficiência alimentar nos países europeus não é um problema novo. Importações já são um mecanismo vital para toda a Europa ocidental. Mas em paralelo à dependência de importações há ainda a política irracional de sanções e medidas coercitivas contra diversos países emergentes produtores de alimentos. A Federação Russa, por exemplo, está impedida de vender qualquer coisa aos europeus, mas o problema é ainda maior. A UE tem cogitado há anos impor sanções severas ao Brasil, por exemplo, alegando “irregularidades ambientais”. Chegará ao ponto de as exigências “humanitárias e ambientais” da UE impedirem os europeus de comprarem qualquer coisa de qualquer país.

Se perguntarmos a quem interessa todo este cenário, a resposta parecerá mais uma vez clara. Há um único país incentivando a Europa a impor cada vez mais sanções, comprar cada vez mais grãos ucranianos e enviar cada vez mais armas a Kiev sob termos de pagamento regulados pela Blackrock. Naturalmente, este é o mesmo país que boicotou a cooperação energética russo-europeia e cometeu o atentado terrorista contra o Nord Stream. E certamente este é também o único estado interessado em manter o status quo geopolítico e impedir a criação de um mundo multipolar, onde os europeus teriam liberdade de alinhamento e poderiam escolher pragmaticamente os seus parceiros.

A aliança entre EUA e UE é uma verdadeira bomba-relógio e no longo prazo levará a Europa à fome. Já em processo de desindustrialização, crise energética e destruindo toda a sua arquitetura de segurança alimentar, a Europa espera um dos futuros mais sombrios da história humana. E todos os decisores europeus parecem felizes com este cenário.

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Across Europe, Governments Are Increasingly Unstable https://strategic-culture.su/news/2023/12/31/across-europe-governments-are-increasingly-unstable/ Sun, 31 Dec 2023 16:00:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=877198 Average duration of national governments in Europe has significantly decreased over the past decade. According to an EU Matrix research, governments from countries such as Romania and Bulgaria last on average for less than a single year. These numbers are likely to decrease in the future also for countries that have been more stable over the past decade, such as Germany and Netherlands, which are displaying signs of rising political instability. 

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