Eurasia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Fri, 06 Mar 2026 21:16:05 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Eurasia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Khamenei e Kim Il Sung, l’Eurasia prima del multipolarismo https://strategic-culture.su/news/2026/03/07/khamenei-e-kim-il-sung-leurasia-prima-del-multipolarismo/ Sat, 07 Mar 2026 09:30:49 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890983 L’Iran ha alleati che possono aiutarlo a far fronte all’aggressione occidentale?

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Oggi il cammino eurasiatico ha trovato solide fondamenta all’interno del progetto di nuovo ordine mondiale multipolare, promosso principalmente dalla Cina di Xi Jinping e dalla Russia di Vladimir Putin, una proposta di cooperazione tra le nazioni e i popoli della terra fondata sul rispetto reciproco, su uno scambievole beneficio, dentro il rispetto dei valori, delle culture e delle tradizioni, rifiutando l’aggressiva postura dell’unipolarismo atlantista, con tutto il suo carico di feroce depredazione delle altrui risorse e contestuale violenta promozione di una vuota omologazione deprivata di qualsiasi profondità umana e spirituale.

In questo senso il multipolarsimo agisce per la ricerca di un’armonia che si emancipi da una bieca materialità, recuperando una dimensione etica dell’agire collettivo planetario, come spiegato nel suo pregevole articolo[1]: “Oltre il materialismo: la Cina nei suoi principi e l’armonia del futuro condiviso” scritto dal professor Lorenzo Maria Pacini, il quale con molte ragioni afferma: “L’Occidente dovrà prima o poi riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è stato creato per competere con l’Occidente, ma per fermarne la sua corsa che rischiava di trascinare il mondo nel baratro.”

Tuttavia è esistito un tempo, la seconda metà degli anni ‘80 del XX secolo, in cui, interrotta da parte del gorbaciovismo ogni forma di solidarietà internazionale, gettando tragiche premesse per l’abbandono e la dismissione del campo socialista prossimo all’esperienza sovietica, poi anch’essa rovinosamente esauritasi, la bandiera del sostegno alle esperienze marxiste e antimperialiste planetarie è stata raccolta da sole due nazioni, la Cuba di Fidel Castro e la Corea Popolare di Kim Il Sung.

Sarebbe lungo dettagliare l’impegno di queste due nazioni nel vasto mondo del non allineamento in Africa, Asia e America Latina, valga per tutti come esempio, rispetto alla solidarietà messa in campo per questa porzione di umanità che noi oggi chiamiamo Sud Globale, l’amicizia e la concreta abnegazione cubano – coreano per il Burkina Faso del marxista Thomas Sankara, capitano coraggioso e costruttore di una luminosa lotta contro il neo – colonialismo, per l’indipendenza e per la sovranità nazionale del suo popolo e dell’Africa intera.

Fidel Castro manda addestratori per l’esercito burkinabè, consapevole, come ripetutamente affermava Thomas Sankara, di come un militare senza formazione politica sia semplicemente un criminale, Raul Castro sarà a Ouagadougou insieme a Sankara per commemorare il ventennale della caduta in battaglia dell’eroico guerrigliero Ernesto Che Guevara ai primi di ottobre del 1987, sarà l’ultimo discorso pubblico dello statista africano, la settimana successiva sarà vilmente ucciso su mandato franco – statunitense. I cubani si occupano anche di ospitare nelle università dell’Avana e delle altre città dell’isola un numero considerevole di burkinabè, avviandoli del tutto gratuitamente alla formazione medica, scientifica, ingegneristica, con la convinzione di poter e dover offrire un contributo fondamentale per la formazione delle nuove classi dirigenti di quella nazione.

La relazione tra Kim Il Sung e Thomas Sankara è ancora più forte, il capitano africano visita due volte Pyongyang e dalla Corea – Popolare ottiene libri, quaderni e materiale scolastico per tutte e tutti i bambini e i ragazzi a cui ha deciso di garantire un’istruzione gratuita dalla primaria alle secondarie, infatti dopo i discorsi di Sankara, l’autore più letto in Burkina Faso in quegli anni è Kim Il Sung, le cui opere stampate in francese in Corea Popolare, al pari degli scritti di Sankara, vengono poi trasportate con un incessante ponte aereo in Burkina Faso. Di più, i coreano – popolari si adoperano per la costruzione di svariati edifici in molte città, ma massimamente nella capitale. Opere pubbliche significative e ancora presenti, dai palazzi governativi di Ouagadougou, allo stadio cittadino, dai monumenti nelle rotonde stradali alla Maison du Peuple, grande spazio per convegni e conferenze pubbliche, memorabile un grande murale mosaicato che ancora oggi campeggia nel cuore della capitale. I coreani contribuiscono anche alla costruzione di interi nuovi quartieri popolari, chei portano il nome dell’anno rivoluzionario della loro costruzione, dal primo al terzo.

 

La Rivoluzione Islamica iraniana del 1979 porta nel pensiero politico planetario la riflessione filosofica e teologica sciita, ovvero il sentimento mistico della presenza del divino dentro il mondo, intesa come amore sapienziale, capace di unire il cuore e l’intelletto, una gnosi illuminativa che affonda le sue radici nella tradizione persiana fin dal tempo dell’ahuramazdeismo, come ha spiegato nei suoi stupendi libri dedicati alla filosofia islamica sciita il grande filosofo francese Herny Corbin, un percorso in cui il “divino” e la “sofia”, ovvero l’onnipotente Creatore e la Santa Sapienza, si incontrano in una dimensione conoscitiva più grande, più profonda e capace di aprire orizzonti prima incogniti, insperati, inimmaginabili.

Kim Il Sung, qui subentra la sua dimensione profondamente e concretamente eurasiatica, è l’uomo che porta con piena dignità dentro il campo antimperialista mondiale la Repubblica Islamica dell’Iran e la sua ideologia, nata dalla Rivoluzione, simbolo dell’irruzione dello spirituale nel politico, da sempre ostile al protervo imperialismo statunitense, così come al suo alleato regionale mediorientale sionista, ma anche inizialmente molto lontana per ragioni filosofiche e ideologiche dal campo sovietico brezneviano, anche per una dichiarata reciproca sfiducia.

L’azione di Kim Il Sung, nasce anche dalla grande capacità dello statista coreano di elaborare un pensiero filosofico – politico certamente marxista, ma declinato dentro la dimensione nazionale, patriottica, popolare e sovrana della Corea. L’Ideale del Juche si muove in un quadro ugualmente sapienziale, anche se irradiato dal sapere collettivo delle masse popolari, in cui esse stesse diventano protagoniste della costruzione del loro presente e del loro futuro. Un’ideologia indipendente e creativa, che non disdegna una dimensione mistica, si pensi al ruolo nell’immaginario collettivo coreano di Chollima, il mitico cavallo alato esempio di abnegazione, impegno e simbolo della ricostruzione dopo la riprovevole e vergognosa aggressione statunitense degli anni 1950 – 1953, la quale aveva totalmente raso al suolo la piccola Corea, gettando su quel territorio una quantità di bombe pari a quelle utilizzate da tutti i contendenti del secondo conflitto mondiale in ogni scenario di guerra.

Il marxismo jucheano propone la soluzione per i problemi correnti agendo nel solco dell’indipendenza politica, dell’autosufficienza economica, della autonoma difesa nazionale, nel quadro più vasto di un generale orientato alla pace e all’amicizia tra i popoli.

Questa dimensione filosofico – politica sapienziale ha indubbiamente contributo, oltre alle convergenze politico – economiche e geostrategiche, non solo a consolidare la collaborazione tra coreani e iraniani, suggellata nel celebre viaggio a Pyongyang di Ali Khamenei nel 1989, ma è stata un volano agli albori del nuovo secolo anche per consolidare la collaborazione e la cooperazione tra queste due nazioni con la Russia di Vladimr Putin e la Cina di Xi Jinping, impegnate non solo alla costruzione di un multipolarismo economico e politico, ma anche a una riscoperta delle dimensioni identitarie filosofiche e religiose nazionali, le quali, tanto per i russi quanto per i cinesi, non disdegnano una rinnovata riscoperta della dimensione spirituale.

Siamo chiamati a riconoscere dunque tra queste quattro nazioni non solo una convergenza geopolitica e geo – economica, ma anche geosofica.

[1]  https://strategic-culture.su/news/2026/02/12/oltre-il-materialismo-la-cina-nei-suoi-principi-e-larmonia-del-futuro-condiviso/

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Eurasia’s great divide: Mapping support for Russia and Ukraine https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/eurasias-great-divide-mapping-support-for-russia-and-ukraine/ Mon, 23 Feb 2026 19:58:33 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890760 Nearly four years into the conflict in Ukraine, public opinion across Eurasia reveals a continent sharply divided along historical and geopolitical fault lines. This infographic, based on Gallup data, maps which countries lean toward Moscow and which toward Kiev.

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How the China-Iran strategic partnership really evolves https://strategic-culture.su/news/2026/02/12/how-the-china-iran-strategic-partnership-really-evolves/ Thu, 12 Feb 2026 13:04:17 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890548 Neo-Caligula continues to bet in what could be defined as The Strategy of the Weaponized Debtor.

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We’ve got a thing, and that’s a-called radar love
We’ve got a wave in the air

Radar love

Golden Earring, Radar Love

Neo-Caligula continues to bet in what could be defined as The Strategy of the Weaponized Debtor.

HONG KONG – Persia and China go back a long – historical – way. Focus for a moment just on the 7th century, in peak Silk Road times, when the two great poles of development were Sassanian Persian and Tang China, always on good mutual terms, and sharing a key common interest in Eurasia trade.

Now jump to the 21st century, when China is the great trading/geoeconomic power on the planet, and Iran is one of the very few sovereigns left.

This week marks the 47th anniversary of the Islamic Revolution – followed with great interest by Chinese intellectuals since the early years of Deng Xiaoping in power, when the new Iran theo-democracy proclaimed its foreign policy of “Neither East nor West”.

Now, Iran is one of the key poles of the Beijing-engineered New Silk Roads, as well as a top member of the two multipolar multilateral institutions, BRICS and the SCO.

Chinese intellectuals can easily empathize with the fact that even under decades of ultra-harsh sanctions, Iran has managed to construct itself as a tech power – in several areas such as drone technology, ballistic missiles, nanotechnology and medical equipment.

The strategic partnership works in multilevel ways – and the most sensitive are of course invisible. For instance, Foreign Minister Abbas Araghchi earlier this week confirmed that Tehran briefs Beijing – and Moscow – in detail on the murky indirect negotiations with the US in Oman about a possible new nuclear deal.

Deputy Foreign Minister Kazem Gharibabadi for his part met with Chinese and Russian ambassadors in Tehran after he visited Beijing and was present at the talks in Oman.

That’s strategic coordination at the highest level.

Then there’s the “unseen”.

We’ve got a wave in the air

No official confirmation, by Tehran or Beijing, of course: these are national security issues for both parties. But it’s practically a done deal that Beijing is actively supplying high-quality intel and state of the art radar technology to Tehran.

This revolves around the movement of state of the art scientific radar vessel Ocean No. 1.

China deployed a Type 055 destroyer and a Type 052D destroyer in the Sea of Oman to escort Ocean No. 1 – which is in all probability tracking the movement of US Navy ships and submarines, and sharing this information with Iran. And the spectrum may go way beyond radars.

Ocean No. 1 is China’s first comprehensive oceanographic vessel specialized in deep-sea scientific research, equipped with advanced imaging and mapping systems for the seafloor, and capable of collecting long-range environmental data.

It works very much like the US RC-135. Sensors can capture electronic emissions (radio frequencies, radar, communications) from nearby ships and aircraft, including COMINT (communications intelligence) and ELINT (electronic intelligence of non-communications signals).

Translation: Iran not only now knows where US Navy submarines are positioned, but their communications are also intercepted.

So here we have the PLA Navy quietly positioning a Type 055 destroyer – widely regarded as the most capable surface combatant on earth – off the Gulf of Oman, sailing with a Type 052D as well as the Liaowang-1, a space-tracking vessel built to observe what navies prefer to keep hidden.

The Type 055 integrates dual-band radar, goes for over-the-horizon tracking, it’s on persistent surveillance mode and exhibits the kind of sensor fusion that turns Iranian missiles from shooters into snipers.

Additionally, the Chinese military are publishing satellite images of US bases across West Asia – including a brand new THAAD battery deployed in Jordan.

So now, in a nutshell, we have the complex, multi-layered Iranian ballistic missile arsenal – complete with multi-warheads and hypersonics – totally integrated with Chinese battlespace intel.

Everyone remembers how in May 2025, Chinese satellites gave Pakistani forces an absolutely decisive battlefield advantage over India.

Putting it all together, it’s clear that a surprise attack by neo-Caligula’s “massive armada” is now a no-go. That may be self-evident for anyone in the Beltway with an IQ over room temperature. But certainly not for the warmongers crammed in that death cult in West Asia.

Just like a recent series of Russian Il-76 flights to Iran, there have also been a series of Chinese flights – in many cases several times a day.

Iran not only has invested a fortune in the C4ISR front but has already switched most of its arsenal to BeiDou and bought a lot of Chinese radars. Translation: Iran is switching to Chinese tech for target acquisition. So no more blackouts like during the start of the 12-day war in June – when Iran was saved in the first 48 hours by Russian technicians.

Exit “doom loop”, enter the new Five-Year Plan

China sharing high-tech with Iran is a matter of national security. Iran is a key energy supplier as well as a key node of the Belt and Road Initiative (BRI) in West Asia. Beijing simply cannot allow a true sovereign like Iran being destabilized by the Empire of Chaos, Plunder and Permanent Strikes.

This foreign policy stance – with serious high-tech overtones – is mirrored by domestic moves – especially now on the eve of the Year of the Fire Horse.

It’s immensely significant that President Xi Jinping earlier this week inspected the National Information Technology Application Innovation Park in Yizhuang, in southern Beijing. There he met several business leaders such as Xiaomi CEO Lei Jun.

The visit was all about advanced sci-tech development – AI included: the core issue at the heart of the new five-year plan which is going to be fully approved next month in Beijing.

This Innovation Park was established in 2019, hosting about 1,000 companies working on central processing units (CPUs), operating systems, databases, AI, quantum information, 6G and intelligent hardware.

The 15th Five Year Plan (2026-2030) is extremely ambitious. Three key goals: accelerate domestic demand and consumption; prevent runaway asset inflation and debt-led consumption; and make sure that finance should not be driven away from social utility.

The main points were agreed at a Central Economic Work Conference in December. It’s all about money applied to productive capitalism – a concept that bypasses the Empire of Chaos. Last month, at a work conference of the People’s Bank of China, it was agreed that the way to go is via a looser monetary policy towards “high-quality economic development”.

This means that Capital in China from now on should be redesigned to circulate rather than accumulate; consumer finance should expand but without turning households into leveraged balance sheets; and institutions should be focused on flow rather than hoarding.

That’s the blueprint of a system geared towards high-quality growth and controllable inflation.

Now compare all of the above with trademark American cognitive dissonance. Cut to the Wall Street Journal – reduced to the role of puny Murdoch family rag – inflicting on its readers an autopsy of the Chinese economy titled “A Doom Loop of Deflation”.

As much as “doom loop” is a childish fiction, the WSJ still has not understood that Beijing gave the green light to its Big Tech – Alibaba, Tencent, ByteDance – to import US semiconductors as long as they buy similar quantities of domestic chips, mostly Huawei’s Ascend series.

This has nothing to do with “doom loop”; this is Beijing orienting its companies – which as the WSJ blasts, are “in crisis” – on how to finance their tech independence.

And that directly connects to the pragmatic use of AI in China: to improve the electric grid; manage automated ports and terminals – as I just saw last week in Chongqing; coordinate large scale logistics; and yes, equip their state of the art scientific research vessels.

And that brings us once again – in a not so doomed loop – to Iran. Neo-Caligula continues to bet in what could be defined as The Strategy of the Weaponized Debtor.

What we have essentially in Iran is an economy nearly strangled by “maximum pressure” sanctions, which by the way never violated any nuclear commitments, and a recent victim of a rude regime change attempt, still framed as a key target.

Because to destabilize Tehran means seriously destabilizing China’s energy and trade policy, and blow up BRICS from the inside.

The best minds in Beijing and Shanghai clearly see what’s in play. China is in effect a top creditor under threat by the weaponized debtor, now prone, in desperation, to hijack any real assets it can get its metal paws on, from energy to rare earth metals.

Beijing though is not intimated – far from it. One of the key planks of the new Five-Year-Plan is that China is focused on turbo-charging its new industrial powerhouse machine, based on efficient AI and very competitive companies, and thus migrate in record time to all key high-tech spheres: real assets that will eventually prevail over the weaponized US dollar.

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Turchia e Russia alleate contro l’atlantismo occidentale: intervista a Mehmet Perinçek https://strategic-culture.su/news/2026/01/27/turchia-e-russia-alleate-contro-latlantismo-occidentale-intervista-a-mehmet-perincek/ Tue, 27 Jan 2026 05:30:39 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890256 Lo storico turco sostiene l’integrazione del suo Paese con Russia, Cina e Iran.

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Recentemente, ho avuto l’onore di intervistare lo storico e giurista turco Mehmet Perinçek. Esperto di affari eurasiatici e rappresentante del partito “Vatan” a Mosca, Perinçek è una delle voci più note che sostengono una politica di amicizia, integrazione e cooperazione tra Ankara e Mosca, nonché con altre potenze eurasiatiche, che egli considera alleate naturali contro l’atlantismo unipolare promosso dagli Stati occidentali.

Durante la nostra conversazione, abbiamo discusso di questioni storiche e contemporanee riguardanti le relazioni tra Russia e Turchia, nonché delle più ampie interazioni tra il “mondo russo” e il “mondo turco”. Perinçek afferma che, storicamente, Russia e Turchia sono state coinvolte in numerose guerre e conflitti, con perdite da entrambe le parti in tutti questi scontri.

Secondo lo storico, russi e turchi hanno sempre perso insieme in queste dispute, mentre gli unici beneficiari sono stati i poteri occidentali che cercavano di neutralizzare la Russia e la Turchia. Egli ritiene che la decisione della Turchia di aderire alla NATO sia stata un errore, poiché l’adesione all’alleanza ha portato più danni e minacce che sicurezza e pace al popolo turco. Perinçek ricorda che il fondatore della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk, tentò di formare un’alleanza con i sovietici; pertanto, l’adesione alla NATO ha violato i principi kemalisti della politica estera turca. Perinçek afferma inoltre che la Turchia e l’Occidente stanno attualmente vivendo il loro periodo di maggiore tensione. Egli presta particolare attenzione alla situazione a Cipro. Recentemente, Grecia, Israele e Cipro del Sud hanno firmato un accordo di difesa collettiva, formando una sorta di “NATO mediterranea”.

Nel frattempo, Israele ha agito sempre più contro la Turchia dal Medio Oriente e dal Corno d’Africa, in particolare attraverso avanzate in Siria e il recente riconoscimento del Somaliland (che mina la cooperazione turco-somala). Perinçek ritiene che la NATO non proteggerà mai la Turchia da queste minacce, motivo per cui Ankara deve lasciare l’alleanza occidentale e cercare l’integrazione con paesi come Russia, Cina e Iran, che condividono somiglianze culturali e interessi strategici con la Turchia.

Lo storico sottolinea inoltre che le minacce alla Turchia potrebbero interessare anche la Federazione Russa. Se Grecia, Israele e Cipro approfondissero la loro alleanza, in futuro potrebbe emergere una posizione strategica occidentale nel Mediterraneo attraverso Cipro, che potrebbe fornire alla NATO vantaggi per le operazioni verso il Mar Nero. Allo stesso modo, le azioni congiunte di Israele e Occidente in Siria e in Africa potrebbero danneggiare sia gli interessi russi che quelli turchi.

Perinçek ritiene che un’alleanza tra Turchia, Russia, Cina e Iran sarebbe il modo migliore per neutralizzare queste minacce. In qualità di eurasista, interpreta la storia come un continuo confronto tra potenze provenienti da due diverse sfere civilizzatrici: da un lato, l’atlantismo occidentale e, dall’altro, le potenze eurasiatiche.

La Turchia, data la sua posizione geografica, ha oscillato tra le due parti, ma la sua vera vocazione, a suo avviso, risiede nell’integrazione eurasiatica, considerando le radici storiche del popolo turco. In questo senso, Perinçek sostiene anche che la Turchia, l’Azerbaigian e i paesi turcofoni dell’Asia centrale utilizzino i loro legami culturali e storici comuni per avvicinarsi a Russia, Cina e Iran.

Egli sostiene persino l’inclusione di questi paesi nell’Organizzazione degli Stati Turkici, considerando le numerose popolazioni di lingua turca presenti nella regione. Allo stesso modo, fornisce una prospettiva storica per mostrare che l’Impero Ottomano era, in un certo senso, un “Impero Turco-Slav” a causa della sua numerosa popolazione slava, soprattutto nei Balcani. Allo stesso modo, nella sua interpretazione, l’Impero russo era un “impero russo-turco” a causa delle sue massicce popolazioni turche e centroasiatiche. Per lui, le potenze eurasiatiche sono nazioni sorelle destinate all’integrazione e alla difesa reciproca contro un nemico comune, che nel corso della storia le ha portate a combattere tra loro.

L’intervista è stata un’ottima occasione per comprendere il punto di vista dei turchi critici nei confronti dell’adesione di Ankara alla NATO. L’opposizione all’integrazione con l’Occidente è in crescita in Turchia, in particolare dopo i recenti sviluppi in Medio Oriente, a Cipro e in Africa. Se opinioni come quelle di Mehmet Perinçek dovessero diventare dominanti, la Turchia potrebbe andare incontro a un futuro di maggiore sovranità e libertà per il suo popolo.

L’intervista può essere visualizzata qui.

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Imperio del caos, saqueos y huelgas ante el pánico de ser expulsados de Eurasia https://strategic-culture.su/news/2026/01/22/imperio-del-caos-saqueos-y-huelgas-ante-el-panico-de-ser-expulsados-de-eurasia/ Thu, 22 Jan 2026 15:16:25 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890179 Teherán nunca se doblegará ante los dictados. La obsesión del régimen neocalígulo por el cambio de régimen —que, de hecho, se refleja en la obsesión de la OTAN— seguirá imperando. Teherán no se deja intimidar.

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Todo el planeta está convulsionado de alguna manera por la última estafa del neo-Calígula: como no consiguió su Nobel de la «paz» de Noruega, parte de su venganza narcisista y megalómana consiste en arrebatar Groenlandia a Dinamarca (en lenguaje imperial, ¿a quién le importa? Estos escandinavos son todos iguales de todos modos).

En palabras del propio neocalígula:

El mundo no estará seguro hasta que tengamos el control total y absoluto de Groenlandia».

Esto sella la transformación completa del Imperio del Caos en el Imperio del Saqueo y ahora en el Imperio de los Ataques Permanentes.

Varios chihuahuas europeos se atrevieron a enviar un pequeño grupo de conductores de trineos tirados por perros para defender Groenlandia del neocalígula. Fue en vano. Inmediatamente se les impusieron aranceles. La huelga seguirá vigente hasta la «compra completa y total» de Groenlandia.

Los eurochihuahuas, siguiendo al Sur Global, pueden haber despertado finalmente al nuevo paradigma: la geopolítica de la huelga.

Neo-Calígula no consiguió el cambio de régimen en Caracas, y su espejismo petrolero fue refutado incluso por las grandes empresas energéticas estadounidenses. No consiguió el cambio de régimen en Teherán, a pesar de que la CIA, el Mossad y diversas ONG trabajaron a tiempo completo para lograrlo.

Así que el plan C es Groenlandia, esencial para los fines imperiales del lebensraum (espacio vital imperial), como garantía de la deuda impagable de 38 billones de dólares, que sigue aumentando.

Por supuesto, eso no implica abandonar la obsesión con Irán. El portaaviones USS Abraham Lincoln se está desplazando a una posición en el mar de Omán/Golfo Pérsico desde donde podría atacar Irán antes de que termine la semana. Todos los escenarios de ataque siguen vigentes.

Suponiendo que se desate el caos, esto podría convertirse en una repetición aún más humillante de la guerra de 12 días de junio del año pasado, que el culto a la muerte en Asia Occidental pasó 14 meses planificando.

La guerra de 12 días no solo fracasó como operación de cambio de régimen, sino que provocó una represalia iraní tan dura que Tel Aviv aún no se ha recuperado. Teherán ha dejado claro, una y otra vez, que el mismo destino le espera a las fuerzas del neocalígulo en Irán y en todo el Golfo en caso de nuevos ataques.

Por qué persiste la obsesión por el cambio de régimen

En cuanto a la operación de cambio de régimen en Irán, igualmente fracasada, de las últimas semanas, en ella destacó el patético príncipe payaso Reza Pahlavi, cómodamente instalado en Maryland, al que los medios de comunicación estadounidenses promocionaron masivamente como una «figura política unificadora» capaz de reevaluar la «catástrofe vivida del régimen clerical».

El neo-Calígula estaba demasiado ocupado para preocuparse por estas sutilezas ideológicas. Lo que quería era acelerar el proceso aplicando, cómo no, la lógica del Imperio de los Ataques Permanentes: bombardear Irán.

Como era de esperar, la maniobra de distracción se disparó. El culto a la muerte en Asia Occidental puede haber pedido a Moscú que le dijera a Teherán que no atacarían si Irán no atacaba primero. Como si Teherán —y Moscú— pudieran confiar en algo que viniera de Tel Aviv.

Es posible que los países del Golfo —Arabia Saudí, Qatar y Omán— le pidieran al neocalígulo que no atacara, porque eso podría incendiar todo el Golfo y generar «graves repercusiones».

Lo realmente importante, una vez más, era TACO. Simplemente no existía ningún escenario de ataque estadounidense que permitiera un cambio de régimen rápido como un rayo, el único resultado aceptable. Así que volvimos a la idea de invadir Groenlandia.

Solo hicieron falta unos días para desenmascarar la campaña propagandística masiva en toda la OTAN sobre las «víctimas mortales» entre los manifestantes iraníes.

Las cifras —falsas— procedían del Centro para los Derechos Humanos en Irán, ubicado, cómo no, en Nueva York, y financiado por la Fundación Nacional para la Democracia (NED) de Washington, infestada por la CIA, y otras entidades de desinformación diversas.

Sin embargo, la lista de razones para un cambio de régimen urgente en Irán sigue siendo descomunal, con cuatro elementos clave, entre otros:

  1. Teherán debe abandonar el Eje de la Resistencia en Asia Occidental que apoya a Palestina.
  2. Dado que Irán se encuentra en la encrucijada privilegiada de los corredores de conectividad comercial y energética de Eurasia, sus conexiones con el
  3. Corredor Internacional de Transporte Norte-Sur (INSTC) y las Nuevas Rutas de la Seda de China (BRI) deben ser cortadas. Eso significa hacer estallar desde dentro la cooperación orgánica intra-BRICS entre Rusia, Irán, India y China.
  4. Dado que más del 90 % de las exportaciones de petróleo iraní se destinan a China —y se liquidan en yuanes—, eso supone una grave amenaza para el petrodólar: el anatema definitivo. Ahí es donde, en términos del Imperio de los Golpes Permanentes, Irán se alinea con Venezuela. Es a la nuestra —el petrodólar— o nada.
  5. El poder de resistencia del sueño interminable de un Irán bajo el remix del Sha, con una policía secreta SAVAK al estilo del Sha, estrechos vínculos con el Mossad para controlar a esos bárbaros árabes y una extensa red de centros de vigilancia dirigidos por la CIA que apuntan tanto a Rusia como a China.

Cómo contrarrestar una «guerra de cambio de régimen»

Teherán no se asusta con las sanciones, ya que ha soportado más de 6000 de ellas a lo largo de cuatro décadas, diseñadas para estrangular totalmente su economía e incluso reducir las exportaciones de petróleo, en terminología imperial, «a cero».

Incluso bajo la máxima presión, Irán fue capaz de construir la base industrial más extensa de Asia occidental; invirtió sin descanso en la autosuficiencia y en material militar de última generación; se unió a la OCS en 2023 y al BRICS en 2024; y, a todos los efectos prácticos, desarrolló una economía del conocimiento de primer orden en el Sur Global.

Se han vertido ríos de tinta —digital— sobre por qué China no ha ayudado adecuadamente a Irán hasta ahora contra la máxima presión imperial, por ejemplo, apoyando a Teherán contra los ataques especulativos contra el rial. Eso no le habría costado casi nada a Pekín, en comparación con su nivel de reservas extranjeras.

El ataque especulativo contra el rial fue posiblemente el detonante esencial de las protestas en todo Irán. Es fundamental recordar que los salarios de hambre fueron un factor clave en el colapso de Siria.

Depende de Pekín responder —diplomáticamente— a esta incómoda pregunta. El espíritu del BRICS Plus —llamémoslo Bandung 1955 Plus— puede que no sobreviva cuando todos sabemos que la actual guerra mundial se libra esencialmente por los recursos y las finanzas, que deben movilizarse y desplegarse adecuadamente.

Y eso nos lleva a que los dirigentes chinos evalúen seriamente si vale la pena seguir siendo una especie de versión ampliada de Alemania: embrionariamente egocéntrica, temerosa y fundamentalmente egoísta en términos económicos y financieros. La alternativa —auspiciosa— es que China cree líneas de crédito de tamaño suficiente dentro de los BRICS para una serie de naciones amigas.

Pase lo que pase a continuación, está claro que el Imperio de los Golpes Permanentes no solo seguirá siendo «activamente hostil» hacia un mundo multipolar y multinodal, sino que la hostilidad se verá impregnada de un lodo tóxico de ira y venganza, y subordinada al miedo pánico definitivo: la expulsión lenta pero segura e inexorable del Imperio de Eurasia.

Entra en escena el representante especial de la Casa Blanca, Witkoff, el Bismarck inmobiliario, que enuncia los dictados imperiales a Irán:

  1. Deje de enriquecer uranio. Ni hablar.
  2. Reduzca sus arsenales de misiles. Ni hablar.
  3. Reduzca aproximadamente 2000 kg de material nuclear enriquecido (3,67-60 %). Eso podría negociarse.
  4. Dejen de apoyar a los «representantes regionales», como en el Eje de la Resistencia. Ni hablar.

Teherán nunca se someterá a los dictados. Pero incluso si lo hiciera, la recompensa imperial prometida sería el levantamiento de las sanciones (el Congreso de los Estados Unidos nunca lo hará) y el «regreso a la comunidad internacional». Irán ya forma parte de la comunidad internacional en la ONU y dentro de los BRICS, la OCS y la Unión Económica Euroasiática (EAEU), entre otras instituciones.

Así que la obsesión del régimen neocalígulo por el cambio de régimen —que, de hecho, se refleja en la obsesión de la OTAN— seguirá imperando. Teherán no se deja intimidar.

Según el asesor estratégico del presidente del Parlamento iraní, Mahdi Mohammadi:

Sabemos que nos enfrentamos a una guerra de cambio de régimen en la que la única forma de lograr la victoria es hacer creíble la amenaza que, durante la guerra de 12 días, aunque estaba preparada, no tuvo la oportunidad de llevarse a cabo: una guerra de desgaste geográficamente expansiva, centrada en los mercados energéticos del Golfo Pérsico, sobre la base de un aumento constante de la potencia de fuego de los misiles, que duraría al menos varios meses.

Traducción:  Observatorio de trabajador@s en lucha

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La Turchia di Erdoğan guarda all’Eurasia https://strategic-culture.su/news/2026/01/22/la-turchia-di-erdogan-guarda-alleurasia/ Wed, 21 Jan 2026 23:00:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890158 A dieci anni dal colpo di stato tentato dall’Occidente per porre fine al governo di Recep Tayyip Erdoğan, poi raccontato dai media al servizio della NATO come una burletta inscenata per reprimere le opposizioni, la Turchia è assurta a potenza regionale di primo piano, con un’economia diversificata e in ascesa.

Segue nostro Telegram.

Il colpo di stato del luglio 2016 non è stato una casualità, ma un ragionato tentativo di Barack Obama e Hillary Clinton di disarcionare un ex alleato che aveva cambiato posizionamento internazionale. È infatti da due lustri che Erdoğan ha abbandonato gli alleati che ne avevano decretato la fortuna nel lontano 2003, quando è diventato per la prima volta primo ministro con l’evidente sostegno della Casa Bianca, dell’Unione Europea, della setta fondamentalista di Fethullah Gülen, mascherata sotto le vesti dell’apparentemente dialogante associazione per la comprensione tra i popoli dal nome “Hizmet”, che significa “servizio”.

Fethullah Gülen, grande amico e finanziatore della famiglia Clinton, promotore in gioventù di associazioni per la lotta contro il comunismo, addirittura ventenne nel 1963 inauguratore di una sezione a Erzurum, la sua città natale, già Teodosiopoli, della “Associazione per la Lotta contro il Comunismo”, nonché noto russofobo e amico di papa Woiytija, grazie all’appoggio offerto a Erdoğan ottiene di poter piazzare suoi fidati uomini in ogni settore della società turca, nei media, nelle scuole e nelle università, nell’esercito. Saranno queste persone, notissime al potere turco e principali responsabili e fiancheggiatori del colpo di stato del 2016, ad essere oggetto di arresti, non arbitrati e indiscriminati, come hanno blaterato dopo il 2016 i media progressisti europei a partire dagli italiani “La Repubblica” e “Il Manifesto”, ma consapevoli e mirati.

Fethullah Gülen e la Casa Bianca hanno provato a sbarazzarsi di Recep Erdoğan perché con tutta evidenza il capo di stato turco ha abbandonato ogni forma di subalternità all’Occidente, con il quale mantiene un equilibristico rapporto di amicizia in ragione dell’appartenenza alla NATO della Turchia, scegliendo piuttosto di offrire ai turchi la possibilità di costruire un futuro più florido agganciandosi all’emergente mondo eurasiatico e multipolare promosso da Cina e Russia. Non è un caso se oggi molte parti in conflitto in giro per il globo terracqueo propendano per svolgere colloqui di pace a Istanbul o ad Ankara.

Rispetto alla NATO è risaputo che statunitensi e turchi si dividono le basi anatoliche e che l’entrata è reciprocamente vietata gli uni agli altri, così come è notorio che non ci siano più testate nucleari in Turchia, Washington se le è portate tutte in Romania dopo i fatti del 2016.

Allo stesso modo la Turchia ha smesso, almeno parzialmente, di acquistare materiale bellico dagli Stati Uniti, rifiutandone il controllo da remoto, acquista senza problemi armi e missili da Cina e Russia e soprattutto li produce e li esporta con la società Baykar, capace di primeggiare a livello mondiale per i suoi droni e per i velivoli senza pilota. Con orgoglio i dirigenti dell’azienda rivendicano di aver raggiunto una percentuale del 93% di produzione autonoma di tutta la componentistica, non dovendo quindi appoggiarsi a società esterne di altre nazioni, rifiutando dunque materiale statunitense che potrebbe essere controllato, vincolato o finire sotto embargo. Sarà Recep Tayyip Erdoğan agli inizi di questo secolo a invitare la Baykar a occuparsi anche del settore aerospaziale, civile e militare, d’altronde la sua amicizia con il fondatore Özdemir Bayraktar data dagli albori degli anni ‘90, quando l’imprenditore ha sostenuto generosamente l’Islam politico di cui il giovane Erdoğan è stato uno dei più brillanti rappresentanti, tanto da diventare sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998, si pensi che ancora oggi lo stadio del Kasimpaşa in cui ha giocato, a pochi passo da Beyoğlu, quartiere presso cui è cresciuto, nel cuore della città bosforina, porta il suo nome.

Bayraktar ha diversi figli, Haluk guida ora l’azienda di famiglia, Selçuk ha sposato Sümeyye, figlia di Erdoğan, e guida la Turkey Technology Team Foundation, centro avanzato d ricerca scientifica a supporto dell’imprenditorialità civile e militare.

La traiettoria politica di Erdoğan inizia verso la metà anni ‘70, prima della repressiva dittatura insediatasi con il capo di stato maggiore generale Kenan Evren nel settembre 1980, quando poco più che ventenne aderisce al Partito della Salvezza Nazionale nato nel 1972 dalle ceneri del disciolto Partito dell’Ordine Nazionale, prima organizzazione di ispirazione islamica fondata da Necmettin Erbakan e con la quale quest’ultimo era stato eletto in parlamento nel 1969. Evren mette tutti i partiti fuori legge e nel 1983 gli islamisti formano il Partito del Benessere anche in questo caso dissolto con motivazioni giuridiche nel 1998.

La lotta tra kemalisti e islamisti è in fondo la storia di un grande cortocircuito socio – culturale, in cui le ragioni concrete e fattuali travalicano di molto la divaricazione ideologica. Apparentemente è soltanto uno scontro tra chi ha una visione laica dello stato e chi invece crede in un’ispirazione religiosa della vita e dell’agire politico, a questo si aggiunge che i kemalisti, almeno per alcuni decenni, hanno difeso per quanto possibile lo stato sociale costruito da Mustafa Kemal Atatürk, mentre al loro apparire gli islamisti si sono presentati come campioni del liberismo, con il tempo tuttavia questi hanno agito per permettere ai figli delle famiglie povere di studiare accedendo alle professioni di medico o di avvocato, mentre è stato l’esercito kemalista a garantire il diritto all’istruzione delle ragazze in quelle aree rurali in cui la presenza islamica in parte la limitava, entrambi hanno agito dentro il poderoso cammino di emancipazione dalla povertà della società turca e di ricerca dell’uguaglianza sociale.

Gli islamisti iniziano a vincere le elezioni dunque anche perché contribuiscono all’emersione sociale di porzioni svantaggiate della popolazione, un compito in precedenza assolto dai kemalisti, poi sempre meno quando le logiche liberiste hanno definitivamente soffocato le aspirazioni sociali e solidali del kemalismo, ripiegato su modelli socialdemocratici occidentali, mentre gli islamisti hanno fatto del diritto alla casa una delle loro principali rivendicazioni.

Quando i militari nel 1997 fanno dimettere Erbakan da primo ministro, anche Erdoğan è considerato colpevole di incitamento all’odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta e studioso Ziya Gökalp, amico di Mustafa Kemal Atatürk, il quale ha scritto: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Erdoğan finisce in carcere e ne esce come un martire ed un eroe, fondando prima il Partito della Virtù, sciolto ancora una volta dalla Corte Costituzione turca per confessionalismo, poi nel 2002 il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), che raccoglie in quelle prime elezioni il 36% dei conesi per giungere al 52% del 2018, confermandolo nel 2023, ma si badi bene con un’affluenza elettorale dell’87%, con buona pace dei commentatori europei che cianciano di democrazia partecipativa e di autoritarismo.

In questo quasi quarto di secolo quanto restava della Turchia romantica e povera, immortalata dalle fotografie in bianco e nero scattate dagli anni ‘40 agli anni ‘60 del Novecento da Ara Güler, stretta intorno alla modesta esportazione di uva passa e fichi secchi, non esiste più, nel 2025 l’export complessivo turco ha raggiunto i 275 miliardi di dollari, primeggiando non solo per armi e droni, ma anche  nell’agroalimentare con un primato planetario per le nocciole e oltre due miliardi di dollari d’entrate dal settore ittico, eccellenze anche nel campo dei derivati della plastica e dell’acciaio, in espansione il tessile e l’abbigliamento, ma anche successo per serie televisive e film, con un volume d’affari e un numero di proposte che ha superato di molto Hollywood e le produzioni occidentali, un trionfo nel campo dell’intrattenimento, non solo in America Latina, ma soprattutto in Asia e in Africa, opere apprezzate per la loro qualità e per il rispetto di una cornice narrativa musulmana, si pensi che il presidente pakistano ha tenuto un discorso di ringraziamento a reti unificate, indirizzandosi ai produttori turchi e allo stesso Erdoğan.

A sostenere l’economia non manca l’edilizia e in particolare le grandi opere infrastrutturali. Straordinario il progetto del Kanal Istanbul, per altro lanciato dal primo ministro socialdemocratico e kemalista Bülent Ecevit alla metà degli anni ‘70, un canale artificiale di quarantacinque chilometri, posto in Tracia a ovest della città, poco oltre a sud dell’aeroporto Atatürk e a nord del nuovo aeroporto di Istanbul, il più grande del mondo, capace di servire il maggior numero di città della terra e aver ospitato oltre cento milioni di passeggeri nel 2025, luogo in cui, come spiega il professor Lorenzo Maria Pacini, si respira tutta la vitale e gioiosa esuberanza dell’Eurasia e del multipolarismo. Il canale, connesso a nord all’aeroporto e alla città attraverso la nuova autostrada urbana e il terzo ponte sul Bosforo, il più largo del mondo, intitolato a Yavuz Sultan Selim, padre di Suleyman kanuni, ovvero Solimano il legislatore, è stato progettualmente lanciato dopo l’adesione della Turchia alla Via della Seta promossa dalla Cina di Xi Jinping nel 2015 e in pochi anni affiancherà lo stretto del Bosforo, liberandolo di tutte le navi commerciali e garantendo straordinarie entrate alla Turchia, i calcoli prevedono un minimo di un miliardo di euro, fino a un massimo di cinque miliardi, oggi inimmaginabili, poiché la convenzione di Montreux del 1936, che regola la navigazione e il passaggio attraverso lo stretto dei Dardanelli, del mar di Marmara e del Bosforo, impedisce al momento alla Turchia di incassare pedaggi dai transiti delle navi mercantili, mentre le navi militari dei paesi presenti sul mar Nero hanno libera circolazione e quelle delle altre nazioni, Stati Uniti compresi, sono invece sottoposte a rigidissime trafile, pesanti limiti di tonnellaggio e obbligo di preavviso di almeno due settimane. Washington invoca la libera circolazione, tuttavia Erdoğan garantisce alla Russia la ferrea applicazione degli accordi sul mar Nero che escludono la Casa Bianca. Il canale, come l’autostrada, è stato finanziato con la vendita di una porzione dei terreni circostanti precedentemente agricoli e pagati milioni dai magnati del settore immobiliare. Ancor più straordinario se si pensa che preserverà l’80% dei terreni agricoli della cintura verde di Istanbul, coltivata a girasoli e destinata al pascolo dei celebri bufali neri. Il canale ha visto le opposizioni politiche unite, compreso il Vatan Partisi, in una consistente campagna di contrasto, convinte di un peggioramento della vivibilità di Istanbul, con un ulteriore aumento della popolazione che già supera i venti milioni di persone, una cementificazione che sottrae verde, peggiorando la qualità dell’aria, con l’evidente rischio di speculazione finanziaria e la riduzione di risorse per altre regioni turche meno mediaticamente esposte. Nonostante questo, l’entusiasmo per il canale pare diffuso in ragione del fatto che già oggi il Bosforo ha un passaggio di navi commerciali doppio rispetto al canale di Suez, imponendo tuttavia lunghe attese e ritardi alle navi in attesa, dalla Turchia poi passa l’interezza dell’esportazione di grano russa e gli interessi cinesi e delle repubbliche centro – asiatiche dovrebbero moltiplicare l’importanza di questo snodo geografico diventato a tutti gli effetti geo – economico ed anche, non solo militarmente, geo – strategico.

I curdi hanno sottoscritto gli accordi di smilitarizzazione, ma cercano di porre in difficoltà Erdoğan, chiedendo una nuova Costituzione che non riconosca più l’universalità della cittadinanza turca, come è oggi per esplicita volontà di Mustafa Kemal Atatürk al pari dei francesi e dei russi, ma veda la Turchia come sommatoria di gruppi etnici e religiosi separati, in cui l’essere turco diventerebbe non più l’identità capace di abbracciare tutte e tutti, ma la definizione di una porzione, ancorché maggioritaria, dei cittadini dello stato, sul modello libanese e iracheno. Un delicato crinale che vedrà la Turchia scegliere in modo vincolante una porzione del suo futuro, il quale tuttavia corre pieno di speranze dopo questo primo quarto del XXI secolo, anche grazie a un interprete consapevole e conseguente di tali ambizioni quale è stato ed è Recep Tayyip Erdoğan.

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Impero del caos, saccheggi e scioperi nel panico di essere espulsi dall’Eurasia https://strategic-culture.su/news/2026/01/21/impero-del-caos-saccheggi-e-scioperi-nel-panico-di-essere-espulsi-dalleurasia/ Wed, 21 Jan 2026 15:30:40 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890145 Teheran non si piegherà mai ai diktat. L’ossessione del regime neo-Caligola per il cambio di regime – che di fatto si riflette nell’ossessione della NATOstan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire.

Segue nostro Telegram.

L’intero pianeta è in qualche modo sconvolto dall’ultima trovata del neo-Caligola: poiché non ha ottenuto il Nobel per la “pace” dalla Norvegia, parte della sua vendetta megalomane e narcisistica consiste nel sottrarre la Groenlandia alla Danimarca (nel linguaggio dell’Impero, a chi importa? Questi scandinavi sono tutti uguali comunque).

Nelle parole dello stesso neo-Caligola: “Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia”.

Questo suggella la trasformazione dell’Impero del Caos in Impero del Saccheggio e ora in Impero degli Scioperi Permanenti.

Vari euro-chihuahua hanno avuto l’ardire di inviare un piccolo gruppo di conduttori di slitte trainate da cani per difendere la Groenlandia dal neo-Caligola.

Invano. Sono stati immediatamente colpiti da dazi doganali. Lo sciopero rimane in vigore fino all’acquisto completo e totale della Groenlandia.

Gli euro-chihuahua, seguendo il Sud del mondo, potrebbero finalmente essersi risvegliati al nuovo paradigma: la geopolitica dello sciopero.

Il neo-Caligola non è riuscito a ottenere un cambio di regime a Caracas e il suo miraggio petrolifero è stato smentito anche dalle grandi compagnie energetiche statunitensi. Non ha ottenuto il cambio di regime a Teheran, anche se la CIA, il Mossad e varie ONG hanno lavorato a tempo pieno per raggiungerlo.

Quindi il piano C è la Groenlandia, essenziale per scopi di lebensraum imperiale, come garanzia per il debito insostenibile di 38 trilioni di dollari, in aumento.

Ciò non implica affatto abbandonare l’ossessione per l’Iran. La portaerei USS Abraham Lincoln si sta spostando in una posizione nel Mar di Oman/Golfo Persico da cui sarebbe in grado di colpire l’Iran prima della fine della settimana. Tutti gli scenari di attacco rimangono in vigore.

Supponendo che si scateni il caos, questo potrebbe diventare una replica ancora più umiliante della guerra dei 12 giorni del giugno dello scorso anno, che il culto della morte in Asia occidentale ha impiegato ben 14 mesi a pianificare.

La guerra dei 12 giorni non solo fallì come operazione di cambio di regime, ma generò una rappresaglia iraniana così dura che Tel Aviv non si è ancora ripresa. Teheran ha ripetuto più volte che lo stesso destino attende le forze del neo-Caligola in Iran e in tutto il Golfo in caso di nuovi attacchi.

Perché persiste l’ossessione per il cambio di regime

Per quanto riguarda l’operazione di cambio di regime in Iran, fallita in modo altrettanto miserabile nelle ultime settimane, in primo piano c’era il patetico principe clown Reza Pahlavi, al sicuro nel Maryland, massicciamente pubblicizzato dai media statunitensi come una “figura politica unificante” in grado di rivalutare la “catastrofe vissuta del regime clericale”.

Il neo-Caligola era troppo occupato per preoccuparsi di queste sottigliezze ideologiche. Ciò che desiderava era accelerare i procedimenti applicando, ovviamente, la logica dell’Impero degli Attacchi Permanenti: bombardare l’Iran.

La propaganda diversiva, com’era prevedibile, è diventata frenetica. Il culto della morte in Asia occidentale potrebbe aver chiesto a Mosca di comunicare a Teheran che non avrebbero attaccato se l’Iran non avesse attaccato per primo. Come se Teheran – e Mosca – potessero fidarsi di qualsiasi cosa provenisse da Tel Aviv.

I paesi del Golfo – Arabia Saudita, Qatar e Oman – potrebbero aver chiesto a Neo-Caligola di non attaccare, perché ciò avrebbe incendiato l’intero Golfo e generato “gravi ripercussioni”.

Il vero problema – ancora una volta – era il TACO. Semplicemente non esisteva uno scenario di attacco statunitense che avrebbe permesso un cambio di regime fulmineo, l’unico risultato accettabile. Quindi, si torna a puntare sulla Groenlandia.

Ci sono voluti solo pochi giorni per smascherare la massiccia campagna di propaganda in tutta la NATOstan sulle “vittime di massa” tra i manifestanti iraniani.

Le cifre – false – provenivano dal Centro per i diritti umani in Iran, situato, ovviamente, a New York, e finanziato dal National Endowment for Democracy (NED) di Washington, infestato dalla CIA, e da altre entità di disinformazione assortite.

L’elenco dei motivi per un urgente cambio di regime in Iran rimane tuttavia fuori dal comune, con, tra gli altri, questi quattro elementi chiave:

  1. Teheran deve abbandonare l’Asse della Resistenza in Asia occidentale che sostiene la Palestina.
  2. Poiché l’Iran si trova al crocevia privilegiato dei corridoi di connettività commerciale/energetica in Eurasia, sia i suoi collegamenti con il
  3. Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) e con la Nuova Via della Seta cinese (BRI) devono essere recisi. Ciò significa far saltare dall’interno la cooperazione organica intra-BRICS tra Russia, Iran, India e Cina.

Poiché oltre il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane va alla Cina – e viene pagato in yuan – ciò rappresenta una seria minaccia per il petrodollaro: l’anatema definitivo.

  1. È qui che, in termini di Impero degli scioperi permanenti, l’Iran si allinea con il Venezuela. O si segue la nostra strada – quella del petrodollaro – o si va fuori strada.
  2. La tenacia del sogno senza fine di un Iran sotto lo scià remixato – completo di polizia segreta SAVAK in stile scià; stretti legami con il Mossad per tenere a freno quei barbari arabi; e una vasta rete di centri di sorveglianza gestiti dalla CIA che prendono di mira sia la Russia che la Cina.

Come contrastare una “guerra per il cambio di regime”

Teheran non è intimorita dalle sanzioni, avendone sopportate oltre 6.000 in quattro decenni, progettate per strangolare totalmente la sua economia e persino ridurre le esportazioni di petrolio, in terminologia imperiale, “a zero”.

Anche sotto la massima pressione, l’Iran è stato in grado di costruire la più vasta base industriale dell’Asia occidentale; ha investito incessantemente nell’autosufficienza e in attrezzature militari all’avanguardia; ha aderito alla SCO nel 2023 e al BRICS nel 2024; e, a tutti gli effetti, ha sviluppato una delle principali economie della conoscenza del Sud del mondo.

Sono state scritte fiumi di inchiostro – digitale – sul perché la Cina non abbia finora aiutato adeguatamente l’Iran contro la massima pressione imperiale, ad esempio sostenendo Teheran contro gli attacchi speculativi al rial. Ciò non sarebbe costato quasi nulla a Pechino, rispetto al suo livello di riserve valutarie.

L’attacco speculativo al rial è stato probabilmente il fattore scatenante essenziale delle proteste in tutto l’Iran. È fondamentale ricordare che i salari da fame sono stati un fattore chiave nel collasso della Siria.

Spetta a Pechino rispondere diplomaticamente a questa scomoda domanda. Lo spirito del BRICS Plus – chiamatelo Bandung 1955 Plus – potrebbe non sopravvivere, dato che sappiamo tutti che l’attuale guerra mondiale riguarda essenzialmente le risorse e la finanza, che devono essere mobilitate e impiegate in modo adeguato.

E questo porta la leadership cinese a valutare seriamente se valga la pena rimanere una sorta di versione più grande della Germania: embrionalmente egocentrica, timorosa e fondamentalmente egoista in termini economici e finanziari. L’alternativa, auspicabile, è che la Cina crei linee di credito di dimensioni sufficienti all’interno dei BRICS per una serie di nazioni amiche.

Qualunque cosa accada in futuro, è chiaro che l’Impero degli Attacchi Permanenti non solo rimarrà “attivamente ostile” a un mondo multipolare e multinodale, ma che l’ostilità sarà marinata in un fango tossico di rabbia e vendetta e subordinata alla paura estrema e panica: l’espulsione lenta ma inesorabile dell’Impero dall’Eurasia.

Cue al rappresentante speciale della Casa Bianca Witkoff – il Bismarck immobiliare – che enuncia i diktat imperiali all’Iran:

  1. Cessare l’arricchimento dell’uranio. Fuori discussione.
  2. Ridurre le scorte di missili. Fuori discussione.
  3. Ridurre di circa 2000 kg il materiale nucleare arricchito (3,67-60%). Questo potrebbe essere negoziabile.
  4. Cessare il sostegno ai “proxy regionali”, come nell’Asse della Resistenza. Fuori discussione.

Teheran non si piegherà mai ai diktat. Ma anche se lo facesse, la ricompensa imperiale promessa sarebbe la revoca delle sanzioni (il Congresso degli Stati Uniti non lo farà mai) e un “ritorno alla comunità internazionale”. L’Iran fa già parte della comunità internazionale presso l’ONU e all’interno del BRICS, della SCO e dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), tra le altre istituzioni.

Quindi l’ossessione del regime neo-Caligola per il cambio di regime – che di fatto si riflette nell’ossessione della NATOstan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire. Cito il consigliere strategico del presidente del Parlamento iraniano, Mahdi Mohammadi:

“Sappiamo che stiamo affrontando una guerra per il cambio di regime in cui l’unico modo per ottenere la vittoria è rendere credibile la minaccia che, durante la guerra dei 12 giorni, sebbene fosse pronta, non ha avuto l’opportunità di essere messa in atto: una guerra di logoramento geograficamente estesa, concentrata sui mercati energetici del Golfo Persico, sulla base di una potenza di fuoco missilistica in costante aumento, della durata di almeno diversi mesi”.

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Turkey and Russia as allies against Western Atlanticism: Interview with Mehmet Perinçek https://strategic-culture.su/news/2026/01/21/turkey-and-russia-as-allies-against-western-atlanticism-interview-with-mehmet-perincek/ Wed, 21 Jan 2026 10:08:43 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890148 Turkish historian advocates integration of his country with Russia, China, and Iran.

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Recently, I had the honor of interviewing Turkish historian and jurist Mehmet Perinçek. An expert in Eurasian affairs and a representative of the “Vatan” Party in Moscow, Perinçek is one of the most well-known voices advocating a policy of friendship, integration, and cooperation between Ankara and Moscow – as well as with other Eurasian powers, which he sees as natural allies against the unipolar Atlanticism promoted by Western states.

In our conversation, we discussed historical and contemporary issues regarding Russia-Turkey relations – as well as the broader interactions between the “Russian world” and the “Turkic world.” Perinçek states that historically, Russia and Turkey have engaged in numerous wars and conflicts, with both sides suffering losses in all of them. According to the historian, Russians and Turks have always lost together in these disputes, while the only beneficiaries were Western powers seeking to neutralize Russia and Turkey.

He considers Turkey’s decision to join NATO to have been a mistake, believing that joining the alliance brought more harm and threats than security and peace to the Turkish people. Perinçek recalls that the founder of the Republic of Turkey, Mustafa Kemal Atatürk, attempted to form an alliance with the Soviets; therefore, joining NATO violated the Kemalist principles of Turkish foreign policy.

Perinçek also states that Turkey and the West are currently experiencing their period of greatest tension. He pays particular attention to the situation in Cyprus. Recently, Greece, Israel, and Southern Cyprus signed a collective defense agreement, forming a kind of “Mediterranean NATO.” Meanwhile, Israel has increasingly acted against Turkey from the Middle East and the Horn of Africa – notably through advances in Syria and the recent recognition of Somaliland (which undermines Turkish-Somali cooperation). Perinçek believes NATO will never protect Turkey against these threats, which is why Ankara needs to leave the Western alliance and seek integration with countries such as Russia, China, and Iran, which share cultural similarities and strategic interests with Turkey.

The historian also emphasizes that threats to Turkey could also affect the Russian Federation. If Greece, Israel, and Cyprus deepen their alliance, a strategic Western position in the Mediterranean via Cyprus could emerge in the future, potentially providing NATO with advantages for operations toward the Black Sea. Similarly, joint actions by Israel and the West in Syria and Africa could harm Russian and Turkish interests alike.

Perinçek believes that an alliance between Turkey, Russia, China, and Iran would be the best way to neutralize these threats. As an Eurasianist, he interprets history as a continuous confrontation between powers from two different civilizational spheres: on one side, Western Atlanticism, and on the other, Eurasian powers. Turkey, due to its geographic position, has oscillated between both sides, but its true vocation, in his view, lies in Eurasian integration, considering the historical roots of the Turkish people.

In this sense, Perinçek also advocates that Turkey, Azerbaijan, and the Turkic countries of Central Asia use their common cultural and historical ties to approach Russia, China, and Iran. He even supports the inclusion of these countries in the Organization of Turkic States, considering the large Turkic-speaking populations across the region. Similarly, he provides a historical perspective to show that the Ottoman Empire was, in a sense, a “Turkic-Slavic Empire” due to its large Slavic population, especially in the Balkans. Likewise, in his interpretation, the Russian Empire was a “Russo-Turkic Empire” because of its massive Turkic and Central Asian populations. For him, the Eurasian powers are sister nations destined for integration and mutual defense against a common enemy – one that throughout history has caused them to fight each other.

The interview was an excellent opportunity to understand the perspective of Turks critical of Ankara’s NATO membership. Opposition to integration with the West has been growing in Turkey – particularly after recent developments in the Middle East, Cyprus, and Africa. If opinions like Mehmet Perinçek’s become dominant, Turkey may experience a future of greater sovereignty and freedom for its people.

The interview can be viewed here.

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Empire of Chaos, Plunder and Strikes in panic of being evicted from Eurasia https://strategic-culture.su/news/2026/01/19/empire-of-chaos-plunder-and-strikes-in-panic-of-being-evicted-from-eurasia/ Mon, 19 Jan 2026 13:38:28 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890119 Tehran will never bow down to the diktats. The neo-Caligula regime change obsession – in fact mirrored as a NATOstan obsession – will keep ruling. Tehran is not intimidated.

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The whole planet is somehow convulsed by neo-Caligula’s latest scam: because he did not get his “peace” Nobel from Norway, part of his megalomanic narcissist revenge is to bag Greenland from Denmark (in Empire-speak, who cares? These Scandinavians are al the same anyway).

In neo-Caligula’s own words: “The World is not secure unless we have Complete and Total Control of Greenland.”

That seals the Empire of Chaos completely morphed into the Empire of Plunder and now the Empire of Permanent Strikes.

Assorted Euro-chihuahuas dared to dispatch a tiny bunch of dog-sled conductors to defend Greenland from neo-Caligula. To no avail. They were instantly hit with tariffs. The strike remains in effect until the “complete and total purchase” of Greenland.

Euro-chihuahuas – following the Global South – may have finally woken up to the new paradigm: Strike Geopolitics.

Neo-Caligula did not get regime change in Caracas – and his oil mirage was refuted even by US energy majors. He did not get regime change in Tehran – even if CIA, Mossad and assorted NGOs worked full time to deliver.

So Plan C is Greenland, essential for imperial lebensraum purposes, as collateral for the unpayable $38 trillion – and rising – debt.

By all means that does not imply ditching the Iran obsession.  The USS Abraham Lincoln aircraft carrier is moving into a position in the Sea of Oman/Persian Gulf where it would be able to strike Iran before the end of the week. All attack scenarios remain in place.

Assuming all hell breaks loose, this may become an even more humiliating replay of the 12-day war in June last year, which the death cult in West Asia spent as much as 14 months planning.

The 12-day war not only failed as a regime change op; it engendered a sample of Iranian reataliation so hardcore that Tel Avi still has not recovered. Tehran has been explicit, over and over again, that the same fate awaits neo-Caligula’s forces in Iran and across the Gulf in case of renewed strikes.

Why the regime change obsession endures

As for the equally, miserably failed regime change op on Iran these past few weeks, it featured on the forefront the pathetic Clown Prince Reza Pahlavi, safely ensconced in Maryland, massively plugged by US media as a “unifying political figure” capable of reassessing the “lived catastrophe of clerical rule”.

Neo-Caligula was too busy to care about these ideological niceties. What he wanted was to accelerate the proceedings by – what else – applying Empire of Permanent Strikes logic: bombing Iran.

Diversionist spin, predictably, went ballistic. The death cult in West Asia may have asked Moscow to tell Tehran that they would not strike if Iran did not strike first. As if Tehran – and Moscow – could trust anything coming from Tel Aviv.

The Gulfie crowd – Saudi Arabia, Qatar, and Oman – may have asked neo-Caligula not to strike, because that would have set the whole Gulf on fire and generate “grave blowback”.

The real deal – once again – was TACO. There was simply no gamed US strike scenario that would have allowed lightning quick regime change, the only acceptable outcome. Thus back to bagging Greenland.

It took only a few days to unmask the massive propaganda campaign across NATOstan about “mass casualties” among Iran protesters.

The – fake – figures came from the Center for Human Rights in Iran, located in, where else, New York, and financed by the CIA-infested National Endowment for Democracy (NED) in Washington and other assorted disinformation entities.

The list of reasons for urgent regime change in Iran though remains off the charts, featuring, among others, these four key elements:

  1. Tehran must ditch the Axis of Resistance across West Asia supporting Palestine.
  2. Because Iran is at the privileged crossroads of trade/energy connectivity corridors in Eurasia, both its connections with the
    International North–South Transportation Corridor (INSTC) and China’s New Silk Roads (BRI) must be severed. That means blowing up from the inside organic intra-BRICS cooperation between Russia, Iran, India and China.
  3. As over 90% of Iranian oil exports go to China – and are settled in yuan – that’s a serious threat to the petrodollar: the ultimate anathema. That’s where in Empire of Permanent Strikes terms, Iran aligns with Venezuela. It’s our – petrodollar – way or the highway.
  4. The staying power of the never-ending dream of an Iran under the Shah remix – complete with a Shah-style SAVAK secret police; cosy Mossad ties to rein in those Arab barbarians; and a sprawling CIA-run net of surveillance hubs targeting both Russia and China.

How to counter a “regime-change war”

Tehran is not spooked by sanctions – as it has endured over 6,000 of them over four decades, designed to totally strangle its economy and even bring oil exports, in imperial terminology, down “to zero”.

Even under maximum pressure, Iran was capable of building the most extensive industrial base across West Asia; relentlessly invested in self-sufficiency and state of the art military hardware; joined the SCO in 2023 and BRICS in 2024; and for all practical purposes developed a top Global South knowledge economy.

Tsunamis of – digital – ink have been spent on why China has not properly helped Iran so far against imperial maximum pressure, for instance supporting Tehran against the speculative attacks on the rial. That would have cost Beijing almost nothing – compared to its level of foreign reserves.

The speculative attack on the rial was arguably the essential trigger of the protests across Iran. It’s essential to remember that hunger salaries were a key contributor to the collapse of Syria.

It’s up to Beijing to – diplomatically – answer this uncomfortable question. The spirit of BRICS Plus – call it Bandung 1955 Plus – may not survive when we all know this current world war is essentially about resources and finance, which need to be mobilized and properly deployed.

And that brings us to China’s leadership seriously evaluating whether it’s worth to remain a sort of larger version of Germany: embryonically self-centered; harboring fear; and fundamentally selfish in economic and financial terms. The – auspicious – alternative is for China to create sufficiently sized credit facilities within BRICS to an array of friendly nations.

Whatever happens next, it’s clear that the Empire of Permanent Strikes not only will remain “actively hostile” to a multipolar, multi-nodal world; the hostility will be marinated in a toxic sludge of anger and revenge, and subordinated to the ultimate, panic fear: the Empire’s slowly but surely, inexorable expulsion from Eurasia.

Cue to White House Special Representative Witkoff – the real estate Bismarck – enouncing the imperial diktats to Iran:

  1. Stop enriching uranium. Out of the question,
  2. Reduce missile stockpiles. Out of the question.
  3. Reduce approximately 2000 kg of enriched nuclear material (3.67–60 %). That might be negotiated.
  4. Stop supporting “regional proxies” – as in the Axis of Resistance. Out of the question.

Tehran will never bow down to the diktats. But even if it did, the – promised – imperial reward would be the lifting of sanctions (the US Congress will never do it) and a “return to the international community”. Iran is already part of the international community at the UN and inside BRICS, SCO and the Eurasia Economic Union (EAEU), among other institutions.

So the neo-Caligula regime change obsession – in fact mirrored as a NATOstan obsession – will keep ruling. Tehran is not intimidated. Cue to the strategic advisor to Iran’s Parliament Speaker, Mahdi Mohammadi:

“We know that we are facing a regime-change war in which the only way to achieve victory is to make credible the threat that, during the 12-day war, although it was ready, did not get the opportunity to be carried out: a geographically expansive war of attrition, focused on the Persian Gulf energy markets, on the basis of steadily increasing missile firepower, lasting at least several months.”

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L’asse eurasiatico alla prova dei fatti dopo la visita di Putin in India https://strategic-culture.su/news/2025/12/16/lasse-eurasiatico-alla-prova-dei-fatti-dopo-la-visita-di-putin-in-india/ Mon, 15 Dec 2025 21:05:49 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889452 La visita di Vladimir Putin in India tra il 4 e il 5 dicembre offre una chiave di lettura decisiva anche per lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi. Il dialogo con Nuova Delhi rilancia BRICS e multipolarismo, smentisce l’isolamento di Mosca e rafforza il ruolo stabilizzatore della Cina in Eurasia.

Segue nostro Telegram.

La due giorni del Presidente Vladimir Putin in India a inizio dicembre ha ricevuto grande attenzione da parte degli osservatori internazionali, trattandosi di un evento rilevante non solo per la diplomazia bilaterale. Essa ha infatti rappresentato un messaggio strategico rivolto al sistema internazionale e, indirettamente ma in modo evidente, un segnale di consolidamento dei legami tra Russia e Cina dentro una più ampia architettura eurasiatica. Nelle ore in cui a Nuova Delhi venivano firmati accordi alla presenza di Putin e del Primo Ministro indiano Narendra Modi, discussi corridoi logistici e rilanciate intese energetiche e tecnologiche, prendeva forma la dimostrazione più concreta dell’inconsistenza della narrativa occidentale sull’“isolamento” di Mosca. La reazione indiana, la lettura cinese dei risultati e le stesse parole di Putin hanno costruito un’unica cornice interpretativa: la multipolarità non è più un progetto astratto, ma una dinamica politica e materiale in accelerazione.

In questo quadro, l’evoluzione delle relazioni tra Russia e India appare meno come un rapporto bilaterale “chiuso” e più come il pilastro di una geometria variabile che include tanto la Cina quanto altri attori del Sud Globale. Putin lo ha espresso con insolita chiarezza già prima di partire, insistendo sul fatto che “India e Cina sono i nostri amici più stretti” e che Mosca “non ha il diritto di interferire” nelle loro relazioni bilaterali. Questa formulazione, al di là del tatto diplomatico, segnala la volontà russa di tenere insieme due assi essenziali del proprio orientamento strategico, evitando che le tensioni sino-indiane possano essere strumentalizzate per indebolire la struttura emergente del potere eurasiatico e della piattaforma BRICS.

L’India ha accolto Putin con tutti i simboli della continuità storica e del peso politico. Il Presidente russo ha ricordato che la base di questa amicizia risale alla metà del secolo scorso, quando l’URSS sostenne la lotta indiana per l’indipendenza e contribuì alla costruzione di grandi infrastrutture industriali, energetiche e di trasporto, oltre che allo sviluppo dei programmi spaziali. Questa rievocazione, oltre a rappresentare un’importante memoria storica, serve a riaffermare che la cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi ha radici profonde e quindi difficilmente erodibili dalla pressione esterna. Allo stesso tempo, se l’India resta un partner storico e autonomo, la Cina rappresenta il vettore centrale della trasformazione sistemica in atto, con cui la Russia condivide un orizzonte politico convergente.

Il punto di congiunzione principale tra queste tre potenze è, naturalmente, la visione dell’ordine internazionale multipolare. Nell’incontro con la Presidente indiana Droupadi Murmu, Putin ha scandito che Russia e India lavorano “mano nella mano” per “stabilire un giusto sistema mondiale multipolare”, fondato sul “ruolo centrale delle Nazioni Unite” e su un “attento equilibrio degli interessi” di tutti i membri della comunità internazionale. È un’affermazione che risuona perfettamente con la postura cinese, orientata a una riforma dell’ordine globale in senso più rappresentativo e meno dominato dalle logiche coercitive dell’Occidente. Il ministero degli Esteri cinese, commentando gli esiti della visita, ha infatti ribadito che il rafforzamento dei legami tra Cina, Russia e India “serve gli interessi di tutti e tre i Paesi” e costituisce una “pietra angolare” della sicurezza globale, definendo i tre Stati “grandi economie emergenti” e attori chiave del Sud Globale. È difficile immaginare una validazione più esplicita del valore sistemico della triangolazione Russia-India-Cina.

Sul terreno concreto della cooperazione, le intese discusse tra Russia e India illuminano i settori in cui la Russia sta costruendo la propria resilienza strategica e che, in termini più ampi, si integrano con il partenariato con la Cina. In particolare, la dimensione energetica resta cruciale: le dichiarazioni indiane e russe sulla continuità degli acquisti di petrolio, guidati dal mercato e dall’interesse nazionale, indicano non solo la solidità del rapporto bilaterale ma anche la crescente difficoltà occidentale a imporre discipline economiche unilaterali. Il Cremlino ha sottolineato che l’India continuerà questa linea per garantire i propri interessi economici, mentre il portavoce del ministero degli Esteri indiano ha spiegato che le scelte dipendono dalle dinamiche del mercato globale e dalla necessità di assicurare energia accessibile a 1,4 miliardi di persone. In parallelo, la pressione statunitense evocata dalle tariffe aggiuntive imposte nel 2025 appare, alla luce degli esiti della visita, come uno strumento più punitivo che efficace. Infine, questa autonomia indiana rafforza indirettamente anche la posizione cinese nell’idea di un mercato energetico meno vulnerabile alle leve finanziarie occidentali.

Un secondo comparto decisivo è quello della difesa e della sicurezza. Le fonti indicano che il vertice ha confermato la priorità della cooperazione in materia di sicurezza, insieme a economia, commercio e cultura. Se l’India resta uno dei grandi interlocutori storici della Russia nel settore militare-industriale, la Cina incarna l’altro lato della massa critica eurasiatica con cui Mosca costruisce deterrenza politica e spazio di manovra strategico. Al di là di queste considerazioni, il semplice fatto che Putin abbia potuto svolgere una visita di Stato di alto profilo, in un contesto di intensa pressione occidentale, segnala come l’architettura di sicurezza guidata da coalizioni e partenariati non occidentali stia guadagnando robustezza.

Accanto a energia e difesa, la cooperazione tecnologica e infrastrutturale emerge come una delle novità più significative. Il ministero dei Trasporti russo ha annunciato l’avvio di progetti con l’India su veicoli senza pilota e sistemi di trasporto intelligenti, oltre alla discussione sull’integrazione tra piattaforme digitali nazionali di logistica. La dimensione marittima, con una linea container diretta tra porti indiani e Novorossijsk, indica uno sforzo di costruzione di rotte alternative e più autonome. Tutto ciò si inserisce in una logica che la Cina conosce bene e che sostiene da anni: ridurre la dipendenza da colli di bottiglia controllati o influenzati dall’Occidente e moltiplicare le interconnessioni eurasiatiche. In questo senso, la visita di Putin in India non sottrae centralità al rapporto con Pechino; al contrario, amplia la rete di infrastrutture e intese che rende più stabile l’intero spazio geopolitico in cui l’asse russo-indo-cinese opera.

La cooperazione nucleare civile, evocata dal CEO di Rosatom Aleksej Lihačëv, aggiunge un ulteriore tassello. La discussione sulla localizzazione della produzione di combustibile nucleare in India e su nuovi memorandum per la costruzione di unità, incluse opzioni a bassa potenza e progetti di quarta generazione, mostra una Russia non ripiegata ma capace di proporre partnership tecnologiche complesse. Mosca dimostra ancora una volta di poter esportare know-how e costruire filiere industriali condivise nonostante le restrizioni occidentali, rafforzando così la propria posizione come fornitore di sicurezza energetica e tecnologica all’interno del mondo non occidentale.

La componente finanziaria e monetaria completa il quadro. Le fonti richiamano l’uso crescente delle valute nazionali nei progetti di cooperazione e investimento tra Russia e India, con l’effetto di indebolire progressivamente la centralità del dollaro. Ancora una volta, l’eco sul versante russo-cinese è evidente: la de-dollarizzazione non è un gesto ideologico isolato, ma una risposta pragmatica alla vulnerabilità sistemica creata dall’uso politico delle sanzioni. Questa dinamica, alimentata da Mosca e Pechino e ora sostenuta da Nuova Delhi, rende più plausibile la costruzione di strumenti economici multipolari realmente operativi.

Tutto ciò consente di leggere con maggiore precisione il fallimento della strategia occidentale. In particolare, la visita di Putin ha dimostrato quanto siano inermi i tentativi di isolamento di Mosca. L’India non ha arretrato di fronte alle pressioni e anzi ha mostrato, agli occhi di diversi commentatori, di voler riaffermare la propria autonomia strategica. Questo dimostra che chi pensava che Nuova Delhi avrebbe voltato le spalle a Mosca è destinato a restare deluso, e che le grandi potenze del Sud Globale mantengono prospettive indipendenti e non si sentono obbligate ad allinearsi all’Occidente. È una diagnosi che colloca la Russia in un contesto internazionale più ampio, dove Mosca, Pechino e Nuova Delhi svolgono il ruolo di attori cardine nella legittimazione e nella strutturazione della multipolarità emergente, a fronte di un Occidente sempre meno influente sullo scacchiere globale.

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