Greece – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Mon, 23 Feb 2026 19:59:15 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Greece – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Eurasia’s great divide: Mapping support for Russia and Ukraine https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/eurasias-great-divide-mapping-support-for-russia-and-ukraine/ Mon, 23 Feb 2026 19:58:33 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890760 Nearly four years into the conflict in Ukraine, public opinion across Eurasia reveals a continent sharply divided along historical and geopolitical fault lines. This infographic, based on Gallup data, maps which countries lean toward Moscow and which toward Kiev.

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Military strength in the world: Armored vehicles https://strategic-culture.su/news/2025/10/30/military-strength-in-the-world-armored-vehicles/ Thu, 30 Oct 2025 16:00:48 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888569 This infographic shows the top ten countries of the world by the number of their armored vehicles.

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Storia e geopolitica della Grecia moderna. Parte II – Dalla “terza civiltà greca” alla crisi del XXI secolo https://strategic-culture.su/news/2025/10/05/storia-e-geopolitica-della-grecia-moderna-parte-ii-dalla-terza-civilta-greca-alla-crisi-del-xxi-secolo/ Sun, 05 Oct 2025 10:31:59 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888072 Poco si conosce della storia e delle idee dietro la formazione del moderno Stato greco. In questo contributo (suddiviso in due parti) si cercherà di mettere in luce la particolare evoluzione politica di un Paese che, tra alterne fortune, rimane centrale per la geopolitica mediterranea.

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Come anticipato in conclusione della Parte I, la Grecia tra i due conflitti mondiali si ritrovò schiacciata tra due nemici esterni (l’espansionismo dell’Italia fascista e la neonata Repubblica turca kemalista) ed il timore del nemico interno (la diffusione del bolscevismo anche ad opera dei “nuovi arrivati”, tra cui non pochi provenivano dai territori russi sul Mar Nero). La piccola borghesia, in particolare, era spaventata dall’allargamento territoriale comunque importante arrivato al termine delle guerre (con la sovranità su larga parte dell’Egeo e della Macedonia meridionale) e dal fatto che il dislocamento sul territorio dei profughi (prodotto degli scambi di popolazione con i Paesi confinanti, ma soprattutto con la Turchia) potesse in qualche modo fratturare la società segmentaria greca, con il suo tradizionale familismo e clientelismo, ed aprire spazi alle ideologie politiche in voga nel periodo. Lo Stato, a sua volta, si trovò ad affrontare anche il problema dei diversi regimi ecclesiastici che inevitabilmente riflettevano i diversi momenti in cui i nuovi territori sono divenuti parte dello Stato greco (alcune parti della Grecia, infatti, risultavano sottoposte al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e non alla Chiesa ortodossa greca con sede ad Atene).

A ciò si aggiunga la sostanziale ostilità dei rifugiati dell’Asia Minore nei confronti della monarchia, che in essa vedevano la causa delle espulsioni da quella che per millenni era stata la loro terra. Fattore che, materializzando le suddette paure della piccola e media borghesia, li spingerà verso l’estremismo politico soprattutto a seguito della Convenzione di Ankara del 1930, con la quale venne stabilito tra Grecia e Turchia che i profughi su entrambi i lati non potevano reclamare le proprietà perdute. Ed a questo proposito è importante tenere a mente che i greci dell’Asia Minore erano in buona parte benestanti.

Ad ogni modo, già per tutto il corso degli anni ’20 si intravedono i sintomi della fine progressiva della democrazia liberale in Grecia. Tra i primi effetti della catastrofe di Smirne vi fu l’abdicazione di Costantino in favore del figlio Giorgio sotto spinta dei militari. Nel 1924, invece, un plebiscito popolare che opta per la fine della monarchia apre la strada ad una prima dittatura militare, sotto la guida di Theodoros Pangalos, che durerà fino al 1926. Questa è seguita da un nuovo frangente “democratico” in cui Venizelos torna brevemente al potere. Un frangente in cui lo statista greco riuscirà comunque a preparare un trattato di amicizia con l’Italia (1928) che limiterà negli anni successivi quell’enorme problema di sicurezza per la Grecia rappresentato dalle mire fasciste alla piena egemonia mediterranea.

Nuove tensioni ed anni turbolenti portano al ritorno della monarchia nel 1935, con Giorgio II (il figlio di Costantino) sempre più filo-britannico e poco incline (per non dire ostile) nei confronti di quello che sarebbe dovuto essere il suo popolo. Le elezioni del 1936, in questo contesto, rappresentano una svolta cruciale nella storia greca, visto che i comunisti, ottenendo 15 seggi in Parlamento, divengono l’ago della bilancia per la formazione di un esecutivo tra liberali, populisti e monarchici (conservatori). Di fatto, quando l’esercito afferma che non avrebbe tollerato un ruolo di governo per i comunisti, Giorgio II tira dritto e fa della Grecia una dittatura a tutti gli effetti, affidando a Ioannis Metaxas il ruolo di Primo Ministro e sospendendo parte della Costituzione, come suggerito da quest’ultimo.

Metaxas era una figura del tutto particolare. Storicamente antidemocratico (sebbene assai ambiguo su più di una posizione: fu filo-monarchico durante il “grande scisma”, mentre salutò la Repubblica nel 1924), Metaxas fu assai critico nei confronti dell’impresa militare in Turchia conclusasi in disastro, tanto che non ne volle assumere il comando. Particolari furono le sue posizioni anche per ciò che concerne la questione dei profughi, visto che, a differenza di quanto si pensa, si dimostrò più vicino a ebrei, albanesi e musulmani nati sul suolo greco (e dunque ellenizzati) che non ai cristiano-ortodossi arrivati dopo la fine del conflitto con la Turchia. Un caso curioso, in questo senso, è indubbiamente rappresentato dai greci del Ponto che arrivarono sul territorio nazionale – alcuni storici greci li considerano anche vittime di una vera e propria forma di genocidio da parte dei turchi – non conoscendone la lingua (parlavano solo il turco e/o una forma dialettale solo in parte similare al greco). Questi, paradossalmente, dislocati nella Macedonia rurale, si scontrarono inizialmente con la popolazione slava ellenizzata locale sulla gestione delle proprietà abbandonate dai turchi. Uno scontro che avrà ripercussioni nel corso della guerra civile successiva alla Seconda Guerra Mondiale, quando proprio i greci del Ponto ebbero modo di dimostrarsi “ferventi patrioti”, contrastando i disegni secessionisti degli slavi.

In tal senso, per ciò che concerne la politica interna, a Metaxas si deve il mito della “terza civiltà greca”, dopo quella dell’Antica Grecia e quella bizantina. Il suo “regime del 4 agosto”, si poneva come obiettivo quello di costruire una società culturalmente purificata che avrebbe preso spunto dal militarismo del Regno di Macedonia e di Sparta e dall’etica cristiano-ortodossa, fondendo le due cose in una nuova sintesi.

La politica estera di Metaxas, invece, manteneva la sua ambiguità di fondo. Il punto di riferimento geopolitico rimaneva indubbiamente la cooperazione con la Gran Bretagna. Tuttavia, il suo governo dittatoriale ha ammiccato in più di un’occasione alla Germania nazionalsocialista.

Proprio la sua vicinanza alla Gran Bretagna (anche espressione dei voleri della monarchia – da non dimenticare che uno dei nipoti di Giorgio I, nato a Corfù, diverrà dapprima ufficiale della Royal Navy e poi, come Filippo di Edimburgo, marito della regina Elisabetta II) preoccupa non poco Roma che da tempo aveva ingaggiato una sfida con Londra sulla proiezione di influenza e controllo del bacino mediterraneo. A questo proposito si badi bene che uno dei più importanti politologi contemporanei, John Mearsheimer, in suo testo dall’emblematico titolo “La tragedia della grandi potenze”, ha sottolineato come la rivalità italo-britannica avesse ben poco di ideologico (insomma, non era dettata dall’avventurismo fascista). L’Italia, anche se fosse rimasta un Paese semplicemente liberal-conservatore (come in epoca giolittiana) avrebbe comunque finito per scontrarsi con Londra per l’egemonia interna al Mediterraneo ed oltre. A dimostrazione di ciò, si può riportare il trattato di amicizia tra Italia ed Imamato dello Yemen che arriva nel 1926 (a cavallo della definitiva affermazione totalitaria del regime con le “leggi fascistissime”), con il quale Roma riconosceva (in chiave antibritannica) le rivendicazione di Sana’a su Aden, occupata da Londra. Ancora, sarebbe importante ricordare dapprima i tentativi mussoliniani di attirare il progetto sionista nell’orbita fascista; poi, il sostegno garantito alla Grande Rivolta araba del 1936 in Palestina (una ribellione puramente anticoloniale).

Con la guerra d’Abissinia e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la situazione deteriora rapidamente, con l’Italia sempre più preoccupata che la Grecia possa trasformarsi in una base britannica a tutti gli effetti. Già nell’agosto del 1940, un nave militare greca era stata affondata da un sommergibile italiano, mentre nel 1939, l’annessione italiana dell’Albania aveva spaventato non poco il governo di Atene. Il 28 ottobre del 1940, infine, Metaxas risponde “oxi” (“no”) ad un ultimatum italiano che richiedeva apertamente il diritto di passaggio dell’esercito di Roma sul suolo greco (una data che, ancora oggi, rientra nell’elenco delle festività nazionali dello Stato ellenico). È l’inizio dell’attacco alla Grecia: un’operazione che sin dai primi giorni dimostrerà l’evidente impreparazione dell’esercito italiano alla guerra. Basti pensare che lo stesso esercito greco, da un approccio all’iniziativa bellica esclusivamente difensivo, passerà rapidamente (e non senza sorpresa) alla fase offensiva, spingendo diversi reparti alpini (che poi saranno protagonisti anche della tragedia del contingente italiano in Russia) nuovamente all’interno dei confini albanesi.

Non è privo di importanza, inoltre, sottolineare il fatto che il conflitto greco-italiano, in questo frangente, rimane ancora come un episodio isolato (quasi staccato) all’interno della più vasta conflagrazione militare continentale. Metaxas, ad esempio (che morirà di lì a poco, nel gennaio 1941, e dunque con una Grecia in netto vantaggio), non aveva alcuna intenzione di entrare in conflitto con la Germania.

L’avventura greca, di fatto, rimane uno dei tanti errori strategici di Mussolini (il più evidente è proprio l’invio di un contingente in Russia, insieme al fallimento in Nord Africa) che, forse, avrebbe potuto sfruttare le armi del “potere morbido” per attirare verso di sé un regime che aveva non poche similitudini con lo stesso fascismo (sebbene alcuni storici preferiscano includerlo nel novero dei modelli autoritario-conservatori in voga nel periodo, come quello spagnolo di Franco, o portoghese, con Salazar). Anche Hitler ne disapprovò i risultati perché consapevole che questo avrebbe potuto permettere alla Gran Bretagna di aprire un fronte balcanico nel momento in cui la Germania si accingeva ad attaccare l’Unione Sovietica. Per questo motivo, nell’Aprile del 1941, il Reich diede il via all’Operazione “Marita” per assicurare i Balcani.

Durante l’occupazione delle forze dell’Asse l’economia della Grecia cade a pezzi. L’unico obiettivo tedesco è infatti quello di sfruttare le miniere di bauxite e nichel, utili allo sforzo bellico. Tutto il resto va in frantumi, con una popolazione ridotta alla fame e sottoposta alle angherie degli occupanti (soprattutto alle smanie espansioniste della Bulgaria, alleata della Germania). Non a caso, alla fine del conflitto, la Grecia conterà 550.000 vittime (l’8% dell’intera popolazione).

L’occupazione dell’Asse, inoltre, portò ad una crescita politica esponenziale dei comunisti, veri e propri protagonisti della lotta armata. È proprio questa “crescita”, insieme al timore britannico che la Grecia potesse finire nell’orbita di Mosca, a porre le basi per la sanguinosa guerra civile una volta che i tedeschi si ritirano dai Balcani. Di fatto, se la storiografia ufficiale considera il 1946 come la data di inizio del conflitto interno alla Grecia, i suoi germi sono presenti sin dal 1944. Nel dicembre di quest’anno, infatti, a seguito del tentativo comunista di prendere pieno controllo sul governo, inizia lo scontro diretto tra questi ed un contingente britannico di 75.000 unità entrato in Grecia proprio per scongiurare tale eventualità.

Incerto rimane pure il destino della monarchia, con Giorgio II che nomina reggente l’Arcivescovo di Atene Damaskinos, con la “promessa” che sarebbe tornato solo a seguito di un nuovo plebiscito in suo favore. Proprio con la mediazione dell’Arcivescovo si giunge ad un accordo per la smobilitazione delle milizie che, tuttavia, apre le porte ad un periodo di enorme instabilità politica in cui diversi governi, succedutesi in un brevissimo arco di tempo, non riescono in alcun modo a venire a capo della situazione. Nelle elezioni del 1945 i comunisti non si presentano. Vince una coalizione di destra e l’astensione viene indicata al 9%. Tuttavia, i comunisti, con l’appoggio di Tito (mentre Mosca rimane più fredda e, forse, già in linea con i progetti di spartizione europea tra blocchi differenti), affermano che l’astensione era invece al 51%. Nel settembre del 1946, invece, si svolge finalmente il plebiscito che termina con un netto 68% in favore della monarchia (evento organizzato dal governo Tsaldaris che molto si era adoperato per la persecuzione dei comunisti nel periodo precedente). Fattore che favorisce inevitabilmente un nuovo passaggio verso la lotta armata ed il definitivo innesco del conflitto civile.

Qui, inizialmente, i comunisti ottengono delle importanti vittorie contro l’esercito nazionale che, però, in virtù di un processo di accompagnamento al declino della potenza britannica, viene riorganizzato da personale statunitense giunto in Grecia con il medesimo obiettivo dei loro predecessori (sebbene riaffermato dalla Dottrina Truman): garantire all’“Occidente” pieno controllo sull’Europa meridionale; evitare la creazione di un cuneo rosso nei Balcani tra Turchia e Italia; garantire due sponde “amiche” all’ingresso dei mari Adriatico ed Egeo. Secondo Truman, infatti, Grecia e Turchia in alcun modo avrebbero dovuto scivolare nel campo socialista.

L’iniziale slancio comunista, inoltre, deve fare i conti con una popolazione che in buona parte diventa neutrale se non apertamente ostile. Se la guerriglia comunista, durante l’occupazione dell’Asse, aveva mostrato un fiero carattere patriottico; altrettanto non si può dire per le milizie che prendono parte al conflitto civile (senza considerare che gruppi comunisti si erano in precedenza macchiati della profanazione di alcuni monasteri del Monte Athos: centro sacro per eccellenza del mondo ortodosso). E le idee secessioniste di molti esponenti slavi (la creazione di uno Stato macedone con capitale Salonicco, l’unificazione alla Bulgaria o alla Jugoslavia) comportano non poche defezioni sul fronte rosso. Ed è sempre in questo contesto che, come già anticipato, i profughi dell’Asia Minore e del Ponto prendono una chiara posizione anticomunista, spaventati dall’idea di una nuova migrazione.

A partire dal 1949, l’esercito, dopo la “pulizia” del Peloponneso, si concentra sul nord, dove vince le battaglie sul monte Vitsi ed a Grammos, e spinge la guerriglia fuori dai confini greci, verso l’Albania e la Bulgaria.

La guerra civile finisce ufficialmente proprio in quest’anno, sebbene bande di guerriglieri continueranno ad agire e penetrare in territorio greco per tutto il 1950. Le cicatrici e le divisioni interne alla società greca invece rimarranno per decenni (da non sottovalutare il ruolo di vecchie faide famigliari che fecero da cornice al conflitto conferendogli un’ulteriore aura di estrema violenza e spirito di vendetta), senza considerare le ondate migratorie verso Nord America, Australia e Germania.

Il primo ed inevitabile risultato della guerra fu la profonda ingerenza degli Stati Uniti nella politica interna della Grecia. Non a caso, Alexandros Papagos, comandante delle forze armate durante il conflitto civile, diverrà il principale protagonista della politica greca negli anni a seguire. È stato lui, infatti, a portare la Grecia nella NATO e ad inviare a questo scopo truppe greche in Corea (cosa che fece anche la Turchia). I fondi del Piano Marshall, al contempo, divengono fondamentali per la salvezza economica del Paese (soprattutto per la ricostruzione della sua flotta mercantile) che nei primi anni ’50 dovrà affrontare una nuova serie di tensioni con la Turchia per la questione di Cipro.

Questo tema merita un breve approfondimento, visto che si ricollega al più articolato processo di decolonizzazione ed al già citato sforzo di accompagnamento al declino della potenza britannica di cui si sono resi protagonisti Stati Uniti ed Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale (il caso del loro intervento a Suez nel 1956, a seguito dell’aggressione congiunta franco-israelo-britannica all’Egitto, ne è l’esempio più evidente). Di fatto, l’isola di Cipro venne affidata dal Sultano ottomano alla Gran Bretagna nel 1878. Questa era infatti fondamentale sia per il controllo del canale di Suez, di recente costruzione e del quale Londra si stava appropriando per ridurre i tempi di navigazione verso l’India; sia come base per eventuali operazioni nel Vicino Oriente.

Nel 1925, invece, l’isola diviene una colonia britannica a tutti gli effetti. All’inizio della lotta anticoloniale dell’EOKA (Organizzazione Nazionale dei Combattenti Ciprioti) – che aveva tra i suoi obiettivi di lungo periodo l’unificazione (enosis) con la Grecia – la componente turca della popolazione era sostanzialmente neutrale. Sono proprio i britannici a radicalizzarne le posizioni in chiave anti-ellenica ed a portare la Turchia all’interno della contesa. E sono sempre i britannici e sostenere per primi la tesi della partizione.

Un attentato dinamitardo contro la casa natale di Mustafa Kemal a Salonicco (divenuta nel tempo sede consolare turca) nel 1954 scatena dei violenti moti contro la popolazione greca che ancora viveva ad Istanbul, già provata dalla pesante legge patrimoniale degli anni ’40 volta ad eliminare la restante classe commerciale non turca dal Paese. Le tensioni si fanno ancora più accese con la pesante repressione britannica di un movimento anticoloniale che stava facendo rivivere il mito della “Megali Idea” e dell’irredentismo greco. Cipro, così, diviene un serio problema nei rapporti tra la Grecia ed i suoi alleati. Un problema che spinge gli stessi governanti greci a fare pressioni sulla guida del movimento anticoloniale, l’Arcivescovo Makarios III (già costretto all’esilio nel 1957), per accettare l’idea di un’indipendenza separata da  Atene che arriverà nel 1960 sulla base di due trattati separati (quelli di Zurigo e di Londra) che prevedevano comunque una presenza militare britannica nell’isola in due basi distinte.

Più o meno nel medesimo periodo, nel 1958, nasce in Grecia l’Unione Nazionale dei Giovani Ufficiali: organizzazione clandestina legata agli apparati di intelligence della NATO (fotocopia di altre organizzazioni simili nate nello stesso periodo nei Paesi membri dell’Alleanza) tra le cui fila spicca Georgios Papadopoulos (figura di rilievo della futura giunta militare dei colonnelli).

Il colpo di Stato militare arriva nel 1967 dopo un periodo di grave instabilità politica, anche indotta dagli stessi apparati NATO che, per tutto il periodo precedente, avevano insistito sul rischio di un ritorno della minaccia comunista. L’obiettivo primario che si pone la giunta è quello del “ringiovanimento della Nazione ellenica”: ovvero, superare i decadenti costumi occidentali per riscoprire le fondamenta della civiltà greco-ortodossa. Allo stesso tempo, a loro modo di vedere, era necessario riportare l’ordine e risolvere i problemi insiti nello sviluppo. In altre parole, i militari si proponevano come “agenti della modernizzazione che guardavano, però, all’indietro”. In questo senso, si rendeva necessario ripensare le relazioni tra Stato e Chiesa e tra vertici politici e monarchia. I militari, infatti, oltre a reprimere qualsiasi forma di dissenso (soprattutto quello orientato verso “sinistra”), costringono il re Costantino II (figlio di Paolo I e nipote di Giorgio II) all’esilio e purgano gli ufficiali monarchici dall’esercito. Un successivo tentativo di ammutinamento delle forze navali (leali al monarca), inoltre, funge da pretesto per un nuovo referendum (tenuto sotto legge marziale) con il quale viene cancellata l’istituzione monarchica.

Per il 1969, il ministero della difesa consumava già il 49,8% della totale spesa governativa. Una situazione che, insieme ad una modificata congiuntura internazionale, diventerà rapidamente insostenibile, tanto che gli stessi militari si vedranno costretti ad effettuare un “golpe nel golpe” (nel 1973), in modo da limitare il crescente potere del già citato Papadopoulos, accusato di aver abbandonato gli ideali a fondamento della “rivoluzione”.

La fine del regime si lega in modo intrinseco alle vicende cipriote e, più in generale, alla crisi energetica generata dall’embargo petrolifero seguito alla guerra arabo-israeliana dell’ottobre 1973. A questo proposito è bene ricordare che l’attentato contro Makarios (Presidente di Cipro dal 1960,  definito dai colonnelli greci come il “Castro del Mediterraneo”) ed il colpo di Stato organizzato dalla giunta militare nell’isola non aveva in alcun modo come scopo quello di preparare l’enosis. I nemici non erano i turchi ma i comunisti e la loro crescente presenza nella politica isolana. L’obiettivo dei colonnelli, dunque, era quello della partizione sulla base del Piano Acheson del 1964 che, già di suo, garantiva una ridotta porzione di territorio alla popolazione turca.

A sua volta, l’intervento turco non era dettato dalla volontà di proteggere la componente musulmana della popolazione dal colpo di Stato. Questa, infatti, non era stata toccata da un evento interno alla parte greca (lealisti contro golpisti). Ankara invocava il rispetto dell’articolo IV del Trattato di garanzia che prevedeva l’intervento militare (sebbene non unilaterale ma congiunto degli Stati garanti dell’indipendenza dell’isola: Regno Unito, Grecia e Turchia) per ripristinare l’ordine costituzionale. Ciò che arriva dopo è solo l’esito del fallimento del regime militare greco che si trova di fronte a due alternative: dichiarare guerra alla Turchia o cedere il potere.

Un fallimento che si ripercuote sulla storia successiva dell’isola, con la conseguente colonizzazione turca, la creazione della Repubblica Turca di Cipro Nord nel 1983 sul 36% del territorio isolano (riconosciuta solo da Ankara), la presenza tuttora di 35.000 soldati turchi in questo spazio e le relative controversie (acque territoriali, sfruttamento delle risorse) che ne sono derivate.

Questo fallimento segna la fine del regime militare e l’inizio di una nuova fase democratica in cui la politica greca è contraddistinta da un sistema bipolare in cui si affrontano i partiti Nuova Democrazia (guidato da Kostas Karamanlis) ed il Movimento Socialista Panellenico (PASOK) di Andreas Papandreu.

Dopo un nuovo referendum istituzionale (il sesto nel XX secolo) che rende definitiva l’opzione repubblicana, il governo di Karamanlis punta dritto verso l’Europa e la partecipazione della Grecia al disegno di unificazione continentale, definito alla stregua della “Megali Idea del nuovo millennio”. Una scelta che si scontra con le posizioni del PASOK e dei Partito Comunista (KKE), tornato legale, i quali sostengono che tale processo avrebbe portato (come effettivamente avvenuto) ad una perdita di sovranità ed alla trasformazione della Grecia in periferia del sistema capitalista globale. Delle posizioni che, soprattutto per ciò che concerne il PASOK, si affievoliranno non poco sulla base di precisi interessi e giochi di potere nel corso del tempo.

Papandreu, infatti, si presenta come un politico estremamente pragmatico. Sebbene sia stato spesso definito come “populista”, bisogna riconoscere che il suo “populismo” era da intendere nel senso americano del termine. Era il populismo di Andrew Jackson o di Thomas Jefferson, intrinsecamente connesso alla profonda ammirazione che lo stesso Papandreu (educato negli Stati Uniti) nutriva per la Rivoluzione americana. Di fatto, il PASOK mai è stato socialista in senso marxista. Questo abbraccia da subito la social-democrazia per poi divenire liberal-riformista negli anni ’90 e primi ‘2000. Inoltre, nonostante i tentativi di multilateralismo geopolitico della sua guida una volta giunto al potere, la direzione del Partito da anti-europeista e ostile alla NATO si trasforma rapidamente in pro-Europa e filo-atlantista (un percorso, ad onor del vero, del tutto simile a quello di altri Partiti europei del medesimo orientamento politico).

Con i primi anni ’90 ed il ritorno al potere di Nuova Democrazia migliorano i rapporti con gli Stati Uniti. Creta diviene centrale come base di lancio per le operazioni nordamericane nel Vicino e Medio Oriente. E gli stessi USA mediano un accordo tra Grecia e Turchia con il quale i due contraenti rifiutano l’utilizzo della forza per risolvere le controversie e desistono dal prendere iniziative che possano minare i rispettivi interessi (accordo che ancora una volta non verrà rispettato da entrambe le parti, si pensi alle tensioni scatenate dal caso Ocalan – figura di spicco del PKK curdo transitato per la Grecia prima di venire arrestato in Kenya – oppure alla dottrina geopolitica turca della “Patria Blu” che, in linea teorica, mina la sovranità greca sullo spazio egeo, o ancora al persistente problema di Cipro).

Nonostante ciò, con il crollo del blocco socialista, paradossalmente, la Grecia (alla pari dell’Italia dopotutto) subisce un vero e proprio declassamento geopolitico in quanto non risulta più confinante con il “nemico”, anche se Jugoslavia ed Albania non erano in buoni rapporti con Mosca e solo la Bulgaria rappresentava la vera frontiera con il campo filo-sovietico. A ciò si aggiungano il processo di dissoluzione della Jugoslavia, che arriva a rappresentare una vera e propria minaccia alla sicurezza e stabilità greca con le aspirazioni irredentiste della nuova Repubblica di Macedonia (la diatriba sul suo eventuale ingresso nell’UE e nella NATO durerà per quasi trent’anni fino all’accordo  sull’assunzione del nome “Nord Macedonia” e la cancellazione delle rivendicazioni territoriali dal suo testo costituzionale), ed il crollo dell’Albania comunista che spinge in Grecia mezzo milione di immigrati. La Grecia, inoltre, nel contesto delle guerre nell’ex Jugoslavia assume una posizione decisamente più incline verso la Serbia, al contrario di quanto fatto dal resto dell’Alleanza Atlantica.

Più o meno nello stesso periodo, il nuovo governo del PASOK guidato da Kostas Simitis porta la Grecia nell’euro. Nel 1998, infatti, la Drachma entra nell’European Exchange Rate Mechanism. Una scelta che si rivelerà tragica, soprattutto alla luce del fatto che la classe politica greca si era autoconvinta del fatto che, una volta portato il Paese nella zona euro, questo avrebbe potuto rilassarsi e tornare alle vecchie abitudini. Al contrario, questo non fece che accentuare i gravi problemi strutturali della Grecia ed aprire le porte ad una crisi senza precedenti (in cui non è da dimenticare il ruolo delle agenzie di rating USA desiderose di colpire l’euro per salvaguardare il primato del dollaro come valuta di riferimento delle transazioni internazionali) che ha distrutto il già compromesso tessuto economico, sociale e politico del Paese (privatizzazioni selvagge, svendita del patrimonio nazionale e delle risorse strategiche come infrastrutture portuali, aeroportuali e stradali, tagli a salari e pensioni).

La storia greca è ricca di eventi avversi e periodi di gravi difficoltà. Tuttavia, con questa crisi, per la prima volta nella sua storia, il popolo e lo Stato sembrano aver perso la loro direzione, il loro senso della storia e nella storia. Un qualcosa che difficilmente verrà recuperato, sebbene negli ultimi anni la Grecia stia cercando di recuperare un ruolo geopolitico sfruttando la sua posizione di crocevia tra tre continenti. Un qualcosa che ha attirato l’interesse sia della Cina, con il suo progetto di interconnessione eurasiatica della Nuova Via della Seta; sia di USA ed Israele che, oltre a vedere nella Grecia un terreno di passaggio per le vie del gas (dal Mediterraneo Orientale verso l’Europa), alla pari proprio della Cina, vorrebbero sfruttare i porti greci come terminali della cosiddetta “Via del Cotone” che dovrebbe unire l’Europa all’India, attraverso Penisola Arabica e Israele (anche in Grecia, a dei vertici politici compiacenti nei confronti delle politiche israeliane, nonostante i rapporti altalenanti tra Tel Aviv ed il Patriarcato ortodosso di Gerusalemme, si oppone una massa popolare sostanzialmente ostile e critica rispetto al fenomeno sionista). Bisogna altresì mettere in evidenza come Israele punti ad accentuare le frizioni greco-turche a Cipro al preciso scopo di trarre benefici da un divide et impera che porti l’isola (o almeno parte di essa) sotto la sua sfera di influenza (rilevanti, in questo senso, le enclavi sioniste già presenti soprattutto nella Repubblica di Cipro, gli appalti sulla sicurezza degli aeroporti ceduti a gruppi israeliani e le concessioni fatte all’IDF per l’utilizzo delle basi britanniche sull’isola).

In questi giochi di potere geopolitico, la Grecia dovrebbe essere abile nello sfruttare la propria posizione ed ottenere il massimo vantaggio applicando una politica multilaterale (senza ulteriori cessioni di sovranità) e migliorando la capacità di connessione dei propri porti alla massa continentale europea. Allo stesso tempo, con Spagna e Italia, dovrebbe favorire la costruzione di solidi legami tra Europa e Nord Africa, superando interessi particolari, reciproche diffidenze, e combattendo i fenomeni destabilizzanti della regione.

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Storia e geopolitica della Grecia moderna. Parte I – Dalla “Megali Idea” alla catastrofe di Smirne https://strategic-culture.su/news/2025/10/03/storia-e-geopolitica-della-grecia-moderna-parte-i-dalla-megali-idea-alla-catastrofe-di-smirne/ Thu, 02 Oct 2025 21:43:45 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888033 Poco si conosce della storia e delle idee dietro la formazione del moderno Stato greco. In questo contributo (suddiviso in due parti) si cercherà di mettere in luce la particolare evoluzione politica di un Paese che, tra alterne fortune, rimane centrale per la geopolitica mediterranea.

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Quando si parla di storia della Grecia contemporanea in alcun modo si può prescindere dalla lettura del fondamentale testo di Konstantinos Paparrigopoulos (1815-91) “Storia della nazione ellenica”. Qui, lo storico e nazionalista greco, utilizzando la lingua “dotta” katharevousa (in italiano “puristica”), sottolinea la continuità etnica, spirituale ed ideale del popolo greco dall’antichità classica fino al XIX secolo. E lo fa opponendosi in modo drastico alle teorie dello storico austriaco Jacob P. Fallmerayer che, al contrario, riteneva i greci moderni come degli slavi in parte albanesizzati.

Non solo, Paparrigopoulos enfatizza il fatto che alla base del processo secolare di costruzione dello Stato greco e della guerra di indipendenza vi fosse l’idea di unità e della difesa di tutte le comunità greche sparse per l’Impero ottomano (una “grande idea” rivolta ad annettere ognuna di esse ad una nuova entità politica ellenica). I pilastri di questa grecità, a suo modo di vedere, erano essenzialmente due: l’Ortodossia e la lingua. Una lingua che per secoli ha avuto un ruolo di preminenza nelle relazioni commerciali interne allo stesso Impero.

Nonostante questi tratti ideali che accomunavano le comunità greche, nel momento in cui ottiene l’indipendenza, la struttura sociale del nuovo Stato greco è ancora premoderna: quella che lo storico economico Ernest Gellner ha definito come “società segmentaria” (fondata sul familismo, sulla difesa della comunità dall’autorità centrale e, dunque, su naturali forme di clientelismo).

A lungo gli statisti greci, dopo l’indipendenza, cercheranno di smantellare tale sistema imponendo modelli di governo centralizzati in stile francese (quanto fecero Kapodistrias o Mavrocordatos). Ma tutti dovettero scontrarsi con la tradizione profondamente conservatrice di un popolo materializzatasi anche nell’ossessione anticomunista prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Di fatto, e paradossalmente, con la fine di questo conflitto, molti di quelli che avevano collaborato con l’occupazione del Paese da parte dell’Asse (gli italiani in Macedonia occidentale, i bulgari nella Tracia e nella Macedonia orientale) finiscono ad unirsi con la guerriglia comunista il cui obiettivo era o annettere parte del Paese alla Jugoslavia di Tito, o giungere ad una secessione del nord sotto la tutela della Bulgaria. Questo, dopo un secolo di irredentismo, portò allo sviluppo di una sorta di nazionalismo difensivo e sotto certi aspetti fondamentalista secondo cui la Grecia era uno Stato circondato da nemici e secondo cui nessuna parte del suo territorio poteva essere perduto.

Ora, per meglio comprendere questa particolare evoluzione (dal nazionalismo espansivo a quello difensivo) si rende necessario analizzare i fattori che hanno portato all’indipendenza della Grecia. Anche in questo caso, tra l’altro, è interessante osservare come l’iniziale moto spontaneo popolare viene utilizzato dalle potenze dell’epoca per cercare di raggiungere i loro obiettivi geopolitici particolari; tra i quali spiccava ovviamente l’indebolimento dell’Impero ottomano.

In primo luogo, non si può prescindere dal trattare l’argomento del cosiddetto “rinascimento ellenico” o “illuminismo greco” come sovrastruttura ideale alla base del processo di indipendenza. Questo si concentra sull’invenzione linguistica di Adamantinos Korais (1748-1833) – la già citata katharevousa – rivolta a minimizzare le variazioni del greco del periodo bizantino e ottomano per creare una forma adeguatamente modernizzata di greco antico. Tale “invenzione”, inserito nel più ampio processo noto come “questione della lingua greca”, diventerà la lingua ufficiale del nuovo Stato in sostituzione del greco popolare (dhimotiki). Tuttavia, rimarrà sempre confinato ai soli documenti ufficiali. Mentre, oggi, dopo l’adozione della lingua popolare come “ufficiale” alla fine del regime dei colonnelli, viene utilizzata solo dalla Chiesa ortodossa greca.

Ad ogni modo, a questo fervore intellettuale dei primi dell’Ottocento si unì lo sviluppo di alcune società segrete che sognavano la rinascita dell’Impero bizantino. Un’idea che, ad onor del vero, per lungo tempo fu nella mente della zarina Caterina II. Il suo “progetto greco”, infatti, dopo la conquista russa della Crimea (antica periferia bizantina), si fondava proprio sulla ricostituzione di Bisanzio sotto diretta tutela di San Pietroburgo al preciso scopo di porre sotto il controllo russo gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli.

La scintilla che portò allo scoppio della “guerra di indipendenza”, in realtà, fu il prodotto di una questione interna al mondo ottomano: l’apostasia e ribellione di Ali Pasha a Ioannina che portò le forze ottomane nella regione a concentrarsi sull’Epiro, lasciandone altre quasi totalmente scoperte (Morea, Tessaglia ed alcune isole ionie). È indubbiamente curioso inoltre notare come il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, indissolubilmente legato alla Sublime Porta, abbia condannato la rivolta greca. Solo dopo le stragi di preti, la Chiesa ortodossa locale si unirà al conflitto. Cosa che, dopo la sua conclusione, porterà a sua volta alla ricerca dell’autocefalia da parte della Chiesa ortodossa greca rispetto al Patriarcato.

Come già sottolineato, la base ideale di questa ribellione era caratterizzata dall’influenza del neoclassicismo e di certo romanticismo diffuso in tutta Europa. L’obiettivo dei ribelli era quello di liberare la Grecia per fare in modo che questa riottenesse la sua identità autentica. Ed a questo scopo non fu di poco conto il ruolo della diaspora greca nel resto del Vecchio Continente che non mancò di sottolineare il carattere di “guerra di civiltà” di tale rivolta, al preciso scopo di trasformare la questione greca in una “questione europea”. Bisogna riconoscere che lo stesso Impero ottomano non fece nulla per evitare tale processo. Anzi, il massacro di Chios del 1822 e l’assassinio (da parte di una folla inferocita lasciata agire indisturbata dalle autorità) a Costantinopoli del patriarca Gregorio V contribuirono in modo determinante a sensibilizzare l’opinione pubblica europea alla causa greca. E, di fatto, l’indipendenza greca sarà il risultato dell’intervento delle potenze europee (Francia, Gran Bretagna e Russia) – ognuna con i suoi specifici interessi ma tutte convinte di poter utilizzare la Grecia per controllare da vicino l’Impero ottomano – per porre fine in modo definitivo ad un conflitto che si protrarrà per dieci anni.

A ciò bisogna comunque aggiungere il fatto che l’Europa in cui irrompe la questione greca è comunque quella della Restaurazione e della Santa Alleanza. Gli stessi protagonisti della rivoluzione greca sono dei conservatori convinti. Ioannis Kapodistrias, già ministro degli esteri della Russia zarista, non nutriva grande considerazione per l’estremismo della “Società dei Fratelli”, alla base del moto indipendentista. E pure Alexandros Ypsiliantis (colui che proclamò la rivoluzione) era un principe della élite commerciale greco-ottomana (i cosiddetti “fanarioti”, dal nome del quartiere di Costantinopoli “Fanari” dove in prevalenza vivevano) che aveva ricoperto un ruolo di rilievo sempre nell’esercito dello Zar.

I britannici, a loro volta, dopo una iniziale diffidenza, solo nel 1824 garantirono un prestito al governo rivoluzionario greco. Mentre la Francia si unisce alle altre due potenze anche se impegnata a modernizzare l’esercito dell’ambizioso vice-Re d’Egitto Muhammad Ali (di origine albanese) che darà ulteriori problemi alla Sublime Porta proprio dopo la fine del conflitto in Grecia.

La battaglia di Navarino tra le flotte delle tre potenze e quella ottomana nel 1827 segna una svolta decisiva nella guerra. L’anno dopo, Kapodistrias viene invitato a divenire capo del governo greco (carica che manterrà fino al suo assassinio nel 1831). Tuttavia, si trova di fronte ad una situazione drammatica, con il Paese in mano ai signori della guerra ed a gruppi mercenari (slavi e albanesi) che si vendono senza problemi al migliore offerente.

Nonostante ciò, le negoziazioni tra le potenze e l’Impero conducono alla creazione di un nuovo Stato la cui corona viene affidata alla casa bavarese Wittelsbach. Uno Stato di 700.000 abitanti, devastato economicamente, con due milioni di greci che ne rimangono fuori.

La nuova casa regnante porta con sé un esercito tedesco, burocrati e fondi, ma nonostante il desiderio di stabilità (espressione anche del compromesso con il Patriarcato ecumenico del 1850 in base al quale le due Chiese ortodosse rimanevano dogmaticamente unite seppur politicamente separate) deve fare i conti con le milizie irregolari che agiranno tra le frontiere settentrionali almeno fino alle Guerre Balcaniche del 1912-13. Queste, ad onor del vero, erano utili su entrambi i lati: gli ottomani potevano dimostrare come la Grecia non fosse pronta a venire inserita all’interno del sistema di sicurezza europeo (i signori della regione, inoltre, potevano ottenere più fondi ed armi dalla Sublime Porta); mentre, lo Stato greco li tollerava perché, concentrandosi sull’idea di liberare i fratelli rimasti fuori dalla nuova entità statale, non si ribellavano al potere centrale (e molti di loro verranno successivamente incorporati nella polizia e nell’esercito).

Ad ogni modo, le correnti politiche interne del nuovo Stato riflettevano gli interessi delle potenze che avevano sostenuto la causa greca. I conservatori (tra cui spiccavano l’eroe di guerra dell’indipendenza Theodoros Kolokotronis ed il fratello del defunto Kapodistrias) erano vicini alla Russia – il pensatore e diplomatico russo Konstantin Leont’ev, da molti considerato come una sorta di precursore dell’eurasismo, scrisse non poche pagine in cui sottolineava come la Grecia, aprendosi all’Occidente, avesse perso la sua anima tradizionale – mentre i liberali erano più propensi a guardare verso Gran Bretagna e Francia. Tra di essi prese il sopravvento una forma di politica centrista (il cui principale protagonista fu il Ioannis Kolettis) che presentava al popolo grandiose immagini di prosperità, sviluppo e confini allargati ma che nella realtà non fece praticamente nulla di concreto in questo senso. Anche perché dovette affrontare la realtà di un Paese in grave crisi economica (paradossalmente l’Impero ottomano aveva una classe mercantile greca, mentre la Grecia ne era priva) ed incapace di portare avanti un reale programma di redistribuzione della terra. Inoltre, con il deterioramento delle relazioni tra le stesse potenze (e l’approssimarsi della Guerra di Crimea), Francia e Gran Bretagna spingono la Grecia a migliorare i rapporti con l’Impero ottomano ed a sganciarsi dall’influenza russa. Di fatto, in questo periodo, la diffusione del panslavismo in Russia è direttamente proporzionale alla diffusione della slavofobia in Grecia (anche sotto diretta spinta britannica) il cui unico interesse nazionale diviene la “sanificazione dei confini settentrionali”. Quella che fu la terra di Filippo ed Alessandro Magno veniva infatti considerata come parte essenziale per l’esistenza della Grecia, per la sua sicurezza e prosperità. Ed è assai curioso il fatto che furono proprio i greci a chiamare i bulgari slavizzati, che in parte la abitavano, come slavi macedoni, dando il là ad uno dei problemi etnico-culturali che contraddistinguerà i rapporti della Grecia con i suoi vicini addirittura fino ai primi due decenni del XXI secolo.

Nel 1862 il sovrano Otto I abdica e la sua dinastia viene sostituita da quella danese Glucksburg. Otto era infatti diventato il capro espiatorio per tutti i problemi del Paese. Senza considerare che, prima dell’intervento di Francia e Gran Bretagna contro la Russia nel Mar Nero, si era convinto di poter dare avvio ad una “seconda guerra di liberazione” contro l’Impero ottomano, salvo poi rimanere molto deluso dall’atteggiamento dei suoi “protettori”. Il nuovo sovrano Giorgio I si dimostrò subito più abile del predecessore sul piano politico. Nel 1864, la Gran Bretagna consegna alla Grecia le isole ionie acquisite durante le guerre napoleoniche. Mentre nel 1881, a seguito di un lungo negoziato, la Grecia acquisisce la Tessaglia dall’Impero ottomano, aumentando il suo territorio del 26% e la sua popolazione del 18%. Questo negoziato fu il prodotto della crisi orientale del 1878 (nuovo conflitto russo-ottomano) e della Conferenza di Berlino con la quale Francia, Gran Bretagna e Germania cercarono di mitigare la vittoria russa e gli esiti del Trattato di Santo Stefano.

Nel 1896 una rivolta anti-ottomana sull’isola di Creta (l’ennesima) costringe la Grecia ad inviare truppe ed aiuti. L’anno successivo, tuttavia, l’esercito greco subisce una pesante sconfitta in Tessaglia ad opera di truppe ottomane addestrate ed equipaggiate dalla Germania. Si tratta di un particolare contesto geopolitico in cui i rapporti tedesco-ottomani si stavano rafforzando rapidamente (si pensi all’idea dell’infrastruttura ferroviaria Berlino-Baghdad, contrastata dai britannici, ad esempio) ed in cui la Sublime Porta si stava facendo garante della causa bulgaro-macedone (spinta al Patriarcato ecumenico per il riconoscimento dell’autocefalia della Chiesa bulgara, ovviamente in contrasto con quella di Atene, e nascita dell’Organizzazione Rivoluzionaria Interna della Macedonia). A ciò si aggiungano le crescenti preoccupazioni inglesi per la costruzione di una flotta militare tedesca, considerata alla stregua di una vera e propria minaccia esistenziale all’Impero di Sua Maestà. Tutti fattori che si riflettono sulla politica interna greca dove le divisioni nel campo monarchico tra filo-tedeschi e filo-britannici entrano in contrasto con le tendenze più apertamente “occidentali” della classe politica liberale.

Così, nel 1909, arriva il colpo di Stato della Lega Militare che lamentava l’eccessiva influenza della monarchia sull’esercito e la diffusa corruzione politica. I giovani ufficiali, prodotto dell’Accademia militare di Atene, chiamano come consigliere politico l’avvocato cretese Elefterios Venizelos, che avrà un ruolo determinante nella storia della Grecia per tutto il decennio successivo ed oltre.

Questi, una volta salito al potere, spinge per un’agenda riformista e per importanti modifiche costituzionali che andranno di pari passo con l’esplosione di un nuovo conflitto nei Balcani. Un conflitto determinato in primo luogo dalla debolezza che l’Impero ottomano aveva mostrato con la guerra italo-turca del 1912 che porta Roma ad impossessarsi della Libia (sebbene solo nei primi anni ’30 l’allora Italia fascista riuscirà ad ottenere pieno possesso della colonia schiacciando la ribellione della Senussia guidata da Omar al-Mukhtar). Dunque, Serbia, Bulgaria e Grecia (inaspettatamente alleate) approfittarono della situazione anche alla luce del fatto che l’Impero stava affrontando i problemi interni legati al colpo di Stato dei cosiddetti “Giovani Turchi” ed alle successive crisi/trasformazioni istituzionali.

In questa nuova fase conflittuale, l’obiettivo principale della Grecia era quello di prendere possesso di Salonicco (città cosmopolita – abitata nel periodo da 61.500 ebrei, 50.000 cristiani ortodossi e 45.000 musulmani – e centro commerciale di primaria importanza per la regione). Ma i maggiori successi, vengono ottenuti sul mare con la flotta greca che riesce a raggiungere la piena supremazia sull’Egeo, bloccando gli aiuti alle truppe ottomane impegnate sulla terraferma e costringendo la flotta della Sublime Porta a rifugiarsi oltre gli Stretti.

Grecia, Serbia e Bulgaria, infine, definiscono sulla base di trattati bilaterali i rispettivi confini, sebbene la già citata Organizzazione Rivoluzionaria Interna della Macedonia fosse intenzionata a proseguire le attività belliche contro gli alleati.

Le guerre balcaniche del 1912-13 da molti vengono considerate come l’inevitabile preludio alla “Grande Guerra”, così come il conflitto civile spagnolo fu l’anticipazione del Secondo Conflitto Mondiale. Non è un’affermazione errata, visto il coinvolgimento più o meno diretto anche delle grandi potenze europee (si consideri l’interesse di quell’alleanza passata alla storia come la “Triplice Intesa” allo smantellamento progressivo dell’Impero ottomano, con una Gran Bretagna con obiettivi strategici crescenti soprattutto nel Vicino Oriente; oppure alle crescenti tensioni tra Serbia ed Impero austro-ungarico, con quest’ultimo afflitto da gravi problemi interni). Non solo, con le guerre balcaniche divengono anche più accese le persecuzioni dei greci dell’Asia minore; iniziano gli scambi di popolazione tra Grecia e Impero ottomano; e si pongono le basi per lo “scisma nazionale greco” (dichasmos) con l’assassinio di Giorgio I e la salita al trono del figlio Costantino (già protagonista del conflitto sul fronte macedone ed epiriota).

Proprio i primi scambi di popolazione generano alcune evidenti tensioni interne tra i nuovi arrivati ed i “nativi” (in particolare l’élite politica conservatrice del Peloponneso assai ostile all’idea di condividere il potere e le posizioni di vantaggio acquisite in quasi un secolo di indipendenza). Una tensione che si acuisce con la deflagrazione del conflitto mondiale e con le diverse posizioni assunte da Venizelos e dal sovrano. Con il primo deciso ad entrare in guerra affianco all’Intesa (l’ambasciatore britannico aveva offerto alla Grecia concessioni territoriali in Asia Minore e Cipro, mentre lo stesso Venizelos chiedeva Smirne ed i territori circostanti sempre in Asia Minore, le isole dell’Egeo, il nord dell’Epiro e la Tracia) e Costantino (germanofilo) intenzionato a mantenere una posizione neutrale.

Lo scontro, dunque, è anche il prodotto di due visioni contrastanti: i liberali di Venizelos legati ancora alla “Megali Idea” (alla “liberazione” di tutte le comunità elleniche dal giogo ottomano); ed i conservatori filo-monarchici fautori di una “Grecia territorialmente ridotta ma comunque onorabile”. Costantino e la sua cerchia, ad esempio, sostenevano l’argomento dell’inutilità dell’ingresso in un conflitto che avrebbe finito per favorire le aspirazioni espansioniste della Serbia.

Un’ulteriore spinta a quello che è stato definito come “scisma nazionale” tra monarchia e governo parlamentare venne dato dalla stessa Intesa che minacciò di cedere Salonicco e la Macedonia proprio alla Serbia, se la Grecia non fosse entrata direttamente nel conflitto. Elemento che, insieme alle continue violazioni territoriali sempre dell’Intesa, spinse Venizelos ed alcuni ufficiali dell’esercito a creare un governo alternativo nella stessa Salonicco per sostenere lo sforzo bellico accanto a Francia, Gran Bretagna e Italia sul fronte macedone (azione comunque non particolarmente apprezzata dai britannici che, nell’opera di Venizelos, vedevano un eccessivo avvicinamento all’alleato francese).

La Grecia si trova così divisa in due e separata da una zona neutrale, sebbene sempre Venizelos continuasse a richiedere all’Intesa l’autorizzazione per marciare su Atene. Il suo ritorno nella capitale, infine, viene da subito contraddistinto per la pesante repressione degli elementi filo-monarchici e per le pressioni a Costantino, costretto ad abdicare in favore del figlio Alessandro ed a abbandonare la Grecia a bordo di un incrociatore britannico.

Alla fine del conflitto, la Grecia, nonostante la grave crisi politica interna, si siede al tavolo dei vincitori nella convinzione che l’armistizio di Mudros avrebbe legittimato la sua espansione verso l’Anatolia. Sulla base dell’esito finale della Conferenza di Parigi, del Trattato di San Remo e di quello di Sevres (quest’ultimo rivolto in particolare alla salvaguardia dei gruppi etnici all’interno dell’ormai ex Impero ottomano), Smirne diviene protettorato greco per cinque anni. Al termine di questo periodo, la città e la regione ad essa circostante avrebbe dovuto scegliere il proprio destino sulla base di un referendum. E, nel momento in cui le truppe greche entrano nella città (15 maggio 1919), la regione era abitata da 620.000 greci e 950.000 turchi.

Le cose cambiano rapidamente nel 1920, dopo la sconfitta nelle elezioni parlamentari dei liberali di Venizelos ed il ritorno in Grecia di Costantino (sotto tutela britannica) dopo la morte improvvisa del figlio Alessandro. Di fatto, i britannici si erano autoconvinti di poter utilizzare la loro influenza sulla Grecia per fare della stessa il controllore degli Stretti. Al contempo, i militari greci cercarono di impressionare Londra affermando di essere capaci di poter annientare sul nascere (o quasi) la ribellione nazionalista guidata da Mustafa Kemal, la cui ambizione era quella di costruire uno Stato etnico turco all’interno dei confini anatolici, limitandone così la spartizione.

I greci, così, inviano in Turchia un contingente di 200.000 uomini con l’idea, addirittura, di porre Ankara sotto assedio (quartier generale dell’assemblea nazionale kemalista). Tuttavia, vengono rapidamente costretti alla ritirata da un esercito che utilizza sia strumenti simmetrici che asimmetrici (gruppi irregolari e guerra di guerriglia). A ciò si aggiunga che Francia e Italia, teoricamente alleati dei britannici e dei greci, cominciano a tessere relazioni con il governo turco nazionalista insieme ai bolscevichi russi. Questi, infatti, preoccupati dalla presenza inglese sugli Stretti, cominciano a fornire sostegno militare ai kemalisti, mentre il “venizelismo” e la “Megali Idea” venivano considerati da Mosca alla stregua di forme di imperialismo.

Il tentativo greco di accerchiare Istanbul per fare pressioni contro Mustafa Kemal, di fatto, indebolisce ulteriormente il fronte nell’Asia Minore che viene rotto dalle forze nazionaliste turche nell’estate del 1922. Evento cui seguirà il progressivo abbandono del sogno greco da parte dei britannici e la tremenda catastrofe di Smirne, nel corso della quale la popolazione greca della città venne letteralmente gettata in mare dalle milizie irregolari (desiderose di vendetta per il tradimento dei greci durante la Prima Guerra Mondiale) che precedettero, secondo una prassi consolidata, l’ingresso nel centro urbano dell’esercito di colui che diverrà Ataturk.

Il successivo Trattato di Losanna, di fatto, sancendo un nuovo scambio di popolazione, pone fine non solo al mito espansivo della “Megali Idea” ma anche ad una convivenza pacifica tra diverse etnie e confessioni in Asia Minore che durava da diversi secoli.

In conclusione di questa prima parte, si rende opportuno sottolineare come la storia e la geopolitica della Grecia nel suo primo secolo di vita, pur guidate da un’idea di rinascimento nazionale, siano state contraddistinte dall’influenza di volontà esterne (spesso o sempre in contrasto tra loro, anche quando si trattava di presunti alleati, Francia e Gran Bretagna) che ne hanno determinato in modo evidente i loro indirizzi. Con la fine della guerra in Asia Minore, inoltre, la Grecia si troverà sottoposta alla pressione di (nuovi) nemici esterni (l’Italia fascista) e interni (il timore esistenziale bolscevico).

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El desfalco griego y el negocio bélico ucraniano: dos caras de la utilización financiera global https://strategic-culture.su/news/2025/08/08/el-desfalco-griego-y-el-negocio-belico-ucraniano-dos-caras-de-la-utilizacion-financiera-global/ Fri, 08 Aug 2025 14:00:46 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886967 Alejandro MARCO DEL PONT

La hipocresía debe ser ordenada (El Tábano Economista)

En el teatro de la economía internacional, Grecia y Ucrania representan dos tragedias modernas con un guion común: el saqueo sistemático bajo el disfraz del rescate financiero o la ayuda humanitaria. Mientras think tanks y organismos multilaterales celebran supuestas «recuperaciones», la realidad desnuda un patrón de depredación donde los acreedores y el complejo militar-industrial emergen como únicos vencedores.

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Grecia: la austeridad como herramienta de sometimiento

El referéndum del 5 de julio de 2015 fue un momento de ilusión efímera. El 61% de los griegos rechazó las condiciones draconianas impuestas por la Troika (Comisión Europea, BCE y FMI), pero su victoria duró menos de una semana. Alexis Tsipras, el líder progresista que prometió desafiar a Bruselas, capituló. El acuerdo final no solo ignoró el mandato popular, sino que profundizó el mecanismo de transferencia de riqueza hacia los bancos europeos.

Los números son obscenos: entre 2010 y 2015, Grecia recibió €230.000millones en rescates, pero el 90% se destinó a pagar deudas a acreedores privados —principalmente alemanes y franceses—. Solo el Deutsche Bank y BNP Paribas concentraban el 34% de la exposición crediticia. Mientras, el PIB griego se contrajo un 30%, el desempleo juvenil superó el 50% y 450.000 profesionales emigraron entre 2008 y 2016, según la Hellenic Statistical Authority.

El memorándum de 2015 exigió privatizaciones por €50.000 millones: el puerto del Pireo (vendido a COSCO, China), los aeropuertos regionales (adquiridos por Fraport alemana), y la joya de la corona, la compañía eléctrica pública DEI, desmantelada para beneficiar a conglomerados como ENEL italiana. La electricidad subió un 58% entre 2010 y 2018, mientras los salarios retrocedieron a niveles de 1970. La Troika justificó el ajuste como un «mal necesario», pero documentos filtrados del FMI en 2016 admitían que la deuda griega era insostenible incluso con las reformas.

Ucrania: la guerra como modelo de negocio

Si Grecia fue el laboratorio de la austeridad y el negocio financiero, Ucrania es el campo de pruebas del capitalismo bélico. Desde el Euromaidán (2014), el país ha recibido U$S162.000 millones en ayuda militar y financiera, según el Kiel Institute. Pero esta generosidad tiene un ADN geopolítico: el 72% del armamento proviene de contratistas estadounidenses (Lockheed Martin, Raytheon) y europeos (BAE Systems, Rheinmetall), cuyas acciones se dispararon un 200-300% tras la invasión rusa de 2022.

El FMI, otrora inflexible con Grecia, relajó todas sus condiciones para Ucrania. Entre 2014 y 2024, Kiev incumplió metas fiscales, postergó reformas anticorrupción y recibió U$S40.000 millones en créditos sin el más mínimo seguimiento. La deuda externa ucraniana alcanzó el 124% del PIB en 2023, pero Occidente aplicó una moratoria hasta 2027. El contraste con el trato griego es revelador:

  • Grecia fue forzada a recortar pensiones un 45%; Ucrania recibió U$S18.000 millones en 2023 solo para pagar salarios públicos (ejercito).
  • Mientras Atenas vendió infraestructura crítica, Kiev obtuvo U$S27.000 millones en «ayuda presupuestaria directa» del FMI en 2023, sin privatizaciones.

El negocio tras la destrucción es lucrativo. La reconstrucción de Ucrania se estima en U$S 750.000 millones, según el Banco Mundial, con contratos ya asignados a Bechtel (EEUU) y Vinci (Francia). Mientras, la industria energética europea —desesperada por reemplazar el gas ruso— invirtió U$S30.000 millones en 2022-2023 en infraestructura ucraniana, desde plantas de GNL hasta corredores de exportación de granos.

El doble nivel no es un error, sino una estrategia. Grecia fue castigada por ser pequeña y prescindible; Ucrania es premiada por su valor geopolítico. En ambos casos, los ciudadanos pagan el precio: Grecia perdió soberanía económica y 25% de su población activa mientras Ucrania ha visto destruido el 40% de su PIB y el 30% de su territorio.

La lección es clara: en el capitalismo global, las crisis se convierten en oportunidades de lucro. Ya sea mediante la deuda o las bombas, el resultado final es el mismo unos pocos ganan, y millones pierden. Pero seguir creyendo en recetas de política económica y seguimientos técnicos de organismo internacionales que prestan los fondos, resulta absurdo. Las metas son políticas para beneficio del prestamista. Grecia pago cada centavo y seguirá pagando; Ucrania, dependiendo del remanente territorial, veremos a manos de quién pasa.

Publicado originalmente por El Tabano Economista

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Una fosca prospettiva per il futuro economico dell’Unione Europea: il problema chiave è il rigido sistema politico ed economico https://strategic-culture.su/news/2025/06/11/una-fosca-prospettiva-per-il-futuro-economico-dellunione-europea-il-problema-chiave-il-rigido-sistema-politico-ed-economico/ Wed, 11 Jun 2025 12:30:48 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=885805 Europa unita, perché il progetto dell’Unione Europea è in difficoltà?

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Si fra presto a dire: “Unione Europea”, quella oggi conosciuta è il risultato del trattato di Maastricht, ideato nel 1992 e siglato il 1° novembre 1993, con tutta una serie di scelte ultraliberiste dettate dal tempo della vittoria dell’unipolarismo atlantico nella Guerra Fredda, successiva al collasso del campo sovietico.

La straordinaria follia di quel trattato risiede nel fatto che il suo ruolo impositivo e costrittivo, non solo ha obbligato a privatizzare porzioni rilevanti di tutti i servizi sociali di ogni singola nazione aderente, dalla scuola alla sanità, a distruggere le politiche di accompagnamento per giovani e anziani, ad erodere tutte le forme di tutela per i disoccupati, ma anche a promuovere forme stabili di precariato in tutti i settori, ancora una volta partendo da scuola e sanità, fino ad arrivare ad una ragionata e programmata compromissione delle forze giovanili del lavoro, oggi stabilmente precarie in almeno per un terzo delle generazioni fino ai 35 anni di tutto il continente.

Poi, pur condannando e ironizzando sui piani quinquennali, quelli sovietici, ma anche quelli cinesi, oggi a Pechino sono arrivati al quindicesimo e con successo si sono affermati, proprio in ragione di questa modalità tutta marxista di affrontare l’economia, come la prima potenza economica e militare del pianeta, al netto dei dati diffusi dall’Unione Europea, la quale finge ancora di riconoscere un primato dell’alleato a stelle e strisce, di fatto inesistente, ha fatto  molto di più,  con una follia che rasenta di molto il ridicolo, ha inventato regole del tutto astratte disconnesse da qualsiasi studio economico serio, ad esempio nel campo del debito e del deficit che stabiliscono come gli stati membri debbano mantenere un debito pubblico inferiore al 60% del PIL e un deficit inferiore al 3% sempre del PIL. Chi superasse tali cifre, ovvero quasi tutti, dovrebbe, anzi è violentemente costretto, ad  adottare misure per ridurre il debito e il deficit, i famosi “aggiustamenti strutturali”, regole capestro imposte dai commissari di Bruxelles e dalla satrapia ad essi correlata rappresentata della Banca Centrale Europea di Francoforte.

Come se tutto questo non bastasse, la violenza impositiva dell’Unione Europea da un lato cerca di decretare la lunghezza minima e massima delle zucchine che possano essere messe in commercio – purtroppo non è uno scherzo, ma una delle mille inutili e demenziali stravaganze dell’Unione Europea – ma con peggiore ferocia inventa altre regole economiche come il Fiscal Compact, anche detto Patto di Bilancio Europeo, un trattato firmato, o meglio imposto, ai paesi dell’Unione Europea  nel 2012, a parole con l’obiettivo di rafforzare la disciplina e il coordinamento delle politiche di bilancio ed economiche delle nazioni parte dell’Unione, promuovendo la stabilità dell’area dell’euro, in verità mettendo ancora e una volta di più sotto ricatto gli stati nazionali distruggendone la sovranità. Era quello, il 2012, l’anno in cui olandesi e tedeschi si divertivano a chiamare volgarmente più che ironicamente “PIGS”, ovvero “maiali” in lingua inglese, i paesi dell’Europa mediterranea, cacciando il governo Berlusconi in Italia perché proprio il ministro dell’Economia di quel governo, Giulio Tremonti, teorizzava una totale revisione del sistema distruttivo e demenziale di questi trattati e soprattutto perché con la complicità dell’allora presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano si è insediato al governo l’ultraliberista ed europeista Mario Monti, il quale ha promosso riforme distruttive di quel poco che restava dello stato sociale italiano, si pensi alla “riforma” Fornero del sistema pensionistico, la quale obbliga a lavorare fino a 67 anni d’età o per almeno 44 anni di contributi versati, o peggio all’introduzione del Fiscal Compact nella Costituzione italiana.

Peggio è andata ai greci, sui quali si è provato un perverso esperimento di chirurgia sociale, affamandoli e obbligandoli, anche nel centro d’Atene, a scaldarsi in salotto con la legna, per colpa del gas e della luce tagliati, o a Spagna e Portogallo, obbligati a trasferire ingenti somme compensatorie per anni a Bruxelles, pochi sanno che a tutt’oggi l’Angola, retta dalla sua indipendenza nel 1975 da un governo di orientamento marxista guidato dal  Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola fondato ai tempi della lotta anticolonialista da Agostinho Neto, paga mensilmente metà del debito di Lisbona con Bruxelles.

Ultima appendice ricattatoria del sistema di controllo e di vincolo economico europeo è il MES, ovvero il Meccanismo Europeo di Stabilità, fortunatamente non firmato dal governo Meloni, solo esecutivo oramai in Europa a contrastarlo. Tale Meccanismo Europeo di Stabilità non stabilizza nulla e ancor meno è un “salva – stati”, come i funzionari europei millantano, si tratta piuttosto di regole capestro finalizzate e distruggere ogni residua autonomia nazionale, mettendo direttamente i singoli governi sotto il totale controllo decisionale di Bruxelles, la quale potrebbe imporre “Clausole di Azione Collettiva” volte a una obbligatoria “ristrutturazione del debito”, ovvero distruzione finale e totale di ogni singola nazione finita sotto questo cappio.

Certo Silvio Berlusconi, in compagnia dello spagnolo nostalgico del franchismo Josè Maria Aznar e del britannico Tony Blair, distruttore del laburismo inglese, non è esente da responsabilità, quando su ordine di Washington nel luglio 2002, a una manciata di mesi dall’introduzione dell’euro come moneta comune ha accettato il ricatto di Washington volto a imporre di non cambiare con l’euro il dollaro da sempre – o meglio dal 1945 – moneta di scambio internazionale e dunque anche dell’Unione Europea, la quale piuttosto proprio con la nascita della moneta unica voleva su proposta del francese Chirac e del tedesco Schröder, sganciarsi da questo decennale ricatto.

Lo stato di nefasta subalternità alle logiche di morte e di guerra dell’Unione Europea sono state poi confermate dal pietoso G7 del 2021 tenutosi in Cornovaglia, in cui i capi di stato e di governo europei sono corsi a inginocchiarsi davanti a Biden, poco lucido presidente a stelle e strisce, anzi come sempre spaesato e confuso, comodamente seduto in una poltrona di vimini. Se tale atto di miserevole sudditanza non fosse stato sufficiente, il peggio è venuto qualche giorno dopo, quando, tutti quanti insieme tali politici hanno preso l’aeroplano per recarsi a Bruxelles, in occasione del vertice della NATO. Tale consesso non solo ha promosso, per l’ennesima volta, iniziative contro la Russia e contro la Cina, ma è stato suggellato da Mario Draghi, allora presidente del consiglio italiano, ma già a lungo presidente della Banca Centrale Europea, il quale con noncuranza dell’enorme gravità delle sue affermazioni ha dichiarato davanti ai cronisti che l’Unione Europea sia ancillare della NATO, ovvero una sua promanazione obbediente e sottomessa.

La conferma di questa triste verità è giunta con l’approvazione in questi mesi del piano “ReArm Europe” con un aumento della spesa militare per almeno 800 miliardi di euro obbligatoriamente per tutte le nazioni dell’Unione Europea, un piano di guerra volto a continuare lo scontro contro la Russia e gettare tutte le premesse belliciste per una sua estensione contro la Cina, nel quadro della tutela non certo dei cittadini, ma degli interessi della finanza speculativa, tanto che in fretta e furia il 19 maggio 2025 il guerrafondaio primo ministro inglese Keir Starmer, aspirante condottiero insieme a Emmanuel Macron della guerra mondiale atomica, ha sottoscritto a Londra con Ursula Von der Leyen una serie di accordi bilaterali che di fatto sanciscono il ritorno della Gran Bretagna nell’Unione Europea, contro la volontà dei cittadini britannici e del referendum da loro votato nel 2016 per lasciare l’Unione Europea e applicato con fatica nel 2020.

Nonostante l’irriformabilità di NATO ed Unione Europea, che andrebbero, per il bene tanto dell’umanità, quanto degli europei, solo abolite al più presto, vi è ancora qualcuno che mitizza l’atto originario della nascita dell’Unione con la firma dei tratti di Roma del 25 marzo 1957 istitutivi della Comunità Economica Europea e della Comunità Europea dell’Energia Atomica, nota anche come Euratom.

A tutti costoro occorrerebbe tornare ad analizzare i fatti e i documenti di allora, apparirebbe chiaro che, come sottolineava il segretario dei comunisti italiani Palmiro Togliatti, tale progetto unitario nasceva in funzione antisovietica, anticomunista e in ultima analisi antirussa.

Cito solo due tra le innumerevoli conseguenze di questa nascita, a tutt’oggi millantata come segno di pace e di amicizia tra i popoli.

Il trattato di Roma vietava qualsiasi rapporto economico, culturale e commerciale con la Germania socialista, la DDR, al punto di interdire libri e film prodotti in quella nazione. Con il 1958 dunque dalle librerie italiane sono stati ritirati dal commercio i volumi di Anna Seghers, Bertolt Brecht e molti altri autori di quella nazione, pena pesantissime sanzioni contro gli editori che non rispettassero tali regole. Tale divieto scomparirà solo nel 1973, quindici anni dopo grazie al riconoscimento reciproco delle due Germanie e il loro tardivo ingresso alle Nazioni Unite.

Il trattato di Roma vietava la conoscenza pubblica dei dati della produzione agricola delle nazioni aderenti, dunque gli stati del campo socialista da un giorno all’altro si sono trovati con enormi difficoltà nel programmare possibili esportazioni agro – alimentari all’interno di Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Italia e Germania Occidentale. Ad ovviare a questa situazione, con la collaborazione dei comunisti italiani, vengono creati degli enti fittizi a Bruxelles che raccolgono queste informazioni e le trasmettono alle nazioni socialiste, un lavoro da 007, non certo nello stile di James Bond, ma parimenti passibile di svariati anni di reclusione per coloro che in nome veramente in questo caso della libertà e dell’amicizia tra i popoli hanno assolto a questo compito assolutamente pericoloso, sebbene si trattasse di sapere giusto quanto latte avrebbero prodotto le nazioni della Comunità Economica Europea e quanta carne sarebbe stata macellata.

Per la DDR poi ogni commercio era diventato impossibile, così che il burro tedesco – orientale raggiungeva la Svizzera e con la collaborazione degli amici locali del campo socialista veniva impacchettato come elvetico e messo in commercio nelle nazioni europee.

Concludendo, l’Unione Europea è una realtà nefasta da sempre, rigida e settaria contro i propri cittadini, pericolosamente bellicista contro il resto del mondo.

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Greece and Cyprus block EU from going easy on Islamist regime in Syria https://strategic-culture.su/news/2025/02/15/greece-and-cyprus-block-eu-from-going-easy-on-islamist-regime-in-syria/ Sat, 15 Feb 2025 16:48:19 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883521
Many argue sanctions could be reinstated if violence resurges, but as the atrocities never stopped, lifting sanctions would only consolidate the new Syrian regime.
By Javier VILLAMOR

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The European Union is facing a new internal fracture caused by Greece’s and Cyprus’ firm opposition to end sanctions against the new Islamist regime in Syria, a measure supported by Turkish President Recep Tayyip Erdoğan. This blockade not only highlights concerns about regional stability, but also reflects the ongoing geopolitical struggle between Athens, Nicosia, and Ankara.

Although EU foreign ministers reached a political agreement on January 27th in Brussels to ease sanctions on Syria, Greece and Cyprus have blocked the process by demanding guarantees that sanctions could quickly be reimposed if necessary. According to diplomatic sources, both countries fear that a premature removal of restrictions could consolidate the position of the new Syrian regime and, by extension, strengthen Turkish influence in the region.

The Greek and Cypriot positions go beyond their historical rivalry with Turkey; they also respond to a legitimate concern about stability in the Eastern Mediterranean and the risk that extremist groups linked to Ankara will expand their control in Syria. Their experience in managing massive migration crises leads them to warn that a rushed relaxation of sanctions could trigger a new wave of uncontrolled migration to Europe and strengthen actors who threaten regional security.

During the 2015 migration crisis, when the war in Damascus reached its most violent point with clashes between the Syrian regime, insurgents, and the Islamic State, the EU reached an agreement with Turkey to manage the refugee flow. In exchange for taking in millions of displaced people, Ankara received €3 billion. Since then, Erdoğan has used this pact as a pressure tool against Europe, repeatedly threatening to open the borders.

The EU, led by foreign policy chief Kaja Kallas, has expressed its intention to suspend sanctions in key sectors such as energy, transport, and finance, arguing that this would contribute to the “stabilization” of the country after Assad’s fall. However, Greece and Cyprus argue that this will only benefit Turkey, facilitating its economic and political expansion in Syria and consolidating it as a regional power.

In a recent interview, Ribal al-Assad, cousin of former leader Bashar al-Assad and founder of the Organisation for Democracy and Freedom in Syria (ODFS), has been clear in his criticism of this measure:

Honestly, I am surprised. Many are rushing to lift sanctions on the Syrian regime, arguing that they could be reinstated if violence resurges. However, these atrocities continue. Daily massacres are being committed.

Al-Assad also warns that Syria could become a “sanctuary of extremism at Europe’s doorstep” if the international community does not act firmly.

In response to this situation, Cyprus, Greece, and Austria presented a series of proposals during the EU Foreign Affairs Council on December 16th to address the Syrian crisis in a structured manner. These include appointing an EU special envoy for Syria, creating a European support mechanism for the country’s reconstruction, and using frozen assets of the Assad regime to pay for humanitarian and reconstruction projects.

The goal of these initiatives is to make any European support conditional on a real political transition, based on respect for Syria’s territorial integrity and ethno-religious diversity. Additionally, they insist on the need for constant monitoring to prevent aid from unintentionally benefiting extremist groups or the Turkish government. Ribal al-Assad emphasizes the risk of legitimizing extremist actors in Syria’s new landscape:

How can we negotiate with jihadists? The European Union has never met with leaders of Hamas, Hezbollah, or Al-Qaeda. So why recognize a group whose leader was a deputy commander of ISIS?

The document presented by Cyprus, Greece, and Austria also warns of the risks of Syria’s fragmentation and the rise of extremist groups, including the reemergence of the Islamic State and the influence of the Muslim Brotherhood in shaping the new regime. Additionally, it highlights concerns about drug trafficking, particularly the production and distribution of Captagon, a drug crucial to the financing of armed groups in the region.

Greece and Cyprus insist that any EU decision must be accompanied by a clear and sustainable strategy that guarantees not only immediate stability but also a secure future for Syria, free from the Islamist threat. The final decision on lifting sanctions will not only determine the fate of the Arab country but also the balance of power in the Eastern Mediterranean and Turkey’s role in European politics.

Original article: europeanconservative.com

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Top tanker owning nations in 2024 https://strategic-culture.su/news/2025/01/02/top-tanker-owing-nations-in-2024/ Thu, 02 Jan 2025 19:55:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=882721 This infographic shows the grand total value of the world’s largest tanker fleets as of February 2024.

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Da Ucrânia a guerra contra a Ortodoxia volta-se agora para a Grécia https://strategic-culture.su/news/2024/08/03/da-ucrania-a-guerra-contra-a-ortodoxia-volta-se-agora-para-a-grecia/ Sat, 03 Aug 2024 16:33:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=880350

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A polícia grega, por instigação do Patriarca Bartolomeu em Istambul, fez recentemente tentativa agressiva de ocupar o mosteiro ortodoxo Esfigmenou, situado no território da república monástica autônoma do Monte Athos. O principal objetivo era expulsar à força os monges tradicionalistas que aí vivem e rezam. O objetivo secundário do ataque era criar pretexto para estacionar permanentemente forças governamentais gregas nas proximidades de cada um dos mosteiros da península de Athos. O vergonhoso assalto foi réplica copiar/colar de operação semelhante que tinha sido anteriormente levada a cabo pelo regime de Kiev contra os monges do Lavra das Grutas de Kiev, na Ucrânia.

As analogias são notáveis e vão consideravelmente mais longe do que o mero desalojamento/despejo. Em ambos os casos o objetivo final por detrás do ataque indecoroso a comunidade religiosa pacífica era arrancá-la fisicamente dos utilizadores legítimos, a fim de transferi-la para controle de outro grupo ilegítimo, mas cooperativo. No caso ucraniano o beneficiário ilegítimo é a Igreja Ortodoxa não canônica da Ucrânia, que foi criada em 2018 na sequência de procedimento questionável improvisado pelo mesmo Patriarca Bartolomeu. No Monte Athos, há alguns dias, a intenção por trás da tentativa de aquisição era instalar no mosteiro Esfigmenou desocupado pequeno grupo de monges submissos/colaboracionistas que professavam lealdade ao Patriarcado de Istambul. Mais uma vez vemos aqui a pegada/as impressões digitais de Bartolomeu.

Do mesmo modo que o ultraje perpetrado pelo regime de Kiev contra o Lavra recebeu pouca atenção na grande mídia do Ocidente, as mesmas fontes de “informação” também permaneceram conspicuamente silenciosas acerca da perseguição aos monges ortodoxos de Esfigmenou e da ameaça de invasão do seu mosteiro pela polícia grega.

Há dois fios condutores comuns que ligam esses acontecimentos: o Patriarca “Ortodoxo” Bartolomeu em Istambul e a OTAN.

Bartolomeu tem suscitado muita oposição no mundo Ortodoxo por causa de sua flagrante promoção do ecumenismo, bem como de vasto leque de causas mundanas da moda, como a “agenda verde”, em que se envolveu. Essas atividades são vistas por muitos como atentado à dignidade e à singularidade da fé Ortodoxa, que a sua sé de Istambul tem o dever de representar e defender. Igualmente perturbadora da tranquilidade da comunhão Ortodoxa tem sido a defesa cada vez mais estridente da ideologia religiosa globalista por parte de Bartolomeu, que está em plena sintonia com o Vaticano. O mandato de Bartolomeu também tem sido marcado por política de interferência agressiva nos assuntos de outras igrejas Ortodoxas autocéfalas e por tentativas de centralizar o mundo Ortodoxo sob os seus auspícios. Exemplo disso é a criação arbitrária, no território canônico da Igreja Ortodoxa Russa na Ucrânia, de organização eclesiástica concorrente inteiramente dependente dele próprio.

O objetivo final dessas manobras é elevar o Patriarca de Istambul ao nível de “Papa Oriental”. Em seguida fundirá o seu domínio, constituído por antigas igrejas Ortodoxas autocéfalas, com a estrutura dirigida pelo seu homólogo do Vaticano. De acordo com esse plano, cuja execução está prevista para 2025, as duas grandes comunidades da Cristandade acabariam por ser integradas numa entidade religiosa globalista, ao mesmo tempo que seriam expurgadas dos seus elementos tradicionalistas. A nova “religião do futuro” sintética está claramente a ser desenhada/delineada. Estava a ser promovida discretamente, mas agora está a ser feita com abertura/caráter explícito crescente. Será configurada para funcionar de forma confortável e inofensiva no mundo distópico imaginado por avatares globalistas como Klaus Schwab e o seu “profeta” Yuval Harari.

Os monges de Esfigmenou não aceitam enquadrar-se nesse esquema. Desde os anos 60 opuseram-se com grande determinação a essas tendências, recusando-se a participar na degradação da sua antiga fé. Tornaram-se assim espinho na carne de Bartolomeu e dos seus antecessores, pelo fato de não se ajoelharem perante os hierarcas que consideram heréticos e pela recusa categórica de lhes prestarem homenagem nas suas liturgias. Mais cedo ou mais tarde a decisão de esmagar, “cancelar” e dispersar esses clérigos obstinados estava destinada a ser tomada e, como vimos recentemente, foi exatamente isso que aconteceu.

No entanto essa é uma questão que vai muito para além dos limites de disputa eclesiástica arcana. Isso porque o outro grande fator desta controvérsia é a OTAN, o punho armado do Ocidente coletivo pós-cristão, do qual a Grécia é membro obediente e do qual a Ucrânia é dependente. O espetáculo sacrílego da cerimônia de abertura dos Jogos Olímpicos em França, também membro da OTAN e imbuído do mesmo espírito neopagão agressivo, sugere com notável clareza a identidade do mestre oculto a quem esse espírito e os seus instrumentos terrestres servem, tanto na Grécia como na Ucrânia.

À parte as armadilhas eclesiásticas e a política laica, a invasão policial de Esfigmenou, na Grécia da OTAN, foi retaliação direta à defesa intransigente da fé tradicional por parte do mosteiro. Só pode ser compreendida no contexto da intensificação da oposição entre a religião tradicional e seu falso adversário ocultista. Considerações idênticas explicam a incursão do regime de Kiev no território sacrossanto do antigo lavra ortodoxo, exceto que foi executada de forma muito mais crua, deixando ainda menos ambiguidade quanto à sua verdadeira origem e natureza.

Todavia, embora a rusga da polícia grega ao Monte Athos tenha sido cancelada à última hora por causa de intensos protestos de leigos ortodoxos em toda a Grécia, o assalto a Esfigmenou foi apenas suspenso, não abandonado. Os objetivos finais subjacentes à operação permanecem inalterados e são essencialmente indistinguíveis da razão de ser da tomada do Lavra de Kiev pelo regime ucraniano. O plano previa a instalação de contingentes policiais gregos por toda a parte na república monástica de Athos, após o ataque, para garantir a “segurança”, enquanto o seu estatuto autônomo, garantido por convenções internacionais que nem os otomanos violaram, seria revogado. Os planeadores do ataque chegaram mesmo ao absurdo de afirmar que unidade das forças especiais russas tinha-se posicionado clandestinamente no terreno do mosteiro de Esfigmenou.

Complexo religioso de grande significado espiritual como o de Athos, composto por vinte grandes mosteiros com vínculos com a maioria das nações ortodoxas, guardando ciosamente a pureza da fé Ortodoxa e observando estritamente, há mais de dez séculos, as regras tradicionais da vida monástica, não tem lugar na nova Europa que está a emergir sinistramente. É incompatível, em muitos níveis, com os conceitos ideológicos globalistas que estão a ser impiedosamente implementados onde quer que a resistência à sua imposição não seja suficientemente forte para bloqueá-los. E, evidentemente, os recursos terrenos de que dispõem os monges de Esfigmenou para resistir à reformatação forçada da sua fortaleza espiritual, tal como os dos seus correligionários em Kiev, são de mínimos a inexistentes.

Os poderes instituídos e os seus ambiciosos colaboradores no seio da hierarquia da Igreja estão bem cientes dessa correlação de forças, tão desfavorável aos indefesos guardiães da tradição Ortodoxa. O Secretário-Geral da OTAN, Stoltenberg, e vários generais proeminentes da Aliança identificam oficialmente a Igreja Ortodoxa como adversário espiritual formidável na atual disputa pela supremacia global. É, portanto, natural que as fortalezas Ortodoxas estejam a ser alvo de ataques, tanto físicos como simbólicos.

Já vimos esse princípio em ação na Ucrânia, quando a junta nazi, que nada faz por si própria, agindo sem o consentimento das autoridades eclesiásticas legítimas retirou a maior parte do relicário do Lavra de Kiev e o enviou para o Ocidente coletivo para “salvaguarda”, de forma que faz lembrar o saque de Bizâncio e dos seus tesouros religiosos e artísticos pelos Cruzados. Quanto ao Monte Athos, já há algum tempo, antes das mais recentes profanações, estavam a ser discutidos planos para anular a sua autonomia como “relíquia do passado” e para incorporá-lo totalmente ao sistema político da Grécia e, portanto, também da OTAN e da União Europeia – UE. Isso facilitaria a imposição de preceitos e regulamentos da UE, a fim de transformar fundamentalmente um dos principais enclaves remanescentes de tradição religiosa claramente incompatível com a modernidade neopagã.

A intenção final é destruir Athos, transformando-o num parque temático religioso para turistas, onde os monges seriam reduzidos a meras curiosidades para entretenimento dos visitantes, tal como os africanos trazidos do Congo e expostos no “jardim zoológico humano” montado na Feira Mundial de Bruxelas em 1958.

Seria justo dizer que o escárnio da dignidade humana que se tornou evidente nessa ocasião, em Bruxelas, há sessenta anos, foi apenas precursor da implosão moral e espiritual geral que em breve se seguiria e que abarcaria toda a Europa, agora com sede coletiva também em Bruxelas, bem como o resto do mundo ocidental. Essa triste realidade refletiu-se, há alguns dias, nas imagens maléficas deliberadamente seleccionadas que foram exibidas em Paris na cerimônia de abertura dos Jogos Olímpicos, dos quais a Rússia teve a sorte de ser excluída.

Tucker Carlson fez observação perspicaz quando disse que, no mundo contemporâneo, a maioria dos conflitos significativos são essencialmente de natureza religiosa, sugerindo que os provocadores de conflitos estão também/ademais agindo a serviço de um “deus”, ainda que falso. Carlson acertou em cheio. A atividade sinistramente intensificada e cada vez mais pública dos seguidores dos outros “deuses”, e dos seus lacaios em lugares de destaque, confirma-o.

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From Ukraine, the war on Orthodoxy now pivots to Greece https://strategic-culture.su/news/2024/07/30/from-ukraine-war-orthodoxy-now-pivots-greece/ Tue, 30 Jul 2024 16:30:52 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=880292

The mockery of human dignity made evident in Brussels sixty years ago was but the precursor to the general moral and spiritual implosion that would soon follow to encompass the whole of Europe.

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Greek police, at the instigation of Patriarch Bartholomew in Istanbul, recently made an aggressive attempt to occupy the Orthodox monastery Esfigmenou, located on the territory of the autonomous monastic republic of Mount Athos. Their main objective was to forcefully eject the traditionalist monks who live and pray there. The secondary purpose of the raid was to create a pretext for permanently stationing Greek government forces in the proximity of each of the monasteries on the Athos peninsula. The disgraceful assault was a copy/paste replica of a similar operation that previously had been carried out by the Kiev regime against the monks of the Kiev Caves Lavra in Ukraine.

The analogies are striking and they go considerably further than mere eviction. In both instances the ultimate objective behind the unseemly attack on a peaceful religious community was to physically wrest it from legitimate users in order to transfer it to the control of another, illegitimate but cooperative group. In the Ukrainian case, the illegitimate beneficiary is the uncanonical Orthodox Church of Ukraine that was set up in 2018 following a questionable procedure improvised by the self-same Patriarch Bartholomew. On Mount Athos a few days ago, the intention behind the attempted takeover was to install in the vacated Esfigmenou monastery a small group of compliant monks professing allegiance to the Istanbul Patriarchate. So again we see here Bartholomew’s footprint.

Just as the outrage perpetrated by the Kiev regime against the Lavra received scant attention in Western mainline media, the same sources of “information” also remained conspicuously silent about the persecution of the Orthodox monks of Esfigmenou and the threatened invasion of their monastery by the Greek police.

There are two common threads that connect these events, the “Orthodox” Patriarch Bartholomew in Istanbul and NATO.

Bartholomew has aroused much opposition in the Orthodox world on account of his blatant promotion of ecumenism as well as a wide array of fashionable worldly causes, such as the “green agenda,” in which he has engaged. Those activities are viewed by many as undermining the dignity and uniqueness of the Orthodox faith, which it is the duty of his see in Istanbul to represent and defend. Equally disruptive of the tranquillity of the Orthodox communion has been Bartholomew’s increasingly strident advocacy of the globalist religious ideology, on which point he is fully in tune with the Vatican. Bartholomew’s tenure has also been marked by a policy of aggressive interference in the affairs of other autocephalous Orthodox Churches and attempts to centralise the Orthodox world under his auspices. An example of that is the arbitrary creation on the canonical territory of the Russian Orthodox Church in Ukraine of a competing church organisation entirely dependent upon himself.

The ultimate objective of these manoeuvres is to elevate the Patriarch of Istanbul to the level of an “Eastern Pope.” He would subsequently merge his domain, consisting of formerly autocephalous Orthodox churches, with the structure headed by his counterpart at the Vatican. According to this plan, the implementation of which is intended to commence in 2025, both major communities of Christendom would in the end be subsumed as components of an overarching globalist religious entity, whilst being purged of their traditionalist elements. The synthetic new “religion of the future” clearly is on the drawing board. It was being promoted discretely, but now it is done with increasing openness. It will be configured to function comfortably and inoffensively in the dystopian world envisioned by globalist avatars such as Klaus Schwab and his “prophet” Yuval Harari.

The monks of Esfigmenou do not fit within this scheme. They have opposed those trends with great determination since the 1960s, declining to participate in the debasement of their ancient faith. They thus became a thorn in the flesh of Bartholomew, and his predecessors before him, for not bending the knee to hierarchs they regard as heretical and for the categorical refusal to show obeisance by commemorating them in their liturgies. Sooner or later, the decision to crush, “cancel”, and disperse those obstinate clerics was bound to be made and as we recently saw that is exactly what happened.

This however is an issue that goes well beyond the confines of an arcane ecclesiastical dispute. That is because the other major factor in this controversy is NATO, the mailed fist of the post-Christian collective West, of which Greece is an obedient member and Ukraine a dependency. The sacrilegious spectacle of the opening ceremony for the Olympic Games in France, also a member of NATO and imbued with the same aggressive neo-pagan spirit, suggests with remarkable clarity the identity of the occult master whom that spirit and its terrestrial instruments serve, in both Greece and Ukraine.

Churchly trappings and secular politics aside, the police invasion of Esfigmenou in NATO Greece was in direct retaliation for the monastery’s unyielding defence of the traditional faith. It can be understood only in the context of the intensifying opposition between traditional religion and its counterfeit occultist adversary. Identical considerations explain the Kiev regime’s incursion onto the sacrosanct territory of the ancient Orthodox Lavra, except that it was executed much more crudely, leaving even less ambiguity about its true background and nature.

But even though the Greek police raid on Mount Athos was called off at the last moment because of the intense protests of the Orthodox laity throughout Greece, the assault on Esfigmenou has merely been put on hold, not abandoned. The ultimate objectives behind the operation remain unchanged and they are essentially indistinguishable from the rationale for the Ukrainian regime’s takeover of the Kiev Lavra. The plan was for Greek police contingents to be stationed everywhere in the monastic republic of Athos after the raid to ensure “security,” whilst its autonomous status, guaranteed by international conventions, which even the Ottomans did not violate, was to be abrogated. The planners of the raid even went to the preposterous length of claiming that a Russian special forces unit had clandestinely taken up a position on the grounds of Esfigmenou monastery.

A religious complex of powerful spiritual significance such as Athos, comprising twenty large monasteries with ties to most Orthodox nations, guarding jealously the purity of the Orthodox faith, and for over ten centuries observing strictly the traditional rules of monastic life, has no place in the ominously emerging new Europe. It is incompatible on many levels with the globalist ideological concepts that are being ruthlessly implemented wherever resistance to their imposition is insufficiently strong to block it. And, of course, the earthly resources available to the monks of Esfigmenou to resist the forcible reformatting of their spiritual fastness, as to their co-religionists in Kiev, are between minimal and non-existent.

The powers that be and their ambitious collaborators within the church hierarchy are well aware of that correlation of forces, so unfavourable to the defenceless guardians of Orthodox tradition. NATO Secretary General Stoltenberg and several prominent Alliance generals are on record identifying the Orthodox Church as a formidable spiritual adversary in the current contest for global supremacy. It is therefore natural that its strongholds are being targeted, both physically and symbolically.

We already saw that principle at work in Ukraine when the Nazi junta, which does nothing on its own, acting without the consent of the legitimate church authorities, removed the bulk of the reliquary of the Kiev Lavra and shipped it off to the collective West for “safekeeping”, in a manner reminiscent of the sacking of Byzantium and its religious and artistic treasures by the Crusaders. As for Mount Athos, for some time prior to the most recent desecrations plans were being discussed to rescind its autonomy as a “relic of the past” and to incorporate it fully into the political system of Greece and thus also of NATO and the European Union. That would facilitate the imposition of EU precepts and regulations in order to fundamentally transform one of the major remaining enclaves of a religious tradition which is clearly incompatible with neo-pagan modernity.

The ultimate intention is to obliterate Athos by turning it into a religious theme park for tourists, where the monastics would be reduced to mere curiosities for the amusement of visitors, as were the Africans brought from the Congo and put on display in the “human zoo” staged at the World Fair in Brussels in 1958.

It would be fair to say that the mockery of human dignity made evident for that occasion in Brussels sixty years ago was but the precursor to the general moral and spiritual implosion that would soon follow to encompass the whole of Europe, now headquartered collectively also in Brussels, as well as the remainder of the Western world. That sad reality was reflected a few days ago in the deliberately selected maleficent imagery on display in Paris at the opening ceremony for the Olympic Games, from which Russia was fortunate to be excluded.

Tucker Carlson made a keen observation when he said that in the contemporary world most significant conflicts are essentially of a religious nature, suggesting that the malefactors are also acting in the service of a “god”, albeit a bogus one. Carlson hit the nail on the head. The ominously intensifying and increasingly public activity of the followers of the other “gods,” and their minions in high places, bears him out.

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