Kosovo – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Mon, 23 Feb 2026 19:59:15 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Kosovo – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Eurasia’s great divide: Mapping support for Russia and Ukraine https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/eurasias-great-divide-mapping-support-for-russia-and-ukraine/ Mon, 23 Feb 2026 19:58:33 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890760 Nearly four years into the conflict in Ukraine, public opinion across Eurasia reveals a continent sharply divided along historical and geopolitical fault lines. This infographic, based on Gallup data, maps which countries lean toward Moscow and which toward Kiev.

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Le elezioni parlamentari anticipate in Kosovo non risolveranno lo status definitivo della provincia serba https://strategic-culture.su/news/2025/12/19/le-elezioni-parlamentari-anticipate-in-kosovo-non-risolveranno-lo-status-definitivo-della-provincia-serba/ Fri, 19 Dec 2025 15:30:27 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889513 In sostanza, il Kosovo rappresenta l’ennesimo fallimento di nation building made in USA e nessuna delle sue componenti può dirsi oggi soddisfatta.

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Le elezioni anticipate nella provincia serba secessionista del Kosovo sono previste per il 28 dicembre 2025. Sono state indette perché il parlamento non è riuscito a formare un governo dopo le elezioni del 9 febbraio 2025, seguite da un secondo tentativo, anch’esso fallito. Di conseguenza, un nuovo ciclo elettorale è diventato inevitabile. Si prevede inoltre che un nuovo presidente venga eletto poco dopo le elezioni, mentre le elezioni locali si sono tenute in precedenza, il 12 ottobre 2025.

In totale, 24 entità politiche si sono registrate per partecipare: 18 partiti politici, 3 coalizioni, 2 iniziative popolari e 1 candidato indipendente. Il registro elettorale elenca 2.076.422 aventi diritto al voto, di cui quasi 80.000 registrati all’estero. Secondo il censimento della popolazione condotto tra aprile e maggio 2024, in Kosovo risiedono 1.586.659 persone, con il divario tra il numero di elettori registrati e la popolazione effettiva che riflette, tra gli altri fattori, la presenza di residenti minorenni che non hanno ancora il diritto di voto. Secondo una decisione della Commissione Elettorale Centrale (CEC), il voto sarà organizzato in 38 comuni del Kosovo e in 36 Stati esteri, con un costo totale stimato delle elezioni in 11,49 milioni di euro.

L’Assemblea del Kosovo è composta da 120 membri, 20 dei quali detengono seggi riservati alle comunità minoritarie: 10 alla comunità serba, 3 alla comunità bosniaca, 2 alla comunità turca, 4 alle comunità rom ed egiziana (RAE) e 1 alla comunità gorani (slavi musulmani). La soglia di sbarramento per la rappresentanza nell’Assemblea è del 5%, mentre sono necessari 61 voti per ottenere la maggioranza parlamentare.

I tre principali rivali politici sono: il Movimento per l’Autodeterminazione (Vetëvendosje – LVV) di Albin Kurti, insieme ai suoi partner Alternativa, Guxo e il Partito Cristiano Democratico Albanese (PSD); la Lega Democratica del Kosovo (LDK) guidata da Lumir Abdixhiku; il Partito Democratico del Kosovo (PDK) guidato da Bedri Hamza. La Lista Serba (SL), in quanto partito politico dominante dei serbi del Kosovo con il sostegno di Belgrado, e l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) guidata da Ramush Haradinaj, hanno un’influenza limitata sulle dinamiche politiche più ampie del Kosovo.

I principali partiti di opposizione non hanno registrato una coalizione pre-elettorale congiunta con la Commissione Elettorale Centrale, a ulteriore dimostrazione della complessità delle relazioni e delle rivalità all’interno della scena politica albanese. Secondo le attuali regole elettorali, l’entità politica che ottiene il maggior numero di voti riceve il mandato per formare un governo.

La Lista Serba (SL) mantiene un ruolo centrale come partito politico dominante della comunità serba in Kosovo. Il suo programma si concentra sui diritti collettivi dei serbi, sulla preservazione dell’identità culturale e politica, sulla sopravvivenza della comunità serba in Kosovo, sulla stretta cooperazione con la Serbia e sulla resistenza attiva a quelle che la SL definisce decisioni anti-serbe delle autorità di Priština. La SL opera attraverso un mix di boicottaggi periodici, un impegno selettivo con le istituzioni e una dipendenza costante da Belgrado, una combinazione che illustra ulteriormente il suo allineamento strategico con il Governo centrale serbo.

La SL prevede di assicurarsi tutti i 10 seggi riservati alla comunità serba nell’Assemblea del Kosovo, mentre 3 entità politiche della comunità serba si contenderanno le prossime elezioni parlamentari. L’istituzione dell’Associazione dei Comuni Serbi (ASM) rimane una priorità fondamentale per Belgrado, la cui forma definitiva sarà definita dopo le recenti elezioni locali in Kosovo. Per allentare le tensioni tra i leader politici serbi e albanesi sarà necessaria una pressione coordinata da parte della comunità internazionale, in particolare dell’UE e degli Stati Uniti, che continueranno così a mantenere la loro influenza sulla provincia serba.

L’Ambasciata degli Stati Uniti in Kosovo ha affermato che gli sforzi di Vetëvendosje per bloccare la certificazione della Srpska Lista sono “miopi e divisivi”. “Tali azioni minano la stabilità del Kosovo e gli interessi degli Stati Uniti, incluso il riavvio del nostro dialogo strategico per promuovere opportunità per le imprese statunitensi e kosovare”, si legge nella dichiarazione dell’Ambasciata USA. Lo scorso settembre, gli Stati Uniti hanno sospeso il dialogo strategico pianificato con il Kosovo a tempo indeterminato, sostenendo che le azioni del governo guidato dal Primo Ministro ad interim Albin Kurti avevano “aumentato le tensioni e l’instabilità”.

Negli ultimi vent’anni, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro delle loro truppe dalla base militare di Camp Bondsteel in Kosovo almeno cinque volte, quale arma di pressione politica. L’ultimo “ritiro” di circa 600 soldati americani dalla base di Bondsteel è stato anticipato dal tabloid tedesco Bild, che ha riferito del timore, tra i servizi di intelligence occidentali e i politici, che i negoziati tra Stati Uniti e Russia possano portare alla fine della presenza delle truppe nordamericane in alcune parti d’Europa. Il quotidiano ha affermato che l’Italia si sta preparando a un possibile ritiro degli USA dal Kosovo, ma la NATO ha successivamente comunicato che gli Stati Uniti continueranno a svolgere un ruolo chiave e di lungo termine all’interno delle forze KFOR.

Il ripristino del controllo locale sui comuni a maggioranza serba nel Kosovo settentrionale, insieme al rafforzamento delle comunità serbe a sud del fiume Ibar, rimane di importanza strategica per il futuro politico della comunità serba. Questi processi sono teoricamente sostenuti dal presidente Aleksandar Vučić, contribuendo così a garantire una stabilità regionale in linea con l’agenda atlantista., come confermano le sue recenti parole sulla necessità dell’ingresso congiunto nell’Unione Europea di tutti i Paesi dei “Balcani Occidentali”.

La decisione iniziale della Commissione Elettorale Centrale (CEC) di escludere la Lista Serba dalla partecipazione ha suscitato forti critiche, con gli osservatori che hanno osservato che la mossa rischiava di “compromettere l’inclusività del processo elettorale”. C’è una reale preoccupazione che azioni simili possano erodere la fiducia dell’opinione pubblica nella legittimità delle elezioni e marginalizzare ulteriormente la minoranza serba nella vita politica. La questione della potenziale esclusione del maggiore partito serbo – seguita dall’inversione di tale decisione – dimostra chiaramente come le considerazioni etniche e minoritarie rimangano centrali per la legittimità del sistema politico del Kosovo.

A distanza di oltre 17 anni dall’illegittimo referendum per l’indipendenza del Kosovo (febbraio 2008), gli albanesi continuano a non avere uno Stato riconosciuto dalla maggioranza della Comunità Internazionale e i serbi sono costretti a vivere in enclavi che assomigliano sempre più ai bantustan sudafricani, rinunciando a quanto sancito dalla Risoluzione ONU 1244.

Ninoslav Ranđelović, autore e produttore, nella sua opera “Culturocidio in Kosovo e Metohija: un documento video unico”, ha illustrato la distruzione sistematica del patrimonio culturale e spirituale serbo in Kosovo e Metohija, un processo in corso da 26 anni. Ha sottolineato che questo “culturocidio” rappresenta un tentativo di cancellare la presenza secolare del popolo serbo, che si sta verificando nonostante la presenza di istituzioni internazionali e l’evidente incapacità delle autorità del Kosovo di proteggere i luoghi sacri. Ranđelović ha sottolineato che ad oggi non esiste una documentazione completa di tutti i santuari ortodossi distrutti e profanati e che i suoi materiali video sono spesso l’unica testimonianza disponibile. Ha avvertito che né le istituzioni statali serbe né la Chiesa ortodossa serba hanno sostenuto l’iniziativa di documentare sistematicamente questa devastazione, che aggrava ulteriormente il problema.

Lo storico Momcilo Pavlovic ha dichiarato a sua volta che i tentativi di appropriarsi del patrimonio culturale serbo in Kosovo e Metohija sono in atto con l’obiettivo di consolidare l’indipendenza del cosiddetto Kosovo. Ha definito questi tentativi come una “territorializzazione” del patrimonio e della storia nel loro complesso, indicando l’obiettivo a lungo termine di consolidare l’indipendenza del Kosovo sotto il patrocinio dei principali sostenitori dell’indipendenza albanese. Commentando l’iniziativa dell’Ambasciatore tedesco a Pristina, che ha definito il monastero di Visoki Decani “monastero del Kosovo”, Pavlovic ha sottolineato che si trattava di una territorializzazione dell’intero patrimonio e della storia, con l’intenzione di entrare nel dibattito pubblico nel tempo come il cosiddetto patrimonio “del Kosovo”. “Il patrimonio complessivo non è creato dal territorio, né da una creazione separatista. Il patrimonio è creato dai governanti, dalle nazioni … E appartiene al governante, allo Stato, alla nazione che ha creato quel patrimonio”, ha affermato Pavlovic. Un esempio interessante è Kosovska Mitrovica. Nella parte settentrionale di Kosovska Mitrovica c’è un cimitero albanese, rimasto intatto, incontaminato, per tanti anni dopo il conflitto. Ma nella parte meridionale di Kosovska Mitrovica, la chiesa è stata saccheggiata più volte e le lapidi sono state demolite. Come si può vedere, nella stessa città si riscontrano due tendenze opposte”, ha detto Pavlovic. Lo storico ha osservato che i serbi, che non accettano l’amministrazione albanese imposta, preservano il cimitero albanese, mentre a pochi chilometri di distanza, nella parte meridionale della città, dove si trova il cimitero serbo, questo è stato ripetutamente demolito e profanato dagli albanesi.

In sostanza, il Kosovo rappresenta l’ennesimo fallimento di nation building made in USA e nessuna delle sue componenti può dirsi oggi soddisfatta.

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Como a BBC manipulou a história das guerras na Iugoslávia https://strategic-culture.su/news/2025/12/17/como-a-bbc-manipulou-a-historia-das-guerras-na-iugoslavia/ Wed, 17 Dec 2025 14:05:49 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889480 Em razão dos 30 anos da assinatura do Acordo de Dayton. A história se repete?

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O documentário A morte da Iugoslávia é uma demonstração paradigmática do profissionalismo da maior rede de TV do mundo para praticar aquilo para o qual foi criada: manipular os conflitos internacionais. Dividida em seis episódios, a série foi produzida imediatamente após a assinatura do Acordo de Dayton, em novembro de 1995. O vasto arquivo de imagens de vídeo, fotos e gravações de áudio, algumas delas inéditas; entrevistas exclusivas, filmagens de câmeras de segurança, das forças armadas, de cinegrafistas amadores e até produções por computação gráfica, como mapas geográficos, indicam que só uma verdadeira indústria da propaganda imperialista pode realizar algo desse tamanho.

O documentário apresenta as características tradicionais de um produto jornalístico, com entrevistas com os principais agentes da guerra na antiga Iugoslávia, difundindo diversos pontos de vista, partes investigativas, objetividade e imparcialidade (a priori), atualidade (uma vez que foi veiculado ainda no fervor das tensões imediatamente após a guerra). Entretanto, apesar de A morte da Iugoslávia aparentar ser um documentário imparcial, neutro, que não favorece nenhum lado do conflito, uma análise mais detalhada revela a manipulação. Algumas vezes tácita e outras vezes enfática, a tomada de posicionamento é feita tanto por meio da voice over como também pela seleção das falas dos entrevistados, da montagem, das imagens e da angulação, do direcionamento tomado em algumas partes do documentário.

O discurso do filme apresenta frequentemente os dirigentes sérvios, especialmente Slobodan Milosevic, como culpados pelas guerras. A responsabilidade pelo surgimento das tensões étnicas é colocada quase que exclusivamente sobre o líder sérvio. “O presidente sérvio, Slobodan Milosevic, foi o primeiro a inflamar o seu povo”, afirma a voice over no início do segundo episódio. Uma ilustração disso é a cena inicial do documentário. Ela mostra imagens aéreas de Belgrado, transmitidas pela TV iugoslava, onde uma multidão de sérvios se reúne para um comício de Milosevic, em 1988. Teclas de piano dão o tom de suspense e temor do ato.

A câmera posicionada de baixo para cima (contra-plongée) e seu discurso do alto do palanque apresentam Milosevic como o grande líder dos sérvios, inflamando seu nacionalismo para a batalha que virá, enquanto a massa de pessoas grita “Slobo, Slobo, Slobo”. Ao mesmo tempo, a voice over afirma que ele é acusado como responsável por todas as guerras na Iugoslávia, pelos quais foi absolvido mais tarde. Esses minutos iniciais servem como discurso persuasivo para apresentar Milosevic como culpado de antemão pelas atrocidades que serão relatadas ao longo do documentário. A partir daí, a tendência do público é ver Milosevic de forma preconceituosa e seus depoimentos não servirão para mais nada senão confirmar esses estereótipos.

Ao longo do documentário, as autoridades do governo central da Iugoslávia são vistas como as agressoras das outras repúblicas e dos outros grupos étnicos, mesmo que seja sutil essa representação. São os repressores, belicistas, manipuladores, instigadores, conspiradores, opressores.

Durante toda a série coloca-se os sérvios na posição de “vilões”, algumas vezes de forma branda, outras de forma mais enfática. Seus discursos nacionalistas inflamados são mostrados algumas vezes, mas isso não é feito em nenhum momento com os nacionalistas croatas ou bósnios, que também cometeram crimes. Os separatistas sérvios são extremistas, mas os croatas e bósnios não, apesar de suas autoridades envolvidas nas guerras serem ultranacionalistas e mesmo fascistas, como o presidente croata Franjo Tudjman. O documentário não questiona os interesses por trás da divisão da Iugoslávia.

O discurso do documentário também procura sempre ligar Milosevic aos grupos extremistas. Por exemplo, quando a voice over afirma que os servo-croatas queriam expulsar os croatas dos territórios em que eram maioria, para se unirem à Iugoslávia. “Para isso, aliados extremistas do presidente Milosevic se preparam para provocar um conflito entre sérvios e croatas.” Também fala em forças militares de Milosevic e autoridades extremistas próximas a Tudjman, presidente da Croácia.

Milosevic ainda é descrito como o comandante dos crimes cometidos pelas milícias servo-bósnias lideradas por Radovan Karadzic. O quarto episódio da série começa com palavras de defesa de Milosevic, falando que não apoia hostilidades. A forma como a declaração aparece, de repente, no início do episódio, passa a impressão de que ele está se defendendo de um crime que realmente cometeu. Aparecem imagens de destruição na Bósnia e a voice over afirma que o político sempre disse que não se envolveu nas atrocidades na Bósnia mas que as testemunhas contra ele dizem o contrário. Em outro momento, no quinto episódio, o documentário ressalta que Milosevic era “o homem por trás dos servo bósnios”. Mas a data descrita é abril de 1993, quando o líder iugoslavo já havia rompido com os extremistas de Karadzic, como foi constatado pelo Tribunal de Haia. Mesmo dois anos após esse rompimento, Milosevic ainda é tachado como “financiador” de Karadzic, no sexto episódio.

O que se entende é que Milosevic e Karadzic mantêm estreitas relações, o que leva a crer que o presidente iugoslavo esteve envolvido nos crimes do líder extremista. Além disso, muitas vezes os servo-bósnios são chamados apenas de sérvios, o que confunde a audiência e o público acaba imaginando que a Sérvia é a grande vilã, responsável pelos crimes dos servo-bósnios que, como observado, àquela altura atuavam independentes de Belgrado.

A Eslovênia, primeira república a se separar da Iugoslávia, é vista como uma região moderna, democrática, ocidentalizada, civilizada, onde há mais liberdade do que nas outras regiões da federação. O nacionalismo esloveno não aparece em ocasião alguma, seus dirigentes políticos são pacíficos opositores do autoritarismo de Belgrado e somente querem a independência de seu povo.

A Croácia, segunda república a declarar independência da Iugoslávia, também é apresentada como uma região próspera, democrática e liberal. O problema é que, segundo o documentário dá a entender, os croatas de origem sérvia queriam permanecer na Iugoslávia e então eles causaram as tensões.

De acordo com as palavras da narração, “as ameaças sérvias provocaram respostas do povo da Croácia”. Pelo que se entende, a minoria sérvia apoiada pelo governo iugoslavo de Milosevic foi a responsável pelo início dessa guerra, porque “Milosevic queria incendiar o resto da Croácia”, conforme narra a voice over. Em outra ocasião, o documentário afirma que as autoridades croatas “temiam que a Sérvia, maior república da Iugoslávia, os esmagasse”.

Em certos momentos, a voice over afirma que as ações do governo e do exército iugoslavos contaram com apoio da imprensa sérvia. No entanto, não fala que o noticiário imperialista do qual faz parte a BBC preparou a futura intervenção nos Bálcãs. E mais: o próprio discurso do documentário indica uma ineficiência da ONU no combate aos sérvios e servo-bósnios e sugere uma intervenção armada do Ocidente na região. Quando a intervenção da OTAN ocorre, o documentário não adota uma postura minimamente questionadora das possíveis consequências que essa ação teria para a população civil iugoslava.

A comunidade internacional, principalmente os EUA, é apresentada como mediadora diplomática. Em nenhum momento os interesses geopolíticos e econômicos nem as operações secretas por trás das negociações são questionados. A propina oferecida pelo primeiro-ministro da Itália ao presidente de Montenegro para que votasse pelo desmembramento da Iugoslávia não é tratada com a mínima preocupação.

Ao longo de toda a série, o Ocidente é retratado como civilizado e sua intervenção nos Bálcãs é para “botar ordem na casa”, porque os incivilizados iugoslavos não conseguem se entender. Os EUA são apresentados sempre como diplomáticos, democráticos, humanistas, conciliadores, agindo de boa-fé e tentam ensinar os bons modos aos bárbaros eslavos, principalmente aos sérvios.

Trinta anos depois, esse mesmo discurso da BBC se repete. A “ameaça russa”, essa barbárie eslava, contamina seus aliados da Europa Oriental. Dentre eles, o presidente sérvio Aleksandar Vucic, apresentado como um autocrata pró-russo, uma espécie de herdeiro de Milosevic. E os servo-bósnios seriam os responsáveis pelas tensões que ameaçam a volta da guerra na Bósnia, com Milorad Dodik sendo visto como sucessor de Karadzic pelos mais histéricos propagandistas do imperialismo. Como antes, são estes últimos que, no final das contas, estão pavimentando o caminho para a guerra.

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Il Kosovo e Metohija “albanesizzato” alla prova delle urne https://strategic-culture.su/news/2025/10/12/il-kosovo-e-metohija-albanesizzato-alla-prova-delle-urne/ Sun, 12 Oct 2025 05:30:14 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888211 Le quinte elezioni locali in Kosovo dalla dichiarazione di indipendenza del 2008 sono previste per il 12 ottobre 2025, con il secondo turno previsto per il 2 novembre.

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Gli elettori di 38 comuni eleggeranno sindaci e membri delle assemblee comunali.

L’esito di queste elezioni avrà un impatto decisivo sulla stabilità politica del Kosovo e Metohija, sull’integrazione delle comunità minoritarie e sulla posizione internazionale del Paese. Se il Movimento per l’Autodeterminazione (LVV) dovesse mantenere o espandere il suo controllo sulla maggior parte dei comuni, ciò rafforzerebbe la posizione del Primo Ministro Albin Kurti nei negoziati con gli attori internazionali. Tuttavia, ciò potrebbe ulteriormente aggravare la polarizzazione interna, soprattutto se l’opposizione e la comunità serba percepissero le elezioni come non eque e non trasparenti. D’altro canto, una solida performance dei partiti di opposizione – il Partito Democratico del Kosovo (PDK), la Lega Democratica del Kosovo (LDK) e l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) – potrebbe fungere da catalizzatore per la creazione di una coalizione politica più ampia, in grado di prendere l’iniziativa per stabilizzare la scena politica e rilanciare il dialogo con Belgrado sotto l’egida dell’UE.

La comunità internazionale sta monitorando attentamente l’attuazione del Piano europeo per la normalizzazione delle relazioni 2023 e del suo allegato adottati a Ohrid. Le modalità di svolgimento delle elezioni locali serviranno da indicatore dell’impegno del Kosovo a onorare i propri obblighi internazionali, in particolare quelli relativi all’istituzione dell’Associazione dei Comuni a maggioranza serba (ASM) e alla tutela dei diritti delle minoranze.

“Obblighi” che naturalmente non sono mai stati rispettati. Almeno 59 istituzioni e servizi serbi sono stati chiusi in tutto il Kosovo e Metohija durante le operazioni condotte dalla polizia albanese nel 2024: dagli organi amministrativi locali ai servizi postali fino ai centri per l’assistenza sociale. Nel corso degli anni, questi corpi sono serviti come rappresentazioni simboliche dell’autorità serba in Kosovo. Nel febbraio 2018, l’allora Ministro della Pubblica amministrazione e dell’autogoverno locale della Serbia, Branko Ružić, dichiarò che 29 organi provvisori contribuivano a mantenere l’ordine costituzionale serbo e garantivano la sicurezza dei serbi in Kosovo. All’inizio del 2025, solo otto di queste entità rimanevano operative. Nel maggio di quest’anno, la polizia di Pristina ha perquisito e sigillato un edificio nel nord del Kosmet, a maggioranza serba, da cui la Serbia avrebbe organizzato un sistema parallelo di gestione dell’acqua, provocando la reazione di Belgrado; secondo la Serbia si trattava di un ufficio della Croce Rossa a Zubin Potok, in cui venivano regolarmente svolti corsi di istruzione e formazione per giovani e ragazzi, addestramento al pronto intervento sanitario e in casi di emergenza, attività sportive e di accoglienza per atleti e turisti. Le chiusure sono iniziate in modo subdolo nel 2022, con l’acquisizione delle proprietà comunali a Strpce; alla metà del 2023 il processo aveva acquisito slancio, con lo smantellamento delle istituzioni municipali nel Kosovo settentrionale. Nel 2024 le chiusure si sono intensificate: banche, uffici del tesoro, direzioni per l’urbanistica, servizi pubblici, uffici postali, distributori di benzina … Nello scorso dicembre, a Mitrovica Nord sono state chiuse le direzioni per l’urbanistica e l’edilizia abitativa e diverse istituzioni serbe sigillate. All’inizio dello stesso anno, le transazioni in valuta serba furono vietate e i veicoli dovettero passare dalla targa serba a quella kosovara.

L’impatto economico è stato aggravato dalle restrizioni sulle merci serbe che entrano in Kosovo, durate più di un anno nonostante la violazione dell’accordo commerciale CEFTA. Sebbene il divieto sia stato parzialmente revocato nell’ottobre 2024, il Kosovo si è assicurato la piena adesione al CEFTA in base ad un compromesso. La chiusura delle istituzioni parallele ha lasciato decine di migliaia di serbi nel nord del Kosovo senza i propri spazi fisici di lavoro e incerti riguardo al loro futuro.

Il coinvolgimento degli attori internazionali, in particolare degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, rimane cruciale. Washington ha adottato un atteggiamento più cauto nei confronti del Governo di Albin Kurti in merito agli obblighi in sospeso, sebbene il Kosovo occupi ancora un posto strategico nella politica statunitense nei Balcani occidentali. Bruxelles, nel frattempo, cerca di mantenere il dialogo attraverso meccanismi di condizionalità e assistenza finanziaria.

La missione NATO-KFOR ha rafforzato la sua presenza nelle aree sensibili del Kosovo settentrionale, segnalando che la situazione della sicurezza rimane instabile. Sebbene non siano previsti incidenti di rilievo durante le elezioni locali, la presenza della KFOR ha anche un peso psicologico, contribuendo ad allentare le tensioni tra la popolazione serba, ma allo stesso tempo fungendo da promemoria delle divisioni politiche ed etniche irrisolte. La Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite non è mai stata attuata e oltre 250.000 persone – serbi e altre minoranze etnico-religiose – sono state espulse con la forza dal Kosmet da quando le forze internazionali vi hanno messo piede.

Nell’ottobre 2025 la Russia assumerà la presidenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina sta preparando un rapporto che la Russia presenterà al CDS. Si sentirà una voce all’ONU che chiederà il rispetto degli accordi di Dayton, della Costituzione della Bosnia-Erzegovina e dell’accordo dei popoli costituenti, sottolineando le irregolarità nell’elezione dell’Alto Rappresentante Christian Schmidt, le sue decisioni illegittime e l’ingiustizia derivante dalle pressioni di Sarajevo e di Bruxelles.

Per quanto riguarda il Kosovo, la Russia rimane un attore internazionale imprescindibile a causa dei suoi legami di lunga data con la Serbia e della sua opposizione al riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo. La sua influenza sulle elezioni locali si riflette nell’impegno diplomatico con Belgrado ed esprimendo la propria opinione sulle azioni unilaterali intraprese da Pristina. Tuttavia, il “doppio gioco” di Vucic non può durare a lungo e il presidente serbo dovrà scegliere finalmente se entrare nell’Unione Europea rinunciando al Kosovo e Metohija o difendere gli interessi nazionali riavvicinandosi a Mosca: nella sua difesa del Kosmet, la Russia non può essere “più realista del re”. I casi armeno e siriano insegnano.

Il Kosovo non esiste in modo isolato. Gli sviluppi politici nei Paesi limitrofi, in particolare Serbia, Montenegro e Macedonia del Nord, incidono direttamente sulla situazione a Pristina. Le potenziali elezioni anticipate in Serbia nel 2026 potrebbero politicizzare ulteriormente la questione del Kosovo e Metohija (la provincia serba è caratterizzata da 1300 chiese e monasteri cristiano ortodossi e almeno 700 resti ecclesiastici, molti dei quali costruiti tra XIII e XVIII secolo), mentre i cambiamenti politici in Montenegro e le divisioni interne in Macedonia del Nord contribuiscono all’instabilità della regione. Nel frattempo, l’Albania fa inevitabilmente la sua parte, cercando di assumere una sorta di “tutela” del Kosovo.

I rapporti di intelligence e sicurezza indicano la presenza di strutture parallele, reti economiche transnazionali e criminalità organizzata internazionale, tutti fattori che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza regionale. Ma una delle sfide principali dopo le elezioni locali sarà quella di affrontare le crescenti frustrazioni socio-economiche dei cittadini. Secondo l’Agenzia di Statistica del Kosovo, il tasso di disoccupazione nel 2024 era del 10,8%, mentre l’emigrazione, in particolare dopo la liberalizzazione dei visti, continua ad aumentare. I cittadini chiedono sempre più progressi tangibili nello sviluppo economico, nelle infrastrutture e nei servizi pubblici, pur mostrando una fiducia sempre minore nella retorica populista e nazionalista. I comuni con una forte influenza della diaspora albanese – come Pristina, Prizren, Pec, Dakovica e Gnjilane – si trovano ad affrontare un paradosso: le rimesse dall’estero contribuiscono a stabilizzare i bilanci locali, ma allo stesso tempo allentano la pressione sulle autorità affinché perseguano riforme strutturali e creino nuovi posti di lavoro.

Se le elezioni locali si svolgeranno in linea con gli standard internazionali, potrebbero segnare una nuova fase nel dialogo tra Belgrado e Pristina. La questione chiave continua ad essere l’istituzione dell’ASM e l’attuazione degli accordi esistenti, sotto la mediazione dell’UE e con il sostegno degli Stati Uniti. La Commissione europea ha già indicato che la sua valutazione delle elezioni sarà un fattore importante nella prossima relazione sui progressi del Kosovo, in particolare nei capitoli relativi allo Stato di diritto, alla lotta alla corruzione e alla tutela delle minoranze. Per il Kosovo, ripristinare la credibilità sulla scena internazionale richiede stabilità politica e un rapporto costruttivo con le comunità minoritarie, in particolare quella serba. Senza questo via libera, l’integrazione europea rimane un obiettivo dichiarato privo di concretezza e il Kosovo corre il rischio di paralisi istituzionale, crisi politica e isolamento internazionale.

Nel frattempo Albin Kurti ha accusato Belgrado di “ingerenza” nelle elezioni municipali ma il capo dell’Ufficio serbo per il Kosovo e Metohija, Petar Petković, gli ha risposto che Belgrado “non interferisce nelle elezioni in Kosovo perché il Kosovo è Serbia”.

La Lista Serba (SL) è uno degli attori politici chiave in Kosovo, in particolare nei dieci comuni a maggioranza serba – Mitrovica Nord, Zubin Potok, Leposavić, Zvečan, Gračanica, Štrpce, Klokot, Ranilug, Novo Brdo e Parteš – che sono previsti come membri dell’Associazione dei Comuni a maggioranza serba (ASM) ai sensi dell’Accordo di Bruxelles. Agendo da ponte tra le comunità locali e Belgrado, la SL svolge un ruolo fondamentale nei processi politici nel Kosovo settentrionale, forte del sostegno del presidente serbo Aleksandar Vučić. La presenza della SL nelle istituzioni locali consente al partito di influenzare le decisioni in materia di istruzione, sanità, cultura, infrastrutture e servizi comunali. La SL continua a sostenere l’attuazione dell’Accordo di Bruxelles e la creazione dell’Associazione dei Comuni a maggioranza serba (ASM), che fornisce un quadro per la tutela dei diritti delle minoranze e la promozione di un ambiente politico più stabile, partecipa inoltre al dialogo tra Kosovo e Serbia, facilitato dall’UE. La campagna della Lista Serba si concentra sulla preservazione dello status dei comuni a maggioranza serba, sul rafforzamento della presenza istituzionale dei serbi e sulla garanzia della tutela giuridica della comunità.

In attesa di capire se le attuali tensioni NATO-Russia non andranno a riversarsi sui Balcani.

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Ranked: Countries with the most and least carbon-intensive power grids https://strategic-culture.su/news/2025/05/13/ranked-countries-with-the-most-and-least-carbon-intensive-power-grids/ Tue, 13 May 2025 13:00:08 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=885285

This infographic shows the countries which get their electricity in the most and least carbon-intensive ways. 

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La violazione sistematica del principio della “sicurezza collettiva” rischia di riaccendere il focolaio balcanico https://strategic-culture.su/news/2025/04/22/la-violazione-sistematica-del-principio-della-sicurezza-collettiva-rischia-di-riaccendere-il-focolaio-balcanico/ Tue, 22 Apr 2025 10:00:15 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=884815 Il principio di autodeterminazione dei popoli, invocato in passato per estendere le frontiere della Nato e attualmente per istituire una coalizione “difensiva” albanese-croato-kosovara, ha ancora una volta prevalso su quello della “indivisibilità della sicurezza”.

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Nell’agosto del 1975, in piena Guerra Fredda, gli sforzi congiunti volti alla definizione di un’architettura di sicurezza europea culminarono con l’Atto Finale di Helsinki. Si tratta di un documento sottoscritto dai 35 Paesi – tra cui i membri della Nato e del Patto di Varsavia – che avevano partecipato alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione, il cui punto nodale è indubbiamente rappresentato dal principio della “indivisibilità della sicurezza”. Locuzione difficilmente decifrabile di primo acchito, ma intesa sostanzialmente a qualificare la sicurezza come diritto inalienabile di ciascun Paese firmatario, a prescindere dal tipo di alleanza militare in cui fosse inquadrato. Il concetto, rapidamente assurto a principio cardine della dottrina strategica su cui si è fondata la stabilità europea per almeno un quindicennio, è stato sussunto nel documento scaturito da vertice dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) tenutosi nel 1999 a Istanbul, e sviscerato nei seguenti termini: «ogni Stato partecipante ha un uguale diritto alla sicurezza. Riaffermiamo il diritto intrinseco di ogni Stato partecipante di essere libero di scegliere o cambiare i propri accordi di sicurezza, compresi i trattati di alleanza, man mano che si evolvono. Ogni Stato ha anche il diritto alla neutralità. Ogni Stato partecipante rispetterà i diritti di tutti gli altri a questo riguardo. Non rafforzeranno la loro sicurezza a spese della sicurezza di altri Stati. All’interno dell’Osce nessuno Stato, gruppo di Stati o organizzazione può avere una responsabilità preminente per il mantenimento della pace e della stabilità nell’area dell’Osce o può considerare qualsiasi parte dell’area dell’Osce come propria sfera di influenza».

Significativamente, proprio nello stesso anno in cui sottoscrivevano la dichiarazione di Istanbul, i membri dell’Osce integrati nella Nato formalizzarono l’entrata nell’Alleanza Atlantica di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Quello che veniva a configurarsi come il primo allargamento della Nato del periodo post-bipolare risultava coerente con il contenuto di un documento redatto nel 1994 dal consigliere per la Sicurezza Nazionale Anthony Lake per conto del presidente Bill Clinton, in cui si caldeggiava l’integrazione nell’Alleanza Atlantica di gran parte dello spazio ex-sovietico, Paesi baltici e Ucraina compresi. Allo stesso tempo, però, l’accoglimento di nuovi membri europei nell’Alleanza Atlantica, istituita nel 1949 con l’obiettivo di «keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down» (definizione coniata dal primo segretario generale dell’organizzazione, il britannico Lord Ismay), risultava del tutto inconciliabile con il principio della “indivisibilità della sicurezza”. Avvicinava infatti ai confini della Russia l’infrastruttura militare di un’organizzazione creata e sviluppatasi in opposizione all’Unione Sovietica, di cui la Russia aveva ereditato debito e apparato nucleare ma non l’approccio ideologicamente e geopoliticamente ostile all’Occidente. Le autorità di Mosca, a cui erano state fornite garanzie di senso contrario, avrebbero interpretato l’allargamento della Nato ad est come un atto ostile nei loro confronti, a cui opporre adeguate contromisure destinate inesorabilmente a intaccare la sicurezza collettiva nel quadrante europeo e condizionare la postura geostrategica del Paese. I primi a comprenderlo furono il segretario alla Difesa William Perry, il quale temeva che l’espansione ad est dell’Alleanza Atlantica avrebbe indotto Mosca a ripudiare il memorandum di Budapest del 1994, e, soprattutto, lo stratega ed ex diplomatico George F. Kennan. Già nel febbraio del 1997, il massimo architetto della dottrina del containment sottolineò chiaramente che la “spinta verso est” della Nato avrebbe «infiammato le tendenze nazionalistiche, anti-occidentali e militariste in seno all’opinione pubblica russa […]; rigettato le relazioni tra est e ovest nel clima della Guerra Fredda e orientato la politica estera di Mosca verso direzioni a noi sfavorevoli». Il successivo 31 luglio, di fronte alla formalizzazione dell’incorporazione di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nella Nato, lo stesso Kennan annotava nel suo diario: «mi si spezza il cuore per quello che sta accadendo. Non riesco a intravedervi altro che una nuova Guerra Fredda, probabilmente destinata a trasformarsi in calda […]. Vedo anche una totale, tragica e assolutamente non necessaria fine di una accettabile relazione tra la Russia e il resto dell’Europa».

Conformemente alle previsioni di Kennan, la violazione del principio della “indivisibilità della sicurezza” consumata attraverso l’allargamento della Nato verso est ha alimentato un clima di tensione sospetto reciproco in cui sono maturate iniziative catastrofiche sotto il profilo strategico, quali il secondo intervento dell’Alleanza Atlantica in Jugoslavia; la destabilizzazione dello spazio ex-sovietico promossa da Washington attraverso le “rivoluzioni colorate”; il ritiro unilaterale degli Stati Uniti da ben tre trattati internazionali chiave (Abm, Inf e Open Skies). Le relazioni tra Russia e “Occidente collettivo” ne hanno inesorabilmente risentito, creando le condizioni per lo scoppio del conflitto in Ucraina – in cui il coinvolgimento della Nato è risultato schiacciante.

Nonostante questo colossale precedente, la spiccata propensione a costruire la propria sicurezza a spese dei propri vicini continua a riscontrarsi nel continente europeo. Lo dimostra il recente accordo per il rafforzamento della cooperazione in materia di difesa siglato lo scorso 18 marzo a Tirana tra i rappresentanti di Albania, Croazia e Kosovo. L’intesa, aperta anche alla Bulgaria, impegna i sottoscrittori a sviluppare capacità di difesa congiunte, sia sul piano industriale che in materia di aumento dell’interoperabilità. L’obiettivo ufficiale consiste nell’elaborare adeguate modalità di reazione alle “minacce ibride”, attraverso il rafforzamento della resilienza strategica e la moltiplicazione degli sforzi a sostegno dell’integrazione della difesa regionale ed euro-atlantica.

L’accordo matura sullo sfondo delle montanti tensioni in Bosnia Erzegovina, minacciata dalle spinte secessioniste che si irradiano dalla Repubblica Srpska. Il cui presidente Milorad Dodik è stato colpito, assieme al primo ministro Radovan Višković e al presidente dell’Assemblea Nazionale Nenad Stevandić da un mandato di arresto spiccato per “condotta anticostituzionale” dovuta alle tendenze separatiste dalla procura statale di Sarajevo. Per tutta risposta, Dodik ha rifiutato di riconoscere la legittimità del tribunale e invocato il sostegno di Mosca per uscire dall’impasse. Sebbene la situazione politicamente critica non sia degenerata – per il momento – in scontri militari e rappresenti una questione interna alla Bosnia Erzegovina, il ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha dichiarato che i tre Paesi firmatari «considerano le minacce al fragile contesto di sicurezza come una realtà condivisa. In questo contesto, il nostro impegno nello sviluppo delle nostre capacità di difesa è più forte che mai». Ciononostante, «questa cooperazione non minaccia nessuno». Difficile sostenerlo, specialmente alla luce delle affermazioni pronunciate sul punto dal ministro della Difesa kosovaro Ejup Maqedonci, il quale ha ventilato una presunta longa manus serba dietro l’attivismo di Dodik, e qualificato l’accordo di cooperazione militare appena raggiunto come «un messaggio rivolto a coloro che intendono minacciare la regione. Manifestiamo coesione e fermezza di fronte e a qualsiasi tentativo di destabilizzazione».

A dispetto alle assicurazioni verbali fornite dai firmatari, l’accordo di cooperazione assume una valenza smaccatamente ostile alla Serbia, già sottoposta a forti pressioni dall’Unione Europea affinché imponga sanzioni alla Russia e “assediata” dalla Nato, a cui va costantemente avvicinandosi il Kosovo grazie al sostegno di Albania e Croazia, membri attivi dell’organizzazione fin dal 2009. Per ottemperare agli standard Nato, le autorità kosovare stanno da tempo trasformando la forza di sicurezza nazionale in un vero e proprio esercito equipaggiato di tutto punto: «missili anticarro americani Tow e Javelin, Nlaw britannici, mortai da 81mm di produzione austriaca, veicoli blindati Otokar Cobra, Kirbi e Vuran e droni armati turchi Bayraktar Tb-2, veicoli corazzati ruotati M-1117  e 4×4 Humvee statunitensi». Senonché, il riarmo portato avanti da Pristina costituisce una palese violazione della risoluzione 1244 approvata nel 1999 Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che proibisce la permanenza sul suolo kosovaro di qualsiasi forza armata diversa da Kfor (l’apposito contingente Nato). Allo stesso tempo, il Kosovo è legato alla Serbia da relazioni fortemente conflittuali: l’indipendenza dichiarata unilateralmente da Pristina nel 2008 non è mai stata riconosciuta da Belgrado, che considera la regione kosovara parte integrante del territorio nazionale governata da autorità illegittime responsabili di trattamenti smaccatamente discriminatori nei confronti della minoranza serba – finiti al centro di ricorrenti crisi regionali.

Miloš Vučević, primo ministro serbo ormai dimissionario, ha domandato sarcasticamente in cosa consista «l’interesse di due membri della Nato a intraprendere una cooperazione militare con “istituzioni non riconosciute” formate illegalmente su una parte del territorio serbo». Dichiarazioni dello stesso tenore sono state formulate dal presidente serbo Aleksandar Vučić, il quale ha identificato l’accordo di cooperazione siglato tra Tirana, Zagabria e Pristina come una «flagrante violazione dell’accordo subregionale sul controllo degli armamenti del 1996», destinata a produrre effetti altamente destabilizzanti a livello regionale. Vučić ha quindi aggiunto che «per noi, si tratta di una situazione difficile, ma abbiamo compreso il messaggio, e difenderemo il nostro Paese da ogni potenziale aggressore». In primo luogo, affinando il programma strategico di potenziamento e modernizzazione delle forze armate. Secondariamente, consolidando la cooperazione militare con l’Ungheria, nel solco di un processo di avvicinamento in corso ormai da anni e formalizzato con un partenariato strategico esteso al settore della difesa. Più specificamente, ha precisato il Ministro della Difesa ungherese Kristóf Szalay-Bobrovniczky, «Ungheria e Serbia hanno i più forti legami bilaterali in materia di difesa e militare tra gli Stati non membri dell’Unione Europea o della Nato, e l’Ungheria sta contribuendo a potenziare le forze armate serbe […]. In base al nuovo accordo, i due Paesi organizzeranno 79 programmi congiunti nel 2025 […]. L’Ungheria si impegna a mantenere la stabilità e la pace nei Balcani occidentali, e la Serbia è fondamentale».

Il principio di autodeterminazione dei popoli, invocato in passato per estendere le frontiere della Nato e attualmente per istituire una coalizione “difensiva” albanese-croato-kosovara, ha ancora una volta prevalso su quello della “indivisibilità della sicurezza”. Ieri come oggi, l’iniziativa multilaterale mossa in funzione di un nemico più o meno dichiarato spinge quest’ultimo a tutelarsi, attraverso misure di bilanciamento che accrescono inesorabilmente le tensioni in essere deteriorando l’equilibrio strategico areale. Con tutte le implicazioni di sorta.

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La Serbia fra destabilizzazione politica e nuovo fronte militare sui Balcani https://strategic-culture.su/news/2025/03/29/la-serbia-fra-destabilizzazione-politica-e-nuovo-fronte-militare-sui-balcani/ Sat, 29 Mar 2025 13:00:06 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=884342 In Europa, c’è dai tempi della Prima Guerra Mondiale c’è il detto che “i Balcani sono la polveriera d’Europa”. Purtroppo, quelle parole contengono ancora un fondo di verità.

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Nuove tensioni fra Bosnia e Serbia

Il sistema politico disfunzionale della Bosnia, frutto degli accordi di Dayton del 1995 che hanno suddiviso il Paese in due entità governate congiuntamente da serbi, croati (a maggioranza cattolica) e musulmani, con una presidenza a rotazione sotto supervisione internazionale, sta inesorabilmente collassando. In Serbia le proteste contro la corruzione e per un cambio di regime proseguono da mesi, e quelle dello scorso fine settimana sono state le più imponenti fino ad oggi. Le immagini della marea umana che ha invaso le strade di Belgrado hanno fatto il giro del mondo in pochissimo tempo, gettando però anche molta confusione sugli eventi.

In Bosnia, le tensioni recenti sono scaturite dall’emissione di mandati di arresto da parte delle autorità centrali nei confronti del presidente della Republika Srpska  Milorad Dodik, del suo Primo Ministro e del Presidente del parlamento. I provvedimenti derivano dal loro rifiuto di conformarsi alle direttive dell’“alto rappresentante” Christian Schmidt, la cui nomina nel 2021 da parte dell’amministrazione Biden non è stata approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Di conseguenza, né Dodik né la Russia ne riconoscono l’autorità di questo signore, ritenendo che le sue richieste mirino a ridimensionare l’autonomia della Republika Srpska per favorire la centralizzazione dello Stato bosniaco a vantaggio politico della componente islamica.

Uno degli obiettivi principali di Schmidt sarebbe quello di eliminare il veto della Republika Srpska all’ingresso della Bosnia nella NATO, il che spiegherebbe la pressione internazionale su Dodik e il tentativo di rimuoverlo. Nonostante le divergenze tra le amministrazioni Biden e Trump, quest’ultima non sembra opporsi attivamente a questa strategia. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha infatti accusato Dodik di minare la stabilità della Bosnia-Erzegovina, dichiarando che il Paese non dovrebbe frammentarsi; parallelamente, Dorothy Shea, incaricata d’affari statunitense all’ONU, ha espresso sostegno all’EUFOR (Forza dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina), lasciando intendere la possibilità di un intervento contro la leadership della Republika Srpska. Niente di nuovo dal fronte atlantico occidentale.

In risposta a queste spiacevoli provocazioni, Dodik ha invitato Rubio al dialogo per esporre il punto di vista serbo e ha avanzato una proposta interessante: concedere alle aziende americane i diritti esclusivi per l’estrazione di minerali di terre rare della Republika Srpska, un affare dal valore stimato di 100 miliardi di dollari, che potrebbe attrarre l’attenzione del Potus, ed ha sottolineato che la politica statunitense nei Balcani è ancora influenzata dal cosiddetto Deep State, in particolare da elementi dell’ambasciata americana in Bosnia, storicamente ostili a Trump.

Non si può escludere un coinvolgimento britannico nelle tensioni bosniache, considerando che il Servizio Segreto Estero russo, l’SVR, ha recentemente denunciato il ruolo del Regno Unito nel sabotare la politica di Trump di riavvicinamento con la Russia, quasi in concomitanza con l’accusa che Nikolai Patrushev, consigliere di Putin, ha mosso verso Londra, dicendo che ha cercato di destabilizzare i Paesi baltici, lasciando intendere che potrebbe agire in modo simile nei Balcani.

In Serbia non se la passano meglio

La situazione in Serbia è altrettanto delicata. Il Paese è stato scosso dalle proteste, iniziate dopo un incidente ferroviario a Novi Sad lo scorso novembre, alimentate dal malcontento per la corruzione, con richieste di responsabilità che potrebbero sfociare in un cambio di governo. Il  movimento di protesta però è eterogeneo, comprendendo sia gruppi legati all’Occidente che nazionalisti serbi.

I liberali globalisti accusano il presidente Aleksandr Vucic di essere troppo filo-russo per non aver imposto sanzioni a Mosca, mentre i patrioti serbi lo considerano eccessivamente filo-occidentale per le sue posizioni ambigue su Kosovo, Russia e Ucraina. Vucic, dal canto suo, sostiene che le proteste contro di lui siano parte di una strategia occidentale per destabilizzarlo, e la Russia stessa avrebbe confermato un presunto complotto per un colpo di Stato contro di lui.

Nonostante le accuse di ingerenza occidentale, Vucic ha mantenuto una cooperazione con la NATO, firmando nel 2015 un accordo di “Partenariato per la pace” che consente all’Alleanza di transitare attraverso la Serbia e nell’agosto 2024, mentre affrontava proteste su larga scala, ha siglato un accordo da tre miliardi di dollari con la Francia per la fornitura di aerei da guerra, sollevando dubbi sulla reale ostilità dell’Occidente nei suoi confronti. In tutto ciò, gli Stati Uniti continuano ad esercitare pressioni su di lui tramite diversi canali.

Le tensioni in Bosnia e Serbia non sono scollegate: l’obiettivo occidentale sembra essere l’adesione della Bosnia alla NATO e il ridimensionamento dell’influenza russa nei Balcani. Se Trump non si opporrà alla politica attuale o non accetterà l’offerta di Dodik sulle terre rare, il rischio di un’escalation in Bosnia potrebbe aumentare.

Geopoliticamente parlando, la dottrina americana della divisione e del controllo continua ad avere la meglio nei Balcani, cercando di escludere qualsiasi possibile riunificazione di Bosnia e Serbia

L’unica possibilità per i serbi di migliorare la loro posizione sarà una stretta coordinazione tra la Serbia, la Republika Srpska e, se possibile, la Russia, per contrastare le pressioni occidentali e ottenere il miglior risultato possibile.

La NATO ne approfitta

In tutto ciò, la NATO non perde l’occasione di approfittarsene. Il Segretario Generale, Mark Rutte, ha dichiarato che le azioni della Republika Srpska sono inaccettabili e che gli Stati Uniti non offriranno alcun sostegno a Dodik, posizione ribadita anche dall’Ambasciata americana in Bosnia.

L’EUROFOR ha annunciato un rafforzamento del proprio contingente per far fronte alle crescenti tensioni, mandando i rinforzi via terra attraverso i valichi di Svilaj e Bijaca e via aerea all’aeroporto di Sarajevo. Un’ottima scusa per dispiegare un buon numero di soldati a guardia di quella che continua a sembrare, sempre di più, una rivoluzione colorata che vuole coinvolgere ben due Paesi.

Nonostante la crescente pressione internazionale, la Republika Srpska può contare non solo sul sostegno di Mosca e Belgrado, ma anche su quello diplomatico di Budapest e Bratislava, che hanno espresso il loro supporto per una risoluzione pacifica della situazione, evitando di partecipare alle velate minacce di carattere militare.

Il 10 marzo, il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate serbe, Milan Mojsilović, ha incontrato a Belgrado il suo omologo ungherese, Gábor Böröndi, ed hanno discusso assieme della sicurezza regionale e globale, nonché delle attività militari congiunte volte a rafforzare la stabilità nell’area. È stata ribadita l’intensità della cooperazione militare bilaterale, con l’intenzione di ampliarla ulteriormente. Particolare attenzione è stata rivolta alle operazioni congiunte tra le componenti terrestri e aeree dei due eserciti, nonché al contributo delle forze ungheresi alla missione internazionale di sicurezza in Kosovo e Metochia.

Appare chiaro che l’unico modo per la NATO di porre fine alla sovranità serbo-bosniaca sia quello di innescare un nuovo conflitto interno, utilizzando gruppi armati locali sulla falsariga di quanto avvenuto in Siria, oppure una sorta di Maidan sul modello ucraino del 2014.

Il rischio militare alimentato da KFOR

​La Kosovo Force (KFOR) è una missione internazionale guidata dalla NATO, istituita nel 1999 con l’obiettivo di garantire la sicurezza e la stabilità in Kosovo, in conformità con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

All’inizio dell’operazione contava oltre 50.000 soldati provenienti da 20 Paesi membri della NATO e da nazioni partner. Nel tempo la presenza è stata ridotta. A marzo 2022, la KFOR era costituita da 3.770 soldati provenienti da 28 paesi contributori. ​

Per dare un’idea del tipo di dispiegamento, consideriamo che ci sono:

  • Regional Command West (RC-W): unità con base presso “Villaggio Italia” vicino alla città di Pec/Peja, attualmente costituita dal 62° Reggimento Fanteria “Sicilia” della Brigata “Aosta”. Il RC-W include anche militari di Albania, Bulgaria, Croazia, Macedonia del Nord, Polonia, Turchia, Austria, Moldavia e Svizzera. ​
  • Multinational Specialized Unit (MSU): situata a Pristina e comandata dal Colonnello dell’Arma dei Carabinieri Massimo Rosati, questa unità altamente specializzata dell’Arma dei Carabinieri è presente in Kosovo sin dall’inizio della missione nel 1999. Il reggimento è stato impiegato principalmente nella zona nord del paese, caratterizzata da una forte presenza di popolazione di etnia serba, in particolare nella città di Mitrovica.

Le principali attività operative della KFOR includono:​

  • Pattugliamenti e presenza sul territorio kosovaro attraverso pattugliamenti regolari;
  • L’attività dei Liaison Monitoring Teams (LMT), che hanno il compito di assicurare un continuo contatto con la popolazione locale, le istituzioni governative, le organizzazioni nazionali e internazionali, i partiti politici e i rappresentanti delle diverse etnie e religioni presenti sul territorio. L’obiettivo è acquisire informazioni utili al comando KFOR per lo svolgimento della missione;
  • Il supporto alle istituzioni locali, in ottima di non cessione alle richieste della Serbia.

Si tratta di forze dispiegate e pronte ad intervenire. Questo è un dettaglio che deve essere tenuto in considerazione. La strategicità di quella zona chiave dei Balcani non viene lasciata in secondo piano dalla NATO.

Messi così alle strette, ai governi di Serbia e Republika Srpska non resta molta scelta: dovranno confrontarsi presto con scelte difficili, che potrebbero significare un radicale cambiamento dell’aspetto dei Balcani.

Insomma, siamo di nuovo davanti al rischio di vedere i Balcani scoppiare, come avvenne poco più di 100 anni fa. Chi sarà stavolta il responsabile dell’esplosione?

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La situazione nei Balcani continua a surriscaldarsi pericolosamente https://strategic-culture.su/news/2025/03/27/la-situazione-nei-balcani-continua-surriscaldarsi-pericolosamente/ Thu, 27 Mar 2025 13:30:48 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=884304 Gli eventi in Bosnia ed Erzegovina continuano ad aggravarsi, ma non solo lì, ma in tutti i Balcani, si stanno verificando importanti movimenti

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Dopo l’aumento delle tensioni in Bosnia-Erzegovina, dove la procura federale di Sarajevo ha chiesto l’arresto di Milorad Dodik, leader dell’entità serba del Paese, lo scorso 13 marzo è intervenuto Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, ribadendo il suo appello alla moderazione: “Invitiamo tutti i leader politici a sostenere pienamente e facilitare il lavoro delle istituzioni statali per consolidare la pace e garantire la stabilità”.

Tuttavia, la situazione sta continuando pericolosamente a surriscaldarsi, a causa delle pressioni contrapposte.

Dopo una sessione maratona di due giorni, l’Assemblea nazionale della Republika Srpska (RS) ha adottato una nuova bozza di costituzione e un nuovo progetto di legge sulla protezione dell’ordine costituzionale interno. Entrambi i decreti mirano ad affermare una maggiore autonomia per la Repubblica serba di Bosnia, creando istituzioni separate, tra cui un esercito e una magistratura, e contenendo disposizioni per l’autodeterminazione e il diritto di formare confederazioni con altri Paesi, con evidente riferimento alla futura unione tra Banja Luka e Belgrado.

L’Ufficio dell’Alto Rappresentante, OHR, che supervisiona l’attuazione degli accordi di pace che hanno posto fine alla guerra del 1992-95 in Bosnia, ha criticato il progetto di legge, affermando che “costituisce una grave violazione dell’Accordo di pace di Dayton e del quadro costituzionale della Bosnia ed Erzegovina, aprendo nuovi casi di responsabilità penale per coloro che compiono queste azioni”.

In risposta, l’Assemblea della RS ha approvato leggi che vietano alla procura statale, al tribunale, all’Agenzia statale per le indagini e la protezione (SIPA) e all’Alto consiglio giudiziario e della Procura di Sarajevo di esercitare la giurisdizione nella Repubblica Serba. Tra le altre cose, si stabilisce che l’Assemblea nazionale e il Governo della Srpska possono sospendere l’attuazione di qualsiasi atto, misura o attività delle istituzioni a livello della Federazione Bosniaca che non abbia una base nella Costituzione della Bosnia Erzegovina (BiH). Le leggi che non rientrano nella giurisdizione esclusiva della BiH o che non derivano da accordi tra entità non avranno effetto giuridico in Srpska. È previsto che le leggi approvate dall’Assemblea parlamentare della Bosnia-Erzegovina saranno applicate in Srpska solo dopo essere state confermate dall’Assemblea nazionale della Repubblica serbo-bosniaca.

La bozza della nuova Costituzione sarà sottoposta a 30 giorni di discussione pubblica prima di essere inviata all’Assemblea serbo-bosniaca per la votazione finale. Essa stabilisce inoltre che Banja Luka sarà la capitale della Republika Srpska, mentre Sarajevo Est, con il suo centro amministrativo a Pale, riceverà lo status di sede del governo. Le disposizioni fondamentali definiscono la Republika Srpska come un’entità costituzionale e giuridica sovrana, unificata e indivisibile, confermata dalla volontà del popolo e dall’Accordo quadro generale per la pace in Bosnia Erzegovina, come trattato internazionale, nonché dalla Costituzione della BiH. La Republika Srpska è definita come lo Stato del popolo serbo e di tutti i popoli e cittadini che vivono al suo interno, garantendo quindi le minoranze lì presenti.

Il disegno di legge, adottato con procedura d’urgenza, prevede in particolare l’azione penale per 21 reati, tra cui attacchi all’ordine costituzionale della Republika Srpska, minacce alla sua integrità territoriale, sabotaggio, spionaggio e mancato rispetto delle decisioni emesse dalle autorità della Repubblica. Inoltre, criminalizza “l’ostruzione della lotta contro il nemico”, “il servizio in un esercito nemico” e “l’aiuto al nemico”.

Nel frattempo, le autorità di Banja Luka hanno istituito una propria polizia di frontiera, mettendo fine alla commistione nella gendarmeria confinaria della Bosnia Erzegovina voluta dall’OHR.

Ma il domino balcanico non rischia di spezzarsi solo in Bosnia Erzegovina.

Dopo l’immensa manifestazione a Belgrado contro il Presidente serbo Vucic, Albania, Kosovo e Croazia hanno firmato una dichiarazione congiunta di cooperazione in materia di difesa. Intervenendo alla cerimonia della firma a Tirana, il Ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha sottolineato l’importanza di questa cooperazione di fronte alle attuali sfide regionali: “In un ambiente di sicurezza fragile, condividiamo una valutazione comune delle minacce. Il nostro impegno per rafforzare le capacità di difesa è più forte che mai”, ha affermato. Il Ministro della Difesa croato Ivan Anusic e il suo omologo kosovaro Ejup Maqedonci hanno descritto la dichiarazione come un passo significativo verso il rafforzamento della sicurezza e della stabilità regionale, nonché verso il miglioramento delle capacità di affrontare rischi e sfide comuni. La dichiarazione congiunta sottolinea inoltre l’impegno dell’Albania e della Croazia, entrambi Stati membri della NATO, nel sostenere le aspirazioni del Kosovo alla piena integrazione nelle strutture regionali ed euro-atlantiche. Il Primo Ministro del Kosovo Albin Kurti ha accolto con favore l’accordo, definendolo “un passo estremamente importante per la sicurezza e la pace nella regione”. Questa cooperazione trilaterale, hanno concluso i firmatari dell’intesa, riflette la crescente partnership strategica tra i tre Paesi, sottolineando la collaborazione militare, la stabilità regionale e gli obiettivi di sicurezza condivisi.

Vucic, preoccupato che anche la Bulgaria possa unirsi a questo formato difensivo, ha naturalmente subito domandato contro chi sia rivolta tale alleanza, intuendone la natura preventiva rispetto alle sue intenzioni di giocare la carta del nazionalismo in Republika Srpska e in Kosovo e Metohija per uscire dall’impasse interna.

Belgrado si è opposta alla mossa, sostenendo che Albania e Croazia, insieme al “rappresentante illegittimo delle istituzioni temporanee di autogoverno di Pristina”, hanno adottato misure che compromettono la stabilità regionale: “La Repubblica di Serbia, in quanto garante della pace e della neutralità militare nei Balcani, esige giustamente risposte sulla natura e sugli obiettivi di questa cooperazione in materia di sicurezza”, secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri. La Serbia ha avvertito che la creazione di un’alleanza militare senza consultare Belgrado è preoccupante, soprattutto considerando il coinvolgimento del Kosovo, che la Serbia non riconosce come Stato indipendente.

Evidentemente incoraggiata dalla NATO, alla condanna di Belgrado è seguita quella di Pristina. Il Ministero degli Esteri del Kosovo ha reagito affermando di considerare la dichiarazione del Ministero degli Esteri serbo non solo come “aggressiva e minacciosa”, ma anche come una palese violazione dell’accordo di Bruxelles “che stabilisce chiaramente che la Serbia non ostacolerà le relazioni internazionali del Kosovo e non affermerà di parlare a nome del Kosovo nelle relazioni con altri Stati e organizzazioni”. Secondo le autorità kosovare, “la Serbia resta la più grande minaccia alla sicurezza regionale”.

Dopo aver oscillato per lungo tempo tra opposte pressioni nella speranza che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca potesse rafforzarlo, sembra ora che il tempo per Vucic stia per scadere e a breve il Presidente serbo dovrà definitivamente chiarire l’orientamento geopolitico del proprio Paese.

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Serbia between political destabilization and a new military front in the Balkans https://strategic-culture.su/news/2025/03/24/serbia-between-political-destabilization-and-new-military-front-in-balkans/ Mon, 24 Mar 2025 13:00:06 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=884248

In Europe, there has been a saying since the time of the First World War that “the Balkans are the powder keg of Europe”. Unfortunately, those words still contain some truth.

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New tensions between Bosnia and Serbia

Bosnia’s dysfunctional political system, the result of the 1995 Dayton Accords that divided the country into two entities jointly governed by Serbs, Croats (a Catholic majority) and Muslims, with a rotating presidency under international supervision, is inexorably collapsing. In Serbia, protests against corruption and for regime change have been going on for months, and last weekend’s protests were the most impressive to date. Images of the human tide that invaded the streets of Belgrade went around the world in no time at all, but also caused a lot of confusion about the events.

In Bosnia, recent tensions have arisen from the issuance of arrest warrants by the central authorities against the president of the Republika Srpska Milorad Dodik, his prime minister and the president of the parliament. The measures stem from their refusal to comply with the directives of the “high representative” Christian Schmidt, whose appointment in 2021 by the Biden administration was not approved by the UN Security Council. Consequently, neither Dodik nor Russia recognize his authority, believing that his requests aim to reduce the autonomy of the Republika Srpska in order to favor the centralization of the Bosnian state for the political advantage of the Islamic component.

One of Schmidt’s main objectives would be to eliminate the Republika Srpska’s veto on Bosnia’s entry into NATO, which would explain the international pressure on Dodik and the attempt to remove him. Despite the differences between the Biden and Trump administrations, the latter does not seem to actively oppose this strategy. Secretary of State Marco Rubio has accused Dodik of undermining the stability of Bosnia and Herzegovina, stating that the country should not fragment; simultaneously, Dorothy Shea, the US chargé d’affaires at the UN, has expressed support for EUFOR (European Union Force in Bosnia and Herzegovina), hinting at the possibility of intervention against the leadership of Republika Srpska. Nothing new from the western Atlantic front.

In response to these unpleasant provocations, Dodik invited Rubio to a dialogue to present the Serbian point of view and made an interesting proposal: to grant American companies exclusive rights to extract rare earth minerals from the Republika Srpska, a deal with an estimated value of 100 billion dollars, which could attract the attention of the Potus, and emphasized that US policy in the Balkans is still influenced by the so-called Deep State, in particular by elements of the American embassy in Bosnia, historically hostile to Trump.

British involvement in Bosnian tensions cannot be ruled out, considering that the Russian Foreign Secret Service, the SVR, recently denounced the UK’s role in sabotaging Trump’s policy of rapprochement with Russia, almost coinciding with the accusation that Nikolai Patrushev, Putin’s advisor, made towards London, saying that he tried to destabilize the Baltic countries, hinting that he could act in a similar way in the Balkans.

Things are not much better in Serbia

The situation in Serbia is equally delicate. The country has been shaken by protests, which began after a train accident in Novi Sad last November, fueled by discontent over corruption, with demands for accountability that could lead to a change of government. However, the protest movement is heterogeneous, including both Western-linked groups and Serbian nationalists.

Globalist liberals accuse President Aleksandr Vucic of being too pro-Russian for not having imposed sanctions on Moscow, while Serbian patriots consider him excessively pro-Western for his ambiguous positions on Kosovo, Russia and Ukraine. Vucic, for his part, claims that the protests against him are part of a Western strategy to destabilize him, and Russia itself has allegedly confirmed a supposed plot for a coup against him.

Despite accusations of Western interference, Vucic has maintained cooperation with NATO, signing a “Partnership for Peace” agreement in 2015 allowing the Alliance to transit through Serbia and in August 2024, while facing large-scale protests, he signed a three billion dollar deal with France for the supply of warplanes, raising doubts about the West’s real hostility towards him. Throughout all this, the United States continues to exert pressure on him through various channels.

The tensions in Bosnia and Serbia are not unrelated: the Western objective seems to be for Bosnia to join NATO and for Russian influence in the Balkans to be reduced. If Trump does not oppose the current policy or does not accept Dodik’s offer on rare earths, the risk of an escalation in Bosnia could increase.

Geopolitically speaking, the American doctrine of division and control continues to prevail in the Balkans, seeking to exclude any possible reunification of Bosnia and Serbia.

The only chance for the Serbs to improve their position will be close coordination between Serbia, the Republika Srpska and, if possible, Russia, to counter Western pressure and obtain the best possible result.

NATO takes advantage of the situation

Throughout all this, NATO doesn’t miss the opportunity to take advantage of the situation. The Secretary General, Mark Rutte, has declared that the actions of the Republika Srpska are unacceptable and that the United States will not offer any support to Dodik, a position also reiterated by the American Embassy in Bosnia.

EUFOR has announced that it will reinforce its contingent to deal with the growing tensions, sending reinforcements by land through the Svilaj and Bijaca passes and by air to Sarajevo airport. An excellent excuse to deploy a good number of soldiers to guard what increasingly seems to be a color revolution involving two countries.

Despite growing international pressure, the Republika Srpska can count not only on the support of Moscow and Belgrade, but also on the diplomatic support of Budapest and Bratislava, who have expressed their support for a peaceful resolution of the situation, avoiding participating in veiled military threats.

On March 10, the Chief of Staff of the Serbian Armed Forces, Milan Mojsilović, met his Hungarian counterpart, Gábor Böröndi, in Belgrade and they discussed regional and global security, as well as joint military activities aimed at strengthening stability in the area. The intensity of bilateral military cooperation was reaffirmed, with the intention of expanding it further. Particular attention was paid to joint operations between the land and air components of the two armies, as well as to the contribution of Hungarian forces to the international security mission in Kosovo and Metohija.

It seems clear that the only way for NATO to put an end to Serbian-Bosnian sovereignty is to trigger a new internal conflict, using local armed groups along the lines of what happened in Syria, or a sort of Maidan based on the 2014 Ukrainian model.

The military risk fueled by KFOR

The Kosovo Force (KFOR) is an international mission led by NATO, established in 1999 with the aim of ensuring security and stability in Kosovo, in accordance with United Nations Security Council Resolution 1244.

At the beginning of the operation, it had over 50,000 soldiers from 20 NATO member countries and partner nations. Over time, the presence has been reduced. As of March 2022, KFOR consisted of 3,770 soldiers from 28 contributing countries. ​

To give an idea of the type of deployment, consider that there are:

– Regional Command West (RC-W): unit based at “Villaggio Italia” near the city of Pec/Peja, currently consisting of the 62nd “Sicilia” Infantry Regiment of the “Aosta” Brigade. RC-W also includes military personnel from Albania, Bulgaria, Croatia, North Macedonia, Poland, Turkey, Austria, Moldova and Switzerland.

Multinational Specialized Unit (MSU): located in Pristina and commanded by Colonel Massimo Rosati of the Carabinieri, this highly specialized unit of the Carabinieri has been present in Kosovo since the beginning of the mission in 1999. The regiment has been employed mainly in the northern part of the country, characterized by a strong ethnic Serbian population, particularly in the city of Mitrovica.

The main operational activities of KFOR include:

– Patrolling and maintaining a presence in Kosovo through regular patrols;

The activity of the Liaison Monitoring Teams (LMT), which have the task of ensuring continuous contact with the local population, government institutions, national and international organizations, political parties and representatives of the different ethnic groups and religions present in the territory. The objective is to acquire information useful to the KFOR command for the carrying out of the mission;

– Support for local institutions, in an attempt not to give in to Serbia’s demands.

These are forces that are deployed and ready to intervene. This is a detail that must be taken into consideration. NATO is not neglecting the strategic importance of that key area of the Balkans.

With their backs to the wall, the governments of Serbia and Republika Srpska don’t have many options: they will soon have to face difficult choices, which could radically change the face of the Balkans.

In short, we are once again at risk of seeing the Balkans explode, as happened just over 100 years ago. Who will be responsible for the explosion this time?

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Le elezioni in Kosovo e i negoziati con la Serbia https://strategic-culture.su/news/2025/03/07/elezioni-kosovo-negoziati-con-serbia/ Thu, 06 Mar 2025 21:02:39 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883913 Le elezioni kosovare dello scorso 9 febbraio rivelano un sistema segnato da ingerenze occidentali e politiche marginalizzanti, che isolano la comunità serba. Belgrado denuncia decisa questa deriva destabilizzante e, con il sostegno di Mosca, lotta per salvaguardare diritti e identità storica.

Segue nostro Telegram.

Le elezioni legislative svoltesi in Kosovo lo scorso 9 febbraio hanno rappresentato un evento di grande rilievo non solo per la politica interna kosovara, ma anche e soprattutto per il delicato equilibrio di forze e interessi nei Balcani. Infatti, queste elezioni non sono state semplicemente una competizione politica interna, bensì un ulteriore capitolo della lunga vicenda di ingerenze esterne e pressioni volte a modificare la realtà sul campo a scapito della popolazione serba. In questo contesto, il governo di Belgrado ha espresso la propria preoccupazione per il modo in cui la situazione si sta evolvendo, denunciando la persecuzione sistematica dei serbi in Kosovo e criticando aspramente il ruolo attivo dell’Unione Europea e di altri attori occidentali nel sostenere politiche che ledono i diritti fondamentali di una parte significativa della popolazione.

Come noto, la storia recente dei Balcani è segnata da conflitti, divisioni e lotte per il riconoscimento politico e territoriale. Dopo la guerra di aggressione della NATO contro la Jugoslavia tra il 1998 ed il 1999, la regione ha vissuto anni di transizione, durante i quali sono emerse numerose tensioni etniche e politiche. La dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo nel 2008, sostenuta dalle potenze imperialiste occidentali, in particolare, ha scatenato una serie di conseguenze negative, soprattutto ai danni della comunità serba, che considera il Kosovo parte integrante del proprio patrimonio storico e culturale.

Nel corso degli anni, le autorità kosovare, in maggioranza di etnia albanese, hanno attuato politiche che, secondo Belgrado, mirano a marginalizzare e perseguitare la minoranza serba residente nella regione. Tali politiche si traducono nella confisca dei beni, nell’intimidazione e nella creazione di condizioni di vita sempre più insostenibili per i serbi. Per tali tagioni, le elezioni di quest’anno, organizzate in un contesto di crescente tensione, sono state viste dal governo serbo come il frutto di una strategia orchestrata dagli attori occidentali per rafforzare la loro agenda politica e per spingere ulteriormente l’isolamento della popolazione serba residente in Kosovo.

Per quanto riguarda gli esiti elettorali, nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta nell’Assemblea di Priština, composta da 120 seggi. Il partito al governo, il socialdemocratico Vetëvendosje, guidato dal Primo Ministro Albin Kurti (in foto), ha registrato circa il 41% dei voti, garantendosi 47 seggi, con un calo di undici scranni rispetto alla precedente legislatura, mentre i principali partiti di opposizione, il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) e la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK) hanno ottenuto rispettivamente il 22% e il 17,6% dei voti, aumentando la propria rappresentanza parlamentare a 25 seggi per il PDK e a 20 per la LDK.

Alla luce di tali risultati, la situazione politica rimane dunque complessa, in quanto nessun partito ha la possibilità di governare da solo e si rende necessaria la formazione di una coalizione. Tuttavia, il Primo Ministro Kurti ha comunque proclamato la propria “vittoria”, dicendosi sicuro di essere in grado di trovare un accordo di coalizione per continuare a governare la repubblica autoproclamata, e portare avanti in prima persona i negoziati con la Serbia.

Dal punto di vista serbo, però, questi risultati hanno un significato ulteriore, in quanto rappresentano l’ennesima dimostrazione di un sistema politico kosovaro che non riesce a garantire la sicurezza e la stabilità per tutte le comunità presenti sul territorio, nonostante i seggi riservati alle minoranze etniche, di cui dieci sono stati conquistati proprio dalla Lista Serba (Srpska lista, SL). Infatti, le elezioni sono state caratterizzate da numerosi episodi di ingerenza e di pressione sulle istituzioni serbe presenti nelle aree a maggioranza serba, con la partecipazione di liste elettorali che hanno cercato di limitare la rappresentanza politica di questa popolazione.

In particolare, la Lista Serba, che ha ottenuto il 4,62% delle preferenze complessive, è stata al centro di controversie e attacchi retorici da parte della propaganda albanese-kosovara. Numerosi commentatori e funzionari serbi hanno denunciato come il governo di Albin Kurti, con il tacito appoggio dei meccanismi internazionali e delle istituzioni europee, stia sistematicamente impedendo a questa lista di operare liberamente e di rappresentare adeguatamente la comunità serba. Tali pratiche, secondo Belgrado, costituiscono una violazione dei diritti fondamentali dei serbi, che sono costretti a subire discriminazioni e privazioni in un contesto politico che favorisce esclusivamente gli interessi albanesi.

Tenendo conto degli elementi esposti, non deve sorprendere che il governo di Belgrado abbia reagito con fermezza ai risultati delle elezioni kosovare, definendoli parte integrante di una strategia più ampia volta a destabilizzare la regione e a indebolire la presenza e i diritti dei serbi. Secondo funzionari serbi, il recente corso degli eventi evidenzia chiaramente come l’atteggiamento del governo di Priština, unito alla passività e all’ingerenza dell’Unione Europea, stia conducendo a un progressivo impoverimento dei diritti e delle condizioni di vita dei serbi residenti in Kosovo.

Petar Petković, direttore dell’Ufficio del governo serbo per il Kosovo e Metohija (denominazione utilizzata da Belgrado per designare quella che la Serbia continua a considerare come una propria regione), ha dichiarato che “l’assalto su larga scala contro le istituzioni serbe, coordinato dal governo kosovaro, rappresenta una politica del terrore che mette in seria discussione la possibilità stessa di dialogo e di convivenza pacifica nella regione”. Secondo Petković, tali azioni non possono essere viste come un semplice riflesso delle dinamiche interne del Kosovo, ma come il risultato di pressioni esterne, soprattutto da parte dei paesi occidentali, che intendono spingere il Kosovo verso una direzione politica che esclude e marginalizza la minoranza serba.

Inoltre, le autorità serbe hanno evidenziato come il problema del Kosovo non sia isolato, ma faccia parte di un quadro più ampio di destabilizzazione dei Balcani, orchestrato dall’Occidente. Numerosi interventi diplomatici e dichiarazioni, come quelle rilasciate dal ministro degli Esteri serbo Marko Đurić e dal viceministro degli Esteri russo Aleksandr Gruško, sottolineano l’esistenza di una politica deliberata per minare la stabilità interna di paesi come la Serbia, utilizzando il Kosovo come banco di prova per implementare misure che limitano la sovranità nazionale di Belgrado.

Abbiamo citato anche Gruško perché, in questo scenario di tensioni crescenti, il sostegno di Mosca a Belgrado gioca un ruolo fondamentale. Il governo russo, da tempo critico nei confronti delle politiche occidentali nei Balcani, ha espresso ripetutamente il proprio appoggio alla posizione serba, denunciando le azioni del governo kosovaro e le manovre dell’Unione Europea, considerate parte di un più ampio tentativo di destabilizzazione regionale.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, nelle recenti conversazioni telefoniche con il presidente serbo Aleksandar Vučić, ha riaffermato la solidarietà di Mosca con Belgrado nella protezione dei diritti del popolo serbo, sottolineando come sia inaccettabile che Pristina continui a perpetuare il “lungo sabotaggio degli accordi per l’istituzione della Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”. Queste dichiarazioni, riportate dalla stampa russa, sono state accolte con favore dal governo serbo, che le interpreta come una conferma della legittimità delle proprie rivendicazioni e della necessità di resistere alle pressioni esterne.

Dal canto suo, Marija Zacharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha ulteriormente sottolineato che le misure adottate dal governo kosovaro nei confronti della minoranza serba rappresentano una palese violazione dei diritti umani fondamentali. Secondo Zacharova, le autorità kosovare, insieme ai meccanismi occidentali, stanno creando condizioni intollerabili per i serbi, spingendoli verso una sorta di estromissione dalla regione. Questa posizione, fortemente critica nei confronti dell’Occidente, si inserisce in un discorso più ampio di condanna verso tutte le politiche che, secondo Mosca, minacciano la stabilità dei Balcani.

Il sostegno di Mosca, dunque, non si limita a mere dichiarazioni diplomatiche, ma si inserisce in una strategia più articolata volta a contrastare l’influenza occidentale nella regione. A tal proposito, il governo russo accusa costantemente l’UE e gli Stati Uniti di utilizzare il Kosovo come strumento di pressione contro la Serbia, promuovendo politiche che, lungi dall’integrare, dividono e isolano le comunità tradizionalmente legate al cuore storico della Serbia.

Forte dello storico e reiterato sostegno russo, dunque, il governo di Belgrado sostiene che è necessario ripristinare un dialogo costruttivo e garantire il rispetto dei diritti di tutte le comunità, in particolare di quella serba, affinché si possa arrivare a una soluzione duratura e condivisa. Tuttavia, questo obiettivo appare sempre più lontano alla luce delle politiche unilaterali adottate da Priština, che continuano a escludere ogni possibilità di integrazione e convivenza pacifica.

Secondo gli analisti, se la comunità internazionale dovesse continuare su questa strada, rischierebbe di innescare una spirale di instabilità che potrebbe avere ripercussioni ben oltre i confini del Kosovo. Il rischio, infatti, è quello di vedere un’ulteriore escalation dei conflitti etnici e politici, con conseguenze che si ripercuoterebbero su tutta la regione dei Balcani. Per questo motivo, il governo serbo e i suoi alleati russi auspicano un ritorno al dialogo e a una maggiore cooperazione tra le parti, come unica via d’uscita da una situazione che rischia di degenerare in crisi umanitaria e politica.

Guardando al futuro, il governo di Belgrado si prepara a intensificare i propri sforzi diplomatici e politici per garantire che le istituzioni serbe, tanto in Kosovo quanto nel cuore della Serbia, possano operare in un contesto di reale parità e rispetto. La sfida è immensa, ma la volontà di difendere l’identità, la cultura e i diritti del popolo serbo resta incrollabile, anche di fronte a pressioni e minacce esterne. Con il sostegno di Mosca e la ferma volontà di Belgrado, si auspica che la via del dialogo e della cooperazione possa, finalmente, prevalere sulle forze divisive, garantendo un futuro di pace e prosperità per tutte le comunità della regione.

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