Yemen – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Mon, 02 Feb 2026 15:01:37 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Yemen – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 The global mobility gap: The world’s least powerful passports https://strategic-culture.su/news/2026/02/02/global-mobility-gap-world-least-powerful-passports/ Mon, 02 Feb 2026 16:05:39 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890381 While citizens of top-ranked nations enjoy visa-free access to nearly 200 destinations, the reality is starkly different for holders of the world’s weakest passports. This infographic, based on the latest Henley Passport Index, reveals the ten countries whose travel documents grant the least freedom of movement, often limiting holders to fewer than 50 visa-free destinations and highlighting a profound global inequality in the right to travel.

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L’Iran guarda alla geopolitica regionale, mentre l’Occidente continua a fare pressione https://strategic-culture.su/news/2026/01/26/liran-guarda-alla-geopolitica-regionale-mentre-loccidente-continua-a-fare-pressione/ Mon, 26 Jan 2026 15:30:57 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890241 Il controllo regionale iraniano non si basava sulla deterrenza nucleare, come hanno fatto altre superpotenze nel corso del XX secolo, ma, in assenza di tale tecnologia, era necessariamente basato su altri elementi.

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Controllo regionale

Non c’è da stupirsi per gli attacchi che l’Iran continua a ricevere. Non è una novità, ma il continuo e periodico modus operandi dell’Occidente collettivo, che attacca l’Iran islamico e rivoluzionario perché rappresenta qualcosa di diverso dal loro modello, fuori dal loro controllo e, soprattutto, troppo potente come civiltà. E nel tempo dello scontro fra le civiltà, questo potenziale è incommensurabile.

Dalla rivoluzione del 1979, l’Iran ha dovuto stabilire un controllo regionale, basato sulla diplomazia, in particolare di stampo religioso, sulla continuità delle relazioni plurisecolari e sulla autodifesa costante dalle aggressioni esterne. La guerra imposta Iran-Iraq, gli attacchi di Israele, le manomissioni degli agenti inglesi, le pressioni americane con l’aggressione sistematica e puntuale di tutti i Paesi circostanti, sono solo alcuni degli esempi che possiamo citare.

Il controllo regionale iraniano non si è basato sulla deterrenza nucleare, come invece nel corso del Novecento hanno fatto le altre superpotenze, ma in mancanza di quella tecnologica si è basato necessariamente su altri elementi.

Uno dei pilastri principali della deterrenza iraniana nella regione del Golfo è rappresentato dalla capacità missilistica. L’Iran ha investito in modo significativo nello sviluppo di missili balistici e da crociera a corto e medio raggio, in grado di colpire obiettivi strategici nei Paesi del Golfo e oltre. Tali sistemi, spesso mobili e difficili da individuare preventivamente, svolgono una funzione deterrente fondamentale, poiché aumentano i costi potenziali di un’azione militare contro Teheran. La dottrina iraniana considera questi missili non tanto come strumenti offensivi, quanto come mezzi di dissuasione e di risposta in caso di aggressione.

Accanto alla dimensione missilistica, un ruolo centrale è svolto dalla strategia navale asimmetrica nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. Quest’ultimo rappresenta un punto di passaggio obbligato per una quota rilevante del commercio mondiale di idrocarburi, e la capacità iraniana di minacciarne la sicurezza costituisce uno strumento di deterrenza di primaria importanza. Le forze navali dei Pasdaran (Guardie della Rivoluzione Islamica) hanno sviluppato tattiche basate sull’impiego di piccole imbarcazioni veloci, mine navali, droni marittimi e missili antinave, concepite per contrastare anche forze navali tecnologicamente superiori. Questa impostazione asimmetrica mira a rendere estremamente costoso e rischioso qualsiasi tentativo di controllo militare dello stretto da parte di attori esterni.

Un ulteriore elemento chiave della deterrenza iraniana è rappresentato dalla cosiddetta “profondità strategica”, costruita attraverso una rete di alleanze e attori non statali nella regione. Sebbene il Golfo Persico sia prevalentemente dominato da Stati rivali, l’Iran ha cercato di proiettare la propria influenza attraverso movimenti e milizie alleate, soprattutto nel più ampio contesto mediorientale. Questa rete, spesso definita come “asse della resistenza”, consente a Teheran di esercitare una deterrenza indiretta, ampliando il campo di potenziali risposte a un’aggressione e aumentando l’incertezza strategica per i suoi avversari.

Non meno rilevante è la dimensione tecnologica e cibernetica della deterrenza iraniana. Negli ultimi anni, l’Iran ha dimostrato di possedere capacità cyber offensive e difensive, utilizzate sia come strumento di pressione sia come mezzo di risposta a operazioni ostili. In un contesto in cui le infrastrutture energetiche e militari dei Paesi del Golfo sono altamente digitalizzate, la minaccia cibernetica rappresenta un ulteriore fattore deterrente, difficile da attribuire con certezza e quindi particolarmente efficace sul piano strategico.

Nondimeno, la deterrenza iraniana si fonda anche su una dimensione politica e simbolica. La retorica della resistenza, l’enfasi sull’autonomia strategica e la capacità di sopportare sanzioni e pressioni esterne contribuiscono a rafforzare l’immagine di un attore disposto a sostenere costi elevati pur di difendere i propri interessi fondamentali. Questa percezione gioca un ruolo non secondario nella deterrenza, poiché influenza il calcolo costi-benefici degli avversari.

Vediamo ora, in breve, i singoli Paesi confinanti.

Iraq

Per Teheran, l’Iraq costituisce il principale nodo della propria sicurezza nazionale per una pluralità di ragioni: la contiguità geografica (i due Stati condividono un confine di circa 1.500 chilometri), il precedente storico dell’aggressione militare irachena all’Iran, e la rilevanza del polo religioso sciita di Najaf, che si pone in competizione con il centro iraniano di Qom.

A questa convergenza di interessi corrisponde una pluralità di finalità strategiche. In primo luogo, l’Iran mira a garantire che l’Iraq non possa più trasformarsi in una minaccia diretta alla propria sicurezza. Da qui deriva la strategia volta a sostenere un governo iracheno sufficientemente solido da scongiurare la disgregazione statale, ma non tanto potente da rappresentare un pericolo per Teheran.

Da tale obiettivo discende anche l’interesse alla salvaguardia dell’unità territoriale irachena, al fine di prevenire una frammentazione su base etnica o confessionale che potrebbe innescare effetti destabilizzanti anche oltre confine. Questo approccio emerge chiaramente nella ferma opposizione iraniana a qualsiasi progetto di indipendenza del Kurdistan iracheno e, in particolare, alle aspirazioni del governo regionale curdo di annettere Kirkuk e i suoi giacimenti petroliferi.

Un ulteriore obiettivo consiste nell’impedire che il territorio iracheno possa fungere da rifugio per gruppi ostili all’Iran — come avvenuto in passato con i Mojaheddin-e Khalq — o per organizzazioni terroristiche in grado di colpire oltre confine. Parallelamente, Teheran ha cercato di evitare che Baghdad finisse sotto un’eccessiva influenza statunitense. Dopo il rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003, l’Iran ha attuato una strategia volta a contenere la minaccia derivante dalla presenza militare americana lungo i propri confini, fino al ritiro delle truppe USA nel 2011. Analoghe perplessità sono emerse con il nuovo dispiegamento statunitense a partire dal 2014, ufficialmente finalizzato alla lotta contro lo Stato islamico. Tuttavia, la necessità di contrastare l’IS ha indotto Teheran ad accettare temporaneamente tale presenza, costruendo al contempo una sorta di “garanzia” attraverso il sostegno alle milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU).

Il contributo delle PMU si è rivelato decisivo nella sconfitta dello Stato islamico, ma la loro permanenza oltre la liberazione di Mosul solleva interrogativi rilevanti sul loro ruolo futuro, costituendo una sfida significativa all’autorità centrale irachena, con una influenza iraniana persistente nel Paese.

Nel medio periodo, l’obiettivo fondamentale dell’Iran resterà quello di impedire l’emergere di nuove minacce alla propria sicurezza dal fronte iracheno. Teheran cercherà verosimilmente di mantenere un ruolo rilevante nella politica interna irachena, anche attraverso il controllo delle PMU, alcune delle quali stanno evolvendo in soggetti politici, seguendo un percorso analogo a quello di Hezbollah in Libano.

Libano

Il Libano rappresenta l’unico contesto regionale in cui l’Iran è riuscito a plasmare un attore politico-militare che riproduce, almeno in parte, il modello rivoluzionario originario: Hezbollah. Fondato nel 1982 durante l’invasione israeliana del Libano, con il sostegno diretto dei pasdaran iraniani, il movimento si è fatto interprete delle rivendicazioni della comunità sciita libanese, storicamente marginalizzata rispetto ai gruppi cristiani e sunniti, nonché delle conseguenze destabilizzanti derivanti dalla presenza dei combattenti palestinesi e dalle reazioni militari israeliane.

Nel tempo, il rapporto inizialmente gerarchico tra Teheran e Hezbollah si è trasformato in una relazione più articolata e interdipendente. Diversi fattori hanno contribuito a questa evoluzione: la capacità di Hezbollah di costringere Israele al ritiro dal Libano meridionale nel 2000, la resistenza armata durante il conflitto del 2006 e, più recentemente, l’esperienza maturata nella guerra civile siriana al fianco di Assad, che ha permesso al movimento di acquisire nuove competenze operative e armamenti avanzati, o la forte resistenza contro l’aggressione dell’entità sionista fra il 2023 e il 2025.

Dal punto di vista iraniano, Hezbollah rappresenta un pilastro della strategia di “difesa avanzata”, in quanto svolge un ruolo centrale nella deterrenza nei confronti di Israele. In assenza di capacità offensive dirette in grado di colpire Tel Aviv, Teheran considera Hezbollah una fondamentale assicurazione strategica ed una leva di grande potere nella politica libanese, che è costantemente tenuta sotto scacco dalla presenza americana.

Pur rimanendo un alleato di Teheran, Hezbollah ha progressivamente rafforzato la propria legittimità nazionale, presentandosi come portatore di interessi libanesi piuttosto che come semplice strumento iraniano. Il successo elettorale del maggio 2018, ottenuto insieme ai suoi alleati — tra cui il Movimento Patriottico Libero — ne è una chiara dimostrazione. Anche il martirio di Sayyed Nasrallah ha dimostrato che Hezbollah gode di grande presa popolare e di sostegno da parte della gente.

Siria

L’alleanza tra Iran e Siria risale alla guerra Iran-Iraq, periodo in cui Damasco fu uno dei pochi attori regionali a schierarsi con Teheran contro Saddam Hussein. Tale intesa si fonda sulla convergenza strategica rispetto a nemici comuni: il regime iracheno, Israele e la presenza statunitense in Medio Oriente.

La conservazione del legame con la Siria rappresenta uno degli elementi di coesione del frammentato panorama politico iraniano. Nonostante le tensioni intermittenti nei rapporti con la famiglia Assad, a Teheran prevale la convinzione che sia essenziale preservare l’orientamento strategico di Damasco. Lo scoppio della rivolta siriana e la sua degenerazione in guerra civile hanno rafforzato il timore che un cambio di regime — favorito dall’Occidente o da gruppi jihadisti — potesse condurre a un accerchiamento strategico dell’Iran.

All’interno del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano si è sviluppato un intenso dibattito sulle modalità di risposta alla crisi: da un lato, chi sosteneva la necessità di riforme politiche per disinnescare la rivolta; dall’altro, chi riteneva indispensabile una repressione immediata. Con la scelta di Assad di intervenire militarmente, l’Iran è intervenuto a suo sostegno, inizialmente con grande cautela. Nel 2012, la Guida Suprema ha limitato il numero di consiglieri militari iraniani a 1.500 unità. Tuttavia, il progressivo collasso dell’esercito siriano ha costretto Teheran a intensificare il proprio impegno, coinvolgendo Hezbollah, milizie sciite irachene e afghane e, infine, sollecitando l’intervento russo nel 2015.

L’ingresso della Russia ha modificato profondamente gli equilibri del conflitto e della regione, ridimensionando l’esclusività del rapporto tra Assad e Teheran. L’Iran ha dovuto accettare la mediazione di Mosca e l’inclusione della Turchia nel processo negoziale di Astana.

Tutto è cambiato con la caduta di Hassad e il nuovo corso della Siria di Al Jolani, sotto le direttive di Tel Aviv e Washington, trasformando la Siria in un protettorato instabile ed in un pericolo costante per tutta la regione, al di là del colore politico e del credo religioso.

Yemen

A differenza di Iraq e Siria, lo Yemen non costituisce una priorità strategica per l’Iran, secondo la dottrina militare. Tradizionalmente inserito nella sfera d’influenza saudita, il Paese è stato teatro di una ribellione — quella degli Houthi — nata da dinamiche politiche interne. Dopo una fase di conflitto armato iniziata nel 2004, gli Houthi avevano partecipato al processo di pace avviato nel 2012, poi fallito nel 2014, evento che ha portato alla presa di Sanaa e alla caduta del governo Hadi.

L’intervento militare della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati nel 2015 ha impedito la completa conquista del paese da parte degli Houthi, ma ha cristallizzato il conflitto in una guerra di logoramento. In questo contesto, l’Iran ha iniziato a sostenere il movimento houthi con armi e consiglieri, non per ambizioni territoriali, ma per contrastare l’influenza saudita, trasformando lo Yemen in un fattore di pressione strategica su Riyadh.

Proprio la limitata centralità dello Yemen nella strategia iraniana rende questo dossier uno dei più suscettibili a una soluzione negoziata. Teheran partecipa infatti a iniziative diplomatiche insieme ai paesi europei dell’E4. Tuttavia, una pace duratura richiede un compromesso tra Iran e Arabia Saudita che tenga conto anche dell’autonomia politica degli Houthi, una prospettiva che al momento appare lontana. In tutto ciò, gli yemeniti hanno dimostrato all’Iran il loro ruolo di grande rilievo nell’Asse della Resistenza, riuscendo non solo a resistere agli attacchi di Israele e Stati Uniti, ma anche ad infliggere duri colpi strategici alle due potenze. I recenti sviluppi di dicembre 2025 e gennaio 2026 stanno confermando questa prospettiva, e potrebbero aprire anche uno spazio di negoziazione fra Riyad e Teheran.

Arabia Saudita

La competizione tra Iran e Arabia Saudita, i due principali poli geopolitici del Medio Oriente, costituisce da decenni la principale linea di frattura regionale. I due paesi incarnano modelli politici, religiosi e strategici profondamente divergenti e, a partire dalla rivoluzione iraniana del 1979, hanno attraversato fasi alterne di dialogo e di forte contrapposizione. I tentativi di distensione, in particolare negli anni Novanta durante la presidenza di Hashemi Rafsanjani, sono stati progressivamente sostituiti da una crescente conflittualità.

Negli ultimi anni, tale rivalità si è accentuata a seguito delle Primavere arabe e del parziale disimpegno statunitense inaugurato dall’amministrazione Obama. La percezione saudita di un venir meno delle tradizionali garanzie di sicurezza offerte da Washington — evidente nell’abbandono di alleati storici come Mubarak e nella tolleranza verso le rivolte popolari — ha spinto Riyadh ad adottare una postura più assertiva e interventista. A ciò si è aggiunta la preoccupazione per l’ascesa di movimenti politici affini alla Fratellanza musulmana, percepiti come una minaccia diretta alla stabilità delle monarchie del Golfo.

In questo quadro, i numerosi teatri di crisi regionali — dalla Siria allo Yemen, passando per Libano e Iraq — sono divenuti spazi di confronto indiretto tra Teheran e Riyadh. Molti analisti hanno descritto questa dinamica come una vera e propria “guerra per procura”, combattuta attraverso attori locali e milizie alleate, piuttosto che mediante uno scontro diretto. Il cambio di amministrazione negli Stati Uniti, con l’elezione di Donald Trump, ha rafforzato ulteriormente il fronte anti-iraniano: Washington e Riyadh hanno riallineato le proprie posizioni, identificando nuovamente l’Iran come la principale minaccia alla sicurezza regionale e dando avvio a una strategia di contenimento più coordinata.

Emirati Arabi Uniti

Anche le relazioni tra Iran ed Emirati Arabi Uniti attraversano attualmente una fase di forte tensione, che si protrae ormai da 5-6 anni. Pur essendo membri del GCC, gli EAU hanno storicamente perseguito una politica estera autonoma, allineandosi all’Arabia Saudita solo in presenza di interessi convergenti e mantenendo margini di indipendenza nei dossier ritenuti vitali per l’interesse nazionale emiratino.

In questo contesto, gli Emirati — e in particolare Dubai — hanno rappresentato per lungo tempo un canale fondamentale per le relazioni economiche con Teheran. Grazie alla sua funzione di hub commerciale e finanziario, Dubai ha consentito all’Iran di aggirare parzialmente il regime sanzionatorio internazionale, fungendo da centro di re-export e da piattaforma per operazioni finanziarie indirette.

Tuttavia, le conseguenze delle Primavere arabe e l’ascesa di una nuova leadership emiratina, guidata dal principe ereditario Mohammed bin Zayed, hanno determinato un significativo riorientamento della politica estera degli EAU. Oggi Abu Dhabi risulta fortemente allineata con Riyadh sui principali dossier regionali: dall’isolamento diplomatico del Qatar al confronto con l’Iran, dal conflitto yemenita al sostegno alle forze anti-Assad in Siria.

Questo mutamento ha progressivamente ridotto uno dei principali canali di interazione economica tra Iran ed Emirati. La stretta imposta alle attività dei trader iraniani e il rafforzamento dei controlli bancari rischiano di compromettere ulteriormente i legami bilaterali, accentuando l’isolamento economico di Teheran. In risposta, l’Iran guarda con crescente interesse a Oman e Qatar come possibili alternative per mantenere un accesso, seppur limitato, ai mercati internazionali.

Qatar

I rapporti tra Iran e Qatar, tradizionalmente improntati a un pragmatico equilibrio, hanno conosciuto un deciso rafforzamento a partire dalla crisi esplosa nel giugno 2017 tra Doha e il resto del GCC. Il tentativo, promosso da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, di isolare politicamente ed economicamente il Qatar ha spinto l’emirato a intensificare le proprie relazioni con Iran e Turchia, nel tentativo di superare il blocco imposto dai vicini.

In tale contesto, Teheran ha svolto un ruolo cruciale garantendo l’accesso al proprio spazio aereo e marittimo, permettendo al Qatar di mantenere attivi i collegamenti commerciali con il resto del mondo nonostante le restrizioni. Parallelamente, la Turchia ha assicurato forniture alimentari essenziali, compensando la chiusura delle frontiere saudite.

A distanza di anni dall’inizio della crisi, il Qatar non solo è riuscito a evitare il collasso economico, ma ha anche consolidato i rapporti con l’Iran, paradossalmente rafforzando il legame con quello stesso attore da cui il blocco del Golfo pretendeva una netta presa di distanza. Questa dinamica ha contribuito a ridefinire gli equilibri regionali e a evidenziare le profonde divisioni interne al GCC.

L’unica pecca del rapporto è emersa nel giugno del 2025, con la guerra dei dodici giorni, quando il Qatar ha dato il via libera per gli attacchi americani contro l’Iran, per poi vedersi colpito proprio dagli americani.

Oman

In un Medio Oriente caratterizzato da forti polarizzazioni, l’Oman si distingue da decenni per il suo ruolo di mediatore e per una politica estera improntata alla neutralità e all’equidistanza. Questa posizione è stata resa possibile dal mantenimento di un elevato grado di autonomia decisionale, che ha consentito a Mascate di intrattenere relazioni positive sia con l’Arabia Saudita sia con l’Iran.

I rapporti tra Oman e Iran, già solidi durante l’epoca dello shah, si sono consolidati ulteriormente dopo la rivoluzione del 1979, in netta controtendenza rispetto all’atteggiamento assunto dalle altre monarchie del Golfo. La cooperazione bilaterale si estende a numerosi ambiti, in particolare quello energetico e quello militare, come dimostrano le esercitazioni congiunte nello stretto di Hormuz avviate a partire dal 2014.

Negli ultimi anni, tuttavia, questa postura ha iniziato a essere messa sotto pressione. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno intensificato le sollecitazioni affinché l’Oman si allinei alla strategia di isolamento dell’Iran. Tali pressioni si manifestano soprattutto sul piano economico, attraverso ostacoli burocratici e ritardi negli scambi commerciali e nei flussi transfrontalieri.

La vulnerabilità strutturale dell’economia omanita — fortemente dipendente dalle rendite petrolifere e colpita da elevata disoccupazione giovanile — rende il paese particolarmente esposto a queste dinamiche. A ciò si aggiunge l’incertezza legata alla futura successione al sultano Qaboos, elemento che potrebbe compromettere la stabilità interna. Di conseguenza, la capacità dell’Oman di preservare nel medio-lungo periodo la propria autonomia in politica estera e il rapporto privilegiato con l’Iran appare sempre più incerta, di fronte alle crescenti pressioni provenienti dai principali attori del Golfo.

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Iran looks to regional geopolitics, while the West continues to exert pressure https://strategic-culture.su/news/2026/01/22/iran-looks-regional-geopolitics-while-west-continues-exert-pressure/ Thu, 22 Jan 2026 13:00:12 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890171 Iranian regional control was not based on nuclear deterrence, as other superpowers did during the 20th century, but in the absence of that technology, it was necessarily based on other elements.

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Regional control

The attacks that Iran continues to receive come as no surprise. This is nothing new, but rather the continuous and periodic modus operandi of the collective West, which attacks Islamic and revolutionary Iran because it represents something different from their model, outside their control and, above all, too powerful as a civilization. And in this era of clash between civilizations, this potential is immeasurable.

Since the 1979 revolution, Iran has had to establish regional control based on diplomacy, particularly of a religious nature, on the continuity of centuries-old relations, and on constant self-defense against external aggression. The imposed Iran-Iraq war, the attacks by Israel, the tampering by British agents, and American pressure with the systematic and timely aggression of all surrounding countries are just a few of the examples we can cite.

Iranian regional control was not based on nuclear deterrence, as other superpowers did during the 20th century, but in the absence of that technology, it was necessarily based on other elements.

One of the main pillars of Iranian deterrence in the Gulf region is its missile capability. Iran has invested significantly in the development of short- and medium-range ballistic and cruise missiles capable of striking strategic targets in the Gulf countries and beyond. These systems, which are often mobile and difficult to detect in advance, play a key deterrent role, as they increase the potential costs of military action against Tehran. Iranian doctrine considers these missiles not so much as offensive weapons, but as a means of deterrence and response in the event of aggression.

Alongside the missile dimension, asymmetric naval strategy plays a central role in the Persian Gulf and the Strait of Hormuz. The latter is a mandatory passageway for a significant portion of the world’s hydrocarbon trade, and Iran’s ability to threaten its security is a deterrent of primary importance. The naval forces of the Pasdaran (Islamic Revolutionary Guards) have developed tactics based on the use of small, fast boats, naval mines, maritime drones, and anti-ship missiles, designed to counter even technologically superior naval forces. This asymmetric approach aims to make any attempt at military control of the strait by external actors extremely costly and risky.

Another key element of Iranian deterrence is its so-called “strategic depth,” built through a network of alliances and non-state actors in the region. Although the Persian Gulf is predominantly dominated by rival states, Iran has sought to project its influence through allied movements and militias, especially in the broader Middle East context. This network, often referred to as the “axis of resistance,” allows Tehran to exercise indirect deterrence, broadening the range of potential responses to aggression and increasing strategic uncertainty for its adversaries.

No less important is the technological and cyber dimension of Iranian deterrence. In recent years, Iran has demonstrated offensive and defensive cyber capabilities, used both as a means of pressure and as a means of responding to hostile operations. In a context where the energy and military infrastructures of the Gulf countries are highly digitized, the cyber threat represents an additional deterrent factor, difficult to attribute with certainty and therefore particularly effective on a strategic level.

Nevertheless, Iranian deterrence is also based on a political and symbolic dimension. The rhetoric of resistance, the emphasis on strategic autonomy, and the ability to withstand sanctions and external pressure help reinforce the image of a player willing to bear high costs in order to defend its fundamental interests. This perception plays a significant role in deterrence, as it influences the cost-benefit calculations of adversaries.

Let us now take a brief look at the individual neighboring countries.

Iraq

For Tehran, Iraq is the main hub of its national security for a variety of reasons: geographical proximity (the two states share a border of about 1,500 kilometers), the historical precedent of Iraqi military aggression against Iran, and the importance of the Shiite religious center of Najaf, which competes with the Iranian center of Qom.

This convergence of interests corresponds to a number of strategic objectives. First, Iran aims to ensure that Iraq can no longer pose a direct threat to its security. Hence its strategy of supporting an Iraqi government that is strong enough to prevent the disintegration of the state, but not so powerful as to pose a threat to Tehran.

This objective also gives rise to an interest in safeguarding Iraq’s territorial unity in order to prevent ethnic or sectarian fragmentation that could trigger destabilizing effects even beyond its borders. This approach is clearly evident in Iran’s firm opposition to any plans for the independence of Iraqi Kurdistan and, in particular, to the aspirations of the Kurdish regional government to annex Kirkuk and its oil fields.

A further objective is to prevent Iraqi territory from serving as a refuge for groups hostile to Iran—as was the case in the past with the Mojaheddin-e Khalq—or for terrorist organizations capable of striking across the border. At the same time, Tehran has sought to prevent Baghdad from falling under excessive US influence. After the overthrow of Saddam Hussein in 2003, Iran implemented a strategy aimed at containing the threat posed by the American military presence along its borders, until the withdrawal of US troops in 2011. Similar concerns have arisen with the new US deployment since 2014, officially aimed at fighting the Islamic State. However, the need to counter IS has led Tehran to temporarily accept this presence, while at the same time building a sort of “guarantee” through its support for the Popular Mobilization Units (PMU) militias.

The PMU’s contribution proved decisive in defeating the Islamic State, but their continued presence beyond the liberation of Mosul raises important questions about their future role, posing a significant challenge to the Iraqi central authority, with Iran’s influence persisting in the country.

In the medium term, Iran’s fundamental objective will remain to prevent the emergence of new threats to its security from the Iraqi front. Tehran is likely to seek to maintain a significant role in Iraqi domestic politics, including through control of the PMU, some of which are evolving into political entities, following a path similar to that of Hezbollah in Lebanon.

Lebanon

Lebanon is the only regional context in which Iran has succeeded in shaping a political-military actor that reproduces, at least in part, the original revolutionary model: Hezbollah. Founded in 1982 during the Israeli invasion of Lebanon, with the direct support of the Iranian Pasdaran, the movement has become the voice of the Lebanese Shiite community, historically marginalized compared to Christian and Sunni groups, as well as of the destabilizing consequences of the presence of Palestinian fighters and Israeli military reactions.

Over time, the initially hierarchical relationship between Tehran and Hezbollah has evolved into a more complex and interdependent one. Several factors have contributed to this evolution: Hezbollah’s ability to force Israel to withdraw from southern Lebanon in 2000, its armed resistance during the 2006 conflict, and, more recently, the experience gained in the Syrian civil war alongside Assad, which allowed the movement to acquire new operational skills and advanced weaponry, and the strong resistance against the aggression of the Zionist entity between 2023 and 2025.

From Iran’s point of view, Hezbollah is a pillar of its “forward defense” strategy, as it plays a central role in deterring Israel. In the absence of direct offensive capabilities capable of striking Tel Aviv, Tehran considers Hezbollah a fundamental strategic insurance policy and a powerful lever in Lebanese politics, which is constantly held in check by the American presence.

While remaining an ally of Tehran, Hezbollah has gradually strengthened its national legitimacy, presenting itself as a representative of Lebanese interests rather than a mere Iranian tool. Its electoral success in May 2018, achieved together with its allies—including the Free Patriotic Movement—is a clear demonstration of this. The martyrdom of Sayyed Nasrallah also demonstrated that Hezbollah enjoys great popular appeal and support from the people.

Syria

The alliance between Iran and Syria dates back to the Iran-Iraq war, when Damascus was one of the few regional players to side with Tehran against Saddam Hussein. This understanding is based on strategic convergence with regard to common enemies: the Iraqi regime, Israel, and the US presence in the Middle East.

Maintaining ties with Syria is one of the elements of cohesion in Iran’s fragmented political landscape. Despite intermittent tensions in relations with the Assad family, Tehran remains convinced that it is essential to preserve Damascus’ strategic orientation. The outbreak of the Syrian uprising and its degeneration into civil war have reinforced fears that a regime change—favored by the West or by jihadist groups—could lead to a strategic encirclement of Iran.

Within Iran’s Supreme National Security Council, an intense debate developed on how to respond to the crisis: on the one hand, there were those who argued for political reforms to defuse the uprising; on the other, there were those who believed that immediate repression was essential. With Assad’s decision to intervene militarily, Iran intervened in his support, initially with great caution. In 2012, the Supreme Leader limited the number of Iranian military advisers to 1,500. However, the progressive collapse of the Syrian army forced Tehran to intensify its commitment, involving Hezbollah, Iraqi and Afghan Shiite militias, and finally soliciting Russian intervention in 2015.

Russia’s entry profoundly changed the balance of the conflict and the region, reducing the exclusivity of the relationship between Assad and Tehran. Iran had to accept Moscow’s mediation and Turkey’s inclusion in the Astana negotiation process.

Everything changed with the fall of Hassad and the new course of Al Jolani’s Syria, under the directives of Tel Aviv and Washington, transforming Syria into an unstable protectorate and a constant danger for the entire region, regardless of political affiliation or religious belief.

Yemen

Unlike Iraq and Syria, Yemen is not a strategic priority for Iran, according to military doctrine. Traditionally part of Saudi Arabia’s sphere of influence, the country has been the scene of a rebellion—that of the Houthis—born of internal political dynamics. After a period of armed conflict that began in 2004, the Houthis participated in the peace process that began in 2012 but failed in 2014, leading to the capture of Sanaa and the fall of the Hadi government.

The military intervention of the coalition led by Saudi Arabia and the Emirates in 2015 prevented the Houthis from completely conquering the country, but crystallized the conflict into a war of attrition. In this context, Iran began to support the Houthi movement with weapons and advisers, not for territorial ambitions, but to counter Saudi influence, turning Yemen into a factor of strategic pressure on Riyadh.

It is precisely Yemen’s limited centrality in Iranian strategy that makes this dossier one of the most susceptible to a negotiated solution. Tehran is in fact participating in diplomatic initiatives together with the European E4 countries. However, a lasting peace requires a compromise between Iran and Saudi Arabia that also takes into account the political autonomy of the Houthis, a prospect that currently seems distant. In all this, the Yemenis have demonstrated to Iran their important role in the Axis of Resistance, managing not only to resist attacks by Israel and the United States, but also to inflict heavy strategic blows on the two powers. Recent developments in December 2025 and January 2026 are confirming this perspective and could also open up room for negotiation between Riyadh and Tehran.

Saudi Arabia

The competition between Iran and Saudi Arabia, the two main geopolitical poles in the Middle East, has been the main regional fault line for decades. The two countries embody profoundly divergent political, religious, and strategic models and, since the Iranian revolution of 1979, have gone through alternating phases of dialogue and strong opposition. Attempts at détente, particularly in the 1990s during the presidency of Hashemi Rafsanjani, have been progressively replaced by growing conflict.

In recent years, this rivalry has intensified in the wake of the Arab Spring and the partial disengagement of the United States inaugurated by the Obama administration. The Saudi perception of a decline in the traditional security guarantees offered by Washington—evident in the abandonment of historic allies such as Mubarak and tolerance of popular uprisings—has prompted Riyadh to adopt a more assertive and interventionist stance. Added to this is concern about the rise of political movements akin to the Muslim Brotherhood, perceived as a direct threat to the stability of the Gulf monarchies.

Against this backdrop, the numerous regional crisis theaters — from Syria to Yemen, via Lebanon and Iraq — have become arenas for indirect confrontation between Tehran and Riyadh. Many analysts have described this dynamic as a veritable “proxy war,” fought through local actors and allied militias rather than through direct confrontation. The change of administration in the United States, with the election of Donald Trump, has further strengthened the anti-Iranian front: Washington and Riyadh have realigned their positions, once again identifying Iran as the main threat to regional security and initiating a more coordinated containment strategy.

United Arab Emirates

Relations between Iran and the United Arab Emirates are also currently experiencing a period of high tension, which has been going on for 5-6 years now. Although a member of the GCC, the UAE has historically pursued an autonomous foreign policy, aligning itself with Saudi Arabia only when interests converge and maintaining a degree of independence in matters considered vital to the Emirati national interest.

In this context, the Emirates—and Dubai in particular—have long been a key channel for economic relations with Tehran. Thanks to its role as a commercial and financial hub, Dubai has allowed Iran to partially circumvent the international sanctions regime, serving as a re-export center and a platform for indirect financial transactions.

However, the consequences of the Arab Spring and the rise of a new Emirati leadership, led by Crown Prince Mohammed bin Zayed, have led to a significant reorientation of the UAE’s foreign policy. Today, Abu Dhabi is strongly aligned with Riyadh on key regional issues: from the diplomatic isolation of Qatar to the confrontation with Iran, from the Yemeni conflict to support for anti-Assad forces in Syria.

This change has gradually reduced one of the main channels of economic interaction between Iran and the Emirates. The restrictions imposed on Iranian traders’ activities and the tightening of banking controls risk further compromising bilateral ties, accentuating Tehran’s economic isolation. In response, Iran is looking with growing interest to Oman and Qatar as possible alternatives for maintaining access, albeit limited, to international markets.

Qatar

Relations between Iran and Qatar, traditionally characterized by a pragmatic balance, have been significantly strengthened since the crisis that erupted in June 2017 between Doha and the rest of the GCC. The attempt, promoted by Saudi Arabia and the United Arab Emirates, to isolate Qatar politically and economically has prompted the emirate to intensify its relations with Iran and Turkey in an attempt to overcome the blockade imposed by its neighbors.

In this context, Tehran played a crucial role by granting access to its airspace and maritime space, allowing Qatar to maintain active trade links with the rest of the world despite the restrictions. At the same time, Turkey ensured essential food supplies, compensating for the closure of the Saudi borders.

Years after the crisis began, Qatar has not only managed to avoid economic collapse, but has also consolidated its relations with Iran, paradoxically strengthening its ties with the very actor from whom the Gulf blockade demanded a clear distancing. This dynamic has helped to redefine the regional balance of power and highlight the deep divisions within the GCC.

The only flaw in the relationship emerged in June 2025, with the twelve-day war, when Qatar gave the green light for American attacks against Iran, only to be hit by the Americans themselves.

Oman

In a Middle East characterized by strong polarizations, Oman has distinguished itself for decades by its role as a mediator and its foreign policy based on neutrality and equidistance. This position has been made possible by maintaining a high degree of decision-making autonomy, which has allowed Muscat to maintain positive relations with both Saudi Arabia and Iran.

Relations between Oman and Iran, already solid during the Shah’s era, were further consolidated after the 1979 revolution, in stark contrast to the attitude taken by the other Gulf monarchies. Bilateral cooperation extends to many areas, particularly energy and the military, as demonstrated by the joint exercises in the Strait of Hormuz that began in 2014.

In recent years, however, this stance has come under pressure. Saudi Arabia and the United Arab Emirates have intensified their calls for Oman to align itself with the strategy of isolating Iran. This pressure is mainly manifested on the economic front, through bureaucratic obstacles and delays in trade and cross-border flows.

The structural vulnerability of the Omani economy—heavily dependent on oil revenues and affected by high youth unemployment—makes the country particularly exposed to these dynamics. Added to this is the uncertainty surrounding the future succession to Sultan Qaboos, which could compromise internal stability. As a result, Oman’s ability to preserve its foreign policy autonomy and privileged relationship with Iran in the medium to long term appears increasingly uncertain in the face of growing pressure from the main players in the Gulf.

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Somaliland, Israele prepara il nuovo punto di rottura https://strategic-culture.su/news/2026/01/12/somaliland-israele-prepara-il-nuovo-punto-di-rottura/ Mon, 12 Jan 2026 10:31:05 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889983 L’intenzione di Israele è chiara: quest’area geografica del Golfo di Aden segna l’accesso al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez.

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Geografie pericolose

Nel 1944, mentre la guerra infuriava in Europa e in Asia, e quattro anni prima della creazione dello Stato di Israele, un gruppo che affermava di rappresentare i rifugiati ebrei durante la guerra si rivolse al governo etiope per richiedere un rifugio nella provincia orientale etiope di Harrar e nella parte occidentale della Somalia britannica.

La proposta riservata, inviata in copia al Dipartimento di Stato americano, suggeriva che il territorio “fosse riservato all’immigrazione degli ebrei europei e posto sotto un regime autonomo amministrato dagli stessi rifugiati”.

Esprimendo grande simpatia personale per la difficile situazione degli ebrei europei, l’imperatore Haile Selassie respinse la proposta, affermando che il “sincero desiderio” dell’Etiopia di “aiutare le vittime dell’aggressione non è in alcun modo in linea con la richiesta che la stessa nazione riservi un’intera provincia a un qualsiasi gruppo di rifugiati”.

Somaliland, inteso come le sole regioni dell’ex Somalia britannica oggi sotto il controllo del clan Isaaq, Sudan orientale, in particolare Darfur e Kordofan, governati dall’amministrazione di “Pace e Unità” delle RSF, e Yemen meridionale, dominato dal STC, nel quale gli al-Hirak rappresentano la componente principale ma non esclusiva, erede del movimento secessionista del 1994 e, più a monte, delle aggregazioni claniche confluite nell’ex Partito Socialista Yemenita della RPDY, costituiscono i tre principali cripto-stati che la convergenza strategica israelo-emiratina punta a trasformare in entità pienamente sovrane, attraverso il riconoscimento della loro separazione da Mogadiscio, Khartoum e Sana’a.

Come ha notato l’esperto di Africa Filippo Bovo, sebbene tali entità non godano di alcun riconoscimento nel quadro del diritto internazionale, queste secessioni esistono di fatto da tempo. Ciò, tuttavia, non può essere assunto come giustificazione per accreditarle politicamente, legittimando di fatto conflitti civili e fratricidi che ne costituiscono il fondamento. Le aspirazioni indipendentiste degli Isaaq si alimentano infatti della subordinazione e della vera e propria “cattura” degli altri clan, all’interno di uno Stato gestito come fosse un possedimento privato. Il progetto delle RSF di Hemedti di proclamare uno Stato nel Sudan orientale è intriso del sangue delle operazioni di pulizia etnica condotte contro le popolazioni locali non arabe o non arabofone, secondo schemi che richiamano direttamente il DNA janjaweed di questa milizia. Analogamente, la riproposizione dell’indipendentismo sud-yemenita rievoca l’esperienza di uno Stato già allora strutturalmente instabile (come gli altri due), nel quale dietro la facciata di un presunto socialismo reale si celavano compromessi clanici violenti e continui, con il potere conquistato o conservato attraverso lo spargimento di sangue.

Si tratta, in tutti i casi, di identità storiche che Israele ed Emirati Arabi Uniti, seguendo una propria “ragion geopolitica”, sfruttano e strumentalizzano per disarticolare Stati unitari, facendo leva su alleati e intermediari locali. Tra questi figurano Paesi come Etiopia, Kenya, Ciad, Libia, Ruanda e Uganda, oltre a una costellazione di attori non statali quali al-Shabaab, IS-Somalia, STC, RSF, M23, JNIM, ISWAP, insieme a varie fazioni claniche e tribali disponibili alla cooperazione. L’area interessata va dalla Penisola Arabica al Corno d’Africa, dalla Valle del Nilo ai Grandi Laghi, dal Mar Rosso al Golfo di Aden.

L’obiettivo è garantire la sicurezza di rotte strategiche di primaria importanza, nonché preservare forme di estrazione neocoloniale altamente redditizie – dall’oro ai minerali critici – e al contempo contenere o neutralizzare quegli Stati che, nella loro dottrina geopolitica, vengono percepiti come rivali strategici rilevanti nella regione, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Turchia ed Eritrea. Volendo ricorrere a una metafora automobilistica, questa strategia di destabilizzazione tra Africa e Medio Oriente, dopo una partenza già problematica in Somaliland, nello Yemen meridionale sembra ora procedere “a tre cilindri”: più prudente fermarsi in officina che rischiare di proseguire il viaggio.

Nel tentativo di evitare uno scontro frontale con l’Arabia Saudita – che non sbloccherà centinaia di miliardi di dollari di investimenti nell’economia statunitense finché Washington non avrà posto fine al sostegno emiratino a RSF, STC e Somaliland – gli Stati Uniti hanno notificato a Israele, Emirati ed Etiopia che non riconosceranno l’indipendenza di Hargeisa. Per Addis Abeba, che puntava a riattivare le intese con gli Isaaq previste nel Memorandum of Understanding del gennaio 2024 (riconoscimento del Somaliland in cambio di accessi portuali e navali etiopici, finanziati da Abu Dhabi), si è trattato di un colpo significativo. Parallelamente, Washington è sempre più in frizione con il governo etiope, sia per questa vicenda sia per il sostegno fornito alle RSF in Sudan, in coordinamento con gli Emirati, oltre che per le pressioni esercitate sull’Eritrea in merito al porto di Assab.

In seguito, Riyad ha colpito a Mukalla, nello Yemen meridionale, una spedizione di armamenti destinata al STC e proveniente dagli Emirati. Il deterioramento dei rapporti tra Arabia Saudita ed Emirati appare sempre più evidente, e questo attacco ne rappresenta un segnale inequivocabile: il carico, di origine emiratina, era diretto a un alleato di Abu Dhabi ma a un nemico di Riyad, in un porto – Mukalla – dove gli Emirati esercitano presenza, controllo e investimenti. Il messaggio era rivolto anche a Israele, che nella stessa area opera in modo più discreto. Successivamente, l’Arabia Saudita ha rivolto un vero e proprio ultimatum agli Emirati, intimando il ritiro delle loro forze dallo Yemen meridionale e la cessazione del sostegno al STC.

Il STC, a sua volta, si è allineato, annunciando la fine delle relazioni con Abu Dhabi, ordinando il ritiro delle forze emiratine entro 24 ore e imponendo un blocco delle frontiere per 72 ore nelle aree sotto il proprio controllo, con la sola eccezione delle rotte autorizzate da Riyad. La strategia israelo-emiratina appare quindi sempre più inceppata, procedendo anch’essa “a tre cilindri”. L’escalation tra Abu Dhabi e Riyad, che segnala oggi la disponibilità di questi due attori a colpirsi anche direttamente, coinvolge inevitabilmente altri protagonisti regionali – compresi alcuni finora rimasti sullo sfondo – e con ogni probabilità produrrà nuove recrudescenze in tutto il quadrante che va dai Grandi Laghi alla Valle del Nilo, dal Corno d’Africa alla Penisola Arabica. Per questa ragione, Somalia-Somaliland, Yemen e Sudan rappresentano le prime, ma non le uniche, pietre angolari su cui è oggi più che mai necessario concentrare l’attenzione.

L’attivista e capo del Comitato di aiuto agli ebrei Hermann Fuernberg descrisse per la prima volta la proposta in un opuscolo del 1943, sottolineando perché il territorio di Harrar sarebbe stato perfetto:

“Questo territorio è abbastanza vasto… [e] abitato da una piccola popolazione agricola, che non dovrebbe creare grandi difficoltà. Tuttavia, sarà necessario ricordare le lezioni apprese dall’esperienza palestinese, ovvero impedire che il territorio venga invaso da persone provenienti da altre parti dell’Etiopia e tenere lontani gli agitatori stranieri”. Da qui si capisce tutto.

Mai e poi mai

A tal proposito, la reazione internazionale è stata durissima.

Il ministero degli Esteri cinese ha diffuso lunedì una dichiarazione di condanna nei confronti del riconoscimento, da parte di Israele, della Repubblica separatista del Somaliland, dopo che Taiwan è divenuta il primo soggetto statale a sostenere la decisione di Tel Aviv. Pechino ha espresso la propria opposizione al riconoscimento israeliano del Somaliland come “Stato sovrano e indipendente” e all’instaurazione di relazioni diplomatiche con esso, come dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian. “Nessun Paese dovrebbe incoraggiare o sostenere movimenti separatisti interni ad altri Stati per perseguire interessi egoistici”, ha affermato, esortando al contempo la Somalia a porre fine “alle attività separatiste e alla collusione con forze esterne”. La Cina, ha concluso, “sostiene fermamente la sovranità, l’unità e l’integrità territoriale della Somalia e si oppone a qualsiasi iniziativa che ne comprometta l’integrità territoriale”.

Ovviamente l’Iran, assieme ad altri Paesi islamici come Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Gibuti, Iraq, Giordania, Pakistan, ha rigettato e condannato l’iniziativa di Netanyahu, il quale in una intervista con Fox News ha parlato di voler stabilizzare gli “stati islamici democratici”, sul modello di quanto avvenuto in Siria, ovvero posizionare dei terroristi come leader fantoccio, in modo da tenere sotto scacco intere aree del Paese.

Che dire della Somalia? Migliaia di cittadini somali sono scesi in piazza in diverse città del Paese per protestare contro il riconoscimento israeliano del Somaliland, denunciando la decisione come una violazione del diritto internazionale e una minaccia alla stabilità regionale. Le manifestazioni si sono svolte a Mogadiscio, Baaydhabo, Hobyo e Guriceel, dove i dimostranti hanno sfilato esibendo bandiere somale e palestinesi e cartelli di condanna contro la scelta di Israele di riconoscere il Somaliland come Stato indipendente.

Il Consiglio Consultivo Nazionale della Somalia — che comprende il presidente Hassan Sheikh Mohamud, il primo ministro Hamza Abdi Barre, i leader degli Stati federati e i governatori — ha definito il riconoscimento israeliano un “atto illegale” capace di compromettere la pace e la stabilità in un’area che si estende “dal Mar Rosso al Golfo di Aden”. Anche Abdul-Malik al-Houthi, leader del movimento di resistenza yemenita Ansarullah, ha condannato la decisione domenica, avvertendo che qualsiasi presenza israeliana in Somaliland sarà considerata una minaccia militare diretta dalla resistenza.

L’Unione Africana ha ribadito il proprio sostegno all’unità della Somalia, respingendo ogni ipotesi di riconoscimento del Somaliland, mentre la Lega Araba ha definito l’iniziativa israeliana una palese violazione del diritto internazionale.

Anche l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) ha espresso una ferma condanna, sottolineando come la decisione crei un precedente estremamente pericoloso.

In modo analogo, l’Unione Europea ha ribadito il proprio rispetto per i confini somali internazionalmente riconosciuti. Nel corso della riunione di lunedì del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutti i Paesi membri — con la sola eccezione degli Stati Uniti — hanno criticato la decisione di Israele, avvertendo che essa rischia di destabilizzare ulteriormente la Somalia e gli Stati limitrofi. Washington si è astenuta dal condannare formalmente il riconoscimento israeliano della regione secessionista, precisando tuttavia che la posizione statunitense sul Somaliland non ha subito cambiamenti.

L’ambasciatore somalo presso le Nazioni Unite, Abu Bakr Dahir Osman, ha accusato Israele di promuovere deliberatamente la frammentazione del Paese, esprimendo inoltre il timore che tale decisione possa favorire un trasferimento forzato di palestinesi nel nord-ovest della Somalia. “Questo disprezzo per la legge e per la morale deve essere fermato”, ha dichiarato.

La volontà di Israele, però, è chiara: quella zona geografica del Golfo di Aden segna l’accesso al Mar Rosso, quindi al Canale di Suez. Una rotta indispensabile per gli affari di Israele e dell’Europa in generale, Stati Uniti compresi. Da lì passano i commerci militari, quelli del crude oil e anche molte merci del settore terziario. Israele ha investito nel corridoio IMEC garantendo il passaggio da Suez e Haifa, quindi il controllo totale del traffico nel Mar Rosso è una prerogativa irrinunciabile. Ma Israele è altrettanto consapevole che quel canale è sotto l’influenza strategica degli Houthi e, quindi, di tutta l’Asse della Resistenza, che non lascerà scampo alle mire dell’entità sionista.

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Somaliland, Israel prepares a new breaking point https://strategic-culture.su/news/2026/01/02/somaliland-israel-prepares-a-new-breaking-point/ Fri, 02 Jan 2026 13:31:04 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889787 Israel’s intention is clear: this geographical area of the Gulf of Aden marks the access to the Red Sea and therefore to the Suez Canal.

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Dangerous geographies

In 1944, while war raged in Europe and Asia, and four years before the creation of the State of Israel, a group claiming to represent Jewish refugees during the war approached the Ethiopian government to request refuge in the eastern Ethiopian province of Harrar and in the western part of British Somalia.

The confidential proposal, copied to the US State Department, suggested that the territory “be reserved for the immigration of European Jews and placed under an autonomous regime administered by the refugees themselves.”

Expressing great personal sympathy for the plight of European Jews, Emperor Haile Selassie rejected the proposal, stating that Ethiopia’s “sincere desire” to “help the victims of aggression is in no way consistent with the request that the nation itself reserve an entire province for any group of refugees.”

Somaliland, understood as the only regions of the former British Somalia now under the control of the Isaaq clan, eastern Sudan, in particular Darfur and Kordofan, governed by the RSF’s “Peace and Unity” administration, and southern Yemen, dominated by the STC, in which al-Hirak represents the main but not exclusive component, heir to the 1994 secessionist movement and, further upstream, to the clan aggregations that merged into the former Yemeni Socialist Party of the RPDY, constitute the three main crypto-states that the Israeli-Emirati strategic convergence aims to transform into fully sovereign entities through the recognition of their separation from Mogadishu, Khartoum, and Sana’a.

As noted by Africa expert Filippo Bovo, although these entities do not enjoy any recognition under international law, these secessions have in fact existed for some time. However, this cannot be taken as justification for accrediting them politically, thereby legitimizing the civil and fratricidal conflicts that form their basis. The Isaaq’s aspirations for independence are fueled by the subordination and outright “capture” of other clans within a state run as if it were a private possession. Hemedti’s RSF project to proclaim a state in eastern Sudan is steeped in the blood of ethnic cleansing operations carried out against local non-Arab or non-Arabic-speaking populations, following patterns that directly recall the Janjaweed DNA of this militia. Similarly, the revival of South Yemeni independence evokes the experience of a state that was already structurally unstable (like the other two), in which violent and continuous clan compromises were hidden behind the facade of supposed real socialism, with power conquered or preserved through bloodshed.

In all cases, these are historical identities that Israel and the United Arab Emirates, following their own ‘geopolitical rationale’, exploit and instrumentalise to dismantle unitary states, leveraging local allies and intermediaries. These include countries such as Ethiopia, Kenya, Chad, Libya, Rwanda, and Uganda, as well as a constellation of non-state actors such as al-Shabaab, IS-Somalia, STC, RSF, M23, JNIM, ISWAP, along with various clan and tribal factions willing to cooperate. The area concerned stretches from the Arabian Peninsula to the Horn of Africa, from the Nile Valley to the Great Lakes, from the Red Sea to the Gulf of Aden.

The goal is to ensure the security of strategic routes of primary importance, as well as to preserve highly profitable forms of neocolonial extraction—from gold to critical minerals—while containing or neutralizing those states that, in their geopolitical doctrine, are perceived as significant strategic rivals in the region, including Saudi Arabia, Egypt, Turkey, and Eritrea. To use an automotive metaphor, this strategy of destabilization between Africa and the Middle East, after an already problematic start in Somaliland, now seems to be running on ‘three cylinders’ in southern Yemen: it would be more prudent to stop at the repair shop than to risk continuing the journey.

In an attempt to avoid a head-on collision with Saudi Arabia—which will not release hundreds of billions of dollars of investment in the US economy until Washington ends Emirati support for RSF, STC, and Somaliland—the US has notified Israel, the Emirates, and Ethiopia that it will not recognize Hargeisa’s independence. For Addis Ababa, which was aiming to reactivate the agreements with the Isaaqs provided for in the January 2024 Memorandum of Understanding (recognition of Somaliland in exchange for Ethiopian port and naval access, financed by Abu Dhabi), this was a significant blow. At the same time, Washington is increasingly at odds with the Ethiopian government, both over this issue and over its support for the RSF in Sudan, in coordination with the Emirates, as well as over the pressure exerted on Eritrea regarding the port of Assab.

Subsequently, Riyadh struck a shipment of weapons destined for the STC and coming from the Emirates in Mukalla, southern Yemen. The deterioration in relations between Saudi Arabia and the Emirates is becoming increasingly evident, and this attack is an unequivocal sign of this: the cargo, originating in the Emirates, was destined for an ally of Abu Dhabi but an enemy of Riyadh, in a port—Mukalla—where the Emirates have a presence, control, and investments. The message was also directed at Israel, which operates more discreetly in the same area. Subsequently, Saudi Arabia issued a veritable ultimatum to the Emirates, demanding the withdrawal of their forces from southern Yemen and the cessation of support for the STC.

The STC, in turn, fell into line, announcing the end of relations with Abu Dhabi, ordering the withdrawal of Emirati forces within 24 hours, and imposing a 72-hour border blockade in areas under its control, with the sole exception of routes authorized by Riyadh. The Israeli-Emirati strategy therefore appears increasingly jammed, also proceeding ‘on three cylinders’. The escalation between Abu Dhabi and Riyadh, which today signals the willingness of these two actors to strike each other directly, inevitably involves other regional players—including some that have remained in the background until now—and will in all likelihood produce new flare-ups throughout the region stretching from the Great Lakes to the Nile Valley, from the Horn of Africa to the Arabian Peninsula. For this reason, Somalia-Somaliland, Yemen, and Sudan are the first, but not the only, cornerstones on which it is now more necessary than ever to focus attention.

Activist and head of the Jewish Aid Committee Hermann Fuernberg first described the proposal in a 1943 pamphlet, emphasizing why the territory of Harrar would be perfect:

“This territory is large enough… [and] inhabited by a small agricultural population, which should not create great difficulties. However, it will be necessary to remember the lessons learned from the Palestinian experience, namely to prevent the territory from being invaded by people from other parts of Ethiopia and to keep foreign agitators away.” From this, everything becomes clear.

Never ever

In this regard, the international reaction has been very harsh.

The Chinese Foreign Ministry issued a statement on Monday condemning Israel’s recognition of the breakaway Republic of Somaliland, after Taiwan became the first state to support Tel Aviv’s decision. Beijing expressed its opposition to Israel’s recognition of Somaliland as a “sovereign and independent state” and to the establishment of diplomatic relations with it, as stated by Foreign Ministry spokesman Lin Jian. “No country should encourage or support separatist movements within other states to pursue selfish interests,” he said, while urging Somalia to end “separatist activities and collusion with external forces.” China, he concluded, “firmly supports the sovereignty, unity, and territorial integrity of Somalia and opposes any initiative that compromises its territorial integrity.”

Obviously, Iran, along with other Islamic countries such as Saudi Arabia, Egypt, Turkey, Djibouti, Iraq, Jordan, and Pakistan, rejected and condemned Netanyahu’s initiative. In an interview with Fox News, Netanyahu spoke of wanting to stabilize “democratic Islamic states” based on the model of what happened in Syria, i.e., placing terrorists as puppet leaders in order to keep entire areas of the country in check.

What about Somalia? Thousands of Somali citizens took to the streets in various cities across the country to protest against Israel’s recognition of Somaliland, denouncing the decision as a violation of international law and a threat to regional stability. Demonstrations took place in Mogadishu, Baaydhabo, Hobyo, and Guriceel, where protesters marched carrying Somali and Palestinian flags and signs condemning Israel’s decision to recognize Somaliland as an independent state.

Somalia’s National Consultative Council — which includes President Hassan Sheikh Mohamud, Prime Minister Hamza Abdi Barre, federal state leaders, and governors — called Israel’s recognition an “illegal act” that could undermine peace and stability in an area stretching “from the Red Sea to the Gulf of Aden.” Abdul-Malik al-Houthi, leader of the Yemeni resistance movement Ansarullah, also condemned the decision on Sunday, warning that any Israeli presence in Somaliland would be considered a direct military threat by the resistance.

The African Union reiterated its support for the unity of Somalia, rejecting any possibility of recognizing Somaliland, while the Arab League called the Israeli initiative a clear violation of international law.

The Organization of Islamic Cooperation (OIC) also expressed strong condemnation, stressing that the decision sets an extremely dangerous precedent.

Similarly, the European Union reiterated its respect for Somalia’s internationally recognized borders. During Monday’s meeting of the UN Security Council, all member countries — with the sole exception of the United States — criticized Israel’s decision, warning that it risks further destabilizing Somalia and neighboring states. Washington refrained from formally condemning Israel’s recognition of the secessionist region, but made it clear that the US position on Somaliland remains unchanged.

Somalia’s ambassador to the United Nations, Abu Bakr Dahir Osman, accused Israel of deliberately promoting the fragmentation of the country, expressing concern that the decision could encourage the forced transfer of Palestinians to northwestern Somalia. “This disregard for law and morality must be stopped,” he said.

Israel’s intention, however, is clear: this geographical area of the Gulf of Aden marks the access to the Red Sea and therefore to the Suez Canal. It is an indispensable route for the business interests of Israel and Europe in general, including the United States. Military trade, crude oil, and many goods from the service sector pass through there. Israel has invested in the IMEC corridor, guaranteeing passage from Suez and Haifa, so total control of traffic in the Red Sea is an indispensable prerogative. But Israel is equally aware that this channel is under the strategic influence of the Houthis and, therefore, of the entire Axis of Resistance, which will leave no escape for the Zionist entity’s ambitions.

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U.S. business-as-usual as Trump bombs the poorest country on Earth https://strategic-culture.su/news/2025/11/14/us-business-as-usual-as-trump-bombs-poorest-country-on-earth/ Fri, 14 Nov 2025 15:04:16 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888861 Warmongering Trump is shaping up the American capitalist business-as-usual to be even more criminal and out of control.

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Hardly reported in the Western media is the blitzkrieg being conducted by the Trump administration on Somalia, the easternmost country on the African continent, and one of the world’s poorest.

Donald Trump began his presidency in January 2025, declaring himself a peacemaker to end all U.S. overseas wars. He even thinks he deserves a Nobel Peace Prize despite ordering a massive aerial bombardment of Iran earlier this year and launching the ongoing aggression against Venezuela, including blowing up dozens of civilian boats off the Latin American coast.

But perhaps the biggest anomaly in Trump’s peace posturing is the U.S. airstrikes in Somalia. Last week, the country was bombed for the 90th time this year, according to reporting in antiwar.com. Trump’s secret war in Somalia is not being reported by the mainstream media. No surprise there, given the Western media’s longtime shameful role of covering up for U.S. illegal aggression. Nor is the Pentagon providing any data on casualties.

To put the scale of this military involvement into perspective, 90 bombing raids on Somalia during 10 months of Trump’s second presidency compare with a total of 51 airstrikes on Somalia under Biden in four years and 48 under Obama in eight years. (Of course, a separate question is: what gives any U.S. president the right to bomb the impoverished African country in the first place?)

The only other country bombed as intensively is Yemen, the Arabian Peninsula nation located north of Somalia, across the Gulf of Aden. In two months during Trump’s second presidency, the number of Yemenis killed by U.S. airstrikes – over 200 – was almost as many as had been recorded in the previous 20 years of American bombardment, according to an airwars.org study. Trump’s bombing of Yemen stopped after a ceasefire was called in June 2025. (Separately, a U.S.-backed Saudi war on Yemen from 2015 killed tens of thousands.)

Somalia and Yemen – 19 and 42 million population, respectively – are ranked among the poorest 10 countries on Earth.

The strategic location of the two countries explains why the United States is so keen to deploy its military force. Both nations are among the least developed, but they also have large untapped oil and gas reserves.

Somalia and Yemen straddle the Gulf of Aden and the Red Sea shipping route, one of the world’s busiest cargo chokepoints. The strategic significance of the location is demonstrated by the way the Yemenis have successfully restricted Israel-bound container vessels in support of Gaza, which is no doubt why Trump called a halt to U.S. airstrikes on Yemen in June.

The northeastern tip of Somalia is the highest point on the Horn of Africa. The Puntland, as it is known, is a semi-autonomous region within Somalia whose federal government is located further south in Mogadishu. Somalia has the longest coastline on the continent of Africa, and Puntland offers a vantage point overlooking the Gulf of Aden and the Red Sea.

The United States is providing military air support to the government in Mogadishu and the administration in Puntland, ostensibly to fight Islamist militants. The bombing raids ordered by Trump are purportedly targeting Al Qaeda-affiliated militants.

Somalia and Yemen are believed to be part of the same geological formation, having been contiguous land territory until 18 million years ago, before the continental rift split the Horn of Africa from Arabia. The two countries are reckoned to share the same rich oil and gas deposits, both onshore and offshore.

Since 2012, the Puntland regional authorities have granted the U.S. oil firm Range Resources drilling concessions. Other American oil companies with interests in Somalia are Conoco and Chevron. Two areas in particular have promising commercial potential: the Nugaal Valley and the Dharoor Valley. However, the unrecognized breakaway country of Somaliland, a former British colony to the west of Puntland, sent military forces to occupy the Nugaal Valley, claiming historic ownership. That territorial dispute has put the U.S. oil and gas exploration in jeopardy, or at least introduced complications.

The energy mining interests are one reason explaining the U.S. military deployment in Somalia. The official rationale of combating Islamist militants serves as a pretext. Washington’s relationship with Jihadists is notoriously mercurial and self-serving. The so-called “war on terror” has been a useful ploy for U.S. intervention in foreign nations for ulterior objectives, such as control of natural resources or projecting military power. This week saw the former head of Al Qaeda in Syria, Ahmed al-Sharaa, hosted by President Trump in the White House. The group that supposedly carried out 9/11 and the killing of 3,000 Americans in 2001 is now honored in the White House.

The Al Qaeda-affiliated militants in Somalia are a useful enemy, giving Washington a public rationale for bombing that country. The real purpose is to consolidate a U.S. foothold in the Horn of Africa to exploit its natural resources. Such a foothold also gives the U.S. an option in the future to increase offensive force against Yemen for the goal of subjugating that country for its oil and gas potential.

With both sides of the Red Sea and the Gulf of Aden under its eventual command, the United States gains control over a critical shipping route and an important advantage over geopolitical rivals China and Russia, whose supply chains can be severed.

Trump’s peace declarations on taking office and his promises to end overseas wars by focusing on building up “America First” seem to be a cynical con, or as he might put it, the “art of the deal”. The 47th president of the U.S. is continuing with gusto the imperial agenda of bombing and making war. But warmongering Trump is not simply American capitalist business-as-usual. It’s shaping up to be even more criminal and out of control.

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La saudita Jizan e lo stretto conteso di Bab el Mandeb https://strategic-culture.su/news/2025/09/21/la-saudita-jizan-e-lo-stretto-conteso-di-bab-el-mandeb/ Sun, 21 Sep 2025 05:32:50 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887813 Gli huthi yemeniti hanno organizzato a metà settembre 2025 un convegno mondiale dedicato alla pace, ma le bombe sioniste, che ogni giorno mietono morti, feriti e distruzioni non solo nella capitale, sbarrano la strada verso Sana’a, lasciando alcuni partecipanti a Jizan

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Gli huthi yemeniti hanno organizzato a metà settembre 2025 un convegno mondiale dedicato alla pace, ma le bombe sioniste, che ogni giorno mietono morti, feriti e distruzioni non solo nella capitale, sbarrano la strada verso Sana’a, lasciando alcuni partecipanti a Jizan ultimo lembo di terra saudita nel mar Rosso, non lontano da quell’incrocio economico, politico e geografico rappresentato dallo stretto di Bab el Mandeb, porta d’ingresso verso l’Europa dall’Indo – Pacifico, vigilata ufficialmente dalle quattro nazioni che ne governano il passaggio: Gibuti, Eritrea, Somalia e Yemen, in realtà la Somalia è quella anglofona a controllo statunitense detta Somaliland, per parte yemenita dipende dalle giornate sapere se la pertinenza dello stretto sia degli huthi del Consiglio Politico Supremo, oppure dello screditato Consiglio Direttivo Presidenziale, o ancora del confuso Consiglio di Transizione Meridionale sostenuto sempre più stancamente dagli emiratini, o ancora dai pericolosi rappresentanti di al-Qaida nella Penisola Arabica – AQAP e dei loro alleati di Ansar al-Sharia, per non dire del Congresso Generale del Popolo e della Resistenza Nazionale Yemenita, anch’essi alla ricerca di uno spazio per molti aspetti più tribale che politico. Tra i gibutini è risaputo che più del loro esercito contino le basi straniere, non solo la statunitense e la cinese, ma anche – forse non tutti lo ricordano – le forze militari presenti di Francia, Giappone, Italia, Germania, Spagna e Arabia Saudita. Solo l’Eritrea dal ridente porto commerciale di Assab oggi ingolfato di navi porta – container in transito, ceduto nel 1882 dalla Compagnia Rubattino per quattrocentomila lire, duecento euro odierni, al governo sabaudo, dopo averla rilevata dai signori locali nel 1869 e all’origine delle avventure coloniali italiane, guarda con un certo distacco l’intricato affollamento commerciale e militare intorno a quello specchio d’acqua.

Nel 1882 Assab contava 162 abitanti, undici italiani, cinquantacinque arabi e novantatré eritrei, distinti con rigoroso censimento, oggi gli oltre ventimila cittadini del porto eritreo confidano negli accordi stretti tra il loro presidente Isaias Afewerki, da un trentennio alla guida del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia che fa dell’Eritrea un’originale esperienza socialista, con Mohammad bin Salman, al fine di inserire il porto e la cittadina all’interno di un partenariato con i sauditi volto a promuovere un generale ammodernamento infrastrutturale ed edilizio, il tutto dentro il progetto saudita “Visione 2030”.

A Jizan è un caldissimo settembre anche carico di pesante umidità, le notti sono illuminate da comete poco natalizie, volano infatti costantemente, seppure all’apparenza lontani e fiochi all’orizzonte, i missili tra Israele e Yemen in entrambe le direzioni e il loro ritmo è incessante, sebbene Jizan e i suoi centocinquantamila abitanti e gli oltre un milione e mezzo nella regione circostante, pare guardino distrattamente questo dardeggiare nei cieli stellati.

Riyad, Jedda, Mecca e Medina, queste sono le principali città saudite e al contempo è in effervescente sviluppo turistico il nord di questa nazione, con i suoi resti archeologici e le sue civiltà, tanto quelle contemporanee dei popoli mesopotamici, quanto quella più tarda dei nabatei, noti per l’oggi giordana Petra.

Jizan è poco frequentata, estrema propaggine di una nazione che in ogni caso ha deciso di correre verso la modernità, stretta tra l’irruenza del deserto, con colline e dune che si approssimano alla città, e la bellezza cristallina del mar Rosso. Inaspettatamente è terra capace di produrre in abbondanza datteri e fichi, ma anche caffè, mango e papaya, non solo dunque polo infrastrutturale per la navigazione nel Mar Rosso, ma anche turistico con le isole ricche di barriere coralline antistanti la cittadina portuale, senza disdegnare una vocazione per l’agricoltura e la pastorizia, con capre e cammelli al pascolo nei dintorni e sul limitare della zona abitata e per altro in espansione.

Di fatto tutta Jizan è una città in evoluzione, porto, servizi, case, moschee, alberghi, spazi turistici, infrastrutture, tutto è un moltiplicarsi di cantieri, non mancano per le strade cartelloni con svettanti grattacieli, qui ancora non edificati ma già promessi, immagine di un futuro a detta di tutti imminente, pinnacoli chiamati a sorgere rapidamente in ragione della citata “Visione 2030”, come confermano gli operai della fonderia di alluminio all’opera per i progetti cittadini e la componentistica di complemento dei pannelli solari.

Per il momento è la Saudi Aramco, per esteso “Arabian American Oil Company”, anche se da tempo è totalmente statale e il termine “American” inserito alla fondazione nel 1933 è solo un lontano ricordo, ad aver costruito in tempi recenti una raffineria capace di produrre mezzo milione di barili di petrolio al giorno, certo solo un ventesimo rispetto ai dieci milioni di barili complessivamente prodotti dalla compagnia petrolifera e di gas tra le più grandi del mondo, a pari merito con le due cinesi China Petrochemical Corporation Increase e China National Petroleum Corporation, tuttavia non poco per la società che dall’altra parte di questa vasta nazione ha la sede centrale, sulle rive del golfo Persico a Dhahran.

Qui opera anche l’italiana SAIPEM che ha realizzato una centrale elettrica funzionante attraverso la tecnologia della gassificazione, alimentata principalmente con i residui della distillazione ottenuti nella raffineria di Saudi Aramco, nonché con olio combustibile ad alto tasso di zolfo, la centrale non solo provvede al fabbisogno di energia elettrica della raffineria, ma garantisce anche una interessante quantità di energia per la rete elettrica nazionale saudita.

Vivace dinamicità della società saudita, formata da giovani, in cui l’emancipazione femminile ha compiuto notevoli progressi negli ultimi anni e in cui le speranze di pace e di benessere si proiettano verso il futuro con tutto quel carico di speranze tanto difficili da riscontrare nelle società occidentali, una speranza alimentata anche dalla partecipazione recente ma altrettanto convinta al progetto multipolare sino – russo.

L’ottimismo sul futuro del Medioriente è un vero e proprio atto di coraggio, mentre la tragedia palestinese pare senza fine e il terrorismo sionista si espande coinvolgendo ogni giorno nuove nazioni della regione, vedasi negli stessi giorni il brutale assassinio dei negoziatori palestinesi a Doha in Qatar.

Sulle televisioni saudite scorrono le immagini dello sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, mentre presiede nella capitale qatarina unìassise internazionale convocata d’urgenza in cui sono presenti rappresentanti d’alto livello del mondo arabo e più in generale di quello islamico, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, l’iraniano Masoud Pezeshkian, l’egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il libanese Joseph Aoun, il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo di Stato del Sudan, il primo ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il re di Giordania Abdullah II, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, nonché il presidente post – golpista siriano Ahmed al-Sharaa, più la presenza di svariati ministri degli esteri.

Il documento finale sottoscritto dai presenti a Doha riconosce l’entità statuale sionista responsabile di genocidio, pulizia etnica, carestia, assedio, attività colonizzatrici e politiche di espansione territoriale a danno dei palestinesi e delle nazioni della regione, nonché di terrorismo, come quello messo in atto contro il Qatar. La titubanza, non tanto di turchi e iraniani, quanto dei membri della Lega Araba, dovrebbero portare, se non a un ufficiale disconoscimento degli “Accordi di Abramo”, voluti da Trump del 2020, almeno a una loro effettiva archiviazione.

Tutto questo appare lontano agli occhi delle giovani coppie che cercano l’ultimo raggio del sole calante passeggiando per il lungomare di Jizan, apparentemente lontane dalla complessità del tempo presente e assolutamente interessate a un futuro di cui sentono di poter essere protagoniste nel solco della portentosa modernizzazione condotta dall’attuale governo saudita.

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We have always been at war with Eastasia https://strategic-culture.su/news/2025/09/16/we-have-always-been-at-war-with-eastasia/ Tue, 16 Sep 2025 12:51:41 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887724 Welcome to our brave new and somewhat terrifying world, where Trump plays nuclear chicken with both Russia and China, and Israel threatens Yemen with biblical plagues.

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Welcome to our brave new and somewhat terrifying world, where Trump plays nuclear chicken with both Russia and China, and Israel threatens Yemen with biblical plagues. On the positive side, I guess, Europe has been down this road before when Herr Hitler, with the help of legions of seen but especially unseen enablers, led Europe into the abyss, to where our leaders, both seen and unseen, wish us to return if that is what it takes for them to retain control and thereby further enrich themselves.

Tiny Ireland is chomping at the bit to stick their bayonets into the Ivans, so much so that the Russian Ambassador to this tiny imperial outpost has had to advise our wanna be Napoleons regarding the folly of their ways. Though Ambassador Filatov has thereby done the Irish people some service, he might have been better off reacquainting himself with the St Petersburg Paradox if he wants to understand the jokers who form the Irish government and the other sub-offices of Ursula von der Leyen’s European Union empire, as it posits the paradox of how much one should gamble to win an infinite amount, the vast natural resources of the Russian Federation in this case.

And, though Ambassador Filatov might chuckle to himself that it will be quite a while before the tiny Irish Army has a victory parade through downtown Moscow, that is to miss the point. The gangsters who control Ireland are placing their puny chips and our punier necks on a NATO victory and, not unlike Herr Hitler’s fantasies before them, they hope their latest gamble will pay off in spades. Though I personally don’t want to finish my days freezing my nuts off in some Eastasian foxhole, plebs like me don’t get to vote on such matters, which are for our leaders to decide on, just like they decided to flatten Iraq, Libya, Syria, Yemen and a number of other small fry nations on cocktails of self-serving lies that need not detain us here.

If Ireland does not deserve to be taken seriously, Finland, which placed St Petersburg, Leningrad as it was then called, under a brutal siege as part of their so-called Continuation War 84 years ago this month, is a very different matter. President Alexander Stubb‘s recent “defence” treaty with Ukraine is Finland’s first military treaty with a nation at war since the 1944 end of Finnish hostilities against the Soviet Union where, all things considered, Finland got off relatively lightly when compared to their Wehrmacht buddies, who are again raring to kick some serious Russian butt.

Finland (population 5.6 million) is now expanding her army from 325,000 to 1 million men under arms, she is expanding airfields along the 1,340 km Russian border and, with her Wehrmacht and Yankie buddies, thereby directly threatening Russian strategic defences on the Kola peninsula and therefore inching us all closer to a High Noon nuclear shoot out. When we consider that NATO and China have also put the Arctic into play, best to give Santa Claus in Lapland a miss this year, and every following year until our nuclear winter ends in a few thousand years or so.

Not that it will come to that, at least for now. From Armenia and Azerbaijan in the south to Finland’s frozen north, NATO is simply putting Russia under what it hopes is unsustainable pressure and also hoping that Russia does not call its bluff, at least for now.

Far from being another June 1941 when the Finns goose stepped their way to St Petersburg, this is, instead, a glacially moving blitzkrieg, where Israel visits all the plagues of ancient Egypt on Yemen, and Finland, Sweden, Norway and the Baltic pimple states play their equally ignoble part in laying waste to northern Europe by invoking Article 5 or some such bottom of the deck card to please Zelensky and whoever else they snort their coke with.

To properly appreciate how we embroiled ourselves into this latest round of Finland’s Continuation War, start by reading Eric Kurlander’s Hitler’s Monsters: A Supernatural History of the Third Reich and Nicholas Goodrick-Clarke’s The Occult Roots of Nazism: Secret Aryan Cults and Their Influence on Nazi Ideology to get a feel for some of the madcap ideas doing the rounds both during Weimar and right now. If that is too much, go watch Cabaret, which is set in Weimar and which shows how Hitler’s madcap ideas and black and brown fashion sense glacially gained the ascendancy during those impecunious years, delivering Germany from Weimar’s evil to the horrors of Bandera, Dotrščina and East Karelin, which NATO has more recently replicated in Eastasia as well as in theatres further south.

Now read Bruna Frascolla’s recent bullseye, where she recounts how Brazil’s faux black lives matter movement has replicated the Zionist scam in demanding privileged positions for themselves at the expense of everyone else. The overall objective of this plan through the entire NATO empire is not to promote liberty, equality, fraternity or any such nonsense for some artificially concocted minority group but, war of the flea style, to destroy the fabric of society by slowly undermining and atomising society’s sinews. As I write this, the World Cup matches are in full flow, with Irish, English and Israeli (wtf?) fans sporting their national flags, with naughty Belarus banned for some spurious reason but with Irish and English fans being told their flags are supremacist symbols, the display of which in their own countries should land them in jail, just as it lands their wrongthink comedians in the slammer.

Although I could try to argue that the Irish stood up to much worse from the Anglican cultists during the Penal law era, things are, in some ways, much worse today where wrongthink Russian writers Tolstoy and Dostoevsky are haram and Zelensky, playing piano with his penis, is treated as the cultured voice of reason and sanity.

Frascolla’s recent article on the cul de sac of the prevailing Western liberal orthodoxy is another gem, where she posits that liberalism’s proponents are stuck in an almost eternal, autistic loop that reminds the most cynical of us of Dustin Hoffman in Rainman. Whereas Frascolla may stand on the shoulders of the intellectual giants of Western thought who preceded her, all they have is the hackneyed cliches of Diderot, Voltaire and Karl Marx who is, by far, the modern era’s most one dimensional intellectual clown for, according to that broad brush imbecile and his child-exploiting mate, “the history of all hitherto existing society is the history of class struggles”, and not of a myriad of conflicting forces and personalities that not even Euclid could properly map out or Newton himself could model.

Consider Europe’s Wars of the Reformation which are, by far, the most complicated and intricate wars in Europe’s long and convoluted history, and ask yourself why Catholic peasants fought for Protestant princes, why Protestant peasants fought for Catholic princes, why France played both sides of the coin, why the mercenary Swedes, with their Finnish serfs dutifully in tow, fought for anyone who would pay them, and why the entire schmozzle was supposedly about the right to read the Bible, even though over 95% of Europeans, princes included, were functionally illiterate at the time. No doubt, Marx, not unlike Cinderella’s ugly sisters, could shoehorn his threadbare thesis into that elastic pseudo intellectual slipper of his.

We cannot afford that luxury, because European salvation is impossible unless and until its current status quo, its pseudo intellectuals and sundry other gatekeepers especially, is uprooted root and branch and, with the ordinary person firmly gagged by a million and one binds and just about every politician, cleric, intellectual poseur and “influencer” of standing in NATO’s pocket, we are powerless to frustrate the hi tech plans von der Leyen, Stubb and the rest of them have to ensure we are always at war with Eastasia and whatever remains of the better angels of our nature as well.

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With Gaza as its compass, Yemen rewrites the rules of naval warfare https://strategic-culture.su/news/2025/08/02/with-gaza-as-its-compass-yemen-rewrites-the-rules-of-naval-warfare/ Sat, 02 Aug 2025 11:00:31 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886844 By Stasa SALACANIN

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By continuously targeting Israeli-linked shipping, the Sanaa government has exposed the impotence of western naval power and maintained a de facto blockade on one of the world’s most strategic waterways.

After the Ansarallah-aligned Yemeni Armed Forces (YAF) announced that it would resume attacks on merchant ships linked to companies operating with Israeli ports, tensions in the Red Sea and beyond have reignited, as Tel Aviv’s ongoing genocide in Gaza fuels instability across West Asia.

As part of the fourth phase of the blockade, the Yemeni army sank two commercial vessels earlier this month, showcasing not only its enduring capabilities but also the failure of US-led strikes to curb its maritime campaign.

On 6 May, US President Donald Trump claimed, “The Houthis have declared they no longer want to fight. They simply don’t want to fight anymore. And we will honor that. We will stop the bombings, and they have surrendered.”

Yemeni officials immediately dismissed the claim, reiterating that Sanaa had not negotiated with Washington nor agreed to halt operations in support of Gaza. The Sanaa government’s naval campaign resumed soon after, with fresh attacks targeting Israeli-linked vessels – undermining Trump’s attempt to declare victory.

New red lines in the Red Sea

In a statement on Sunday, explaining the latest phase of the naval operations, YAF spokesman Brigadier General Yahya Saree said:

“This escalation includes targeting all ships belonging to any company that deals with Israeli ports, regardless of their nationality and wherever they may be, within our forces’ reach. We warn all companies to cease their dealings with Israeli ports, starting the hour this statement is issued.”

The new escalation comes just several weeks after the sinking of two Liberian-flagged, Greek-owned bulk carriers – the Magic Seas and the Eternity C. In the latter attack, four sailors were killed and two others wounded, while 11 other crew members were taken captive.
Following the sinking of the two ships, Ansarallah leader Abdul Malik al-Houthi revealed that the YAF had carried out over 1,679 attacks since November 2023 using missiles, drones, and warships in support of Gaza, warning of further escalation if the war does not end.

Although the Sanaa government agreed in May to a ceasefire with Washington, halting attacks on US warships, it maintains that this truce does not apply to vessels linked to the occupation state. These ships, Sanaa argues, continue to serve Israeli ports, part of “occupied Palestine.”

Contrary to western media narratives of indiscriminate aggression, maritime data from Lloyd’s List confirmed that both targeted vessels had routinely docked in Israeli ports over the past year.

The ongoing attacks have prompted international concern. The UN Security Council recently approved continued reporting on Red Sea maritime assaults. Twelve members of the 15-member council voted in favor, while Russia, China, and Algeria abstained over concerns about breaches of Yemen’s sovereignty.

China’s deputy UN Ambassador Geng Shuang called tensions in the Red Sea “a major manifestation of the spillover from the Gaza conflict.” At the same time, the Russian UN representative also stressed the link between normalizing the situation in the Red Sea and the need for a ceasefire in Gaza.

Challenging naval supremacy

Despite the presence of five major foreign military bases in Djibouti – home to US, French, Japanese, Chinese, and Italian forces –  the Ansarallah-aligned army has continued to strike commercial vessels with precision. This raises uncomfortable questions about western and allied naval efficacy.

Speaking to The Cradle, Senior Research Fellow at The Soufan Center, Colin P. Clarke – who also teaches at Carnegie Mellon’s Institute for Politics and Strategy – says Yemen ranks among the most potent forces within the Axis of Resistance and shows no sign of retreat:

“Out of all the ‘Axis’ proxies, the Houthis are among the most potent and also have a lot to prove. I don’t expect them to wind down their military campaign at any point soon.”

Nicholas Brumfield, a Washington-based analyst on Yemen and maritime security, concurs. He tells The Cradle that Yemen’s campaign has remained largely undiminished despite nearly two years of US and Israeli airstrikes:

“The Houthi attacks since early July have thus far been limited to areas of the Red Sea where they have attacked before, so it’s unclear if there’s been any increase in their range. As for Trump’s claims of capitulation, that was always viewed by most researchers focused on Yemen as a bit of hot air. The US–Houthi ceasefire was a limited de-escalation between two parties, and the Houthis have more or less been continuing what they were doing before the truce in terms of attacking Israel directly.”

Clarke adds that Trump’s reluctance to escalate against Yemen stemmed from electoral optics and strategic caution against bogging the US down in “endless wars,” which is one of the reasons why the US involvement in bombing Iran was so circumscribed. “Trump believes, perhaps correctly so, that it would be extremely difficult to engage with the Houthis without being sucked into a quagmire from which it would be difficult to escape from. And the results would be hard to measure.”

According to Mohamed Aliriani of the Yemen Policy Center, the May ceasefire secured safe passage for US, UK, Chinese, and Russian vessels – thanks to the latter two’s ties with Iran. But ships from other nations remain exposed. European-led operations, he argues, are largely ineffectual in safeguarding their cargoes.

Aliriani tells The Cradle that “the current situation has created a two-tiered, protectionist system that benefits powerful states while driving up global insurance and shipping costs, setting a dangerous precedent for other strategic chokepoints.”

Persistently high insurance premiums reflect the enduring risk. “Had the threat been perceived as eliminated, traffic would have resumed, and rates would have dropped,” he explains. The Yemeni army’s targeting of oil and chemical carriers has introduced environmental and financial perils that keep insurers wary.

Redefining control at sea

These facts point to a stark reality: The Ansarallah-led naval campaign has largely succeeded in imposing an effective blockade on Israeli-linked maritime traffic.

Still, Aliriani cautions against overstating the extent of Sanaa’s control. “The Houthis do not exercise Sea Control over the Red Sea, as they lack a surface fleet capable of patrolling and commanding the waterways. What they have successfully achieved is Area Denial.” By demonstrating a credible capability to hold any vessel transiting the Bab al-Mandab Strait at risk, they have made passage through this critical chokepoint prohibitively dangerous for any vessel:

“Their strike range has proven to extend for hundreds of kilometers and given the information available about the weapons used, range likely exceeds 1,000 kilometers, effectively denying the use of a vast area without needing to control it physically.”

Independent force, not Iranian proxy

Western narratives often depict Ansarallah as mere Iranian proxies. Yet, there is scant evidence that Tehran directed these maritime attacks.

Brumfield points out that while Iran continues to supply advanced weaponry to its ally – as evidenced by a 750-ton arms shipment intercepted en route to Yemen – there is no indication of Iranian command over Ansarallah operations.

Former UN envoy to Yemen Jamal Benomar has consistently emphasized Sanaa’s autonomous decision-making, noting that they “have their own agendas and decision-making mechanisms.”

Palestine remains the compass

The timing of recent Yemeni operations suggests a clear link to developments in Gaza. Brumfield observes that Sanaa was notably quiet during last month’s 12-day war between Iran and Israel, only to escalate following reports of worsening conditions in the besieged enclave:

“When there was a ceasefire in Gaza, the Houthis completely stopped their maritime attacks. Recent reports of deteriorating humanitarian conditions in Gaza may have contributed to the group’s decision to re-escalate in this file.”

While some analysts suggest that Ansarallah’s pro-Palestinian rhetoric is a political maneuver to boost legitimacy amid domestic challenges, Benomar insists their stance on Palestine is ideologically embedded. “They’re not just being opportunistic as Palestine is a core part of their ideology.”

Although Tel Aviv has urged Washington to relaunch strikes on Yemen, most experts, including Aliriani, believe the US is unlikely to escalate unless the Ansarallah-allied military crosses a significant red line. So far, the YAF has targeted only vessels tied to Israeli trade.

However, Ansarallah’s recent decision to strike all ships linked to Israeli ports, regardless of nationality, may drag new actors – such as Egypt – into the fray. Cairo’s deepening logistical ties to Israeli trade may soon make it a target of Yemen’s expanding campaign.

“The Houthis” may not control the seas, but they have undeniably changed the rules of engagement.

Original article:  thecradle.co

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Breve storia degli Houthi https://strategic-culture.su/news/2025/05/31/breve-storia-degli-houthi/ Sat, 31 May 2025 04:00:30 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=885604 Lo Yemen rimane l’unico Paese arabo a sostenere apertamente la Palestina ed a portare avanti una lotta impari (ma sotto molti aspetti efficace) contro Israele. Qui si traccerà un breve profilo storico del gruppo al potere a Sana’a.

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La regione di Sa’dah, nel nord dello Yemen, è stata, attraverso i secoli, il cuore primordiale e centrale dello zaydismo yemenita. Sotto certi aspetti, questo ha addirittura portato ad una specie di disconnessione tra le aree settentrionali dello Yemen (dove sono presenti anche alcune comunità sciite ismailite) e la parte meridionale dove prevaleva (e prevale ancora oggi) la scuola giuridica shafi’ita dell’Islam sunnita. Come noto, lo zaydismo è un ramo dell’Islam sciita il cui nome risale a Zayd b. ‘Ali, pronipote di Ali b. Abi Talib, cugino e genero del Profeta. Zayd era uno dei figli del quarto Imam dello sciismo Ali b. al-Husayn detto Zayn al-Abidin (l’“ornamento dei devoti”). La sua rivolta contro il potere califfale omayyade, partita nel 740 d. C. da Bassora, non ebbe particolare successo e, dopo la sua uccisione, il suo corpo venne crocifisso e lasciato in vista per diverso tempo a Kufa. Tuttavia, la scuola religiosa che da lui prese il nome ebbe modo di fiorire in alcune aree dello spazio islamico. In particolare, nel 897 d. C., il Sayyid Yahya b. al-Husayn riuscì a dare vita ad un’entità geopolitica zaydita nelle regioni settentrionali dell’attuale Yemen. I suoi insegnamenti vengono considerati come il fondamento teologico-politico della scuola giuridica Hadawi dello zaydismo. In essi si pone un’accesa enfasi sul concetto di “guida dei giusti”: ovvero, sulla necessità che il potere politico ricada su una sorta di platonici “re/filosofi” (sono diversi i punti di contatto tra lo zaydismo e la scuola neoplatonica islamica del mutazilismo). Questi “re/filosofi” non sono altro che i Sadah: l’aristocrazia islamica composta dai discendenti diretti di Muhammad.

Sul piano della mera giurisprudenza, non sono pochi gli studiosi che hanno sottolineato la sostanziale similarità tra zaydismo e shafi’ismo (le differenze si riducono a questioni concernenti la supremazia dei Sadah ed il diritto a candidarsi come “guida” della comunità). A partire dal XIX secolo, alcuni giuristi islamici (come Muhammad al-Shawkani) hanno cercato di promuovere una sorta di convergenza tra le due scuole integrando elementi propriamente sunniti nella scuola zaydita. L’obiettivo principale era quello di limitare la pratica zaydita della ribellione violenta (khuruj) contro un potere considerato ingiusto e tirannico in modo da consentire l’accettazione di un governo che non rispettasse in toto i canoni della dottrina Hadawi purché fosse comunque garante di stabilità. Questo approccio è stato ampiamente utilizzato dalla propaganda repubblicana dopo la guerra civile del 1962-70 al preciso scopo di favorire un certo atteggiamento quietista verso il potere da parte della popolazione zaydita nel nord dello Yemen. A ciò si aggiunga il nulla osta del governo centrale alla diffusione nelle stesse aree di una forma di islamismo assai affine con il wahhabismo saudita. Gli islamisti wahhabiti (che potevano usufruire di innumerevoli nuovi istituti di educazione religiosa finanziati dai sauditi) venivano infatti considerati come una forza capace di neutralizzare ogni potenziale minaccia di rivalsa zaydita dopo la caduta dell’imamato. A questo proposito, bisogna tenere a mente il fatto che molti yemeniti delle regioni di frontiera, recatisi per lavoro in Arabia Saudita, venivano automaticamente indottrinati al wahhabismo. Con la rottura tra Yemen e Arabia Saudita, scoppiata a seguito del sostegno del governo Saleh all’invasione irachena del Kuwait, la quasi totalità di questi lavoratori venne rimpatriata nello Yemen, generando non solo una notevole perdita in termini di rendita economica ma anche una crisi socio-culturale dovuta allo scontro tra le quasi intatte tradizioni locali ed il nuovo messaggio religioso portato dai migranti di ritorno.

Una delle personalità più influenti nella diffusione del wahhabismo nello Yemen è quella di Muqbil b. Hadi al-Wadi’i (1928-2001). Questi, dopo aver a lungo studiato in Arabia Saudita (ed esserne stato espulso a seguito dell’occupazione della Grande Moschea della Mecca nel 1979), fondò nell’area di Sa’dah (in terreni appartenenti alla propria famiglia) il centro studi Dar al-Hadith, lautamente finanziato in modo semiufficiale da istituzioni e uomini d’affari sauditi e di altre monarchie del Golfo. Da qui, Muqbil ed il suo successore, Yahya al-Hajuri hanno incitato migliaia di giovani yemeniti all’odio contro i propri connazionali zayditi, stigmatizzandoli come kuffar (non credenti o infedeli) ed al-rafidah (eretici). Il rigetto dello zaydismo retoricamente propugnato da Muqbil e soci ha assunto rapidamente forme violente, attraverso la distruzione di santuari e cimiteri zayditi (pratica assai comune per il wahhabismo ed i suoi derivati). Non solo. I wahhabiti cercarono di intervenire anche nell’amministrazione degli altri istituti educativi spingendoli a modificare i propri corsi di studi rimuovendo ogni riferimento allo zaydismo. Gli stessi fedeli zayditi venivano pubblicamente umiliati ed accusati di “deviazionismo”: ovvero, di aver introdotto nell’Islam innovazioni biasimevoli (bid’a). La situazione peggiorò ulteriormente quando nel 1998 venne nominato comandante militare della regione nord-occidentale dello Yemen Ali Mohsen al-Ahmar, considerato in ottimi rapporti tanto con i sauditi quanto con gli islamisti radicali sunniti yemeniti.

Di conseguenza, la comunità zaydita, dopo decenni di marginalizzazione e persecuzione (tra alta e bassa intensità) in cui, tra le altre cose, le venne impedito di celebrare le proprie festività tradizionali pubblicamente, non poté far altro che sviluppare i propri anticorpi.

Tra coloro i quali hanno maggiormente contribuito all’elaborazione teorico-teologica della rinascita zaydita spiccano i nomi di Majd al-Din Mu’ayyadi e del suo discepolo Badr al-Din al-Houthi (senza dubbio il più importante studioso zaydita a cavallo tra XX e XXI secolo). Il pensiero del secondo merita un breve approfondimento. Badr al-Din al-Houthi (1926-2010) faceva distinzione tra due forme di governo: imamah (il governo di un rappresentante dei Sadah) e ihtisab (il governo di un “amministratore” che semplicemente mette in atto la legge islamica ma non ha alcuna autorità né come legislatore né nel campo dell’ijtihad, l’interpretazione della legge islamica). Il secondo può essere eletto democraticamente e può anche non discendere dai Sadah. Tuttavia, a lui si deve obbedienza solo se appare timoroso di Dio e segue il principio zaydita di comandare il bene e proibire il male. Badr al-Din, alla pari del figlio Husayn (di cui si parlerà a breve) ebbe modo di soggiornare a lungo nell’Iran rivoluzionario, dove il suo pensiero incontrò le tematiche politico-sociali e geopolitiche della Rivoluzione khomeinista (l’enfasi sulla giustizia sociale, la difesa degli oppressi, la liberazione dallo sfruttamento, la resistenza all’egemonia occidentale). Nei primi anni ’90, in risposta alla diffusione del radicalismo wahhabita e la proliferazione degli istituti educativi ad esso collegati, Muhammad al-Houthi (uno dei figli di Badr al-Din) e Muhammad Yahya Izzan (un altro studente di Mu’ayyadi) crearono la Muntada al-Shabab al-Mu’minin (l’assemblea della gioventù credente) che iniziò i suoi lavori promuovendo la formazione di campi estivi in cui i giovani potevano approfondire gli studi teologici islamici in accordo con i precetti della dottrina zaydita. L’influenza della Gioventù Credente nella vita yemenita crebbe rapidamente. Dalla manciata di adepti del 1990 si arrivò agli oltre 15.000 studenti del 1994. Questi, oltre ai corsi dei già citati Izzan e Muhammad al-Houthi, seguivano con crescente entusiasmo le lezioni di altri due figli di Badr al-Din al-Houthi: Husayn e Yahya. Ad essi, inoltre, si aggiungevano personalità legate alle realtà tribali dell’area, come Abdulkarim Jadban e Salih Habrah. I corsi di Husayn al-Houthi, in particolare, si concentravano sulla diffusione del pensiero rivoluzionario di Muhammad al-Mansur e dei teologi sciiti libanesi Husayn Fadlallah e Hassan Nasrallah, legati ad Hezbollah.

Per tutto il corso dell’ultimo decennio del XX secolo, alcuni capi tribali dell’area di Sa’dah percepirono la crescita della Gioventù Credente come una potenziale minaccia al proprio sistema di potere. Questi, con l’appoggio del presidente Saleh, nelle elezioni del 1997 occuparono tutti i seggi parlamentari a disposizione del governatorato di Sa’dah. Un episodio che segnò la totale perdita della speranza in un cambiamento “democratico” da parte di Husayn al-Houthi. Così, il teorico zaydita, dopo un periodo di studio a Khartoum in Sudan, scelse di concentrarsi sull’attività sociale. In questo periodo, inoltre, le sue posizioni sul diritto/dovere dei Sadah al governo si scontrarono con l’impronta più quietista di Muhammad Izzan, che le definì più affini alla scuola giuridica giafarita (propria dello sciismo imamita iraniano) piuttosto che alla dottrina zaydita classica. Tale disputa portò nel 2001 alla definitiva frattura tra i due, con Husayn che diede vita al gruppo Ashab al-Shi’ar (seguaci del motto), nucleo originario del movimento che successivamente balzò agli onori delle cronache con il nome al-Huthiyyun. Il nome Ashab al-Shi’ar, per voce dello stesso Husayn al-Houthi, era direttamente collegato ad un episodio della Seconda Intifada in Palestina: l’uccisione a sangue freddo di giovane attivista palestinese, a Gaza, che morì tra le braccia del proprio padre. Husayn dichiarò che nel momento in cui vide quelle immagini in televisione gli venne naturale gridare ciò che è divenuto il motto degli Houthi yemeniti: “Dio è grande. Morte all’America. Morte a Israele. Maledizione sui giudei. Vittoria all’Islam”.

Nel 2001, il potenziale di aggregazione del motto di Husayn al-Houthi venne amplificato dagli eventi che seguirono gli attentati del 11 settembre a New York e Washington: in particolare, quella infausta “guerra al terrore” dell’amministrazione Bush che, tra distruzione di Stati sovrani, bombardamenti indiscriminati e crisi migratorie indotte, ebbe drammatici risvolti anche nello Yemen. A questo proposito, non bisogna dimenticare che già il 12 ottobre del 2000, la USS Cole (cacciatorpediniere della marina USA ancorata nel porto di Aden) subì un attentato, rivendicato da al-Qaeda, nel quale rimasero uccisi 17 marinai.

Nonostante gli sforzi del potere centrale, il messaggio di Husayn al-Houthi, con i suoi riferimenti al modello della Rivoluzione Islamica in Iran quale alta espressione di resistenza ed anti-imperialismo, continuò a fare proseliti tra la popolazione marginalizzata della regione di Sa’dah (costretta ad una cronica assenza di elettricità e di acqua potabile) e le aree limitrofe, superando le differenze di lignaggio, “classe” e di appartenenza tribale (soprattutto alla luce del fatto che molti capi tribali, inseriti nei gangli del potere centrale di Sana’a, finirono col dimenticare il loro ruolo tradizionale – provvedere al benessere del proprio gruppo – per accumulare ricchezze che in alcun modo venivano redistribuite). Così gli Houthi iniziarono a puntare il dito sulla corruzione diffusa e ad agire in chiave apertamente antistatale, saccheggiando le caserme delle forze di polizia, gli edifici governativi e le case degli Shaykh legati al Partito di Saleh o ad Islah (legato alla Fratellanza Musulmana). Obiettivo di simili azioni erano in primo luogo i generatori di corrente elettrica che venivano portati nei villaggi più remoti ed utilizzati a beneficio pubblico.

Le tensioni tra Sana’a e gli Houthi raggiunsero un punto di non ritorno quando nel gennaio del 2003, passando attraverso Sa’dah ma diretto verso la Mecca (dove avrebbe effettuato il tradizionale pellegrinaggio), il corteo presidenziale di Saleh (accompagnato dal potente capo tribale Abdullah al-Ahmar) si imbatté in una folla inferocita che gridava il motto degli Houthi. Lo stesso avvenne nel corso della visita dell’ambasciatore USA Edmund Hull alla moschea al-Hadi di Sa’dah. Questi, indignato dall’accaduto, si lamentò con le autorità yemenite che reagirono arrestando alcune centinaia di sostenitori del movimento creato da Husayn al-Houthi. In conclusione, quando Saleh scelse di rivolgersi direttamente ad Husayn invitandolo a raggiungere Sana’a dove avrebbe dovuto costituirsi, questi rispose con una lettera scritta di suo pugno in cui giurava fedeltà alla Repubblica, chiedeva allo stesso Saleh di non ascoltare gli “ipocriti e provocatori” e, allo stesso tempo, giurava che avrebbe fatto di tutto per combattere i nemici dell’Islam: l’America e Israele.

Il primo dei sei conflitti tra gli Houthi e le forze governative (coadiuvate da alcune milizie tribali della confederazione Hashid legate ad Abdullah al-Ahmar) iniziò nel giugno del 2004 con un’operazione di polizia contro Husayn al-Houthi a Marran (area montuosa ad ovest del governatorato di Sa’dah). Questi era ritenuto colpevole di sedizione per aver spinto la popolazione locale a pagare la zakat (uno dei cinque pilastri dell’Islam) ai Sadah locali e non alle istituzioni governative. L’estrema brutalità con la quale le forze governative si rapportarono alla ribellione, con tutta probabilità, colse gli stessi Houthi ampiamente impreparati. L’obiettivo dell’azione militare – vennero mobilitati oltre 20.000 unità (scegliendo appositamente sunniti) sostenute dall’impiego di mezzi corazzati e dall’appoggio aereo di cacciabombardieri ed elicotteri da combattimento – era l’arresto o l’uccisione di Husayn al-Houthi. Obiettivo che venne raggiunto il 2 settembre del 2004 quando Husayn, stretto sotto assedio intorno alle grotte di Jurf Salman, uscì allo scoperto per negoziare la resa ed un salvacondotto per i suoi seguaci e le loro famiglie asserragliate con lui. Una volta evacuate le caverne, Husayn venne ucciso sul posto da un ufficiale dell’esercito. Nei giorni successivi, le immagini del suo cadavere vennero apposte su alcuni cartelloni lungo le strade di Sa’dah come deterrente contro eventuali nuove ribellioni. Tuttavia, elevando inconsciamente la morte violenta di Husayn ad un livello mitico-sacrale, le forze governative ottennero il risultato opposto tra la popolazione sciita della regione. Qui, infatti, la prima guerra di Sa’dah diede vita ad una vera e propria letteratura martirologica in cui lo scontro di Jurf Salman veniva interpretato come una Kerbala contemporanea in cui uomini giusti, pur sapendo di avere scarse (o nessuna) possibilità di successo, scelsero di dare battaglia all’oppressore fino all’estremo sacrificio. Un comandante Houthi, a questo proposito, ha affermato: “Questa è una nuova Kerbala […] e questo è l’Husayn di Kerbala. Abbiamo dato nuovamente in dono il sangue di figli innocenti e giusti di Husayn”. Anche l’approccio estremamente violento dell’esercito (senza ottenere dei risultati militari significativi) – i vertici militari annunciarono che avrebbero piegato la rivolata in 48 ore, mentre furono necessari diversi mesi – non diede i frutti sperati. Oltre ai cospicui danni collaterali in termini di infrastrutture civili distrutte, l’azione acuì la distanza tra la popolazione locale ed un potere centrale assai poco interessato a cercare di migliorarne il basso tenore di vita. Una distanza che diverrà incolmabile nel corso dei successivi (e sempre più brutali) conflitti dai quali nessuna delle parti è riuscita ad uscire realmente vittoriosa (a prescindere dall’intervento diretto saudita in diverse occasioni, l’attiva partecipazione delle milizie di al-Qaeda in sostegno ai governativi, ed ai tentativi di mediazione operati sia dalla Libia che dal Qatar).

A questo proposito, inoltre, nonostante una propaganda governativa che cercava di dipingere gli Houthi come degli agenti iraniani, è bene riportare che non vi è alcuna prova reale di un coinvolgimento di Tehran a sostegno del gruppo ribelle prima del 2014. Di fatto, solo con l’inizio delle “primavere arabe” nel 2011 inizia a manifestarsi un interesse iraniano nella regione. Anche in questo caso, però, l’assistenza iraniana si è concentrata sul piano della logistica e sul trasferimento di conoscenze per la produzione di materiale bellico in loco (un qualcosa di simile a quanto avvenuto con l’ala militare di Hamas nella striscia di Gaza). Al contempo, è altrettanto vero che l’Iran ha trovato negli Houthi un potenziale alleato utile per portare avanti la propria agenda geopolitica regionale di fronte ai piani di progressivo accerchiamento nordamericano. Agli occhi di Tehran, infatti, il caso yemenita presentava diversi fattori che (come avvenuto in Libano negli anni ’80 del secolo scorso, o in Iraq dopo l’aggressione USA del 2003) potevano garantire un certo successo: a) una posizione strategica cruciale nel contesto dei flussi commerciali internazionali; b) delle condizioni favorevoli all’ingresso (uno Stato centrale sempre più debole e confini porosi); c)  una popolazione sciita oppressa (è un dato di fatto che laddove ci sono sciiti, dall’Afghanistan al Libano, la Repubblica Islamica riesce ad esercitare un’influenza che non le riesce altrove); d) la possibilità di indebolire o tenere sotto costante pressione un rivale (in questo caso l’Arabia Saudita, ma lo stesso discorso vale per Libano/Israele) senza l’intervento diretto in un conflitto. A ciò si aggiunga il fatto che l’Iran predilige sempre un tipo di collaborazione impostata sul lungo periodo e, con esso, il consolidamento di realtà che divengono difficilmente estirpabili dal terreno nel quale nascono e prosperano (ancora una volta Hezbollah in Libano, gli stessi Houhti, alcuni gruppi delle Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq o, sotto certi aspetti, Hamas e Jihad islamica in Palestina).

La conclusione della sesta ed ultima guerra di Sa’dah arrivò quasi in concomitanza con l’inizio di quel processo di “trasformazione” del mondo arabo che, a seguito dell’infausto discorso del Cairo di Barack Obama, portò rapidamente al collasso di alcuni governi regionali. L’obiettivo di Washington, neanche troppo velato, era stabilire l’egemonia atlantica sul mondo arabo col consenso arabo. Per raggiungere questo scopo, si rendeva necessario sia eliminare alcuni “regimi” apertamente (o parzialmente) ostili (Libia e Siria – non bisogna dimenticare che Assad, al momento della sua elezione non era affatto schierato su posizioni antioccidentali), sia alcuni “presidenti a vita” divenuti ormai impresentabili (Egitto, Tunisia). Allo stesso tempo, era necessario coinvolgere le potenze regionali in un ampio fronte contro l’Iran, considerato il nemico principale nella zona. Ma la realizzazione di tale fronte comportava la collaborazione degli Stati arabi col regime sionista; con i primi che dovevano garantire la loro complicità con Tel Aviv che, in cambio, avrebbe dovuto accettare la nascita di una insignificante entità palestinese” (una progettualità sancita anche dagli “accordi di Abramo” e dal “piano del secolo” trumpista).

Nello Yemen, gli eventi del 2011 conobbero una traiettoria del tutto particolare. Inizialmente, gli Houthi (che proprio in quell’anno assunsero il nome Ansarullah, “sostenitori/aiutanti di Dio) si trovarono dallo stesso lato della barricata dei loro nemici storici (il comandante militare Ali Mohsen e la famiglia al-Ahmar), i quali, a seguito delle manifestazioni di massa del 18 marzo (passato alla storia come il “venerdì della dignità”) si schierarono apertamente contro Saleh. In un secondo momento, invece, dopo la caduta “morbida” dello stesso Saleh, si allearono con quest’ultimo per sfruttarne (in modo assai pragmatico e grazie all’abile guida di Abdulmalik al-Houthi) l’abilità nel muovere le leve del potere e per assumere il controllo su quelle istituzioni in cui i suoi uomini facevano ancora il buono e cattivo tempo.

Il periodo che intercorre tra il marzo 2011 e l’assedio di Sana’a nel settembre 2014, di fatto, fu segnato da una enorme espansione territoriale degli Houhti resa possibile sia da un’astuta strategia militare, sia dall’attivismo politico a livello nazionale, sia da accordi segreti ed un sapiente e quasi continuo processo di ricostruzione delle alleanze.

Inutile negare che gli Houthi abbiano giovato non poco dall’alleanza con Saleh. Questo, infatti, nel momento stesso in cui venne costretto a cedere la presidenza al suo vice Abdrabbuh Mansur Hadi (in cambio dell’immunità) stava già valutando ogni possibile manovra per indebolire i suoi avversari e (ri)ottenere il potere per sé o per suo figlio Ahmad (a capo della forza di élite della Guardia Repubblicana).

In questo intermezzo, gli Houthi ebbero modo di partecipare anche alla Conferenza sul Dialogo Nazionale, volta a dare allo Yemen un sistema federale. Tuttavia, lo scopo essenziale della loro partecipazione era mettere costante pressione al governo di Hadi e forzarlo (attraverso la crescita costante della loro presenza nei dintorni di Sana’a) ad accettare precise richieste politiche. Una situazione che a partire dall’estate 2014 scivolò in una sorta di “caos controllato”, quando gli Houhti, sfruttando le proteste per i prezzi alle stelle del carburante (esito di un piano di riforma strutturale patrocinato dal Fondo Monetario Internazionale) ed in coordinazione con uomini della suddetta Guardia Repubblicana fedeli a Saleh, accerchiarono i palazzi del potere (edifici governativi, le case della famiglia al-Ahmar, la Banca Centrale, l’università salafita al-Iman e così via) e, successivamente (gennaio 2015), costrinsero Hadi a dimettersi dopo la formazione di un Comitato Rivoluzionario.

La fuga di Abdrabbuh Mansur Hadi (influente uomo dello Yemen meridionale) ad Aden e la sconfessione delle sue dimissioni (a suo dire, estorte con la forza da parte degli Houthi) portò ad un nuovo intervento militare saudita (in coalizione con altri Paesi arabi e con l’appoggio logistico USA, il cui comparto militare-industriale ha tratto profitti enormi dalla “crisi”) passato alla storia con il nome di operazione “Tempesta Decisiva”. Questa, terminata una volta che i sauditi dichiararono, evidentemente in modo erroneo, di aver raggiunto i loro obiettivi (rendere incapaci gli Houthi di offendere direttamente gli interessi del Regno), venne seguita dall’operazione (dal nome del tutto ironico) “Restauro della Speranza”. La nuova fase dell’intervento, tuttavia, si caratterizzò soprattutto per l’alta conflittualità tra i membri della coalizione: rottura delle relazioni con il Qatar da parte di Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti (legata anche alla gestione del conflitto siriano); frattura tra la stessa Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che iniziarono (sostenendo le istanze del Consiglio di Transizione Meridionale filo-emiratino) a perseguire interessi che non convergevano direttamente con quelli di Riyad. Una frattura, quest’ultima, determinata anche dal fallimento della campagna del 2018 (a guida emiratina) per la riconquista del fondamentale porto di Hodeida, dal quale transitano rifornimenti ed introiti economici per Sana’a. Dopo alcuni iniziali successi attorno alla città, infatti, gli uomini della coalizione incontrarono notevole resistenza (subendo perdite consistenti) una volta penetrati al suo interno. Cosa che li costrinse alla ritirata.

Altri duri colpi all’operato della coalizione (oltre agli attacchi ai terminali petroliferi sauditi) sono arrivati nel 2017 con l’assassinio di Saleh (dopo che questo su pressione congiunta USA-saudita aveva abbandonato il matrimonio di convenienza con Ansarullah) e nel 2021 con la rimozione del movimento yemenita dalla lista delle organizzazioni terroristiche da parte ancora una volta degli Stati Uniti (pur mantenendo intatto il regime sanzionatorio per i vertici del gruppo). L’obiettivo di Washington, in quel caso, era facilitare il processo di riavvio dei negoziati sul nucleare iraniano dopo il ritiro unilaterale dal precedente accordo attuato dall’amministrazione Trump (estremamente attiva nel sostegno alla campagna militare nello Yemen e nella strategia della “massima pressione” contro Tehran) ed evitare una eccessiva coesione Russia-Iran. Obiettivo che, ad oggi, sembra non esser stato raggiunto, viste le evidenti difficoltà nel dialogo seguite all’intervento diretto della Russia (parte integrante dell’accordo precedente) nel conflitto civile ucraino.

Il reinserimento degli Houthi all’interno della lista è arrivato nel gennaio del 2024 a seguito della campagna delle forze yemenite contro le navi mercantili dirette verso Eilat, nella Palestina occupata, come rappresaglia contro la pulizia etnica del regime sionista a Gaza (un’azione capace di ridurre del 85%, rispetto all’anno precedente, gli ingressi nel porto del Mar Rosso). Azione che (forse) ha rappresentato la prima reale sfida alla globalizzazione ed all’egemonia nordamericana  fondata sul controllo unilaterale dei flussi commerciali. Cosa che inserisce gli Houthi dello Yemen in quella lista di forze e Paesi (accusati di “revisionismo”) che mirano a ridisegnare un sistema internazionale di cui l’Occidente (e gli Stati Uniti in primis) si è fatto legislatore, giudice ed esecutore. Per tale motivo, suddetta azione è stata presentata dagli Stati Uniti come “attacco ed interruzione al commercio internazionale” (in realtà, ha interrotto semplicemente parte dei rifornimenti per l’entità sionista) e utilizzata per giustificare, oltre al sostegno alla causa genocida di Tel Aviv, una nuova aggressione a quella parte dello Yemen che ha a cuore la propria sovranità. Aggressione che, nuovamente, non ha portato alcun reale risultato strategico (nonostante le piuttosto imbarazzanti dichiarazioni di vittoria di Donald J. Trump), con gli Houthi che si dichiarano pronti a proseguire ed estendere la loro campagna di blocco ai principali porti ed aeroporti israeliani (in particolare, Haifa e Ben Gurion).

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