Indo-Pacific – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sun, 22 Feb 2026 21:35:20 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Indo-Pacific – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Larga vittoria del Partito Nazionalista del Bangladesh nelle elezioni parlamentari https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/larga-vittoria-del-partito-nazionalista-del-bangladesh-nelle-elezioni-parlamentari/ Sun, 22 Feb 2026 21:35:20 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890738 Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico

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La prima ministra Sheikh Hasina all’inizio di agosto 2024 è stata costretta a lasciare il potere e a rifugiarsi in India, nazione con la quale per altro ha contratto con eccessiva leggerezza nei suoi anni di governo cospicui debiti, i quali hanno anche in parte inficiato il fondamentale ruolo del Bangladesh quale alleato regionale della Cina e della Russia. Con lei al governo Mosca ha infatti collaborato al progetto della costruzione della centrale nucleare di Rooppur in fase di ultimazione e Pechino ha elevato i rapporti bilaterali a partenariato strategico, offrendosi anche di tutelare l’afflusso di acqua della parte finale del Brahmaputra, di pertinenza del Bangladesh prima di gettarsi nelle acque del golfo del Bengala, dalle prepotenze indiane, inopinatamente esercitate per via della costruzione della centrale idroelettrica più grande al mondo da parte cinese sul medesimo fiume, il quale nasce nel territorio tibetano chiamandosi Yarlung Tsangpo.

Certamente esistono problemi sociali legati a una vasta povertà che attanaglia almeno un terzo della popolazione, indigenza comunque difficile da superare anche in ragione di una popolazione di centottanta milioni di donne e uomini stretti in un territorio grande solo come due terzi dell’Italia.

Le difficoltà economiche hanno contribuito a incentivare le proteste popolari del 2024, al pari delle richieste indiane verso il governo di Dacca in quell’estate per convincerlo a non condannare i crimini sionisti commessi contro i palestinesi, fatto che ha molto inferocito i bengalesi, nella quasi totalità musulmani sunniti. Tuttavia il vero motivo delle manifestazioni di piazza, molto eterodirette dall’Occidente e in particolare da Londra e da Washington, è stato il tentativo di cercare di portare il Bangladesh verso un posizionamento antirusso e anticinese, sfruttando anche l’insediamento al governo, dopo la dipartita politica di Sheikh Hasina, di Muhammad Yunus, l’ottuagenario banchiere dei poveri, in realtà legato al potere britannico al punto da aver scelto l’Inghilterra come sua dimora da svariati anni.

Dopo un anno e mezzo dal sommovimento “colorato”, definito retoricamente dalla stampa occidentale “rivoluzione dei monsoni”, si sono finalmente organizzate le elezioni parlamentarti, le quale hanno lasciato trasparire durante la campagna elettorale molto poco gli eventuali posizionamenti internazionali dei contendenti, concentrati sui temi di politica interna, con un generalizzato impegno di tutte le forze politiche rispetto al rilancio del lavoro e dell’economica, contro la disoccupazione e per la tutela dell’ambiente, ampiamente degradato, anche in ragione della considerevole sproporzione tra numero dei cittadini e dimensione del territorio, così come da un’attività industriale totalmente disinteressata rispetto alle ricadute ambientali del funzionamento delle fabbriche.

I trecento seggi del parlamento unicamerale, scelti dal 60% dei centoventi milioni di elettori, ovvero settantacinque milioni di donne e uomini, molti i giovanissimi, recatisi giovedì 12 febbraio 2025 presso le urne sparse per tutta la nazione, fin nei villaggi più sperduti con una capillare volontà di promuovere la più larga partecipazione, con metà degli iscritti al voto tra i diciotto e i trentotto anni in ragione di una popolazione prepotentemente giovane e formata da famiglie numerose, si pensi che i minorenni sono un terzo dei bengalesi, ben sessanta milioni, hanno premiato due coalizioni: la prima strettasi intorno al Partito Nazionalista del Bangladesh guidato dall’intraprendente Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra bengalese Khaleda Zia, storica avversaria della Lega Popolare Bengalese, il partito di Sheikh  Hasina, privato ora del diritto di partecipazione al voto, ma forza politica fondamentale per la lotta d’indipendenza dal Pakistan, conseguita nel 1971. Khaleda Zia, già tre volte prima ministra, è scomparsa a fine dicembre con funerali celebrati l’ultimo giorno del 2025 alla presenza di una immensa e moltitudinaria partecipazione popolare. Al Partito Nazionalista del Bangladesh sono andati ben 211 parlamentari, ovvero una maggioranza non solo assoluta, ma superiore ai due terzi, quindi capace di poter proporre e votare agilmente modifiche costituzionali, che appunto necessitano di tale vincolo per essere approvate, un seggio a testa hanno poi conquistato  i tre dei partiti ad esso collegati in coalizione, Gono Odhikar Parishad, Ganosanhati Andolan e il Partito Jatiya del Bangladesh.

Tale schiacciante maggioranza relativizza di molto il contestuale referendum, proposto dal governo uscente di Muhammad Yunus e votato dagli elettori, approvato con un considerevole 68%, relativo a quattro complesse e rilevanti riforme costituzionali dedicate alla creazione di nuovi organi costituzionali, all’aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni, al rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario, all’introduzione di una camera alta chiamata ad affiancare il parlamento con il passaggio dunque al bicameralismo, infine l’introduzione di un limite di due mandati per il primo ministro, con una ripartizione di poteri tra il primo ministro e il presidente della Repubblica e una maggiore regolamentazione dell’attività dei partiti politici. Tali proposte di riforma infatti, prima di essere ratificate dal nuovo parlamento, potranno ulteriormente essere riviste dai deputati, purché da una maggioranza dei due terzi dei deputati, che in ogni caso il Partito Nazionalista del Bangladesh ha ottenuto.

L’altra grande coalizione giunta certo molto distanziata, ma seconda, è quella formatasi intorno al partito di ispirazione religiosa Bangladesh Jamaat-e-Islami, ovvero Associazione Islamica Bengalese, partito vietato durante i governi di Hasina, unitosi in particolare con il Partito Nazionale dei Cittadini fondato da Islam Nahid, uno dei giovani che hanno animato le proteste studentesche nell’estate del 2024. Shafiqur Rahman, attivo fin dai tempi della lotta per l’indipendenza, seppure il Bangladesh Jamaat-e-Islami non fosse in prima fila nel rivendicarla, anzi  si fosse compromesso in quel tempo con i pakistani, è il massimo esponente del partito, capace di raccogliere grandi consensi perché chiede maggiori tutele per le donne, con una riduzione dell’orario lavorativo da otto a cinque ore giornaliere per di più con il recupero salariale compensativo delle tre ore a carico dello stato, anteponendo più in generale il rispetto delle leggi desumibili dall’Islam, piuttosto che una smaccata subalternità agli interessi del capitalismo transnazionale, feroce sfruttatore della manodopera femminile nelle fabbriche tessili bengalesi, tra le prime al mondo nella produzione di indumenti di cotone, tanto che questo settore garantisce l’85% dei ricavi totali dell’esportazione.

Shafiqur Rahman ha girato in lungo e in largo ogni contrada del Bangladesh, sostenuto da fervorosi sostenitori che lo hanno sempre accolto al grido di “Inghilab Zindabad!”, ovvero “Lunga vita alla Rivoluzione!”. Il Bangladesh Jamaat-e-Islami ha raccolto un terzo dei consensi e ottenuto sessantotto seggi, i ragazzi del Partito Nazionale dei Cittadini solo il 3% e sei deputati, nella stessa coalizione due seggi vanno al Bangladesh Khelafat Majlis e uno al Khelafat Majlis, per un totale di settantasette rappresentanti di questa alleanza elettorale. Nove deputati sono stati eletti da altre piccole formazioni politiche e i restanti cinquanta seggi verranno attribuiti a donne rappresentative delle realtà sociali e associative bengalesi, al fine di garantire una voce di rilievo dentro il consesso legislativo al mondo femminile, le candidate infatti sono state pochissime, meno del 4% e le elette ancor meno numerose, solo la coalizione di socialisti e comunisti  del Fronte Unito Democratico aveva in lista un terzo di donne, ma non ha ottenuto alcun seggio.

Interessante registrare un duplice dato, il clima generale è stato ovunque di festa collettiva, anche con canti e balli davanti ai seggi in onore dell’espressione democratica, tuttavia nel novero degli astenuti vanno considerati i sostenitori della Lega Popolare Bengalese, nota come Lega Awami, partito come detto già decisivo nella conquista dell’indipendenza nel 1971 e a cui appartiene la passata prima ministra Sheikh Hasina, una forza politica che annovera certamente, alla luce dei risultati, almeno un quinto dei consensi popolari.

La forzata estromissione dalla competizione elettorale della Lega Popolare Bengalese mostra una volontà escludente che alla luce dei risultati non sarebbe risultata decisiva, se non nel far mancare la maggioranza dei due terzi ai nazionalisti, ma probabilmente non avrebbe intaccato la loro possibilità di ottenere la metà più uno dei parlamentari. Tale atteggiamento poco democratico ha offerto tuttavia alla esiliata Sheikh Hasina l’opportunità di definire la competizione illegale e incostituzionale.

Il nuovo governo si dovrà occupare della povertà, dei salari la cui crescita nell’ultimo biennio è al 2%, ovvero un terzo di quella del prodotto interno lordo, così come degli almeno quindici milioni di bengalesi sparsi nel mondo, i quali tuttavia sono anche fondamentali, perché le loro rimesse, ben oltre trenta miliardi di dollari nel 2025, hanno garantito la tenuta contabile del Bangladesh, in quest’occasione è stato loro permesso di votare, ma solo 770mila si sono registrati e hanno ricevuto la scheda elettorale tramite la posta, di questi 240mila in Arabia Saudita, seguiti dai bengalesi residenti in Malesia e Qatar.

I nazionalisti in campagna elettore hanno proposto di attrarre investimenti esteri e di incentivare la formazione di piccole e medie industrie, senza tuttavia specificare come e in che modo, così come hanno promesso un allargamento della sanità pubblica e un dispiegamento di risorse per l’istruzione. Presto verrà per loro il tempo di dimostrare il concreto impegno rispetto alle attese che hanno suscitato.

Da Pechino e da Washington, così come da molte altre cancellerie, sono giunti i complimenti ai vincitori della competizione elettorale, tuttavia gli auguri della Casa Bianca nei confronti di Tarique Rahman, che si appresta a diventare il primo ministro del Bangladesh, celano il solito atteggiamento aggressivo e imperialista, Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico. In effetti non sono ancora chiari gli indirizzi e gli orientamenti in politica estera che verranno assunti dal nuovo governo bengalese, così, pensano probabilmente a Washington, meglio agire con una esplicita quanto malevola ingerenza preventiva.

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L’ucrainizzazione di Taiwan https://strategic-culture.su/news/2026/02/21/lucrainizzazione-di-taiwan/ Sat, 21 Feb 2026 16:30:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890709 Uno “scudo di silicio” in grado di mantenere costantemente acceso l’interesse degli Stati Uniti ​​a impedire la riunificazione di Taiwan con la Repubblica Popolare Cinese.

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Lo scorso 15 gennaio, Stati Uniti e Taiwan hanno raggiunto un accordo commerciale che impegna le aziende dell’isola a investire in territorio statunitense fino a 250 miliardi di dollari in settori critici come semiconduttori, energia e intelligenza artificiale. Come contropartita, gli Stati Uniti accettano di abbassare i dazi dal 20 al 15%, di concedere agevolazioni fiscali per le aziende taiwanesi che delocalizzano, di assicurare forniture energetiche e flussi di capitale incentrati sui settori dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e della difesa. L’intesa vincola inoltre il governo di Taipei a fornire garanzie di credito per incentivare ulteriori investimenti nella filiera statunitense dei semiconduttori per altri 250 miliardi di dollari.

La sola Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (Tsmc), leader mondiale nel settore dei semiconduttori, si accollerà un onere finanziario da 100 miliardi di dollari per la costruzione di quattro impianti preposti alla fabbricazione di microchip, aggiuntivo al programma da 65 miliardi concordato con l’amministrazione Biden per la costruzione di quattro stabilimenti.

Nel dettaglio, l’accordo siglato tra Washington e Taipei autorizza le aziende taiwanesi a esportare volumi predefiniti di semiconduttori negli Stati Uniti esenti da dazi durante la fase di realizzazione dei complessi produttivi. Una volta ultimata la costruzione degli impianti, i dazi si applicheranno su una quota maggiore di importazioni di microchip taiwanesi.

Gli Stati Uniti e Taiwan, recita il comunicato ufficiale pubblicato dal Dipartimento del Commercio di Washington, «creeranno sul suolo statunitense parchi industriali di livello mondiale per rafforzare l’infrastruttura industriale americana e posizionare gli Stati Uniti come centro globale per la tecnologia di nuova generazione, la produzione avanzata e l’innovazione».

A Washington, per di più, si regista ormai da almeno un decennio un consenso bipartisan attorno alla tesi secondo cui il predominio di Taiwan nel settore dei semiconduttori costituisce una vulnerabilità pericolosissima per la sicurezza nazionale. Specialmente alla luce del drastico ridimensionamento della quota statunitense nella produzione globale di wafer di silicio, crollata dal 37 a meno del 10% tra il 1990 e il 2024.

Gli stabilimenti di Tsmc e delle altre grandi aziende dell’isola specializzate nella produzione di chip si concentrano ad appena 150 km di distanza dalla Cina continentale, che attraverso un “semplice” blocco navale potrebbe interrompere il flusso di semiconduttori taiwanesi verso i mercati mondiali paralizzando le filiere tecnologiche occidentali. Le ricadute sui sistemi militari e sulle infrastrutture critiche degli Stati Uniti e dei loro alleati si rivelerebbero devastanti.

Le autorità di Taipei hanno sempre considerato questa criticità strutturale come una carta vincente a proprio vantaggio: uno “scudo di silicio” in grado di mantenere costantemente acceso l’interesse degli Stati Uniti ​​a impedire la riunificazione di Taiwan con la Repubblica Popolare Cinese.

Senonché, conformemente alle indicazioni contenute all’interno del cosiddetto “Piano Miran” che suggerisce di associare all’imposizione dei dazi la minaccia di rimozione dell’ombrello militare come leva negoziale nei confronti degli alleati, il segretario al Commercio Howard Lutnick ha specificato che la rigorosa osservanza di Taipei ai termini dell’accordo rappresenta un requisito fondamentale per conservare il favore dell’amministrazione Trump.

L’obiettivo consiste nel «portare il 40% dell’intera catena di approvvigionamento e produzione di Taiwan in… America», entro il termine del mandato presidenziale di Trump (2028). In caso di inadempienza da parte di Taipei, «i dazi statunitensi verranno portati con ogni probabilità al 100%», ha assicurato Lutnick.

Ma c’è di più. I taiwanesi «devono far contento il nostro presidente, giusto? Perché il nostro presidente è la chiave per proteggere Taiwan», ha dichiarato il segretario al Commercio nel corso di un’intervista rilasciata alla «Cnbc».

La ragione per cui i taiwanesi hanno assunto questo «colossale impegno di onshoring a beneficio degli Stati Uniti» risiede proprio nel fatto che «Donald Trump è vitale per proteggerli. E quindi vogliono far contento il nostro presidente», ha precisato Lutnick.

Il mese precedente, l’amministrazione Trump aveva annunciato la finalizzazione di un contratto per la vendita di materiale militare a Taiwan per un controvalore di 11,1 miliardi di dollari. Se approvata dal Congresso, dove Taiwan beneficia di un supporto trasversale, si tratterebbe della più imponente fornitura di armi mai accordata dagli Stati Uniti all’isola, comprensiva di sistemi missilistici Himars, missili Atacms (420 unità), obici, missili anticarro Javelin, droni e componenti per altri sistemi d’arma.

A riprova, si legge nel comunicato diramato dal Ministero della Difesa di Taipei, che «gli Stati Uniti continuano ad assistere Taiwan nel mantenere sufficienti capacità di autodifesa e nel costruire rapidamente un forte potere deterrente e sfruttare i vantaggi della guerra asimmetrica, che costituiscono la base per il mantenimento della pace e della stabilità regionale».

In una serie di dichiarazioni separate che elencavano i dettagli dell’accordo, il Dipartimento di Stato ha specificato che le consegne di materiale militare a Taiwan tutelano gli interessi nazionali, economici e di sicurezza degli Stati Uniti, perché sostengono i continui sforzi profusi dall’isola per modernizzare le sue forze armate e mantenere una capacità difensiva credibile.

L’assistenza a Taiwan risulta coerente con il contenuto della National Defense Strategy, che identifica nella regione dell’Indo-Pacifico la “seconda linea” operativa, in cui promuovere una «deterrenza nei confronti della Cina attraverso la forza», evitando il confronto diretto. «L’Indo-Pacifico – recita il documento – rappresenterà presto più della metà dell’economia globale. La sicurezza, la libertà e la prosperità del popolo americano sono quindi direttamente collegate alla nostra capacità di commerciare e interagire da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico. Se la Cina – o chiunque altro – dominasse questa vasta e cruciale regione, si porrebbe nelle condizioni di impedire l’accesso degli Stati Uniti al centro di gravità economico mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche della nostra nazione, inclusa la nostra capacità di reindustrializzarci».

Ne consegue che, sotto l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti «adotteranno le misure necessarie a mantenere una solida difesa di negazione lungo la prima catena di isole. Collaboreremo inoltre a stretto contatto con i nostri alleati e partner nella regione per incentivarli e consentirgli di fare di più per la nostra difesa collettiva. Attraverso questi sforzi, chiariremo che qualsiasi tentativo di aggressione contro gli interessi statunitensi fallirà».

Mentre si impegna ad erigere una solida difesa di negazione lungo la prima catena di isole, «il Dipartimento della Guerra garantirà che gli Stati Uniti dispongano sempre la capacità di condurre attacchi e operazioni devastanti contro obiettivi in ​​qualsiasi parte del mondo, anche direttamente dalla patria, fornendo così al presidente una flessibilità e un’agilità operative senza pari».

Nella visione del Pentagono, occorre che Taiwan si faccia carico di investimenti commisurati agli obiettivi dichiarati.

«Il nostro Paese continuerà a promuovere le riforme nel settore della difesa, a rafforzare la resilienza difensiva dell’intera società, a dimostrare grande determinazione e a salvaguardare la pace attraverso la forza», ha dichiarato Karen Kuo, portavoce dell’ufficio presidenziale di Taiwan.

A novembre, il presidente Lai Ching-te aveva annunciato uno stanziamento supplementare al bilancio della difesa di 40 miliardi di dollari per il periodo 2026-2033, finalizzato alla realizzazione di una rete di difesa aerea multistrato denominata T-Dome e destinata a rafforzare la posizione difensiva di Taiwan nei prossimi otto anni.

Lai ha spiegato che il T-Dome fornirà una difesa aerea a bassa, media e alta quota, integrando l’intelligenza artificiale per migliorare il rilevamento e il processo decisionale e consolidando così la capacità di Taiwan di individuare con il dovuto tempismo le minacce per proteggere le risorse militari, le infrastrutture critiche e i civili.

Il presidente taiwanese ha sottolineato che «non c’è spazio per compromessi sulla sicurezza nazionale».

Resta da verificare a quale specifica visione di “sicurezza nazionale” l’esecutivo di Taipei faccia riferimento per elaborare una coerente dottrina operativa.

La questione assume una rilevanza particolare alla luce delle indiscrezioni pubblicate dalla stampa taiwanese, secondo cui Taipei starebbe pianificando lo schieramento di sistemi di Himars equipaggiati con missili balistici Atacms sulle isole Penghu e Dongyin, così da estendere il raggio d’azione di Taiwan ben oltre la linea mediana dello Stretto di Taiwan. Tra i potenziali obiettivi figurano gli snodi logistici, gli scali portuali, gli aeroporti e le basi missilistiche dell’Esercito Popolare di Liberazione situati nelle province cinesi di Fujian e Zhejiang.

Oltre che sugli Atacms, le forze armate taiwanesi possono contare sui missili da crociera a lungo raggio Hsiung Feng II-E e Hsiung Falcon (da 300 a 1.000 km di gittata), nonché sul missile da crociera ad alta quota e ad alta velocità Yun Feng. A dispetto della sua semi-obsolescenza, anche il missile da crociera di fabbricazione statunitense Harpoon risulta impiegabile per sferrar attacchi di precisione contro obiettivi costieri sulla Cina continentale.

Le fonti raggiunte dalle maggiori testate taiwanesi sostengono che la precisione di tiro degli Himars da installare presso le isole Penghu e Dongyin verrebbe affinata attraverso l’integrazione di droni di fabbricazione statunitense Mq-9B SeaGuardian e di droni Teng Yun, sviluppati a livello domestico. Questi velivoli ad elevata autonomia condurrebbero ricognizioni ad alta quota lungo le coste cinesi, trasmettendo coordinate precise dei bersagli da colpire tramite il Tactical Mission Network.

Il sistema di comando e controllo integrato assicurerebbe resoconti in tempo reale della situazione sul campo di battaglia.

L’esercito taiwanese prevede inoltre di ricavarsi un’ampia rete di tunnel sotterranei rinforzarti in cui celare sistemi di fuoco automatizzati collegati alle relative batterie missilistiche, che emergerebbero in superficie soltanto per sparare prima di inabissarsi nuovamente. Lo specifico dispiegamento di forze immaginato dallo Stato Maggiore di Taipei è deliberatamente rivolto a complicare per quanto possibile il rilevamento degli obiettivi da parte dei satelliti e dei radar dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Lo Stato Maggiore delle forze armate taiwanesi ha spiegato che l’idea di impiantare sistemi missilistici a un tiro di schioppo dalle coste cinesi nasce dall’esigenza di incrementare la deterrenza alla luce delle sempre più frequenti esercitazioni di sbarco anfibio condotte dall’Esercito Popolare di Liberazione.

Ciononostante, il dispiegamento di missili balistici taiwanesi nelle isole Penghu e Dongyin si configurerebbe come un’escalation senza precedenti, non tanto perché destinata a porre rilevantissimi obiettivi militari e industriali cinesi nel raggio d’azione di Taipei, quanto alla luce del crescente coinvolgimento statunitense.

Lo scorso gennaio, il Ministero della Difesa della Repubblica di Cina ha istituito il Joint Firepower Coordination Centre (Jfcc) , in conseguenza del netto aumento della potenza di fuoco a disposizione dovuto alle importazioni su larga scala di materiale militare dagli Stati Uniti. Impiantato presso il Campo Boai di Taipei, il Jfcc si occupa di coordinare gli schieramenti asimmetrici di potenza di fuoco tra i vari rami delle forze armate taiwanesi con il supporto di personale straniero, a partire proprio da quello statunitense.

Secondo quanto riportato da «Military Watch Magazine», l’istituzione del Jfcc «prevede la fornitura di assistenza e supervisione da parte degli Stati Uniti nell’utilizzo degli arsenali missilistici e consente alle forze della Repubblica di Cina di ricevere informazioni di intelligence dal Joint Digital Firepower System statunitense».

Soprattutto, «consente alle forze statunitensi di selezionare obiettivi e finalizzare piani di attacco congiuntamente alle forze locali, consentendo potenzialmente di colpire in modo cinetico obiettivi strategici come infrastrutture critiche e centri di ricerca in settori tecnologici che il mondo occidentale ha cercato di soffocare attraverso sanzioni economiche».

La situazione descritta da «Military Watch Magazine» presenta diversi punti di contatto con quella tratteggiata nell’aprile dello scorso anno dal «New York Times», che basandosi sulle confidenze rese da centinaia di funzionari sia statunitensi che ucraini era giunto alla conclusione che il Pentagono, la Nato e gli apparati di intelligence occidentali rappresentavano la «spina dorsale delle operazioni militari ucraine» contro la Russia.

Si pensi a Dragon, la task force formata da ufficiali ucraini e della Nato che aveva come centro di comando la base statunitense di Wiesbaden, in Germania, e si fondava su una «partnership in materia di intelligence, strategia, pianificazione e tecnologia i cui meccanismi interni erano visibili solo a una ristretta cerchia di funzionari americani e alleati», e destinata ad affermarsi come «l’arma segreta in quello che l’amministrazione Biden ha definito come uno sforzo necessario a salvare l’Ucraina e proteggere l’ordine impostosi a partire dal secondo dopoguerra».

Questo strettissimo rapporto di collaborazione era andato sviluppandosi attorno alla relazione speciale, basata sulla fiducia reciproca, instaurata tra il generale ucraino Mykhaylo Zabrodskyi e lo statunitense Christopher Donahue, a capo del 18° corpo aviotrasportato. Ogni mattina, ufficiali ucraini e statunitensi si riunivano per designare i bersagli più redditizi, definiti “punti di interesse” allo scopo di evitare qualsiasi ammissione di coinvolgimento diretto statunitense nel conflitto. Tutti i successi ottenuti, dall’affondamento della Moskva al bombardamento del quartier generale della 58° armata, passando per la distruzione del deposito di munizioni di Toropets, sarebbero da ricondurre agli Stati Uniti e ai loro principali partner integrati nella Nato sia quanto a designazione dell’obiettivo, sia in materia di determinazione delle modalità operative da impiegare. Lo si evince da quanto confidato al quotidiano statunitense da un alto funzionario dell’intelligence europea, il quale ha spiegato di essere rimasto sorpreso dal livello di coinvolgimento dei suoi colleghi dell’Alleanza Atlantica nella «catena di morte» ucraina.

L’idea di fondo consisteva nel trasformare il rapporto di collaborazione istituito sotto la supervisione di Zabrodskyi e Donahue nel motore pulsante dello sforzo bellico sostenuto dall’Ucraina, da sfruttare come “testuggine” per sferrare un colpo decisivo alla Russia nell’ambito di un esperimento bellico che si proponeva di innovare l’approccio adottato in Afghanistan e in Iraq, verso un modello di guerra a distanza – o per procura.

Le analogie tra il teatro ucraino e quello che va delineandosi a Taiwan non sono sfuggite alle autorità di Pechino. «Di fronte all’Esercito Popolare di Liberazione, le forze armate indipendentiste di Taiwan sono come una formica che cerca di scuotere un albero gigante, sovrastimando enormemente le proprie capacità», ha dichiarato il portavoce del Ministero della Difesa cinese Jiang Bin.

Un attacco con armi di fabbricazione statunitense, ha specificato Jiang, innescherebbe una risposta schiacciante volta all’annientamento degli aggressori.

Pechino ha anche rivolto aspre critiche all’amministrazione Trump per aver formalizzato l’accordo da 11,1 miliardi di dollari relativo alla vendita di materiale bellico a Taiwan, qualificando l’intesa come una grave violazione della sua sovranità e un segnale pericoloso per le forze separatiste.

Dichiarazioni dello stesso tenore sono state formulate dal portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan Chen Binhua, secondo cui l’accordo tra Washington e Taipei rappresenta una «flagrante ingerenza negli affari interni della Cina», che infrange il principio di “una sola Cina” oltre che le disposizioni contenute all’interno di tre comunicati congiunti Cina-Stati Uniti attraverso cui la parte statunitense si impegnava a ridurre gradualmente le forniture di armi a Taiwan.

Chen ha anche rimproverato il Partito Progressista Democratico di «perseguire ostinatamente l’indipendenza» affidandosi agli Stati Uniti e ricorrendo a mezzi militari, con conseguente trasformazione di Taiwan in una «polveriera e in un arsenale» che rischia di provocare «una enorme calamità» per il popolo taiwanese.

Il portavoce dell’ambasciata cinese a Washington Liu Pengyu ha esortato le autorità statunitensi a «revocare immediatamente il “cosiddetto accordo” [per la vendita di armi a Taiwan, nda], e a piantarla di inviare segnali sbagliati alle forze separatiste di Taiwan, altrimenti tutte le conseguenze saranno a carico degli Stati Uniti».

Anche l’accordo commerciale siglato tra Washington e Taipei verso la metà di gennaio è stato oggetto di pesanti rilievi cinesi. Il governo di Pechino lo considera non soltanto una provocazione e l’ennesima ingerenza statunitense nei propri affari interni, ma anche un compromesso politico dagli effetti economicamente catastrofici per Taiwan. Nello specifico, Pechino ha definito l’intesa come un “patto di svendita” della floridissima industria taiwanese dei semiconduttori, oltre che «una capitolazione del Partito Progressista Democratico di fronte alla prepotenza economica» dell’amministrazione Trump, che «mette a repentaglio lo sviluppo industriale e il benessere del popolo di Taiwan».

La reazione cinese si è declinata anche in ambito militare. Lo scorso dicembre, l’Esercito Popolare di Liberazione ha condotto le esercitazioni Justice Mission 2025, nel cui ambito le forze terrestri, aeree, marittime e missilistiche inquadrate nel Comando del Teatro Orientale hanno circondato Taiwan e simulato blocchi navali sia dell’isola che di suoi atolli periferici, così da rafforzare la deterrenza multidimensionale e porsi nelle condizioni di contrastare efficacemente e un potenziale intervento degli Stati Uniti.

«Si tratta di un severo monito contro le forze separatiste anelanti all’“Indipendenza di Taiwan” e le interferenze esterne, oltre che di un’azione legittima e necessaria per salvaguardare la sovranità e l’unità nazionale della Cina», ha affermato il portavoce del Comando del Teatro Orientale Shi Yi.

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The friendship between China and ASEAN could redefine the geopolitics of the Far East https://strategic-culture.su/news/2026/02/15/the-friendship-between-china-and-asean-could-redefine-geopolitics-of-far-east/ Sun, 15 Feb 2026 10:00:40 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890606 China cannot ignore the marked American presence in the area, so it will have to carefully consider each step in order to defuse possible tampering and establish genuine cooperation aimed at shared success, with a view to a peaceful future.

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The ship of friendship

China and ASEAN have established themselves as an element of stability in a turbulent world, where power is increasingly fragmented and rivalries are on the rise. Despite regional tensions, mistrust, and the recent increase in militarization, their relationship has remained solid, supported by economic pragmatism, constant institutional dialogue, and cooperation aimed at the equitable distribution of benefits. The “ship of friendship,” evoked by both sides in recent years, is not just a diplomatic slogan, but represents a flexible and resilient system of regional cooperation, with implications for an increasingly polarized world order.

The path has not been without difficulties. Maritime tensions in the South China Sea, political differences, and external pressures have tested mutual trust. However, China and ASEAN have demonstrated institutional capacity in separating disputes from broader strategic objectives. The negotiations for a Code of Conduct, while complex and imperfect, testify to this pragmatic approach: the focus is on conflict management rather than ideal solutions. It is diplomacy based not on idealism, but on a shared strategic maturity.

Economically, the partnership has had a transformative impact. China has been ASEAN’s main trading partner for over ten years, and ASEAN has become China’s largest trading bloc, surpassing the European Union. The entry into force of the Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), the world’s largest free trade agreement, further strengthens this interdependence at a time when protectionism is growing elsewhere. The fact that China operates through ASEAN-led institutions, rather than circumventing them, reinforces regional centrality and institutional complementarity. Cooperation has also yielded concrete results in the infrastructure sector.

The China-Laos railway, the modernization of ports in Malaysia and Indonesia, and industrial parks in Thailand and Cambodia are tangible examples of physical connectivity. Despite some controversy, these projects address key challenges for ASEAN’s development: high intra-regional trade costs, logistical shortcomings, and the need for industrial modernization. The challenge now is to make this connectivity sustainable, inclusive, and transparent.

The evolution of the Belt and Road Initiative, with a greater focus on “smaller and more targeted” projects, suggests a growing sensitivity to public opinion. In reality, this is not a one-way relationship. ASEAN has maintained the partnership on its own terms, safeguarding its strategic autonomy and avoiding taking sides in the competition between major powers, in favor of multilateralism.

The “centrality of ASEAN,” while an intangible concept, carries significant weight because it guides the debate and contains external ambitions. China has adapted to this format, preferring to interact through ASEAN-promoted bodies such as the East Asia Summit and the ASEAN Regional Forum. Soft power also plays a crucial role in this relationship.

People-to-people exchanges have intensified thanks to student programs, media cooperation, cultural events, and tourism promotion, helping to keep security issues in the background. The growing popularity of Chinese and Southeast Asian films, music, and cuisine in their respective markets testifies to a mutual familiarity that formal diplomacy could hardly create. It is precisely these people-to-people relationships that keep the “ship of friendship” afloat when political relations go through difficult times. However, there are reservations, especially from some ASEAN members, about possible over-dependence on China in strategic and infrastructure sectors.

Concerns about debt sustainability, environmental impact, and workers’ conditions remain sensitive issues. Western powers, for their part, view the region’s rapprochement with Beijing with apprehension, interpreting ASEAN’s balancing strategy as alignment rather than thoughtful pluralism. The long-term strength of the China-ASEAN relationship will depend on the ability to avoid this binary logic. It is not based on rigid alignment, but on a balance based on mutual accommodation.

In a global context marked by new divisions and declining confidence in traditional multilateralism, the relationship between China and ASEAN offers an interesting, albeit imperfect, model of regional cooperation. It demonstrates that openness and competition can coexist; that connectivity and sovereignty are not necessarily at odds; and that cooperation can thrive even without political uniformity.

The “ship of friendship” is not sailing toward a utopia, but continues its journey guided by common interest and anchored in mutual respect. In an era of division and turbulent waters, this is already a path worth taking.

Ethnic, historical, and cultural continuity

Relations between China and Southeast Asia, moreover, are not limited to the contemporary political-economic dimension, but are rooted in a historical, cultural, and ethnographic fabric that has been layered over more than two millennia. The ethnographic similarities between the two areas are the result of migratory movements, trade, religious diffusion, and processes of cultural hybridization that have progressively built an interconnected space along the land and sea routes of East and Southeast Asia.

From an anthropological point of view, a first element of continuity is represented by the spread of populations of Sino-Tibetan and Tai-Kadai linguistic origin. The Tai peoples, now the majority in Thailand and Laos, are generally believed to have originated in the southern regions of China, particularly Yunnan and Guangxi, from where they gradually migrated between the 8th and 13th centuries AD. These movements are attested to both by Chinese sources from the Tang dynasty (618–907) and by comparative linguistic evidence. Similarly, the Zhuang peoples of Guangxi share linguistic and cultural affinities with the Tai groups of mainland Southeast Asia, highlighting an ethnographic continuity that predates the formation of the current nation states.

A further connecting element is the Chinese diaspora in Southeast Asia, one of the most significant migratory phenomena in Asian history. Already during the Han dynasty (206 BC–220 AD), there were maritime trade contacts with the kingdoms of Southeast Asia, but it was mainly between the 10th and 15th centuries, under the Song (960–1279) and Ming (1368–1644) dynasties, that Chinese communities began to settle permanently in the region’s ports. The expeditions of Admiral Zheng He (1405–1433), which visited Malacca, Java, and Sumatra, represent a symbolic moment in this interaction. By the 19th century, with European colonial expansion and the integration of Southeast Asia into the global economy, Chinese migration accelerated significantly: between 1850 and 1930, millions of Chinese, mainly from Guangdong and Fujian, settled in Malaysia, Singapore, Indonesia, Thailand, and Vietnam (it is estimated that over 30 million people of Chinese origin reside in Southeast Asia, constituting one of the most important diasporas in the world).

Culturally, the similarities are evident in religious practices and value systems. Although not a religion in the strict sense, Confucianism has profoundly influenced the Vietnamese elite since the era of Chinese domination (111 BC–939 AD). The imperial examination system, introduced in Vietnam in 1075 under the Lý dynasty, was modeled on the Chinese system and helped to structure a bureaucratic class inspired by Confucian principles. Buddhism, which spread from China to Southeast Asia alongside flows from India, also fostered cultural convergence: Mahāyāna Buddhism, dominant in China, had a significant presence in Vietnam, while in areas such as Thailand and Myanmar, the Theravāda tradition established itself, while maintaining doctrinal and iconographic exchanges with the Chinese world.

Ritual practices, ancestor worship, and certain forms of family organization represent further points of contact. In many Sino-Southeast Asian communities, especially in the urban societies of Malaysia and Singapore, a syncretic combination of Chinese traditions, local beliefs, and Islamic or Christian influences can be observed. This syncretism reflects a process of cultural adaptation that has not erased common roots but has reworked them in plural contexts.

Historical affinities can also be found from an economic and social perspective. Chinese merchant networks in Southeast Asia have historically functioned through clans, dialect associations, and family ties, structures that find correspondences in local forms of community organization. During the British colonial period, for example, the Chinese kongsi in West Borneo (18th–19th centuries) were truly autonomous political and economic entities, demonstrating a capacity for integration and self-government that influenced the regional balance of power.

No less significant are the genetic and material interactions documented by archaeology. Chinese ceramic finds at sites in northern Vietnam and the Malay Peninsula, dating back to the Tang and Song periods, attest to the circulation of goods and technologies. Similarly, agricultural techniques such as intensive rice cultivation in complex irrigation systems show parallels between the Yangtze basin and the Mekong and Chao Phraya plains, suggesting transfers of agronomic knowledge.

Redefining regional maps, or zones of influence

Let us now translate all this into political terms. China is well aware that its regional location forces it to secure stable and well-established hegemony, which is why the shift towards ASEAN is part of the implementation of its security strategy.

The ethnographic similarities between China and Southeast Asia are not the product of a simple unidirectional influence, but rather the result of a long history of mutual interaction, migration, and adaptation. The long history of ties, brotherhood, but also local conflicts is an excellent common ground for discussion for the construction of shared projects. The current tone of diplomacy and the shared interest in national protection and security against Western aggression guarantee the possibility of a courageous alliance. Of course, China cannot ignore the marked American presence in the area, especially in Taiwan and the Strait of Malacca, so it will have to carefully consider each step in order to defuse possible tampering and establish genuine cooperation aimed at shared success, with a view to a peaceful future.

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Indonesia, terremoto finanziario indotto https://strategic-culture.su/news/2026/02/08/indonesia-terremoto-finanziario-indotto/ Sun, 08 Feb 2026 09:40:12 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890470 Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro

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Bufera sui mercati indonesiani. Venerdì 30 gennaio, il presidente dell’Autorità per i Servizi Finanziari (OJK), Mahendra Siregar, si è dimesso insieme ad altri tre alti funzionari, tra cui il vicepresidente Mirza Adityaswara e il responsabile dei mercati dei capitali Inarno Djajadi. Poche ore prima aveva lasciato l’incarico anche il CEO della Borsa indonesiana, Iman Rachman, dichiarando: “Come forma di responsabilità” per quanto accaduto. Mai prima d’ora le istituzioni finanziarie indonesiane avevano perso i propri vertici in modo così rapido e pubblico.

Il tracollo, che ha cancellato circa 80 miliardi di dollari di capitalizzazione in soli due giorni, è stato innescato dalle preoccupazioni espresse dalla Morgan Stanley Capital International (MSCI) sulla trasparenza nella proprietà azionaria e nelle pratiche di trading delle società indonesiane. Un colpo durissimo per un’economia che negli ultimi anni aveva cercato di consolidare la propria posizione tra i mercati emergenti più promettenti del Sud-Est asiatico.

La scintilla: l’allarme di Morgan Stanley

Il 28 gennaio scorso Morgan Stanley ha infatti avvertito che avrebbe potuto declassare l’Indonesia da “mercato emergente” a “mercato di frontiera”, causando così un crollo del 7,4% dell’indice Jakarta Composite in un solo giorno, il peggiore in oltre nove mesi. Il tutto ha colto gli investitori di sorpresa, provocando una fuga di capitali stranieri che ha ulteriormente accelerato la spirale negativa.

“Se le autorità indonesiane non miglioreranno la trasparenza del mercato entro maggio 2026, Morgan Stanley potrebbe ridurre il peso delle azioni indonesiane nel proprio indice dei mercati emergenti o procedere con il declassamento”, ha precisato una delle più famose banche d’affari statunitensi. Un declassamento a “mercato di frontiera” comporterebbe conseguenze devastanti: fondi pensione e investitori istituzionali che seguono gli indici MSCI sarebbero costretti a vendere le proprie posizioni in azioni indonesiane, innescando un’ulteriore ondata di vendite e riducendo drasticamente gli afflussi di capitale estero.

Le criticità sollevate da MSCI riguardano principalmente la mancanza di chiarezza nelle strutture proprietarie delle società quotate, con partecipazioni incrociate e catene di controllo opache che rendono difficile identificare i reali beneficiari ultimi. Inoltre, sono emerse preoccupazioni sulle pratiche di trading, con sospetti di manipolazione dei prezzi e insufficiente protezione degli azionisti di minoranza.

Le dimissioni e la risposta del governo

Il ministro delle Finanze Purbaya Yudhi Sadewa ha definito le dimissioni “positive, come forma di responsabilità per i problemi emersi in Borsa”, attribuendo la colpa di non aver dato seguito alle richieste di chiarimento di MSCI.

Le autorità governative hanno promesso riforme immediate: raddoppio del requisito minimo di flottante al 15% dal 7,5% e maggiori controlli sulle strutture proprietarie. Si tratta di interventi che mirano a rendere il mercato azionario indonesiano più accessibile agli investitori internazionali e a garantire una maggiore liquidità. Tra le altre misure allo studio, l’introduzione di obblighi più stringenti di disclosure per i maggiori azionisti e sanzioni più severe per le violazioni delle normative di mercato.

Tuttavia, lunedì 3 febbraio le azioni indonesiane hanno perso un ulteriore 6%, dimostrando che il cambio ai vertici e le promesse di riforma non hanno ancora convinto i mercati. Gli investitori sembrano attendere segnali più concreti prima di rientrare in posizione, mentre la volatilità continua a caratterizzare le sessioni di trading. Le autorità indonesiane hanno tenuto un incontro online con la banca d’affari statunitense per discutere le richieste di maggiore trasparenza, ma i dettagli dell’incontro non sono stati resi pubblici.

Il contesto geopolitico: Indonesia tra BRICS e pressioni USA

La crisi finanziaria dell’Indonesia s’inserisce in un contesto di crescenti tensioni internazionali. L’Indonesia è entrata nei BRICS come membro a pieno titolo un anno fa, una decisione strategica che Jakarta ha preso per diversificare le proprie alleanze economiche e ridurre la dipendenza dall’Occidente. L’adesione ai BRICS rappresenta per l’Indonesia un’opportunità di accedere a nuove forme di cooperazione finanziaria, tra cui la New Development Bank e possibili accordi commerciali in valute alternative al dollaro.

Jakarta è già soggetta a dazi del 32% da parte degli Stati Uniti sulle proprie esportazioni a partire da agosto. Se Washington procederà con un’ulteriore tariffa del 10% sui membri BRICS, le esportazioni indonesiane verso gli USA affronterebbero una barriera commerciale del 42%. Una cifra che renderebbe molti prodotti indonesiani non competitivi sul mercato americano, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per settori chiave come il tessile, l’elettronica e le materie prime.

Il Segretario di Stato, Prasetyo Hadi, ha dichiarato che Jakarta è pronta ad accettare le conseguenze della sua decisione di aderire ai BRICS: “Vediamo questo come parte delle conseguenze dell’adesione, e dovremo affrontarle”. Una dichiarazione che esprime determinazione ma anche consapevolezza delle sfide che attendono il paese. L’Indonesia si trova infatti in una posizione delicata: da un lato cerca di mantenere relazioni economiche con l’Occidente, dall’altro vuole approfondire i legami con i paesi BRICS per garantirsi maggiore autonomia strategica.

La guerra economica USA-BRICS e il ruolo dell’Indonesia

È chiaro però che l’ingresso di Jakarta nel gruppo ha posizionato l’Indonesia al centro della cosiddetta “guerra economica” degli USA contro i BRICS, un blocco percepito da Washington come una minaccia anti-americana. Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro e per resistere all’egemonia economica occidentale.

Il tempismo dell’allarme di Morgan Stanley solleva interrogativi. Alcuni analisti si chiedono se la minaccia di declassamento sia puramente tecnica o se contenga elementi di pressione geopolitica. Dopotutto, MSCI è un’azienda americana e i suoi indici sono strumenti potenti che possono influenzare i flussi di capitali globali per centinaia di miliardi di dollari. La coincidenza tra l’adesione indonesiana ai BRICS e l’improvvisa escalation delle critiche sulla trasparenza del mercato non è passata inosservata a Jakarta e nelle capitali dei paesi BRICS.

L’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo con oltre 280 milioni di abitanti e settima economia globale con un PIL di circa 1,4 trilioni di dollari, mira a beneficiare di partenariati in energia, sicurezza alimentare e tecnologia. I BRICS offrono accesso a mercati vastissimi, investimenti infrastrutturali attraverso la Belt and Road Initiative cinese, e la possibilità di partecipare alla creazione di un sistema finanziario multipolare. Washington, tuttavia, non è d’accordo e sembra determinata a far pagare un prezzo a Jakarta per quella che percepisce come una scelta di campo.

Le prospettive: tra riforme necessarie e sovranità economica

L’Indonesia si trova ora di fronte a un bivio cruciale. Da un lato, molte delle critiche di MSCI sulla trasparenza e la governance sono legittime e riflettono problemi reali che l’economia indonesiana deve affrontare per maturare. Le riforme annunciate potrebbero effettivamente migliorare la qualità del mercato azionario e attrarre investimenti di lungo termine.

Dall’altro lato, Jakarta deve difendere la propria sovranità economica e il diritto di scegliere i propri partner internazionali senza subire ritorsioni. La sfida sarà quella di dimostrare che non si piegherà a pressioni esterne che mirano a limitare la sua autonomia strategica.

Nei prossimi mesi, l’Indonesia dovrà navigare con estrema cautela queste acque agitate. Il governo Prabowo deve rassicurare i mercati sulla propria capacità di gestire la crisi e, al tempo stesso, di  mantenere fermo il proprio impegno verso una politica estera indipendente, preservando così la propria dignità nazionale e gli interessi strategici di lungo termine.

Quello che è certo è che questa crisi rappresenta un capitolo significativo nella più ampia battaglia per l’ordine economico globale, dove i mercati finanziari sono diventati campi di battaglia tanto quanto i forum diplomatici. L’esito della vicenda indonesiana potrebbe avere ripercussioni su come altri paesi emergenti valuteranno i rischi e i benefici di sfidare l’architettura finanziaria occidentale.

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Il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam e la rotta verso i centenari del 2030 e del 2045 https://strategic-culture.su/news/2026/02/02/il-xiv-congresso-nazionale-del-partito-comunista-del-vietnam-e-la-rotta-verso-i-centenari-del-2030-e-del-2045/ Mon, 02 Feb 2026 08:31:41 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890366 A Hà Nội si tiene il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam, snodo decisivo verso i centenari del 2030 e del 2045. Crescita a doppia cifra, riforme e innovazione delineano la strategia per uno sviluppo più prospero, sostenibile e indipendente.

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L’avvio del XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Việt Nam, inaugurato nella capitale Hà Nội il 19 gennaio con una cerimonia solenne, rappresenta uno dei passaggi più rilevanti del ciclo politico vietnamita. Questo evento rappresenta infatti un vero e proprio “punto di svolta” nel quale si intrecciano bilanci di fine mandato, definizione di nuovi obiettivi, orientamenti strategici e, soprattutto, la costruzione di una visione di lungo periodo per l’intero Paese. La presenza di 1.586 delegati, in rappresentanza di oltre 5,6 milioni di iscritti, conferma la natura capillare e organizzata di un appuntamento che, per il Partito e per lo Stato, si configura come un evento di massa e al tempo stesso come il principale snodo decisionale per la linea politica nazionale.

Il Congresso si colloca in un quadro simbolico particolarmente denso. La leadership lo ha presentato come un passaggio storico proiettato verso due anniversari-cardine: il 2030, centenario della fondazione del Partito (1930–2030), e il 2045, centenario della nascita dello Stato vietnamita moderno, dalla proclamazione della Repubblica Democratica del Việt Nam fino all’attuale Repubblica Socialista del Việt Nam. La scelta di incardinare l’agenda politica su questi orizzonti è una modalità di costruzione della continuità, che connette la legittimità storica della rivoluzione alle esigenze contemporanee di sviluppo, competitività e trasformazione socio-economica.

In questo senso, il XIV Congresso appare come la “cabina di regia” che mira a tradurre in pianificazione politica l’idea di un passaggio d’epoca. Il motto adottato, “Solidarietà – Democrazia – Disciplina – Svolta – Sviluppo”, esplicita la tensione tra unità politica e ambizione trasformativa: disciplina e coesione, dunque, non rappresentano dei vincoli, bensì delle condizioni operative per accelerare riforme, investimenti e innovazione.

Il carattere eccezionale della congiuntura internazionale è uno degli argomenti più insistenti trattati nel Congresso. Nel discorso inaugurale, il Presidente Lương Cường ha sottolineato la rapidità e l’imprevedibilità dei cambiamenti globali, richiamando la competizione strategica fra grandi potenze e la pressione crescente di fattori non tradizionali di sicurezza, dal cambiamento climatico alle epidemie, fino alle nuove vulnerabilità cibernetica. In questa cornice, la “Quarta Rivoluzione Industriale”, con lo sviluppo accelerato di intelligenza artificiale, tecnologie digitali e altre innovazioni emergenti, viene interpretata come una sfida sistemica che impone al Việt Nam di ripensare il modello di crescita, aumentare la produttività e rafforzare la competitività nazionale.

L’elemento di maggiore rilievo politico sta però nella definizione dei traguardi quantitativi e qualitativi per la fase 2026–2030, con proiezione al 2045. Il Segretario Generale Tô Lâm, presentando il rapporto sui documenti del Congresso, ha indicato una traiettoria ambiziosa: un tasso medio annuo di crescita del PIL pari o superiore al 10% nel periodo 2026–2030 e un PIL pro capite intorno agli 8.500 dollari entro il 2030. La visione di lungo periodo, coerente con il calendario dei centenari, è quella di raggiungere entro il 2045 lo status di Paese sviluppato ad alto reddito.

Questi obiettivi non vengono proposti come semplici desiderata, ma come impegni che richiedono una trasformazione della capacità di governo, dell’efficienza amministrativa e della qualità delle politiche pubbliche. Un tratto distintivo del Congresso, infatti, è la forte enfasi sull’esecuzione: la leadership insiste sul fatto che molte politiche risultano corrette “sulla carta”, ma soffrono in fase attuativa, generando ritardi, sprechi e frustrazione sociale. In questa prospettiva, la distanza fra decisione e implementazione è elevata a problema strategico nazionale, perché è proprio da essa che dipende la credibilità degli obiettivi al 2030 e al 2045.

La costruzione dei documenti congressuali rivela questa impostazione. Per la prima volta, il rapporto politico integra in modo coordinato tre assi tradizionali, quello politico, quello socio-economico e quello relativo alla costruzione del Partito, creando un testo unitario che mira a rendere più coerente e immediata la traduzione della linea in governance. A questa scelta si affianca un altro segnale politico importante: la consultazione pubblica estesa, che ha raccolto oltre 14 milioni di contributi provenienti da circa cinque milioni di funzionari, membri del Partito e cittadini. Il documento viene così presentato come “cristallizzazione” della volontà collettiva, cioè come un prodotto politico che unisce indirizzo centrale e ascolto sociale.

Sul piano programmatico, il Congresso colloca la crescita in un quadro di transizione del modello economico. Lo sviluppo è associato a quattro direttrici: economia della conoscenza, economia digitale, economia verde ed economia circolare. La logica è dunque quella di ridurre gradualmente la dipendenza da lavoro a basso costo e dall’uso intensivo di risorse, e spostare l’asse su produttività, qualità ed efficienza, con l’innovazione come motore primario. In questo schema, la scienza e la tecnologia non sono un settore fra gli altri, bensì l’infrastruttura del nuovo ciclo di accumulazione e modernizzazione.

Lungo questa traiettoria, assume un valore particolare il rapporto fra “autonomia strategica” e integrazione internazionale. Il XIV Congresso si svolge mentre il Việt Nam consolida una postura multilaterale e pragmaticamente cooperativa, rivendicando però al tempo stesso l’esigenza di essere protagonista della propria modernizzazione, senza dipendenze tecnologiche eccessive. Non a caso, nelle valutazioni internazionali spesso richiamate dagli organi di informazione vietnamiti, un punto ricorrente è la crescita dell’ecosistema dell’innovazione: l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale ha collocato il Việt Nam al 44º posto negli indici globali dell’innovazione, segnalando una traiettoria di consolidamento nel medio periodo.

L’ambizione al 2045, tuttavia, non può essere letta soltanto come una corsa al reddito pro capite. Nel discorso politico che accompagna il Congresso, lo sviluppo viene definito “centrato sulle persone”, e la stabilità sociale è trattata come capitale strategico. La leadership insiste su una formula che attraversa più documenti e interventi: “Il popolo è la radice”. La centralità della dimensione sociale non compare quindi come elemento accessorio, ma come parte del dispositivo di legittimazione e di efficacia della strategia di crescita. In altri termini, l’idea di nazione moderna e prospera al 2045 richiede sia performance economica sia coesione, fiducia e qualità dei servizi pubblici.

In questo quadro, il XIV Congresso segnala una trasformazione anche nel modo di concepire la governance: dai piani ai prodotti, dalle dichiarazioni agli indicatori, dall’attività all’impatto. La leadership chiede che ogni grande scelta venga accompagnata da un tracciamento dell’esecuzione, da responsabilità definite e da un controllo concreto dei risultati. Questa impostazione si intreccia con il tema della soddisfazione pubblica come metro politico: se il consenso, in una società in rapida modernizzazione, non può essere fondato su proclamazioni, esso si costruisce attraverso servizi, opportunità e sicurezza del futuro.

In conclusione, il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Việt Nam si presenta come un dispositivo di direzione politica che lega la memoria storica del progetto rivoluzionario a un’agenda di sviluppo misurabile e ambiziosa. I centenari del 2030 e del 2045 funzionano da cornice di mobilitazione nazionale, trasformando obiettivi economici, infrastrutturali e tecnologici in una narrazione di ascesa del Paese, nella quale la modernizzazione non è un semplice adattamento al mondo globale, ma un percorso che rivendica autonomia strategica, disciplina organizzativa e centralità sociale. Il successo di questa traiettoria dipenderà, come la leadership stessa riconosce, dalla capacità di colmare la distanza fra programma e realtà, fra decisione e implementazione, trasformando l’ambizione in risultati concreti e duraturi.

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The world’s most powerful passports for visa-free travel https://strategic-culture.su/news/2026/01/31/world-most-powerful-passports-for-visa-free-travel/ Sat, 31 Jan 2026 13:00:43 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890338 In the global race for travel freedom, not all passports are created equal. This infographic uses the definitive Henley Passport Index to rank the world’s most powerful passports for 2026, showing a clear hierarchy of global mobility. 

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Kathmandu & Dhaka roared; Delhi just coughed https://strategic-culture.su/news/2026/01/10/kathmandu-delhi-just-coughed/ Sat, 10 Jan 2026 12:00:55 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889946 By Betwa SHARMA

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In 2025, protests in Nepal and Bangladesh led to new governments. Meanwhile in the Indian capital, pollution took over, writes Betwa Sharma.

If you were paying attention to South Asia in 2025, you could feel the ground moving.

In Nepal and Bangladesh, long-simmering public frustrations over jobs, governance, freedoms and dignity spilt into the streets. Ordinary people, especially the young, stopped waiting and forced change.

Meanwhile in India, the air turned toxic with pollution, as it does every winter, and people fell sick and struggled to breathe, but the country largely carried on. No uprising. No mass outrage. Just coughing, complaining, masking, and moving on.

Nepal experienced a youth-led revolt, often called the Gen Z protests, sparked by the government’s ban on 26 major social media platforms, including Facebook, Instagram, WhatsApp, YouTube, and X.

The movement quickly expanded beyond digital freedom, with young people demanding an end to corruption and nepotism among political elites, government accountability, and justice for victims of violence during the protests.

Demonstrators also called for the resignation of corrupt leaders and political renewal that better represented the younger generation.

The protests were largely leaderless and coordinated online, giving them rapid momentum across the country. Nineteen protesters were killed. The widespread public pressure forced the government to lift the social media ban and led to the resignation of key leaders, including Prime Minister KP Sharma Oli.

The 2025 Gen Z protest succeeded in ousting the sitting government and installing an interim government under Sushila Karki. The next step is the general elections planned for 2026.

A Different Story in Bangladesh

Protesters hold victory march after Sheikh Hasina’s resignation on Aug. 5, 2024. (Rayhan9d, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)

Bangladesh was louder. Angrier. More dangerous.

In Bangladesh, widespread protests in 2024–2025, initially sparked by student unrest over job quotas, then expanded into broader discontent with long-standing corruption, authoritarian rule, unemployment, and a lack of political accountability, led to the ousting of Prime Minister Sheikh Hasina, who fled to India.

Hasina was a pro-democracy advocate who over the years had grown into an autocrat. She was sentenced to the death penalty in absentia in November 2025 by a Bangladeshi tribunal for her alleged role in the crackdowns that killed 1,400 protestors.

Hasina is now living in India. New Delhi has said it is reviewing Bangladesh’s extradition request through legal channels, but has stopped short of committing to sending her back.

The country is now run by an interim government, led by Muhammad Yunus, a Bangladeshi economist who won the Nobel Peace Prize in 2006, which is managing ongoing protests and civil unrest and preparing for the general elections scheduled for next month.

Bangladesh has been handling the protests with heavy security measures, including curfews, crowd bans, and deployments of police and paramilitary forces.

Thousands of protesters and activists have been arrested, and some universities have been closed to maintain order. Authorities have used tear gas and batons, though there have been concerns about excessive force and human rights concerns.

Osman Hadi addressing a crowd, Dec. 1, 2025 (Creative Commons 1.0 Universal Public Domain Dedication)

Political violence in the country continues as Sharif Osman Hadi, a central figure in Bangladesh’s 2024 youth protests, was shot dead by masked assailants in December 2025, sparking nationwide demonstrations demanding justice and accountability.

Earlier in the year, protests also arose over controversial civil service reforms and rising violence against women.

The protests in Bangladesh have occurred alongside a disturbing uptick in violence against the Hindu minority, with attacks and murders reported since 2024. In December 2025, the mob lynching and burning of a Hindu man, Dipu Chandra Das, a garment factory worker, sparked outrage and led to demonstrations by Hindu groups in India condemning the violence.

Protests have also continued this month in Dhaka and other cities. Two Hindus, a grocery shop owner and a journalist, have been killed in the past 24 hours.

Alleged US Involvement

In mainstream journalism, the protests in both Nepal and Bangladesh are described as organic movements rooted in local political, economic, and social grievances rather than as U.S.-engineered.

But The Grayzone reported on leaked documents that showed the U.S. spent hundreds of thousands of dollars “tutoring dozens of Nepalese youth on ‘strategies and skills in organizing protests and demonstrations’ prior to a violent coup which overthrew the government of Nepal.

The U.S. sought to cultivate a Nepalese ‘network’ of young political activists explicitly designed to ‘become an important force to support US interests,’” namely to “neutralize Chinese and Indian influence over Kathmandu.”

One Indian media publication reported that over $900 million in U.S. aid has been committed to Nepal since 2020, funding governance, media, civic, and electoral programs run by organisations involved in promoting democracy and civil society programs internationally.

However, some analysts warn that the narrative of the “foreign hand endures primarily due to its political convenience”, “concealing genuine citizen grievances”, and while “external actors can take advantage of vulnerabilities, they are not creators of underlying structural weaknesses.”

The U.S. government has denied any involvement in Bangladesh.

Three years ago, in Sri Lanka, mass protests called the Aragalaya over economic collapse, shortages of fuel, food and medicine, and the government’s mismanagement and corruption forced President Gotabaya Rajapaksa to resign, leading to a political shift and new leadership, even though many challenges remain.

Low Visibility in India

Delhi, with a population of nearly 34.6 million, becomes engulfed in toxic smog in December 2019. (Wikimedia, Creative Commons, Attribution-Share Alike 4.0 International)

Now look at India. If you can.

Every winter, a familiar grey blanket of toxic air pollution descends over its northern cities. Delhi, which ranks among the world’s most polluted cities, becomes unbreathable. So do parts of Punjab, Haryana, Uttar Pradesh, Rajasthan, and beyond. Schools shut. Hospitals fill up. Morning walks disappear.

Everyone knows the drill.

Everyone knows it’s dangerous. And yet, there are no sustained protests. No nationwide movement. No moment where polluted air becomes politically explosive.

Governments announce “emergency measures” that sound serious and change very little. Courts issue directions that look strong on paper and weak on the ground. Then the winds shift, visibility improves, and the outrage dissolves.

Another reason is class. Pollution hits the poorest hardest: the daily-wage worker, the traffic cop, the child in an overcrowded government school. The middle class suffers too, but it has coping mechanisms: air purifiers, sealed cars, remote work, weekend escapes.

India’s political conversation is already overcrowded, nationalism is loud, religious polarisation and ideological wars are constant.

Air pollution doesn’t fit into any of these boxes.

Solving it requires boring things and long-term planning: cutting vehicle emissions through stricter standards, improving public transport to reduce dependence on private cars, controlling dust from road construction and demolition, curbing crop-residue burning in neighbouring states, and coordination between Delhi and surrounding states, among others.

“Every winter, a familiar grey blanket of toxic air pollution descends …. Delhi, which ranks among the world’s most polluted cities, becomes unbreathable …. Schools shut. Hospitals fill up.”

None of it makes for rousing speeches, even though air pollution has already cut short two million lives.

This year, there was finally an attempt to organise a public movement in Delhi.

Fewer than 1,000 people turned up in a city of 22 million. Most belonged to a single political spectrum, even though this is a matter demanding bipartisan concern, including from those who support Prime Minister Narendra Modi and his party, the Bharatiya Janata Party (BJP), which holds power both in Delhi and at the Centre.

In addition to widespread apathy, another major reason people have not taken to the streets is the decade-long crackdown and vilification of protests under the Modi government, combined with the fear of detention, arrest, and being charged arbitrarily with some of the gravest offences under the law.

The young journalist, Saurav Das, championing the protest, described an interaction with Delhi’s environment minister, who himself was suffering from the effects of air pollution, as was his son.

When asked whether India had studied best practices from other cities, the minister brushed the question aside. China, he said, was not a democracy, and any comparable measures in India would get bogged down in protests. Cities such as Los Angeles and London, he added, were simply smaller and therefore not comparable.

When pressed on whether there were any “visionary leaders” with the holistic understanding and technical expertise required to address the crisis, the minister appeared at a loss, repeatedly responding with a resigned “kya karein?”— what can we do?

Everyone knows nothing fundamental will change, so Indians will keep doing what they do best every winter: adjusting, enduring, and breathing a little less.

While Nepal and Bangladesh show that people will take risks when pushed far enough and that pressure still works, India’s tragedy is that one of its deadliest crises has produced little beyond complaints of “unfortunate” and “unacceptable.”

So while Kathmandu stormed the streets and Dhaka erupted with dissent, Delhi quietly inhaled poison.

Original article:  consortiumnews.com

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Dal quadro normativo ai risultati: tecnologia, innovazione e trasformazione digitale nel nuovo ciclo di sviluppo del Vietnam https://strategic-culture.su/news/2026/01/09/dal-quadro-normativo-ai-risultati-tecnologia-innovazione-e-trasformazione-digitale-nel-nuovo-ciclo-di-sviluppo-del-vietnam/ Thu, 08 Jan 2026 21:48:57 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889918 Nel passaggio verso il XIV Congresso nazionale del Partito, la leadership vietnamita punta a fare del 2026 l’anno della “consegna” dei risultati: non più soltanto politiche e piani, ma prodotti, servizi pubblici digitali, tecnologie strategiche e crescita misurabile, con responsabilità chiare.

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L’intersezione fra sviluppo tecnologico e traiettoria politico-istituzionale è diventata uno dei nodi più rivelatori dell’evoluzione contemporanea del Việt Nam. Le scelte in materia di innovazione, trasformazione digitale e scienza applicata non vengono presentate solo come un capitolo settoriale, bensì come una componente strutturale del modello di sviluppo e della stessa capacità di governo. In questo senso, la fine del 2025 e l’avvio del 2026 si configurano come un passaggio dalla progettazione all’esecuzione, e il terreno su cui misurare tale svolta non è astratto, ma operativo, amministrativo e industriale.

Il quadro politico di riferimento è quello della preparazione del XIV Congresso nazionale del Partito, che il Comitato Centrale ha posto al centro della propria agenda nell’ultimo plenum della legislatura. Al XV plenum del XIII Comitato Centrale, svoltosi ad Hà Nội, i delegati hanno affrontato in modo coordinato la questione del personale dirigente, la finalizzazione dei documenti congressuali e le regole organizzative essenziali dell’assise, includendo inoltre i dossier di bilancio politico-storico, dal progetto sui cento anni di leadership del Partito al riesame di lungo periodo della piattaforma di costruzione nazionale nella transizione al socialismo. In questo contesto, l’orientamento sull’innovazione è presentato come parte integrante della piattaforma di direzione del prossimo ciclo politico, con la conseguenza che il digitale e lo sviluppo vengono trattati come categorie di governo, non come slogan.

È in questa cornice che va letta la presa di posizione del Segretario Generale Tô Lâm alla conferenza di fine anno del Comitato direttivo centrale su scienza, tecnologia, innovazione e trasformazione digitale. L’argomento decisivo non è la necessità di nuove politiche, bensì l’urgenza di trasformare quanto già definito in risultati osservabili e valutabili. Tô Lâm ha infatti avvertito che il 2026 deve segnare il passaggio dalla fase preparatoria a una fase di riscontri misurabili e richiama i ministeri e le amministrazioni locali a privilegiare l’impatto rispetto alle procedure e la sostanza rispetto alla reportistica. In termini politologici, la formulazione è significativa perché introduce una grammatica della performance pubblica: non basta “aver fatto”, occorre “aver prodotto valore”, e tale valore deve essere dimostrabile.

Un elemento di particolare interesse è la volontà di ancorare la trasformazione digitale alla riforma dello Stato e alla riorganizzazione amministrativa. La conferenza ha registrato che piattaforme nazionali fondamentali, come la banca dati sulla popolazione, il portale nazionale dei servizi pubblici e il sistema di identità digitale VNeID, sono già operative e iniziano a mostrare risultati, anche in connessione con la transizione al modello di amministrazione locale a due livelli. La digitalizzazione, dunque, non è trattata solo come modernizzazione tecnologica, ma come infrastruttura abilitante di un diverso funzionamento dello Stato. In altre parole, l’innovazione istituzionale viene perseguita attraverso architetture dati, interoperabilità dei servizi e identità digitale, cioè mediante dispositivi capaci di rendere la macchina amministrativa più trasparente e meno costosa per i cittadini e le imprese.

A sostegno di questa impostazione, la leadership segnala un rafforzamento degli stanziamenti pubblici: i fondi per la scienza, la tecnologia, l’innovazione e la trasformazione digitale vengono indicati come fissati al 3 per cento del bilancio statale. Il dato è rilevante non solo per il volume, ma per la funzione politica del bilancio: si tenta di rendere credibile la priorità strategica mediante un vincolo di allocazione, riducendo lo scarto fra enunciati e mezzi. Ciò suggerisce l’obiettivo di trasformare la spesa pubblica in leva di mercato, non soltanto in voce di consumo amministrativo.

Il punto più delicato è forse quello che Tô Lâm formula come critica preventiva alla trasformazione digitale di facciata: viene esplicitamente respinta l’idea del digitale come adempimento formale, con la richiesta di un’autocorrezione rigorosa laddove i progetti risultino stagnanti o incapaci di consegnare risultati. Questa enfasi riflette un problema noto a molti processi di modernizzazione statale: la tendenza a produrre riforme come cataloghi di iniziative, senza che si consolidino capacità organizzative e competenze diffuse. La risposta proposta consiste nel legare più strettamente gli esiti a meccanismi di responsabilità, per cui le amministrazioni sono chiamate ad assumere responsabilità diretta sulla consegna, e i risultati devono incidere su valutazioni, riconoscimenti e accountability.

Sul piano della strategia complessiva, la conferenza colloca il digitale al centro di un doppio disegno. La leadership ha infatti annunciato l’imminente emanazione di due risoluzioni strategiche, una per rimodellare il modello di sviluppo intorno alla scienza e alla tecnologia e un’altra per mobilitare risorse a sostegno di una crescita a due cifre nel medio periodo. Di conseguenza, l’innovazione non è più descritta come opzione, ma come requisito necessario per una crescita rapida e sostenibile. In termini di governance dello sviluppo, ciò equivale a un tentativo di costruire una coalizione pro-innovazione fra lo Stato, le imprese e le università, dove lo Stato non si limita a regolare ma orienta e crea condizioni di mercato.

È qui che si innesta il tema della commercializzazione della ricerca e della cooperazione pubblico-privata. Il resoconto della conferenza richiama un anno segnato da nuove leggi e regolamenti volti a rimuovere strozzature in materia di decentralizzazione, partenariati pubblico-privati, sperimentazioni controllate e messa a valore della ricerca. Spostare la ricerca dal laboratorio all’impiego industriale implica la creazione di incentivi, diritti di proprietà intellettuale chiari, canali di finanziamento e domanda iniziale. Proprio su quest’ultimo punto, la leadership attribuisce allo Stato un ruolo non solo di regolatore ma anche di primo cliente, capace di creare un mercato iniziale per le tecnologie e i risultati scientifici che altrimenti faticherebbero a uscire dalla fase prototipale.

Gli obiettivi per il 2026 vengono inoltre descritti come un cambio di metrica: dal piano al prodotto, dall’attività all’impatto. È una formula sintetica, ma segnala l’intenzione di rendere la politica dell’innovazione valutabile in base ai risultati concreti. Un esempio operativo è la richiesta di completare entro la fine del primo trimestre del 2026 tutti i regolamenti attuativi necessari per rendere efficaci le leggi approvate nel 2025, evitando che la produzione legislativa resti sospesa per mancanza di linee guida. In molti ordinamenti, la distanza fra la legge e l’implementazione è un fattore di inflazione normativa; ridurla significa aumentare la capacità statale di trasformare decisioni in comportamenti amministrativi e investimenti privati.

Quanto alle priorità tecnologiche, la leadership indica una focalizzazione su architetture nazionali del digitale e dei dati, su tecnologie strategiche e su capitale umano ad alta qualificazione, chiedendo alle agenzie di definire traiettorie e risorse e di accelerare il lavoro su undici gruppi di tecnologie strategiche, insieme all’innalzamento delle competenze digitali nella società.

Un capitolo a sé riguarda la dimensione della sicurezza. La conferenza ha qualificato la cybersicurezza e la sovranità digitale come basi non negoziabili della crescita e, insieme, mette in guardia contro lo spreco: gli investimenti su larga scala devono essere controllati per evitare perdite finanziarie, risorse sprecate e opportunità mancate. In un Paese fortemente integrato nelle filiere globali e al tempo stesso impegnato a consolidare un’autonomia strategica, la sovranità digitale assume un significato concreto: protezione dei dati, resilienza delle infrastrutture, capacità di risposta a minacce ibride, ma anche sostenibilità economica dei programmi pubblici.

Non meno interessante è il richiamo a un sistema di monitoraggio trasparente e basato su dati, destinato a tracciare pubblicamente l’implementazione della Risoluzione 57 del Politburo su scienza, tecnologia, innovazione e trasformazione digitale, consentendo anche alle imprese e all’opinione pubblica di scrutinare l’avanzamento in tempo reale. In termini di amministrazione pubblica, la proposta è ambiziosa: introdurre la trasparenza come strumento di disciplina e accelerazione, riducendo la tentazione di sostituire la consegna con la narrazione del progresso.

La centralità del 2026 come anno di accelerazione va infine collegata alla preparazione congressuale, perché la leadership mira a presentare il prossimo ciclo politico come un passaggio da riforme e impostazioni generali a una fase di consolidamento e di impatto. Nel lavoro di preparazione dei documenti del Congresso viene sottolineata un’impostazione che punta a incorporare ampie consultazioni e contributi, con l’obiettivo dichiarato di produrre testi che fungano da guida e bussola d’azione nella nuova fase. Questo punto, letto insieme all’enfasi sulla misurabilità, suggerisce una strategia di legittimazione: costruire consenso sul progetto di sviluppo e poi dimostrarne l’efficacia attraverso risultati riconoscibili, specialmente nella qualità dei servizi pubblici digitali e nella capacità dell’economia di generare valore aggiunto.

In conclusione, l’attuale spinta tecnologica del Việt Nam non può essere interpretata soltanto come rincorsa alla modernità o imitazione di modelli esterni. I testi e gli interventi della leadership delineano un tentativo di trasformare l’innovazione e il digitale in un dispositivo di governo: semplificare lo Stato, ridurre i costi di transazione, orientare gli investimenti e le filiere, rafforzare la sicurezza e la resilienza, elevare il capitale umano. La prova cruciale, come riconosce esplicitamente Tô Lâm, sarà la capacità di trasformare politiche e ambizioni in prodotti, valore e risultati. Se il 2025 è stato l’anno della preparazione, il 2026 viene costruito come l’anno in cui la credibilità del progetto si misurerà non nelle parole, ma nella realtà amministrativa, industriale e sociale che quelle parole sapranno produrre.

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Russia pitches Su-57E to India with fresh offers, promising gateway to 6th-gen fighter and bomber collaboration https://strategic-culture.su/news/2025/12/30/russia-pitches-su-57e-to-india-with-fresh-offers-promising-gateway-to-6th-gen-fighter-and-bomber-collaboration/ Tue, 30 Dec 2025 12:00:21 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889731 By Raghav PATEL

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In a development that could fundamentally alter the trajectory of Indo–Russian defence cooperation, Moscow has presented a comprehensive proposal to New Delhi that positions the Su-57E fighter jet not merely as a purchase, but as a bridge to future high-tech warfare.

Senior Russian officials have conveyed that reviving the Fifth Generation Fighter Aircraft (FGFA) programme could unlock deep collaboration on next-generation platforms, including sixth-generation fighter jets and strategic bombers.

A Two-Track Proposal for Air Dominance​

According to sources familiar with the discussions, Russia has structured an expansive offer designed to meet India’s immediate and long-term security needs.

The proposal involves the direct supply of two to three squadrons of the Su-57E stealth fighter to the Indian Air Force (IAF) for immediate operational readiness.

Simultaneously, Moscow has offered to establish local production lines in India, ensuring valid technology transfer and indigenous manufacturing capabilities.

This dual approach aims to address the IAF’s urgent requirement for stealth capabilities while honoring the government’s “Make in India” initiative.

Russian officials have stressed that this partnership would seamlessly integrate India into their future aviation roadmap.

“We would like partners like India to be part of any future program,” an official stated, highlighting that work on sixth-generation prototypes is already underway globally, with initial flights expected by 2035.

Reviving the FGFA: A Gateway to Future Tech​

India suspended its participation in the original FGFA project in 2018, citing disagreements over development costs, stealth specifications, and the extent of technology sharing.

However, the geopolitical environment has since evolved, prompting a re-evaluation of the partnership. The renewed negotiations promise significantly greater access to critical technologies, including mission software architecture and design participation—elements India views as non-negotiable for maintaining sovereign defence capabilities.

If New Delhi approves this revived collaboration, it could serve as a foundational platform for jointly developing advanced systems, such as:

  • Sixth-generation air dominance fighters: Future aircraft capable of operating in highly contested environments.
  • Stealth strike platforms: Dedicated aircraft for deep-penetration missions.
  • Manned-Unmanned Teaming (MUM-T): Systems where piloted jets control swarms of autonomous drones.
  • Strategic bomber technologies: Potential cooperation on long-range bomber programs, similar to Russia’s PAK DA project.

Proponents of the deal argue that such a venture could replicate the success of the BrahMos missile programme, which remains a gold standard for Indo-Russian defence engineering.

The Su-75 “Checkmate”: Affordable Stealth​

Parallel to the Su-57E discussions, Russian officials have provided updates on the Su-75 “Checkmate,” a light tactical stealth fighter.

Sources confirmed that the 26-ton, single-engine aircraft is scheduled for its maiden flight in 2026. Moscow is actively marketing the jet to nations looking for cost-effective alternatives to Western platforms.

The Su-75 is being pitched as a direct competitor to the American F-35 Lightning II, offering comparable stealth and avionics capabilities at approximately half the cost.

Key features expected to appeal to export markets include its modular open-architecture design, reduced maintenance requirements, and the ability to operate in unmanned configurations.

A Critical Decision for New Delhi​

This explicit offer to include India in top-tier aviation programs comes at a pivotal moment. While India has been diversifying its defence portfolio with acquisitions from France and the United States, it retains a deep appreciation for Russian engineering resilience.

The decision now rests with the Indian government. New Delhi must carefully balance the allure of early access to sixth-generation technology against fiscal constraints, delivery timelines, and the progress of its indigenous Advanced Medium Combat Aircraft (AMCA) programme.

What remains certain is that Moscow has put forward its most significant and strategic defence pitch to India in recent history.

Original article:  defence.in

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Deng Xiaoping protagonista della costruzione della Cina odierna, tra conquiste socio – economiche e cammino verso il multipolarismo https://strategic-culture.su/news/2025/12/29/deng-xiaoping-protagonista-della-costruzione-della-cina-odierna-tra-conquiste-socio-economiche-e-cammino-verso-il-multipolarismo/ Mon, 29 Dec 2025 05:30:16 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889707 A chiusura di questo primo quarto del nuovo secolo, la stampa e i media cinesi stanno dedicando molto spazio e molte riflessioni e con ragione all’operato di Deng Xiaoping, scandagliando la sua vita e i suoi infiniti meriti.

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Nell’affrontare la pirotecnica vita di Deng Xiaoping molta attenzione viene portata alla sua opposizione al Grande Balzo in avanti, il quale è stato in realtà un catastrofico e tragico salto all’indietro. Tra il 1958 e il 1962 questo progetto maoista, imposto al resto del Partito Comunista Cinese rimasto per altro molto dubbioso e perplesso, nato per paura di un possibile attacco militare occidentale e quindi immaginante necessario organizzare nelle Comuni contadine una minima capacità infrastrutturale industriale per la produzione eventuale di armi e utensili in proprio, nel caso appunto di una nuova guerra sul territorio cinese, ha come risultato il calo di un terzo del prodotto interno lordo e di un terzo della produzione cerealicola, generando, anche a causa di una serie di catastrofi naturali sommatesi agli errori politici, milioni di morti e una crisi socio – economica di enorme portata.

È in questo difficilissimo frangente che i tre dirigenti di maggiore saggezza e avvedutezza del Partito Comunista Cinese, oggi ricordati con devozione, tanto dal popolo, quanto dal Partito, Liu Shaoqi, Zhou Enlai e Deng Xiaoping decidono di marginalizzare nella vita politica cinese Mao Zedong, mantenendolo come figura iconico – rappresentativa per i suoi indubbi meriti passati, a partire dalla costruzione del Partito Comunista Cinese fondato sulle masse contadine con una innovazione ideologica di grande portata, all’ideazione e alla vittoria della Lunga Marcia e infine allo straordinario trionfo nella guerra civile contro i nazionalisti, fino alla fondazione il 1° ottobre 1949 della Repubblica Popolare. Tutto questo fa di Mao Zedong uno dei più grandi marxisti della prima metà del Novecento, secondo solo a Iosif Stalin, per trent’anni alla guida dei bolscevichi, il quale negli stessi anni edifica la prima nazione socialista della storia dell’umanità, quindi guida l’Armata Rossa nella Vittoria contro il nazifascismo, una vittoria ancora in larga parte del mondo onorata con la maiuscola a ricordo dei ventisette milioni di caduti sovietici, donne e uomini, soldati, civili, partigiani dentro le zone occupate dai nazifascisti e deportati nei campi di concentramento. Liu Shaoqi, Zhou Enlai e Deng Xiaoping hanno per altro sempre reputato necessario mantenere buoni rapporti con i sovietici, ritenendo fondamentale la costruzione di una solida alleanza tra Mosca e Pechino per la costruzione di differenti rapporti internazionali volti a contrastare l’egemonia statunitense.

Mao Zedong tuttavia non accetta per sé un ruolo decorativo da padre della patria e procede in senso contrario, prima scatenando l’attacco ai dirigenti del Partito e dello stato, chiedendo di sparare sul quartier generale, da cui era stato estromesso, poi, non bastando questo simbolico bombardamento politico e mediatico, decidendo di scatenare la Rivoluzione Culturale, la quale, al netto della un po’ demenziale, ancorché ingenua e per certi aspetti comprensibile esaltazione promossa dalla gioventù occidentale di allora, siamo alla metà degli anni ’60 e agli albori degli anni ’70, ha contrassegnato il decennio più tragico e lugubre della storia socialista cinese. Scuole, fabbriche, università chiuse, rigidità ideologica parossisticamente perseguita, collasso delle strutture statuali ed economiche.

Liu Shaoqi muore di stenti in un campo di rieducazione il 12 novembre 1969, Deng Xiaoping è ugualmente spedito a rieducarsi, Zhou Enlai rimane solo, come primo ministro, a reggere l’urto nefasto dell’irresponsabilità politica di Mao Zedong, il quale per il suo agire in questi anni ha meritato un giudizio universalmente e totalmente negativo.

Quando Zhou Enlai e Mao Zedong moriranno nel 1976, gli estremisti della Banda dei Quattro proveranno a trovare una sponda in Hua Guofeng, erede pro tempore del potere cinese, il quale risponde piuttosto alla richiesta tanto dei quadri intermedi del Partito, quanto di ampi settori della società civile di far risorgere il Partito e lo stato dal marasma che ha portato fame, disperazione, povertà, smarrimento, gettando in una situazione disperante novecentocinquanta milioni di cinesi.

Hua Guofeng richiama allora Deng Xiaoping, per la terza volta al potere, dopo che nel 1973 già lo aveva chiamato al governo Zhou Enlai allora gravemente malato, non a caso Deng Xiaoping, esautorato dopo la sua scomparsa dell’amico e primo ministro, riprende allora definitivamente in mano i destini della Cina guidandola di fatto fino alla sua scomparsa nel 1997.

Nel biennio 1973 – 74 e 1974 – 75 grazie a Deng Xiaoping vengono riaperte le università, può sembrare incredibile, ma in quella scelta necessaria e urgente che pone rimedio a una delle peggiori piaghe della Rivoluzione Culturale, Deng Xiaoping intravede quello che sarebbe dovuto essere il futuro della Cina. La sua idea è chiara, riaprendo le università e aprendosi, come avrebbe portato l’intera Cina qualche anno dopo, alle migliori esperienze produttive mondiali, la Cina avrebbe potuto costruire con pazienza e con il tempo un primato planetario nel campo dell’innovazione, se oggi la Cina è la prima al mondo in campo scientifico – tecnologico e nella ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale, l’idea che si potesse giungere dove il popolo e la scienza cinese sono oggi arrivati, la si deve alle intuizioni di Deng Xiaoping e alla sua ferma e indiscutibile scelta, in quegli anni, mentre l’Occidente si dibatteva in crisi e proteste per l’aumento del prezzo del petrolio deciso dall’OPEC, di riaprire gli atenei per rilanciare lo studio, l’approfondimento, la ricerca e l’innovazione. La stessa apertura al mercato, non già al capitalismo, è stata conforme alle condizioni sociali, economiche e politiche della Cina, non è stata un mero e modesto adeguarsi della Repubblica Popolare a proposte e ricette esterne. La Cina mai si è sentita, meno che mai con Deng Xiaoping, la scolaretta obbediente dell’alleato tattico e temporaneo statunitense, glielo ha lasciato credere, ribadendo proprio negli anni denghiani, in ogni riunione del Partito Comunista Cinese e del suo Comitato Centrale, che il destino della Cina sarebbe stato quello di tornare al centro della scena mondiale, con un concreto primato economico, scientifico e politico e che questo sarebbe stato possibile solo rimanendo saldamente fedeli al socialismo e al marxismo, pur applicandolo con tutta l’intelligenza e la creatività che i tempi hanno imposto.

La miopia statunitense nel leggere e capire la Cina è stata clamorosa, con il corredo di servili e credulone ancelle mediatico – accademiche in ogni parte dell’Occidente e il tutto per oltre mezzo secolo. L’idea, tutta statunitense e tutta sbagliata, secondo cui la Cina sarebbe diventata una mite e muta alleata subalterna del progetto egemonico a stelle e strisce, il quale ha immaginato di poter condurre liberamente, dopo la fine dell’Unione Sovietica, la conquista e le depredazione di tutto il pianeta, come per altro fatto dal ’45 in poi in larga parte del mondo, costringendolo a inginocchiarsi davanti al dollaro e ai cannoni della NATO, è stato quanto di più stupido si potesse immaginare.

Deng Xiaoping, come qualsiasi persona di buon senso, ha sempre saputo che il mercato e la concorrenza producono ricchezza. Il problema fondamentale non è produrre ricchezza, la cui alternativa è non produrla e quindi gestire la miseria, ma decidere come coordinare, controllare, indirizzare e utilizzare quella ricchezza prodotta. In una società capitalistica, ricordano i media cinesi, la ricchezza concorre al benessere privato di pochi. Conosciamo tutti i dati che riguardano l’Occidente, ma anche nazioni come l’India, in cui un’infima percentuale della popolazione possiede oltre la metà della ricchezza nazionale, così come oltre metà della popolazione possiede una porzione infima e irrisoria della ricchezza prodotta.

Il ruolo dello stato e del Partito Comunista Cinese, le imprese di villaggio e di municipalità, il mantenimento del controllo pubblico e del possesso statale sulla terra e sui mezzi di produzione, tutto questo ha generato in Cina un mercato senza capitalismo, ovvero un mercato al servizio dell’emersione dalla povertà e dalla miseria in cui era sprofondata con la Rivoluzione Culturale una popolazione che ai tempi di Mao Zedong si avvicinava al miliardo di abitanti e oggi è composta da un miliardo e quattrocento milioni di donne e uomini. In Cina certo ci sono persone ricche e imprese di successo, ma l’idea tutta occidentale di gestione privata della ricchezza da parte degli imprenditori non esiste, l’imprenditore che non aumenti i salari, che non investa in innovazione tecnologica, che non assuma nuovi dipendenti, che non concorra al conseguimento degli obiettivi stabiliti dai piani quinquennali, si troverebbe presto in serie difficoltà, rispondendo di un approccio non coerente con i modelli di sviluppo e di crescita economica e sociale che la Cina, sotto la guida a tratti anche fortunatamente rigida del Partito Comunista Cinese, si è data.

L’idea di una Cina “fabbrica del mondo” con operai a basso reddito è stata vera forse negli anni ’80 e nei primi ‘90 del Novecento, non certo oggi, in cui il reddito medio pro capite cinese non è molto lontano da quello occidentale, rappresentando certamente un’altra delle idee sbagliate e fuorvianti propagandate da Washington. È vero piuttosto che l’alto livello d’istruzione garantito dal socialismo cinese ha operato allora significativamente per attrarre investimenti, rispetto ad altre zone del pianeta, in più le reti sociali locali e il controllo capillare del Partito Comunista Cinese hanno garantito una permanente compatibilità con l’interesse nazionale, d’altronde il Partito Comunista cinese mantiene tutt’oggi il controllo sui movimenti di capitale e una forte presenza dello stato in economia, ma soprattutto costringe, laddove ancora permangano imprese straniere, a creare società partecipate con le imprese locali, con la correlata acquisizione di quelle competenze che possano eventualmente ancora mancare alla ricerca scientifica e all’innovazione cinese.

Deng Xiaoping, l’uomo che nel 1932 partecipa da commissario politico e da dirigente militare alla Lunga Marcia, che da capo militare contribuisce alla vittoria contro i nazionalisti, fonda con gli altri dirigenti la Repubblica Popolare nel 1949, nel 1961 da segretario del Partito Comunista Cinese rifiuta la strada imboccata con Chruščëv dal movimento comunista mondiale e apertamente si fa carico nella conferenza di Mosca in quel nevoso autunno russo di spiegarne le ragioni e di subire le universali critiche, ad esclusione degli albanesi, che poi si titoleranno più meriti di quelli che in realtà abbiano avuto in quelle circostanze, inizia alla metà degli anni ‘70 l’ultima stagione della sua vita, la più incredibile, inaspettata, decisiva per le sorti della Cina e dell’umanità, per molti aspetti una resurrezione personale capace di coincidere con una resurrezione politica, economica e sociale del popolo cinese, tratteggiando nei suoi scritti e nei suoi interventi quanto questa avrebbe cambiato il mondo e costruito le premesse per la vittoria multipolare in alleanza con la Russia nel XXI secolo. Un cammino roboante, se si pensa che il Prodotto Interno Lordo cinese del 1978 equivaleva a quello di molte piccole, poco popolate e povere nazioni africane e quando lui scompare nel 1997 la traiettoria che porta la Cina al primato economico e militare planetario odierno è tracciata e in poderosa e incessante ascesa.

Di Deng Xiaoping si ricordano nella stampa cinese – a mezzo secolo dall’inizio del percorso di trasformazione da lui ingaggiato – le grandi innovazioni in campo industriale, con le aziende miste, le zone speciali, ma spesso ci si dimentica che il suo primo intervento è stato a favore delle grandi masse contadine, permettendo loro  di vendere prodotti nei mercati liberi istituiti nelle città, cosicché in un decennio il reddito agricolo pro capite aumenta del 70% e la produzione agricola cresce di oltre 10%,  perché per Deng Xiaoping può esistere libertà solo quando si è liberi dal bisogno, come peraltro detto e scritto dallo stesso Karl Marx.

Sui fatti del 1989 tutte le più recenti prove documentarie spiegano come gli scontri siano avvenuti intorno a piazza Tien An Men, non nella piazza stessa, ma soprattutto, andrebbe spiegato il perché la linea del Partito Comunista Cinese di difesa del socialismo sia risultata condivisa dalla maggioranza assoluta della popolazione. Quello di quei giorni a tutti gli effetti è stato uno scontro di classe, la nuova borghesia chiedeva spazi di agibilità politica, le masse operaie e contadine hanno confermato il patto tacitamente sottoscritto nel 1949 all’atto della nascita della Repubblica Popolare, ovvero la conferma dell’espropriazione politica dei ceti borghesi in ragione di un’eguaglianza tra tutti i cittadini da costruire attraverso il socialismo, inteso come cammino di crescita umana, spirituale ed economica.

Oggi la Cina, con città avveniristiche ed ecologiche, con mezzi di trasporto di prepotente velocità, dispone altresì di un sistema sanitario universale, di uno pensionistico altrettanto in fase d’estensione, di una contrattazione sindacale nazionale e aziendale non dissimile da quella occidentale, ma forse più efficace grazie alla presenza in tutti i luoghi di lavoro del Partito Comunista Cinese. Tutte queste conquiste tuttavia non sono avvenute attraversando un cammino cosparso di petali di rose, mentre la crescita correva a due cifre ogni anno, la costruzione di un nuovo stato, giuridico, di servizi alla persona, di tutele, ha percorso una strada certamente accidentata e lunga, Deng Xiaoping è stato l’architetto di questa costruzione, risolutamente marxista e in quanto tale capace di costruire benessere e crescita per il presente e il futuro dei cinesi, nel momento stesso in cui, connettendoli con il mondo, ha tracciato gli indirizzi per un nuovo ordine mondiale multipolare.

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