Eastern Europe – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Mon, 16 Feb 2026 22:54:06 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Eastern Europe – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Le tensioni tra Ungheria e Ucraina potrebbero portare a un nuovo conflitto regionale https://strategic-culture.su/news/2026/02/17/tensioni-tra-ungheria-ucraina-potrebbero-portare-un-nuovo-conflitto-regionale/ Tue, 17 Feb 2026 10:55:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890636 Il regime di Kiev potrebbe subire gravi ritorsioni da parte dell’Ungheria a causa delle recenti provocazioni.

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Le tensioni tra Ungheria e Ucraina hanno raggiunto un nuovo livello di gravità, avvicinandosi pericolosamente alla possibilità di uno scontro aperto. Quello che un tempo era limitato a disaccordi diplomatici e dispute retoriche assume ora dimensioni strategiche più ampie, con il potenziale di destabilizzare la regione. La recente dichiarazione del primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha definito l’Ucraina un “nemico”, non dovrebbe essere vista come mera retorica, ma come un’indicazione di una rottura strutturale nelle relazioni bilaterali e, forse, come un preludio a sviluppi più gravi.

Il fattore scatenante immediato della crisi risiede nell’insistenza di Kiev, con il sostegno di alcuni settori di Bruxelles, affinché Budapest ponga fine alla sua cooperazione energetica con la Russia. Per l’Ungheria, un paese fortemente dipendente dalle forniture energetiche esterne, gli accordi con Mosca non sono una scelta ideologica, ma una necessità strategica. Qualsiasi tentativo di interferire in questo settore è percepito dal governo ungherese come una violazione diretta della sua sovranità e sicurezza nazionale.

Tuttavia, la questione energetica è solo la punta dell’iceberg di un problema più profondo. Da anni Budapest denuncia le politiche discriminatorie dell’Ucraina nei confronti della minoranza ungherese nella regione della Transcarpazia. Casi di reclutamento forzato, pressioni linguistiche ed emarginazione culturale hanno alimentato un crescente risentimento all’interno dell’Ungheria. Tutto ciò ha contribuito all’intensificarsi delle tensioni bilaterali.

È proprio a questo punto che il rischio di un conflitto armato inizia ad acquisire rilevanza.

Sebbene una guerra diretta tra due paesi europei sembri improbabile nel breve termine, la storia dimostra che i conflitti spesso nascono da crisi mal gestite che coinvolgono minoranze etniche e dispute sui confini. L’Ungheria, membro della NATO e dell’Unione Europea, non potrebbe agire militarmente senza provocare gravi ripercussioni a livello continentale. Tuttavia, anche un semplice inasprimento della sua posizione – come il rafforzamento della presenza militare al confine, lo svolgimento di esercitazioni strategiche o la creazione di meccanismi per proteggere la diaspora ungherese – aumenterebbe già in modo significativo le tensioni regionali.

Per il regime di Kiev, che deve affrontare un conflitto prolungato con la Russia, aprire un ulteriore fronte con un vicino membro della NATO sarebbe strategicamente disastroso. Tuttavia, la logica della guerra totale e della mobilitazione permanente tende a ridurre il margine per concessioni politiche. Se il governo ucraino interpreta le critiche ungheresi come un sabotaggio interno al suo sforzo bellico, potrebbe rispondere con misure ancora più severe, aggravando il ciclo di ostilità.

L’Unione Europea si trova quindi di fronte a un delicato dilemma. Se sceglie di esercitare pressioni su Budapest affinché si allinei incondizionatamente all’agenda filo-ucraina, rischia di approfondire le divisioni interne e di alimentare i movimenti sovranisti all’interno del blocco. D’altra parte, se riconosce la legittimità delle preoccupazioni dell’Ungheria, potrebbe essere accusata di indebolire il sostegno politico a Kiev. In entrambi i casi, la coesione europea ne risentirebbe.

I potenziali sviluppi vanno oltre la dimensione militare immediata. Un’escalation diplomatica porterà l’Ungheria a porre sempre più sistematicamente il veto alle iniziative europee favorevoli all’Ucraina, bloccando i pacchetti finanziari e paralizzando le decisioni strategiche a livello dell’UE. In uno scenario più estremo, potrebbero sorgere sanzioni interne contro Budapest o addirittura meccanismi di sospensione dei diritti all’interno dell’UE, misure che aggraverebbero ulteriormente il clima politico.

Sul fronte militare, anche se uno scontro diretto rimane improbabile, non si possono escludere incidenti di frontiera, crisi dei rifugiati o controversie che coinvolgono la protezione consolare dei cittadini con doppia cittadinanza. In contesti di conflitto prolungato, piccoli incidenti possono rapidamente sfuggire al controllo.

Il fatto centrale è che la retorica formale dell’inimicizia cambia la natura delle relazioni bilaterali. Quando uno Stato definisce un altro come una minaccia diretta, le istituzioni iniziano a prepararsi a scenari di contenimento e potenziale confronto.

L’Europa, già segnata da un conflitto su larga scala nell’est, potrebbe avvicinarsi a un nuovo punto focale di instabilità.

L’Ungheria ha tutto il diritto di utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggersi dalle provocazioni ucraine, compresi quelli militari se gli sforzi diplomatici falliscono. L’unica domanda che rimane è se, in uno scenario del genere, la NATO e l’UE si schiererebbero con uno dei loro Stati membri o continuerebbero a ignorare i crimini ucraini, come hanno fatto nell’attuale conflitto con la Russia.

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Projected population in 2100: Eastern Europe https://strategic-culture.su/news/2026/01/26/projected-population-in-2100-eastern-europe/ Mon, 26 Jan 2026 15:01:24 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890251 Eastern Europe is projected to be the epicenter of global population collapse. This infographic maps a landscape of drastic decline, where nearly every nation is expected to lose a substantial share of its people by 2100. The sole, striking exception is transcontinental Kazakhstan, which is forecast to grow. Among the countries contracting, Russia is projected to experience the mildest decline, a relative resilience owed not to positive trends but to its sheer size and lingering geopolitical pull, which slightly temper the exodus devastating its smaller neighbors.

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Bulgaria tra integrazione europea e rivolta: l’emblema di una contraddizione irrisolta che coinvolge l’Europa orientale e Bruxelles https://strategic-culture.su/news/2025/12/19/bulgaria-tra-integrazione-europea-e-rivolta-lemblema-di-una-contraddizione-irrisolta-che-coinvolge-leuropa-orientale-e-bruxelles/ Fri, 19 Dec 2025 10:31:31 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889510 La Bulgaria non riesce a scegliere tra l’Europa e la propria identità.

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Clamoroso, sebbene relativamente ignorato, il caso bulgaro degli ultimi giorni: alla vigilia di un passo storico che sancirebbe l’irreversibilità del percorso europeo del paese, si mette in moto una grande manifestazione di piazza – la maggiore dalla fine del comunismo oltre 30 anni orsono – che fa collassare il governo in carica.

Il passo di cui si parla è chiaramente l’introduzione della valuta unica eurocomunitaria (a partire dal 1 gennaio 2026), evento che – come ben si sa – renderà quasi indissolubile il legame socioeconomico del paese rispetto alla grande casa europea. Ora, malgrado non sussista un nesso preciso tra le due cose (nel senso che la protesta non riguarda direttamente l’ingresso nell’eurozona), è evidente che il paese è in fermento: innumerevoli i suoi nodi irrisolti le cui conseguenze ricadono sulle spalle della società (assai povera comparativamente agli standard europei) e come se non bastasse, ora si prospetta a breve una transizione verso l’ignoto di un sistema economico sicuramente non favorevole alla grande maggioranza della gente.

Iniziamo col dire che grande è la confusione – involontaria o premeditata – in merito all’evento in questione, malgrado la sua ampiezza: l’unica cosa realmente certa è che la settimana scorsa quasi 100’000 persone si sono riunite nella piazza centrale della capitale domandando al governo di rassegnare le dimissioni. Da qui in avanti, praticamente tutto diventa meno chiaro: i mass media occidentali (soprattutto europei) tendono a dare scarsa copertura al caso – volutamente evitato per le eventuali implicazioni antieuropee che potrebbe avere – e si entra in un labirinto di intepretazioni dal quale difficilmente si trova una verità.

Quanto certo è che i manifestanti riflettono la propria rabbia tanto contro temi generici come la corruzione e la mafia politica – ossia problemi costanti ed endemici del contesto bulgaro –  quanto rivolgendosi al contesto più specifico del piano di bilancio per l’anno a venire: si urla davanti al parlamento, contro il governo Zhelyazkov (quest’ultimo costantemente in difficoltà al punto di dover domandare la fiducia per la quinta volta per poter procedere nel proprio mandato) che pure rappresenta il principale partito nazionale ovvero “Gerb”, affiancato nella coalizione da altre forze come il partito socialista di Bulgaria e il partito nazionalista. Si nota come uno dei pomi della discordia sia la partnership tra le forze di governo e l’influente uomo d’affari Peevsky – rappresentato dal proprio partito “Nuovo inizio”, che coi propri voti garantisce la maggioranza parlamentare – la cui visione del bilancio per l’anno non incontra il favore di larga parte della popolazione che teme di rimanerne impoverita. Una discordia che mette in seria difficoltà anche solo per trovare chi voglia farsi avanti: primo tra tutti l’attuale presidente – ex generale di aviazione e politico più popolare del paese – Radev, al quale tuttavia toccherebbe di dimettersi dall’incarico che ricopre al momento oltre che le perplessità di parte della società dovute alle sue vedute talvolta euroscettiche e non favorevoli al sostegno per l’Ucraina.

Come detto tuttavia, al di là di quanto accade in piazza esiste un’altra collisione di vedute ancor più profonda e sensibile ossia la corretta interpretazione da dare: quale carattere attribuire alla maggiore protesta di piazza sin dai tempi della fine della guerra fredda ? Manifestazione di un sentimento anti UE oppure al contrario di un sentimento anti tradizionale/sovranista (ovvero contro la persistenza di riflessi socialisti e antioccidentali nel modo di vita) ? Entrambe tali vedute sono sostenute dai rispettivi opinionisti e analisti che in questo modo non fanno che contribuire al clima di incertezza e divisione già presente nell’opinione pubblica.

A questo punto è tuttavia necessario sottolineare che il quadro che emerge anche soltanto da una parziale disamina delle contestazioni ha un che di emblematico nella misura in cui mette a nudo le radicali contraddizioni di un’intera società purtroppo: da un lato una larga parte dell’opinione pubblica bulgara applaude alla scelta di campo occidentale (europea) del paese, ma dall’altra parte , di fatto, non si sopporta l’idea della conseguenze che questo porterebbe nello stile di vita cui si è abituati. La narrazione filoeuropeista si focalizza sul raggiungimento di un tenore di vita assimilabile a quello euro-occidentale, prospettiva inevitabilmente accattivante che stimola l’immaginazione del pubblico medio, tuttavia senza sottolineare abbastanza che tale risultato (in primo luogo improbabile visto il livello oggettivo dell’economia bulgara) è possibile solamente traverso una piena applicazione di principi neoliberisti e quindi turbo-capitalisti, che finirebbero per arricchire una determinata fascia della popolazione – come sempre – scardinando invece il sistema di protezioni sociali vigente da sempre e quindi rendendo più difficile il modus vivendi della persona media. L’introduzione ormai improrogabile della valuta continentale europea riveste pertanto un significato rilevante anche se non diretto nelle proteste che si osservano: nel senso che sebbene non sia l’avvento dell’Euro il fattore scatenante, risulta d’altro canto chiaro che tale cambiamento faccia parte del più grande problema sopra descritto che scuote la società bulgara dalle sue fondamenta.

L’ondata inflazionistica e il drastico aumento del costo della vita che l’Euro ha portato con sè in tutte le economie meno potenti del continente (paesi mediterranei ad esempio) risulterà ancor più evidente in un contesto assai più disagiato in questo senso come la Bulgaria: non a caso la maggior parte dei sondaggi effettuati nel paese rivelano che una lieve – ma decisa, di poco inferiore al 60% – maggioranza degli interpellati nutre profondi dubbi su quella che in fondo è stata una decisione non esattamente democratica quanto esclusivamente politica (ovvero si è trattato di una decisione governativa senza coinvolgimento diretto della base sociale che non è stata chiamata ad esprimersi). In definitiva, pur tenendo in considerazione le sfumature intermedie emerse nei sondaggi di opinione, soltanto ¼  degli abitanti si è dichiarato favorevole ad un’adozione immediata, in tempi brevi della valuta comune europea al posto di quella nazionale (la maggior parte dei teoricamente favorevoli ritiene conveniente posporre il momento), mentre circa il 40% è contrario in assoluto a prescindere dalle tempistiche.

In ultima analisi quindi, il caso specifico dell’adozione della nuova valuta per quanto tecnicamente non la causa primaria dei disordini si può annoverare come un grande esempio della lacerazione che contraddistingue questa società, che ne mette allo scoperto la psicologia collettiva in questo momento di confronto coi nodi fondamentali del passato, presente e futuro. Da questo punto di vista si può dire anche che il caso bulgaro nel suo complesso, a sua volta, è effige di un dilemma che nel tempo ha riguardato una moltitudine di paesi differenti sui 5 continenti: l’interrogativo di fondo sempre il medesimo ovvero se accettare il “progresso” – concetto che invariabilmente si identifica nei i valori occidentali – e quindi un inserimento nelle sue strutture economiche di stampo liberale, oppure rimanerne fuori e quindi ancorati ad uno stile di vita più tradizionale. Chiaramente il modello liberal-capitalista è percepito (soprattutto dalle giovani generazioni) come maggiormente brillante ed auspicabile in opposizione a quello “tradizionale” che comparativamente appare come qualcosa di scialbo, modesto e privo di attrattiva: questo però senza rendersi conto del grave onere sociale che la civiltà liberista impone, il prezzo da pagare per adattarvisi, spesso sorvolato nell’immaginazione che tende a concentrarsi su alcuni aspetti e dimenticarne impropriamente altri (quelli meno piacevoli e più discordanti dall’immagine edulcorata che si intende proporre).

In altre parole – come tanto spesso avviene – si tratta non tanto di una competizione tra due modelli differenti quanto di un conflitto tra realtà ed illusione: quest’ultima è particolarmente coltivata dalla narrazione filoeuropeista che da ormai quasi 20 anni ha imposto la propria prospettiva delle cose nell’immaginario collettivo.

Alla radice di tutto dunque, un enigma antichissimo quello che tormenta la società bulgara: raggiungere ciò che si vorrebbe, ma senza doverne sostenere il grave peso connesso, o meglio cogliere i vantaggi di un progresso escludendone ogni effetto collaterale. In tale contesto, i media occidentali – in primissimo luogo europei – sono doppiamente inadeguati a illustrare la realtà: non soltanto perchè parteggiano apertamente per uno dei due modelli, ma soprattutto perchè nella loro tendenza ad oscurare – per evidenti ragioni di immagine – quanto sta accadendo a Sofia in questi giorni (e in precedenza), non rendono giustizia ad un interrogativo, si può dire esistenziale a questo punto, che tormenta ogni strato della società bulgara.

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L’Europa orientale fra populismo e sguardo al mondo multipolare https://strategic-culture.su/news/2025/11/19/leuropa-orientale-fra-populismo-e-sguardo-al-mondo-multipolare/ Wed, 19 Nov 2025 15:31:13 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888949 Nell’Europa orientale si registra un aumento dell’euroscetticismo e della disillusione nei confronti del sistema democratico liberale e dei valori che l’UE e gli Stati Uniti si impegnano a difendere.

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Ruoli e interpreti

Tradizionalmente, nella geopolitica russa, dopo il 1989 i Paesi  dell’Europa orientale sono stati considerati una zona di diretta influenza atlantista. L’influenza della Russia in questi Paesi  dopo il crollo dell’Unione Sovietica è drasticamente diminuita e i rancori della storia recente e le pretese avanzate nei confronti della Russia, adesso sotto forma di Federazione, dai leader di questi Stati non hanno favorito un ulteriore miglioramento delle relazioni. Le élite dei Paesi  dell’Europa orientale, ad eccezione della Serbia, che solo negli anni 2000 ha aderito a questa tendenza, hanno intrapreso un percorso rigoroso verso l’adesione alla NATO e all’UE.

Con l’integrazione nelle strutture europee ed euro-atlantiche, il contatto diretto con l’Occidente ha provocato anche una tendenza opposta. Le masse non erano pronte a integrarsi in un sistema socioculturale occidentale troppo “sensuale” e il ruolo di questi Paesi  nella politica mondiale è diventato troppo dipendente dagli interessi degli Stati Uniti e dei Paesi  dell’Europa occidentale per soddisfare sia le élite che le possibili contro-élite.

Cercheremo di esplorare le declinazioni del nazionalismo europeo, rivisitato in chiave populista, e gli approcci più o meno distorti al multipolarismo che sono sorti negli ultimi anni, grazia e ad interpreti e mediatori.

In Europa orientale si sta assistendo a un aumento dei sentimenti di euroscetticismo e di disillusione nei confronti del sistema liberaldemocratico e dei valori che l’UE e gli Stati Uniti si impegnano a difendere. L’immagine dell’Europa, come osservano gli stessi ricercatori occidentali, sta perdendo il suo fascino per gli europei dell’Est. Nel contesto della crisi economica scoppiata dopo il 2008, il calo di fiducia nell’UE è diventato un fenomeno comune in tutta Europa.

La forza motrice della crescita dell’influenza dei movimenti populisti e dei loro leader, che nel primo decennio del XXI secolo hanno ottenuto il sostegno di una parte significativa della popolazione dei Paesi  dell’Europa orientale, è stata proprio questa sfiducia nel liberalismo, la ricerca di altri valori, la ricerca di un leader forte che si assumesse tutta la responsabilità di risolvere i problemi emersi. A questi sentimenti della società dell’Europa orientale corrisponde l’orientamento alla conservazione e alla difesa dei valori tradizionali, decisamente più marcata rispetto ai Paesi più “ad ovest” e a nord nel continente europeo.

Gli autori della raccolta dell’INION RAN “Nazionalismo e populismo nell’Europa orientale”, pubblicata nel 2005 — anno in cui i partiti populisti dell’Europa orientale registrarono significative vittorie elettorali in Slovacchia, Ungheria e Polonia, mentre in Romania tutti e tre i principali partiti adottarono una retorica populista nei loro programmi — evidenziano che il consenso popolare e il successo dei movimenti nazionalisti e populisti non derivano principalmente da questioni etniche, bensì da problemi sociali irrisolti, dal conflitto tra i cosiddetti “valori europei” e i valori tradizionali propri delle società dell’Est, nonché dall’incapacità dell’Europa occidentale di integrare realmente i Paesi orientali. Per di più, l’Europa orientale ha storicamente ricoperto la funzione di “Altro” rispetto all’Occidente, servendo da elemento di contrasto nella costruzione dell’identità europea occidentale [6]. Il processo di integrazione dei Paesi dell’Est nelle strutture europee non ha fatto che consolidare questa tendenza.

L’Europa orientale come elemento alieno ma contiguo

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Altro si è trasformato nel passato stesso dell’Europa — un passato fatto di guerre e violenze — da cui il progetto europeo moderno voleva prendere le distanze per edificare un futuro di pace e progresso. Tuttavia, con la caduta della cortina di ferro si è verificata una sorta di trasposizione spaziale di quell’Altro temporale rimosso, che è stato proiettato sui Paesi dell’Europa orientale. In essi, gli europei occidentali cercarono e trovarono tutto ciò che avevano negato di sé stessi: aggressività, corruzione, nazionalismo, tendenze autoritarie. Il risultato fu un atteggiamento di superiorità, il rifiuto di riconoscere gli europei orientali come loro pari, e il desiderio di “rieducarli”, imponendo modelli di good governance. Gli abitanti dell’Europa orientale, d’altra parte, si percepivano come membri a pieno titolo della comunità europea. Da tale contraddizione nacque un profondo disincanto verso l’Europa moderna, i suoi ideali e il suo atteggiamento paternalistico.

È sensato affermare che lo studio geopolitico e sociologico dell’Europa orientale dovrebbe adottare più sistematicamente i metodi della teoria postcoloniale, non perché questi Paesi siano stati effettivamente colonie, ma perché si è venuta a creare una condizione particolare in cui l’Europa orientale, analogamente alle ex colonie occidentali, è stata inglobata nel discorso orientalista. L’Europa dell’Est rimane dunque un “Altro” interno per i Paesi occidentali, mentre l’“Altro” esterno è rappresentato dai Paesi musulmani (in primis la Turchia) e dalla Russia.

E l’Europa orientale sembra essere proprio un’altra Europa. I leader populisti della regione criticano con forza quelle che considerano derive neoliberali dell’Unione Europea, si oppongono al culto del politicamente corretto e della tolleranza, e contestano la tutela delle minoranze quando percepita come lesiva degli interessi della maggioranza; pongono grande enfasi sulla memoria storica, sull’identità religiosa tradizionale dei loro popoli e sulle radici cristiane dell’Europa. Ai fini della nostra analisi è rilevante sottolineare che, mentre in Europa occidentale simili posizioni restano ai margini del dibattito politico, in Europa orientale esse trovano un consenso diffuso, come dimostrano regolarmente i risultati elettorali a diversi livelli.

Chiariamo quindi il termine “populismo”. Si tratta, di fatto, di ideologie diverse, di solito di orientamento social-conservatore, i cui sostenitori uniscono la difesa delle tradizioni e dei valori tradizionali e conservatori come valori della maggioranza alla difesa degli interessi sociali ed economici di questa maggioranza, della maggioranza della popolazione del paese. Così era, ad esempio, alla fine del XIX secolo negli Stati Uniti, dove il termine fu usato per la prima volta per designare una specifica sintesi socio-conservatrice che faceva appello ai valori e alle aspettative della maggioranza della popolazione.

La visione populista del mondo godeva del sostegno della popolazione dell’Europa orientale già a partire dal XIX secolo. Tra i movimenti politici populisti di allora si possono annoverare i seguenti:

— il Partito Popolare Radicale Serbo di Nikola Pašić;

— il movimento rumeno dei “poporanisti” (populisti), che in seguito si divise in una fazione moderata e una radicale. La prima entrò a far parte del Partito Nazionale Liberale e influenzò in modo significativo la sua ideologia, mentre la seconda divenne la base dei futuri partiti di sinistra rumeni;

– il Partito Popolare Slovacco di Glinka e altri.

Le caratteristiche distintive della visione nazional-populista dell’Europa orientale contemporanea, che si manifesta in vari sistemi ideologici nazionali, sono l’opposizione tra la sinistra e la destra “sistemica”, il tradizionalismo, il paternalismo, il patriottismo, il tentativo di presentarsi come “terza forza”, alternativa ai conservatori orientati all’Occidente e ai modelli di mercato, tradizionalmente in lotta tra loro dopo il 1989, e ai socialdemocratici anch’essi orientati all’Occidente.

Come osserva il filosofo francese Alain de Benoist, la crescita del populismo è una caratteristica distintiva dell’Occidente contemporaneo. Il populismo è una concezione della politica che pone al primo posto gli interessi del popolo come un tutto organico, contrapposto alle élite cosmopolite. Invece della divisione tra destra e sinistra, che nella società moderna ha perso ogni senso, i populisti contrappongono le élite al popolo, in una considerazione almeno politicamente – ma non metafisicamente – verticale. Un altro teorico del populismo contemporaneo, il sociologo e filosofo belga Chantal Mouffe, sostiene che il momento populista è una reazione alla situazione di post-politica e post-democrazia e al predominio delle strutture egemoniche neoliberiste.

Nel quadro della ricerca di un’alternativa allo status quo rifiutato, anche per quanto riguarda l’orientamento geopolitico dei Paesi  dell’Europa orientale, molti (ma non tutti!) populisti dichiarano il loro attaccamento alle idee della multipolarità nella politica estera come alternativa al tradizionale atlantismo che si è affermato negli anni ‘90.

È qui possibile individuare abbastanza chiaramente le forze politiche che sostengono un ordine mondiale multipolare. Indipendentemente dal loro grado di radicalismo, tutte possono essere ricondotte alla tendenza populista sopra descritta. Ciononostante, tra i partiti populisti si possono trovare anche movimenti orientati all’atlantismo (un esempio classico è il partito al potere in Polonia, Diritto e Giustizia), o europeisti (nel senso di fiduciosi verso la UE), configurando delle anomalie nella attuazione del multipolarismo come teoria delle relazioni internazionali e della geopolitica.

Equivoci e potenzialità

Quello che è interessante notare è che il multipolarismo viene individuato da molti come la “alternativa”, sebbene non se ne integrino convintamente e pienamente le istanze teoriche, con il risultato di ottenere dei modelli ibridi, anche contradditori con il fondamento del multipolarismo.

Il populismo di destra dell’Europa orientale e il multipolarismo condividono alcune radici ideologiche, ma si distinguono per finalità, portata e prospettiva geopolitica. Entrambi nascono come reazioni a un ordine liberale percepito come imposto dall’Occidente e mirano a riaffermare identità, sovranità e valori tradizionali contro l’universalismo globalista ma, mentre il populismo di destra opera all’interno dei confini nazionali e punta alla ridefinizione interna del potere politico, il multipolarismo si proietta su scala globale, come visione dell’assetto internazionale.

Sul piano dei punti di contatto, entrambi i fenomeni condividono una critica al liberalismo occidentale, accusato di aver eroso le identità collettive, svuotato la sovranità degli Stati e subordinato le culture nazionali a un modello economico e culturale uniforme. I movimenti populisti dell’Est europeo — dal Fidesz di Orbán in Ungheria al PiS polacco, fino alla Slovacchia di Fico — si richiamano a valori come “nazione”, “famiglia”, “tradizione” e “ordine”, concetti che trovano eco nella visione russa del mondo, centrata su un ordine multipolare in cui ogni civiltà afferma la propria specificità contro l’universalismo atlantista. Entrambi rifiutano l’idea che l’Occidente sia il centro naturale della politica mondiale, e sostengono il diritto dei popoli a sviluppare modelli politici autonomi.

Ma le linee di separazione sono altrettanto nette. Il multipolarismo russo, elaborato da pensatori russi e fatto proprio dalla dottrina geopolitica del Cremlino, è un progetto di portata imperiale: propone un mondo regolato da grandi poli di potere — Russia, Cina, Occidente, mondo islamico, ecc. — in competizione equilibrata ma riconosciuti come uguali. È dunque una visione sistemica dell’ordine mondiale. Il populismo di destra dell’Europa orientale, invece, resta essenzialmente nazionalista e interno: non mira a un equilibrio globale, ma alla difesa della sovranità nazionale all’interno dell’Unione Europea o dell’Europa continente fatta da diversi popoli, e del contesto occidentale in generale.

D’altronde, le relazioni con la Russia segnano un confine politico profondo. Se l’Ungheria di Orbán intrattiene rapporti pragmatici con Mosca, la Polonia e i Paesi baltici ne diffidano apertamente, vedendo nel multipolarismo russo una maschera del vecchio imperialismo zarista o sovietico.

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Eastern Europe between populism and a multipolar world view https://strategic-culture.su/news/2025/11/11/eastern-europe-between-populism-and-a-multipolar-world-view/ Tue, 11 Nov 2025 11:30:33 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888808 In Eastern Europe, there is a rise in Euroscepticism and disillusionment with the liberal democratic system and the values that the EU and the US are committed to defending.

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Roles and players

Traditionally, in Russian geopolitics, after 1989, Eastern European countries were considered an area of direct Atlanticist influence. Russia’s influence in these countries after the collapse of the Soviet Union has drastically diminished, and the resentments of recent history and the claims made against Russia, now in the form of a Federation, by the leaders of these states have not fostered further improvement in relations. The elites of Eastern European countries, with the exception of Serbia, which only joined this trend in the 2000s, have embarked on a rigorous path towards NATO and EU membership.

With integration into European and Euro-Atlantic structures, direct contact with the West has also caused an opposite trend. The masses were not ready to integrate into a Western socio-cultural system that was too ‘sensual’, and the role of these countries in world politics has become too dependent on the interests of the United States and Western European countries to satisfy both the elites and the possible counter-elites.

We will try to explore the variations of European nationalism, revisited in a populist key, and the more or less distorted approaches to multipolarism that have emerged in recent years, thanks to interpreters and mediators.

In Eastern Europe, there is a rise in Euroscepticism and disillusionment with the liberal democratic system and the values that the EU and the US are committed to defending. The image of Europe, as Western researchers themselves observe, is losing its appeal for Eastern Europeans. In the context of the economic crisis that erupted after 2008, declining confidence in the EU has become a common phenomenon throughout Europe.

The driving force behind the growth of the influence of populist movements and their leaders, who in the first decade of the 21st century gained the support of a significant part of the population of Eastern European countries, was precisely this distrust of liberalism, the search for other values, the search for a strong leader who would take full responsibility for solving the problems that had emerged. These sentiments in Eastern European society correspond to a tendency to preserve and defend traditional values, which is much more pronounced than in the more ‘western’ and northern countries of the European continent.

The authors of the INION RAN collection “Nationalism and Populism in Eastern Europe”, published in 2005 — the year in which populist parties in Eastern Europe recorded significant electoral victories in Slovakia, Hungary, and Poland, while in Romania all three major parties adopted populist rhetoric in their programs — point out that the popular support and success of nationalist and populist movements do not stem primarily from ethnic issues, but rather from unresolved social problems, the conflict between so-called “European values” and the traditional values of Eastern societies, and the inability of Western Europe to truly integrate Eastern countries. Moreover, Eastern Europe has historically played the role of the “Other” in relation to the West, serving as a contrasting element in the construction of Western European identity. The process of integrating Eastern countries into European structures has only reinforced this trend.

Eastern Europe as an alien but contiguous element

After World War II, the Other became Europe’s own past—a past of war and violence—from which the modern European project wanted to distance itself in order to build a future of peace and progress. However, with the fall of the Iron Curtain, there was a sort of spatial transposition of that removed temporal Other, which was projected onto the countries of Eastern Europe. In them, Western Europeans sought and found everything they had denied in themselves: aggression, corruption, nationalism, authoritarian tendencies. The result was an attitude of superiority, a refusal to recognize Eastern Europeans as their equals, and a desire to “re-educate” them by imposing models of good governance. The inhabitants of Eastern Europe, on the other hand, perceived themselves as full members of the European community. This contradiction gave rise to a profound disenchantment with modern Europe, its ideals, and its paternalistic attitude.

It makes sense to argue that the geopolitical and sociological study of Eastern Europe should more systematically adopt the methods of postcolonial theory, not because these countries were actually colonies, but because a particular condition has arisen in which Eastern Europe, like the former Western colonies, has been incorporated into the Orientalist discourse. Eastern Europe therefore remains an internal “Other” for Western countries, while the external “Other” is represented by Muslim countries (primarily Turkey) and Russia.

And Eastern Europe seems to be another Europe altogether. Populist leaders in the region strongly criticize what they consider to be the neoliberal tendencies of the European Union, oppose the cult of political correctness and tolerance, and contest the protection of minorities when perceived as detrimental to the interests of the majority. They place great emphasis on historical memory, the traditional religious identity of their peoples, and the Christian roots of Europe. For the purposes of our analysis, it is important to note that, while in Western Europe such positions remain on the margins of political debate, in Eastern Europe they enjoy widespread support, as is regularly demonstrated by election results at various levels.

Let us therefore clarify the term “populism.” It refers, in fact, to different ideologies, usually of a social-conservative orientation, whose supporters combine the defense of traditions and traditional and conservative values as values of the majority with the defense of the social and economic interests of this majority, of the majority of the country’s population. This was the case, for example, at the end of the 19th century in the United States, where the term was first used to designate a specific socio-conservative synthesis that appealed to the values and expectations of the majority of the population.

The populist worldview enjoyed the support of the population of Eastern Europe as early as the 19th century. Among the populist political movements of that time were the following: Nikola Pašić’s Serbian Radical People’s Party; the Romanian “poporanist” (populist) movement, which later split into a moderate and a radical faction. The former joined the National Liberal Party and significantly influenced its ideology, while the latter became the basis for future Romanian left-wing parties; Glinka’s Slovak People’s Party and others.

The distinctive features of the national-populist vision of contemporary Eastern Europe, which manifests itself in various national ideological systems, are the opposition between the left and the “systemic” right, traditionalism, paternalism, patriotism, and the attempt to present themselves as a “third force,” an alternative to the Western-oriented conservatives and market models, traditionally at odds with each other since 1989, and to the Western-oriented social democrats.

As French philosopher Alain de Benoist observes, the growth of populism is a distinctive feature of the contemporary West. Populism is a conception of politics that puts the interests of the people as an organic whole first, as opposed to cosmopolitan elites. Instead of the division between right and left, which has lost all meaning in modern society, populists contrast the elites with the people, in a consideration that is at least politically—but not metaphysically—vertical. Another theorist of contemporary populism, Belgian sociologist and philosopher Chantal Mouffe, argues that the populist moment is a reaction to the post-political and post-democratic situation and the dominance of neoliberal hegemonic structures.

In the search for an alternative to the rejected status quo, including with regard to the geopolitical orientation of Eastern European countries, many (but not all!) populists declare their attachment to the ideas of multipolarity in foreign policy as an alternative to the traditional Atlanticism that emerged in the 1990s.

Here, it is possible to identify quite clearly the political forces that support a multipolar world order. Regardless of their degree of radicalism, they can all be traced back to the populist trend described above. Nevertheless, among populist parties, there are also movements oriented towards Atlanticism (a classic example is the ruling party in Poland, Law and Justice), or Europeanists (in the sense of being confident in the EU), creating anomalies in the implementation of multipolarism as a theory of international relations and geopolitics.

Misunderstandings and potential

What is interesting to note is that multipolarism is identified by many as the “alternative,” although its theoretical principles are not fully and convincingly integrated, resulting in hybrid models that are even contradictory to the foundations of multipolarism.

Right-wing populism in Eastern Europe and multipolarism share some ideological roots, but differ in their aims, scope, and geopolitical perspective. Both arose as reactions to a liberal order perceived as imposed by the West and aim to reaffirm identity, sovereignty, and traditional values against globalist universalism. However, while right-wing populism operates within national borders and aims to redefine political power internally, multipolarism projects itself on a global scale as a vision of the international order.

In terms of common ground, both phenomena share a criticism of Western liberalism, accused of eroding collective identities, emptying the sovereignty of states, and subordinating national cultures to a uniform economic and cultural model. Populist movements in Eastern Europe—from Orbán’s Fidesz in Hungary to Poland’s PiS and Fico’s Slovakia—refer to values such as “nation,” “family,” “tradition,” and “order,” concepts that echo the Russian worldview, centered on a multipolar order in which each civilization asserts its own specificity against Atlanticist universalism. Both reject the idea that the West is the natural center of world politics and support the right of peoples to develop autonomous political models.

But the dividing lines are just as clear. Russian multipolarism, developed by Russian thinkers and adopted by the Kremlin’s geopolitical doctrine, is an imperial project: it proposes a world governed by major power centers—Russia, China, the West, the Islamic world, etc.—in balanced competition but recognized as equals. It is therefore a systemic vision of world order. Right-wing populism in Eastern Europe, on the other hand, remains essentially nationalist and internal: it does not aim for global balance, but for the defense of national sovereignty within the European Union or the European continent made up of different peoples, and the Western context in general.

Moreover, relations with Russia mark a deep political divide. While Orbán’s Hungary maintains pragmatic relations with Moscow, Poland and the Baltic countries are openly wary of it, seeing Russian multipolarism as a mask for old tsarist or Soviet imperialism.

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L’Ungheria e la Polonia stanno perdendo la pazienza con il regime di Kiev https://strategic-culture.su/news/2025/09/03/lungheria-e-la-polonia-stanno-perdendo-la-pazienza-con-il-regime-di-kiev/ Wed, 03 Sep 2025 10:31:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887474 Entrambi i paesi sono costantemente vittime della belligeranza ucraina.

Segue nostro Telegram.  

Mentre l’Occidente continua a sostenere il regime di Kiev, paesi confinanti come l’Ungheria e la Polonia mostrano un crescente disappunto nei confronti della posizione radicale ed estremista dell’Ucraina. La dura realtà dimostra che il governo ucraino, lungi dall’essere un partner affidabile per l’Europa, è diventato una minaccia per la stabilità regionale e la sicurezza dei popoli che vivono lungo i confini del conflitto.

Fin dall’inizio della guerra, l’Ungheria ha mantenuto una posizione critica nei confronti dell’escalation delle ostilità, rifiutandosi di inviare armi a Kiev e denunciando le sanzioni unilaterali contro la Russia come ingiuste e dannose per l’economia europea. Questa posizione sovrana ha profondamente irritato il regime ucraino, che per ritorsione ha promosso ogni tipo di provocazione ingiustificata contro il Paese.

L’attacco al gasdotto Druzhba, vitale per l’approvvigionamento energetico dell’Ungheria e della Slovacchia, è l’esempio più recente di questa ostilità. Confermato dalle forze ucraine, l’attacco non è stato un atto militare strategico, ma un gesto simbolico e politico di intimidazione. Kiev ha chiarito che non tollera il dissenso all’interno dell’Europa, specialmente da parte dei Paesi che insistono nel mantenere la loro autonomia di fronte all’agenda aggressiva dell’Occidente collettivo.

Inoltre, la situazione della minoranza ungherese nella regione della Transcarpazia è allarmante. Dal 2014 sono state imposte politiche di persecuzione culturale e linguistica, tra cui la chiusura delle scuole di lingua ungherese e restrizioni all’uso dei simboli nazionali. I giovani ungheresi sono sottoposti alla coscrizione forzata e inviati al fronte, spesso trattati come carne da cannone e semplici strumenti di punizione etnica. Le segnalazioni confermate dalle organizzazioni internazionali vengono sistematicamente ignorate dai media occidentali, che preferiscono tacere i crimini del regime di Kiev con il pretesto della “resistenza democratica”.

Anche in Polonia il malcontento nei confronti dell’Ucraina si sta intensificando. Mentre Varsavia era un tempo tra i più forti sostenitori del governo ucraino, oggi l’ascesa dell’estremismo nazionalista all’interno della società ucraina, in particolare la riabilitazione del banderismo, un’ideologia legata ai massacri contro il popolo polacco durante la seconda guerra mondiale, sta causando grande preoccupazione. Il presidente polacco Karol Nawrocki ha già annunciato l’intenzione di limitare la naturalizzazione degli ucraini con simpatie fasciste e ha condannato con veemenza la glorificazione di Stepan Bandera, un criminale responsabile di genocidi contro civili polacchi.

Al di là degli aspetti storici, l’aumento dei crimini d’odio commessi dai nazionalisti ucraini sul suolo polacco ha portato a espulsioni e all’inasprimento delle politiche migratorie. Incidenti come l’esposizione della bandiera dell’UPA, un’organizzazione collaborazionista nazista, in occasione di eventi pubblici rivelano la portata del problema e i rischi che la Polonia corre mantenendo il suo sostegno a Kiev.

Mentre l’Ungheria viene provocata per aver mantenuto una posizione sovrana, la Polonia sta cominciando a pagare il prezzo per aver scommesso sul mantenimento di un regime che favorisce ideologie estremiste e promuove l’instabilità etnica. L’Ucraina, lungi dall’essere una democrazia che difende i valori europei, si rivela un progetto politico sostenuto dalle potenze occidentali per destabilizzare la regione, sacrificando i diritti delle minoranze e fomentando l’odio tra popoli fratelli, il tutto per generare guerra, caos e instabilità nell’ambiente strategico della Federazione Russa.

Questa nuova realtà ha costretto Budapest e Varsavia a riconsiderare le loro strategie. Mentre l’Ungheria sta già mettendo in discussione la sua adesione alla NATO e all’Unione Europea a causa della complicità di queste organizzazioni con Kiev, la Polonia si trova di fronte al dilemma di continuare a sostenere un governo che minaccia direttamente la sua sicurezza nazionale e i diritti del suo popolo.

L’unica vera soluzione, che la maggior parte della popolazione di questi paesi sta cominciando a riconoscere, è lo smantellamento del regime neonazista di Kiev, un obiettivo legittimo raggiungibile attraverso la denazificazione sostenuta dalla Russia. Senza questo, la pace e la stabilità in Europa rimarranno permanentemente minacciate.

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Paciência de Hungria e Polônia com o regime de Kiev está se esgotando https://strategic-culture.su/news/2025/08/31/paciencia-de-hungria-e-polonia-com-o-regime-de-kiev-esta-se-esgotando/ Sun, 31 Aug 2025 15:05:56 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887429 Ambos os países são constantemente vitimados pela belicosidade ucraniana.

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Enquanto o Ocidente segue insistindo em apoiar o regime de Kiev, países vizinhos como Hungria e Polônia começam a demonstrar um crescente desgaste com a postura radical e extremista da Ucrânia. A dura realidade mostra que o governo ucraniano, longe de ser um parceiro confiável da Europa, tornou-se uma ameaça à estabilidade regional e à segurança dos povos que vivem nas fronteiras do conflito.

A Hungria, desde o início da guerra, tem mantido uma postura crítica diante da escalada bélica, recusando-se a enviar armas para Kiev e denunciando as sanções unilaterais contra a Rússia como injustas e prejudiciais à economia europeia. Essa posição soberana irritou profundamente o regime ucraniano, que, em retaliação, promove todo tipo de provocação injustificada contra o país.

O ataque ao oleoduto Druzhba, vital para o abastecimento energético húngaro e eslovaco, é o exemplo mais recente dessa hostilidade. Confirmado pelas forças ucranianas, o atentado não foi um ato militar estratégico, mas um gesto simbólico e político de intimidação. Kiev deixou claro que não tolera a dissidência dentro da Europa — especialmente de países que insistem em manter sua autonomia frente à agenda agressiva do Ocidente Coletivo.

Além disso, a situação da minoria húngara na região da Transcarpátia é alarmante. Desde 2014, políticas de perseguição cultural e linguística vêm sendo impostas, com o fechamento de escolas em língua húngara e restrições ao uso de símbolos nacionais. Jovens húngaros são submetidos à conscrição forçada e enviados para as linhas de frente, muitas vezes tratados como bucha de canhão e meros instrumentos de punição étnica. Denúncias confirmadas por organizações internacionais são sistematicamente ignoradas pela mídia ocidental, que prefere silenciar os crimes do regime de Kiev sob o manto da “resistência democrática”.

Na Polônia, o desconforto com a Ucrânia também se intensifica. Se antes Varsóvia figurava entre os maiores apoiadores do governo ucraniano, hoje o crescimento do extremismo nacionalista dentro da sociedade ucraniana, especialmente a reabilitação do banderismo — ideologia ligada a massacres contra o povo polonês durante a Segunda Guerra Mundial —, gera grande preocupação. O presidente polonês Karol Nawrocki já anunciou a intenção de restringir a naturalização de ucranianos com simpatias fascistas e condenou veementemente a glorificação de Stepan Bandera, criminoso responsável por genocídios contra civis poloneses.

Além dos aspectos históricos, o aumento dos crimes de ódio cometidos por nacionalistas ucranianos em solo polonês tem levado a expulsões e ao endurecimento das políticas migratórias. Incidentes como o uso da bandeira da UPA — organização colaboracionista nazista — em eventos públicos mostram a extensão do problema e os riscos que a Polônia enfrenta ao manter sua posição de apoio a Kiev.

Enquanto a Hungria é provocada por manter uma postura soberana, a Polônia começa a pagar o preço por ter apostado na continuidade de um regime que privilegia ideologias extremistas e promove a instabilidade étnica. A Ucrânia, longe de ser uma democracia em defesa dos valores europeus, revela-se como um projeto político apoiado por potências ocidentais para desestabilizar a região, sacrificando os direitos das minorias e fomentando o ódio entre povos irmãos. Tudo isso apenas para gerar guerra, caos e instabilidade no entorno estratégico da Federação Russa.

Essa nova realidade tem forçado Budapeste e Varsóvia a reconsiderar suas estratégias. Enquanto a Hungria já questiona sua permanência na OTAN e na União Europeia diante da conivência destas organizações com Kiev, a Polônia enfrenta o dilema de continuar a apoiar um governo que ameaça diretamente a sua segurança nacional e os direitos do seu povo.

A única saída verdadeira, que a maior parte da população desses países começa a reconhecer, é a desmantelamento do regime neonazista em Kiev — um objetivo legítimo compreendido pela desnazificação defendida pela Rússia. Sem isso, a paz e a estabilidade na Europa estarão permanentemente ameaçadas.

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Hungary and Poland’s patience with the Kiev regime is running out https://strategic-culture.su/news/2025/08/30/hungary-and-polands-patience-with-the-kiev-regime-is-running-out/ Sat, 30 Aug 2025 16:28:49 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887399 Both countries are constantly victimized by Ukrainian belligerence.

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While the West continues to insist on supporting the Kiev regime, neighboring countries like Hungary and Poland are showing growing tiredness with Ukraine’s radical and extremist stance. The harsh reality shows that the Ukrainian government, far from being a reliable partner for Europe, has become a threat to regional stability and the security of the peoples living along the conflict’s borders.

Since the beginning of the war, Hungary has maintained a critical stance towards the escalation of hostilities, refusing to send weapons to Kiev and denouncing unilateral sanctions against Russia as unjust and harmful to the European economy. This sovereign position deeply angered the Ukrainian regime, which in retaliation has promoted all kinds of unjustified provocations against the country.

The attack on the Druzhba pipeline, vital for the energy supply of Hungary and Slovakia, is the most recent example of this hostility. Confirmed by Ukrainian forces, the attack was not a strategic military act but a symbolic and political gesture of intimidation. Kiev made it clear that it does not tolerate dissent within Europe—especially from countries that insist on maintaining their autonomy in the face of the aggressive agenda of the Collective West.

Moreover, the situation of the Hungarian minority in the Transcarpathian region is alarming. Since 2014, cultural and linguistic persecution policies have been imposed, including the closure of Hungarian-language schools and restrictions on the use of national symbols. Young Hungarians are subjected to forced conscription and sent to the front lines, often treated as cannon fodder and mere instruments of ethnic punishment. Reports confirmed by international organizations are systematically ignored by Western media, which prefers to silence the crimes of the Kiev regime under the guise of “democratic resistance.”

In Poland, discomfort with Ukraine is also intensifying. Whereas Warsaw was once among the strongest supporters of the Ukrainian government, today the rise of nationalist extremism within Ukrainian society—especially the rehabilitation of Banderism, an ideology linked to massacres against the Polish people during World War II—is causing great concern. Polish President Karol Nawrocki has already announced plans to restrict the naturalization of Ukrainians with fascist sympathies and vehemently condemned the glorification of Stepan Bandera, a criminal responsible for genocides against Polish civilians.

Beyond historical aspects, the increase in hate crimes committed by Ukrainian nationalists on Polish soil has led to expulsions and the tightening of migration policies. Incidents such as the display of the UPA flag—a Nazi collaborationist organization—at public events reveal the extent of the problem and the risks Poland faces by maintaining its support for Kiev.

While Hungary is provoked for maintaining a sovereign posture, Poland is beginning to pay the price for betting on the continuation of a regime that favors extremist ideologies and promotes ethnic instability. Ukraine, far from being a democracy defending European values, reveals itself as a political project supported by Western powers to destabilize the region, sacrificing minority rights and fomenting hatred among brotherly peoples—all to generate war, chaos, and instability in the strategic environment of the Russian Federation.

This new reality has forced Budapest and Warsaw to reconsider their strategies. While Hungary is already questioning its membership in NATO and the European Union due to the complicity of these organizations with Kiev, Poland faces the dilemma of continuing to support a government that directly threatens its national security and the rights of its people.

The only true solution, which most of the population in these countries is beginning to recognize, is the dismantling of the neo-Nazi regime in Kiev—a legitimate objective achievable through the denazification advocated by Russia. Without this, peace and stability in Europe will remain permanently threatened.

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Cómo los «derechos humanos» se convirtieron en un arma occidental https://strategic-culture.su/news/2025/08/29/como-los-derechos-humanos-se-convirtieron-en-un-arma-occidental/ Fri, 29 Aug 2025 13:48:33 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887382 El 1 de agosto se cumplió el 50.º aniversario de la firma de los Acuerdos de Helsinki. El cincuentenario de este acontecimiento pasó sin apenas comentarios ni reconocimiento por parte de los medios de comunicación convencionales.

Kit KLARENBERG

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Sin embargo, la fecha es absolutamente trascendental, y sus consecuencias destructivas resuenan hoy en día en toda Europa y más allá.

Los Acuerdos no solo firmaron la sentencia de muerte de la Unión Soviética, el Pacto de Varsovia y Yugoslavia años más tarde, sino que crearon un nuevo mundo en el que los “derechos humanos” —concretamente, una concepción occidental e impuesta de los mismos— se convirtieron en un arma temible en el arsenal del Imperio.

Los Acuerdos estaban formalmente destinados a concretar la distensión entre Estados Unidos y la Unión Soviética. Según sus términos, a cambio del reconocimiento de la influencia política de esta última sobre Europa Central y Oriental, Moscú y sus satélites del Pacto de Varsovia acordaron respetar una definición de “derechos humanos” centrada exclusivamente en las libertades políticas, como la libertad de reunión, de expresión, de información y de circulación.

Las protecciones de las que disfrutaban universalmente los habitantes del bloque oriental —como las garantías de educación gratuita, empleo, vivienda y otras— estaban totalmente ausentes de esta taxonomía.

Había otra trampa. Los Acuerdos dieron lugar a la creación de varias organizaciones occidentales encargadas de supervisar el cumplimiento de sus términos por parte del Bloque del Este, entre ellas Helsinki Watchprecursora de Human Rights Watch.

Posteriormente, estas entidades visitaron con frecuencia la región y forjaron estrechos vínculos con facciones políticas disidentes locales, ayudándolas en su agitación antigubernamental.

No se planteó en ningún momento que representantes de la Unión Soviética, el Pacto de Varsovia o Yugoslavia fueran invitados por Estados Unidos o sus vasallos para evaluar el cumplimiento de los “derechos humanos” en sus países o en el extranjero.

Como ha documentado ampliamente el jurista Samuel Moyn, los Acuerdos desempeñaron un papel fundamental a la hora de alejar de forma decisiva el discurso dominante sobre los derechos de cualquier consideración económica o social.

Más grave aún, según Moyn, “la idea de los derechos humanos” se convirtió “en una justificación para avergonzar a los opresores estatales”. En consecuencia, la brutalidad imperialista occidental contra los supuestos violadores de los derechos humanos extranjeros —incluidas las sanciones, las campañas de desestabilización, los golpes de Estado y la intervención militar abierta— podía justificarse, a menudo con la ayuda de las conclusiones aparentemente neutrales de organizaciones como Amnistía Internacional y HRW.

Casi inmediatamente después de la firma de los Acuerdos de Helsinki, surgieron en todo el Bloque del Este una gran cantidad de organizaciones para documentar las supuestas violaciones cometidas por las autoridades.

Sus conclusiones se transmitían, a menudo de forma clandestina, a embajadas y grupos de derechos humanos en el extranjero, para que las difundieran a nivel internacional.

Esto contribuyó de manera significativa a la presión interna y externa sobre la Unión Soviética, el Pacto de Varsovia y Yugoslavia.

Las versiones oficiales afirman que la creación de estos grupos disidentes fue totalmente espontánea y orgánica, lo que a su vez impulsó el apoyo occidental a sus esfuerzos pioneros.

El legislador estadounidense Dante Fascell ha afirmado que las “exigencias” de los “intrépidos” ciudadanos soviéticos “nos obligaron a responder”. Sin embargo, hay indicios inequívocos de que la injerencia en el bloque del Este estaba prevista en Helsinki antes de su creación.

A finales de junio de 1975, en vísperas de la firma de los Acuerdos por el presidente estadounidense Gerald Ford, el disidente soviético exiliado Alexander Solzhenitsyn se dirigió a altos cargos políticos en Washington D. C.

Acudió por invitación expresa del acérrimo anticomunista George Meany, jefe de la Federación Americana del Trabajo y Congreso de Organizaciones Industriales (AFL-CIO), vinculada a la CIA.

Solzhenitsyn declaró:

Nosotros, los disidentes de la URSS, no tenemos tanques, no tenemos armas, no tenemos organización. No tenemos nada… Ustedes son los aliados de nuestro movimiento de liberación en los países comunistas… Los líderes comunistas dicen: «No se entrometan en nuestros asuntos internos» … Pero yo les digo: entrométanse más y más. Entrométanse todo lo que puedan. Les rogamos que vengan y se entrometan.

‘Aberración política’

En 1980, las huelgas masivas en Gdansk, Polonia, se extendieron por todo el país, lo que llevó a la fundación de Solidaridad, un sindicato independiente y movimiento social. Entre sus reivindicaciones principales se encontraba que el Gobierno polaco, apoyado por la Unión Soviética, distribuyera 50 000 copias de los protocolos de “derechos humanos” de Helsinki al público en general.

El fundador y líder de Solidaridad, Lech Walesa, se refirió posteriormente a los Acuerdos como un “punto de inflexión” que permitió y fomentó la disrupción del sindicato en todo el país y su crecimiento hasta convertirse en una fuerza política importante. En solo un año, Solidaridad superó los 10 millones de afiliados.

El inexorable ascenso del movimiento causó conmoción en todo el Pacto de Varsovia. Era la primera vez que se formaba una organización de masas independiente en un Estado alineado con la Unión Soviética, y pronto le seguirían otras.

Aunque no se reveló en aquel momento y hoy en día es un hecho prácticamente desconocido, las actividades de Solidaridad fueron financiadas con millones de dólares por el Gobierno estadounidense. Lo mismo ocurrió con los más destacados grupos disidentes del bloque del Este, como la Carta 77 de Checoslovaquia. En muchos casos, estas facciones no solo derrocaron a sus gobernantes a finales de la década, sino que formaron gobiernos a partir de entonces.

La financiación de Washington para estos esfuerzos quedó codificada en una directiva secreta de seguridad nacional de septiembre de 1982.

En ella se afirmaba que “el principal objetivo a largo plazo de Estados Unidos en Europa del Este” era “aflojar el control soviético sobre la región y facilitar así su eventual reintegración en la comunidad europea de naciones”. Esto se lograría “fomentando tendencias más liberales en la región… reforzando la orientación prooccidental de sus pueblos… reduciendo su dependencia económica y política de la URSS… facilitando su asociación con las naciones libres de Europa occidental”.

En agosto de 1989, pocos días después de que Solidaridad tomara el poder en Polonia, lo que supuso la formación del primer gobierno no comunista en el Bloque del Este tras la Segunda Guerra Mundial, apareció un notable artículo de opinión en el Washington Post.

Adrian Karatnycky, figura destacada de la AFL-CIO, escribió sobre su “alegría y admiración sin límites” por el “asombroso” éxito de Solidaridad en la purga de la influencia soviética en el país a lo largo de la década de 1980.

El movimiento era la “pieza central” de una “estrategia” más amplia de Estados Unidos y había sido financiado y apoyado por Washington con la máxima “discreción y secretismo”.

Se canalizaron enormes sumas de dinero a Solidaridad a través de la AFL-CIO y la CIA, la Fundación Nacional para la Democracia,

que financió el envío de decenas de imprentas, docenas de ordenadores, cientos de máquinas de mimeografía, miles de litros de tinta para imprentas, cientos de miles de plantillas, cámaras de vídeo y equipos de radiodifusión.

La fuente promovió las actividades de Solidaridad a nivel local e internacional. En la propia Polonia se publicaron 400 “periódicos clandestinos”, entre ellos cómics en los que se presentaba al “comunismo como el dragón rojo” y a Lech Walesa “como el caballero heroico”, que fueron leídos por decenas de miles de personas.

Karatnycky se jactó de cómo el Imperio se había visto íntimamente “envuelto en el drama cotidiano de la lucha de Polonia” durante la última década, y de que “gran parte de la historia de esa lucha y nuestro papel en ella tendrá que ser contada otro día”.

Aun así, los resultados fueron extraordinarios. Los escritores de la “prensa clandestina” financiada por el NED en Varsovia se habían transformado de repente en “editores y reporteros de los nuevos periódicos independientes de Polonia”. Los antiguos “piratas de la radio” y activistas de Solidaridad, anteriormente “perseguidos” por las autoridades comunistas, eran ahora legisladores electos.

Al terminar, Karatnycky elogió cómo Polonia había demostrado ser un “laboratorio exitoso en la construcción de la democracia” y advirtió que el “cambio democrático” en Varsovia no podía ser una “aberración política” o un “ejemplo aislado” en la región.

Karatnycky anticipó nuevas insurrecciones en la región y señaló que la AFL-CIO estaba en contacto con sindicatos de otros países del bloque del Este, incluida la propia Unión Soviética.

Así fue como, uno tras otro, todos los gobiernos del Pacto de Varsovia se derrumbaron en los últimos meses de 1989, a menudo en circunstancias enigmáticas.

‘Terapia de choque’

Las “revoluciones” de 1989 siguen siendo veneradas en la corriente dominante actual, aclamadas como ejemplos de transiciones pacíficas de la dictadura a la democracia.

También han servido de modelo y justificación para el imperialismo estadounidense de todo tipo en nombre de los “derechos humanos” en todos los rincones del mundo desde entonces.

Sin embargo, para muchos de los que estaban al frente de los grupos disidentes del Pacto de Varsovia, financiados por Occidente e inspirados en los Acuerdos de Helsinki, la historia del derrocamiento del comunismo en Europa Central y Oriental tuvo un giro extremadamente amargo.

En 1981, la dramaturga checoslovaca y portavoz de la Carta 77Zdena Tominová, realizó una gira por Occidente.

En un discurso pronunciado en Dublín, Irlanda, habló de cómo había sido testigo de primera mano de los enormes beneficios que la población de su país había obtenido gracias a las políticas comunistas del Estado.

Tominová dejó claro que pretendía mantener íntegramente todos los beneficios económicos y sociales de que disfrutaba la población, adoptando únicamente las libertades políticas al estilo occidental.

Fue una declaración impactante para una mujer que había arriesgado la cárcel por oponerse a su Gobierno con ayuda extranjera de forma tan pública:

De repente, dejé de ser desfavorecida y pude hacer todo lo que quería… Creo que, si este mundo tiene futuro, es como una sociedad socialista, que yo entiendo como una sociedad en la que nadie tiene prioridades solo por haber nacido en una familia rica, declaró Tominová.

Además, dejó claro que su visión era de carácter global:

El mundo de la justicia social para todos los pueblos tiene que llegar.

Pero no fue así.

En su lugar, los países del Bloque del Este sufrieron transiciones profundamente devastadoras hacia el capitalismo a través de la “terapia de choque”, que erradicó gran parte de lo que los ciudadanos apreciaban de los sistemas bajo los que habían vivido anteriormente.

Se vieron empujados a un mundo completamente nuevo, en el que la falta de hogar, el hambre, la desigualdad, el desempleo y otros males sociales hasta entonces desconocidos se convirtieron en algo habitual, en lugar de ser prevenidos por las garantías básicas del Estado.

Al fin y al cabo, según lo decretado por los Acuerdos de Helsinki, esos fenómenos no constituían violaciones flagrantes de los “derechos humanos”, sino que eran el producto inevitable de la misma “libertad” política por la que habían luchado.

Publicado originalmente por english.almayadeen.net

Traducción:Observatorio de trabajadores en lucha

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How ‘human rights’ became a Western weapon https://strategic-culture.su/news/2025/08/29/how-human-rights-became-a-western-weapon/ Fri, 29 Aug 2025 13:01:03 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887380 By Kit KLARENBERG

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Kit Klarenberg exposes how the West weaponized “human rights” after the Helsinki Accords, turning a noble idea into a tool for regime change, sanctions, and imperial wars.

August 1st marked the 50th anniversary of the Helsinki Accords’ inking. The event’s golden jubilee passed without much in the way of mainstream comment, or recognition. Yet, the date is absolutely seismic, its destructive consequences reverberating today throughout Europe and beyond. The Accords not only signed the death warrants of the Soviet Union, Warsaw Pact, and Yugoslavia years later, but created a new world, in which “human rights” – specifically, a Western-centric and enforced conception thereof – became a redoubtable weapon in the Empire’s arsenal.

The Accords were formally concerned with concretising détente between the US and the Soviet Union. Under their terms, in return for recognition of the latter’s political influence over Central and Eastern Europe, Moscow and its Warsaw Pact satellites agreed to uphold a definition of “human rights” concerned exclusively with political freedoms, such as freedom of assembly, expression, information, and movement. Protections universally enjoyed by the Eastern Bloc’s inhabitants – such as guarantees of free education, employment, housing, and more – were wholly absent from this taxonomy.

There was another catch. The Accords led to the creation of several Western organisations charged with monitoring the Eastern Bloc’s adherence to their terms – including Helsinki Watch, forerunner of Human Rights Watch. Subsequently, these entities frequently visited the region and forged intimate bonds with local political dissident factions, assisting them in their anti-government agitation. There was no question of representatives from the Soviet Union, Warsaw Pact, or Yugoslavia being invited to assess “human rights” compliance at home or abroad by the US or its vassals.

As legal scholar Samuel Moyn has extensively documented, the Accords played a pivotal role in decisively shifting mainstream rights discourse away from any and all economic or social considerations. More gravely, per Moyn, “the idea of human rights” was converted “into a warrant for shaming state oppressors.” Resultantly, Western imperialist brutality against purported foreign rights abusers – including sanctions, destabilisation campaigns, coups, and outright military intervention – could be justified, frequently assisted by the ostensibly neutral findings of organisations such as Amnesty International, and HRW.

Almost instantly after the Helsinki Accords were signed, a welter of organisations sprouted throughout the Eastern Bloc to document purported violations by authorities. Their findings were then fed – often surreptitiously – to overseas embassies and rights groups, for international amplification. This contributed significantly to both internal and external pressure on the Soviet Union, Warsaw Pact, and Yugoslavia. Mainstream accounts assert the conception of these dissident groups was entirely spontaneous and organic, in turn compelling Western support for their pioneering efforts.

US lawmaker Dante Fascell has claimed the “demands” of “intrepid” Soviet citizens “made us respond.” However, there are unambiguous indications that meddling in the Eastern Bloc was hardwired into Helsinki before inception. In late June 1975, on the eve of US President Gerald Ford signing the Accords, exiled Soviet dissident Alexander Solzhenitsyn addressed senior politicians in Washington, DC. He appeared at the express invitation of hardcore anti-Communist George Meany, chief of the CIA-connected American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (AFL-CIO). Solzhenitsyn declared:

“We, the dissidents of the USSR don’t have any tanks, we don’t have any weapons, we have no organization. We don’t have anything…You are the allies of our liberation movement in the Communist countries…Communist leaders say, ‘Don’t interfere in our internal affairs’…But I tell you: interfere more and more. Interfere as much as you can. We beg you to come and interfere.”

‘Political Aberration’

In 1980, mass strikes in Gdansk, Poland, spread throughout the country, leading to the founding of Solidarity, an independent trade union and social movement. Key among its demands was that the Soviet-supported Polish government distribute 50,000 copies of Helsinki’s “human rights” protocols to the wider public. Solidarity founder-and-chief Lech Walesa subsequently referred to the Accords as a “turning point”, enabling and encouraging the union’s nationwide disruption, and growth into a serious political force. Within just a year, Solidarity’s membership exceeded over 10 million.

The movement’s inexorable rise sent shockwaves throughout the Warsaw Pact. It was the first time an independent mass organisation had formed in a Soviet-aligned state, and others would soon follow. Undisclosed at the time, and largely unknown today, Solidarity’s activities were bankrolled to the tune of millions by the US government. The same was true of most prominent Eastern Bloc dissident groups, such as Czechoslovakia’s Charter 77. In many cases, these factions not only ousted their rulers by the decade’s end, but formed governments thereafter.

Washington’s financing for these efforts became codified in a secret September 1982 National Security Directive. It stated “the primary long-term US goal in Eastern Europe” was “to loosen the Soviet hold over the region and thereby facilitate its eventual reintegration into the European community of nations.” This was to be achieved by “encouraging more liberal trends in the region…reinforcing the pro-Western orientation of their peoples…lessening their economic and political dependence on the USSR…facilitating their association with the free nations of Western Europe.”

In August 1989, mere days after Solidarity took power in Poland, marking the first post-World War II formation of a non-Communist government in the Eastern Bloc, a remarkable op-ed appeared in the Washington Post. Senior AFL-CIO figure Adrian Karatnycky wrote about his “unrestrained joy and admiration” over Solidarity’s “stunning” success in purging Soviet influence in the country throughout the 1980s. The movement was the “centerpiece” of a wider US “strategy”, and had been funded and supported by Washington with the utmost “discretion and secrecy.”

Vast sums funnelled to Solidarity via AFL-CIO and CIA front the National Endowment for Democracy “underwrote shipments of scores of printing presses, dozens of computers, hundreds of mimeograph machines, thousands of gallons of printer’s ink, hundreds of thousands of stencils, video cameras and radio broadcasting equipment.” The wellspring promoted Solidarity’s activities locally and internationally. In Poland itself, 400 “underground periodicals” – including comic books featuring “Communism as the red dragon” and Lech Walesa “as the heroic knight” – were published, read by tens of thousands of people.

Karatnycky boasted of how the Empire was intimately “drawn into the daily drama of Poland’s struggle” over the past decade, and “much of the story of that struggle and our role in it will have to be told another day.” Still, the results were extraordinary. Writers for Warsaw’s NED-funded “clandestine press” had suddenly been transformed into “editors and reporters for Poland’s new independent newspapers.” Former “radio pirates” and Solidarity activists previously “hounded” by Communist authorities were now elected lawmakers.

Signing off, Karatnycky hailed how Poland proved to be a “successful laboratory in democracy-building,” warning “democratic change” in Warsaw could not be a “a political aberration” or “lone example” in the region. Karatnycky looked ahead to further neighbourhood insurrection, noting AFL-CIO was engaged in outreach with trade unions elsewhere in the Eastern Bloc, including the Soviet Union itself. So it was, one by one, every Warsaw Pact government collapsed in the final months of 1989, often in enigmatic circumstances.

‘Shock Therapy’

The “revolutions” of 1989 remain venerated in the mainstream today, hailed as examples of peaceful transitions from dictatorship to democracy. They have also served as a template and justification for US imperialism of every variety in the name of “human rights” in all corners of the globe since. Yet, for many at the forefront of Western-funded, Helsinki Accords-inspired Warsaw Pact dissident groups, there was an extremely bitter twist in the tale of the overthrow of Communism in Central and Eastern Europe.

In 1981, Czechoslovak playwright and Charter 77 spokesperson Zdena Tominová conducted a tour of the West. In a speech in Dublin, Ireland, she spoke of how she’d witnessed first-hand how her country’s population had benefited enormously from the state’s Communist policies. Tominová made clear she sought to fully maintain all its public-wide economic and social benefits, while adopting Western-style political freedoms only. It was a shocking statement to make for a woman who’d risked imprisonment to oppose her government with foreign help so publicly:

“All of a sudden, I was not underprivileged and could do everything…I think that, if this world has a future, it is as a socialist society, which I understand to mean a society where nobody has priorities just because he happens to come from a rich family,” Tominová declared. She moreover made clear her vision was global in nature – “the world of social justice for all people has to come about.” But this was not to be.

Instead, Eastern Bloc countries suffered deeply ravaging transitions to capitalism via “shock therapy”, eradicating much of what citizens held dear about the systems under which they’d previously lived. They were thrust into a wholly new world, where hitherto unknown homelessness, hunger, inequality, unemployment, and other societal ills became commonplace, rather than prevented by basic state guarantee. After all, as decreed by the Helsinki Accords, such phenomena didn’t constitute egregious breaches of “human rights”, but instead were the unavoidable product of the very political “freedom” for which they had fought.

Original article:  english.almayadeen.net

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