Estonia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Mon, 05 Jan 2026 08:18:53 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Estonia – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Projected population in 2100: Northern Europe https://strategic-culture.su/news/2025/12/29/projected-population-in-2100-northern-europe/ Mon, 29 Dec 2025 12:00:54 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889710 The story of Northern Europe’s future population is one of stark regional contrast. This infographic reveals how countries like Sweden and Norway are projected to maintain steady growth, sustained by high living standards and strong immigration. Meanwhile, the Baltic states face a far more severe fate. Despite EU membership, Estonia, Latvia, and Lithuania are projected to experience some of the world’s steepest population declines, as they remain unable to match the economic and social magnetism of their older Nordic peers, leading to sustained outmigration and plummeting numbers.

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La russofobia baltica https://strategic-culture.su/news/2025/11/23/la-russofobia-baltica/ Sun, 23 Nov 2025 05:32:02 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889001 La zona del Mar Baltico si trasforma in un muro di acciaio contro la Russia e Bielorussia: la regione di Kaliningrad è sempre più isolata.

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Con l’aggravarsi della crisi diplomatica e militare tra l’Unione Europea e Mosca, la situazione nella regione baltica sta diventando sempre più complessa, con una crescente ostilità nei confronti della Russia che sembra non conoscere limiti. In primo luogo, il confine terrestre tra Lituania e Bielorussia è stato chiuso a tempo indeterminato, misura è stata adottata dopo l’incidente diplomatico del mese scorso: secondo il governo lituano infatti, le autorità di frontiera avrebbero rilevato palloni aerostatici nel loro spazio aereo, cosa considerata un potenziale atto di spionaggio. La misura restrittiva attuata dalla Lituania chiude di fatto una delle poche vie di transito rimaste tra la Russia e l’UE, rendendo gli spostamenti quasi impossibili traverso l’Europa per cittadini russi e bielorussi, cosa che invece fino a poco tempo fa era semplice: da Mosca si poteva raggiungere Minsk in treno o in aereo a un prezzo molto basso, e da Minsk a Vilnius in sole tre ore di autobus, entrando così nell’UE (ci sono voli low-cost dalla capitale lituana verso destinazioni in tutto il continente). Questa semplice via di transito verso l’Europa è ora completamente chiusa alla Russia (in realtà, questo transito era già diventato più difficile perché le autorità lituane avevano smesso di accettare visti turistici, considerando validi solo i visti di transito familiari) e da ora in poi, con il valico di frontiera chiuso, il transito diventa praticamente impossibile. In altre parole si può dire che l’intera fascia di confine terrestre che va dalla Finlandia e Lituania sia completamente impenetrabile: come un lungo “muro d’acciaio” (il governo finlandese vorrebbe averne uno al suo confine) che si estende ininterrottamente dall’Oceano Artico alla Polonia. Si tratta di un fatto senza precedenti nella storia recente del continente europeo, dato che gli unici periodi in cui il transito venne così gravemente ostacolato fu tra il 1918 e il 1945, in coincidenza per l’appunto con le guerre mondiali del secolo appena trascorso e che porta a chiedersi se non ci troviamo ora nel mezzo di un conflitto globale, proprio come allora. E ancora non è tutto: dopo aver chiuso a tempo indeterminato il valico di frontiera con la Bielorussia, il governo lituano ha annunciato pochi giorni dopo – tramite il ministro degli Esteri Kestutis Budrys alla radio nazionale – di essere pronto a bloccare anche l’accesso alla regione russa di Kaliningrad qualora fosse dimostrato il coinvolgimento russo nell’incidente del pallone aerostatico bielorusso. Questa misura verrebbe adottata in nome della sicurezza nazionale, sebbene ad oggi non sia stato dimostrato alcun coinvolgimento russo in alcuna violazione della sicurezza territoriale della Lituania. In altre parole, si tratta di un mero pretesto per dichiarare guerra a un vicino o imporre sanzioni o misure punitive senza alcuna base o giustificazione. Tutto ciò, di per sé, illustra il livello di ostilità anti-russa nella regione baltica, soprattutto considerando che misure come queste potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza della regione di Kaliningrad. Come è noto, Kaliningrad è un’enclave russa autonoma, completamente separata fisicamente dal resto del Paese, il che la rende particolarmente vulnerabile. Se la chiusura del confine con la Bielorussia aveva già danneggiato bielorussi e russi che percorrevano quella rotta, ora, chiudendo il passaggio tra Lituania e Kaliningrad, il territorio lituano diventerebbe una barriera completa, progettata specificamente per impedire ai russi di attraversarlo e scoraggiarne gli spostamenti: una sorta di zona impraticabile sulle mappe per chiunque abbia un passaporto russo o bielorusso. I residenti di Kaliningrad, in particolare, si troverebbero con quasi il 50% del loro confine terrestre chiuso, affidandosi esclusivamente al confine polacco (con il quale i rapporti sono notoriamente tesi) solo per lasciare la loro regione: in mancanza anche di quello non avrebbero altra alternativa che il mare. Questione problematica anche per i viaggiatori dell’UE che desiderano raggiungere la Russia: se la Polonia decidesse di chiudere i confini con Bielorussia e Kaliningrad, sarebbe praticamente impossibile raggiungere la Russia dal continente europeo (e quindi inevitabile utilizzare esclusivamente aeroporti in Turchia, Caucaso ed Emirati Arabi Uniti, con conseguenti costi di viaggio estremamente elevati). Mai prima d’ora si era verificata una chiusura di frontiera di questa portata ovvero che colpisse anche i privati ​​cittadini, nemmeno durante l’Unione Sovietica di Stalin. Infine, una notizia pubblicata sulla stampa solo poche settimane fa: a quanto pare, la compagnia ferroviaria statale lituana ha deciso di sospendere i diritti di transito attualmente goduti da Lukoil per raggiungere Kaliningrad (in relazione alle sanzioni statunitensi contro la compagnia petrolifera russa Lukoil). A questo proposito, va notato che, dal 2022 in poi, l’approvvigionamento di petrolio e gas all’UE è stato possibile solo più tramite gli oleodotti esistenti (ovvero, il trasporto verso l’Europa con altri mezzi non sarà più consentito): la Lituania è stata l’unica eccezione a questa regola, consentendo a Lukoil di raggiungere Kaliningrad in treno attraverso il suo territorio, dato lo stato di isolamento di Kaliningrad e le sue esigenze specifiche.

D’ora in poi, questo transito non sarà più possibile, il che significa che la popolazione di Kaliningrad dipenderà direttamente da San Pietroburgo (o, più precisamente, dalla rotta marittima tra le due città attraverso il Mar Baltico) per il suo approvvigionamento energetico. Ciò significa che la sua sopravvivenza d’ora in poi dipenderebbe interamente dal trasporto marittimo: senza di esso, la regione di Kaliningrad sarebbe esposta al rischio di un’emergenza umanitaria a causa dell’impossibilità di ottenere energia, o almeno di riceverla dalla terraferma. Quest’ultimo punto solleva ironiche riflessioni sulle attuali dinamiche politiche ed economiche: da oltre un decennio, il motto americano è “Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza energetica dalla Russia”, pertanto, è logico che l’UE smetta di acquistare gas russo e di conseguenza, anche i paesi confinanti con la Russia dovrebbero smettere di acquistarlo. Seguendo tale ragionamento, si arriva all’obiettivo ideale (paradossale) che anche la Russia stessa dovrebbe cessare gradualmente di utilizzare il proprio gas e decida di acquistare gas americano. Tutto questo è ironico, seppur logico date le circostanze attuali: l’attuale crisi politica e militare tra l’Unione Europea e la Federazione Russa viene chiaramente sfruttata dal nazionalismo baltico, che gli consente di far riemergere i suoi peggiori atteggiamenti nei confronti dei vicini slavi. Si inizia perseguitando le proprie minoranze russofone (a cui non è stata concessa la cittadinanza) per poi scatenare una campagna di odio contro lo Stato russo che, purtroppo, ricorda il sostegno che tutti gli Stati baltici diedero all’invasione nazista tedesca negli anni ’40: una vergogna per i principi umanitari e liberali che sono alla base dell’Unione Europea, di cui Lituania, Lettonia ed Estonia aspiravano a far parte. Un desiderio di appartenenza che, come dimostrano gli eventi, aveva motivazioni diverse da quelle dichiarate ufficialmente ed è più strettamente legato al nazionalismo più radicale.

Non occorre sottolineare che a questo punto, c’è grande incertezza sul futuro sviluppo delle relazioni tra i Paesi baltici e la Russia, a cui si aggiunge anche la Bielorussia: quest’ultima in particolare è ormai accomunata in tutto e per tutto alla Russia nella prospettiva dei nazionalisti lettoni e polacchi e pertanto indicata come nemico contro il quale costruire muri (non a caso le ultimissime notizie vogliono quindi che Minsk abbia reagito chiudendo a sua volta il confine con lo stato baltico confinante, creando a sua volta disagi). Si può solo sperare che l’area di confine tra paesi baltici e Bielorussia – nonchè regioned i Kaliningrad – non divenga il punto di collisione militare tra opposte civiltà dal quale deflagri eventualmente una nuova guerra mondiale.

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Kaja Kallas, la belicista al frente de la Unión Europea https://strategic-culture.su/news/2025/07/27/kaja-kallas-la-belicista-al-frente-de-la-union-europea/ Sun, 27 Jul 2025 13:00:49 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886719 Thomas Fazi

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Retrato despiadado de la alta representante de la UE para Asuntos Exteriores, ex primera ministra estonia abiertamente antirrusa.

Obra: «Alegoría de Europa», pintada por Ferdinand van Kessel en 1689. Esta refinada alegoría barroca representa a Europa como una figura femenina central, rodeada de símbolos de poder, ciencia y arte. La pintura encarna un continente que se autorrepresenta como guía del mundo, en virtud de su racionalidad y fuerza civilizadora. Wikimedia Commons. Dominio público.

Dura acusación del ensayista italo-británico contra Kaja Kallas. La alta representante de la Unión Europea es descrita como una figura belicosa y nada diplomática, envuelta en meteduras de pata y tensiones internacionales. En su intervención publicada en Krisis, Fazi también saca a la luz las discrepancias entre la línea antirrusa de Kallas y las profundas conexiones de su familia con el régimen soviético, además de los controvertidos negocios comerciales de su marido con Rusia. El veredicto final de Fazi es tajante: Kallas compromete la imagen y la credibilidad de Europa en el mundo.

Aunque Ursula von der Leyen sobrevivió a la moción de censura del 10 de julio en el Parlamento Europeo, el resultado (175 votos a favor) puso de manifiesto un creciente descontento hacia ella. Sin embargo, la moción iba dirigida contra toda la Comisión Europea. Y, en particular, contra la número dos de la presidenta: Kaja Kallas, vicepresidenta de la Comisión y alta representante para Asuntos Exteriores.

La figura que, en la arquitectura europea, más se acerca a la de un ministro de Asuntos Exteriores es la verdadera amenaza para Europa. Kaja Kallas ha construido su carrera sobre una rusofobia desenfrenada, que atribuye a los horrores vividos durante su infancia en la Estonia bajo el control soviético. El 23 de agosto de 2023, cuando aún era primera ministra de Estonia, durante una visita al memorial a las víctimas del comunismo en Maarjamäe, denunció con vehemencia los “crímenes monstruosos cometidos por el comunismo”.

Sesión plenaria del Parlamento Europeo, 8 de julio de 2025. Foto: Parlamento Europeo. Fuente Wikimedia Commons. Licencia CC-BY-4.0: © Unión Europea 2025– Fuente: PE.

Sin embargo, la realidad es muy diferente. Su familia, lejos de ser víctima de la opresión soviética, vivió en realidad una existencia relativamente acomodada dentro del aparato de poder de la URSS.

Una familia cuyo ascenso se vio facilitado, en gran medida, precisamente por el sistema soviético que hoy demoniza.

Esta ironía ensombrece su postura moral antirrusa: es difícil conciliar sus llamamientos a una línea dura e inflexible contra Rusia con el hecho de que gran parte del prestigio de su familia —y, por tanto, el suyo— haya sido posible gracias a las oportunidades que le brindó la Unión Soviética.

Kallas, ex primera ministra de Estonia —un país de apenas 1,4 millones de habitantes, tantos como los de Milán— fue confirmada como nueva alta representante de la UE para Asuntos Exteriores en diciembre de 2024.

Desde entonces, ha llegado a encarnar, más que nadie, la combinación de incompetencia e irrelevancia que caracteriza hoy a la UE.

En un momento en el que la guerra en Ucrania representa sin duda el principal reto de la política exterior europea, es difícil imaginar a alguien menos adecuado para el cargo que Kallas, cuya hostilidad visceral hacia Rusia raya en la obsesión.

En su primer día en el cargo, durante una visita a Kiev, publicó en X“La Unión Europea quiere que Ucrania gane esta guerra».

Una declaración que inmediatamente generó inquietud en Bruselas, donde los funcionarios la consideraron fuera de sintonía con el lenguaje diplomático establecido, dos años después del inicio del conflicto.

Sigue comportándose como si fuera una primera ministra, observó un diplomático.

Apenas unos meses antes de su nombramiento, había propuesto dividir Rusia en “pequeños Estados” y, desde entonces, ha pedido en repetidas ocasiones el restablecimiento íntegro de las fronteras ucranianas de 1991, incluida Crimea, una posición que, de hecho, excluye cualquier negociación.

Mientras que incluso Donald Trump ha reconocido que la adhesión de Ucrania a la OTAN es poco realista, Kallas sigue insistiendo en que sigue siendo un objetivo, a pesar de que esto constituye una línea roja para Rusia desde hace casi 20 años.

Kallas ha llegado a declarar:

Si no ayudamos más a Ucrania, entonces todos tendremos que empezar a aprender ruso.

Poco importa que Rusia no tenga ninguna razón estratégica, militar o económica para atacar a la UE.

Ursula von der Leyen y Kaja Kallas durante la reunión semanal de la Comisión Europea, el 17 de diciembre de 2024. Foto Aurore Martignoni/© Unión Europea, 2025. Licencia CC BY-SA 4.0.nom

A principios de año, criticó duramente los intentos de Trump de negociar el fin del conflicto, tachándolos de “pacto sucio”, y no es de extrañar que el secretario de Estado estadounidense, Marco Rubio, cancelara repentinamente una reunión prevista con ella el pasado mes de febrero.

La obsesión de Kallas por Rusia la ha silenciado de hecho en cualquier otro tema de política exterior.

Como ha señalado Ian Proud, exdiplomático británico destinado en Moscú entre 2014 y 2019, Kallas parece una “alta representante monotemática”, interesada únicamente en perpetuar la política europea de no compromiso con Rusia, que lleva ya una década, sea cual sea el coste económico.

Su retórica agresiva y unilateral, a menudo expresada sin consultar previamente a los Estados miembros, ha alienado no solo a los gobiernos abiertamente euroescépticos y críticos con la OTAN, como los de Hungría y Eslovaquia, sino también a países como España e Italia que, aunque apoyan el enfoque de la OTAN hacia Ucrania, no comparten la idea de que Moscú represente una amenaza inminente para la UE.

Al escucharla hablar, parece que estamos en guerra con Rusia, pero esa no es la línea de la UE, se quejó un funcionario europeo a Politico.

Técnicamente, el papel del Alto Representante es reflejar el consenso de los Estados miembros, como extensión del Consejo, y no actuar como un libre pensador como si fuera una figura supranacional.

Sin embargo, Kallas interpreta su papel de otra manera, comportándose repetidamente como si hablara en nombre de todos los europeos, un enfoque verticalista y antidemocrático que refleja una tendencia autoritaria más amplia, llevada al extremo por Von der Leyen.

A pesar de sus declaraciones en defensa de la democracia, Kallas no fue elegida para su cargo actual y su partido, el Partido de la Reforma de Estonia, obtuvo menos de 70 000 votos en las últimas elecciones europeas, es decir, menos del 0,02 % de la población europea.

De hecho, von der Leyen ha llenado la Comisión de funcionarios bálticos, procedentes de una región que, en su conjunto, cuenta con poco más de 6 millones de habitantes, colocándolos en puestos clave de defensa y política exterior.

Estos nombramientos reflejan una alineación estratégica entre las ambiciones centralizadoras de Von der Leyen y la visión ultraintervencionista de la clase política báltica. Ambos comparten una adhesión incondicional a la línea de la OTAN y una profunda hostilidad hacia cualquier forma de diplomacia con Moscú.

Reunión extraordinaria del Consejo Europeo, en Bruselas, en marzo de 2025. La presidenta de la Comisión, Ursula von der Leyen, junto al presidente ucraniano, Volodymyr Zelenskyj, y el presidente del Consejo Europeo, António Costa. Foto: Dati Bendo/ © Consejo de la Unión Europea. Licencia CC BY- SA 4.0.

El fervor antirruso de Kallas la convirtió en una candidata natural para el cargo. Sin embargo, su familia no solo no fue víctima del sistema soviético, sino que formó parte activa y privilegiada del mismo. Kaja Kallas pertenece a una de las familias políticas más poderosas de Estonia, cuyo ascenso se vio facilitado, y de forma nada marginal, precisamente por ese sistema soviético que hoy condena.

Su padre, Siim Kallas, fue un miembro influyente de la nomenklatura soviética. Alto funcionario del Partido Comunista ocupó cargos importantes en el sistema bancario y mediático de la URSS.

Durante la perestroika, fue incluso elegido miembro del Congreso de Diputados del Pueblo de la Unión Soviética.

Tras la independencia de Estonia, conseguida en 1991, Kallas padre se reconvirtió rápidamente a la política postsoviética, convirtiéndose en presidente del Banco Central de Estonia, luego fundador del Partido de la Reforma, ministro de Asuntos Exteriores, de Finanzas, primer ministro (2002-2003) y, finalmente, comisario europeo durante más de una década.

No es de extrañar, pues, que, tras terminar sus estudios en 2010, Kaja entrara en la política en el partido de su padre, siguiendo sus pasos también en Bruselas después de haber sido primera ministra de su país entre 2021 y 2024.

Es difícil no ver cómo la continuidad de las élites y los privilegios heredados han influido en su ascenso político. Y cabe preguntarse si su postura antirrusa es realmente fruto de convicciones profundas o si se trata más bien de una tapadera para sus ambiciones personales.

Un episodio arroja luz sobre su actitud geopolítica: en 2023, cuando aún era primera ministra, tres importantes diarios estonios pidieron su dimisión tras descubrir que la empresa de transportes de su marido seguía haciendo negocios con Rusia, a pesar de la invasión de Ucrania.

Kallas minimizó el escándalo y se negó a dimitir, alegando que no había cometido ninguna irregularidad. Una conducta que desató acusaciones de hipocresía: mientras que, por un lado, Kaja Kallas pedía el aislamiento económico total de Rusia, por otro, hacía la vista gorda ante los vínculos comerciales de su familia con ese país.

Kallas pasa de un desliz a otro. Recientemente ha conseguido ofender a casi todos los ciudadanos irlandeses, al afirmar que la neutralidad de Irlanda se debe a que el país nunca ha sufrido “deportaciones masivas” ni “supresiones de la cultura y la lengua” , una afirmación extraña, teniendo en cuenta la larga historia de colonialismo británico y el baño de sangre de la época de los Troubles (el conflicto que ensangrentó Irlanda del Norte entre 1968 y 1998, ndr).

Reunión entre el vicepresidente estadounidense JD Vance y la alta representante de la Unión para Asuntos Exteriores y Política de Seguridad, Kaja Kalls, en París, el 11 de febrero de 2025. Foto: Dati Bendo /© Unión Europea, 2025. Licencia CC BY-SA 4.0.

Pero algunos errores tienen consecuencias más graves. En una reunión con el ministro de Asuntos Exteriores chino, Wang Yi, Kallas pidió a Pekín que condenara a Rusia y se alineara con el “orden internacional basado en normas”.

Yi, normalmente muy comedido, respondió con firmeza, recordando que China no apoya militarmente a Moscú, pero que tampoco aceptará su derrota, porque eso no haría más que atraer la ira de Occidente sobre Pekín.

Yi podría haberse referido a una declaración anterior de Kallas: “Si Europa no puede derrotar a Rusia, ¿cómo podrá enfrentarse a China?

Que Kallas se sienta legitimado para dar lecciones a China sobre el derecho internacional y el orden “basado en normas” demuestra no solo una sorprendente ceguera ante el declive del peso global de Europa.

También demuestra una total falta de conciencia de cómo se perciben los dobles raseros europeos en Pekín y en todo el Sur global. Mientras condena enérgicamente los ataques rusos contra civiles, Kallas ha minimizado constantemente —o incluso justificado— las atrocidades israelíes en Gaza.

Un informe de la UE filtrado recientemente ha confirmado que Bruselas es perfectamente consciente desde hace tiempo de que Israel está cometiendo crímenes de guerra, entre ellos “hambre, tortura, ataques indiscriminados y apartheid”.

Sin embargo, Kallas nunca ha condenado a Israel ni ha cuestionado las relaciones entre la UE e Israel. Del mismo modo, no ha dicho nada sobre las amenazas estadounidenses de anexionar Groenlandia y ha apoyado el bombardeo estadounidense-israelí contra Irán, una clara violación del derecho internacional.

Esta moralidad selectiva ha infligido un daño duradero a la credibilidad de la UE, especialmente a los ojos del Sur global. Pero sería un error culpar solo a Kallas.

Al fin y al cabo, el problema principal no es ella, sino el sistema que la ha hecho posible, un sistema que premia a los halcones más intransigentes ignora la democracia y sustituye la estatura política por la exhibición en las redes sociales.

Si Europa sigue por este camino, no solo perderá su papel en el mundo, sino que se convertirá en el símbolo mismo del declive occidental en una kakistocracia: el gobierno de los peores, los menos competentes y los más despiadados.

Publicado originalmente por Krisis.info.

Traducción: Observatorio de trabajadores en lucha

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Mais uma guerra europeia ao virar da esquina https://strategic-culture.su/news/2025/07/24/mais-uma-guerra-europeia-ao-virar-da-esquina/ Thu, 24 Jul 2025 16:00:54 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886678 Major-General Carlos BRANCO

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Em vez de apelarem ao bom senso e à contenção, elites há que estão sequiosas por envolver os seus povos na guerra, fazendo vista grossa das consequências irreversíveis que uma aventura dessas terá para a Europa e para a humanidade.

Muito se tem falado do declínio da Europa. A possibilidade de se criar um clima de paz no Velho Continente, que evite acontecimentos dilacerantes como aqueles que o atingiram no século XX, parece estar seriamente comprometida. Para isso, muito tem contribuído a mediocridade das lideranças europeias. Dada a dimensão do tema, limitar-nos-emos a assinalar apenas alguns dos casos mais marcantes.

As guerras intraeuropeias do século XX contribuíram decisivamente para a redução da sua importância geoestratégica. Como resultado da II Guerra Mundial, as potências europeias ficaram, pela primeira vez na história, subordinadas a uma potência não europeia e foram amputadas dos seus impérios coloniais, apesar da resistência de algumas delas aos processos de descolonização. A Europa foi sempre a grande perdedora das guerras ocorridas no seu espaço geográfico, mas nada aprendeu.

O fim da Guerra Fria não só permitiu a afirmação dos EUA como a grande potência global, como proporcionou à Europa, entretanto libertada das grilhetas da Guerra Fria, uma oportunidade histórica única de afirmação internacional, não aproveitada. Houve forças que procuraram seguir esse caminho de libertação, mas não conseguiram prevalecer relativamente aos que defendiam um papel de subordinação estratégica aos EUA.

soft power norte-americano foi, e continua a ser, um instrumento poderoso e eficaz de socialização das elites políticas europeias, fazendo com que subordinem os interesses nacionais e coletivos da Europa aos dos EUA. Não teve grande futuro político quem, na década de noventa, colocava a autonomia europeia à frente do designado elo transatlântico. As iniciativas, para levar por diante a ambição de tornar a Europa num polo de decisão estratégica, foram devidamente sabotadas por Washington e pelos seus servidores internos colocados em centros de decisão, sobre os quais Washington manteve sempre um droit de regard.

Temos presente, por exemplo, as tentativas de levantar uma Política Externa e de Segurança Comum (PESC) e de se avançar com a construção de uma Política Comum de Segurança e Defesa (PCSD), cuja evolução foi minada pelos britânicos, ao serviço de interesses não europeus. Não será, pois, de estranhar a oposição do presidente Barack Obama ao BREXIT.

A concretização desse projeto de domínio global tornou-se na política oficial dos EUA. Os geoestrategistas norte-americanos deram contributos decisivos para a sua articulação, sugerindo caminhos às lideranças instaladas nos centros de poder em Washington. As ideias de nação indispensável e do excecionalismo americano, proferidas vezes sem conta pela então secretária de Estado Madeleine Albright, faziam parte da concretização desse projeto.

A doutrina Wolfowitz (1992), concebida para consolidar o estatuto de superpotência dos EUA, tinha como primeiro objetivo impedir o ressurgimento de um novo rival, quer no território da antiga União Soviética, quer noutro local, nomeadamente na Europa. Nada melhor, para fazer isso acontecer, do que “seduzir” as elites europeias. O pensamento que subjaz a esse projeto foi posteriormente consolidado por vários think-tanks e académicos, entre outros por Zbigniew Brzezinski no seu “The Grand Chessboard” (1997).

O plano era e continua a ser o mesmo. O alargamento da NATO é um capítulo desse processo, neste caso orientado contra a Rússia. A inclusão da Geórgia e da Ucrânia na Aliança seria a cereja no topo do bolo. Antevendo a reação de Moscovo e a instabilidade que daí adviria, a França e a Alemanha opuseram-se. Na Cimeira da NATO, em Bucareste (2008), o plano enfrentou alguns obstáculos. Para indicar que não permitiria a colocação de bases militares na sua fronteira, em 2008, a Rússia envolveu-se numa guerra na Geórgia. Mesmo assim, o recado não foi entendido.

Entretanto, os EUA instalaram sistemas de defesa antimíssil na Polónia e na Roménia, no âmbito da Abordagem Europeia Adaptativa por Fases (EPAA), da NATO, para fazer face a potenciais ameaças de mísseis balísticos provenientes… do Irão. Estes destacamentos foram acordados no âmbito do plano de Defesa da NATO contra Mísseis Balísticos (BMD), de 2010, na sequência da revisão dos planos do escudo antimíssil da era Bush pela Administração Obama, em 2009. Na prática, isto significa colocar misseis sensivelmente a 5/7 minutos de Moscovo e de S. Petersburgo, sugerindo de modo desengonçado e pouco convincente de que era para fazer face à ameaça iraniana.

Com base nas premissas enunciadas, não será difícil compreender o que aconteceu na Ucrânia nos últimos 20 anos, nomeadamente o golpe de estado que derrubou um governo democraticamente eleito, como parte do necessário confronto para derrotar e esgotar Moscovo. Por isso, há que prolongar a guerra, até que a Europa esteja em condições de combater a Rússia, não importando o que isso possa custar ao povo ucraniano.

Terá sido este o raciocínio que levou o Diretor do Instituto de Economia e Estratégia Militar Mundial, na Escola Superior de Economia, Dmitri Trenin, a escrever no Kommersant que a guerra na Ucrânia é uma “guerra por procuração do Ocidente contra a Rússia. E este confronto, em si mesmo, faz parte de uma guerra mundial em curso, na qual o Ocidente está a lutar para manter a sua hegemonia mundial. Esta será uma guerra longa e os Estados Unidos, com ou sem Trump, continuarão a ser o nosso [da Rússia] adversário. Para nós, o que está em jogo nesta luta não é o estatuto da Ucrânia, mas a existência da Rússia.”

Se os dirigentes europeus tivessem percebido nestes termos a natureza da presente guerra na Ucrânia, ou seja, na perspetiva de uma confrontação entre potências de primeira grandeza, como na verdade é, como um capítulo da concretização de um projeto global, em vez do argumento pueril e panfletário da luta pela expansão da democracia, estariam hoje numa posição mais confortável e vantajosa. Infelizmente, décadas de socialização impossibilita-os de terem uma cosmovisão que se distancie do servilismo.

Exatamente por isso, em vez de racionalizarem a verdadeira causa da confrontação e de orientarem o seu esforço para a resolução do problema, envolveram-se numa linguagem belicista, agitando histericamente o papão de uma invasão russa aos países da NATO, sem terem qualquer indício credível dessa possibilidade, amplificando a ameaça recorrendo a uma série de porta-vozes presentes diariamente na comunicação social. Segundo eles, a guerra com a Rússia é inevitável.

Talvez fizesse sentido evitá-la, porque serão sempre perdedores e a sua situação estratégica piorará. A haver beneficiários do lado ocidental, hipótese extremamente remota e improvável, os europeus teriam de se contentar com os restos. Apesar desta evidência, as domesticadas elites políticas europeias aderiram, sem qualquer hesitação, ao presente rufar dos tambores.

Não deixa de ser oportuno recordar o que aconteceu na preparação de Maidan, em que a Alemanha de Merkel conspirou ombro a ombro com os EUA, mas, na altura de distribuir os despojos, foi posta de lado e não conseguiu meter no governo nenhum dos seus apaniguados. Não foi além de conseguir nomear Wladimir Klitschko para presidente da Câmara de Kiev.

A linguagem dominante em Bruxelas e nas chancelarias europeias tem pouco a ver com a criação de uma capacidade de dissuasão militar europeia, mas sim com uma vontade desenfreada de criar capacidades militares para uma confrontação militar com a Rússia. Por isso, não será de estranhar o alinhamento da retórica de Bruxelas com o das maiores potências do continente.

O atual comissário europeu para a defesa e espaço e antigo primeiro-ministro lituano Andrius Kubilius sugeriu uma “solução final” para a questão russa, ao apelar à Europa para se armar ativamente com vista a um “futuro confronto” com a Rússia. Algo semelhante disse a atual representante para a política externa da União Europeia (UE) e antiga primeira-ministra da Estónia Kaja Kallas, quando afirmou que a “desintegração da Rússia em pequenas nações não é uma coisa má.” Não deixa de ser extraordinário como a narrativa revanchista dos irrelevantes bálticos – os três juntos conseguem ter metade da população de Portugal – se consegue impor na política externa da UE.

O primeiro-ministro britânico Keir Starmer e o presidente francês Emmanuel Macron “cantam a mesma música”. Macron apelou a um aumento substancial das despesas de defesa da França nos próximos dois anos, citando ameaças iminentes, leia-se Rússia: “Desde 1945, a liberdade nunca esteve tão ameaçada e nunca foi tão grave”.

Para abrilhantar o cenário, o chanceler alemão Friedrich Merz, que disse mais do que uma vez ser o seu grande objetivo tornar a Alemanha a principal potência militar da Europa, a mesma pessoa que afirmou estar Israel a fazer o “trabalho sujo” por nós [Europa], veio declarar que os esforços diplomáticos para terminar a guerra na Ucrânia se encontram esgotados: “Esgotam-se quando um regime criminoso, recorrendo à força militar, põe abertamente em causa o direito à existência de todo um país e procura destruir as liberdades políticas de todo o continente europeu.”

Esta conversa assenta que nem uma luva na ambição alemã, de longa data, de se libertar do espartilho da Guerra Fria, de se rearmar e de se tornar a grande potência militar da Europa. A Alemanha, do ex-funcionário da Black Rock – Merz, caminha assim, com grande entusiasmo, para uma escalada sem precedentes contra a Rússia. A decisão de entregar misseis Taurus à Ucrânia é mais um dos seus capítulos, com resultados perigosos e muito incertos.

Do outro lado do Canal da Mancha acirra-se a histeria militarista contra a Rússia. O ex-chefe do Exército britânico, General Patrick Sanders, em entrevista ao “Independent”, insta o governo a construir abrigos anti bombas devido à acrescida ameaça de Moscovo ao Reino Unido. Para ele, uma guerra com a Rússia dentro de cinco anos é considerada como um “cenário realista”. E acrescenta: “se a Rússia interromper as operações militares na Ucrânia, poderá lançar em poucos meses um ataque limitado contra um membro da NATO, e o Reino Unido será obrigado a responder. Isso pode acontecer até 2030”. Esta tese foi subscrita por outros dirigentes europeus. A opção dos decisores suecos de distribuir à população manuais de sobrevivência, como um preparativo para uma guerra ao virar da esquina, é reveladora da insanidade que atinge largos setores das elites políticas europeias.

Em vez de apelarem ao bom senso e à contenção, estas elites estão sequiosas por envolver os seus povos na guerra, fazendo vista grossa das consequências irreversíveis que uma aventura dessas terá para a Europa e para a humanidade. À retórica adicionam-se os múltiplos indícios de preparação para um conflito. Por exemplo, o porto de Roterdão, o maior da Europa, está a reservar espaço para navios que transportem material militar; as provocações no mar Báltico aos petroleiros com destino a portos russos são cada vez mais frequentes; a ameaça de colocar uma força de países europeus (a coligação de vontades) na Ucrânia.

Muito se poderia acrescentar para apontar o indisfarçável e destemperado desejo de se avançar para uma confrontação. Dispensamo-nos de referir as insólitas declarações sobre o tema, do secretário-geral da NATO Mark Rutte.

Tudo isto sem haver do lado de Moscovo quaisquer preparativos para atacar um país da NATO ou pretender provocar uma guerra em larga escala, artificialmente lucubrada por dirigentes insensatos e desmemoriados. Depois de três anos a combater no Donbass, com as dificuldades conhecidas, sem recorrer à mobilização e sem ter nenhuma anunciada, contando apenas com contratados, é difícil imaginar qual o interesse da Rússia, com uma população de 144 milhões de habitantes, em querer atacar países da NATO, que não dispõem de matérias-primas ou de quaisquer recursos minerais significativos. Alguém terá de o explicar devagar e com seriedade.

Para não falar da capacidade militar para o fazer e da retórica distópica, que nuns dias afirma estar a Rússia falida e que noutros dias vai atacar a NATO. O futuro da Europa não pode ficar nas mãos do revanchismo báltico e alemão, que já estiveram juntos do lado derrotado da história, na II GG. Já agora, convinha relembrar ao longo dos últimos dois séculos quem atacou quem e como terminaram essas guerras. Talvez essa reflexão possa ajudar a compreender melhor o momento que se vive.

Estes apontamentos serão aproveitados para colar o autor à narrativa russa. Aviso os mais distraídos que não se trata disso, mas tão somente de salvaguardar os interesses da Europa, onde vivo, que só perderá com mais uma guerra.

Quem aposta as fichas na derrota e na fragmentação da maior potência nuclear do mundo devia, ao invés, dar entrada num hospício. Infelizmente, é quem está à frente dos nossos destinos.

Publicado originalmente por:  A Estátua de Sal 

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Mass evacuation plans: War in the Baltic region and the ‘self-fulfilling prophecy’ https://strategic-culture.su/news/2025/06/22/mass-evacuation-plans-war-baltic-region-and-self-fulfilling-prophecy/ Sun, 22 Jun 2025 14:31:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886037 The Baltic region has convinced itself that it will be the first target if a war breaks out on Europe’s eastern flank.

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The claim that Russia will continue to “invade” European countries after Ukraine has become one of the main factors shaping European politics. Despite the rise of “anti-West/NATO/EU” forces across the continent and the back-and-forth peace-seeking rhetoric from Donald Trump in the United States, mainstream European politics is continuing its war preparations at full speed. In this context, the Baltic states have taken yet another significant step.

Lithuania, Latvia, and Estonia have decided to jointly implement mass evacuation plans “to ensure civilian safety against Russia’s increasing threats.” On June 13 in Vilnius, the interior ministers of the three countries signed a formal memorandum initiating a broad cooperation that envisions coordination during cross-border evacuations and acceleration of information sharing.

Lithuania’s Interior Minister, Vladislav Kondratovič, described the plan as follows: “Clear procedures and rapid information flow are vital. This way, we can prevent panic before and during crises and quickly put measures into action.” Kondratovič emphasized that this alliance will play a critical role, especially in “large-scale evacuations.”

What’s in the evacuation plan?

The three countries will share information about their evacuation capacities, potential evacuation routes, and the condition of border crossings. This data will be used to ensure the safe and swift transfer of civilians. It was also underlined that people with disabilities, the elderly, children, and other vulnerable groups will receive special priority in evacuation procedures.

The core objective of the memorandum was outlined in the official statement as follows:

“Our main aim with this memorandum is to strengthen regional cooperation on mass evacuations among Baltic countries, prepare joint evacuation plans, and solve common challenges through rapid information sharing.”

As of now, there is no publicly announced budget for the signed memorandum; official sources have not provided any expenditure figures. However, looking at the past, Lithuania alone allocated approximately 285 million euros in 2024 for mass evacuation infrastructure, which provides a sense of the scale involved.

This is neither the first nor the last of such steps taken by the Baltic countries. Previously, serious war-preparedness plans were made—from distributing brochures on wartime preparedness to calculating the capacity of cemeteries across the region.

Moreover, at the end of last month, the interior and civil defense ministers of Belgium, Estonia, Latvia, Lithuania, Luxembourg, the Netherlands, Finland, and Sweden gathered in Brussels to call for strengthened European civil defense capacity. They emphasized the need to be prepared not only for military threats, but also for internal security, stability, and resilience against various crises.

Before Zapad 2025

The decision by the Baltic countries came ahead of the “Zapad 2025” joint military exercise, set to take place between Russia and Belarus this September. Every time such drills occur, the West tends to describe them as “rehearsals for a new attack.”

Meanwhile, Belarus announced that the scale of the exercises would be significantly reduced and relocated. Although this move was allegedly intended to prevent further escalation with NATO, it seems insufficient to ease the tension.

Health sector preparing for war too

While military build-ups and broad-based war-preparedness rhetoric grow louder, Europe’s healthcare systems are also making preparations “against an attack from Russia.”

Some hospitals in Lithuania have taken precautions against electricity and water outages and built helicopter landing pads. In Estonia, ambulance teams have been equipped with bulletproof vests and satellite phones. Estonia is also making further preparations to bolster its emergency response.

In this context, Politico recently published a striking article on Eastern Europe’s war preparations. The article, “Europe’s border states prepare their hospitals for war,” by Giedre Peseckyte, contains notable statements that reveal how politics and society alike are adjusting to a war footing:

Estonia’s Deputy Health Board Chief Ragnar Vaiknemets: “We have bad neighbors here — Russia and Belarus. This is no longer a matter of ‘if they attack’ but ‘when they attack.’”

Poland’s Deputy Health Minister Katarzyna Kacperczyk: “For front-line countries, preparation is no longer optional; it’s a necessity.”

Norway’s Health Directorate chief Bjørn Guldvog: “Wartime needs can be three to five times those of peacetime.”

Doctor Rūdolfs Vilde of the Pauls Stradiņš Clinical University Hospital in Riga: “Most doctors who are parents do not want to leave their children behind and go to work in a war.”

Latvia’s Health Ministry Undersecretary Agnese Vaļuliene: “We must prepare for the worst, but we hope it will never happen.”

Yet, the most vulnerable first responders will face these threats with limited capacity.

Estonia, for instance, has only half the per-capita number of health workers as Germany. And there is no certainty they would even stay if war breaks out. A survey in Lithuania showed that 25% of healthcare personnel would flee in wartime, while 33% were undecided.

While Europe averages 11.5 intensive-care beds per 100,000 people, this number is insufficient under wartime conditions. Even at 150% capacity, most hospitals would only be able to cope for 24 to 48 hours. However, Eastern European hospitals are making plans to turn their basements into operating rooms.

Civilian participation on the rise

Alongside war preparations and evacuation planning, Baltic countries plan to conduct a large number of exercises this year. What stands out most is their emphasis on “civil defense,” with key themes such as casualty evacuation and emergency response training.

The big picture that emerges is this: The Baltic states do not believe that military forces alone will suffice in a war with Russia. Hence, they are constructing a new model of civil-military mobilization where civilians—from doctors and nurses to firefighters and hospital staff—are directly involved.

And what would happen if Russia were to actually attack? Would there still be a meaningful distinction between civilian and military casualties? That remains an open question.

The Baltic region has convinced itself that it will be the first target if a war breaks out on Europe’s eastern flank. According to its leaders, preparing for a possible Russian attack is no longer only a soldier’s duty; it is a duty for the entire society—every doctor, nurse, firefighter, hospital, and citizen.

In this environment, the Baltic countries are operating on a hypothetical threat. The idea that Russia will attack them after Ukraine remains a prophecy at present. But the ever-growing NATO military presence in the region might just turn that prophecy into a self-fulfilling one.

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Addio Russia, addio Lenin: cosa ha portato l’indipendenza energetica agli Stati baltici? https://strategic-culture.su/news/2025/02/16/addio-russia-addio-lenin-cosa-ha-portato-lindipendenza-energetica-agli-stati-baltici/ Sun, 16 Feb 2025 05:00:23 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883527 Mentre l’“indipendenza energetica” degli Stati baltici viene salutata come un trionfo geopolitico, rischia di trasformarsi in un crollo economico.

Segue nostro Telegram.

Il sistema elettrico di Estonia, Lettonia e Lituania faceva parte della rete elettrica BRELL (Bielorussia, Russia, Estonia, Lettonia, Lituania), istituita negli anni ’50 durante l’era dell’Unione Sovietica. Inizialmente costituito da 16 linee di trasmissione, questo sistema collegava gli Stati baltici alla Russia attraverso collegamenti terrestri diretti, linee attraverso la Bielorussia e cavi sottomarini nel Mar Baltico.

Anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, questi paesi, che hanno ottenuto l’indipendenza negli anni ’90, non sono stati in grado di controllare le proprie infrastrutture energetiche e hanno fatto affidamento su Mosca per la stabilizzazione della frequenza. La rete IPS/UPS, gestita dalla Russia, collegava anche gli Stati baltici alle exclave russe come Kaliningrad. Per anni, i politici europei hanno definito questi collegamenti come “dipendenza dalla Russia”.

Dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, tutte le forme di dipendenza dalla Russia, compresa l’elettricità, sono state gradualmente interrotte. Il passo finale di questo processo è stato compiuto durante una cerimonia tenutasi nella capitale lituana, Vilnius.

A partire dal 9 febbraio 2025, questi paesi si sono ufficialmente scollegati dalla rete elettrica dell’era sovietica e si sono completamente integrati nel sistema energetico europeo. Questa transizione verso il mercato interno dell’UE è stata finanziata con 1,23 miliardi di euro di sovvenzioni dell’UE, con il 75% dell’investimento coperto da fondi dell’UE. L’Ucraina e la Moldavia avevano compiuto un passo simile nel 2022 integrando i loro sistemi elettrici nella rete dell’UE.

Inizialmente, gli Stati baltici hanno mantenuto la propria frequenza elettrica sincronizzata con quella della Polonia. Dopo aver raggiunto la sincronizzazione di frequenza, si sono fusi in un sistema energetico condiviso con la Polonia. Ciò significa che i paesi baltici hanno prima dimostrato la loro capacità di controllare in modo indipendente la frequenza polacca e successivamente si sono allineati completamente con la Polonia per formare una rete energetica unificata.

Dopo aver completato con successo i test di regolazione della tensione e sincronizzazione, gli Stati baltici hanno dichiarato la loro “vittoria” in una cerimonia a Vilnius, alla presenza dei loro capi di Stato e della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Il presidente lettone Edgars Rinkēvičs ha celebrato il risultato con le parole: “Ce l’abbiamo fatta”. Il leader lituano Gitanas Nausėda ha celebrato la transizione dicendo: “Addio Russia, addio Lenin”. Nel frattempo, i leader di Estonia e Polonia hanno sottolineato la spesa per la difesa e l’importanza geopolitica delle infrastrutture energetiche.

Tuttavia, i festeggiamenti sono stati offuscati da un improvviso aumento delle bollette dell’elettricità. Il giornalista lettone Arnis Kluinis, scrivendo per Neatkarīgā Rīta Avīze (NRA), ha riferito che la bolletta dell’elettricità di una famiglia è passata da 17,68 euro a 22,06 euro, con un aumento del 24,8% solo nel primo giorno.

I funzionari avevano precedentemente assicurato al pubblico che l’impatto della sincronizzazione non avrebbe superato il 5%. Eppure, il vero aumento dei prezzi si è rivelato cinque volte superiore alla cifra prevista. Il ministro estone per il clima Yoko Alender ha affermato che il passaggio degli Stati baltici dalla Russia alla rete dell’UE costerà al consumatore medio un euro in più al mese, definendolo “un prezzo che vale la pena pagare per l’indipendenza e la sicurezza”.

Gli Stati baltici già devono fare i conti con alcuni dei prezzi dell’elettricità più alti d’Europa. Al 10 febbraio, la media regionale era di 146,83 euro/MWh. In netto contrasto, i prezzi dell’elettricità in Scandinavia erano in media di soli 8,83 euro/MWh, mettendo in luce la crescente disparità. La chiusura della centrale nucleare di Ignalina e il fallimento del progetto del cavo sottomarino Finlandia-Estonia hanno solo esacerbato il problema cronico dei costi energetici della regione.

Mentre l’“indipendenza energetica” degli Stati baltici viene salutata come un trionfo geopolitico, rischia di trasformarsi in un peso economico. Gli sviluppi del primo giorno indicano che potrebbe essere così.

Il successo dell’Europa in questa transizione dipenderà dalla sua capacità di bilanciare le misure di sicurezza che ritiene necessarie con la richiesta di stabilità economica dei suoi cittadini. Per ora, il significato ideologico della rottura con la Russia è direttamente collegato all’aumento delle bollette dell’elettricità che gli europei devono affrontare.

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Farewell Russia, farewell Lenin: What has “energy independence” brought to the Baltic states? https://strategic-culture.su/news/2025/02/13/farewell-russia-farewell-lenin-what-has-energy-independence-brought-to-the-baltic-states/ Thu, 13 Feb 2025 13:54:10 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=883477

While the Baltic states’ “energy independence” is hailed as a geopolitical triumph, it risks turning into an economic burden.

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The electricity system of Estonia, Latvia, and Lithuania was part of the BRELL (Belarus, Russia, Estonia, Latvia, Lithuania) power grid, established in the 1950s during the Soviet Union era. Initially consisting of 16 transmission lines, this system connected the Baltic states to Russia through direct land links, lines via Belarus, and underwater cables in the Baltic Sea.

Even after the Soviet Union collapsed, these countries, which gained independence in the 1990s, could not control their energy infrastructure and relied on Moscow for frequency stabilization. The IPS/UPS network, managed by Russia, also connected the Baltic states to Russian exclaves such as Kaliningrad. For years, European politicians have framed these connections as “dependency on Russia.”

Following the outbreak of the Russia-Ukraine war, all forms of dependence on Russia, including electricity, were gradually severed. The final step in this process was taken at a ceremony held in the Lithuanian capital, Vilnius.

As of February 9, 2025, these countries have officially disconnected from their Soviet-era electricity grid and fully integrated into the European power system. This transition into the EU’s internal market was financed with €1.23 billion in EU grants, with 75% of the investment covered by EU funds. Ukraine and Moldova had taken a similar step in 2022 by integrating their electricity systems into the EU grid.

Initially, the Baltic states maintained their own electricity frequency in sync with Poland. After achieving frequency synchronization, they merged into a shared energy system with Poland. This means that the Baltic countries first demonstrated their ability to independently control the Polish frequency and later fully aligned with Poland to form a unified energy network.

After successfully completing voltage regulation and synchronization tests, the Baltic states declared their “victory” at a ceremony in Vilnius, attended by their heads of state and European Commission President Ursula von der Leyen.

Latvian President Edgars Rinkēvičs marked the achievement with the words, “We did it.” Lithuanian leader Gitanas Nausėda celebrated the transition, saying, “Farewell Russia, farewell Lenin.” Meanwhile, the leaders of Estonia and Poland emphasized defense spending and the geopolitical significance of energy infrastructure.

However, the celebrations were overshadowed by a sudden spike in electricity bills. Latvian journalist Arnis Kluinis, writing for Neatkarīgā Rīta Avīze (NRA), reported that a household’s electricity bill had risen from €17.68 to €22.06—an increase of 24.8% on the first day alone.

Officials had previously assured the public that the impact of synchronization would not exceed 5%. Yet, the real price hike turned out to be five times the projected figure. Estonian Climate Minister Yoko Alender claimed that the Baltic states’ shift from Russia to the EU grid would cost the average consumer an additional €1 per month, calling it “a price worth paying for independence and security.”

The Baltic states already struggle with some of Europe’s highest electricity prices. As of February 10, the regional average stood at €146.83/MWh. In stark contrast, Scandinavia’s electricity prices averaged just €8.83/MWh, exposing the growing disparity. The shutdown of the Ignalina Nuclear Power Plant and the failure of the Finland-Estonia underwater cable project have only exacerbated the region’s chronic energy cost problem.

While the Baltic states’ “energy independence” is hailed as a geopolitical triumph, it risks turning into an economic burden. The first day’s developments indicate that this could be the case.

Europe’s success in this transition will depend on its ability to balance the security-driven measures it deems necessary with its citizens’ demand for economic stability. For now, the ideological significance of breaking away from Russia is directly linked to the rising electricity bills Europeans are facing.

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El Occidente de los “valores democráticos” junto al terror nazifascista https://strategic-culture.su/news/2024/10/23/el-occidente-de-los-valores-democraticos-junto-al-terror-nazifascista/ Wed, 23 Oct 2024 13:00:00 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=881511 La recuperación del nazismo no sólo coloca a Rusia en el otro bando… ¡Nos pone a todos, los pueblos occidentales, al lado y bajo la influencia nazifascista!

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El asedio a Rusia no se limita al ámbito militar, comercial, institucional o financiero. Antes de esto, se implementó otra barrera —mejor dicho, se «fomentó»—, con el fin de constituir una especie de «cordón sanitario» agresivo y activo, constituido por los Estados cuyas fronteras se comunican, por tierra o mar, con la Federación Rusa.

Este «cordón sanitario», conceptualizado a partir de lo que sabemos es el marco mental de las clases dominantes occidentales, tiene un carácter profundamente ideológico y pretende tocar, de manera repulsiva, los valores más profundos encarnados en la historia rusa del último siglo y, a través de esta conexión, provocar una relación antagónica caracterizada por un efecto de repulsión recíproca, impidiendo cualquier comunicación humana que pudiera establecerse entre las partes.

La fuerza soberana que reside en la cultura multinacional, multiétnica y multirreligiosa rusa, responsable, desde el principio, por su capacidad para aglutinar fuerzas que hicieron posible la derrota del nazifascismo durante la II Guerra Mundial, es también lo que separa las fuentes minerales, humanas, energéticas, entre otras, de las garras del capitalismo occidental y su impulso alimentado por la fase imperialista en la que se encuentra.

Si la brutalidad de una ideología como el nazifascismo encarnó, en la primera mitad del siglo XX, el combustible que alimentó la agresión contra la entonces patria soviética, fue su preservación y recuperación históricas —en un proceso de revisionismo y blanqueo sin precedentes— lo que ha hecho posible, ya en las primeras décadas del siglo XXI, su uso como munición para el llamado «cordón sanitario» alrededor de Rusia. Pasados cien años, la receta se repite, aunque con las claras limitaciones que le impone la desesperación.

¿Qué podría ser más antagónico y mutuamente repulsivo que el nazismo en contacto con lo que podría considerarse el «alma rusa» reestructurada según con los acontecimientos del siglo XX? ¿Qué imagen puede ser más vívida y carnal, en su brutalidad y violencia, y que, especialmente, trascienda la pesadilla sufrida por el pueblo ruso, a manos del terror nazi?

Los primeros en sufrir el efecto de este «cordón sanitario» fueron los ciudadanos de origen ruso que, tras el colapso de la URSS, acabaron en Estonia, Lituania o Letonia, y que hoy residen allí. Además de prohibir los medios de comunicación rusos, vulnerando su derecho a la opinión y a la información, basándose en una supuesta política de lucha contra la «propaganda del Kremlin» (algo que también se ve en toda la UE y fuera de las constituciones nacionales de diferentes países), Letonia incluso fomentó la eliminación de la enseñanza del idioma ruso en los planes de estudios escolares, lo que provocó la preocupación de los expertos en derechos humanos de la ONU con respecto a la protección de los derechos de las minorías étnicas. Ya quienes acusan a Rusia de no tenerlos en cuenta…

De acuerdo con este guión, el Kremlin se vale de la lengua rusa como arma, que luego utiliza como vehículo de su propaganda, perpetrada a través de los llamados «medios estatales», así adjetivados todos los medios que, financiados o no por el Ejecutivo ruso, no estén alineados con la narrativa occidental.

Lo que nunca mencionan es que, después de todo, el uso del ruso como vehículo de propaganda no será, como dicen, exclusivo de fuentes rusas, ya que la propia Letonia financia vehículos como Meduza, que, escribiendo en ruso, sólo pretenden transmitir información muy acorde con la narrativa occidental. Sin ser tan radical como Letonia a la hora de eliminar el idioma ruso de los planes de estudios escolares, Estonia es, sin embargo, un ejemplo de la destrucción de los monumentos alusivos a la victoria soviética sobre el nazismo. Principalmente bajo el mandato de Kaja Kallas, el proceso de eliminación de monumentos se aceleró, incluso siendo discutido en el marco europeo, proceso que incluyó la retirada del tanque soviético a las afueras de la ciudad de Narva. Según la propia Kaja Kallas, el tanque es un «arma criminal» —quizás su «crimen» haya sido derrotar a los nazis— «porque se mata a personas en Ucrania con ese mismo tipo de tanque».

Pero esta persecución a la cultura y a la memoria soviéticas —no sólo rusa— nos dice que la propagación de una lógica rusofóbica incorpora una dimensión que va más allá de la mera confrontación étnica, representada, por ejemplo, en la discusión sobre limitar la adquisición de bienes inmuebles a ciudadanos rusos en Letonia, propuesta planteada por las autoridades finlandesas. Quienes alegan que el pueblo ruso está oprimido, no parecen enterarse de este tipo de acciones.

La relación entre el enfrentamiento étnico con las poblaciones rusófona y rusa, con su pasado soviético y la memoria de la victoria sobre el nazifascismo, encuentra su origen en la ola de colaboracionismo y simpatía con la ideología nazique se produjo en estos países, por parte de una cierta camada de la población y de las clases dominantes, antes, al comienzo, y durante la II Guerra Mundial. Responsabilizar a la Federación de Rusia, como la única depositaria de la memoria histórica colectiva por la victoria del Ejército Rojo multinacional sobre las hordas nazis, tiende un puente entre la codicia por los vastos recursos que posee Rusia y la necesidad de encontrar bases ideológicas, teóricas, psicológicas y emocionales que justifiquen esta agresión.

En mi opinión, dicha justificación teórica e ideológica la proporcionan el neonazismo y la glorificación del pasado colaboracionista con las fuerzas de Hitler. La potencia de esta ideología anticomunista, racista y supremacista blanca, colocada en primer plano, combinada con el proceso de revisionismo histórico y el blanqueamiento del terror nazifascista, estabece un nexo entre pasado y presente, entre el anticomunismo que justificó la agresión contra la URSS y la rusofobia que sirve de excusa para su actual asedio.

Ahora, para impulsar ese «cordón sanitario» alrededor de la Federación Rusa, cuya función es impedir el contacto saludable entre Europa (Alemania, principalmente), Rusia, las repúblicas euroasiáticas y China, ha sido necesario recuperar el activo histórico que constituye la ideología nazi para Estados Unidos y las clases dominantes del Occidente colectivo. Como le sucede a cualesquier acervos, sólo se recuperan aquellos que ya existen per se. La recuperación del patrimonio histórico nazi es el resultado de un proceso más largo de preservación y revitalización de tal herencia.

Actualmente, cuando atestiguamos la glorificación de los «Hermanos del Bosque» —un grupo abiertamente anticomunista— surgido en los países bálticos e integrado por ex miembros de las Waffen-SS locales, que lucharon contra lo que denominaron como la «ocupación soviética», incluso después del final de la II Guerra Mundial, y siendo responsables de horribles crímenes contra civiles y policías soviéticos, operado con información de inteligencia occidental, o somos testigos del blanqueo y la entronización de organizaciones como el «Sonderkommando A» que, colaborando con las fuerzas nazis, y valiéndose de letones y lituanos, asesinaron a casi 250.000 judíos en Lituania, hasta 1944, descubrimos que la herencia histórica nazi está muy viva y más fuerte que nunca desde el final de la II Guerra Mundial.

Para hacer posible su resurgimiento y recuperación, ha sido necesario implementar todo un proceso de revisionismo, minimizando los daños y blanqueando sus crímenes. En Lituania, se homenajeó al general Povilas Plechavicius, que luchó junto a los nazis. En 2008, el parlamento lituano equiparólas ideologías comunista y nazi, lo que supuso una normalización y recuperación histórica del nazismo (frente a una demonización, como muchos defienden) y, en 2010, los tribunales lituanos declararon la esvástica «parte del patrimonio cultural del país», demostrando que la igualdad ideológica no es más que un proceso de recuperación histórica de dicho pasado.

El hecho es que, desde 1991, miles de comunistas han sido perseguidos en Lituania, mientras que se han permitido manifestaciones con símbolos nazis y consignas racistas. ¡Sintomático! Como decía Jean Pierre Faye en el prefacio del libro «El archipiélago de sangre», escrito por Chomsky y Herman, el acto de incluir al nazismo y al comunismo en el saco del «totalitarismo», le permitió a Estados Unidos apoyar a las fuerzas más regresivas, reaccionarias y tiránicas, siempre y cuando no afirmaran ser partidarios del «totalitarismo». Así, equiparando las ideologías comunista y nazi, lo cierto es que las autoridades lituanas, como hoy muchas otras en la Unión Europea de los «valores» y la «democracia», persiguen a los comunistas, pero toleran —por decir lo menos— las manifestaciones de la extrema derecha. Por cierto, la profusión de gobiernos abiertamente reaccionarios y racistas en la Unión Europea prueba, casi irrefutablemente, las razones que sirvieron de base para tal comparación. El hecho es que en todos estos países se persigue a los comunistas, mientras que a los nazis se los acepta. ¡Nada como la práctica como criterio para medir la verdad!

En el caso lusitano, un grupo como el «1143», alineado con las facciones más extremistas de Portugal y con personas que tienen un historial de persecución —y asesinato— de inmigrantes y minorías de cualquier tipo (comunistas, homosexuales, negros, asiáticos o musulmanes), en los principales medios de comunicación es caracterizado como un simple «grupo nacionalista». ¿Qué tendría esto que ver con el apoyo de André Ventura, del partido Chega, contra lo que denominó «inmigración descontrolada»? ¿Y por qué el mismo André Ventura, —en los medios que le dan voz y espacio, y los poderosos intereses que lo apoyan — no menciona que quienes contratan a inmigrantes son las empresas, que son asociaciones patronales que, junto con los gobiernos, piden la apertura de fronteras que, dado el caso, son los UBER que más explotan a la inmigración y que es la propia Unión Europea, a la que defiende André Ventura, la que fomenta, provoca y legitima toda la inmigración que vemos? ¿Y por qué no se oponen al turismo descontrolado que destruye a Lisboa, actividad en la que trabajan la mayoría de los inmigrantes?

Ahora bien, esta lógica racista, concatenada con el anticomunismo, pretende vincular a la Rusia contemporánea, como siendo la única depositaria del pasado soviético y en base a su demonización actual, justificar la agresión, el aislamiento y la opresión que hagan posible su saqueo —como sucediera con Boris Yeltsin,durante los terribles años 90 del siglo XX— encuentra un claro ejemplo en el consentimiento por parte de Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp), para que sus usuarios expresen mensajes de odio contra los rusos.

Esta perspectiva rusofóbica, absolutamente inaceptable para una Europa que se autodenomina «de los valores», representa un pilar fundamental de la adhesión de estos países a la OTAN y sugiere qué mecanismos utiliza Estados Unidos para lograr que los países «elegidos» hagan de su adhesión a la Alianza Atlántica una cuestión de defensa ante Rusia, pero, sobre todo, una necesidad existencial. Y el nivel de extremismo implementado es tan grande que, basta oír en qué términos la élite que compone el régimen de Kiev habla de los rusos, sin hacer distinciones, para que nos demos cuenta de que el odio es indiscriminado, profundo, visceral, como sólo puede serlo algo irracional, como el racismo. Y la propia supervivencia de la OTAN depende de este odio irrazonable y animal.

Para preservarlo en el tiempo, recuperar y revitalizar el patrimonio histórico nazi, un país en concreto ha cumplido este papel como ninguno: ¡Canadá! Incluso hoy, Canadá se resiste a proporcionar las identidades de los 900 nazis fugitivos que encontraron allí su santuario.

En un artículo anterior expuse el verdadero museo viviente que son la Universidad de Alberta y la sociedad canadiense, para los fugitivos de los juicios de Nuremberg, especialmente los de la 14ª división de las Galitzia Waffen SS. Sin embargo, el legado canadiense, en este aspecto, va mucho más allá, habiéndose convertido este país en un refugio pacífico para científicos, soldados y otros fugitivos nazis.

Si bien en este país, entre 1985 y 1986, y luego de mucha presión política y popular, se realizó una investigación sobre el tema, en su momento llamada Comisión Deschênes, llegando incluso a recopilar nombres, lo cierto es que la labor dejó mucho que desear y se llevó a cabo para producir resultados que fueron, en el mejor de los casos, ambiguos.

La comisión no investigó materiales conservados en la Unión Soviética o en los países del Bloque del Este, por lo que pasó por alto pruebas cruciales encontradas allí. El juez Deschênes estableció condiciones estrictas para consultar pruebas de estos países, pero como la respuesta soviética a la consulta no llegó hasta junio de 1986, se consideró demasiado tarde para que la comisión viajara y examinara, lo que sugiere que el estudio de la realidad material posiblemente no estaba contemplado como el principal objetivo de dicho comité.

La comisión no investigó una lista de 38 nombres adicionales proporcionada al final de la averiguación, debido a lo que consideró limitaciones temporales; la investigación de una lista de 71 científicos y técnicos alemanes quedó incompleta; la segunda parte del informe final de la comisión, que contiene acusaciones contra personas específicas y recomendaciones sobre cómo proceder en ciertos casos, sigue siendo confidencial y no se ha hecho pública; una copia sin editar del informe de Alti Rodal a la Comisión Deschênes, que contiene relatos detallados de cómo los criminales de guerra entraron en Canadá y la responsabilidad del gobierno en su entrada, no ha sido publicada en su totalidad; los archivos del Departamento de Justicia y de la Real Policía Montada de Canadá, sobre los criminales de guerra nazis retenidos por esos organismos, no se han hecho públicos; no se examinaron pruebas de las actividades anteriores de miembros de la División Galitzia, en particular las que se referían a posibles crímenes de guerra cometidos en otras unidades de la policía alemana antes de unirse a la división; un estudio secreto realizado por la comisión encontró que las autoridades británicas y estadounidenses transportaron a colaboradores nazis a Canadá desde Europa del Este poco después de la II Guerra Mundial, sin informárselo al gobierno canadiense y con un escrutinio mínimo.

Incluso hoy en día, la retención de esta evidencia genera debates continuos sobre la exactitud e integridad del trabajo de la comisión, y muchos argumentan que, en cambio, el trabajo del citado comité ayudó a encubrir el registro histórico de los criminales de guerra nazis en Canadá. Parece que la Comisión Deschênes pretendía más bien blanquear el pasado que realmente evaluarlo y juzgar los crímenes cometidos.

Todo este dossier se reactivó durante la polémica sobre la recepción de Yaroslav Hunka en el parlamento canadiense. Las acusaciones de blanqueo se han multiplicado, lo que no es de extrañar teniendo en cuenta que fue esta misma comisión la que declaró inocentes de crímenes de guerra a los miembros de la División Galitzia de las Waffen SS, ya que, según ella, estos habían sido examinados cuando ingresaron al país.

Actualmente, después de toda esta presión, se argumenta que la divulgación completa del trabajo de la comisión, además de poder dejar marcas en la credibilidad del gobierno canadiense, también puede «ayudar a Rusia», ya que colabora en reforzar la narrativa del Kremlin sobre la «desnazificación». Ahora bien, no es algo que ya no se supiera; el problema es ingorar la verdad, además de demonizar a Rusia, desacreditar su versión de los hechos y justificar la continuación de la guerra.

Lo que demuestra esta realidad, más que nunca y, especialmente, cuando escuchamos a Blinken mencionar que Estados Unidos es un país ártico y que quiere formar, con Canadá y los países europeos bálticos, una organización para mantener esa región «libre de conflictos» (y este sería un buen momento para reírnos a carcajadas), es que Canadá no sólo ha constituido un importante «acervo museológico» para la preservación, protección y recuperación de los bienes nazis, sino que ahora también pasa a formar parte del «cordón sanitario» que EEUU promueve en todo el mundo en torno a Rusia. Todo esto también demuestra que Canadá no es más que una república bananera y un campo de retiro de activos humanos importantes para el imperialismo angloestadounidense.

Lo que nos enseña esta triste realidad es que el revisionismo histórico que pretendía comparar el comunismo con el nazismo no se propuso simplemente normalizar al segundo, e históricamente desactivar al primero, borrando la contribución de la URSS a la victoria aliada en la II Guerra Mundial; aspiraba a mucho más que eso. Su objetivo era crear una barrera repulsiva entre Rusia y los que serían, geográficamente, sus aliados naturales, los países europeos… Por coincidencia, hay que aclararle a quienes acusan a Putin de «fascista» y de «extrema derecha», que es la Europa de los «valores» y de la «democracia» la que ha optado por tomar partido por los nazis…

La recuperación del nazismo no sólo coloca a Rusia en el otro bando… ¡Nos pone a todos, los pueblos occidentales, al lado y bajo la influencia nazifascista!

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European values?… The Baltic states and Finland are ruled by Nazis https://strategic-culture.su/news/2024/08/18/the-baltic-states-and-finland-are-ruled-by-nazis/ Sun, 18 Aug 2024 09:00:03 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=880556

This article will show you how much the Baltic states and Finland have been radicalized not realizing that they are fascist and follow the principles of Hitler’s National Socialism.

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This article will survey how much the Baltic states and Finland have been radicalized, that they are fascists and follow the principles of Hitler’s National Socialism. The sinister development has serious implications for the entire European Union in its relations with Russia.

Ironically, the Baltic states and Finland proclaim to be democracies, not realizing that they conform to the principles of National Socialism as was preached by the German political party NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) led by Adolf Hitler in the 1930s and 1940s.

Recently, there was yet another incident, one of many, this time in Estonia, where in the town of Johvi, the monument of two SS veterans from the Second World War was taken out of the cellars of the museum, cleaned up, and put on display again.

Georg Sooden was a volunteer in the SS 20th Estonian Division (the Waffen-Grenadier-Division der SS). About 70,000 mostly volunteers fought in this battalion, mainly against the Soviet Red Army, notably in the battle of Krivasoo. Georg Sooden was killed in this battle as was his comrade Raul Jüriado also mentioned on the monument. A member of the Johvi council inaugurated the commemoration.

In the Western news media, there is hardly any talk about these kinds of incidents. Nor is there any criticism of the Baltic states’ routine apologetic argument that they were “forced” to fight for the Nazis.

However, the Germans are known for their accuracy in documenting everything. The archives attest that the SS battalions in the Baltic States (as in the Netherlands, Belgium, and France) consisted of volunteers.

In Estonia, around 70,000 men voluntarily joined the SS.

In Latvia, the 1st Latvia 15th Waffen Grenadier Division of the SS together with the 2nd Latvia 19th Waffen Grenadier Division consisted of 87,500 men.

Lithuania did not officially have a Waffen SS battalion but called itself the Lithuanian Territorial Defense Force. But most of them collaborated as policemen and carried out raids on Jews, Communists and dissidents. Almost all Jews of Lithuania were killed in the Second World War by Lithuanians, who carried out the executions. Lithuania is the southernmost of the Baltic states. During the Holocaust, about 90 percent of all Lithuanian Jews were murdered, one of the highest victim rates in Eastern Europe. The Netherlands had the highest victim rate of Western Europe.

In 2023, a BBC investigation on Lithuania (Dailymotion) found that almost all Lithuanians were involved in the Holocaust, and to this day it is not allowed to be talked about in public. Also, all the SS battalions mentioned were perpetrators in the siege of Leningrad (St Petersburg) and Operation Barbarossa in Russia, killing and murdering Russians, Jews, Communists and other Slavs.

Sinisterly, though, history is being rewritten to erase this horrific European complicity in the Nazi genocide. Latvia (and the other states as well) is trying to do this historical whitewash with the help of all kinds of European Union funds. Meanwhile, Latvia and the other Baltic states continue spewing anti-Russian hatred and concealing the horrendous genocidal crimes committed by their citizens during the Second World War in collaboration with the Nazi Third Reich.

The revisionism of historical crimes by the Baltic states took on urgency after the Soviet Union dissolved in 1991 and these gained nominal independence, later joining the European Union and NATO.

Finland is a different story. The Finns didn’t have such a big SS battalion during WWII, but since WWII the national politics have increasingly acquired a fascist attitude. Finnish politicians and citizens have adopted a hostile view toward Russia.

Recently, Finnish President Alexander Stubb spoke on CNN and stated: “I felt that there was a potential existential threat coming from Russia.” He provocatively said the “road to peace goes through the battlefield” and bragged that Finland has the highest population percentage in Europe who are willing to die for their fatherland.

Stubb also claims that Finland tried to cooperate with Russia after the Cold War (1991) but it didn’t work because Russia is not a “normal” state that respects international law.

In June 2023, Finland’s Minister for Economic Affairs apologized for appearing at a rally organized by NeoNazi groups; apologized too for making a joke about the number 88 which can mean “Heil Hitler” to right-wing extremists, and said that he condemns the Holocaust.

The NeoNazi party in Finland is called the Nordic Resistance Movement, which has many followers also in Sweden, Denmark, Norway and Iceland.

Furthermore, remarkably enough, Wikipedia states that their allies are the Ukrainian Azov battalion, which was associated with NeoNazism until 2022. The Western media and politicians airbrushed away Azov’s Nazi affiliation, and the group was given a new image falsely claiming the group had “rejected their Nazi ideology”.

A major player in the European Union is the biggest Russophobe Kaja Kallas, who recently was the prime minister of Estonia. She is due to become the EU’s foreign minister. It is alarming to think that a politician from Estonia, the country that recently erected a monument to SS Georg Sooden and his comrade, is now responsible for European foreign policy at a dangerous time of geopolitical conflict with Russia.

Kallas is notorious for her Russophobia and grew up with an immense hatred for Russia. Her mother was deported to Siberia, according to her Wikipedia page. She has German roots on her paternal side. Her father was prime minister of Estonia in the 1990s and an EU commissioner. She is not interested in striving for good neighborliness with Russia.

Thus, a toxic cocktail of hatred and revenge now imbues the European Union, amplifying the influence of fascism and belligerence in the Baltic states and Finland.

Also, the era of communism has never been closed in their minds, which is why such great traumas have arisen and this trauma has inflamed the rest of the European countries and infected them with hatred against Russia.

Shamelessly and without scruples, Kaja Kallas writes in the American magazine Foreign Affairs that there can only be peace when Putin is in jail. That is how far the hatred goes, and the so-called democracies in the European Union, such as the Netherlands, France and Germany, who speak of antisemitism at every opportunity, tolerate this woman and the Baltic states and call them democracies without regard to the terrible past and the present.

NeoNazis are once again marching through the streets, not only in the Baltic states and Finland, but through the streets of Kiev, Odessa and Lvov with burning torches spewing their hatred towards Russians, Jews, Arabs, Africans and all other foreigners. Just like in the Second World War, maybe even a degree worse.

The politicians and many civilians of the Baltic states and Finland are glorifying the Azov battalion that has thousands of deaths on their hands, killing the Russian population in Mariupol and other Donbass cities, towns and villages. They are supported by European politicians who now claim that they have been de-Nazified.

The truth is that de-Nazification only began in 2022 when Russia launched the Special Military Operation to save the Russian-speaking population in the Donbass from these fascist Nazi monsters who started a full-blown pogrom against them in 2014, supported by the U.S. and Europe.

The European Union sponsors NeoNazi legions such as the recently emerged Georgian Legion or the so-called Russian Liberation Army, all of which are probably deployed in the attack on the Kursk region. The head of the Russian Liberation Army is Denis Kapustin, promoted by Western media as a tough German NeoNazi who also had a Russian passport (revoked), a Russian-German who is considered influential in the right-wing extremist scene and radicalized in Germany. Years ago, he founded the NeoNazi fashion label “White Rex”, which, according to the German media, helped professionalize the NeoNazi martial arts scene throughout Europe. He was also a role model for the Azov battalion, whose tour was recently canceled in Europe after some media outrage.

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Main Trade Partners of Former Soviet Republics https://strategic-culture.su/news/2024/03/21/main-trade-partners-of-former-soviet-republics/ Thu, 21 Mar 2024 18:54:41 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=878337 The Soviet Union broke up in 1991 with fifteen independent states arising instead. Check out our infographic to learn what these states’ main trade partners are more than thirty years on.

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