Giorgia Meloni – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sat, 07 Mar 2026 22:28:22 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Giorgia Meloni – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Fratelli d’Italia, all’armi! https://strategic-culture.su/news/2026/03/08/fratelli-ditalia-allarmi/ Sun, 08 Mar 2026 09:30:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=891005 Giorgia Meloni ha dichiarato il 5 marzo che l’Italia intende fornire assistenza nel campo della difesa aerea ai paesi del Golfo Persico dopo i recenti attacchi missilistici dell’Iran nella regione.

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Su una cosa non si erano sbagliati gli oppositori della Meloni ai tempi delle cosiddette elezioni: ella ci avrebbe riportati in guerra. Se già non bastavano la mefistofeliche mosse del drago sputafuoco della finanza transnazionale, la cameriera dalle bionde trecce, dopo averci condannati a dieci anni di assistenza militare allo Stato più fallimentare della storia militare, l’Ucraina, ci regala adesso un impegno in Medio Oriente, sull’orlo della terza guerra mondiale.

Giorgia Meloni ha dichiarato il 5 marzo che l’Italia intende fornire assistenza nel campo della difesa aerea ai paesi del Golfo Persico dopo i recenti attacchi missilistici dell’Iran nella regione.

In un’intervista all’emittente RTL 102.5, la premier ha affermato che Roma, come Regno Unito, Francia e Germania, è pronta ad aiutare i paesi del Golfo soprattutto nel settore della difesa, e in particolare dei sistemi di difesa antiaerea.

Meloni ha spiegato che questa decisione è legata alla necessità di proteggere decine di migliaia di cittadini italiani che vivono nel Golfo Persico e circa 2.000 militari italiani dispiegati nell’area. Ha inoltre sottolineato l’importanza strategica delle forniture energetiche provenienti dal Golfo per l’Italia e per l’Europa. La presidente del Consiglio ha aggiunto che l’Italia continua a rispettare gli accordi bilaterali che regolano la presenza delle basi militari degli Stati Uniti sul territorio italiano, i quali consentono attività logistiche e di supporto, ma non operazioni di bombardamento. Ha anche precisato che non sono arrivate richieste per ampliare l’utilizzo di queste basi, sottolineando che: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra.”

Ci scusi, presidente, non abbiamo capito: mandare sistemi militari in supporto a Paesi che stanno combattendo una guerra, coinvolgendo personale militare, personale diplomatico, imprese e la bandiera nazionale, non è un coinvolgimento diretto?

Ha ragione, è vero, il balcone di Piazza Venezia purtroppo non può essere utilizzato perché è diventato un museo, ma nel mentre che in Parlamento viene votata una legge liberticida, magari potreste inserire una clausola per espropriare il balcone del giugno del ’40 e riportarlo in auge ai prischi allori della romanità imperiale, no?

Che forse, di grazia, essere tempestati di basi militari NATO e americane, detenendo persino alcuni dei sistemi più avanzati di monitoraggio, non ci espone ad essere obiettivo legittimo in caso di conflitto? Forse, nel promemoria sulla scrivania di Palazzo Chigi quando è arrivata a governare, non avevano inserito questi dettagli.

Ora dunque ci troviamo a dover far fronte ad un problema ben più grande del Crosetto che resta bloccato a Dubai.

Tra le principali preoccupazioni di Giorgia Meloni vi sono anche le possibili conseguenze economiche della guerra. «È necessario evitare che fenomeni speculativi provochino un’impennata dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari», ha dichiarato. In che modo? Attraverso un attento controllo di eventuali rialzi anomali dei prezzi, «in particolare per quanto riguarda il carburante alla pompa e i beni alimentari». Se la situazione lo richiedesse, il governo sarebbe pronto a «intervenire aumentando la tassazione nei confronti di chi dovesse approfittare della situazione facendo salire le bollette».

Parallelamente, l’esecutivo intende rinnovare a livello europeo la richiesta di sospendere il sistema dei crediti ETS. Questo meccanismo, pensato per scoraggiare la produzione di energia da fonti più inquinanti, secondo Meloni finisce però per incidere anche sul prezzo dell’energia generata da fonti non inquinanti. «Continuiamo a chiedere con decisione la sospensione di questo sistema. Si tratta di una delle proposte che porteremo al prossimo Consiglio europeo», ha annunciato la presidente del Consiglio, facendo riferimento alla riunione prevista a Bruxelles il 19 e 20 marzo.

Nella serata del 4 marzo, prima il ministro della Difesa Crosetto e successivamente la stessa presidente del Consiglio si sono recati al Quirinale per consultazioni con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in base alla Costituzione ricopre anche il ruolo di capo supremo delle Forze armate. Si è trattato di due incontri riservati, incentrati sugli sviluppi geopolitici nell’area mediterranea e sulle possibili decisioni del governo in una fase di crisi internazionale definita grave sia da fonti del Colle sia dall’esecutivo, che l’ha descritta come «il momento più difficile degli ultimi decenni».

Nel corso della giornata, inoltre, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha avuto un colloquio telefonico con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio. Questo contatto ha alimentato alcune indiscrezioni relative a un possibile utilizzo delle basi militari italiane, soprattutto dopo il rifiuto del governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez di mettere a disposizione le strutture di Morón e Rota, anche se pare, almeno per il momento, che dagli Stati Uniti non sarebbe stata avanzata alcuna richiesta ufficiale in tal senso.

Ma non v’è problema, fratelli di tutta Italia, perché la vittoria sarà nostra, in ogni caso. O perché servi di padroni atlantisti, o perché pronti a voltare gabbana verso est, o perché dignitosamente sconfitti, in ogni caso, vada come vada, ne usciremo vincitori, giammai vinti. Dunque, all’armi, la Patria chiamò!

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Asse Roma-Berlino https://strategic-culture.su/news/2026/01/25/asse-roma-berlino/ Sun, 25 Jan 2026 15:30:17 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890225 L’Italia di Meloni e la Germania di Merz si avvicinano sempre di più

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Prima o poi ritornano

Certi amori fanno lunghi giri e poi ritornano. Come nel caso dell’asse Roma-Berlino, che dal 1936 ad oggi, in soli 90 anni, ha ritrovato la sua collocazione nel panorama politico europeo.

Partiamo dal tedesco Friedrich Merz: dopo l’appuntamento di Davos, si è recato a Bruxelles, dove cercherà di definire insieme agli altri Stati membri dell’Unione europea una linea condivisa nei confronti del presidente statunitense Donald Trump. Negli ambienti governativi di Berlino si sottolinea come il coordinamento con la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni dovrà essere particolarmente stretto. Per Merz, il ruolo di Meloni sta acquisendo un peso crescente.

I due politici condividono posizioni politiche affini su numerosi dossier e collaborano attivamente a livello europeo, riuscendo già a ottenere risultati concreti, non soltanto sulla questione dei motori a combustione. Meloni sta progressivamente assumendo, nel contesto dell’UE, la funzione che in passato era svolta dal presidente francese Emmanuel Macron come principale interlocutore di Merz. Subito dopo gli incontri di Bruxelles, il cancelliere si recherà a Roma insieme ad alcuni ministri per le consultazioni intergovernative italo-tedesche, un appuntamento che rappresenta, almeno per ora, il momento più alto delle relazioni bilaterali tra Germania e Italia.

Nella capitale italiana, oltre al tema della competitività, verranno affrontate una cooperazione più intensa in materia di difesa e le politiche migratorie. I due governi hanno inoltre predisposto un documento congiunto contenente proposte per il vertice europeo sulla competitività del 12 febbraio. Nella lettera inviata alla Commissione europea, visionata da Handelsblatt, Berlino e Roma sollecitano una riduzione della burocrazia, procedure autorizzative più rapide e un rafforzamento del mercato interno. Il fatto che la Germania elabori oggi questi testi insieme all’Italia, e non più con la Francia, riflette soprattutto il raffreddamento dei rapporti franco-tedeschi, storicamente il pilastro centrale dell’UE. Mentre Macron appare politicamente indebolito sul piano interno, Meloni guida invece un governo stabile a Roma.

Nell’estate del 2025, in occasione del Consiglio dei ministri franco-tedesco, Merz e Macron avevano ancora celebrato un rilancio delle relazioni bilaterali. Successivamente, tuttavia, sono emerse divergenze sempre più marcate, a partire dalle gravi difficoltà del progetto di difesa comune FCAS, che non riguarda soltanto lo sviluppo di un nuovo caccia, ma include anche droni senza pilota e una “combat cloud” per la loro interconnessione operativa. In questo contesto, il gruppo aeronautico francese Dassault rivendica una posizione dominante che né la Germania né il terzo partner del programma, la Spagna, intendono concedere. L’intero progetto risulta così fortemente compromesso.

Le difficoltà interne francesi contribuiscono ulteriormente a rendere Macron un interlocutore fragile per Merz. In vista delle elezioni del 2027, alle quali il presidente non potrà ricandidarsi, la sua maggioranza si è notevolmente assottigliata, soprattutto dopo lo scioglimento dell’Assemblea nazionale nel 2024. Questa situazione riduce sensibilmente la capacità d’azione del governo, che da mesi fatica ad approvare una legge di bilancio in grado di contenere il nuovo indebitamento.

Macron ha inoltre deluso Merz anche a Bruxelles, votando contro l’accordo di libero scambio con i paesi del Mercosur, un dossier di grande importanza per la Germania. Il presidente francese ha ceduto alle pressioni dell’opinione pubblica interna, esprimendo un parere contrario. Diverso è stato l’atteggiamento di Meloni: se inizialmente l’Italia aveva respinto la firma dell’accordo a dicembre, a gennaio la premier ha cambiato orientamento dopo che la Commissione europea ha annunciato aiuti finanziari agli agricoltori, votando infine a favore. Grazie anche al sostegno italiano, Merz è riuscito a far avanzare l’intesa a Bruxelles, almeno fino alla decisione del Parlamento europeo di sottoporla al controllo preliminare della Corte di giustizia dell’UE.

Un ulteriore ambito di collaborazione efficace tra Berlino e Roma riguarda il ripensamento della Commissione europea sul divieto dei motori a combustione. In seguito a un’iniziativa di Merz, nel dicembre scorso i ministri competenti di Germania e Italia, Katherina Reiche e Adolfo Urso, hanno presentato una posizione comune al forum economico italo-tedesco di Roma, chiedendo la revisione del phase-out. Poco dopo, la Commissione ha attenuato le proprie misure sull’eliminazione dei veicoli con motore tradizionale.

Guerra insieme

Anche nel settore della difesa la cooperazione tra Germania e Italia appare più fluida rispetto a quella tra Berlino e Parigi. Da circa un anno, il gruppo italiano Leonardo e Rheinmetall collaborano nella produzione di carri armati attraverso una joint venture. A ciò si aggiunge il dossier migratorio, sul quale i due paesi, dall’insediamento di Merz, mostrano una sostanziale convergenza: il cancelliere riprende una linea retorica dura sull’immigrazione, in sintonia con quella di Meloni, e i rispettivi ministeri dell’Interno mantengono contatti costanti.

«La convergenza degli interessi tra Germania e Italia è molto ampia», osserva Michele Valensise, presidente dell’Istituto Affari Internazionali ed ex ambasciatore italiano a Berlino. «Essa riguarda l’elevato livello di integrazione industriale, l’obiettivo di rafforzare il mercato interno e l’impegno per un ruolo europeo nella gestione dei conflitti e nella stabilizzazione delle aree di crisi».

Giovanni Orsina, docente alla LUISS di Roma, ritiene tuttavia improbabile che Meloni possa rimpiazzare completamente Macron: «Non è casuale che nell’UE si continui a parlare dell’asse franco-tedesco». La Germania resta la principale potenza economica dell’Unione, mentre la Francia conserva un primato politico; «l’Italia si colloca su un piano inferiore rispetto a questi due paesi», sottolinea Orsina. Il debito pubblico italiano, pari al 136 per cento del PIL, supera nettamente quello francese e, sebbene la Germania sia il primo partner commerciale dell’Italia, quest’ultima rappresenta solo la terza economia dell’UE.

A questo si aggiunge l’appartenenza europea di Fratelli d’Italia, il partito di Meloni. «La premier ha accettato la necessità di collaborare con gli altri partner europei, ma la sua formazione politica resta esterna al tradizionale sistema dei partiti dell’UE», osserva Orsina. Fratelli d’Italia aderisce infatti al gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR) e non al Partito popolare europeo (PPE), rimanendo fuori dalle famiglie politiche che sostengono il secondo mandato della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. L’ECR vota con il PPE solo in circostanze limitate e su singoli dossier, un elemento di cui Merz terrà certamente conto nel rapporto con la sua nuova alleata.

Anche in questo aspetto si sente un’eco del passato. Nel 1936 l’Italia fascista e la Germania nazista avviarono una fase di crescente convergenza politica e strategica che avrebbe condotto alla loro alleanza militare e, infine, alla partecipazione congiunta alla Seconda guerra mondiale. La proclamazione dell’Asse Roma-Berlino, annunciata da Benito Mussolini nell’ottobre di quell’anno, segnò il riconoscimento formale di un’intesa fondata su affinità ideologiche, revisionismo dell’ordine internazionale uscito dalla Prima guerra mondiale e aspirazioni espansionistiche.

Sul piano politico-diplomatico, entrambi i regimi lavorarono per rompere l’isolamento internazionale: la Germania, già avviata al riarmo e alla violazione del trattato di Versailles, trovò nell’Italia un alleato disposto a sostenere una politica di forza; l’Italia, reduce dalla guerra d’Etiopia e colpita dalle sanzioni della Società delle Nazioni, vide in Berlino un partner capace di legittimare le proprie ambizioni imperiali. La cooperazione si rafforzò con l’intervento comune nella guerra civile spagnola, che rappresentò un banco di prova militare e un’occasione di coordinamento operativo.

Parallelamente, Italia e Germania accelerarono i programmi di riarmo, riorganizzarono le proprie forze armate e intensificarono la propaganda bellica, preparando le società alla prospettiva del conflitto. L’Asse Roma-Berlino costituì così il primo passo verso un’alleanza sempre più stretta, che nel 1939 si sarebbe formalizzata nel Patto d’Acciaio, aprendo la strada alla guerra europea.

Chissà che non succeda di nuovo…

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Pronti per un 2026 nel segno della Meloni https://strategic-culture.su/news/2026/01/11/pronti-per-un-2026-nel-segno-della-meloni/ Sun, 11 Jan 2026 09:30:08 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889957 Ad un certo punto l’Italia dovrà comunque fare una scelta definitiva: Stati Uniti o Unione Europea.

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Dalla “prudenza gestionale” alla spinta al riarmo

È cominciato il nuovo anno 2026 e, dobbiamo dirlo con tutta onestà, nei pochi giorni già trascorsi sono successe così tante cose che potrebbero bastare per tutto l’anno.

Guardando all’Italia, Giorgia Meloni ha impresso una svolta di intensità bellica alla postura italiana molto più netta rispetto ai suoi predecessori, utilizzando l’aumento della spesa militare come leva politica e simbolica per legare il paese a uno scenario di guerra prolungata in Europa. In parallelo, questa scelta colloca l’Italia in una posizione strutturalmente sfavorevole: nel momento in cui il conflitto sul continente dovesse entrare in una fase apertamente interstatale, Roma sarà costretta a scegliere non solo da chi comprare i missili, ma a quale architettura strategica subordinare definitivamente la propria sicurezza.

Il ritratto di Meloni come semplice amministratrice prudente dell’esistente, evocato dal Financial Times, contrasta con la dinamica reale della politica di difesa italiana negli ultimi anni. Sul piano interno, la premier ha progressivamente trasformato l’obiettivo NATO del 2% del PIL in una sorta di orizzonte identitario del suo governo, rivendicando la credibilità militare come fondamento della politica estera e della legittimazione internazionale dell’Italia.

Già le proiezioni NATO mostrano che la spesa militare italiana è cresciuta in termini assoluti, passando da circa 21–22 miliardi di euro nella seconda metà degli anni 2010 a oltre 25 miliardi nel 2023, con ulteriori aumenti programmati. Osservatori indipendenti come l’Osservatorio Milex stimano una crescita strutturale dei fondi destinati alla difesa e al riarmo, con il bilancio 2023 attestato oltre i 26 miliardi e circa 8 miliardi annui stabilizzati per nuovi armamenti, segnando una rottura rispetto alle stagioni di contenimento della spesa militare dei governi precedenti.

Il cuore politico della fase Meloni è la decisione di utilizzare fino in fondo lo spazio offerto dall’Unione Europea per sdoganare la spesa militare fuori dai vincoli classici di bilancio. Il disegno, emerso nei documenti di finanza pubblica, prevede la possibilità di liberare circa 12 miliardi di euro in tre anni per la difesa, ricorrendo alla cosiddetta “National Escape Clause”, cioè una clausola di salvaguardia che consente di escludere dal deficit una quota significativa di spesa militare.

Questa scelta non è neutra: significa sancire che, in un contesto di austerità selettiva, la guerra e la preparazione militare diventano l’unica voce di spesa che può crescere strutturalmente, mentre altri capitoli restano compressi dai vincoli europei. La stessa dialettica nella maggioranza – con la Lega che chiede di spostare le risorse su sicurezza interna e ordine pubblico, contro l’idea di “mandare militari al fronte” – segnala come l’aumento di bilancio sia percepito dagli alleati non solo come un fatto contabile, ma come un passo concreto verso un coinvolgimento più diretto nei teatri di guerra.

La militarizzazione dell’agenda emerge anche nel modo in cui il governo ha gestito il dossier Ucraina. Nonostante le resistenze interne alla coalizione, l’esecutivo ha progressivamente normalizzato l’idea che l’Italia debba contribuire in modo sistematico all’invio di armamenti, sistemi di difesa aerea e capacità missilistiche a Kiev, inserendo questi flussi dentro decreti quadro che proiettano il sostegno militare almeno fino al 2026.

La logica è chiara: consolidare una filiera industriale e politica che faccia dell’Italia un attore affidabile sia per la NATO sia per i programmi europei di riarmo, in particolare attraverso strumenti come i prestiti SAFE e i progetti congiunti di produzione di sistemi d’arma. In questo quadro, l’aumento di spesa deciso da Meloni non è più solo risposta contingente alla guerra in Ucraina, ma investimento anticipato in una guerra europea “a bassa e media intensità” destinata a durare anni, con il rischio concreto di trasformarsi in conflitto interstatale più ampio.

Una posizione geostrategica sfavorevole

L’Italia entra in questo scenario con una posizione strutturalmente sfavorevole. La geografia la colloca saldamente nell’ombrello NATO, ma sul fronte sud di un conflitto europeo che resterà comunque centrato sul corridoio baltico-mar Nero, cioè lontano dai propri confini e vicino, invece, ai principali fornitori di sistemi missilistici e di difesa aerea. L’asimmetria è evidente: Roma si troverà a finanziare un riarmo definito altrove, a dipendere da supply chain controllate soprattutto da Stati Uniti, Francia e Germania, e a negoziare l’accesso a capacità critiche – missili antiaerei, antimissile, cruise, sistemi integrati di comando e controllo – in condizioni di margine politico ridotto.

Nel momento in cui il conflitto europeo dovesse entrare in una fase di guerra aperta, l’Italia non sarà nella posizione di autodeterminare la propria architettura missilistica, ma dovrà chiedere capacità aggiuntive agli alleati, modulando la domanda tra Washington e i principali complessi militari-industriali europei. In altre parole, il paese non deciderà solo da chi comprare i missili, ma a chi legare le regole d’ingaggio, le interoperabilità dei sistemi, la distribuzione delle basi e perfino la definizione di ciò che viene considerato “difensivo” o “offensivo” nello scenario europeo.

L’aumento di spesa voluto dalla Meloni non risolve questo paradosso, ma lo accentua. Una quota rilevante dei nuovi fondi è infatti destinata a programmi integrati NATO/UE, in cui la tecnologia chiave – dai sensori radar ai vettori missilistici – resta controllata da pochi grandi player esteri. Ciò significa che, quando “fra poco comincerà la guerra in Europa”, per riprendere la logica implicita dei piani di riarmo, l’Italia avrà sì pagato il biglietto d’ingresso, ma continuerà a dipendere politicamente e industrialmente da chi quei sistemi li produce e li aggiorna.

In uno scenario di escalation, la scelta “da chi prendere i missili” non sarà dunque una decisione puramente tecnica di procurement, ma un atto di allineamento strategico definitivo: più verso gli Stati Uniti e l’ombrello atlantico, con la priorità ai sistemi interoperabili con le dottrine USA, oppure più incardinato nei progetti di autonomia strategica europea, che però restano frammentati e spesso subordinati a leadership franco-tedesche. In entrambi i casi, l’Italia si presenta all’appuntamento meno come soggetto sovrano che come “cliente avanzato” di un ordine di guerra già scritto, dopo aver usato l’aumento di spesa militare per accelerare, più dei suoi predecessori, la propria corsa verso quel bivio.

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L’Italia chiamò, no! https://strategic-culture.su/news/2025/12/28/litalia-chiamo-no/ Sun, 28 Dec 2025 15:30:47 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889686 L’Italia perde unità, anche sulle questioni relative ai simboli nazionali

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Maestà, il popolo ha fame

Rimosso il “Sì” alla fine dell’inno di Mameli. Mentre il popolo ha fame e la guerra incombe, il Presidente della Repubblica non perde l’occasione di dimostrare la miseria politica del fu Belpaese.

Il governo ha vietato di urlare il famigerato “sì” alla fine dell’Inno nazionale, con tanto di decreto presidenziale.

La direttiva dello Stato Maggiore della Difesa del 2 dicembre, firmata su sollecitazione del capo dello Stato, impone che nelle occasioni militari istituzionali l’inno venga eseguito senza questa esclamazione finale.

La motivazione ufficiale richiama il rispetto del testo originale di Goffredo Mameli e dello spartito di Michele Novaro, come stabilito dalla legge del 2017.

Sul sito del Quirinale è stata adottata l’esecuzione del 1971 dove dopo “Siam pronti alla morte l’Italia chiamò” segue solo la musica. Si tratterebbe quindi, secondo i burocrati italici, di un ritorno filologico alla versione primigenia.

È curioso che ciò avvenga proprio adesso, quando vengono sfoderate le trombe di guerra proprio dagli uomini delle istituzioni, proprio quando si invoca il popolo ad armarsi e partire per combattere le guerre volute dai potenti contro il bene dei deboli.

È, in realtà, la sintomatica evidenza dell’epilogo della politica italiana. Un Paese in cui persino l’inno è divenuto obsoleto è testimonianza della obsolescenza delle sue istituzioni politiche, mummificate e ridotte ad un “sì” o un “no” rispetto agli ordini impartiti dall’occupante straniero.

E così nei libri di storia del futuro verrà ricordato che la fine del mondo, in Italia, cercarono di fermarla a suon di spartiti mutilati.

Cantiamo al padron massone

Quale significato racchiude l’Inno? Come affermava Mazzini, «l’istituzione repubblicana è l’unica in grado di garantire tale avvenire» (La Giovine Italia, 1831). Goffredo Mameli, attraverso un inno dal carattere apertamente repubblicano, manifesta una convinta adesione a questa concezione istituzionale. Publio Cornelio Scipione detto “Africano”, la Lega Lombarda, Francesco Ferrucci, Giovanni Battista Perasso, noto come “Balilla” – ovvero i modelli evocati da Mameli nella quarta strofa – rappresentano certamente esempi emblematici di resistenza contro lo straniero, ma assumono anche il valore simbolico di una tradizione repubblicana contrapposta al potere monarchico. Non a caso, tra le glorie dell’antica Roma celebrate con enfasi retorica, secondo il gusto dell’epoca, viene esaltata la figura del condottiero repubblicano Scipione Africano, e non quella di Giulio Cesare, di Augusto o di altri imperatori di rilievo.

Dal punto di vista strettamente estetico, l’inno di Mameli presenta evidenti fragilità, sia sul piano testuale sia in quello musicale, affidato alla composizione di Michele Novaro. Tuttavia, al di là delle sue carenze artistiche, Il Canto degli Italiani riesce costantemente a suscitare partecipazione emotiva e a generare un sentimento di orgoglio nazionale, fondato sull’appartenenza a una comunità storica condivisa e sull’esigenza di superare fratture e contrapposizioni. Di questa forza evocativa era pienamente consapevole Giuseppe Verdi, che nel 1864 lo inserì, insieme all’inno nazionale francese La Marseillaise (composta da Claude Joseph Rouget de Lisle) e all’inglese God Save the Queen (di autore anonimo), nel suo Inno delle Nazioni. Ancora oggi, a più di centocinquant’anni dalla sua composizione, l’inno di Mameli continua a colpire corde emotive profonde grazie alla schiettezza delle intenzioni, allo slancio giovanile e alla capacità di commuovere.

L’ideale fondamentale che animò il Risorgimento italiano fu, in ogni caso, la costruzione dell’unità nazionale. Dopo la dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente, la penisola era rimasta suddivisa in una moltitudine di Stati di diversa estensione e forza, talora fragili ed effimeri, talora solidi e longevi, ma quasi sempre impegnati nella tutela di interessi particolari o in conflitti interni che avevano progressivamente indebolito il senso di appartenenza nazionale. Questa frammentazione aveva inoltre favorito, se non addirittura sollecitato, le occupazioni straniere. Nel 1815, con la sconfitta di Napoleone I, il Congresso di Vienna sancì ufficialmente la divisione dell’Italia in nove Stati distinti.

Nella sua versione originaria, Il Canto degli Italiani si apriva con l’espressione «Evviva l’Italia», un esordio debole, segnato da un entusiasmo generico, sterile e retoricamente poco incisivo. Ben diverso fu invece l’impatto dell’espressione «fratelli d’Italia». Il termine “fratelli” è infatti quello con cui i massoni si riconoscono reciprocamente, poiché la fratellanza, insieme alla libertà e all’uguaglianza, costituisce il fondamento etico della Massoneria. In tal modo, l’inno assunse i tratti di un vero e proprio proclama esortativo, capace di scuotere le coscienze di destinatari ben definiti: i “fratelli” italiani del suo autore.

Talvolta l’inno è stato definito «la Marsigliese italiana», ma si tratta di un accostamento improprio. Non solo perché La Marseillaise è un canto di guerra concepito per infondere coraggio ai soldati francesi dell’Armata del Reno impegnati nella difesa della giovane repubblica rivoluzionaria, ma soprattutto perché utilizza il termine enfants – “figli” – e non quello di “fratelli”. La distinzione è sostanziale: i figli sono collocati in un rapporto gerarchico rispetto a una figura genitoriale che li guida e li sovrasta, mentre la fratellanza implica un legame orizzontale, fondato sulla parità.

Il Canto degli Italiani è stato talvolta bollato come un inno blasfemo e antireligioso; tuttavia, anche una lettura sommaria del testo rivela la profonda spiritualità del suo autore. La terza strofa, in particolare, cuore simbolico dell’inno, sintetizza la duplice vocazione massonica e religiosa di Mameli. Il progetto d’azione dei liberi muratori è infatti quello di unirsi nell’amore reciproco per testimoniare al mondo che le vie di Dio sono l’unione e l’amore universale.

L’inno richiama inoltre la storia religiosa europea, con particolare riferimento ai movimenti pauperistici del XIII secolo. In quell’epoca si avvertiva un diffuso bisogno di riforma di un clero percepito come corrotto, irrigidito e distante dalle sofferenze delle masse, segnate da povertà, abbandono e desolazione. In questo nuovo clima spirituale, i poveri divennero “fratelli” bisognosi dell’aiuto di altri fratelli. Si trattò di una profonda rivoluzione interiore, con rilevanti conseguenze sociali, in cui la metafora della fratellanza possedeva la forza di abbattere le barriere sociali e di restituire dignità ai più umili. Il povero non era più visto come un maledetto o come il simbolo del male nel mondo, ma come l’“altro” inteso quale prossimo da soccorrere, non uno straniero bensì un fratello. In tale prospettiva, esperienze diverse come la cavalleria, il catarismo, Francesco d’Assisi e Pietro Valdo risultano particolarmente significative.

È significativo osservare come, sia nella Massoneria sia nei movimenti pauperistici medievali, i termini distintivi siano “fratello” e “sorella”, e non parole come amico, camerata, compagno, socio o collega, più tipiche di relazioni politiche, economiche o utilitaristiche. La Massoneria affonda qui le sue radici più profonde, pur legandosi anche all’Illuminismo europeo del XVIII secolo. Si definiscono “fratelli” coloro che, nel nome della ragione illuminata, si propongono di combattere l’oscurantismo dell’ignoranza e della superstizione, sostenendosi reciprocamente in una forma di fratellanza morale e cosmopolita. In definitiva, l’obiettivo massonico è la diffusione dell’amore fraterno tra gli uomini, nel rispetto delle diverse fedi religiose, affinché la ricerca della verità e la fratellanza contribuiscano a unire l’umanità contro il fanatismo.

La fraternità massonica si configura come un autentico “vincolo mistico”, una trasfigurazione del legame biologico in una relazione ideale e morale fondata sull’aiuto reciproco e sulla dedizione. Anche se nel mondo contemporaneo la figura del fratello naturale tende a perdere centralità, resta vivo il valore simbolico della fraternità come modello etico di relazione.

È significativo notare che, nei rapporti con il Male o con Satana, non si ricorre mai al termine “fratello”, ma a quello di figlio-schiavo o di sottomesso. In tali contesti domina un rapporto di soggezione, mentre nella fratellanza, fondata sulla comune filiazione divina che libera anziché asservire, il rapporto è paritario. Da qui la distinzione simbolica tra figli delle Tenebre e figli della Luce.

Mameli fu un massone, non un ateo. Lo dimostrano i numerosi riferimenti religiosi e i richiami a Dio presenti nel suo inno. L’anticlericalismo massonico dell’Ottocento non va confuso con l’irreligiosità: esso aveva una chiara connotazione ideologico-politica, mirata alla fine del potere temporale dei papi e del dogmatismo oppressivo, non alla negazione del cristianesimo. Proprio l’identificazione cattolica tra guida spirituale e sovranità temporale del vescovo di Roma portò a considerare blasfemi gli obiettivi dei patrioti italiani. Non va dimenticato che, ancora oggi, seppur su un territorio ridotto, il papa è un monarca assoluto. Paradossalmente, la perdita del potere temporale ha rafforzato la sua autorevolezza morale e spirituale anche agli occhi dei non cattolici. In questo senso, il 20 settembre 1870, giorno della presa di Roma da parte dei bersaglieri del generale Alfonso La Marmora, anch’egli massone, può essere considerato una data significativa non solo per l’Italia, ma anche per la Chiesa cattolica, che dal punto di vista massonico veniva liberata in parte dal suo potere.

Esegesi breve di un inno

Dal 12 ottobre 1946 l’inno nazionale della Repubblica Italiana è il Canto degli Italiani, composto nell’autunno del 1847 dal giovane studente e patriota genovese Mameli e musicato a Torino da un altro genovese, Michele Novaro.

Nato in un contesto di forte entusiasmo patriottico che anticipava il conflitto contro l’Impero austriaco, l’inno è ricco di richiami storici al passato italiano.

L’inno, piaccia o non piaccia, nasceva come un canto per unire gli italiani, in vista dell’imposizione dell’unificazione su tutta la penisola. Il testo riassumeva in sé pezzi della storia dei popoli italici, vero esempio, bisogna riconoscerlo, di compendio di eventi significativi ed iconici.

L’Inno si apre con il riferimento a Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano (253–183 a.C.). Fu il celebre generale romano che sconfisse i Cartaginesi guidati da Annibale nella battaglia di Zama del 202 a.C., evento decisivo che pose fine alla seconda guerra punica sancendo il trionfo di Roma. L’Italia, pronta a intraprendere la lotta per l’indipendenza dall’Austria, viene simbolicamente rappresentata mentre indossa l’elmo di Scipione, richiamando così il valore, il coraggio e la gloria militare dell’antica Roma.

Ecco dunque che “le porga la chioma”, riferimento a un’usanza dell’antichità, secondo cui alle schiave venivano tagliati i capelli per distinguerle dalle donne libere, che li portavano lunghi. La dea Vittoria, tradizionalmente raffigurata con una folta chioma, è invitata a offrirla perché venga recisa, segno della sua sottomissione a Roma. Mameli esprime così la convinzione che la vittoria, nella futura insurrezione contro l’Austria, sarà inevitabilmente degli italiani, poiché tale è il destino stabilito.

La coorte, poi, era una formazione militare dell’esercito romano composta da circa seicento uomini, pari a un decimo di una legione. L’espressione “stringiamci a coorte” è dunque un invito a radunarsi compatto sotto le armi, a restare uniti e determinati, pronti anche al sacrificio estremo in nome della liberazione dal dominio straniero.

Si canta poi del “fonderci insieme” essendo divisi e non popolo (pure l’inno lo ammette!). Questi versi richiamano l’aspirazione a riunirsi sotto un solo vessillo, simbolo di una speranza comune e di ideali condivisi. Nel 1848 l’Italia era ancora frammentata in sette Stati distinti (Regno delle Due Sicilie, Stato Pontificio, Regno di Sardegna, Granducato di Toscana, Regno Lombardo-Veneto, Ducato di Parma e Ducato di Modena), condizione che ne aveva causato la debolezza e l’umiliazione storica agli occhi degli orchestratori inglesi e francesi.

Mameli, fervente seguace di Giuseppe Mazzini, riflette in questa strofa il progetto politico della Giovine Italia, fondato sull’unità nazionale come premessa per la nascita di una repubblica. L’espressione “per Dio” non è un’imprecazione, bensì un francesismo che va inteso come “attraverso Dio” o “con l’aiuto di Dio”, concepito come garante della liberazione dei popoli oppressi.

V’è addirittura un verso che richiama dalle Alpi alla Sicilia, passando per Legnano, che rimanda alla battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda, guidata da Alberto da Giussano, sconfisse l’imperatore Federico I Barbarossa. Tale vittoria costrinse l’imperatore a rinunciare alle sue ambizioni di dominio sulle città italiane, culminando nella pace di Costanza del 1183, con il riconoscimento delle autonomie comunali.

Il riferimento è alla strenua difesa della Repubblica di Firenze durante l’assedio imperiale del 1529–1530. Il capitano Francesco Ferrucci, ferito mortalmente, venne ucciso dal mercenario Fabrizio Maramaldo, il cui nome è passato alla storia come sinonimo di viltà. Le parole pronunciate da Ferrucci — “Tu uccidi un uomo morto” — divennero simbolo di dignità e coraggio di fronte alla sopraffazione.

Mameli richiama poi con le parole “I bimbi d’Italia”: qui l’episodio leggendario del giovane Balilla, probabilmente identificabile con Giambattista Perasso, che il 5 dicembre 1746 lanciò una pietra contro un ufficiale straniero, dando avvio alla rivolta popolare che portò alla liberazione di Genova dal dominio austro-piemontese. Non manca anche il riferimento ai Vespri che squillano, richiamando i Vespri Siciliani, l’insurrezione scoppiata il 31 marzo 1282, all’ora dei vespri del lunedì di Pasqua, contro il dominio angioino. Il suono delle campane chiamò il popolo di Palermo alla ribellione, segnando l’inizio della rivolta.

Infine, il riferimento agli Asburgo e all’Europa centrale. L’Austria degli Asburgo (di cui l’aquila bicipite era il simbolo imperiale) era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie di cui erano piene le file dell’esercito imperiale) e Mameli chiama un’ultima volta a raccolta le genti italiche per dare il colpo di grazia alla dominazione austriaca con un parallelismo con la Polonia. Tra il 1772 e il 1795, l’Impero austro-ungarico, assieme alla Russia (il “cosacco”) aveva invaso la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi, l’italiano e il polacco, può trasformarsi in veleno attraverso la sollevazione contro l’oppressore straniero.

Il “Sì” aggiunto da Novaronon era nel testo originale di Mameli, ma fu un’aggiunta musicale e retorica per rafforzare il “grido di guerra”, simboleggiare l’adesione convinta e l’unità del popolo di fronte alla chiamata patriottica.

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Europe’s panic economy: Frozen assets, empty arsenals, and the quiet admission of defeat https://strategic-culture.su/news/2025/12/26/europes-panic-economy-frozen-assets-empty-arsenals-and-the-quiet-admission-of-defeat/ Fri, 26 Dec 2025 13:42:46 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889659 By Gerry NOLAN

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When a prime minister tells her own staff to rest because next year will be much worse, it is not gallows humor. It is not exhaustion speaking. It is a slip of the mask, the kind of remark leaders make only when the internal forecasts no longer align with the public script.

Giorgia Meloni was not addressing voters. She was addressing the state itself — the bureaucratic core tasked with executing decisions whose consequences can no longer be disguised. Her words were not about a mundane increased workload. They were about constraint. About limits. About a Europe that has crossed from crisis management into managed decline, and knows that 2026 is when the accumulated costs finally collide.

What Meloni let slip is what Europe’s elites already understand: the Western project in Ukraine has run head-first into material reality. Not Russian propaganda. Not disinformation. Not populism. Steel, munitions, energy, labor, and time. And once material reality asserts itself, legitimacy begins to drain.

The War Europe Cannot Supply

Europe can posture for war. It cannot produce for war.

Four years into a high-intensity war of attrition, the United States and Europe are confronting a truth they spent decades unlearning: you do not sustain this kind of conflict with theatrical speeches, sanctions, or abandoning diplomacy. You sustain it with shells, missiles, trained crews, repair cycles, and production rates that exceed losses — month after month, without interruption.

By 2025, the gap is no longer theoretical.

Russia is now producing artillery ammunition at a scale that Western officials themselves concede outpaces the combined output of NATO. Russian industry has shifted to continuous near-wartime production (without even being fully mobilized), with centralized procurement, simplified supply chains, and state-directed throughput. Estimates place annual Russian artillery production at several million rounds — production already flowing, not promised.

Europe, by contrast, has spent 2025 celebrating targets it cannot ever materially meet. The European Union’s flagship pledge remains two million shells per year — a goal dependent on new facilities, new contracts, and new labor that will not fully materialize within the decisive window of the war, if ever. Even the dreamed target if reached, would not put it at parity with Russian output. The United States, after emergency expansion, is projecting roughly one million shells annually once and a big if, full ramp-up is achieved. Even combined on paper, Western production struggles to match Russian output already delivered. Talk about paper tiger.

This is not a gap. It is a major tempo mismatch. Russia is producing at scale now. Europe is dreaming of rebuilding the ability to produce at scale later.

And time is the one variable that cannot be sanctioned.

Nor can the United States simply compensate for Europe’s hollowed-out capacity. Washington faces its own industrial choke points. Production of Patriot air-defense interceptors runs in the low hundreds per year while demand now spans Ukraine, Israel, Taiwan, and US stockpile replenishment simultaneously — a mismatch senior Pentagon officials have acknowledged cannot be resolved quickly, if ever. US naval shipbuilding tells the same story: submarine and surface-combatant programs are years behind schedule, constrained by labor shortages, aging yards, and cost overruns that push meaningful expansion into the 2030s. The assumption that America can industrially backstop Europe no longer matches reality. This is not a European problem alone; it is a Western one.

War Footing Without Factories

European leaders speak of “war footing” as if it were a political posture. In reality, it is an industrial condition and Europe does not meet it.

New artillery production lines require years to reach stable throughput. Air-defense interceptor manufacturing runs in long cycles measured in batches, not surges. Even basic inputs such as explosives remain bottlenecks, with facilities shuttered decades ago only now being reopened, some not expected to reach capacity until the late 2020s.

That date alone is an admission.

Russia, meanwhile, is already operating inside wartime tempo. Its defense sector has delivered thousands of armored vehicles, hundreds of aircraft and helicopters, and vast quantities of drones annually.

Europe’s problem is not conceptual; it is institutional. Germany’s much-vaunted Zeitenwende exposed this brutally. Tens of billions were authorized, but procurement bottlenecks, fragmented contracting, and an atrophied supplier base meant delivery lagged years behind rhetoric. France, often cited as Europe’s most capable arms producer, can manufacture more sophisticated systems — but only in boutique quantities, measured in dozens where attritional war demands thousands. Even the EU’s own ammunition acceleration initiatives expanded capacity on paper while the front consumed shells in weeks. These are not ideological failures. They are administrative and industrial ones and they compound under pressure.

The difference is structural. Western industry was optimized for shareholder efficiency and peacetime margins. Russia’s has been reorganized for endurance under pressure. NATO announces packages. Russia counts deliveries.

The €210 Billion Fantasy

This industrial reality explains why the frozen-assets saga mattered so much, and why it failed.

Europe’s leadership did not pursue the seizure of Russian sovereign assets out of legal creativity or moral clarity. It pursued it because it needed time. Time to avoid admitting that the war could not be sustained on Western industrial terms. Time to substitute finance for production.

When the attempt to seize roughly €210 billion in Russian assets collapsed on December 20th, blocked by legal risk, market consequences, and resistance led by Belgium, with Italy, Malta, Slovakia and Hungary, aligned against outright confiscation, Europe settled for a degraded substitute: a €90 billion loan to Ukraine for 2026–27, serviced by 3B in annual interest, further mortgaging Europe’s future. This was not strategy. It was triage, and further divided, an already weakened Union.

Outright confiscation would have detonated Europe’s credibility as a financial custodian. Permanent immobilization avoids the blast — but creates a slow bleed. The assets remain frozen indefinitely, a standing act of economic warfare that signals to the world that reserves held in Europe are conditional and not worth the risk. Europe chose reputational erosion over legal rupture. That choice reveals fear, not strength.

Ukraine as a Balance-Sheet War

The deeper truth is that Ukraine is no longer primarily a battlefield problem. It is a solvency problem. Washington understands this. The United States can absorb embarrassment. It cannot absorb open-ended liabilities indefinitely. An offramp is being sought — quietly, unevenly, and with rhetorical cover.

Europe cannot admit it needs one. Europe framed the war as existential, civilizational, moral. It declared compromise appeasement and negotiation surrender. In doing so, it erased its own exit ramps.

Now the costs land where no narrative can deflect them: on European budgets, European energy bills, European industry, and European political cohesion. The €90 billion loan is not solidarity. It is securitization of decline — rolling obligations forward while the productive base required to justify them continues to erode.

Meloni knows this. That is why her tone was not defiant, but weary.

Censorship as Panic Management

As material limits harden, narrative control tightens. The aggressive enforcement of the EU’s Digital Services Act is not about safety. It is about containment, in its most Orwellian form — constructing an information perimeter around an elite consensus that can no longer withstand open accounting. When citizens begin asking calmly, and then not calmly, relentlessly, what was this for?, the illusion of legitimacy collapses quickly.

This is why regulatory pressure now reaches beyond Europe’s borders, provoking transatlantic friction over jurisdiction and speech. Confident systems do not fear conversation. Fragile ones do.Censorship here is not ideology. It is insurance.

Deindustrialization: The Unspoken Betrayal

Europe did not merely sanction Russia. It sanctioned its own industrial model.

By 2025, European industry continues to pay energy costs far above those of competitors in the United States or Russia. Germany. the engine, has seen sustained contraction in energy-intensive manufacturing. Chemical, steel, fertilizer, and glass production have either shut down or relocated. Small and medium enterprises across Italy and Central Europe are failing quietly, without headlines.

This is why Europe cannot scale ammunition the way it needs to. This is why rearmament remains a promise rather than a condition. Cheap energy was not a luxury. It was the foundation. Remove it via self-sabotage (Nordstream et. al), and the structure hollows out.

China, watching all of this, holds the other half of Europe’s nightmare. It commands the deepest manufacturing base on earth without having entered wartime footing. Russia does not need China’s breadth, only its strategic depth behind it in reserve. Europe has neither.

What Meloni Actually Fears

Not hard work. Not busy schedules. She fears a 2026 in which Europe’s elites lose control of three things at once.

Money — as Ukraine’s funding becomes an EU balance-sheet problem, replacing the fantasy that “Russia will pay.”

Narrative — as censorship tightens and still fails to suppress the question echoing across the continent: what was this all for?

Alliance discipline — as Washington maneuvers for exit while Europe absorbs the cost, the risk, and the humiliation.

That is the panic. Not losing the war overnight, but losing legitimacy slowly, as reality leaks out through energy bills, shuttered factories, empty arsenals, and mortgaged futures.

Humanity at the Abyss

This is not just Europe’s crisis. It is civilizational. A system that cannot produce, cannot replenish, cannot tell the truth, and cannot retreat without collapsing credibility has reached its limits. When leaders begin preparing their own institutions for worse years ahead, they are not forecasting inconvenience. They are conceding structure.

Meloni’s remark mattered because it pierced the performance. Empires announce triumph loudly. Systems in decline lower expectations quietly, or loudly in Meloni’s case.

Europe’s leadership is lowering expectations now because it knows what the warehouses contain, what the factories cannot yet deliver, what the debt curves look like — and what the public has already begun to understand.

For most Europeans, this reckoning will not arrive as an abstract debate about strategy or supply chains. It will arrive as a far simpler realization: this was never a war they consented to. It was not fought to defend their homes, their prosperity, or their future. It was fought for greed for Empire, and paid for with their living standards, their industry, and their children’s future.

They were told it was existential. They were told there was no alternative. They were told sacrifice was virtue.

Yet what Europeans want is not endless mobilization or permanent austerity. They want peace. They want stability. They want the quiet dignity of prosperity — affordable energy, functioning industry, and a future that is not mortgaged to conflicts they did not consent to.

And when that truth settles, when the fear recedes and the spell breaks, the question Europeans will ask will not be technical, ideological, or rhetorical.

It will be human. Why were we forced to sacrifice everything for a war we never agreed to and told there was no peace worth pursuing? And this is what keeps Meloni up at night.

Original article: ronpaulinstitute.org

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Mossad ‘in contact from very beginning’ with killers of Italian PM, reporter reveals https://strategic-culture.su/news/2025/10/20/mossad-in-contact-from-very-beginning-with-killers-of-italian-pm-reporter-reveals/ Mon, 20 Oct 2025 11:00:50 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888367 By Kit KLARENBERG and Wyatt REED

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A roving reporter who covered Italy’s top politicians explains to The Grayzone how his country was reduced to a joint US-Israeli “aircraft carrier,” and raises troubling questions about an Israeli role in the killing of former Prime Minister Aldo Moro.

For years, Israel’s Mossad monitored and secretly influenced a violent communist faction that carried out the March 16, 1978 kidnapping and murder of Italian statesman Aldo Moro, veteran investigative journalist Eric Salerno has documented.

Having worked closely alongside multiple Italian heads of state during his 30-year career as a correspondent, Salerno published an expose of their secret relationship with Israeli intelligence in 2010 called Mossad Base Italy.

The reporter told The Grayzone that Moro, who was arguably Italy’s most important leader, became a thorn in the side of powerful forces who sought to keep his country firmly lodged in the pro-Western bloc. Salerno believes Italy’s long-term foreign policy would have developed differently if Moro had survived, adding, “that’s what they were afraid of in the United States.”

Moro was kidnapped in 1978 by the radical Brigate Rosse, or Red Brigades faction, in a daring and highly-professional daytime operation which left all five of his bodyguards dead. He was executed two months later. The still-unresolved case shocked the nation, and remains a deeply unsettling chapter in the period of intelligence intrigues and political terrorism known by Italians as The Years of Lead.

For some of Italy’s most knowledgeable sources, the crimes bore strong similarities to those of Operation Gladio, a covert effort which saw the CIA, MI6 and NATO train and direct a shadow army of fascist paramilitary units across Europe that carried out false flag terror attacks, robberies, and assassinations aimed at neutralizing the socialist left.

Moro, who belonged to the progressive wing of the Christian Democrat Party and served five terms as prime minister, threatened to upend the traditional postwar order in Italy by forging a “compromesso storico” (historic compromise) with the Italian Communist Party. “It was something that probably part of the Italian political establishment was afraid of, even in his own party,” Salerno notes.

While this part of Moro’s history is well known among Italians, Salerno has documented a less understood aspect of his legacy: his arrangement with Palestinian resistance groups, likely mediated by Libyan President Moammar Gaddafi, which allowed the PLO and others to smuggle weapons and travel freely through Italy in exchange for the country itself being spared from terror attacks. That deal, which scholars consider to be an evolving and “dynamic process,” came to be known as the “Lodo Moro.”

The pact is widely believed to have been forged in 1973, during Moro’s tenure as foreign minister, when Italy secretly released a group of Palestinian fighters who sought to attack a plane belonging to Israel’s El Al airline as it departed from Rome’s Fiumicino airport. It was spurred in large part by Italy’s desire to maintain a level of independence from the US-led Western bloc, which was targeted by an oil embargo in retaliation for Washington’s support for Israel in the 1973 Arab-Israeli War.

While Salerno stopped short of alleging the Mossad directly ordered the abduction and execution of Moro, he told The Grayzone, “I think their idea was, ‘we’ll see what happens, and if it’s necessary, and we think it’s the right time, we can help one way or another.’”

For over a decade, the Lodo Moro deal insulated Italy from the violence that plagued other nations across the Mediterranean. These plots became increasingly commonplace in the region following the 1967 Six-Day War between Israel and a coalition of Arab states including Egypt, Syria, and Jordan.

But it was only a matter of time before the violence consumed Moro’s life as well.

Italian Prime Minister Aldo Moro in Red Brigade captivity, 1978

Mossad Base Italy

Salerno’s book, Mossad Base Italy, is perhaps the most comprehensive chronicle of the intimate and ongoing relationship between Israeli intelligence and Italy’s political leadership. Published in 2010, the book remains almost completely unknown in the English speaking world.

Its author illustrates how the secret Israeli-Italian alliance predated the May 1948 creation of Israel, with Rome providing covert support to Zionist militias like the Haganah. Individuals affiliated with Benito Mussolini and neofascists within Italy’s post-war security apparatus supplied them with weapons and training to crush Palestinian resistance and assist their campaign of ethnic cleansing.

“The Israelis didn’t want Rome to become a satellite of the Soviet Union, and the US had the same position. The country was essentially the West’s front line against the Eastern bloc,” Salerno explained to The Grayzone. “Italy bordered Yugoslavia, was not far from Warsaw Pact nations, and support for Communism and the Soviet Union was strong in the wake of World War II. It was also a kind of aircraft carrier in the Mediterranean, which people would land on and go off to other places.” With nearly 5,000 miles of coastline, and just 90 miles separating the island of Sicily and Tunisia, Italy has often been described as the “gatekeeper” of the Mediterranean Sea.

Salerno concluded that every Italian administration since World War II has secretly aided Mossad and Israeli military intelligence. A review of his book by veteran Haaretz intelligence correspondent Yossi Melman noted, “Israeli espionage agents confirm that Italy’s intelligence services are among the friendliest in the world toward their Israeli counterparts.”

Salerno argues persuasively that both the Mossad and Israeli Air Force were effectively “born in Rome,” and reveals Tel Aviv entrusted Italian intel with conducting “extremely classified missions” on their behalf. Strikingly, his book has never been translated into English.

The reporter attributes the consistent pro-Israel bias of Italian intelligence to a combination of political expediency and lingering collective guilt over Rome’s complicity in the crimes against Jews during World War Two. Since then, Italy’s governments have largely “felt… that they had to help the Jews because the Jews had been suffering under the previous regime.”

“Objective evidence” Mossad downed Italian airliner

The traditional dynamic between Rome and Tel Aviv was challenged by the emergence of Italian Christian Democrat Party governments, including Moro’s. Within months, Israel began responding to this defiance with apparent acts of sabotage inside Italy, according to a variety of well-placed figures.

In late 1973, five members of the Black September Palestinian militant group were arrested thanks to a tipoff from the Mossad, which claimed they were preparing to shoot down an Israeli commercial airliner at Rome’s largest airport with ground-to-air missiles. However, Moro arranged for them to be released a month later, then transported to Libya.

The Black September members were first flown to Malta on an Italian transport plane known as Argo 16 — which was routinely used to ferry Operation Gladio operatives to a secret training base in Sardinia, and deliver CIA/MI6 weapons to secret depots dotted around the country. When Mossad observed the Palestinians there and realized they’d been freed, they became “very annoyed,” according to Rome’s then counterespionage chief, Ambrogio Viviani.

On November 23 1973, Argo 16 crashed shortly after taking off from Venice Airport, killing the entire veteran crew.

An initial probe concluded the tragedy was an accident, but the case was reopened by the Venice prosecutor’s office in 1986. That investigation faltered as well, when security and intelligence officials refused to testify, and began withholding evidence. However, the judge overseeing the case, Carlo Mastelloni, told Salerno there was no doubt, based on “objective evidence,” that the plane’s downing was Israel’s dirty work.

“It’s all tied to the famous ‘Moro agreement,’” Mastelloni asserted. Argo 16’s sabotage was not only “retaliation” for the release of the arrested Palestinians, but a “warning” over Italy’s “concessions” to “Tel Aviv’s enemies,” he stated. Still, Lodo Moro continued to hold despite the implicit threat of violence, which raises the question of whether Mossad felt the need to up the ante.

‘Mossad decided to transfer the Middle Eastern conflict to Italy’

Argo 16 was not the only fatal incident to take place during Italy’s Years of Lead which seemed to bear the Mossad’s fingerprints. When a hand grenade was lobbed at Milan’s police headquarters in May 1973, killing four civilians and injuring 45, the culprit presented himself as an anarchist following his immediate apprehension. However, subsequent investigations revealed the perpetrator, Gianfranco Bertoli, to be a longtime Italian military intelligence informant, as well as a member of numerous neofascist organizations, including the Gladio-linked Ordine Nuovo (New Order).

Bertoli had spent the two years leading up to the attack residing off and on in Kibbutz Karmiya in Israel, where he frequently hosted representatives of French far-right faction Jeune Révolution, while maintaining contact with French intelligence. Such incidents prompt Salerno to ask: “was the Mossad part of the strategy of tension?” This was the precise conclusion reached by Ferdinando Imposimato, an Italian magistrate who oversaw initial trials of Red Brigades operatives regarding Moro’s murder.

“It must be acknowledged the Israeli secret services had perfect knowledge of the Italian subversive phenomenon from its very beginning, engaging in it with constant ideological and material support,” Imposimato noted in 1983. “Mossad had decided to transfer the Middle Eastern conflict to Italy,” he concluded, “driven by the aim of political and social destabilization.” Israel’s purpose was “to induce America to see Israel as the only allied point of reference in the Mediterranean and thus gain greater political and military support,” he stated.

During his March 1999 testimony to a parliamentary inquiry into terrorism in Italy, Red Brigades fighter Alberto Franceschini stated the group was approached by the Mossad through an intermediary after the Red Brigades’ kidnapping of a magistrate named Mario Sossi in April 1974. According to Franceschini, the Mossad made a “disturbing” proposition to finance his group, stating that rather than seeking to control the Red Brigades, Israel sought only to ensure the group continued to operate:

“We don’t want to tell you what you have to do. That is, what you do is fine with us. We care that you exist. The very fact that you exist, whatever you do is fine with us.”

Describing “the political motivations” for Mossad’s position, Franceschini noted: “from the perspective of American relations… the more destabilized Italy was, the more unreliable it became, and the more Israel became a reliable country for all Mediterranean policies” from Washington’s perspective. In his final years, Franceschini revealed Israel “offered weapons and assistance” to the Red Brigade, declaring: “their stated goal was to destabilize Italy.”

As Salerno noted to The Grayzone, “in one of his last interviews,” Franceschini “confirmed to my colleague from Corriere della Serra that the Mossad had been in contact from the very beginning with the Red Brigades,” interactions which the correspondent stresses were “very normal in the way the Mossad acted with all kinds of, let’s call them subversive organizations, all over Europe.”

The notion of a potential Israeli hand in shaping the Moro plot — or hindering efforts to resolve it peacefully — is bolstered by statements from a number of influential Italian politicians, which also indicate Israel both “co-financed” and “influenced” the group which took credit for killing Moro. These disclosures have so far been universally ignored by mainstream English-language outlets.

In July 1998, Giuseppe De Gori, a lawyer who represented Moro’s Christian Democrat party in numerous trials related to the case, told a parliamentary commission on terrorism that Mossad “had always controlled” the Red Brigades, without formally infiltrating the group. He recorded how in 1973, a Mossad major and colonel “presented themselves” to the group, exposing infiltrators in their ranks, and offering “weapons and whatever they wanted as long as they pursued a different policy.”

While the Red Brigades refused, “from that moment on, it was clear Mossad” kept a close eye on the militant faction. De Gori testified that Israeli intel “hated” the “anti-Zionist” Moro, and began taking advantage of its ability to “smuggle” information to the Red Brigades, which could influence their actions.

As the lawyer explained, there was “no need” for the Mossad to directly penetrate the Red Brigades. De Gori hinted the group’s decision to kill Moro after almost two months in captivity resulted from such indirect Israeli intervention. While Italian government officials refused any negotiation with his kidnappers, at a private meeting on May 8, 1978, elements within the Christian Democrats proposed independently brokering a deal to secure Moro’s release.

“Moro was killed immediately afterward, so someone must have been there who reported this news,” De Gori testified. In 2002, the lawyer told author Philip Willan that Mossad made Moro’s execution a fait accompli by enlisting the services of a skilled forger to fabricate a letter from the Red Brigades to authorities in mid-April 1978. The communique claimed the statesman was already dead. “After that… Moro could no longer be saved,” De Gori explained.

Bargain with Palestinian resistance puts target on Moro’s back

De Gori is not the only well-placed source to blame Mossad for Moro’s death. In May 2007, Giovanni Galloni, former vice president of the Italian judiciary’s High Council, boldly proclaimed that “not all participants” in the premier’s abduction had been members of the Red Brigades. That conclusion was spurred by Moro’s bodyguards being executed with “just two weapons, used by exceptionally experienced men.” In addition to never being identified, these assassins displayed a level of shooting expertise no known Red Brigades operative seemed to possess.

Galloni strongly insinuated the killers were hired by Washington and/or Tel Aviv. He revealed that “a few months before his capture,” Moro confided to him that he was “worried” the US and Israeli “secret services had infiltrated the Red Brigades.” Moro reported this to Italy’s US ambassador, prompting an “ambiguous denial” from the State Department, to the effect Washington had always told Italian intelligence “everything we know.”

Galloni enquired: “Which secret services? The real ones, or the ones that were in their hands?” He was clearly referring to the parallel Anglo-American spying and terror nexus in Rome known as Operation Gladio.

Further evidence of an Israeli role in Moro’s murder can be found in testimony delivered to an Italian parliamentary committee in June 2017 by a former magistrate named Luigi Carli, who was intimately involved in the original investigation. Unnoticed in the English-speaking world, and unmentioned in the committee’s official reports, Carli claimed the Red Brigades had been “co-financed” by Mossad.

When asked why Israel would subsidize an armed communist faction in Italy, Carli stated that “several” former Red Brigades collaborators had told him the Mossad had agreed to “take care of co-financing the Red Brigades,” proposals which he considered “strange.”

They explained, however, that any efforts which ended up “weakening, or helping to weaken, Italy’s internal situation” would “enhance Israel’s prestige and authority” in the Mediterranean, Carli testified.

Highly illuminating interviews with former Italian president Francesco Cossiga, published by the Bulletin of Italian Politics in the wake of his death in August 2010, shed further light on Mossad’s motives for assassinating Moro, and for targeting Rome with mass casualty false flag bombings. Cossiga was the first Italian politician to acknowledge the existence of the Lodo Moro. Cossiga stated the US was “of course” aware of the agreement, while he himself and much of Italy’s political class were in the dark.

Cossiga recalled that while he was Prime Minister in November 1979, police in a coastal town intercepted a truck carrying a surface-to-air missile. He subsequently received a telegram from Popular Front for the Liberation of Palestine chief George Habbash admitting ownership of the missile, and reassuring the Italian premier it was not intended for use in Italy. Habbash thus demanded the weapon be returned and called for the driver’s release.

Habbash warned that any failure to comply would represent a violation of the PFLP’s “agreement” with Rome. “No one could tell me what this part meant,” Cossiga insisted. Only “many years later” did he learn of the Lodo Moro agreement.

At the time of Cossiga’s interviews, the Italian state reopened investigations into the August 1980 bombing of Bologna Centrale railway station, which killed 85 people and wounded over 200. The probe resulted in convictions in absentia for members of the neofascist, Gladio-tied Nuclei Armati Rivoluzionari. Several chief suspects, including a confirmed MI6 asset named Robert Fiore, escaped to London, where Britain refused to extradite them. The Bulletin of Italian Politics identified the missile seizure, and the existence of Lodo Moro itself, as key considerations in the new investigation.

One possibility explored by the inquiry was whether the Bologna bombing was “carried out by the US or Israel to punish Italy for its pro-Arab stance.” Having long complained that Rome “never really had space for its own foreign policy” due to its subservience to US interests, Cossiga acknowledged that Italy “pursued a national agenda” in the Middle East and “took certain liberties towards the Arab world and Israel.”

“People forget” the Christian Democrats were “always a pro-Arab party,” Cossiga stated, pointing specifically to Moro and his associate Giulio Andreotti, another former Italian head of state who famously exposed Operation Gladio in October 1990. Cossiga claimed, “Andreotti has always believed — though he’s never said it,” that the US caused him “judicial problems” over his Arab sympathies.

Though Salerno disputes the characterization of Andreotti as “pro-Arab,” describing him instead as “pro the rights of Arabs,” he told The Grayzone that the longtime Italian leader once personally declared to him: “if I was born in Gaza, I would be a terrorist.”

Moro rescue committee set up to fail

Throughout Moro’s 55 days in Red Brigades captivity, Italian officials declared that the “state must not bend” to “terrorist demands,” making it clear the Italian government would neither negotiate with the Red Brigades nor release any of its jailed members in return for the PM. The former Italian Prime Minister was subsequently bundled into a car trunk, shot 10 times, and left in the vehicle in central Rome for authorities to find.

Today, many Italians view Rome’s inflexible approach with deep suspicion, given the government’s willingness to negotiate with terrorists both before and after Moro’s murder. Magistrate Mario Sossi, whose kidnap by the Red Brigades purportedly prompted Mossad to approach the group, was released in 1974 after one month in captivity in exchange for some of the radical faction’s imprisoned members.

When the Red Brigades kidnapped Christian Democrat politician Ciro Cirillo in April 1981, Italian authorities bargained directly with his abductors, paying a ransom for his release. That December, when the Red Brigades abducted US General James Dozier, he was “located and freed in a blitz” by a joint US-Italian taskforce.

Former Italian general Roberto Jucci contrasted Dozier’s treatment with that of Moro in a 2024 interview. “One of them, they wanted to set free; I have my doubts about the other,” he stated. Jucci was among the few Italians in a position to judge, having been placed in charge of training a special forces squad at a base in Tuscany, which was ostensibly meant to rescue the abducted Prime Minister. Today, he believes “the real goal was to get me out of the way” and ensure Moro was never found. No raids were conducted during his 55 days in captivity.

Jucci told La Repubblica that the formal committee to rescue Moro was “advised by a man sent by the US,” and “composed largely” of representatives of fascist, Gladio-affiliated Masonic lodge P2. These individuals “wanted things to go in a different way from what all honest people were asking for,” and wished for Moro “to be destroyed politically and physically.”

Had Moro survived, “Italy’s politics would have developed differently.” Jucci believed the Italian leader could’ve “been freed if all the institutions had worked in this direction.” Declassified British Ministry of Defence files dating to November 1990 show officials in London were well-aware of the role played by P2 in sabotaging official efforts to rescue Moro. The Masonic lodge was described as just one “subversive” force in Rome, employing “terrorism and street violence to provoke a repressive backlash against Italy’s democratic institutions.”

Those documents further noted “circumstantial evidence” indicated “one or more of Moro’s kidnappers was secretly in touch” with Italy’s “security apparatus,” and investigators “deliberately neglected to follow up leads which might have led to the kidnappers and saved Moro’s life.”

Mossad continues Italian ops amid Gaza genocide

Today, there is little trace of any pro-Arab tendencies in mainstream Italian politics. According to Salerno, the US and Israel no longer have any need to “destabilize Italy” as the country is economically “weak.” Rome’s government now is for all intents and purposes “a continuation, even an extension, of the old fascist regime,” he says, adding, “there are people in the government that have statues of Mussolini in their houses.”

Prime Minister Giorgia Meloni has made clear she harbors little sympathy for the Palestinians, and little intention of recognizing a Palestinian state – even after it was revealed in November 2024 the Mossad had been employing a private Italian intelligence firm to target Meloni and her ministers. “I think that basically, the government that we have here in Italy at the moment is a government that would like to criticize many things that are happening,” but “it can’t criticize Israel too much because of what the Italian fascist regime did to the Jews during the war,” Salerno explains.

Regarding recent mass protests and strikes across Italy in support of Gaza, Salerno explains, “What is happening today in Palestine in Gaza is something exceptional.” But “as nothing has been taught or spoken about in Italy about the plight of Palestinians for many years… the great population of Italy and the governments of Italy” have “never done very much to really help the Palestinians.” Now, once again, “all of a sudden, we have discovered we have the Middle East and the Palestinian question.”

To this day, Mossad continues to carry out operations in Italy. The Italian-Israeli intelligence relationship was most recently highlighted in a bizarre incident in May 2023, in which a houseboat capsized in Italy’s Lake Maggiore, killing four people among the 23 aboard. Though legacy media initially framed the case as a tragic accident at a birthday celebration, it quickly became clear everyone on the boat — bar the captain and his wife — were Israeli and Italian spies.

The 10 surviving Israelis were hurriedly flown back to Tel Aviv on a military aircraft before they could be questioned by police, with the apparent blessing of Italian authorities. Subsequent investigations suggested the gathering was a joint intelligence operation into “Iranian non-conventional weapons capabilities,” aimed at either surveilling local industry or wealthy Russians living nearby who were suspected of helping Moscow obtain drones from Tehran.

eulogy for the dead Israeli spy, whom Italian media named as Erez Shimoni, was personally delivered by Mossad director David Barnea, strongly suggesting he was a significant figure at the intelligence agency. While the captain of the ship has since been convicted of negligent homicide, Italy’s military police immediately announced they would not be investigating the activities of the spies on board.

Original article:  thegrayzone.com

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La Destra di Governo che uccide i cittadini https://strategic-culture.su/news/2025/10/19/la-destra-di-governo-che-uccide-i-cittadini/ Sun, 19 Oct 2025 14:30:37 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888348 Le aberranti politiche anti sociali dell’entourage meloniano raggiungono un nuovo livello di squallore, nella più radicale negazione della politica orientata al bene comune

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Dimenticatevi il welfare, dimenticatevi lo Stato che provvede ai cittadini, dimenticatevi le aziende strategiche di Stato, dimenticatevi la sacralità della madrepatria, dello spirito nazionale, e tutte le altre cose che tradizionalmente si annoveravano nelle politiche “di destra”: il Governo di Giorgia Meloni ha approvato il pignoramento per chi non paga le bollette, senza passare da un giudice.

L’obiettivo è consentire il pignoramento dei beni per chi non salda le bollette senza la necessità di un intervento del giudice, rendendo così la procedura più celere. Si tratta di una proposta di legge presentata dalla Lega, a prima firma della senatrice Erika Stefani. L’iter parlamentare è ormai a buon punto: il disegno di legge sulla riscossione dei debiti non ha ancora ottenuto l’approvazione definitiva in Commissione Giustizia del Senato, ma i lavori si avviano alla conclusione e la maggioranza di centrodestra ha già approvato tutti gli emendamenti. Manca quindi soltanto il voto finale della Commissione prima dell’invio del testo in Aula, dove sarà esaminato dapprima dal Senato e poi dalla Camera. Il percorso legislativo rimane comunque lungo, per cui il via libera definitivo non arriverà nel giro di poche settimane.

In sostanza, la proposta introduce un nuovo meccanismo che permetterebbe ai creditori di procedere al pignoramento senza dover passare dal vaglio di un tribunale. Chiunque abbia debiti di varia natura – dalle bollette non pagate ai prestiti contratti con società finanziarie o conti scoperti, con l’esclusione dei mutui bancari – potrebbe ricevere una diffida formale da parte dell’avvocato del creditore e, in assenza di risposta entro 40 giorni, subire il pignoramento dei propri beni o del conto corrente. Tutto ciò avverrebbe senza un controllo preventivo da parte dello Stato o di un giudice.

Secondo i promotori leghisti, l’intento è quello di rendere più snella una procedura giudiziaria oggi ritenuta troppo lenta e complessa. Attualmente, infatti, il creditore deve rivolgersi a un giudice civile o di pace per ottenere un decreto ingiuntivo e solo successivamente può avviare l’esecuzione forzata. Con la riforma, questo passaggio verrebbe eliminato: sarà l’avvocato, su mandato del creditore, a inviare un’“intimazione monitoria” corredata dalle prove del debito. Se il debitore non presenta opposizione entro 40 giorni, il pignoramento scatterà in modo automatico.

La nuova disciplina si applicherebbe soltanto ai debiti rientranti nella competenza del giudice di pace, ossia quelli fino a 10mila euro, e non ai mutui con gli istituti bancari. Tuttavia, il disegno di legge non esclude i crediti di natura finanziaria, agevolando così le società di recupero crediti e gli intermediari, ma lasciando potenzialmente più esposte le famiglie. Il testo stabilisce che, in caso di abusi, la responsabilità ricada sull’avvocato del creditore, che potrà essere sanzionato dal proprio ordine professionale o ritenuto civilmente responsabile per eventuali danni. Non sono però previsti controlli pubblici o meccanismi di vigilanza preventiva.

Benché non ancora approvata, la proposta ha già sollevato dubbi di legittimità costituzionale e le associazioni dei consumatori hanno espresso forte preoccupazione per i possibili rischi di frodi e per la vulnerabilità dei cittadini meno informati. Dopo il voto in Commissione Giustizia, il testo dovrà essere esaminato dal Senato e poi dalla Camera. Considerando l’imminente avvio dei lavori sulla legge di bilancio, difficilmente la riforma potrà essere discussa prima della fine del 2025.

Anche qualora fosse approvata, il Ministero della Giustizia avrebbe un periodo di sei mesi per emanare il decreto attuativo, quindi le nuove regole non entrerebbero in vigore prima della fine del 2026, o più realisticamente, nel corso del 2027.

Le aberranti politiche anti sociali dell’entourage meloniano raggiungono un nuovo livello di squallore, nella più radicale negazione della politica orientata al bene comune, a favore delle privilegiate élite. La negazione storica e politica di ciò che era lo spirito della destra e dei suoi teorici.

Ancor più scandalosi, però, sono gli italiani che alle recenti elezioni regionali hanno espresso crescenti preferenze per la coalizione di Governo: ogni popolo ha i politici che si merita. Nel frattempo, la povertà aumenta e l’irreversibilità della crisi economica si fa sempre più vicina alla prospettiva di un conflitto sociale domestico, una guerra fra poveri per la sopravvivenza.

Il governo dei patrioti è esattamente il governo che i patrioti li uccide.

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Il discorso del primo ministro a Rimini https://strategic-culture.su/news/2025/09/09/il-discorso-del-primo-ministro-a-rimini/ Tue, 09 Sep 2025 13:30:32 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887582 La Meloni attacca l’Unione Europea ma evita di guardarsi allo specchio

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Lo scorso agosto, in occasione dell’appuntamento annuale del meeting di Rimini (organizzato dall’associazione cattolica Comunione e Liberazione), il primo ministro italiano Giorgia Meloni ha tenuto un discorso piuttosto articolato, protrattosi per ben 40 minuti. Nel corso dell’intervento, la premier ha toccato vari temi legati tra loto da un unico filo conduttore: il declino strutturale e apparentemente senza fine dell’Unione Europea. Più specificamente, la Meloni ha invocato non solo una profonda riconsiderazione non soltanto delle linee guida che orientano la politica comunitaria, ma anche e soprattutto una riscoperta delle “radici profonde” delle civiltà europea. In assenza di un’autocritica di simile portata, l’Unione Europea sarà «sempre più condannata all’insignificanza geopolitica» perché «incapace di rispondere efficacemente alle sfide alla competitività poste da Cina e Stati Uniti, come ha giustamente rilevato Mario Draghi da questo palco».

Occorre pertanto «delineare una Europa del pragmatismo, andando oltre il dibattito stantio tra “più Europa” o “meno Europa”. La vera sfida è creare una Europa che faccia meno e meglio. “Uniti nella diversità” è del resto il motto dell’Unione Europea cui dovremmo tutti ispirarci davvero».  A suo avviso, «essere conservatori non vuol dire costruire con mattoni vecchi ma con mattoni nuovi, la nostra casa da costruire con mattoni nuovi è l’Occidente».

L’attacco frontale sferrato contro i continui sconfinamenti dell’Unione Europea in affari che non le competono (come sottolineato di recente dal ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius), l’enfasi posta sulla necessità di ridurne statutariamente compiti e funzioni e i richiami a garantire un maggiore rispetto nei confronti delle peculiarità di ogni singolo Paese membro costituiscono i capisaldi fondamentali del discorso pronunciato dalla Meloni.

Il suo approccio è tuttavia apparso alquanto deficitario quando si è trattato di individuare le cause specifiche del declino europeo, riconducibili anzitutto all’appiattimento dell’Unione Europea e dei governi dei singoli Paesi membri e sulle posizioni anti-russe sposate dall’amministrazione Biden ancor prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina.

In particolare, l’Europa ha assecondato la concretizzazione dell’antico progetto statunitense – ispirato alle teorizzazioni di Zbigniew Brzezinski – inteso a tagliare l’arteria energetica attraverso cui il “vecchio continente” si approvvigionava di idrocarburi russi a basso costo, sui quali era stata costruita la competitività dell’industria europea.

Il disegno prevedeva anzitutto la trasformazione dell’Ucraina in un’arma contundente puntata contro il fianco occidentale della Federazione Russa, realizzata dapprima attraverso la fomentazione di Jevromajdan, e successivamente mediante la strumentalizzazione degli Accordi di Minsk. Intese, cioè, sottoscritte con il chiaro intento di assicurare all’Ucraina la finestra temporale necessaria ad assorbire la disfatta de facto subita contro le Repubbliche indipendentiste di Donec’k e Lugans’k, riorganizzarsi e riarmarsi. Lo hanno riconosciuto sia il presidente Porošenko, firmatario degli Accordi, sia i suoi garanti occidentali, vale a dire il cancelliere Merkel e il presidente francese Hollande.

Un ulteriore passaggio è consistito nell’accettazione passiva del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream-1 e Nord Stream-2, minacciato apertamente da Biden nei primi giorni del febbraio 2022 durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere Scholz e posto concretamente in essere secondo modalità ancora poco chiare. Seymour Hersh ha fornito una ricostruzione degli eventi che riconduce la paternità dell’operazione a Stati Uniti e Norvegia, e appare di gran lunga più convincente rispetto a quella delineata dagli inquirenti tedeschi.

Le sanzioni “da fine di mondo” irrogate nei confronti della Russia hanno chiuso il cerchio, generando “colli di bottiglia” nelle catene di approvvigionamento e fomentando instabilità sui mercati internazionali. Ne è scaturito un colossale rincaro dei costi energetici, rapidamente declinatosi in crollo verticale della prodizione industriale europea. Significativamente, l’ispiratore della misura punitiva implicante il congelamento di circa 300 miliardi di dollari di riserve valutarie che la Bank of Russia deteneva presso istituzioni finanziarie occidentale sarebbe da individuare proprio in Mario Draghi, all’epoca primo ministro italiano in un governo di larghe intese di cui Fratelli d’Italia rappresentava un’opposizione meramente “di facciata”. Rispetto ai provvedimenti riguardanti la fornitura di armi all’Ucraina e più in generale alla postura italiana nel conflitto russo-ucraino, l’allineamento tra l’allora presidente del consiglio Mario Draghi e l’opposizione costituita dal partito di riferimento di Giorgia Meloni fu tutale.

Allo stato attuale, la premier Meloni si è distanziata esplicitamente dalla compagine dei “volenterosi” (facente capo al presidente Macron, al primo ministro Starmer e al cancelliere Merz), salvo farsi promotrice della proposta che mira a fornire “garanzie di sicurezza” all’Ucraina applicando a favore di Kiev un meccanismo di consultazione intra-“volenterosi” chiamato ad attivarsi a fronte di un’eventuale, nuova aggressione russa. «Bloomberg» ha parlato in proposito di “Nato light” alludendo alla somiglianza del meccanismo in questione a quello previsto dall’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica. A Rimini, la Meloni ha affermato che quella da lei avanzata rappresenta «la principale proposta sul tavolo, un possibile contributo alla pace fornito dalla nostra nazione. Penso che dobbiamo esserne fieri». Poco importa che i massimi rappresentanti russi abbiano più e più volte respinto qualsiasi prospettiva implicante lo schieramento di truppe appartenenti a Paesi membri della Nato in Ucraina. Per sgombrare il campo da qualsiasi fraintendimento, il presidente Putin ha specificato che eventuali truppe occidentali in Ucraina verrebbero considerate bersagli legittimi da Mosca.

Un contributo fondamentale alla progressiva irrilevanza europea proviene indubbiamente dall’incapacità/indisponibilità a prendere in considerazione le esigenze di sicurezza delle controparti, plasticamente emblemizzata dalla proposta avanzata dalla Meloni e del collaborazionismo de facto alla hybris israeliana. Dal palco di Rimini, la premier ha condannato «l’ingiustificabile uccisione dei giornalisti a Gaza, un inaccettabile attacco alla libertà di stampa e a tutti coloro che rischiano la vita per raccontare il dramma della guerra […]. Non abbiamo esitato un solo minuto a sostenere il diritto all’autodifesa di Israele dopo l’orrore del 7 ottobre, ma allo stesso tempo non possiamo tacere di fronte a una reazione che è andata oltre il principio di proporzionalità mietendo troppe vittime innocenti arrivando a coinvolgere anche le comunità cristiane». Senonché, l’Europa non è stata in grado di adottare alcuna sanzione minimamente significativa nei confronti di Israele in quasi due anni di massacri. Per imporre misure punitive di durezza mai vista e gravide di contraccolpi come quelle irrogate nei confronti della Russia, ha impiegato pochissimi giorni.

E ora che, sotto l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti si orientano verso un disimpegno graduale dal conflitto in Ucraina in nome della costruzione di rapporti collaborativi con la Russia, l’Europa manifesta la disponibilità ad accettare qualsiasi privazione pur di tenere Washington inchiodata al sostegno a Kiev. Lo ha confermato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa. Riferendosi al disastroso accordo commerciale siglato tra l’amministrazione Trump e la delegazione europea recatasi appositamente in Scozia al seguito della presidente della Commissione Von der Leyen, Costa ha chiarito che «di certo non celebriamo il ritorno dei dazi. Ma l’escalation delle tensioni con un alleato chiave sui dazi, mentre il nostro confine orientale è minacciato, sarebbe stato un rischio imprudente. Stabilizzare le relazioni transatlantiche e garantire l’impegno degli Stati Uniti nella sicurezza dell’Ucraina è stata una priorità assoluta».

Chissà cosa pensa la Meloni in proposit…

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Meeting di Rimini, Meloni senza meloni https://strategic-culture.su/news/2025/08/31/meeting-di-rimini-meloni-senza-meloni/ Sun, 31 Aug 2025 11:30:51 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887412 Il discorso di Giorgia Meloni è stato caratterizzato dall’ottimismo, ma c’è motivo di essere così ottimisti?

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Anche quest’anno si è ripetuto l’inutile Meeting di Rimini, organizzato da Comunione e Liberazione, una delle frange più liberal-progressiste della Chiesa Cattolica Romana.

L’evento, come noto, è una cloaca dei peggiori nomi dell’Occidente collettivo, una vetrina di pessimo gusto che ha il merito di stilare un elenco degli intellettuali inutili (parafrasando Gramsci) che ottenebrano il panorama italiano ed europeo.

Ciliegina sulla torta di quest’anno è stata lei, la donna di nome Giorgia, madre, cristiana. La Presidente del Consiglio dei Ministri che batte un colpo al cerchio e un colpo alla botte, a seconda di quale padrone le mette il pizzino nella tasca del grembiule da cameriera dell’Alleanza dell’Atlantico.

La Signora Presidente quest’anno ha avuto addirittura l’ardire di parlare di… Gaza.

Dopo due anni di complice appoggio a Israele, osannato come “l’unica democrazia del Medioriente” mentre massacra esseri umani indistintamente e facendone sfoggio e vanto al mondo intero, per farsi bella sul tema di Gaza, la bionda della Garbatella che occupa palazzo Chigi ha pensato di piangere lacrime di coccodrillo per i bambini massacrati dalla furia sionista, evidentemente dimentica degli accordi strategici con Israele, delle kippah indossate dai politici della sua coalizione – e non solo – in parlamento e del silenzio omertoso e colpevole tenuto nel corso di tutto questo tempo. In compenso si è ricordata di proclamarsi cattolica ed ha ben pensato di sfruttare l’occasione, come si addice ai politici nostrani, sempre pii e devoti quando serve.

Di fantasie Meloni ne ha proclamate parecchie.

Sulle vicende internazionali, la Presidente ha sostenuto che grazie a lei “L’Italia si è riappropriata del posto che le spetta nel mondo, non è più considerata il malato d’Europa”. Non è chiaro se intendesse il posto nello studio ovale di Trump dove ha preso una batosta epocale, o se intendesse il posto al cimitero degli Stati europei. In ambo i casi, la fine non è decisamente una ragione di vanto di cui parlare.

“La mia missione è fare in modo che l’Italia si riappropri del posto che le spetta, che merita, nel mondo: forte, fiera schietta, leale, in una parola autorevole. Oggi sono fiera che l’Italia venga vista così a livello internazionale che non venga più considerata la grande malata d’Europa ma addirittura un modello di stabilità di serietà di governo, che gli investitori internazionali ci considerino una Nazione sicura tanto che ormai i tassi di interesse che paghiamo sul nostro debito sono in linea con quelli che si pagano in una nazione come la Francia”. Non sappiamo se fosse una battuta o meno, ma lo ha detto davvero.

“Rivendichiamo il ruolo pragmatico propositivo dell’Italia sullo scacchiere internazionale e in seno all’Unione Europea. Unione Europea che sembra sempre più condannata all’irrilevanza geopolitica, incapace di rispondere efficacemente alle sfide di competitività poste dalla Cina dagli Stati Uniti, come ha giustamente rilevato Mario Draghi qualche giorno fa da questo palco”. Citando uno dei suoi padrini – il che è tutto un dire – è stata eccellente nel tirar fuori la coda di paglia, perché la signora in tre anni è stata capace di confermare la condanna a morte dell’Italia all’interno del dominio anglo-americano, dell’euro e delle scellerate scelte geopolitiche.

E, infatti, per rincarare la dose ha aggiunto “Finalmente dopo tre anni e mezzo in cui la Russia non ha dato alcun segnale di dialogo, in cui pretendeva banalmente la capitolazione di Kiev, si sono aperti spiragli per un percorso negoziale, spiragli che sono stati resi possibili grazie a un’iniziativa certo del Presidente degli Stati Uniti, ma ancora di più grazie all’eroica resistenza del popolo ucraino e al compatto sostegno che l’Occidente, l’Europa e l’Italia hanno garantito, nonostante un’opinione pubblica non sempre convinta”. La signora o ci è, o ci fa. Oppure nessuna delle due. Non è chiaro, chiederemo ad una commissione parlamentare di esperti.

Dopo aver invocato il famigerato Articolo 5 del Trattato dell’Atlantico, ormai cavallo di battaglia della destra italiana da decenni, ha detto che “In questa opportunità di dialogo verso una pace giusta dobbiamo credere fortemente, portando il nostro contributo di idee, di proposte.  L’Italia ha sempre sostenuto che la chiave di volta per una soluzione di pace fosse l’attivazione di robuste garanzie di sicurezza per l’Ucraina, capaci di prevenire nuove aggressioni. Questo è il punto di partenza, il presupposto stabilito a Washington”. Dopo aver siglato accordi di forniture militari per 10 anni con Kiev, era logico che non sputasse nel gustoso piatto in cui mangia, così come era scontato che non rinnegasse la patologica retorica del bipensiero guerra-uguale-pace.

Come ha notato il prof. Daniele Trabucco, illustre costituzionalista italiano, «Solo una semplice osservazione relativa ad un passaggio concernente l’Unione Europea. Meloni, aderendo a quanto sostenuto giorni fa da Mario Draghi, ha dipinto l’ordinamento comunitario come “irrilevante geopoliticamente”. E su questo non si puó non concordare. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna in quanto dichiarato: l’Italia chiede meccanismi di difesa europea per l’Ucraina sulla falsariga dell’art. 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica del Nord del 1949 (che, ad oggi, restano fumosi), chiede politiche migratorie coordinate etc., eppure denuncia la marginalità globale di Bruxelles. A questo punto: o l’Italia, che partecipa al Consiglio europeo, al Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea ed ha una sua rappresentanza al Parlamento e contribuisce alle scelte, è parte di questa irrilevanza, oppure ne è corresponsabile. Il discorso ovviamente evita questa dialettica e scarica sull’astrazione “Europa” responsabilità che sono anche (non solo) dell’azione italiana. Si tratta di una strategia politica voluta, che deresponsabilizza il Governo nazionale e gli permette di presentarsi come vittima di un contesto, anziché come attore con possibilità di incidere».

Poi ecco le parole sul genocidio in Palestina: “Non abbiamo esitato un solo minuto a sostenere il diritto all’autodifesa di Israele dopo l’orrore del 7 ottobre ma allo stesso tempo non possiamo tacere ora di fronte a una reazione che è andata oltre il principio di proporzionalità mietendo troppe vittime innocenti arrivando a coinvolgere anche le comunità cristiane”. A ciò ha aggiunto qualche frase di cortesia, mescolando la richiesta di liberazione di ostaggi da parte di Hamas e una auto-incensazione per aver accolto in Italia qualche bambino palestinese.

Facile lavarsi la coscienza così, Giorgia, no?

Abbiamo un Governo che sostiene il massacro di migliaia di persone. In un mondo normale, questa gente verrebbe processata per collaborazionismo a crimini contro l’umanità. Nel mondo in cui ci troviamo, questa gente viene invitata in pompa magna a parlare da Santa Romana Chiesa.

Ad ognuno il suo crocifisso.

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Giorgia dalla faccia tosta https://strategic-culture.su/news/2025/08/24/giorgia-dalla-faccia-tosta/ Sun, 24 Aug 2025 15:31:57 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887274 Questo è ciò che resta della politica. Ipocrisia senza alcun ritegno. E Giorgia Meloni ne è l’esempio perfetto.

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La Presidente del Consiglio dei Ministri italiana, Giorgia Meloni, ha avuto il coraggio di prendersi  dei “””meriti””” (triple virgolette indispensabili) durante il pellegrinaggio per leccare le terga  espiare i propri peccati europeisti a Washington, dove i cosiddetti “volenterosi” leader europei si sono recati per ricevere dal Presidente USA, Donald Trump, il decreto di condanna dell’Europa così come la conosciamo (ed era l’ora!).

La biondina della Garbatella ha fatto una intera campagna elettorale sulla retorica della “Italia in guerra”, del riarmo, della urgenza di sostenere i “fratelli” ucraini, facendo la voce grossa davanti alla NATO, fino ad accettare di alzare la spesa militare prima al 2%, poi al 5%, facendo un asso ripulisci in cui ha infilato dentro un po’ di tutto pur di raggiungere il tetto spese.

Ha ripetuto insistentemente che l’Italia, insieme all’Europa (leggasi UE) avrebbe sconfitto il mostro russo e riportato la pace e la democrazia nel mondo libero – più o meno il copione del discorso di apertura di mandato di ogni presidente guerrafondaio americano.

Ha siglato un accordo di 10 anni (dieci-fottutissimi-anni) per fornire armi all’Ucraina guidata dal presidente illegittimo Volodymyr Sniffolo Zelensky, condannando l’Italia a leccare le ferite di pazzi esaltati neonazisti che guidano una massa di persone lobotomizzate da decenni di propaganda contro la propria madrepatria.

Ed ora, Meloni, cosa fa? Ma è ovvio! Ci viene a dire che non bisogna fare la guerra, che la Pace è un valore condiviso e che bisogna sostenere Trump nella sua scelta, che condurrà, come era prevedibile da molti anni, l’Europa verso il baratro finale.

Ancora una volta, bisogna riconoscerlo, Meloni fa – e fa fare all’Italia che rappresenta – la figura stereotipata dell’italiano medio, che cerca di accomodarsi sul carro dei vincitori anche a costo di rinnegare la propria identità. L’importante è avere un po’ di Champions League e poter bere lo Spritz all’aperitivo con gli amici, no?

Questo è ciò che resta della politica. Ipocrisia senza alcun ritegno. E Giorgia Meloni ne è l’esempio perfetto. Oggettivamente, al di là degli schieramenti, è un fallimento politico, perché Meloni ha fondato la propria campagna elettorale su delle promesse politiche che non ha mantenuto, in nessun ambito.

L’Europa, dal canto suo, sta andando dritta allo scontro frontale con la Russia. Il binario “morto” si avvicina, e il morto ha la bandiera europea dispiegata sulla bara.

Addirittura Bloomberg ha definito il piano della Meloni per fornire garanzie a Kiev come una “NATO-light”: il piano italiano non prevede l’adesione dell’Ucraina all’alleanza, ma obbligherà i paesi firmatari dell’accordo a concordare rapidamente contromisure in caso di ripresa del conflitto. Le contromisure potrebbero includere la fornitura a Kiev entro 24 ore di supporto difensivo, aiuti economici, il rafforzamento delle Forze Armate ucraine, nonché l’imposizione di sanzioni contro la Russia.

Meloni sostiene un piano che richiama l’articolo 5 del trattato NATO, relativo alla difesa collettiva, pur senza includere l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza. Tale principio stabilisce che un attacco contro un membro debba essere considerato un’aggressione contro tutti, con conseguente obbligo di assistenza militare. Meloni aveva già accennato a un’ipotesi di estensione di simili protezioni a Kyiv – senza un invito formale nella NATO – nel marzo 2025.

La proposta di Meloni è ora una delle ipotesi al vaglio dei governi europei, mentre Zelensky si prepara a negoziati diretti con Putin. Il meccanismo prevederebbe che i Paesi firmatari degli accordi di sicurezza con Kyiv si riuniscano e prendano una decisione tempestiva in caso di nuova aggressione russa successiva a un accordo di pace.

Le opzioni di risposta includerebbero supporto militare difensivo, aiuti economici e nuove sanzioni contro Mosca, secondo persone a conoscenza delle discussioni. Non è ancora chiaro se il piano contemplerebbe l’invio diretto di truppe europee in Ucraina.

Ben venga, dunque, che l’Europa così come è stata configurata nell’ultimo secolo, l’Europa dei tecnocrati che osannano Maastricht e che hanno fatto del globalismo la loro religione, l’Europa del corrotto dominio politico dell’asse Francia-Regno Unito, l’Europa dell’Euro che ha affamato popoli, crolli fino all’ultima pietra. Ogni impero ha la sua fine. E purtroppo, qui, di impero non c’è stato propri niente.

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