Sports – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Fri, 27 Feb 2026 23:05:44 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Sports – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Le Olimpiadi invernali di Milano – Cortina confermano la preferenza dei ragazzi italiani per lo sci e il tennis https://strategic-culture.su/news/2026/02/28/le-olimpiadi-invernali-di-milano-cortina-confermano-la-preferenza-dei-ragazzi-italiani-per-lo-sci-e-il-tennis/ Fri, 27 Feb 2026 23:05:44 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890841 Risultati delle Olimpiadi per l’Italia

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Gianni Brera, cantore della “pedata” italica, come lui spesso chiamava il calcio, ne ha sempre ricordato e affermato il senso e il significato di sport popolare, plebeo e proletario. Una passione praticata dentro il Novecento giocando in ogni parco, in ogni spiazzo, in ogni strada non con un tondeggiante pallone di cuoio, ma con un più modesto insieme di stracci rappezzati e stretti insieme dalla forma raramente sferica, fino almeno agli albori degli anni ‘70, quando sono arrivati sul mercato, per la gioia dei bambini e dei ragazzi, i palloni di spugna, sempre a rischio di inzupparsi terribilmente, e quelli di plastica, leggerissimi e capaci, se colpiti con forza, di prendere imprevedibili traiettorie chiamate “brasiliane”, perché i soli a calciare in quel modo erano i giocatori carioca che si vedevano ogni quattro anni in mondovisione ai mondiali.

Il calcio italiano vanta ancora un milione e mezzo di tesserati, con oltre un milione di calciatori professionisti e semiprofessionisti, mezzo milione tra allenatori e preparatori, dirigenti societari e arbitri, con un crescente sviluppo del calcio femminile che con il nuovo secolo raddoppia di decennio in decennio il numero di ragazze praticanti.

Tuttavia vi sono senza dubbio delle storture. Intanto nel massimo campionato, la serie A, abbondano gli stranieri, a volte relegando gli italiani a uno due posti in campo su undici, in più i procuratori impongono non solo contratti che stabiliscono anche quante partite debbano giocare i loro assistiti, ledendo la libertà dell’allenatore di mandare in campo la squadra che reputi migliore, ma vendendo un giocatore, ne piazzano anche un altro paio, in una logica perversa in cui sono loro e non le società a decidere la rosa di ciascuna squadra.

Altri problemi affliggono il calcio italiano, le remunerazioni possono e molte volte sono esagerate ed esorbitanti per i campioni più o meno affermati e in egual modo per molti comprimari che li accompagnano in campo, almeno in serie A, ma dalla seconda e terza serie, la serie B e la serie C, quest’ultimo livello definito semi – professionistico, in molti casi la maggioranza dei giocatori porta a casa stipendi decorosi, ma modesti, scendendo poi tra i dilettanti, dalla serie D fino alla Terza Categoria per ben altri sei livelli, la vita degli atleti è quella di precari con un reddito di poco superiore ai mille euro mensili. In ultima istanza il calcio italiano è oggi uno sport povero, da praticare quando ancora si studia o i genitori concedano bonariamente ai figli di calcare i campi restando in famiglia a carico dei genitori. Certamente, tutte le migliaia di ragazzi che frequentano i campetti infangati di provincia aspirano e sognano un futuro tra i campioni, ma è risaputo che questo sarà un destino che accompagnerà un’infima minoranza, per altro come detto oramai sotto perenne ricatto da parte di procuratori sempre più invadenti, prepotenti e arroganti, il resto sa bene che dopo i venticinque anni dovrà iniziare a immaginare come costruire il futuro personale fuori dal calcio.

Tutto questo accompagna il declino del calcio italiano, il quale infatti a marzo in un paio di incontri si giocherà la possibilità di non finire per la terza volta consecutiva eliminato dalla competizione finale dei mondiali.

Tuttavia come anche recentemente dimostrato, l’Italia oramai primeggia con più facilità nel tennis o negli sport invernali, un tempo detti alpini, obbligando a interrogarsi sul perché.

Le tre coppe Davis vinte dagli azzurri negli ultimi tre anni, dal 2023 al 2025, la decina di tennisti tra i primi al mondo, al pari delle tenniste italiane, le molte medaglie vinte nelle recenti olimpiadi della neve e del ghiaccio di Milano e di Cortina, ben trenta, divise tra dieci ori, sei argenti e quattordici bronzi, ci dicono che qualcosa nella relazione tra sport e italiani è cambiato, non solo gli abbienti praticano discipline in passato poco familiari tra la piccola borghesia e la classe operaia, ma oggi i genitori anche dei ceti subalterni, più o meno consapevoli della loro condizione sociale, incoraggiano i figlia a impugnare una racchetta o a infilare gli scarponi e gli sci, cercando fortuna molto lontano dal pallone.

Qualche sociologo aggiunge che il calcio non sia più praticato come un tempo dai ragazzi di tutte le età, poco importa se ricchi o poveri, preferendo i giovani stare in casa con il telefono in mano a guardare e realizzare video da postare sui social, al massimo lo sport è più un gioco da condurre attaccati a un computer, magari connessi con gli amici anch’essi a casa loro, non come in passato, quando ci si trovava tutti insieme per strada.

Le novità sono evidenti. Prendiamo ad esempio il curling, è uno sport nel quale si gioca sul ghiaccio con pesanti pietre di granito levigate, dette semplicemente sassi o pietre, fotografie sbiadite di fine Ottocento ci mostrano già da tempi remoti la sua popolarità in ambito anglo – sassone e ad esempio in “Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà”, la sfortunata pellicola del 1969 con il modestissimo attore australiano George Lazenby, in un avvincente località montana si vedono avvenenti ragazze in tenuta sciistica scopettare pietre, per quanto probabilmente i più si siano dimenticati l’episodio al pari del film. In Italia, sebbene sparuti e sconosciuti giocatori, forse neppure una decina, si industriassero a spostar pietre già alla metà del XX secolo, è diventato uno sport con un numero minimo di praticanti solo con il nuovo millennio, ad oggi gli italiani che lo praticano sono meno di cinquecento, ma pur sempre un numero ragguardevole.

Gli sportivi impegnati nel curling a livello professionistico, al pari di tante altre attività olimpiche, dal tiro con l’arco, con ventitremila tesserati alla canoa, sopravvivono non tanto per i finanziamenti sempre più esigui del CONI, ovvero il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ma perché le Forze Armate: esercito, Polizia di Stato, carabinieri, Guardia di Finanza, assumono gli atleti garantendo loro un salario che li possa mettere nella condizione di praticare la disciplina prescelta con la dovuta e necessaria tranquillità. Un tempo esistevano società sportive sostenute da benefattori e grandi aziende con circoli sportivi interni, si pensi che il velocista barlettano Pietro Mennea è stato per tutto il tempo della sua attività agonistica un funzionario della IVECO, la fabbrica di bus e veicoli agricoli e lavorativi della FIAT, oggi svenduta agli indiani della Tata Motors. Di più, le otto medaglie d’oro, le tre d’argento e le quattro di bronzo, raccolte dai centosessanta atleti italiani alla Olimpiadi di Mosca del 1980 oggi non sarebbero mai esiste, infatti quelle azzurre e quegli azzurri da Pietro Mennea nei duecento metri a Sara Simeoni nel salto in alto, a Patrizio Oliva nel pugilato, appartenevano tutti a società sportive non militari, i membri delle Forze Armate sono rimasti in quella occasione nella penisola, aderendo con il solito bizantinismo tutto italiano, al boicottaggio imposto da Washington a tutti i suoi alleati della NATO contro i giochi sovietici, giustificandolo con l’intervento dell’Armata Rossa in solidarietà con il governo afgano, l’Italia guidata dal Presidente del Consiglio Francesco Cossiga nega pure agli atleti l’inno di Mameli e la bandiera tricolore, a Mosca le ragazze e i ragazzi sfilano e vengono celebrati per le loro vittorie con la bandiera olimpica a cinque cerchi e l’inno olimpico composto per la prima edizione dei giochi del 1896 da Spiro Samara. Ci fosse un simile boicottaggio oggi, un pirandelliano equilibrismo come quello messo in campo nel 1980 sarebbe impossibile, oggi gli atleti sono tutti militari e alle olimpiadi non andrebbe nessuno, con la sola eccezione dei giocatori degli sport di squadra, professionisti nei loro settori, come la pallavolo e la pallacanestro, potremmo aggiungere i calciatori, ma anche in questo caso, come per i mondiali, gli azzurri mancano da tempo la qualificazione al torneo olimpico. A dimostrazione di quanto sia lontana quell’Italia, nelle olimpiadi statunitensi invernali di Lake Placid in quello stesso 1980 arrivano solo due argenti dallo slittino maschile, singolare e doppio, l’uno con Paul Hildgartner, l’altro con Peter Gschnitzer e Karl Brunner, tutti e tre sudtirolesi, essendo ormai archiviata la decade della “Valanga Azzurra”, capitanata dall’altoatesino Gustav Thöni e del valsusino Pierino Gros.

Ai Giochi Olimpici invernali di Milano – Cortina 2026, mediaticamente celebrati in Italia anche con un eccessivo trionfalismo, si sono viste gara volte a promuovere tutto il possibile che si possa compiere tra le nevi, non solo lo sci alpino di velocità e di fondo, ma anche il cosiddetto sci alpinismo, ovvero il paziente scalar vette con racchette e sci ai piedi, un tempo relegato ai soli soccorritori di montagna, e poi ancora biathlon, bob, appunto il curling, hockey, pattinaggio da quello artistico a quello di velocità, quindi salti, snowboard e slittini. Un universo che attrarrà certamente nuovi giovani in ciascuna disciplina.

Le olimpiadi hanno visto la solita miserevole esclusione imposta dal Comitato Olimpico Internazionale contro gli atleti russi, bielorussi e coreano – popolari, fatto gravissimo e inaudito, che pare verrà ovviato alle para – olimpiadi in programma dal 6 al 15 marzo 2026 negli stessi impianti di Milano e Cortina, sebbene gli ucraini protestino con l’evidente conferma della loro inqualificabile malevolenza.

Nonostante l’esclusione, tuttavia alcune e alcuni atleti russi si sono potuti ammirare, ad esempio nel pattinaggio artistico si sono viste atlete russe sotto bandiera estone e georgiana, così come di altre nazioni, nonché, senza inno né bandiera l’incantevole Adelija Petrosjan, moscovita per nascita e armena per antenati, ai quali, ulteriore vergogna del Comitato Olimpico Internazionale, è stato impedito che fosse accompagnata dai suoi allenatori e preparatori, niente accrediti olimpici e niente visti d’ingresso in Italia per i tecnici russi, in spregio a qualsiasi valore sportivo e olimpico.

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Is there figure skating without Russians? https://strategic-culture.su/news/2026/02/24/is-there-figure-skating-without-russians/ Tue, 24 Feb 2026 13:40:57 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890770 It would seem not, at least judging by the dominant presence of Russian contenders on three sides in the international figure skating competition at the Milan Winter Olympics.

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It would seem not, at least judging by the dominant presence of Russian contenders on three sides in the international figure skating competition at the Milan Winter Olympics.

Grudgingly, Russia was allowed to be represented in the figure skating competition by Pyotr Gumenik, but only on the degrading condition that  he, like the rest of the Russian (as well as the Belorussian) Olympic team, should march under a “neutral,” flag, without any reference or allusion to their country of origin. The same humiliating condition was imposed on Yugoslav athletes in 1994 at the Olympic games in Lillehammer, Norway, at a time when their country, as Russia is presently, was under politically engineered sanctions orchestrated by the collective West. Kazakhstan was represented at the Milan Winter Olympics by another Russian, Mikhail Shaydorov. Shaydorov’s outstanding performance was rewarded with a gold medal in the figure skating competition. The United States sent Ilia Malinin, a promising young figure skater who also is obviously of Russian origin. Malinin probably could have achieved in the competition a much better result than the eight place, but falls on the ice adversely affected his score.

Like so many other once familiar institutions, the organiser of this event, the International Olympic Committee, underwent a hostile takeover at some point when no one was looking. Since then, the new management surreptitiously transformed the IOC beyond recognition. It now responds readily to outside pressure by taking an active role in global political controversies, as illustrated by requiring Russian athletes, as a condition of participation, not to display their country’s insignia. Until relatively recently, such conduct by the Olympic Committee would have been inconceivable.

The new leadership of the IOC now scoffs publicly at what used to be known as the Olympic spirit, settling into the role of a political adjunct of the collective West and its agendas. Suspension of hostilities in all forms for the duration of the games, it should be recalled, was traditionally a salient feature of the games. The Olympic ideal since ancient Greece sets the games above political and military rivalries and that principle has been embedded in the ethos of the Western civilisation ever since. But such noble ideas are of little use to the new management in control of the Olympic Committee. It has repeatedly demonstrated its practical alienation from this as well as other core Western values by allowing politics to infect what ought to be a quintessentially sporting event. That was evident in London in 2012, in Paris last year and in Milan in 2026, when the IOC acquiesced to opening ceremonies deliberately choreographed to publicly promote occult symbolism, whilst glorifying perversity and evil.

As the Olympic figure skating competition in Milan in February of this year unfolded, it became clear that the substance of Olympic competition was being deliberately degraded, whilst even of the form not much was left. In response to political signals, the Olympic Committee acted to rig the proceedings in such a way that, even under a “neutral” flag, a Russian competitor from Russia could not possibly achieve a result that would put him on the winners’ podium.

But the machination with the “neutral” flag was just the beginning of the chicanery and was perhaps the least of it.

To enable perfidy to efficiently do its work, at these Olympic Games Russian skating talent was divided into three camps, for more convenient management. The Russian skating champion from Russia, Pyotr Gumenik, was made to compete as a “neutral flag” sportsman against two other fellow Russian “false flag” competitors, Shaydorov from Kazakhstan and Malinin from the US. From the outset, the cards were stacked against Gumenik who, incidentally, has vigorously denied unauthorised rumours spread in his name that he was preparing to seek a new life and career in the West, affirming that Russia is the only country that he would represent.  In the end, his stellar performance, which in the eyes of the spectators should have earned him the gold medal, was of little avail. A judge from Canada intervened to drastically lower his score, making sure that Gumenik would not qualify even for bronze. Gumenik was thus effectively ejected from the competition as a contender for any significant prize.

That left Malinin and Shaydorov, both outstanding figure skaters in their own right but who were deemed acceptable in spite of their ethnicity. Since technically they did not represent Russia their eventual success would be unobjectionable because it would not accrue to Russia’s benefit. The original plan was for the gold to go to Malinin, bolstering the Olympic prestige of the country under whose flag he was competing. But that plan fell through due to aforementioned unforeseen circumstances. Mikhail Shaydorov, who is also of problematic ethnicity but born and raised in Kazakhstan and competing under that country’s insignia, was thus tapped by default to be this year’s Olympic skating gold medal winner.

The crudely executed rigging of the competition sparked world-wide indignation amongst skating fans. As public disapproval gained momentum, the default gold medal winner Shaydorov intuitively grasped what politically correct posture he was expected to assume if he intended to keep the newly acquired honours. Asked in an interview whether he considered himself Russian (he was born and raised in Kazakhstan by Russian parents and his coach is a Russian trainer from Sochi) he flawlessly delivered the right answer. He was by no means Russian, Shaydorov insisted, but a proud Kazakh and moreover he regarded the logical question that was being put to him as “disrespectful.” Of course, Shaydorov has the right to identify as Kazakh, or even God forbid, if he wishes, as a female or a  furry, but that does not change ontological facts. With all due respect for the Kazakh nation and its achievements and culture, Shaydorov is as Kazakh as Rudolf Hess was Egyptian merely because he was born and spent his youth in Alexandria, or as the American novelist Pearl Buck, who was born in China of missionary parents, was on that account Chinese. But Shaydorov’s clever answer did resonate where careers are made. That even though in an interview for a Kazakhstan sports TV channel the reporter’s questions to Kazakhstan’s new favourite son had to be translated to him, while the only language in which the twenty-two-year-old lifelong Kazakhstan resident was able to respond in to the Kazakh interviewer was Russian. Shaydorov is a remarkable figure skater, to be sure, but he does not appear to be much of a linguist.

The new official Olympic gold medallist’s identity denial brings to mind the contrasting example of another Russian athlete, gymnast Ivan Kuliak, a young man of roughly the same age as Shaydarov. For his outspokenness and publicly displayed wrongthink Kuliak was punished by the International Gymnastics Federation with a one-year ban for proudly affirming his identity by wearing the letter “Z” on his shirt at the World Cup competition in Doha, Qatar, in March 2022.

The presumptive Olympic figure skating gold medallist Pyotr Gumenik, who, in Milan, like Ivan Kuliak in Doha also refused to ingratiate himself and therefore never made it to the winners’ podium, was similarly subjected to retributive harassment. It is rather petty for the moment but is bound to increase unless Gumenik reforms his thinking. Without explanation, Gumenik was the only participating figure skater who was not invited to the post-competition gala performance. And for a reason that remains mysterious Samsung, which customarily rewards each Olympics participant with one of its cell phones, this time “forgot” to include “neutral” athlete Gumenikov on its list.

Being cooperative has its privileges, stubborn aloofness should expect no reward.

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Care Olimpiadi, in tutti i sensi https://strategic-culture.su/news/2026/02/22/care-olimpiadi-in-tutti-i-sensi/ Sun, 22 Feb 2026 13:30:58 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890725 Un’Olimpiade può accelerare opere necessarie, migliorare i servizi, creare occupazione e rendere una città più vivibile. Oppure può gonfiare il debito pubblico, espellere residenti, lasciare impianti inutili e trasformare una promessa in un peso.

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Le Olimpiadi invernali con la doppietta Milano-Cortina hanno rallegrato l’italiano medio in un periodo di forte tribolazioni. Un toccasana che decisamente ci voleva. Ma ci lasciano con una doccia fredda, decisamente invernale: bilanci della Fondazione Fondazione Milano-Cortina continuano a essere in rosso e, al momento, registrano una perdita pesantissima. Con il concreto pericolo che a pagare siano ancora una volta le casse pubbliche.

Se già prima dell’inizio della competizione c’era mezzo miliardo di disavanzo nel bilancio del Comitato (mica spiccioli!), smentito agli organizzatori, nel frattempo il budget è stato ritoccato verso l’alto, arrivando a circa 1,7 miliardi di euro (inizialmente erano previsti 1,3). Inoltre, è arrivato un intervento determinante del governo: la scorsa estate, attraverso il decreto Sport, è stata introdotta la figura di un commissario per le Paralimpiadi, al quale sono stati destinati 387 milioni di euro. In questo modo alcuni costi – originariamente inclusi nel dossier complessivo dei Giochi – sono stati separati, alleggerendo formalmente il bilancio di Milano-Cortina. Un espediente contabile che ha consentito di coprire le perdite senza dichiararle apertamente. Ma, a quanto pare, non è stato sufficiente.

A poche ore dalla cerimonia inaugurale allo Stadio San Siro, il consiglio di amministrazione si sarebbe riunito d’urgenza per tentare di sistemare i conti. Senza successo: l’ultimo bilancio previsionale si chiude con un passivo stimato intorno ai 100 milioni di euro, forse persino superiore. È vero che si tratta ancora di stime e che il risultato finale dipenderà da diversi fattori: si prova fino all’ultimo a tagliare le spese (anche se solo la cerimonia inaugurale, giudicata da molti discutibile, sembra sia costata quasi 50 milioni), mentre le entrate risultano inferiori alle attese.

Restano inoltre da chiarire alcune voci legate ai contributi del Cio e ai servizi che saranno coperti dal commissario governativo per le Paralimpiadi. Con una serie di condizioni favorevoli, gli organizzatori sperano di limitare i danni, ma il fallimento della gestione guidata da Andrea Varnier e Giovanni Malagò – amministratore delegato e presidente della Fondazione – appare ormai evidente.

La situazione è talmente critica che la Fondazione non ha ancora saldato neppure quanto dovuto a Comitato Olimpico Nazionale Italiano e Comitato Italiano Paralimpico, cioè enti pubblici. In base agli accordi olimpici e paralimpici, a questi organismi spettano determinati ricavi, anche perché durante il ciclo olimpico rinunciano all’utilizzo del marchio dei cinque cerchi. Una gestione prudente avrebbe previsto il pagamento regolare del minimo garantito anno per anno, per poi fare i conti definitivi alla fine. Invece la Fondazione non ha quasi mai versato quanto dovuto.

Il Comitato Paralimpico, esasperato, si è rivolto direttamente al governo per ottenere le somme arretrate: risultano circa 4,46 milioni di euro per il biennio 2024-2025, a cui si aggiungono 1,8 milioni per il 2026, solo per quanto riguarda il minimo garantito, senza considerare eventuali ricavi aggiuntivi. Situazione simile per il Coni: è stato saldato il 2024, ma non il 2025, con un credito contabilizzato di circa 12 milioni di euro. E, intanto, il presidente De Sanctis del Comitato Paralimpico chiede l’intervento al Ministro dell’Economia.

E dopo, cosa rimarrà?

Poco o niente, o almeno così pare. La storia recente dei Giochi Olimpici offre due casi opposti, spesso citati per spiegare cosa significhi davvero lasciare un’eredità duratura — oppure fallire questo obiettivo. Olimpiadi di Barcellona 1992 è considerata l’esempio virtuoso per eccellenza: l’evento fu utilizzato come motore per accelerare una profonda trasformazione urbana attesa da decenni. Il lungomare, prima occupato da aree industriali e infrastrutture ferroviarie, venne restituito alla città; il Villaggio Olimpico si trasformò in un quartiere vivo e integrato; trasporti e spazi pubblici furono ripensati in modo strutturale. Ancora oggi una parte decisiva dell’identità e dell’attrattività internazionale di Barcellona affonda le radici in quelle scelte.

Di segno opposto è il caso delle Olimpiadi di Atene 2004. Molti impianti furono realizzati senza un piano credibile per il loro utilizzo successivo e, una volta spenti i riflettori, diverse strutture rimasero inutilizzate o in stato di abbandono, continuando però a gravare sui conti pubblici tra costi di manutenzione e debito. I Giochi non spiegano da soli la crisi della Grecia, ma ne sono diventati uno dei simboli più evidenti. La differenza tra questi due esempi non sta nell’evento in sé, bensì nella visione politica e urbana che lo orienta: costruire per due settimane o costruire per i vent’anni successivi.

C’è poi un aspetto meno visibile, ma forse decisivo: sfruttare i Giochi per cambiare il modo in cui lo Stato progetta e gestisce gli investimenti pubblici. Significa pianificare prima, monitorare durante, lasciare un’eredità solida dopo. Non rincorrere l’urgenza, ma definire traiettorie di lungo periodo. In fondo, la vera questione non è se le Olimpiadi generino risorse — è evidente che ne mobilitano moltissime — ma chi ne trae beneficio, chi si assume i rischi e chi rimane con il conto da pagare e le infrastrutture da gestire quando la festa finisce.

Un’Olimpiade può accelerare opere necessarie, migliorare i servizi, creare occupazione e rendere una città più vivibile. Oppure può gonfiare il debito pubblico, espellere residenti, lasciare impianti inutili e trasformare una promessa in un peso.

Non è l’evento a fare la differenza. È la politica, nel senso più profondo del termine: come si decide di impiegare quell’enorme quantità di risorse, e a vantaggio di chi. In questo senso, le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 rappresentano, nel bene e nel male, un grande banco di prova. Non solo sull’organizzazione dei Giochi, ma su come l’Italia sceglie di investire su sé stessa. Ed è su questo — oltre che sulle medaglie — che vale la pena mantenere alta l’attenzione.

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Winter Olympics hijacked by Ukraine’s victim mentality. The ruthless politicisation of sport isn’t dignified, it’s incredibly tedious https://strategic-culture.su/news/2026/02/16/winter-olympics-hijacked-by-ukraine-victim-mentality-the-ruthless-politicisation-sport-isnt-dignified-incredibly-tedious/ Mon, 16 Feb 2026 12:00:53 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890624 The original Olympic games were opportunities for warring city states to come together under the conditions of a truce to compete in sports.

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The death or injury of hundreds of thousands of people since the war in Ukraine started in 2022 is a fact that everyone should mourn.

My heart goes out to the families whose lives have been devastated by the irrecoverable loss of loved ones on all sides, not least because the war should have ended within weeks of it starting,

That is why everyone should unify in calling for peace and an end to this monumental human tragedy.

The Winter Olympics in Milan and Cortina has served up a reminder of the massive politicisation of sport and culture by Ukraine designed to maintain a global state of sympathy and support for a war that their leaders do not want to end.

Ever since the war started, we have been bombarded by publicity stunts launched by Ukraine, seemingly to provoke solidarity with their cause, certainly to isolate and demonise Russian competitors and definitely to sustain the war fighting spirit among their allies and at home.

We have had tennis players refusing to shake hands with Russian and Belarusian opponents, Ukraine’s football team was forced to cover a political slogan on their national jersey, Ukrainian judo players refusing to compete in world championships and, in the arena of singing, a truly dreadful Ukrainian rap winning the Eurovision song contest.

Russian and Belarusian contestants remain permanently locked out of international sports and cultural events, despite the participation of Israel, North Korea, Syria and a range of African countries where violent conflict continues to rage.

While attention at the Winter Olympics today will hopefully shift to Great Britain possibly winning a rare gold medal in the skeleton, all of the attention has been sucked away by Vladyslav Heraskevych who was banned from the men’s skeleton event for wearing a helmet depicting twenty four Ukrainian sportspeople who had died during the war.

Heraskevych, ranked 11th in the world, was not expected to win a medal at the games, and yet all of the global media attention is now on him.

This was clearly a politically motivated stunt to maintain global attention on the war in Ukraine at a time when pressure grows for it to end.

Wearing a helmet depicting people killed in war was intended as a political statement and as such contravened the International Olympic Committees rules on Athlete expression.

Imagine an Israeli athlete wearing a commemorative picture of victims of the 7 October attack or of an IDF soldier killed in Gaza. Rightly, they would have been condemned and excluded from the contest as Heraskevych has been.

The International Bobsleigh Skeleton Foundation has rules. They said.

The Winter Olympic Federation is aware of the decision taken by the International Bobsleigh & Skeleton Federation (IBSF) to withdraw a Skeleton athlete from the start list of the Milano Cortina 2026 Men’s Skeleton event on 12 February 2026, following the athlete’s refusal to comply with the IOC Guidelines on Athlete Expression.

During the Olympic Winter Games, the IOC Guidelines on Athlete Expression — which apply to all participating athletes — provide several opportunities to express personal views and to mourn, including in mixed zones, on social media, during press conferences and in interviews.

The Guidelines on Athlete Expression were developed following a global consultation in 2021 involving 3,500 athletes worldwide. They have the full support of the IOC Athletes’ Commission, as well as the Athletes’ Commissions of International Federations and National Olympic Committees.

Respect for rules and regulations, both on and off the field of play, is a fundamental principle of international sport. WOF members fully support their consistent and fair implementation.

Let’s be completely clear about the specifics of the case. Heraskevych had been asked not to wear the helmet and disregarded this during practice runs on the track, wilfully and knowingly breaking the rules. He had been told that he was free to show his helmet before and after competition but that he would not be allowed to wear the helmet during any competition, instead offered the right to wear a black armband instead.

Threatened with being withdrawn from the competition Heraskevych nonetheless refused to budge even after meeting with the IOC president Kirsty Salisbury. Salisbury then appeared, tear streaked in a performative media appearance expressing her regret that poor dear Vladyslav wasn’t allowed to compete.

The BBC has played its part, athletes claiming how unfair it was that poor of Vladyslav was treated in such an unfair way.

Heraskevych knew the rules and it chose to broke those rules knowing that the consequences of doing so would be significant amounts of global media coverage.

“Because of their (the dead athletes’) sacrifice, we are able to compete here as a team. I will not betray them,” Heraskevych told an outdoor press conference by the Olympic rings in Cortina on Tuesday.

Ukraine is allowed to compete in the Olympics as a team, wearing their national colours just like every other country in the world, except those that have been banned including, of course, Russia.

This behaviour, by an athlete who was unlikely to win a medal, was driven by a crushing sense of entitlement and a victim mentality.

And a feeling that Ukraine should have special treatment and that normal rules should not apply to them, while at the same time promoting a total ban on Russia.

Poor me, I have been banned because Russia invaded my country and its all your fault for not supporting Ukraine enough.

This has nothing to do with memorial of people senselessly killed during the war.

It is yet another effort to keep Ukraine in the global spotlight as the victim of Russian aggression at a time of waning public interest and diminishing financial support from their sponsors.

The underlying subtext is that Ukraine is right Russia is wrong and you must help us to defeat them, even though we are losing and cannot win.

A more powerful statement might have been for Ukraine’s winter athletes to join together at the start of the competition to call for the war to end.

But you’ll never see that as Bankova would never approve it.

Heraskevych has said that his disqualification was the price of dignity.

This is not about dignity but about the maintenance of the war and the total exclusion of Russia from international sport and cultural events.

The most dignified act would have been to compete. But if Vladyslav had competed no one would notice as he’d finish far outside of the medals.

Instead, Heraskevych has received global media coverage of Ukraine’s war cause for several days. That he has launched an appeal wtiih the Court of Arbitration for Sport is designed principally to keep the focus on him and his cause long after his belligerent protest. That will allow him to milk the story for even longer.

Job done. What a complete farce.

The original Olympic games in ancient Greece were opportunities for warring city states to come together under the conditions of a truce to compete in sports.

That is what the Olympics should be about and continuing a ban on Russia runs counter to that.

A more powerful statement against war would be for Russian and Ukrainian athletes to stand together and to call for peace. But you’ll never see that happen.

That would be too dignified.

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Morocco’s crisis with the Anglo-Saxon press is of its own making https://strategic-culture.su/news/2026/01/19/moroccos-crisis-with-the-anglo-saxon-press-is-of-its-own-making/ Mon, 19 Jan 2026 10:00:32 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890109 Can Morocco really move forward with a Herculean PR opportunity like the World Cup while clinging to such an antiquated and flawed approach to handling the press?

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It is a comical oddity that those working in communications are often the worst communicators of all – and journalists may be the worst among them. When I consider MENA governments generally, I see a clear lack of foresight in communication that others often miss. Government information departments nearly always operate on a linear model of message delivery, failing to grasp that communication must be a two-way street.

In the summer of 2016, I waited for hours in line at the Syrian embassy in Beirut to submit an application for a journalist visa to enter Syria. The lack of a reply, I suppose, is an answer in itself – but it underscores my broader point: communication is not a dark art, yet most governments in the region get it spectacularly wrong, especially in their dealings with foreign journalists.

To date, the limited influence Rabat once had with foreign journalists – up until around 2010, when attitudes distinctly shifted – has dwindled to practically nothing. Many might argue this is preferable: why engage with journalists if it means allowing them into Morocco to write negative stories?

I would beg to differ. Hardly a week passes without a negative story about Morocco – always written by a journalist based in Europe – hitting the stands, feeding the world’s appetite for critical reporting on the kingdom, especially in France. It is not simply that having fewer foreign correspondents in Morocco lends credibility to more sensational, sloppy reporting from newsroom stars in Paris. It also means nuanced subjects that once entered the media ecosystem now get left by the wayside.

So imagine my sympathy for Morocco’s latest dilemma: the struggle to attract Anglo-Saxon journalists to write about Western Sahara. This challenge was highlighted in a recent opinion article  featuring Rabat’s doyen of the international media scene, Dr. Yasmine Hasnaoui. What the author – and likely Dr. Hasnaoui herself – may not realize is the decline in English-speaking journalists in Morocco and how Rabat’s policies are directly responsible for this new media landscape.

With almost no British or American correspondents based in Morocco, how could an obscure subject like the Sahara ever see the light of day in Europe’s press? In 2007, when I arrived in Morocco, there were 155 foreign journalists accredited by the Ministry of Communication, many in the prime of their careers. Today, there are around 70, most of them younger and less established.

Rabat’s decision-makers would have you believe the world has changed and that this shift has nothing to do with them – that it reflects a new trend in London, Paris, and Washington side-lining foreign correspondents. But that is simply untrue. The real reason is that Rabat itself has, since around 2010, made it increasingly difficult for foreign correspondents to obtain accreditation. The flawed logic behind this is a kind of twisted arithmetic: the risk of negative coverage – or even the balanced scrutiny that foreign journalists bring to issues that could otherwise spiral out of control – outweighs the benefits of their presence, which include holding the government accountable for governance failures and human rights scandals.

But on major issues, like how Western Sahara is reported and debated, Rabat has clearly miscalculated. The Sahara receives no meaningful coverage because the very people in the Anglo-Saxon world who could have written about it – seasoned foreign journalists once based in Rabat – have all been run out of town. The irony is beguiling: Rabat’s elites now lament the lack of coverage on one of their most cherished issues, even though not a single major U.S. or U.K. newspaper has had a correspondent, freelance or otherwise, based in Rabat since around 2011.

Yet negative press continues to flow from London, Paris, and Washington – whether stories about the king’s private life, animal cruelty, protesters beaten in custody, or a missing French national. There are no longer journalists in Morocco to cover these stories with the objectivity and diligence needed for the country to present itself and its achievements in the proper light. The 2023 hit piece on the king by The Economist, delving into the private life of Mohammed VI, would likely never have been commissioned if Morocco weren’t shrouded in such mystery and enigma – a direct result of stifling foreign journalists’ ability to work in the country in the first place.

So what message is being sent? At best, there is no message at all. Those who are interested are left waiting and drawing their own conclusions – much like my own application for a Moroccan press card, submitted in Rabat last October, which is still pending.

With the World Cup coming to Morocco, this may be the perfect moment to adopt a more thoughtful approach to media relations and turn the page on this outdated method of treating foreign journalists like enemies of the state. Managed well, they can be your greatest asset – not only as communicators who can spark informed debate on issues like Western Sahara, but as ambassadors who promote the country to foreign investors.

For the past 15 years, I have watched Morocco fall on its own sword, getting this equation spectacularly wrong and paying a heavy price for its misjudgement. It is time to turn the page, leave the Assad school of public relations behind, and recognize that making Rabat a hub for foreign journalists covering North Africa – or even the continent – can only benefit Morocco. Consider Dubai and Beirut: both are media hubs that enjoy positive returns from journalists who are often more agreeable when reporting on their host country than on its neighbours.

Can Morocco really move forward with a Herculean PR opportunity like the World Cup while clinging to such an antiquated and flawed approach to handling the press? With so much at stake, surely Moroccans deserve better.

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Il movimento genderista globale tenta l’assalto ai mondiali di calcio statunitensi https://strategic-culture.su/news/2025/12/21/il-movimento-genderista-globale-tenta-lassalto-ai-mondiali-di-calcio-statunitensi/ Sun, 21 Dec 2025 05:30:16 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889552 Pronti via e viene già da ridere! Il sorteggio dei Mondiali di calcio, svoltosi il 5 dicembre 2025 a Washington durante il quale il presidente della FIFA Gianni Infantino ha insignito il suo amico Donald Trump di un premio per la pace istituto dalla FIFA stessa, è stato tra i più ridicolmente pilotati di tutta la storia del calcio planetario

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Pronti via e viene già da ridere! Il sorteggio dei Mondiali di calcio, svoltosi il 5 dicembre 2025 a Washington durante il quale il presidente della FIFA Gianni Infantino ha insignito il suo amico Donald Trump di un premio per la pace istituto dalla FIFA stessa, è stato tra i più ridicolmente pilotati di tutta la storia del calcio planetario, con l’evidente vantaggio tributato alle squadre probabilmente più forti e titolate per la vittoria finale, ma altresì rappresentative delle nazioni che più generosamente sostengono economicamente la FIFA, ovvero Argentina, Spagna, Francia e Inghilterra, le quali non dovranno mai incontrarsi tra loro prima delle eventuali semifinali.

È altresì vero che queste quattro squadre e i celebrati campioni che vi militano garantiscono diritti televisivi, sponsor e pubblicità correlate di considerevole portata, insomma per certi aspetti pesa più il sostegno indiretto fornito da queste squadre piuttosto che il finanziamento diretto garantito dalle rispettive federazioni nazionali.

Inoltre è del tutto improbabile che le esordienti Giordania, Capo Verde, Curaçao e Uzbekistan, ora allenata dal già campione del mondo nel 2006 e Pallone d’Oro italiano Fabio Cannavaro, per altro la sola squadra dello spazio ex – sovietico presente, perdurando l’assurda estromissione di Russia e Bielorussia, raggiungano le semifinali, tuttavia, se accadesse, l’evento sarebbe dal punto di vista sportivo di straordinaria portata, ma per la FIFA rappresenterebbe una colossale catastrofe economica. Insomma, il presidente Gianni Infantino, per far quadrare i conti, deve evitare che le squadre blasonate escano prematuramente dalla competizione, danneggiando gravemente gli introiti programmati e necessari per tenere in piedi il fantasmagorico e debordante spettacolo del “soccer” mondiale, da lui esteso in questa edizione a ben quarantotto partecipanti, ovvero un quarto delle nazionali della terra, una vocazione universalistica, quanto esageratamente mastodontica, per di più con dodici gironi da quattro squadre in cui ragionevolmente si sarebbero dovute ammettere al turno successivo, per rendere combattuti e credibili i primi settantadue incontri, solo le prime classificate e un terzo delle seconde, ovvero sedici squadre, invece per moltiplicare le partire e regalare a quasi tutte le partecipanti un’effimera gloria, il passaggio alla fase ad eliminazione diretta vedrà coinvolte tutte le prime e seconde e ben otto delle dodici terze classificate, portando le gare da disputarsi allo spropositato numero di centoquattro, giocate quasi nella loro totalità negli Stati Uniti, pochi incontri si svolgeranno infatti sul suolo canadese e in quello messicano, sebbene ufficialmente tutte e tre le nazioni siano co – organizzatrici del mondiale di calcio.

Tutto questo trentadue anni dopo l’edizione statunitense del 1994, allora con stadi quasi deserti, trovandosi pochi volonterosi disposti ad andare in un giorno lavorativo di giugno e di luglio a mezzogiorno, orario utile per garantire la trasmissione in prima serata in Europa, in stadi allora quasi tutti esposti alla canicola estiva e non con la totalità dei posti coperti come avviene oggi, questa volta probabilmente ci sarà una maggiore attenzione per il “soccer”, sebbene gli sport che conquistano tra gli statunitensi più consensi, tanto tra i bianchi, quanto tra gli afro – americani, restino il baseball, il football americano e la pallacanestro, mentre il calcio appassiona enormemente solo la crescente comunità latino – americana, la quale è chiamata a garantire l’affluenza di pubblico necessaria per gremire le gradinate, correlato oggi obbligatorio dello spettacolo mediatico, anche perché da molte nazioni africane, sudamericane e islamiche, in primis l’Iran, già il presidente Donald Trump ha chiarito che impedirà categoricamente l’afflusso di turisti e tifosi.

È risaputo che l’amicizia e il connubio tra Donald Trump e Gianni Infantino trascenda di molto le vicende sportive e a dimostrazione di quanto il presidente statunitense riconosca un valore politico al calcio, il presidente della FIFA ha presenziato tanto alla sottoscrizione degli Accordi di Abramo nel 2020, così coma nell’autunno 2025 a Sharm El-Sheik alla firma per il cessate il fuoco a Gaza.

Proprio in ragione di tale amicizia e dell’attenta gestione del sorteggio delle partite, non sappiamo se l’incontro in calendario il 26 giugno 2026 a Seattle tra Egitto e Iran sia stato una pura casualità o un’altra divertente manipolazione orchestrata da Gianni Infantino su richiesta dell’amico Donald Trump, nel caso sarebbe uno straordinario esempio di pirotecnico doppiogiochismo della FIFA, la lobby genderista planetaria ha infatti preteso l’invenzione per la prima volta nella storia della competizione calcistica del “Pride Match” da celebrarsi ufficialmente nell’ambito della Coppa del Mondo, ovvero bandiere arcobaleno da sventolarsi prima, durante e dopo la partita, bandiere oramai planetariamente assurte a simbolo dell’ideologia genderista, con buona pace del professore che aveva disegnato questa bandiera con tutt’altre finalità per la prima Marcia della Pace Perugia – Assisi del 1961, richiamandosi all’arcobaleno, segno di ricomposizione dell’amicizia tra il Creatore e il creato nelle celebri pagine bibliche dedicate al diluvio universale e al suo epilogo.

La disponibilità di Infantino a tale evento pare altresì incredibile, anche in ragione del pasticcio della fascia da capitano arcobaleno promossa da alcune nazionali occidentali nell’edizione qatarina del 2022, richiesta avanzata per le stesse ragioni propagandistiche del genderismo mondiale e poi finita malamente, con la FIFA costretta a vietarla, con minaccia di sospensione delle partite da parte degli organizzatori qatarini e con l’incredulo stupore per tutta la vicenda dello stesso sultano Tamim bin Hamad Al Thani.

La fascia da capitano con sopra disegnato un numero “1” bianco è un’invenzione guarda caso olandese, volta a definire ogni forma d’amore riconducibile, forse neppure troppo rispettosamente, a una sola, attraverso una dubbia omologazione di qualsiasi orientamento, da cui il nome “OneLove”. La proposta aveva trovato il consenso delle sole e solite nazioni occidentali: Inghilterra, Galles, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svizzera, con la consueta propaganda correlata, volta a confondere le pur libere e indiscutibili scelte sessuali dei singoli con i diritti umani, i quali, civili e sociali, son tutt’altro dalla proclamazione sfacciatamente pubblica dei personali orientamenti amorosi. A fronte della disposizione della FIFA di immediata ammonizione dei capitani, ancora prima dell’inizio delle partite, le nazionali coinvolte hanno soprasseduto, con la sola Germania raccoltasi a centrocampo in una fotografia pre – partita con la mano sulla bocca in segno di protesta contro la scelta della FIFA.

L’incredibile situazione creatasi per la prossima edizione dei mondiali negli Stati Uniti nasce dalla compromissione, sotto la presidenza di Joe Biden, tra i democratici statunitensi e il comitato organizzatore locale di Seattle, il quale, su pressione degli attivisti gender locali e internazionali, ha promosso il “Pride Match”, chiedendo di ospitarlo nella loro città il 26 giugno 2026 in concomitanza a con il weekend del 27 e 28 giugno 2026, che vedrà dispiegarsi per la città un mega Pride planetario, insomma la partita di calcio avrebbe dovuto, nelle intenzioni dei proponenti, essere il volano globale e pubblicitario per l’organizzazione dell’evento genderista dei due giorni successivi.

Al riguardo le federazioni calcistiche di Egitto e Iran hanno protestato vivacemente contro la FIFA e reputano del tutto inopportuna e deprecabile la proposta del “Pride Match”, ovviamente chiarendo che non se ne parla proprio di inscenare manifestazioni genderiste prima, dopo e durante la partita, così come al contempo in egual modo i giocatori e i tecnici delle due squadre non parteciperanno a nessuna manifestazione associabile a forme di sostegno alla due giorni genderista promossa dalla città capitale dello stato di Washington, stretta tra l’omonimo lago e l’oceano Pacifico.

Mehdi Taj, presidente della Federcalcio iraniana, ha chiarito che tanto gli iraniani, quanto gli egiziani da loro consultati, non si presteranno a una strumentalizzazione extra – calcistica del tutto irragionevole, sottolineando per altro con molte ragioni, come la proposta non abbia un carattere di universalità, ma di palese parzialità, finanche discriminatoria di tutte e di tutti coloro che nel mondo non si riconoscano nei dogmi genderisti.

Ovviamente è di tutt’altro avviso il portavoce del “Pride Match Advisory Committee”, tal Eric Wahl, il quale, travalicando e di molto le già pur fragili ragioni dell’impropria frammistione di una partita di calcio con la battaglia politico – culturale della minoranza da lui rappresentata, ha ribadito al contrario che simboli e bandiere genderiste debbano sventolare quel giorno anche e soprattutto contro arabi e persiani, ritenuti da lui nemici e avversari di tale ideologia e dunque, in modo molto intollerante e irrispettoso dell’altrui pensiero, fermamente e anche un po’ ferocemente condannati tanto politicamente, quanto culturalmente.

La Federcalcio egiziana ha dunque ulteriormente risposto, a fronte delle titubanze della FIFA, indirizzando alla stessa una lettera, anche in questo caso condivisa dai loro omologhi iraniani, in cui rifiuta categoricamente di svolgere qualsiasi attività legata al sostegno dell’omosessualità e di altre svariate scelte o pratiche sessuali durante la partita tra le due nazionali. Gli egiziani hanno altresì sottolineato che per mantenere lo spirito di unità e pace proprio dello sport e del calcio sia necessario evitare di includere attività collaterali che potrebbero provocare sensibilità culturali e religiose tra i tifosi presenti provenienti da entrambe le nazioni e tra gli spettatori che assistono in televisione alla partita, soprattutto perché tali attività sono culturalmente e religiosamente incompatibili con la storia e la cultura tanto dell’Egitto, quanto dell’Iran.

Insomma la carnevalata del “Pride Match” ha poco a che vedere con i diritti e molto purtroppo con la propaganda liberal e genderista contro Russia, Cina, mondo islamico, Sud Globale e in ultima analisi contro gli stessi statunitensi vicini all’attuale presidente Donald Trump tutti ostili alla violenza prevaricatrice dell’ideologia genderista, l’auspicio dunque è che non solo questa prima edizione non venga celebrata, ma anche e soprattutto che il generale planetario boicottaggio di questa assurda coloritura di una partita di calcio convinca la FIFA a espungere dalle edizioni future della competizione un’iniziativa tanto divisiva, quanto arrogantemente discriminatoria di tutte e tutti coloro che non condividono i presupposti ideologici della stessa.

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I mondiali 2026 tra calcio e politica e l’opportunità per l’Italia di co – ospitare l’edizione saudita 2034 https://strategic-culture.su/news/2025/12/01/i-mondiali-2026-tra-calcio-e-politica-e-lopportunita-per-litalia-di-co-ospitare-ledizione-saudita-2034/ Mon, 01 Dec 2025 10:31:18 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889157 Il mondiale di calcio, che catalizzerà l’attenzione mediatica planetaria dall’11 giugno al 19 luglio 2026, è come sempre anche un avvenimento politico

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Cresce l’attesa per la formazione dei gironi dei mondiali di calcio della prossima estate, il 5 dicembre 2025 al Kennedy Center di Washington, molto probabilmente alla presenza di Donald Trump, conosceremo contro chi giocheranno la Germania e il Brasile, così come le esordienti la caraibica Curaçao allenata dall’esperto Dick Advocaat, Capo Verde, Uzbekistan e Giordania, con una bandiera identica a quella palestinese, giusto con una piccola stella eptagrammatica in più in campo rosso, omaggio alla prima Sura coranica. Non ci sarà l’Italia, che deve affidare ai prossimi spareggi marzolini la speranza di non inanellare la terza miserevole esclusione consecutiva dalla competizione, non ci sarà la Russia vittima delle inopinate sanzioni internazionali in campo sportivo.

Il mondiale di calcio, che catalizzerà l’attenzione mediatica planetaria dall’11 giugno al 19 luglio 2026, è come sempre anche un avvenimento politico, non a caso Trump cerca di dimostrare che la compartecipazione organizzativa canadese e messicana sia del tutto marginale, anzi, rischia di trasformarsi in un’ulteriore occasione per la Casa Bianca di paventare la necessità di un’associazione / annessione di queste nazioni all’ingombrante vicino.

Gianni Infantino, per garantire ai sauditi l’edizione 2034 dei mondiali, ha inventato una pirotecnica edizione tricontinentale ed esanazionale per il 2030. È infatti il centenario della prima edizione svoltasi in Uruguay, vincitore nel 1924 e nel 1928 del titolo olimpico del torneo di calcio, dunque squadra titolata a vantare allora un primato ritenuto fondamentale dal fondatore Jules Rimet per promuovere una competizione allora guardata con generale disinteresse dalle nazionali europee, tanto che se nove sono le squadre partecipanti del continente americano, solo quattro vengono da oltre oceano Francia, Romania, Belgio e Regno di Jugoslavia, declinato l’invito dalle più forti del continente: Austria, Ungheria e Cecoslovacchia, sdegnosamente insuperbite e indisponibili a partecipare le britanniche Inghilterra e Scozia, in quella come nelle due edizioni successive.

Ecco allora che il presidente della FIFA ha scelto di disputare tre partite, una per nazione, in Uruguay, Argentina, nel 1930 finalista perdente contro gli uruguagi, come li chiamava il grande giornalista sportivo italiano Gianni Brera, e infine Paraguay, tanto per allargare i beneficiati. Dopo questi tre incontri tutti si trasferiranno in prossimità delle colonne d’Ercole, in Marocco, Spagna e Portogallo per tutte le altre partite.

Dunque l’Arabia Saudita sarà assoluta protagonista dell’edizione 2034, tuttavia quell’anno è anche l’anniversario del centenario non solo della prima partecipazione italiana, ma anche della prima vittoria azzurra in un mondiale, certo favorita dall’intraprendenza di Benito Mussolini, allora capo del governo, il quale non solo ha fortissimamente voluto la competizione in Italia, per altro il primo Mondiale giocato in Europa, ma ha anche fattivamente supportato i ragazzi di Vittorio Pozzo, intrattenendosi a lungo a Milano con l’arbitro svedese Ivan Eklind, allora ventottenne, la sera prima della semifinale, il quale con l’aiuto della FIFA arbitrerà non solo quel delicato incontro con i fortissimi austriaci, ma anche – fatto ma più ripetutosi e irripetibile – la finale una settimana dopo il 10 giugno 1934 contro i cecoslovacchi, in entrambe i casi con generosa amicizia verso la gagliardia agonistica degli azzurri.

Sarebbe dunque possibile e opportuno che l’Italia, in ragione di ciò, chiedesse al presidente della FIFA Gianni Infantino e al sovrano saudita Mohammad bin Salman di poter essere co – organizzatrice dell’evento, con una sola, unica partita, quella di apertura dei mondiali.

Ancora più straordinario sarebbe far convergere nello stesso girone insieme all’Italia, finalmente qualificata automaticamente come co – organizzatrice, anche gli Stati Uniti, che hanno dato vita nel pomeriggio di domenica 27 maggio 1934 all’esordio degli azzurri ai mondiali presso lo stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma, oggi Flaminio e in fase di ristrutturazione, dopo il rinnovo della struttura in occasione delle Olimpiadi di Roma 1960, realizzato nel 1957/58 da Antonio Nervi su progetto del padre Pier Luigi Nervi, per diventare lo stadio ospitante le partite interne dei biancocelesti della Lazio.

Lo stadio nasce come Nazionale per celebrare il 50° dell’Unità d’Italia su progetto di Marcello Piacentini, non lontano da quel ponte Milvio passato alla storia per la battaglia tra Costantino e Massenzio del 312 dopo Cristo, ristrutturato da papa Colonna, eletto al Concilio di Costanza come Martino V e abbattuto dalla Repubblica Romana nel 1849 per provare a salvare l’Urbe dall’aggressione francese, quindi ricostruito l’anno seguente. Lo stadio è ampiamente rimodernato nel 1927/28 e l’ingresso arricchito di quattro semicolonne sormontate da imponenti gruppi bronzei realizzati nel luglio 1929 dallo scultore Amleto Cataldi raffiguranti la Corsa, la Lotta, il Pugilato e il Calcio, oggi collocati nei giardini del Villaggio Olimpico, anche in questo caso sarebbe pregevole ricollocare almeno il bronzo dedicato al calcio dentro il nuovo Flaminio in fase di ristrutturazione e che sarebbe ragionevole intitolarlo a Vittorio Pozzo, il solo allenatore due volte campione del mondo in tutta la storia del calcio.

Quella domenica del 1934 gli statunitensi sono sconfitti 7 a 1, dopo aver battuto 4 a 2 tre giorni prima nello stesso stadio i messicani, in un incredibile spareggio volutamente giocato dalle due formazioni sul suolo italiano, per i giocatori a stelle e strisce a segno tutte e cinque le volte l’italo – americano Aldo Teo “Buff” Donelli, nato in Pennsylvania nel 1907, figlio di immigrati italiani.

Al Flaminio quel caldo pomeriggio scendono in campo, di fronte a venticinquemila appassionati sostenitori, il portiere Combi, il terzino Virginio Rosetta alla sua cinquantaduesima e ultima partita con l’Italia e senza il compagno juventino di reparto Umberto Caligaris, a cui è preferito l’interista Allemandi. Caligaris, pur tra i convocati, non scenderà mai in campo nella Coppa del Mondo, mortificato nel dover chiudere l’esperienza azzurra con cinquantanove presenze in nazionale, che saranno superate solo nel 1971 da un altro storico terzino e capitato azzurro Giacinto Facchetti. In mediana Pizziolo, il granitico argentino Luisito Monti già finalista nel 1930 e Bertolini, in attacco l’ala destra laziale e brasiliana di San Paolo Anfilogino Guarisi alla sua ultima presenza azzurra, Meazza, Schiavio, Giovanni Ferrari e l’argentino Orsi, ovviamente i sudamericani son tutti oriundi con effettivi antenati italici. Per gli azzurri realizzano una tripletta Angelo Schiavio, bolognese per nascita e maglia, una doppietta lo juventino Raimundo Orsi, quindi uno Ferrari e allo scadere il settimo sigillo è del milanese Giuseppe, detto Peppin, Meazza.

L’arbitro belga Louis Baert aiuta gli azzurri nei quarti di finale il 31 maggio a Firenze contro gli spagnoli, infatti sebbene il grande portiere madridista Ricardo Zamora venga impedito nella parata da Schiavio, il quale gli frana addosso, favorendo il realizzatore Ferrari, viene infatti concesso il pareggio 1 a 1 che inchioda il risultato. Sette spagnoli sono infortunati e non giocheranno nella ripetizione del giorno seguente 1° giugno, ma anche qualche italiano è acciaccato, Meazza è uscito fasciato e in barella, ma sarà in campo, Ferrari e Schiavio anch’essi pesantemente colpiti lasciano il posto al nizzardo Borel e al porteño Demaria, Pizziolo, che gioca nella Fiorentina, davanti al suo pubblico cade, dopo essere stato colpito, dolorante per la rottura dei legamenti del ginocchio sinistro e si vede costretto a terminare il Mondiale. Il giorno dopo viene richiamato l’arbitro della partita con gli statunitensi, lo svizzero René Mercet, il quale di reti ne annulla due presumibilmente valide degli spagnoli e reputa regolare invece la rete del redivivo Meazza, il quale per arrivare più in alto s’invola facendo “ponte” sulle spalle di Guaita e lasciando senza parole il povero portiere del Barcellona Joan Nogues.

La semifinale è vinta 1 a 0 a San Siro contro gli austriaci, il fortissimo centravanti Matthias Sindelar viene così maschiamente controllato da Monti da finire in ospedale, presso cui conosce la maestra milanese Camilla Castagnola, s’innamorano e si sposeranno, la rete è di Guaita, favorita dall’impeto di Meazza che travolge preventivamente il portiere del Floridsdorfer Peter Platzer.

Il 10 giugno di nuovo a Roma, rispetto alla formazione dell’esordio con gli statunitensi, scendono in campo come da alcune partite il terzino Eraldo Monzeglio al posto di Rosetta, il romano e romanista Attilio Ferraris per il pescarese Pizziolo, l’ala romanista e argentina Enrique Guaita, nato non lontano da Buenos Aires, là dove la Pampa e la Patagonia si incontrano, al posto di Guarisi, sugli spalti assiepati in ogni ordine di fila ben cinquantacinquemila entusiastici tifosi, in tribuna lo stesso Benito Mussolini, il quale per dare il buon esempio ha comprato il biglietto, con lui molti membri del governo fascista. La partita è combattuta e al contempo equilibrata, solo a venti minuti dal termine dei tempi regolamentari Puč dello Slavia Praga insacca una rete che fa presagire il peggio, tuttavia l’impetuosa risposta italiana è coronata dal pareggio dieci minuti dopo di Orsi, sono così d’obbligo i tempi supplementari e al quinto minuto di questi il ventottenne Schiavio, sigla alla sua ultima partita in azzurro il definitivo 2 a 1, il quale sancisce la trionfale vittoria e il primo titolo mondiale per l’Italia, per la gioia di tutti gli sportivi e dei suoi compagni di squadra, a partire dal capitano ed esperto portiere Gianpiero Combi, anche lui all’ultima apparizione, mentre la voce di Nicolò Carosio porta in tutte le piazze d’Italia il racconto dell’epica impresa.

Insomma se l’edizione 2026 è promossa da Stati Uniti – Messico – Canada, quella 2030 da Uruguay – Argentina – Paraguay – Marocco – Spagna – Portogallo, è vivo auspicio che l’edizione 2034 possa essere ricordata come l’edizione Italia  – Arabia Saudita.

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O apartheid esportivo do Ocidente e o nascimento de uma nova ordem desportiva https://strategic-culture.su/news/2025/10/29/o-apartheid-esportivo-do-ocidente-e-o-nascimento-de-uma-nova-ordem-desportiva/ Wed, 29 Oct 2025 15:36:15 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888551 A politização das federações ocidentais está destruindo o olimpismo e abrindo caminho para a criação de competições verdadeiramente neutras no mundo multipolar.

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Tempos atrás comentei nesse portal sobre um modesto, porém surpreendente, avanço rumo à restauração da dignidade desportiva, quando o Comitê Olímpico Internacional (COI) revisou seu banimento de paratletas russos e bielorrussos. Infelizmente, porém, esta mudança dificilmente gera resultados práticos, já que as principais federações esportivas continuam insistindo no apartheid étnico anit-russo.

A decisão recente da Federação Internacional de Esqui e Snowboard (FIS) de manter a exclusão de atletas russos e bielorrussos das qualificatórias para os Jogos Olímpicos de Inverno de Milão-Cortina 2026 é mais um capítulo vergonhoso na politização crescente do esporte por parte das instituições ocidentais. Em nome de uma suposta “solidariedade” à Ucrânia, o Ocidente destrói os últimos vestígios do espírito olímpico, transformando o esporte em instrumento de coerção e propaganda geopolítica.

Enquanto o COI agora tenta manter uma aparência de neutralidade ao permitir a participação de atletas russos como “individuais neutros”, as federações dominadas por países ocidentais insistem em aplicar sanções discriminatórias. A FIS, sob forte pressão de nações como Noruega, Alemanha e Estados Unidos, rejeitou até mesmo a presença de atletas neutros — uma decisão que expõe a falsidade do discurso ocidental sobre “valores universais” e “direitos humanos”.

A medida é não apenas antidesportiva, mas profundamente hipócrita. O mesmo Ocidente que prega a separação entre política e esporte é aquele que boicotou atletas russos, vetou bandeiras, hinos e símbolos nacionais, e transformou as arenas esportivas em palcos de guerra ideológica. A narrativa ocidental sobre “defesa da democracia” tem servido de justificativa para um novo apartheid esportivo — onde a cidadania determina o direito de competir.

A Rússia, historicamente uma potência nos esportes de inverno, vê seus atletas punidos por decisões políticas que fogem completamente ao seu controle. Jovens que dedicaram a vida ao esporte agora se veem proibidos de competir simplesmente por serem russos — uma punição coletiva travestida de “solidariedade”. Trata-se de uma política que viola frontalmente os princípios básicos do olimpismo e do próprio direito internacional, que proíbe discriminação com base em nacionalidade.

A decisão da FIS também revela a decadência moral das instituições esportivas ocidentais, hoje subordinadas aos interesses políticos de Washington e Bruxelas. O esporte, antes símbolo de união e superação, tornou-se mais uma ferramenta da guerra híbrida conduzida pelo bloco atlântico contra a Rússia e seus aliados. As organizações internacionais, supostamente independentes, atuam como extensões do poder geopolítico ocidental — censurando, punindo e excluindo aqueles que desafiam sua hegemonia.

Diante disso, torna-se cada vez mais inevitável que os países não alinhados ao Ocidente busquem construir suas próprias estruturas esportivas, verdadeiramente independentes e despolitizadas. O mundo multipolar que emerge com o fortalecimento dos BRICS e de outras organizações regionais — como a Organização de Cooperação de Xangai e a União Econômica Eurasiática — precisa se estender também ao campo esportivo. Assim como o sistema financeiro e diplomático global vem sendo reformulado fora da órbita do dólar e da OTAN, o esporte também deverá se libertar da tutela ocidental.

A criação de federações esportivas alternativas, torneios internacionais e olimpíadas paralelas é não apenas plausível, mas necessária. Essas novas competições poderiam resgatar o verdadeiro espírito esportivo, baseado na meritocracia e na fraternidade entre os povos, livre da interferência política. A Rússia, a China, a Índia, o Irã, o Brasil e outras nações dos BRICS têm capacidade técnica, econômica e institucional para promover eventos globais de alto nível, capazes de atrair atletas cansados da hipocrisia ocidental.

O colapso moral das instituições ocidentais cria um vácuo que o mundo multipolar está pronto para preencher. Ao excluir atletas russos e bielorrussos, o Ocidente não apenas revela sua intolerância, mas acelera sua própria irrelevância. Um novo paradigma esportivo está nascendo — um paradigma que rejeita o uso do esporte como arma política e que busca restaurar o ideal de competição justa entre iguais.

O futuro do esporte internacional não será decidido em Lausanne, mas em Moscou, Pequim e Nova Délhi. E quando os atletas do mundo inteiro voltarem a competir em arenas onde a política não dita as regras, ficará claro quem realmente defende os valores universais do esporte — e quem os destruiu em nome da hegemonia.

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IOC: An imperialist tool to manipulate global sports https://strategic-culture.su/news/2025/10/29/ioc-imperialist-tool-manipulate-global-sports/ Wed, 29 Oct 2025 11:00:12 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888539 The International Olympic Committee banned competitions in Indonesia for refusing to host Israeli athletes — yet when the U.S. denies entry to Cuban athletes, the IOC remains silent.

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The leaders of the International Olympic Committee (IOC) like to say that their work is strictly technical and that politics must not be mixed with sports. Therefore, according to them, the IOC does not make political choices — otherwise, that would be undue interference in the sporting world.

But such declarations only serve to justify their inaction when people around the world — including athletes and organizations representing the sports community — demand that the supreme body of world sports act against barbarities committed against humanity, often made possible by the very funds raised through sporting events.

The most emblematic case is the genocide committed by Israel in Gaza amid the imperialist war of aggression against the Palestinians, who are waging a revolutionary and anti-imperialist struggle for their survival. Under growing public pressure, including from athletes, Thomas Bach responded to the Palestinian Olympic Committee’s request to exclude Israel from the Paris Games by saying: “The Olympic Games are not a competition between countries, but between athletes.” He even added that if the IOC were to exclude countries because of wars, half the world’s nations would have to be banned, given the large number of conflicts around the globe.

Of course, anyone with a minimum of critical thinking immediately recalled the suspension of Russia (and Belarus) by that very same IOC. The “technical” justification was that both countries recognized the existence of Olympic committees in Lugansk, Donetsk, Kherson, and Zaporizhzhia — allegedly violating Ukraine’s sovereignty over those committees. No one believes this “technical” argument — the IOC’s hair-splitting excuse meant to justify banning Russian and Belarusian athletes simply because their governments defied the real owners of the IOC: the imperialist powers.

It was a legal maneuver within the sporting world. The IOC claimed Ukraine’s sovereignty over those committees “could not be denied.” Yet, the same IOC recognized Kosovo’s Olympic Committee in 2014, violating Serbia’s sovereignty — which protested and continues to reject the existence of a separate Kosovar committee. The IOC ignored Serbia’s appeals, and since 2016 Kosovo has participated in the Olympic Games as a full IOC member. In recognizing Kosovo’s committee, the IOC even overrode its own rule, established in 1996, not to recognize new Olympic committees from countries that are not UN members.

Here, the double standard becomes clear — the same one practiced by the imperialist “international community”: when convenient, they defend the right to self-determination; when not, they simply ignore it.

Returning to the case of Israel, the IOC also justified its refusal to suspend Israel by claiming that there are two national committees — one Palestinian and one Israeli — that “coexist peacefully.” But the mere fact that the Palestinian committee requested Israel’s suspension proves that they do not coexist peacefully. And this request was based on obvious facts: Israel uses its participation in global sports as a state policy, heavily sponsored by state and semi-state bodies (such as its Olympic Committee), to promote the image of the Israeli state. This has been openly declared by high-ranking Israeli sports officials. Meanwhile, this very state has ravaged the Gaza Strip, committed a genocide killing some 70,000 Palestinians, destroyed sports infrastructure, and killed hundreds of athletes. According to a statement from Palestinian sports authorities in August, the genocide had already claimed 774 athletes and completely or partially destroyed 288 sports facilities in Gaza and the West Bank.

In the face of all these crimes committed by Israel — and supported by a ruling from the Court of Arbitration for Sport — Indonesia denied visas to Israeli gymnasts who were to compete in the World Artistic Gymnastics Championships in Jakarta. The IOC then acted swiftly — to condemn Indonesia! It even banned the hosting of any sports competition in the Asian nation due to its refusal to receive Israeli athletes. The IOC also made it clear in a statement that it would freeze any discussion of Jakarta’s bid to host the 2036 Olympic Games.

This case exposes the IOC’s double standard even further. In July of this year, the United States denied entry visas to 12 athletes, two coaches, a referee, and a team manager from Cuba’s national volleyball team, who were to compete in Puerto Rico. In fact, the U.S. has not allowed any Cuban athlete to enter its territory in 2025 — a total of 82 Cuban athletes were prevented from participating in competitions held in the U.S. this year.

The IOC has made no statement whatsoever on this blatant violation of the Olympic Charter, despite repeated complaints by the Cuban Olympic Committee.

This case is incomparably more serious than the Indonesia–Israel one. More than 80 athletes from various sports disciplines were affected. Not a single Cuban athlete was able to compete in the United States this year. And Cubans are not the only victims of this U.S. policy toward Cuba: Brazilian table tennis star Hugo Calderano, one of the world’s top players, was also denied a U.S. visa simply because he had previously competed in Cuba. Again, the IOC said nothing.

The IOC’s double standard is blatant. But it also makes clear that the Committee is nothing more than one of the many instruments of imperialist domination over the rest of the world — the sporting arm of imperialism. It is not hard to reach that conclusion when we look at the flood of money flowing from the United States into the IOC’s leadership. The organization’s main sources of revenue are Olympic sponsors, especially in the entertainment sector. And the main companies that purchase broadcasting rights for the Games — across television, the internet, and social media — are American. In March of this year, the IOC signed a $3 billion contract with NBCUniversal. Moreover, more than one-third of the IOC’s top partners are U.S. corporations — alongside British, German, Swiss, Belgian, and other firms — all part of the capital of the world’s leading imperialist powers.

It is obvious that with such control over the IOC, the United States and its allies can tear up and spit on the Olympic Charter without consequence. Indonesia was barred from bidding to host the 2036 Olympics for denying entry to Israeli athletes. If the IOC were consistent, it would cancel the 2028 Los Angeles Games and move them to another country — since the U.S. systematically refuses to issue visas to Cuban athletes, and even to athletes from other countries who have previously competed in Cuba.

The IOC is a farce that has long ceased to serve the original goals established by Baron de Coubertin — international unity, universal brotherhood, and peace among peoples. The IOC is nothing more than another instrument used by a handful of imperialist nations, led by the United States, to dominate the world’s peoples — just like the UN and the Nobel Prize.

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The Western sports apartheid and the birth of a new athletic order https://strategic-culture.su/news/2025/10/29/western-sports-apartheid-and-the-birth-of-new-athletic-order/ Wed, 29 Oct 2025 10:00:27 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888537 The politicization of Western federations is destroying Olympism and paving the way for the creation of truly neutral competitions in the multipolar world.

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Some time ago, I commented on this portal about a modest yet surprising step toward restoring sporting dignity, when the International Olympic Committee (IOC) revised its ban on Russian and Belarusian athletes. Unfortunately, this change is unlikely to produce practical results, since the main sports federations continue to insist on their anti-Russian ethnic apartheid.

The recent decision by the International Ski and Snowboard Federation (FIS) to maintain the exclusion of Russian and Belarusian athletes from the qualifiers for the 2026 Milan-Cortina Winter Olympics is yet another shameful chapter in the growing politicization of sports by Western institutions. In the name of supposed “solidarity” with Ukraine, the West destroys the last vestiges of the Olympic spirit, turning sport into an instrument of coercion and geopolitical propaganda.

While the IOC now tries to maintain an appearance of neutrality by allowing Russian athletes to compete as “neutral individuals,” the federations dominated by Western countries insist on applying discriminatory sanctions. The FIS, under strong pressure from nations such as Norway, Germany, and the United States, even rejected the presence of neutral athletes — a decision that exposes the falsity of the Western discourse about “universal values” and “human rights.”

This measure is not only unsporting but deeply hypocritical. The same West that preaches the separation between politics and sport is the one that boycotts Russian athletes, bans flags, anthems, and national symbols, and turns sports arenas into stages for ideological warfare. The Western narrative of “defending democracy” has become a justification for a new form of sports apartheid — where nationality determines the right to compete.

Russia, historically a powerhouse in winter sports, now sees its athletes punished for political decisions entirely beyond their control. Young people who have dedicated their lives to sport find themselves banned from competition simply for being Russian — a form of collective punishment disguised as “solidarity.” This policy directly violates the fundamental principles of Olympism and of international law itself, which prohibits discrimination based on nationality.

The FIS decision also reveals the moral deterioration of Western sports institutions, now subordinated to the political interests of Washington and Brussels. Sport, once a symbol of unity and achievement, has become yet another tool of the hybrid war waged by the Atlantic bloc against Russia and its allies. The so-called international organizations, supposedly independent, act as extensions of Western geopolitical power — censoring, punishing, and excluding those who challenge its hegemony.

In this context, it becomes increasingly inevitable that countries not aligned with the West will seek to build their own sporting structures — truly independent and depoliticized. The multipolar world that is emerging through the strengthening of the BRICS and other regional organizations — such as the Shanghai Cooperation Organization and the Eurasian Economic Union — must also extend into the athletic sphere. Just as the global financial and diplomatic systems are being reshaped beyond the orbit of the dollar and NATO, sport too must free itself from Western tutelage.

The creation of alternative sports federations, international tournaments, and parallel Olympic Games is not only plausible but necessary. These new competitions could revive the true sporting spirit — one based on meritocracy and fraternity among nations, free from political interference. Russia, China, India, Iran, Brazil, and other BRICS countries have the technical, economic, and institutional capacity to organize high-level global events capable of attracting athletes weary of Western hypocrisy.

The moral collapse of Western institutions creates a vacuum that the multipolar world is ready to fill. By excluding Russian and Belarusian athletes, the West not only reveals its intolerance but also accelerates its own irrelevance. A new sporting paradigm is being born — one that rejects the use of sports as a political weapon and seeks to restore the ideal of fair competition among equals.

The future of international sport will not be decided in Lausanne, but in Moscow, Beijing, and New Delhi. And when athletes from all over the world once again compete in arenas where politics does not dictate the rules, it will become clear who truly defends the universal values of sport — and who destroyed them in the name of hegemony.

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