Somaliland – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sun, 18 Jan 2026 12:47:26 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png Somaliland – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Israele fomenta il separatismo del Somaliland per aprire basi militari sul mar Rosso, attaccare lo Yemen e scatenare una crisi regionale https://strategic-culture.su/news/2026/01/19/israele-fomenta-il-separatismo-del-somaliland-per-aprire-basi-militari-sul-mar-rosso-attaccare-lo-yemen-e-scatenare-una-crisi-regionale/ Mon, 19 Jan 2026 05:30:24 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890104 Il rischio di incendiare con nuove guerre il Corno d’Africa è del tutto evidente, forse anche uno dei criminali obiettivi perseguiti subdolamente da Tel Aviv.

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Donne di inusitata bellezza, sultanati sonnacchiosi, dune di candida sabbia tra frondosi palmeti in riva a un mare d’un cristallino azzurro, alla fine dell’Ottocento la Somalia è questo e poco altro, mentre nelle acque antistanti la costa le navi inglesi incrementano il loro passaggio con poderosi bastimenti provenienti dalle immense distese del vicereame delle Indie in direzione di Bab el Mandeb, per poi dirigersi fino alle coste britanniche, imboccando il mar Rosso e il canale di Suez.

Tutto inizia con l’abbandono del Corno d’Africa da parte del Khedivato d’Egitto, propaggine ottomana dimenticata da Istanbul, il quale esercita per lungo tempo un’autorità sempre più esclusivamente nominale sui sultanati locali. Gli italiani, grazie ai commerci della Rubattino, nel 1869 acquistano la baia d’Assab, originando quella che diventerà la colonia Eritrea, in Somalia non organizzano una guerra coloniale, ma una molteplice serie di accordi con i sovrani locali, scambi amichevoli, collaborazioni in ragione di una reciproca tutela, la quale dovrebbe essere condotta anche con i moschetti di qualche contingente militare, ma viene piuttosto realizzata addestrando i giovani del posto da qualche graduato in cerca di esotismo e soprattutto inviando esploratori e geografi che lasciano diari e descrizioni saporose di sensuali desideri.

Il giovane e sostanzialmente povero regno d’Italia dell’epoca, ancorché inebriato dallo spirito coloniale del tempo, obbligatorio per assurgere all’ambitissima e ristretta cerchia delle grandi potenze, fa infatti imbarcare per l’assolata e lontana terra somala, più che soldati, i suoi studiosi d’Islam e di arabo, alla ricerca di una auspicata convergenza piuttosto che di un’esplicita sottomissione, nel solco di tutto questo agli albori del Novecento si forma quella che in arabo si chiama Al-Sumal Al-Italiy e in somalo Dhulka Talyaaniga ee Soomaaliya. Mogadiscio, che diverrà capoluogo della colonia e poi capitale dal 1960 della nazione indipendente, è affittata dalla Società Commerciale Italiana dal sultanato di Zanzibar, scomparso un quarto di secolo dopo alla scadenza del contratto, permettendo quindi agli italiani di insediarvisi definitivamente per estinzione del precedente proprietario.

Alla regina Vittoria questa penetrazione degli italiani, prima in Eritrea e poi in Somalia, a poche miglia marine dall’entrata del mar Rosso, è di forte fastidio e così nel 1884 dà mandato e ordine ai suoi sudditi di stanza ad Aden, dall’altra parte dell’omonimo golfo, sul limitare della penisola arabica, di procedere con un’occupazione effettiva e pienamente coloniale di una porzione considerevole della terra dei somali, nasce così la Somalia Britannica, che tale resterà fino al 1960, per poi unirsi alla nuova Somalia socialista e indipendente e quindi riacquistare la sua piena autonomia, se non formale assolutamente sostanziale, quando Washington scatenerà con la più inopinata superficialità una guerra tribale di feroce violenza. Il Somaliland, oggi ufficialmente riconosciuto solo da Israele, bramoso di tutelare i suoi interessi economici e militari agendo come elemento di destabilizzazione regionale, è il prodotto di questa lunga, complessa, intricata storia.

Gli inglesi ovviamente non dimenticano i loro sodali francesi, il canale di Suez lo hanno costruito insieme e, fino alla cacciata che subiranno nel 1956 per volontà di Gamal Abd al-Nasser, lo gestiscono e ne incassano congiuntamente anche i profitti, dunque li spalleggiano nella conquista, negli stessi anni di fine Ottocento delle terre di Afar e Issa, nome arabo di Gesù, che diventeranno la Somalia Francese e oggi Gibuti.

Nel corso del secondo conflitto mondiale, l’Italia è pesantemente sconfitta in Africa Orientale nel novembre 1941 ed Eritrea e Somalia passano sotto il controllo britannico, mentre l’Etiopia torna un regno indipendente guidato dal negus Hailé Selassié, tuttavia le Nazioni Unite nel 1952 unificano l’Eritrea all’Etiopia, mentre la Somalia già nel 1950 è assegnata ad una Amministrazione fiduciaria italiana che per un decennio i democristiani governeranno fino al riconoscimento il 1° luglio 1960 dell’indipendenza, capace di suscitare molte speranze, seppur a fronte di una modesta realtà in cui il 60% dell’export è costituito dalle banane. La Somalia costruisce allora, come larga parte delle nazioni africane, una delle tante vie creative al socialismo, ma l’esperienza dura poco, meno di un trentennio, lasciando poi spazio alla guerra civile, che può a tutti gli effetti essere considerata il conflitto meno seguito dai media occidentali e più dimenticato dall’opinione pubblica mondiale.

Deflagrato nel 1986, di fatto a quarant’anni di distanza non si può ancora dire del tutto terminato. Nel primo quinquennio l’Occidente fomenta le divisioni tribali e come sempre il separatismo etnico per scardinare e abbattere la Repubblica Democratica Somala guidata dal 1969 da Siad Barre. A peggiorare la situazione si aggiunge il conflitto tra Somalia ed Etiopia, diventata quest’ultima dal 1974 una Repubblica Democratica Popolare, anch’essa di orientamento socialista, guidata da Menghistu Hailé Mariàm e fortemente sostenuta dai cubani. Nel 1991 Siad Barre si dimette, dimostrando a posteriori l’enormità di problemi ben superiori alla sua persona, si forma infatti un governo unitario, che vede rappresentate tutte le tribù e tutti i gruppi clanici, probabilmente il solo nella storia dell’umanità con ottanta ministri. Potrebbe apparire ridicolo, se non fosse assolutamente tragico, infatti il governo evapora con maggiore velocità delle enormi lungaggini che avevano portato alla sua formazione e la Somalia sprofonda per un altro quinquennio in una guerra di inaudita e cruenta violenza, forse gli anni più terribili, in cui spadroneggiano le forze armate tribali e in particolare quelle del generale Aidid.

Nel 1992 gli statunitensi impongono alle Nazioni Unite di assegnare a loro stessi una missione umanitaria armata, la prima dal 1945, realizzata non con i quaderni, le penne e le sementi, ma con i fucili, purtroppo ne seguiranno altre. La missione ha il roboante quanto improprio nome di “Restore Hope”, ovvero “Ripristinare la Speranza”, mai nome sarà più drammaticamente contraddetto, viste le migliaia di morti e l’interminabile striscia di sangue che l’accompagnerà. Naufragata la speranza, gli statunitensi si convincono di poter portare la pace con un’operazione ancor più esplicitamente militare, chiamandola “Gothic Serpent”, pensando di trovarsi forse immersi in un videogioco, sarà un totale fallimento e contribuirà a rendere ancora più terribilmente violenta la guerra civile. A Washington dovranno contare alla fine diciannove militari statunitensi caduti e l’abbattimento di due elicotteri Black Hawk, le cui immagini fanno il giro del mondo. A Mogadiscio il 20 marzo 1994 vengono trucidati la giornalista RAI Ilaria Alpi e il cineoperatore sloveno di Trieste Miran Hrovatin, uccisi perché hanno scoperto come l’Italia abbandoni in Somalia a cielo aperto e in mare una quantità indescrivibile di bidoni di scorie radioattive derivanti dalla modesta operatività delle centrali nucleari italiane e da una parte delle scorie delle centrali nucleari francesi, in cambio delle quali il governo di Parigi fornisce energia alla Valle d’Aosta e al Piemonte. Nel frattempo l’Occidente e l’ONU abbandonano la Somalia nella primavera del 1995, constatando l’ennesimo fallimento dell’ultima missione organizzata dal Palazzo di Vetro, dal nome “United Shield”, ovvero un più sobrio ma inutile “Scudo Unito”, senza farsi carico dello sfacelo di cui sono responsabili e senza preoccuparsi minimamente della tragedia umanitaria che vede donne, uomini, bambini e anziani morire di fame e di malattie ed essere allo stesso tempo vittime civili di un conflitto che non ha più regole, se non quelle della sopravvivenza e del peggior tribalismo, il tutto nel momento in cui si affermano a vario titolo e grazie a finanziamenti internazionali poco chiari, ma in cui i giochi della Casa Bianca e della NATO non sono estranei, gruppi terroristici di ispirazione religiosa, prima le Corti Islamiche, poi Hizb Al-Shabaab, ovvero il Partito dei Giovani, quindi gruppi armati che hanno rivendicato, non si sa quanto in maniera veritiera, l’appartenenza allo Stato Islamico. È certo che la presenza delle missioni ONU dal 1992 al 1995 e dei contingenti statunitensi non abbiano risolto nulla, senza alleviare le sofferenze della popolazione, senza aprire spiragli di pace, ma anzi contribuendo ad esasperare e peggiorare una situazione già pesantemente drammatica.

Solo l’intervento della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan negli ultimi cinque anni è riuscito a portare una relativa pacificazione tra le parti in lotta, offrendo un credibile progetto di collaborazione e cooperazione volto a far uscire la Somalia da una quarantennale stagione di devastanti distruzioni con pesantissime ripercussioni sui civili e con un incalcolabile numero di morti.

In tutto questo gli abitanti e i politici del Somaliland, insofferenti verso le imposizioni dello stato unitario, hanno sfruttato la guerra civile e tribale per giungere, con l’appoggio di Washington e di Londra sempre favorevoli al separatismo etnico, alla dichiarazione d’indipendenza il 18 maggio 1991, il presidente dal 2017 al 2024 Muse Bihi Abdi ha ospitato nella capitale Hargheisa e nel porto di Berbera delegazioni del Regno Unito, dell’Unione Europea e di Taiwan, isola con cui ha sottoscritto un accordo bilaterale di cooperazione e reciproco riconoscimento. L’Etiopia, che cerca uno sbocco verso il mar Rosso, nel gennaio 2024 ha firmato con il Somaliland un memorandum d’intesa che prevede l’accesso etiope ai porti, scatenando le evidenti proteste del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, il quale denuncia ripetutamente e con ragione gli intenti separatisti anche del Puntland, la regione somala settentrionale confinante con il Somaliland. Il Puntland si è dichiarato stato autonomo nel 1998, durante la guerra civile, anche se negli ultimi anni ha accettato di essere considerato parte dello stato federale somalo, seppur con un proprio presidente Said Abdullahi Dani in carica dal 2015. Grazie alla mediazione turca, al fine di non creare nuovi attriti e conflitti, l’accordo Somaliland – Etiopia è al momento sospeso.

A peggiorare la situazione è subentrato nel dicembre 2025 il vergognoso riconoscimento dei separatisti del Somaliland realizzato dai sionisti, interessati a portare nel Corno d’Africa una cospicua parte dei palestinesi che Benjamin Netanyahu, conclamato criminale internazionalmente riconosciuto come tale, vorrebbe deportare, così come l’apertura di una o più basi militari aeree e navali israeliane sulla costa del mar Rosso, con l’obiettivo di attaccare più agevolmente gli huthi yemeniti. D’altro canto, l’adesione contestualmente programmata del Somaliland attraverso la firma dell’attuale presidente Abdirahman Mohamed Abdillah agli accordi di Abramo rappresenterà non soltanto il riconoscimento dello stato sionista, ma anche e soprattutto l’innesco di una gravissima crisi regionale.

Il presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud, eletto nel 2022, ha dichiarato, con il sostegno unanime di tutta l’Unione Africana e l’appoggio di Turchia e di Cina, impegnate da tempo nella ricostruzione della Somalia dopo i devastanti anni di abbandono e di terrorismo promossi da Washington, la gravità del fatto e la pericolosità di tale infiltrazione israeliana. Il rischio di incendiare con nuove guerre il Corno d’Africa è del tutto evidente, forse anche uno dei criminali obiettivi perseguiti subdolamente da Tel Aviv.

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Somaliland, Israele prepara il nuovo punto di rottura https://strategic-culture.su/news/2026/01/12/somaliland-israele-prepara-il-nuovo-punto-di-rottura/ Mon, 12 Jan 2026 10:31:05 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889983 L’intenzione di Israele è chiara: quest’area geografica del Golfo di Aden segna l’accesso al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez.

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Geografie pericolose

Nel 1944, mentre la guerra infuriava in Europa e in Asia, e quattro anni prima della creazione dello Stato di Israele, un gruppo che affermava di rappresentare i rifugiati ebrei durante la guerra si rivolse al governo etiope per richiedere un rifugio nella provincia orientale etiope di Harrar e nella parte occidentale della Somalia britannica.

La proposta riservata, inviata in copia al Dipartimento di Stato americano, suggeriva che il territorio “fosse riservato all’immigrazione degli ebrei europei e posto sotto un regime autonomo amministrato dagli stessi rifugiati”.

Esprimendo grande simpatia personale per la difficile situazione degli ebrei europei, l’imperatore Haile Selassie respinse la proposta, affermando che il “sincero desiderio” dell’Etiopia di “aiutare le vittime dell’aggressione non è in alcun modo in linea con la richiesta che la stessa nazione riservi un’intera provincia a un qualsiasi gruppo di rifugiati”.

Somaliland, inteso come le sole regioni dell’ex Somalia britannica oggi sotto il controllo del clan Isaaq, Sudan orientale, in particolare Darfur e Kordofan, governati dall’amministrazione di “Pace e Unità” delle RSF, e Yemen meridionale, dominato dal STC, nel quale gli al-Hirak rappresentano la componente principale ma non esclusiva, erede del movimento secessionista del 1994 e, più a monte, delle aggregazioni claniche confluite nell’ex Partito Socialista Yemenita della RPDY, costituiscono i tre principali cripto-stati che la convergenza strategica israelo-emiratina punta a trasformare in entità pienamente sovrane, attraverso il riconoscimento della loro separazione da Mogadiscio, Khartoum e Sana’a.

Come ha notato l’esperto di Africa Filippo Bovo, sebbene tali entità non godano di alcun riconoscimento nel quadro del diritto internazionale, queste secessioni esistono di fatto da tempo. Ciò, tuttavia, non può essere assunto come giustificazione per accreditarle politicamente, legittimando di fatto conflitti civili e fratricidi che ne costituiscono il fondamento. Le aspirazioni indipendentiste degli Isaaq si alimentano infatti della subordinazione e della vera e propria “cattura” degli altri clan, all’interno di uno Stato gestito come fosse un possedimento privato. Il progetto delle RSF di Hemedti di proclamare uno Stato nel Sudan orientale è intriso del sangue delle operazioni di pulizia etnica condotte contro le popolazioni locali non arabe o non arabofone, secondo schemi che richiamano direttamente il DNA janjaweed di questa milizia. Analogamente, la riproposizione dell’indipendentismo sud-yemenita rievoca l’esperienza di uno Stato già allora strutturalmente instabile (come gli altri due), nel quale dietro la facciata di un presunto socialismo reale si celavano compromessi clanici violenti e continui, con il potere conquistato o conservato attraverso lo spargimento di sangue.

Si tratta, in tutti i casi, di identità storiche che Israele ed Emirati Arabi Uniti, seguendo una propria “ragion geopolitica”, sfruttano e strumentalizzano per disarticolare Stati unitari, facendo leva su alleati e intermediari locali. Tra questi figurano Paesi come Etiopia, Kenya, Ciad, Libia, Ruanda e Uganda, oltre a una costellazione di attori non statali quali al-Shabaab, IS-Somalia, STC, RSF, M23, JNIM, ISWAP, insieme a varie fazioni claniche e tribali disponibili alla cooperazione. L’area interessata va dalla Penisola Arabica al Corno d’Africa, dalla Valle del Nilo ai Grandi Laghi, dal Mar Rosso al Golfo di Aden.

L’obiettivo è garantire la sicurezza di rotte strategiche di primaria importanza, nonché preservare forme di estrazione neocoloniale altamente redditizie – dall’oro ai minerali critici – e al contempo contenere o neutralizzare quegli Stati che, nella loro dottrina geopolitica, vengono percepiti come rivali strategici rilevanti nella regione, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Turchia ed Eritrea. Volendo ricorrere a una metafora automobilistica, questa strategia di destabilizzazione tra Africa e Medio Oriente, dopo una partenza già problematica in Somaliland, nello Yemen meridionale sembra ora procedere “a tre cilindri”: più prudente fermarsi in officina che rischiare di proseguire il viaggio.

Nel tentativo di evitare uno scontro frontale con l’Arabia Saudita – che non sbloccherà centinaia di miliardi di dollari di investimenti nell’economia statunitense finché Washington non avrà posto fine al sostegno emiratino a RSF, STC e Somaliland – gli Stati Uniti hanno notificato a Israele, Emirati ed Etiopia che non riconosceranno l’indipendenza di Hargeisa. Per Addis Abeba, che puntava a riattivare le intese con gli Isaaq previste nel Memorandum of Understanding del gennaio 2024 (riconoscimento del Somaliland in cambio di accessi portuali e navali etiopici, finanziati da Abu Dhabi), si è trattato di un colpo significativo. Parallelamente, Washington è sempre più in frizione con il governo etiope, sia per questa vicenda sia per il sostegno fornito alle RSF in Sudan, in coordinamento con gli Emirati, oltre che per le pressioni esercitate sull’Eritrea in merito al porto di Assab.

In seguito, Riyad ha colpito a Mukalla, nello Yemen meridionale, una spedizione di armamenti destinata al STC e proveniente dagli Emirati. Il deterioramento dei rapporti tra Arabia Saudita ed Emirati appare sempre più evidente, e questo attacco ne rappresenta un segnale inequivocabile: il carico, di origine emiratina, era diretto a un alleato di Abu Dhabi ma a un nemico di Riyad, in un porto – Mukalla – dove gli Emirati esercitano presenza, controllo e investimenti. Il messaggio era rivolto anche a Israele, che nella stessa area opera in modo più discreto. Successivamente, l’Arabia Saudita ha rivolto un vero e proprio ultimatum agli Emirati, intimando il ritiro delle loro forze dallo Yemen meridionale e la cessazione del sostegno al STC.

Il STC, a sua volta, si è allineato, annunciando la fine delle relazioni con Abu Dhabi, ordinando il ritiro delle forze emiratine entro 24 ore e imponendo un blocco delle frontiere per 72 ore nelle aree sotto il proprio controllo, con la sola eccezione delle rotte autorizzate da Riyad. La strategia israelo-emiratina appare quindi sempre più inceppata, procedendo anch’essa “a tre cilindri”. L’escalation tra Abu Dhabi e Riyad, che segnala oggi la disponibilità di questi due attori a colpirsi anche direttamente, coinvolge inevitabilmente altri protagonisti regionali – compresi alcuni finora rimasti sullo sfondo – e con ogni probabilità produrrà nuove recrudescenze in tutto il quadrante che va dai Grandi Laghi alla Valle del Nilo, dal Corno d’Africa alla Penisola Arabica. Per questa ragione, Somalia-Somaliland, Yemen e Sudan rappresentano le prime, ma non le uniche, pietre angolari su cui è oggi più che mai necessario concentrare l’attenzione.

L’attivista e capo del Comitato di aiuto agli ebrei Hermann Fuernberg descrisse per la prima volta la proposta in un opuscolo del 1943, sottolineando perché il territorio di Harrar sarebbe stato perfetto:

“Questo territorio è abbastanza vasto… [e] abitato da una piccola popolazione agricola, che non dovrebbe creare grandi difficoltà. Tuttavia, sarà necessario ricordare le lezioni apprese dall’esperienza palestinese, ovvero impedire che il territorio venga invaso da persone provenienti da altre parti dell’Etiopia e tenere lontani gli agitatori stranieri”. Da qui si capisce tutto.

Mai e poi mai

A tal proposito, la reazione internazionale è stata durissima.

Il ministero degli Esteri cinese ha diffuso lunedì una dichiarazione di condanna nei confronti del riconoscimento, da parte di Israele, della Repubblica separatista del Somaliland, dopo che Taiwan è divenuta il primo soggetto statale a sostenere la decisione di Tel Aviv. Pechino ha espresso la propria opposizione al riconoscimento israeliano del Somaliland come “Stato sovrano e indipendente” e all’instaurazione di relazioni diplomatiche con esso, come dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian. “Nessun Paese dovrebbe incoraggiare o sostenere movimenti separatisti interni ad altri Stati per perseguire interessi egoistici”, ha affermato, esortando al contempo la Somalia a porre fine “alle attività separatiste e alla collusione con forze esterne”. La Cina, ha concluso, “sostiene fermamente la sovranità, l’unità e l’integrità territoriale della Somalia e si oppone a qualsiasi iniziativa che ne comprometta l’integrità territoriale”.

Ovviamente l’Iran, assieme ad altri Paesi islamici come Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Gibuti, Iraq, Giordania, Pakistan, ha rigettato e condannato l’iniziativa di Netanyahu, il quale in una intervista con Fox News ha parlato di voler stabilizzare gli “stati islamici democratici”, sul modello di quanto avvenuto in Siria, ovvero posizionare dei terroristi come leader fantoccio, in modo da tenere sotto scacco intere aree del Paese.

Che dire della Somalia? Migliaia di cittadini somali sono scesi in piazza in diverse città del Paese per protestare contro il riconoscimento israeliano del Somaliland, denunciando la decisione come una violazione del diritto internazionale e una minaccia alla stabilità regionale. Le manifestazioni si sono svolte a Mogadiscio, Baaydhabo, Hobyo e Guriceel, dove i dimostranti hanno sfilato esibendo bandiere somale e palestinesi e cartelli di condanna contro la scelta di Israele di riconoscere il Somaliland come Stato indipendente.

Il Consiglio Consultivo Nazionale della Somalia — che comprende il presidente Hassan Sheikh Mohamud, il primo ministro Hamza Abdi Barre, i leader degli Stati federati e i governatori — ha definito il riconoscimento israeliano un “atto illegale” capace di compromettere la pace e la stabilità in un’area che si estende “dal Mar Rosso al Golfo di Aden”. Anche Abdul-Malik al-Houthi, leader del movimento di resistenza yemenita Ansarullah, ha condannato la decisione domenica, avvertendo che qualsiasi presenza israeliana in Somaliland sarà considerata una minaccia militare diretta dalla resistenza.

L’Unione Africana ha ribadito il proprio sostegno all’unità della Somalia, respingendo ogni ipotesi di riconoscimento del Somaliland, mentre la Lega Araba ha definito l’iniziativa israeliana una palese violazione del diritto internazionale.

Anche l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) ha espresso una ferma condanna, sottolineando come la decisione crei un precedente estremamente pericoloso.

In modo analogo, l’Unione Europea ha ribadito il proprio rispetto per i confini somali internazionalmente riconosciuti. Nel corso della riunione di lunedì del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutti i Paesi membri — con la sola eccezione degli Stati Uniti — hanno criticato la decisione di Israele, avvertendo che essa rischia di destabilizzare ulteriormente la Somalia e gli Stati limitrofi. Washington si è astenuta dal condannare formalmente il riconoscimento israeliano della regione secessionista, precisando tuttavia che la posizione statunitense sul Somaliland non ha subito cambiamenti.

L’ambasciatore somalo presso le Nazioni Unite, Abu Bakr Dahir Osman, ha accusato Israele di promuovere deliberatamente la frammentazione del Paese, esprimendo inoltre il timore che tale decisione possa favorire un trasferimento forzato di palestinesi nel nord-ovest della Somalia. “Questo disprezzo per la legge e per la morale deve essere fermato”, ha dichiarato.

La volontà di Israele, però, è chiara: quella zona geografica del Golfo di Aden segna l’accesso al Mar Rosso, quindi al Canale di Suez. Una rotta indispensabile per gli affari di Israele e dell’Europa in generale, Stati Uniti compresi. Da lì passano i commerci militari, quelli del crude oil e anche molte merci del settore terziario. Israele ha investito nel corridoio IMEC garantendo il passaggio da Suez e Haifa, quindi il controllo totale del traffico nel Mar Rosso è una prerogativa irrinunciabile. Ma Israele è altrettanto consapevole che quel canale è sotto l’influenza strategica degli Houthi e, quindi, di tutta l’Asse della Resistenza, che non lascerà scampo alle mire dell’entità sionista.

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Somaliland, Israel prepares a new breaking point https://strategic-culture.su/news/2026/01/02/somaliland-israel-prepares-a-new-breaking-point/ Fri, 02 Jan 2026 13:31:04 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889787 Israel’s intention is clear: this geographical area of the Gulf of Aden marks the access to the Red Sea and therefore to the Suez Canal.

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Dangerous geographies

In 1944, while war raged in Europe and Asia, and four years before the creation of the State of Israel, a group claiming to represent Jewish refugees during the war approached the Ethiopian government to request refuge in the eastern Ethiopian province of Harrar and in the western part of British Somalia.

The confidential proposal, copied to the US State Department, suggested that the territory “be reserved for the immigration of European Jews and placed under an autonomous regime administered by the refugees themselves.”

Expressing great personal sympathy for the plight of European Jews, Emperor Haile Selassie rejected the proposal, stating that Ethiopia’s “sincere desire” to “help the victims of aggression is in no way consistent with the request that the nation itself reserve an entire province for any group of refugees.”

Somaliland, understood as the only regions of the former British Somalia now under the control of the Isaaq clan, eastern Sudan, in particular Darfur and Kordofan, governed by the RSF’s “Peace and Unity” administration, and southern Yemen, dominated by the STC, in which al-Hirak represents the main but not exclusive component, heir to the 1994 secessionist movement and, further upstream, to the clan aggregations that merged into the former Yemeni Socialist Party of the RPDY, constitute the three main crypto-states that the Israeli-Emirati strategic convergence aims to transform into fully sovereign entities through the recognition of their separation from Mogadishu, Khartoum, and Sana’a.

As noted by Africa expert Filippo Bovo, although these entities do not enjoy any recognition under international law, these secessions have in fact existed for some time. However, this cannot be taken as justification for accrediting them politically, thereby legitimizing the civil and fratricidal conflicts that form their basis. The Isaaq’s aspirations for independence are fueled by the subordination and outright “capture” of other clans within a state run as if it were a private possession. Hemedti’s RSF project to proclaim a state in eastern Sudan is steeped in the blood of ethnic cleansing operations carried out against local non-Arab or non-Arabic-speaking populations, following patterns that directly recall the Janjaweed DNA of this militia. Similarly, the revival of South Yemeni independence evokes the experience of a state that was already structurally unstable (like the other two), in which violent and continuous clan compromises were hidden behind the facade of supposed real socialism, with power conquered or preserved through bloodshed.

In all cases, these are historical identities that Israel and the United Arab Emirates, following their own ‘geopolitical rationale’, exploit and instrumentalise to dismantle unitary states, leveraging local allies and intermediaries. These include countries such as Ethiopia, Kenya, Chad, Libya, Rwanda, and Uganda, as well as a constellation of non-state actors such as al-Shabaab, IS-Somalia, STC, RSF, M23, JNIM, ISWAP, along with various clan and tribal factions willing to cooperate. The area concerned stretches from the Arabian Peninsula to the Horn of Africa, from the Nile Valley to the Great Lakes, from the Red Sea to the Gulf of Aden.

The goal is to ensure the security of strategic routes of primary importance, as well as to preserve highly profitable forms of neocolonial extraction—from gold to critical minerals—while containing or neutralizing those states that, in their geopolitical doctrine, are perceived as significant strategic rivals in the region, including Saudi Arabia, Egypt, Turkey, and Eritrea. To use an automotive metaphor, this strategy of destabilization between Africa and the Middle East, after an already problematic start in Somaliland, now seems to be running on ‘three cylinders’ in southern Yemen: it would be more prudent to stop at the repair shop than to risk continuing the journey.

In an attempt to avoid a head-on collision with Saudi Arabia—which will not release hundreds of billions of dollars of investment in the US economy until Washington ends Emirati support for RSF, STC, and Somaliland—the US has notified Israel, the Emirates, and Ethiopia that it will not recognize Hargeisa’s independence. For Addis Ababa, which was aiming to reactivate the agreements with the Isaaqs provided for in the January 2024 Memorandum of Understanding (recognition of Somaliland in exchange for Ethiopian port and naval access, financed by Abu Dhabi), this was a significant blow. At the same time, Washington is increasingly at odds with the Ethiopian government, both over this issue and over its support for the RSF in Sudan, in coordination with the Emirates, as well as over the pressure exerted on Eritrea regarding the port of Assab.

Subsequently, Riyadh struck a shipment of weapons destined for the STC and coming from the Emirates in Mukalla, southern Yemen. The deterioration in relations between Saudi Arabia and the Emirates is becoming increasingly evident, and this attack is an unequivocal sign of this: the cargo, originating in the Emirates, was destined for an ally of Abu Dhabi but an enemy of Riyadh, in a port—Mukalla—where the Emirates have a presence, control, and investments. The message was also directed at Israel, which operates more discreetly in the same area. Subsequently, Saudi Arabia issued a veritable ultimatum to the Emirates, demanding the withdrawal of their forces from southern Yemen and the cessation of support for the STC.

The STC, in turn, fell into line, announcing the end of relations with Abu Dhabi, ordering the withdrawal of Emirati forces within 24 hours, and imposing a 72-hour border blockade in areas under its control, with the sole exception of routes authorized by Riyadh. The Israeli-Emirati strategy therefore appears increasingly jammed, also proceeding ‘on three cylinders’. The escalation between Abu Dhabi and Riyadh, which today signals the willingness of these two actors to strike each other directly, inevitably involves other regional players—including some that have remained in the background until now—and will in all likelihood produce new flare-ups throughout the region stretching from the Great Lakes to the Nile Valley, from the Horn of Africa to the Arabian Peninsula. For this reason, Somalia-Somaliland, Yemen, and Sudan are the first, but not the only, cornerstones on which it is now more necessary than ever to focus attention.

Activist and head of the Jewish Aid Committee Hermann Fuernberg first described the proposal in a 1943 pamphlet, emphasizing why the territory of Harrar would be perfect:

“This territory is large enough… [and] inhabited by a small agricultural population, which should not create great difficulties. However, it will be necessary to remember the lessons learned from the Palestinian experience, namely to prevent the territory from being invaded by people from other parts of Ethiopia and to keep foreign agitators away.” From this, everything becomes clear.

Never ever

In this regard, the international reaction has been very harsh.

The Chinese Foreign Ministry issued a statement on Monday condemning Israel’s recognition of the breakaway Republic of Somaliland, after Taiwan became the first state to support Tel Aviv’s decision. Beijing expressed its opposition to Israel’s recognition of Somaliland as a “sovereign and independent state” and to the establishment of diplomatic relations with it, as stated by Foreign Ministry spokesman Lin Jian. “No country should encourage or support separatist movements within other states to pursue selfish interests,” he said, while urging Somalia to end “separatist activities and collusion with external forces.” China, he concluded, “firmly supports the sovereignty, unity, and territorial integrity of Somalia and opposes any initiative that compromises its territorial integrity.”

Obviously, Iran, along with other Islamic countries such as Saudi Arabia, Egypt, Turkey, Djibouti, Iraq, Jordan, and Pakistan, rejected and condemned Netanyahu’s initiative. In an interview with Fox News, Netanyahu spoke of wanting to stabilize “democratic Islamic states” based on the model of what happened in Syria, i.e., placing terrorists as puppet leaders in order to keep entire areas of the country in check.

What about Somalia? Thousands of Somali citizens took to the streets in various cities across the country to protest against Israel’s recognition of Somaliland, denouncing the decision as a violation of international law and a threat to regional stability. Demonstrations took place in Mogadishu, Baaydhabo, Hobyo, and Guriceel, where protesters marched carrying Somali and Palestinian flags and signs condemning Israel’s decision to recognize Somaliland as an independent state.

Somalia’s National Consultative Council — which includes President Hassan Sheikh Mohamud, Prime Minister Hamza Abdi Barre, federal state leaders, and governors — called Israel’s recognition an “illegal act” that could undermine peace and stability in an area stretching “from the Red Sea to the Gulf of Aden.” Abdul-Malik al-Houthi, leader of the Yemeni resistance movement Ansarullah, also condemned the decision on Sunday, warning that any Israeli presence in Somaliland would be considered a direct military threat by the resistance.

The African Union reiterated its support for the unity of Somalia, rejecting any possibility of recognizing Somaliland, while the Arab League called the Israeli initiative a clear violation of international law.

The Organization of Islamic Cooperation (OIC) also expressed strong condemnation, stressing that the decision sets an extremely dangerous precedent.

Similarly, the European Union reiterated its respect for Somalia’s internationally recognized borders. During Monday’s meeting of the UN Security Council, all member countries — with the sole exception of the United States — criticized Israel’s decision, warning that it risks further destabilizing Somalia and neighboring states. Washington refrained from formally condemning Israel’s recognition of the secessionist region, but made it clear that the US position on Somaliland remains unchanged.

Somalia’s ambassador to the United Nations, Abu Bakr Dahir Osman, accused Israel of deliberately promoting the fragmentation of the country, expressing concern that the decision could encourage the forced transfer of Palestinians to northwestern Somalia. “This disregard for law and morality must be stopped,” he said.

Israel’s intention, however, is clear: this geographical area of the Gulf of Aden marks the access to the Red Sea and therefore to the Suez Canal. It is an indispensable route for the business interests of Israel and Europe in general, including the United States. Military trade, crude oil, and many goods from the service sector pass through there. Israel has invested in the IMEC corridor, guaranteeing passage from Suez and Haifa, so total control of traffic in the Red Sea is an indispensable prerogative. But Israel is equally aware that this channel is under the strategic influence of the Houthis and, therefore, of the entire Axis of Resistance, which will leave no escape for the Zionist entity’s ambitions.

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Sights set on Somaliland: The threat of a total US–UK–Israeli takeover https://strategic-culture.su/news/2025/06/05/sights-set-somaliland-threat-total-us-uk-israeli-takeover/ Thu, 05 Jun 2025 12:18:52 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=885704 As Tel Aviv and Washington quietly court Somaliland as a destination for Gaza’s displaced, this British-controlled enclave on the Red Sea emerges as both a strategic imperial launchpad and a potential open-air prison for Palestinians – armed, trained, and surveilled by London.

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In recent weeks, Somaliland has drawn unprecedented attention from western media. As Israeli and US officials scramble to find a destination to forcibly relocate Gaza’s population, the globally unrecognized breakaway territory is increasingly floated as a potential solution.

Multiple mainstream reports suggest Tel Aviv and Washington are making quiet overtures to Hargeisa. On 14 March, the Financial Times revealed:

“A US official briefed on Washington’s initial contacts with Somaliland’s presidency said discussions had begun about a possible deal to recognize the de facto state in return for the establishment of a military base near the port of Berbera on the Red Sea coast.”

Somaliland’s President Abdirahman Mohamed Abdullahi has made international recognition his central foreign policy objective. Since the territory declared independence in 1991, no country has recognized it as a sovereign state. But late last year, before entering the White House, US President Donald Trump made the surprise announcement that he intended to officially recognize Somaliland, which would make Washington the first foreign capital to do so.

For the internationally isolated statelet, the prospect of a permanent US military footprint, which would shield the East African statelet from Somalia’s endemic instability, is no doubt enormously appealing, especially as it would be attached to official recognition of statehood by a major global power.

Search for a new ‘Nakba’ 

From Washington’s perspective, the deal would yield far more than just a convenient dumping ground for displaced Palestinians, evicted to make way for Trump’s fantasized “Gaza-Lago.” Somaliland’s strategic location on the Red Sea makes it an ideal staging post for operations against Yemen.

Such a move would grant the US a critical new foothold in the Horn of Africa at a time when American and French forces are being ejected from countries across the continent at breakneck speed.

It could also serve as a counterweight to China and Russia’s expanding presence in northern Africa. Beijing established its first overseas military base in neighbouring Djibouti in 2017, and has since emerged as an aggressive critic of western policies in the region – while also welcoming Iranian naval vessels at its ports.

The strategic utility of recognizing Somaliland is not lost on Washington’s foreign policy architects. Project 2025 – a sprawling, right-wing policy blueprint by the Heritage Foundation, intended as a roadmap for Trump’s second term—explicitly advocates “[countering] malign Chinese activity” in Africa. It specifically recommended “the recognition of Somaliland statehood as a hedge against the US’s deteriorating position in Djibouti.”

Another neocolonial outpost

Keep in mind that Trump’s interest in the territory was made public well before Somaliland was floated as a relocation site for Gaza’s 2.4 million Palestinians. In November 2024, former British defence secretary Gavin Williamson announced he had held “really good meetings” with Trump’s “policy leads” on the matter, expressing confidence that recognition was on the horizon.

Williamson has long been an ardent advocate of Somaliland’s independence, regularly undertaking all-expenses-paid trips to the breakaway territory, and receiving honorary citizenship for his lobbying efforts.

Williamson’s interest exposes a rarely acknowledged truth: Somaliland is, in practice, a modern British colony. Though it claimed independence from Somalia in 1991 and was formally granted independence by Britain in 1960, the territory remains under London’s shadow.

Should Palestinians be forcefully relocated there, they would be trapped in yet another open-air prison – under the watchful eye of British-trained security forces with a long history of violent repression.

‘ASI Management’

In April 2019, British government contractor Aktis Strategy abruptly declared bankruptcy, leaving staff unpaid and suppliers out of pocket, despite having secured tens of millions of pounds from the UK’s Foreign Office for “development” programs across Africa and West Asia.

The Somaliland Chronicle published a detailed exposé on the company’s collapse, which came while it was overseeing a “justice and security sector reform project” in the statelet.

Official records reveal that between 2017 and 2022, London allocated over £18 million (around $23.5 million) to that project alone. It was one of many UK-financed schemes in the breakaway region that placed Somaliland’s state architecture – government, military, judiciary, prisons, police, intelligence – under effective British management.

Internal files reviewed by The Cradle lay bare the extent of this control.

One document details how notorious British intelligence cutout Adam Smith International (ASI) provided “ongoing training and mentoring” to Somaliland’s National Intelligence Agency and Rapid Response Unit, while managing the territory’s forensics services, border surveillance, and even prosecution procedures via the Attorney General’s Office. The British-created Counter-Terrorism Unit was established in 2012 with Foreign Office funds – “under ASI management.”

Elsewhere, ASI boasts of its “proven history of establishing close professional relationships” with senior government, armed forces, police, “security sector,” and Ministry of Defense officials. One file notes the contractor “deployed ex-UK military advisers” to train Somaliland’s army and coastguard intelligence units, “[mentoring] senior officers in leadership, management, and military doctrine,” and even drafted legislation later adopted as law.

Meanwhile, British contractor Albany Associates focused on teaching Somaliland’s leaders the mechanics of propaganda and information warfare. Its mission: to train ministers and senior officials to generate a “steady flow of information” and proactively manage the media, in order to counter independent outlets.

It was noted that “unsatisfied public demand for information” from the government “on nationally significant events” gave independent information sources significant influence locally, which was to be countered at all costs.

In Somaliland, public distrust of their government was fueled by frequent arrests of journalists and media shutdowns, so Albany’s role was to consolidate state control over information – ensuring one narrative, “one voice,” no dissent.

An official document reviewed by The Cradle.

A prison camp in waiting 

While ASI touted its reforms, documents from another contractor – Coffey International – presented a more candid picture. Somaliland’s military, the files noted, was “the largest and most costly institution of state,” yet evaded oversight, with its funds likely diverted for opaque ends. Accountability for military abuses was virtually nonexistent.

The police, meanwhile, had “a history of applying disproportionate force,” and no “dedicated public order unit.” Coffey proposed creating one within the Special Protection Unit – a paramilitary force protecting foreign organizations and their staff. At the time, the unit had no mandate for crowd control or responding to peaceful protests.

That July 2015 document recommended Somaliland police be trained in the UK by the National Police, covering human rights, crowd engagement, and first aid. The aim: instill “proportionality, lawfulness, [and] accountability” throughout Somaliland’s police forces. Yet if this training occurred, it had no visible impact.

In late 2022, mass protests erupted in the contested city of Las Anod. Somaliland forces responded with lethal force, killing dozens. The crackdown escalated, and in 2023, Somaliland’s military indiscriminately shelled the city. Amnesty International described the attack as “indiscriminate,” targeting schools, hospitals, and mosques, displacing hundreds of thousands and killing scores.

This is the context in which Somaliland appeals to Israel and its western patrons: a brutal, British-run security apparatus capable of extinguishing any form of dissent – ergo, the perfect dumping ground for Gazan refugees. If Washington establishes a base to launch strikes on Yemen, Palestinians could also be held hostage – literal human shields – to deter reprisals from the Ansarallah-aligned armed forces.

One can only hope this depraved plan collapses as swiftly as earlier US–Israeli schemes to expel Gazans to Egypt or Jordan.

The real question now is whether Somaliland’s leaders are desperate enough for international recognition to trade their 34 years of independence for total US–UK–Israeli military, political, and security hegemony.

Original article: thecradle.co

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