independence – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Fri, 31 Oct 2025 23:15:22 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png independence – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 L’esempio del Burkina Faso e di Thomas Sankara per un’Africa pienamente sovrana e indipendente https://strategic-culture.su/news/2025/11/01/lesempio-del-burkina-faso-e-di-thomas-sankara-per-unafrica-pienamente-sovrana-e-indipendente/ Sat, 01 Nov 2025 05:30:31 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888600 Come un piccolo paese ha resistito al neocolonialismo

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L’indipendenza conseguita agli albori degli anni ‘60 da molte nazioni africane, in particolare quelle già colonie francesi, si sono rivelate spesso semplicemente formali, strette nel ricatto del Franco africano, moneta che ha posto per decenni ogni azione di import ed export sotto il controllo del governo di Parigi, il quale ha inventato una “cooperazione” che ha rappresentato sostanzialmente una feroce depredazione delle materie prime minerarie, energetiche e alimentari di questi stati, fino alla vergognosa richiesta di pagamento per le infrastrutture costruire con manodopera schiavile nel tempo del colonialismo, per non dire degli eserciti locali controllati e infiltrati non solo dai francesi, ma anche dalle altre potenze della NATO, con il chiaro obiettivo di trasformarle in strumento oppressivo a vantaggio del furto delle ricchezze africane, si pensi solo all’uranio e agli idrocarburi. Contro questo palese neo – colonialismo hanno lottato valorosi politici e intellettuali, spesso con l’aiuto di Mosca, ma, dopo il tracollo sovietico del 1991, le mire occidentali hanno preso nuovamente il sopravvento, imponendo un ancor più brutale asservimento neo – coloniale al neo – liberismo globalista, costruito con un crescente debito estero, con la distruzione dello stato sociale e con una forsennata privatizzazione di ogni settore economico. Solo l’avvento nel XXI secolo del campo multipolare con l’azione coordinata di Russia e Cina sta oggi chiudendo una parentesi tanto lunga e dolorosa per tutta l’Africa, supportando un concreto e sostanziale cammino di piena e autentica sovranità.

La storia del Burkina Faso di ieri e di oggi ne è una vivida testimonianza. Thomas Sankara il 15 ottobre 1987 a Ouagadougou viene freddato dai suoi ex compagni di lotta passati al servizio dell’imperialismo e del neocolonialismo, in un golpe organizzato freddamente tra Parigi e Washington, con il totale consenso dei due presidenti di allora Mitterrand e Reagan, volto a distruggere il cammino rivoluzionario di quella nazione.

Blaise Compaoré, l’amico di Sankara trasformatosi nel suo assassino, sarà presidente da quel pomeriggio di sangue fino al 31 ottobre 2014, quasi un trentennio, tragico per i cittadini burkinabé ripiombati nella peggiore stagione dello sfruttamento, in cui terreni, miniere e fabbriche sono tornati sotto controllo occidentale. Senza ombra di vergogna, l’Unione Europea attribuirà all’inizio del nuovo millennio a Blaise Compaoré il premio per i diritti umani.

Thomas Sankara e i suoi dodici compagni d’armi, con lui traditi e trucidati proprio presso il Consiglio dell’Intesa, hanno oggi in quel luogo un Memoriale e un Mausoleo, in cui le loro spoglie hanno trovato finalmente degno riposo.

L’attuale governo rivoluzionario burkinabé in ogni caso ha in progetto di espandere tale spazio per renderlo non solo commemorativo, ma anche culturale, aprendo a breve sale per gli studiosi e gli studenti e una biblioteca. Intanto una statua di Thomas Sankara saluta all’ingresso a pugno chiuso i visitatori, a segno che le sue idee sono attuali: redistribuzione delle terre, promozione dell’agricoltura verso un’auspicata autosufficienza all’interno di un ruralismo comunitario capace di coniugare concretamente le migliori istanze del marxismo con quelle delle tradizioni locali secolari e con il profondo radicamento dell’Islam, alfabetizzazione di massa, capillare distribuzione dei centri sanitari, totale emancipazione dagli organismi finanziari internazionali e dalla loro logiche ricattatore, preferendo la solidarietà delle nazioni amiche.

Il capitano Ibrahim Traoré, attuale capo di stato, è impegnato a chiudere la partita con le multinazionali nel frattempo cacciate dal Burkina Faso, a ridurre stipendi di dirigenti e funzionari per aumentare quelli dei lavoratori e incentivare lo stato sociale, indicando la strada da seguire: “Insieme e nella solidarietà trionferemo sull’imperialismo e il neocolonialismo per un’Africa libera, dignitosa e sovrana”.

Le bandiere russe sventolano per le strade di Ouagadougou, ma all’epoca di Sankara, tra il 1984 e il 1987, il tradimento gorbacioviano dell’internazionalismo socialista ha abbandonato lo stato africano, che ha trovato invece un potente sostegno in due nazioni allora come oggi socialiste: Cuba e la Corea Popolare.

I cubani si offrono d’ospitare numerosi giovani per permettere loro di studiare medicina, pedagogia, agraria, con l’obiettivo di formare i dirigenti burkinabé per gli anni seguenti, allo stesso tempo Cuba offre un fondamentale supporto per la riorganizzazione delle forze armate, Sankara ripeteva sempre che un militare senza formazione politica non possa che essere un criminale. L’ultimo incontro pubblico Sankara lo tiene a Ouagadougou una settimana prima di essere ucciso, in un partecipatissimo comizio in cui interviene anche Raul Castro, volato apposta per l’occasione dall’Avana, entrambi ricordano la figura di Ernesto Che Guevara nel ventesimo anniversario della sua tragica scomparsa.

L’amicizia tra Kim Il Sung, padre della Corea Popolare, e Thomas Sankara è stata profonda e solida come nessun’altra, anche se coloro che riducono Sankara a icona afro – buonista, cercano di occultare, per ingiustificata antipatia verso la Corea Popolare, questa fondamentale pagina di storia del Burkina Faso.

A Pyongyang si fanno carico di produrre libri per tutte le biblioteche del Burkina Faso e quaderni, sussidiari e materiale scolastico per tutti i sette milioni e mezzo di cittadini di allora, non solo per gli oltre due milioni di studenti, ma anche per gli adulti a cui è destinata tanto la campagna di scolarizzazione per la vittoria contro l’analfabetismo, quanto quella per l’approfondimento culturale. Le opere e i discorsi di Kim Il Sung sono stati in quegli anni i più letti, venduti e distribuiti dopo quelli di Sankara e le opere di entrambe i capi di stato le più lette alla radio e ascoltate in ogni villaggio, con gruppi di ascolto che sono stati in quegli anni uno strumento di fondamentale formazione civile e politica.

Di più, architetti e ingegneri coreano – popolari si sono riversati in Burkina Faso dando vita a un fondamentale sostegno alle politiche abitative promosse dal governo rivoluzionario, contribuendo in modo significativo all’edificazione di molti spazi pubblici in tutta la nazione e in particolare nella capitale, dai monumenti nelle rotonde delle strade, allo stadio nazionale di calcio, alla Casa del Popolo, a molti palazzi governativi e interi quartieri. La cooperazione Burkina Faso – Corea Popolare è stata con Sankara una pagina felice e feconde, ma purtroppo non sempre ricordata, di quella stagione rivoluzionaria.

L’Alleanza degli Stati del Sahel, stretta nel settembre 2023 tra Mali, Niger e Burkina Faso, è sempre più forte,  rappresentativa di quasi la metà dell’Africa occidentale per superficie e di un quinto della popolazione della regione, pari a oltre 76 milioni di abitanti, 27 milioni in Niger, 25 milioni in Mali e 24 milioni in Burkina Faso, assolvendo un ruolo demografico, politico e militare di tutto rilievo.

I tre capi di stato per l’inaugurazione del Memoriale e Mausoleo hanno recapitato messaggi di auguri e di incoraggiamento e in egual modo si sono ripetuti ad ottobre per l’apertura ufficiale di questo spazio commemorativo e culturale, a cui ha presenziato il primo ministro burkinabé Rimtalba Jean Emmanuel Ouedraogo.

A maggio sono stati presenti anche i capi di governo di Senegal Ousmane Sonko e del Ciad Allamaye Halina. Sonko in quella occasione ha dichiarato alla stampa: “Uno dei nostri più grandi problemi in questo continente è la nostra incapacità di mantenere vive le nostre memorie nazionali e collettive, di farle conoscere alle generazioni presenti, ma anche a quelle future, noi africani non siamo orfani della storia, contrariamente a quanto ci è stato fatto credere dagli occidentali e dai colonialisti. Siamo un continente che ha dato un pieno contributo all’evoluzione dell’umanità”.

I presidenti dell’Alleanza degli Stati del Sahel: Ibrahim Traoré, Assimi Goïta e Abdourahamane Tchiani hanno manifestato la piena volontà di procedere nel solco dell’antimperialismo, grati alla Russia e alla Cina per il supporto offerto nel tempo presente nella costruzione di un cammino di vera e autentica indipendenza e sovranità nazionale.

Il capitano Traorè, amico del presidente russo Vladimir Putin e presente a Mosca il 9 maggio 2025 per l’80° anniversario della Vittoria sul nazifascismo, intende trasformare il Memoriale in un centro di studi panafricani, volto non solo a promuovere e far conoscere la storia burkinabé, ma anche quella del continente e delle figure fondamentali che ne hanno segnato la storia: dall’antropologo Cheikh Anta Diop, teorizzatore della civiltà antico – egizia come del tutto africana, ai politici panafricanisti come il congolese Patrice Lumumba, il senegalese Mamadou Dia, il padre del Ghana indipendente Kwame Nkrumah, Amilcar Cabral combattente e artefice dell’indipendenza della Guinea Bissau e di Capo Verde, l’angolano Agosthino Neto, il sudafricano Nelson Mandela, il mozambicano Samora Machel, il maliano Modibo Keïta che ha tentato una via socialista prima di essere travolto da un golpe orchestrato dai francesi nel 1968, il guineano Ahmed Sékou Touré, l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny, il namibiano  Sam Daniel Nujoma, scomparso nel febbraio del 2025, primo presidente della Namibia indipendente e a capo dello Swapo, l’Organizzazione Popolare dell’Africa del Sud-Ovest dalla sua fondazione nel 1960. Tutti politici che a vario titolo e con differenti modalità hanno sempre trovato nel governo sovietico un fondamentale alleato delle loro lotte e della loro attività di governo in tutta la seconda metà del Novecento.

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Bougainville verso il traguardo dell’indipendenza entro il 2027 https://strategic-culture.su/news/2025/10/15/bougainville-verso-il-traguardo-dellindipendenza-entro-il-2027/ Tue, 14 Oct 2025 21:28:56 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888265 Le elezioni generali del 5 settembre hanno confermato Ishmael Toroama alla Presidenza e completato la composizione della nuova Camera dei Rappresentanti. Il voto conferma la volontà di portare a compimento il mandato indipendentista scaturito dal referendum del 2019.

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Le consultazioni elettorali nell’isola di Bougainville, geograficamente appartenente all’arcipelago delle Salomone, ma politicamente Regione Autonoma della Papua Nuova Guinea, consegnano un quadro politico chiaro e, al tempo stesso, carico di interrogativi strategici. La rielezione di Ishmael Toroama, ex comandante dell’Esercito Rivoluzionario di Bougainville e Presidente dal 2020, è arrivata con un margine netto. Tale esito consolida dunque la leadership che negli ultimi anni ha scandito il negoziato con il governo centrale sul recepimento del referendum del 2019 e sul cronoprogramma “2025–2027” per l’indipendenza. Sul piano interno, la tornata ha definito anche la nuova architettura della Camera dei Rappresentanti, composta da 45 seggi, completando un processo elettorale gestito scandito da rinvii tecnici e logistici.

Il profilo del voto merita attenzione perché la qualità procedurale diventa essa stessa componente della legittimazione politica del percorso secessionista. A causa di ritardi nella fornitura e distribuzione delle schede, il voto, inizialmente programmato per il 4 settembre, si è tenuto il 5 settembre con alcune estensioni locali, ed è poi entrato in una fase di scrutinio rallentata dal maltempo e dalla tardiva consegna di alcune urne. Di fronte all’impossibilità di rispettare la scadenza del 22 settembre per l’ufficializzazione dei risultati, il Commissario elettorale Desmond Tsianai ha disposto un’estensione di questo termine al 6 ottobre, rivendicando trasparenza e ordine nelle operazioni, palesando una gestione amministrativa fatta di complessità logistiche in un contesto insulare.

Sul piano dei numeri, la Presidenza è stata decisa da una competizione con sette candidati, mentre la Camera ha visto oltre quattrocento candidature, segnalando vitalità del confronto e un aumento della partecipazione femminile sia nei collegi riservati alle donne sia in quelli aperti. La platea elettorale registrata ha inoltre visto un incremento della partecipazione giovanile, con la fascia 18–24 anni che ha rappresentato oltre il 14% degli aventi diritto, in crescita rispetto al 2020. Secondo gli analisti, questo profilo demografico incide sul “come” si costruisce consenso per la fase costituente e per la futura statualità, perché giovani elettori chiedono servizi, opportunità e governance, oltre al riconoscimento simbolico dell’indipendenza.

Il momento istituzionale è stato poi sigillato da due atti formali: il 4 ottobre l’Ufficio della Commissione elettorale ha dichiarato completata la conta e assegnati tutti i 45 seggi, mentre il 6 ottobre Toroama ha giurato a Buka, capoluogo dell’isola, annunciando un governo ad interim in attesa della piena formazione del nuovo gabinetto e dell’insediamento della quinta legislatura. Secondo Toroama, si tratta di un tassello di continuità amministrativa nel passaggio tra cicli politici, utile a preservare la funzionalità dell’esecutivo mentre si definiscono portafogli e priorità.

Tutti i commentatori sono tuttavia concordi nell’affermare che la rilevanza sostanziale di questo mandato si misuri sul dossier più sensibile, quello dell’indipendenza. Il referendum del 2019, seppur formalmente non vincolante, ha registrato un consenso schiacciante per l’opzione indipendentista, che ha sfiorato il 98% delle preferenze, corroborato da un’affluenza elevata (introno all’87%). Quella consultazione, prevista dall’Accordo di Pace di Bougainville del 2001, ha aperto la fase di consultazioni post-referendarie sfociate nel Covenant “Era Kone” del 2022, documento chiave che disciplina la procedura di ratifica parlamentare da parte del governo centrale di Port Moresby del risultato referendario e fissa il perimetro temporale “non prima del 2025 e non oltre il 2027” per la transizione a uno Stato pienamente sovrano. In altre parole, senza la ratifica del Parlamento della Papua Nuova Guinea l’esito del 2019 resta politicamente cogente ma giuridicamente incompiuto; l’accordo del 2022 ha dunque creato la corsia istituzionale per trasformarlo in norma.

Perché, allora, gli analisti ritengono che quello del 2027 sia un orizzonte difficile ma non irrealistico? Tre fattori dettano la traiettoria del percorso indipendentista. Il primo è la dinamica con Port Moresby: i governi del primo ministro James Marape hanno riconosciuto il significato del voto, ma hanno segnalato con chiarezza due esigenze, la tenuta dell’unità nazionale, volto a evitare un effetto domino secessionista da parte di altre isole, e la sostenibilità fiscale della futura Bougainville. In pratica, il governo di Port Morsby afferma che la transizione richiede la prova che la nuova entità statale possa finanziare apparato pubblico, servizi essenziali e investimenti, riducendo la dipendenza dai trasferimenti centrali. È qui che entra in scena il secondo fattore, quello economico-estrattivo. Si discute da anni della potenziale riapertura della miniera di Panguna, giacimento di rame e oro tra i più grandi della regione, ma il tema porta con sé costi reputazionali, contenziosi e una memoria storica dolorosa legata al conflitto degli anni Novanta. Un’eventuale riattivazione dovrà dunque conciliare tre imperativi: consenso comunitario, standard ambientali e ripartizione equa delle rendite, evitando di trasformare la rendita mineraria in una fragile stampella fiscale.

Il terzo fattore è istituzionale: lo stesso Accordo di Pace di Bougainville – con i suoi tre pilastri, Autonomia, Referendum, Disarmo – impone che il cammino verso la statualità preservi pace sociale e inclusione. La costruzione di istituzioni “simil-statuali” (dalla banca centrale a un regime doganale, passando per autorità fiscali e regolatori settoriali) non è un esercizio di pura ingegneria giuridica, ma un processo politico che richiede capitale umano, competenze amministrative e cooperazione internazionale mirata, evitando al contempo eccessi di dipendenza dall’aiuto esterno.

La rielezione di Toroama fornisce certamente un capitale politico spendibile su questo tavolo, ma non automaticamente trasferibile in risultati negoziali. Il Presidente ha ribadito fiducia nel raggiungimento dell’indipendenza entro l’arco temporale concordato, pur riconoscendo la prudenza di Port Moresby. Toroama spera dunque di spingere sul calendario senza alimentare tensioni con la Papua Nuova Guinea, mantenere coesa la società bougainvilleana, blindare la credibilità del processo con un’amministrazione elettorale irreprensibile e istituzioni locali capaci di fornire servizi visibili. La sequenza degli ultimi passaggi – estensione tecnica dei tempi di scrutinio, dichiarazione dei 45 seggi, giuramento e governo ad interim – mostra una macchina amministrativa che, sebbene abbia dovuto affrontare ritardi logistici, ha retto la prova di ordine e trasparenza, con gli osservatori regionali che hanno sottolineato la natura pacifica del voto.

Sul piano geopolitico, infine, l’eventuale nascita di uno Stato di Bougainville avrebbe ricadute che superano l’orizzonte locale. La Papua Nuova Guinea perderebbe un territorio strategico al confine tra Melanesia e Pacifico nord-occidentale, ma manterrebbe relazioni imprescindibili sul piano commerciale e della mobilità con Bougainville. Per Canberra e Wellington il dossier si intreccia con la stabilità dell’architettura del Pacifico, la competizione tra grandi potenze per accesso e infrastrutture, e la tutela di processi democratici ordinati nelle micro-regioni insulari. Soprattutto, la transizione sarà ordinata, sostenibile e attenta al consenso sociale, potrà attrarre cooperazione e investimenti diversificati, evitando la dipendenza estrattiva tipica dei micro-Stati con risorse minerarie e la dipendenza da altre potenze regionali o globali.

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L’Alleanza del Sahel, storia senza fine di una lotta per l’Africa libera https://strategic-culture.su/news/2025/10/02/lalleanza-del-sahel-storia-senza-fine-di-una-lotta-per-lafrica-libera/ Thu, 02 Oct 2025 11:30:30 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888017 L’indipendenza piena ed effettiva, con sovranità e autonomia, è possibile, ma è ancora un processo in atto

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Alla guida di un futuro migliore

Un consiglio: non bisogna togliere gli occhi da ciò che sta avvenendo nel Sahel. E, soprattutto, non bisogna ignorare le ragioni profonde e le modalità con cui oggi l’Africa sta risorgendo proprio grazie alla Alleanza degli Stati del Sahel.

Burkina Faso, Mali e Niger costituiscono tre stati contigui, privi di sbocchi al mare, che occupano un’enorme fascia di territorio a cavallo fra il Sahara meridionale e la regione sudano-saheliana. Insieme rappresentano quasi la metà della superficie complessiva dell’Africa occidentale – circa il 45% – e circa il 17% della sua popolazione, pari a oltre 73 milioni di abitanti sommando i tre Paesi (26,2 milioni in Niger, 23,8 milioni in Mali e 23 milioni in Burkina Faso). Questi numeri da soli mostrano il peso demografico e geografico della triade saheliana.

Le società di questi Paesi presentano forti tratti comuni, frutto di secoli di scambi culturali e commerciali e di una vicinanza geografica che ha favorito la condivisione di norme e pratiche sociali, culture ancora in gran parte fondate su valori comunitari, sull’oralità come mezzo privilegiato di trasmissione del sapere, su economie prevalentemente agricole e su strutture sociali fortemente influenzate dalla religione che plasma la vita delle persone in un’apertura verticale all’esistenza.

Come il resto dell’Africa occidentale, anche Niger, Mali e Burkina Faso hanno conosciuto nel Novecento tutte le contraddizioni del dominio coloniale francese, contraddizioni che esplosero in modo evidente durante la Seconda guerra mondiale. Nella narrazione ufficiale europea raramente si ricorda che una parte significativa dei soldati e dei corpi di lavoro impiegati per liberare l’Europa dal nazismo proveniva dalle colonie francesi dell’Africa occidentale, comprese le odierne Burkina Faso, Mali e Niger. Migliaia di africani combatterono e morirono su suolo europeo, e la loro esperienza bellica alimentò una nuova coscienza politica che preparò il terreno alle rivendicazioni di eguaglianza e autodeterminazione.

Le prime organizzazioni anticoloniali

È dopo la seconda guerra mondiale, in un contesto di tentativi di affermazione del socialismo in Africa, che i movimenti anti-coloniali prendono piede e ottengono successi significativi.

Procediamo per tappe storiche. In Niger già nel 1946 nacque il Partito Progressista Nigerino, affiliato al Rassemblement Démocratique Africain, grande coalizione panafricana e anticoloniale guidata da figure come Modibo Keïta in Mali e Ahmed Sékou Touré in Guinea. L’RDA iniziò chiedendo l’uguaglianza di diritti con i cittadini francesi, ma in pochi anni passò a posizioni di rottura totale con il sistema coloniale.

In Burkina Faso, l’Unione Voltaica si unì all’RDA per costruire un fronte comune di liberazione su scala regionale. Il socialismo in Burkina Faso ha assunto una connotazione particolare durante la presidenza di Thomas Sankara, che trasformò l’allora Alto Volta in Burkina Faso, “Paese degli uomini integri”. La sua visione, ispirata al marxismo-leninismo ma profondamente adattata al contesto africano, puntava a un modello di sviluppo autonomo, fondato sulla giustizia sociale, la partecipazione popolare e l’indipendenza economica dalle potenze coloniali e dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Sankara avviò infatti un vasto programma di riforme che includeva la redistribuzione delle terre, la promozione dell’agricoltura di sussistenza e l’alfabetizzazione di massa. Furono costruiti migliaia di scuole, pozzi e centri sanitari nelle aree rurali, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze tra città e campagne. La sua politica incoraggiava il ruolo delle donne, abolendo pratiche tradizionali oppressive e promuovendone l’integrazione attiva nella vita economica e politica del Paese.

Il socialismo burkinabé si distingueva dal modello sovietico per il suo forte radicamento comunitario e per l’attenzione all’autosufficienza, criticava apertamente il debito estero, considerandolo un meccanismo di sottomissione neocoloniale, e rifiutava l’arricchimento personale dei dirigenti. La leadership di Sankare fu austera e carismatica, poiché cercava di costruire un senso di identità nazionale e solidarietà tra i cittadini in un momento di grande difficoltà per i popoli africani del Sahel.

Nonostante i risultati significativi in termini di sviluppo sociale e infrastrutturale, il progetto socialista del Burkina Faso incontrò resistenze interne ed esterne. La carenza di risorse, l’isolamento internazionale e i contrasti con le élite locali portarono a tensioni crescenti, culminate nel colpo di Stato del 1987 in cui Sankara fu assassinato.

Subito dopo, Blaise Compaoré prese il potere inaugurando un periodo di trent’anni caratterizzato da un progressivo abbandono delle politiche socialiste. Il nuovo regime cercò di normalizzare i rapporti con le potenze occidentali e con le istituzioni finanziarie internazionali, liberalizzando l’economia e riducendo la portata delle riforme popolari di Sankara. Questa transizione generò una crescente disillusione tra i cittadini, poiché le promesse di sviluppo inclusivo e giustizia sociale lasciarono spazio a corruzione, diseguaglianze e instabilità.

Nel 2014 un movimento popolare costrinse Compaoré alle dimissioni, aprendo una fase politica incerta con governi civili deboli e incapaci di rispondere all’aumento dell’insicurezza, aggravata dalla diffusione di gruppi jihadisti nel Sahel. I successivi presidenti, Roch Marc Christian Kaboré e Paul-Henri Damiba, non riuscirono a stabilizzare il Paese né a riprendere il cammino di sviluppo sociale, alimentando il malcontento.

In questo contesto di crisi, il militare Ibrahim Traoré prese il potere con un colpo di Stato nel settembre 2022, riportando in auge il sogno socialista e indipendentista di Sankara, e diventando un faro per tutti i popoli oppressi del mondo.

Il quadro internazionale aveva accelerato questo processo, soprattutto per la presenza politica di Francia e UK. La grave sconfitta francese in Indocina del 1954 e l’intensificarsi della guerra in Algeria che durò fino al 1962 ridussero la capacità di Parigi di mantenere il controllo sulle colonie. Charles de Gaulle tentò di preservare almeno parte dell’impero offrendo un compromesso: nel 1958 indisse un referendum legato alla nuova Costituzione della Quinta Repubblica. Ai territori africani furono proposte due opzioni: votare “sì” per restare nella Comunità franco-africana, mantenendo sotto influenza francese i centri nevralgici del potere, oppure votare “no” per l’indipendenza immediata, rischiando però rottura politica e isolamento economico.

Djibo Bakary – fondatore del partito Sawaba (che significa “libertà” in lingua hausa) e capo del governo dopo le elezioni del 1957 – guidò la campagna per il “no”. Solo la Guinea di Sékou Touré riuscì realmente a respingere l’offerta di De Gaulle, conquistando nel 1958 l’indipendenza immediata come prima colonia francese dell’Africa occidentale.

I leader favorevoli alla rottura furono spesso colpiti da repressione interna, alimentata dalla cooperazione tra funzionari coloniali, capi tradizionali e la nuova élite africana “évoluée” formata nelle scuole francesi e destinata a perpetuare l’ordine esistente. De Gaulle inviò un nuovo governatore, Don Jean Colombani, che mobilitò l’intero apparato amministrativo e di sicurezza per sabotare il referendum e indebolire il Sawaba, contrario anche allo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte francese. Il “sì” prevalse ufficialmente grazie a massicce manipolazioni elettorali.

Ciononostante, la vittoria della Guinea nel 1958, dopo l’indipendenza del Ghana britannico nel 1957, costrinse Parigi a cedere progressivamente terreno. Nel 1960 ben 17 Stati africani – 14 dei quali ex colonie francesi – proclamarono l’indipendenza. Si trattò però in larga misura di una “indipendenza con bandiera”: cambiava il simbolo nazionale ma non la struttura economica. L’influenza francese restò intatta grazie a una fitta rete di accordi di “cooperazione” che, attraverso protocolli di assistenza tecnica, intese di difesa e soprattutto il sistema del franco CFA, assicuravano a Parigi un controllo sostanziale. Tali accordi obbligavano gli Stati africani a rimborsare le infrastrutture costruite nel periodo coloniale (spesso con lavoro forzato), concedevano alla Francia diritti di prelazione sulle esportazioni strategiche – in particolare uranio – garantivano alle imprese francesi esenzioni fiscali grazie al principio della non doppia imposizione, imponevano l’uso del franco CFA controllato dal Tesoro francese limitando così la sovranità monetaria e fiscale, e mantenevano basi militari francesi con libero utilizzo delle infrastrutture, incluse comunicazioni e trasmissioni.

Emblematico è il caso del Niger. Un accordo di difesa del 1961 con Costa d’Avorio e Dahomey (oggi Benin) concedeva alla Francia l’uso illimitato di infrastrutture e beni militari e definiva esplicitamente il ruolo delle forze armate francesi come garante degli interessi economici, elencando le materie prime strategiche (idrocarburi, uranio, torio, litio, berillio) e obbligando i Paesi firmatari a informare Parigi su ogni progetto di esportazione e a facilitare lo stoccaggio di tali risorse per le esigenze della difesa francese. In questo modo l’apparato militare diventava un vero e proprio strumento di tutela degli interessi commerciali e geopolitici di Parigi, che non voleva lasciare l’Africa, troppo importante per mantenere il proprio potere finanziario coloniale e gestire la propria ricchezza interna nel continente europeo.

Autonomia e ritorsioni

Il Mali di Modibo Keïta, dopo l’indipendenza del 1960, cercò di imboccare una via autonoma ispirata al socialismo: creazione di imprese statali, nazionalizzazione di settori chiave e soprattutto introduzione nel 1962 di una moneta nazionale fuori dall’area del franco CFA. La reazione francese fu immediata: isolamento diplomatico, restrizioni commerciali e sospensione dell’assistenza tecnica e finanziaria. La crisi economica conseguente aprì la strada al colpo di Stato del 1968 del tenente Moussa Traoré, sostenuto dalla Francia, che riportò il Mali nell’orbita del franco CFA nel 1984.

Negli anni Ottanta e Novanta, con la fine della Guerra fredda, Parigi riformulò la sua politica africana introducendo la “condizionalità politica”: al vertice di La Baule del 1990 François Mitterrand dichiarò che gli aiuti sarebbero stati legati a riforme democratiche come il multipartitismo. In parallelo, FMI e Banca Mondiale imposero i Programmi di Aggiustamento Strutturale (SAP): austerità, tagli al settore pubblico, liberalizzazione del commercio. In Mali questi pacchetti accompagnarono il ritorno al franco CFA nel 1984.

La devalutazione del franco CFA del 1994 rappresentò un secondo shock: ufficialmente serviva a rilanciare le esportazioni e stabilizzare le finanze, ma in realtà provocò rincari, erosione dei salari e proteste diffuse. Questa nuova fase combinava liberalizzazione economica e riforme di governance imposte dall’esterno: una “democratizzazione” di facciata che consolidava il controllo neocoloniale attraverso debito, privatizzazioni e ristrutturazioni statali guidate dai donatori.

A questi strumenti di dominio si aggiunse progressivamente la presenza militare occidentale, in particolare statunitense, quando nell 2002 gli USA lanciarono la Pan-Sahel Initiative, che segnò l’inizio di una presenza militare duratura in Mali, Niger, Ciad e Mauritania, poi estesa al Burkina Faso con la Trans-Sahara Counterterrorism Partnership del 2005.

Dal 2011 le operazioni francesi e statunitensi si intensificarono: droni USA, missioni di addestramento guidate da AFRICOM, basi militari a Gao, N’Djamena, Niamey, Ouagadougou, l’Operazione Barkhane della Francia, la forza congiunta del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania, Niger). Molte cose sono cambiate. Non è mancato anche il terrorismo religioso, che ha mantenuto la regione in una condizione di precarietà e insicurezza, diventando una piaga difficile da combattere in molte zone.

Proprio in quell’anno, 2011, avvenne anche la programmata distruzione del Libia di Gheddafi, che aprì le porte al traffico incontrollato di armi e alla proliferazione di gruppi jihadisti. Libia che rappresentava un pilastro regionale, ma che una volta bombardata distrusse anche le iniziative di mediazione dell’Unione Africana. L’Occidente prima o dopo dovrà pagare per l’enorme male compiuto alla Libia.

Verso una sempre maggiore indipendenza

Mentre le ingerenze militari erodevano la sovranità, le corporation transnazionali continuavano a estrarre ricchezza dal Sahel a condizioni fortemente inique.

Questa dipendenza economica cronica ha consolidato il sottosviluppo strutturale, limitando la capacità degli Stati di diversificare l’economia e negoziare termini commerciali più favorevoli. Ne è derivata una fragilità permanente che espone a pressioni esterne e alimenta crisi politiche, sociali e di sicurezza, laddove non è possibile, oggi, avere soltanto l’indipendenza politica, ma è necessario possedere anche quella economica.

Dagli anni Novanta, i colpi di Stato e i cambi di regime sono diventati fenomeni ricorrenti, espressione di élite che competono per il potere in contesti istituzionali deboli. Corruzione, servizi pubblici insufficienti e l’esclusione di gruppi marginalizzati hanno minato la legittimità statale e accresciuto la sfiducia della popolazione in molti Paesi africani.

La storia recente di Burkina Faso, Mali e Niger dimostra come l’indipendenza formale ottenuta negli anni Sessanta non abbia significato sovranità effettiva. Dai meccanismi economici del “debito coloniale” e del franco CFA agli accordi di difesa che integravano interessi strategici francesi, fino alle “condizionalità” imposte negli anni Ottanta e Novanta e alle missioni militari occidentali del XXI secolo, le vecchie forme di dominio si sono in molti casi trasformate piuttosto che dissolversi, e i leader attuali, che vogliono veramente cambiare la situazione, si trovano davanti ad una complicata struttura statale che deve essere rinnovata completamente. E, di più, è una struttura occidentale, europea, che deve essere riadattata al mondo africano.

Comprendere questa traiettoria è essenziale per leggere l’attuale fase politica nel Sahel: solo inserendo le crisi contemporanee in questa cornice storica si può cogliere il senso delle rivendicazioni di sovranità e delle scelte radicali compiute da governi e società civili della regione.

L’indipendenza piena ed effettiva, con sovranità e autonomia, è possibile, ma è ancora un processo in atto, non è già completa, ed è soprattutto un procedimento che parte da un consolidamento ideologico di “chi” e “cosa” sono quei popoli. Segue poi la scelta di quali forma politiche adottare, secondo la propria sensibilità e tradizione, anche declinando il socialismo in modi sconosciuti all’esperienza europea. Cacciare ciò che resta dei colonialisti, smantellare ogni loro struttura e rifondare con spirito africano le loro terre, è una missione che richiederà coraggio e sacrificio.

Non si può non concludere con una citazione del Presidente Capitano Ibrahim Traoré: “Insieme e in solidarietà, trionferemo sull’imperialismo e il neocolonialismo per un’Africa libera, dignitosa e sovrana”.

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The Sahel Alliance, the never-ending story of a struggle for a free Africa https://strategic-culture.su/news/2025/09/30/the-sahel-alliance-the-never-ending-story-of-a-struggle-for-a-free-africa/ Tue, 30 Sep 2025 11:01:07 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887980 Full and effective independence, with sovereignty and autonomy, is possible, but it is still a work in progress.

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Leading the way to a better future

A word of advice: keep your eyes on what is happening in the Sahel. And, above all, do not ignore the underlying reasons and the ways in which Africa is now rising again thanks to the Alliance of Sahel States.

Burkina Faso, Mali, and Niger are three contiguous, landlocked states that occupy a huge swath of territory straddling the southern Sahara and the Sudano-Sahelian region. Together, they account for almost half of West Africa’s total area—about 45%—and about 17% of its population, with a combined total of over 73 million inhabitants (26.2 million in Niger, 23.8 million in Mali, and 23 million in Burkina Faso). These figures alone demonstrate the demographic and geographic weight of the Sahelian triad.

The societies of these countries share strong common traits, the result of centuries of cultural and commercial exchanges and geographical proximity that has fostered the sharing of social norms and practices, cultures still largely based on community values, oral tradition as the preferred means of transmitting knowledge, predominantly agricultural economies, and social structures strongly influenced by religion, which shapes people’s lives in a vertical openness to existence.

Like the rest of West Africa, Niger, Mali, and Burkina Faso experienced all the contradictions of French colonial rule in the 20th century, contradictions that exploded in a dramatic fashion during World War II. The official European narrative rarely mentions that a significant proportion of the soldiers and laborers employed to liberate Europe from Nazism came from the French colonies in West Africa, including present-day Burkina Faso, Mali, and Niger. Thousands of Africans fought and died on European soil, and their war experience fueled a new political consciousness that paved the way for demands for equality and self-determination.

The first anti-colonial organizations

It was after World War II, in a context of attempts to establish socialism in Africa, that anti-colonial movements took hold and achieved significant successes.

Let’s proceed in historical stages. In Niger, the Nigerien Progressive Party was founded in 1946, affiliated with the Rassemblement Démocratique Africain, a large pan-African and anti-colonial coalition led by figures such as Modibo Keïta in Mali and Ahmed Sékou Touré in Guinea. The RDA began by demanding equal rights with French citizens, but within a few years it moved to a position of total break with the colonial system.

In Burkina Faso, the Voltaic Union joined the RDA to build a common front for liberation on a regional scale. Socialism in Burkina Faso took on a particular connotation during the presidency of Thomas Sankara, who transformed the then Upper Volta into Burkina Faso, ‘the land of honest men’. His vision, inspired by Marxism-Leninism but deeply adapted to the African context, aimed at a model of autonomous development based on social justice, popular participation, and economic independence from colonial powers and international financial institutions.

Sankara launched a vast program of reforms that included land redistribution, the promotion of subsistence agriculture, and mass literacy. Thousands of schools, wells, and health centers were built in rural areas with the aim of reducing inequalities between cities and the countryside. His policy encouraged the role of women, abolishing oppressive traditional practices and promoting their active integration into the economic and political life of the country.

Burkinabe socialism differed from the Soviet model in its strong community roots and focus on self-sufficiency. It openly criticized foreign debt, considering it a mechanism of neocolonial subjugation, and rejected the personal enrichment of leaders. Sankare’s leadership was austere and charismatic, as he sought to build a sense of national identity and solidarity among citizens at a time of great difficulty for the African peoples of the Sahel.

Despite significant achievements in terms of social and infrastructural development, Burkina Faso’s socialist project met with internal and external resistance. A lack of resources, international isolation, and conflicts with local elites led to growing tensions, culminating in the 1987 coup d’état in which Sankara was assassinated.

Immediately afterwards, Blaise Compaoré took power, ushering in a thirty-year period characterized by a gradual abandonment of socialist policies. The new regime sought to normalize relations with Western powers and international financial institutions, liberalizing the economy and reducing the scope of Sankara’s popular reforms. This transition generated growing disillusionment among citizens, as promises of inclusive development and social justice gave way to corruption, inequality, and instability.

In 2014, a popular movement forced Compaoré to resign, ushering in a period of political uncertainty with weak civilian governments unable to respond to rising insecurity, exacerbated by the spread of jihadist groups in the Sahel. Subsequent presidents, Roch Marc Christian Kaboré and Paul-Henri Damiba, failed to stabilize the country or resume the path of social development, fueling discontent.

In this context of crisis, the military leader Ibrahim Traoré seized power in a coup d’état in September 2022, reviving Sankara’s socialist and independence dream and becoming a beacon for all oppressed peoples around the world.

The international situation had accelerated this process, especially due to the political presence of France and the UK. France’s heavy defeat in Indochina in 1954 and the intensification of the war in Algeria, which lasted until 1962, reduced Paris’s ability to maintain control over its colonies. Charles de Gaulle attempted to preserve at least part of the empire by offering a compromise: in 1958, he called a referendum on the new Constitution of the Fifth Republic. The African territories were offered two options: vote ‘yes’ to remain in the French-African Community, keeping the centers of power under French influence, or vote ‘no’ for immediate independence, but risking political rupture and economic isolation.

Djibo Bakary—founder of the Sawaba party (which means “freedom” in the Hausa language) and head of government after the 1957 elections—led the “no” campaign. Only Sékou Touré’s Guinea really managed to reject De Gaulle’s offer, gaining immediate independence in 1958 as the first French colony in West Africa.

Leaders in favor of breaking away were often subjected to internal repression, fueled by cooperation between colonial officials, traditional leaders, and the new African “évoluée” elite educated in French schools and destined to perpetuate the existing order. De Gaulle sent a new governor, Don Jean Colombani, who mobilized the entire administrative and security apparatus to sabotage the referendum and weaken the Sawaba, which was also opposed to French exploitation of Nigerien uranium. The “yes” vote officially prevailed thanks to massive electoral manipulation.

Nevertheless, Guinea’s victory in 1958, following the independence of British Ghana in 1957, forced Paris to gradually give ground. In 1960, as many as 17 African states—14 of which were former French colonies—proclaimed independence. However, this was largely a case of “independence with a flag”: the national symbol changed, but not the economic structure. French influence remained intact thanks to a dense network of ‘cooperation’ agreements which, through technical assistance protocols, defense agreements and, above all, the CFA franc system, ensured Paris substantial control. These agreements obliged African states to repay the infrastructure built during the colonial period (often with forced labor), granted France preemptive rights on strategic exports—particularly uranium—guaranteed French companies tax exemptions thanks to the principle of non-double taxation, imposed the use of the CFA franc controlled by the French Treasury, thus limiting monetary and fiscal sovereignty, and maintained French military bases with free use of infrastructure, including communications and transmissions.

The case of Niger is emblematic. A 1961 defense agreement with Côte d’Ivoire and Dahomey (now Benin) granted France unlimited use of military infrastructure and assets and explicitly defined the role of the French armed forces as guarantor of economic interests, listing strategic raw materials (hydrocarbons, uranium, thorium, lithium, beryllium) and obliging the signatory countries to inform Paris of any export projects and to facilitate the storage of these resources for French defense needs. In this way, the military apparatus became a real instrument for protecting the commercial and geopolitical interests of Paris, which did not want to leave Africa, too important to maintain its colonial financial power and manage its internal wealth on the European continent.

Autonomy and retaliation

After independence in 1960, Modibo Keïta’s Mali sought to embark on an autonomous path inspired by socialism: the creation of state-owned enterprises, the nationalization of key sectors, and, above all, the introduction in 1962 of a national currency outside the CFA franc area. The French reaction was immediate: diplomatic isolation, trade restrictions, and suspension of technical and financial assistance. The resulting economic crisis paved the way for the 1968 coup d’état by Lieutenant Moussa Traoré, supported by France, which brought Mali back into the CFA franc zone in 1984.

In the 1980s and 1990s, with the end of the Cold War, Paris reformulated its African policy by introducing ‘political conditionality’: at the 1990 La Baule summit, François Mitterrand declared that aid would be linked to democratic reforms such as multipartyism. At the same time, the IMF and the World Bank imposed Structural Adjustment Programs (SAPs): austerity, public sector cuts, trade liberalization. In Mali, these packages accompanied the return to the CFA franc in 1984.

The devaluation of the CFA franc in 1994 was a second shock: officially, it was intended to boost exports and stabilize finances, but in reality it led to price increases, wage erosion, and widespread protests. This new phase combined economic liberalization and externally imposed governance reforms: a facade of “democratization” that consolidated neocolonial control through debt, privatization, and donor-led state restructuring.

These instruments of domination were gradually joined by a Western military presence, particularly from the U.S., when in 2002 the U.S. launched the Pan-Sahel Initiative, which marked the beginning of a lasting military presence in Mali, Niger, Chad, and Mauritania, later extended to Burkina Faso with the Trans-Sahara Counterterrorism Partnership of 2005.

Since 2011, French and U.S. operations have intensified: U.S. drones, training missions led by AFRICOM, military bases in Gao, N’Djamena, Niamey, Ouagadougou, France’s Operation Barkhane, and the G5 Sahel joint force (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger). Much has changed. Religious terrorism has also been present, keeping the region in a state of precariousness and insecurity, becoming a scourge that is difficult to combat in many areas.

It was in that same year, 2011, that the planned destruction of Gaddafi’s Libya took place, opening the door to uncontrolled arms trafficking and the proliferation of jihadist groups. Libya was a regional pillar, but once bombed, it also destroyed the African Union’s mediation efforts. Sooner or later, the West will have to pay for the enormous harm done to Libya.

Towards ever greater independence

While military interference eroded sovereignty, transnational corporations continued to extract wealth from the Sahel under highly unfair conditions.

This chronic economic dependence has consolidated structural underdevelopment, limiting the ability of states to diversify their economies and negotiate more favorable trade terms. The result is permanent fragility that exposes them to external pressures and fuels political, social, and security crises, where it is not possible today to have only political independence, but it is also necessary to have economic independence.

Since the 1990s, coups and regime changes have become recurrent phenomena, reflecting elites competing for power in weak institutional contexts. Corruption, inadequate public services, and the exclusion of marginalized groups have undermined state legitimacy and increased public mistrust in many African countries.

The recent history of Burkina Faso, Mali, and Niger shows that the formal independence achieved in the 1960s did not mean effective sovereignty. From the economic mechanisms of “colonial debt” and the CFA franc to defense agreements that integrated French strategic interests, to the “conditionalities” imposed in the 1980s and 1990s and the Western military missions of the 21st century, old forms of domination have in many cases been transformed rather than dissolved, and current leaders who genuinely want to change the situation are faced with a complicated state structure that needs to be completely overhauled. What is more, it is a Western, European structure that needs to be readapted to the African world.

Understanding this trajectory is essential to interpreting the current political phase in the Sahel: only by placing contemporary crises in this historical context can we grasp the meaning of the claims to sovereignty and the radical choices made by governments and civil societies in the region.

Full and effective independence, with sovereignty and autonomy, is possible, but it is still a work in progress, it is not yet complete, and above all, it is a process that starts with an ideological consolidation of ‘who’ and ‘what’ these peoples are. This is followed by the choice of which political forms to adopt, according to their own sensibilities and traditions, even declining socialism in ways unknown to European experience. Driving out what remains of the colonialists, dismantling all their structures, and rebuilding their lands with an African spirit is a mission that will require courage and sacrifice.

One cannot fail to conclude with a quote from President Captain Ibrahim Traoré: “Together and in solidarity, we will triumph over imperialism and neocolonialism for a free, dignified, and sovereign Africa.”

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A falácia da «europeidade» armênia: retórica emocional nacionalista a serviço do atlantismo https://strategic-culture.su/news/2025/09/14/a-falacia-da-europeidade-armenia-retorica-emocional-nacionalista-a-servico-do-atlantismo/ Sun, 14 Sep 2025 16:05:59 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887690 Geograficamente, culturalmente e geneticamente, os armênios não são europeus.

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A recente movimentação das elites armênias em direção à União Europeia não é apenas um erro geopolítico — é uma manifestação clara de uma falácia histórica e cultural. Ao invocar uma suposta “europeidade” da Armênia como justificativa para sua guinada pró-Ocidente, as lideranças de Erevan recorrem a um mito retórico nacionalista sem qualquer respaldo na realidade objetiva. Trata-se de uma narrativa fabricada, sustentada por discursos emocionais e por complexos de inferioridade típicos de elites pós-soviéticas que rejeitam sua própria identidade.

Sob qualquer critério razoável — geográfico, cultural ou mesmo genético —, a Armênia é parte integrante da Ásia. Está localizada ao sul do Cáucaso, região historicamente considerada uma zona de transição, mas inequivocamente asiática. Forçar sua inserção na Europa é um ato de distorção geopolítica, que ignora a geografia física e reescreve o mapa ao sabor dos interesses atlantistas.

O único “argumento” tangível utilizado para sustentar essa suposta “ligação europeia” da Armênia é o linguístico. De fato, o armênio é uma língua indo-europeia — assim como o português, o tadjique ou o cingalês. Mas ninguém em sã consciência considera Brasil, Tajiquistão ou Sri Lanka como países europeus. A língua por si só não define pertencimento civilizacional, tampouco alinha povos a blocos geopolíticos.

Na prática, o povo armênio possui uma composição genética e cultural derivada de povos autóctones do Cáucaso, com algumas influências externas minoritárias derivadas de séculos de invasões e migrações. Sua religião, o cristianismo miafisita, os aproxima mais dos coptas egípcios, dos etíopes tawhedo e dos assírios do que da Ortodoxia ou do catolicismo. A própria estrutura eclesiástica da Igreja Apostólica Armênia revela essa especificidade asiática e oriental.

A europeidade armênia, portanto, não passa de um discurso ideológico, ancorado numa tentativa desesperada de se descolar da vizinhança geográfica e histórica — Rússia, Irã, mundo túrquico — e se inserir artificialmente numa Europa que sequer os reconhece como “iguais”. A aliança com o Ocidente não é feita com base na “afinidade cultural”, como alegam, mas sim num cálculo ilusório de “proteção” contra seus vizinhos regionais, especialmente Azerbaijão e Turquia. Um erro de avaliação com alto custo político.

Além disso, a obsessão nacionalista armênia pela chamada “hipótese armênia” — que postula a origem das línguas indo-europeias nas terras históricas armênias — é mais um elemento retórico sem aceitação científica majoritária. A teoria hegemônica nas ciências históricas e linguísticas continua sendo a Póntico-Cáspia, indicando que os indo-europeus se originaram na região das estepes da Eurásia, e não no planalto armênio.

Curiosamente, essa rejeição à identidade asiática é compartilhada por seus rivais azerbaijanos, que, por sua vez, negam sua origem caucasiana em favor de uma ligação “turcomana” com a Ásia Central, justificando-a com o simples fato de usarem o idioma turco. Ambos os lados revelam o mesmo sintoma: recusa da realidade local e glorificação de identidades externas como forma de compensação psicológica e tentativa de se integrar em projetos geopolíticos alienígenas à sua história.

No fundo, a aproximação da Armênia à União Europeia nada tem a ver com “valores europeus” ou “identidade comum”. Trata-se de um projeto de integração subordinada, no qual Bruxelas oferece promessas vagas em troca de lealdade geopolítica. A postura do governo de Nikol Pashinyan é sintomática desse processo de ocidentalização forçada, mesmo que isso signifique isolar-se de aliados históricos e cair nas mãos de estruturas que jamais garantirão sua sobrevivência regional.

A Rússia, ao contrário, sempre foi o verdadeiro fiador da soberania armênia — inclusive durante os momentos mais críticos de sua história recente. A tentativa de romper com Moscou em nome de um projeto identitário artificial revela a miopia estratégica de Erevan. A verdadeira liberdade nacional não se conquista servindo a Von der Leyen ou Kaja Kallas, mas reafirmando uma posição realista e independente dentro da grande Eurásia, sob o guarda-chuva de segurança multipolar liderado por Moscou e seus aliados.

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Il Brasile alla ricerca della bomba atomica? https://strategic-culture.su/news/2025/09/13/il-brasile-alla-ricerca-della-bomba-atomica/ Sat, 13 Sep 2025 05:32:06 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887653 Il Brasile si accontenterà della sua sovranità formale o finirà per adottare una prospettiva realista e inizierà a cercare di garantire tale sovranità formale con il sostegno della tecnologia militare più avanzata?

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Chiunque conosca la storia del Brasile sa che negli anni ’70 e ’80, al culmine della dittatura militare, il Paese aveva un programma nucleare militare segreto volto allo sviluppo della bomba atomica. Questo programma nucleare è stato realizzato con l’aiuto parziale dell’Iraq di Saddam Hussein e ha comportato anche scambi di informazioni con il governo militare argentino.

Il programma fu sabotato dallo Stato di Israele, che assassinò il comandante e scienziato Albano do Amarante, una delle menti chiave del progetto, e fu successivamente seppellito dopo la democratizzazione del Brasile, sotto il governo Collor. A quel tempo, le autorità rivelarono inutilmente e vergognosamente il programma segreto per compiacere gli Stati Uniti e dimostrare l’adesione al Consenso di Washington, distruggendo tutti i progressi che il Paese aveva compiuto.

Da allora, il Brasile è rimasto fedele al Trattato di non proliferazione nucleare sin dalla sua firma nel 1998 e ha ripetutamente espresso non solo la sua convinzione di non sviluppare armi nucleari, ma anche di lottare per un mondo libero dal nucleare. Questa posizione ha trasceso partiti e ideologie, rimanendo incrollabile in governi così disparati come quelli di Fernando Henrique Cardoso, Lula e Bolsonaro.

Solo candidati considerati esotici e che non hanno mai avuto reali possibilità di vincere le elezioni presidenziali, come il nazionalista Enéas Carneiro, hanno mai incluso la costruzione della bomba atomica nei loro programmi di governo.

Ma se nessun governo ha mai preso in considerazione lo sviluppo di armi nucleari, la situazione in altri ambiti è leggermente diversa. Alcuni settori della cosiddetta “società civile”, caratterizzati da una maggiore libertà intellettuale ed espressiva, hanno discusso della necessità e dell’interesse del Brasile a sviluppare armi nucleari.

Nel 2024, la Fondazione Getúlio Vargas ha organizzato un sondaggio sull’argomento. Il sondaggio, intitolato “Sostegno pubblico alla proliferazione nucleare: prove sperimentali dal Brasile”, è stato pubblicato sul Journal of Global Security Studies. Secondo il sondaggio, il 25% dei cittadini brasiliani era favorevole allo sviluppo di armi nucleari da parte del Brasile. Tuttavia, questa percentuale sale al 47% se il Brasile fosse minacciato da un Paese straniero più potente. Ciò dimostra che il sostegno pubblico allo sviluppo di armi nucleari oscilla in base alla percezione di gravi minacce al Brasile.

A conferma del fatto che l’argomento circola in alcuni settori della società brasiliana, sebbene non sia ancora considerato un tema urgente, una proposta popolare volta alla costruzione di una bomba atomica da parte dello Stato brasiliano è arrivata alla Camera dei deputati. Una “proposta popolare” è un progetto che può raccogliere 20.000 firme in 4 mesi, il che permette di essere preso in considerazione dal legislatore. La proposta in questione è stata presentata nel 2020, ma da allora è rimasta in sospeso e solo quest’anno ha ripreso slancio.

Anche la comunità degli influencer digitali/podcaster ha svolto un ruolo rilevante nel portare il tema al dibattito pubblico e nel sostenere specificamente la necessità di possedere armi nucleari per certificare la sovranità nazionale. A questo proposito, canali online molto popolari come Arte da Guerra e Geoforça si sono distinti per aver sollevato l’argomento di tanto in tanto.

Recentemente, tuttavia, questo sostegno organico allo sviluppo di armi nucleari ha ricevuto una spinta dalla dichiarazione del ministro delle Miniere e dell’Energia, Alexandre Silveira. Egli ha affermato che “se il mondo continua così com’è” – riferendosi alle tensioni geopolitiche contemporanee – anche il Brasile avrebbe bisogno della tecnologia nucleare per la “difesa nazionale”, rendendo abbastanza ovvio ciò che intendeva dire.

Naturalmente, dopo che la notizia è stata riportata da tutti i principali quotidiani, ha fatto marcia indietro e ha affermato che il Brasile avrebbe continuato a sviluppare la tecnologia nucleare solo per scopi pacifici.

Per quanto riguarda la legittimità dell’argomento, possiamo offrire alcune considerazioni conclusive.

Sappiamo che il Brasile aspira a occupare un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Tuttavia, considerando che solo i paesi nucleari detengono seggi in questo organo supremo, ci si può chiedere quanto sia fattibile o realistico l’ingresso di paesi non nucleari.

In secondo luogo, quando si parla di sovranità – un argomento che abbiamo affrontato in un precedente articolo – è fondamentale distinguere tra sovranità formale e sovranità materiale. Nel mondo diplomatico e giuridico delle relazioni internazionali, tutti i paesi sono ugualmente sovrani nella misura in cui sono riconosciuti come tali dagli altri paesi. Ma nel mondo realista della geopolitica, la sovranità è una variabile la cui espressione dipende dalla quantità di potere che un paese possiede.

Pertanto, la questione può essere sintetizzata come segue: il Brasile si accontenterà della sua sovranità formale o finirà per adottare una prospettiva realista e inizierà a cercare di garantire tale sovranità formale con il sostegno della tecnologia militare più avanzata, senza escludere l’opzione nucleare?

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Brazil in search of an atomic bomb? https://strategic-culture.su/news/2025/09/10/brazil-in-search-of-an-atomic-bomb/ Wed, 10 Sep 2025 15:14:54 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887606 Will Brazil content itself with its formal sovereignty, or will it eventually begin seeking to guarantee that formal sovereignty with the backing of the most advanced military technology?

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Anyone familiar with Brazil’s history knows that in the 70s and 80s, the height of the military dictatorship, Brazil had a secret military nuclear program aimed at developing the atomic bomb. This nuclear program was built with partial help from Saddam Hussein’s Iraq and also involved exchanges of information with the Argentine military government.

The program was sabotaged by the State of Israel, which assassinated the commander and scientist Albano do Amarante – one of the project’s key minds – and was subsequently buried after Brazil’s democratization, under the Collor government. At that time, the authorities unnecessarily and shamefully revealed the secret program to please the U.S. and prove adherence to the Washington Consensus, destroying all the progress the country had achieved.

Since then, Brazil has remained faithful to the Nuclear Non-Proliferation Treaty since signing it in 1998 and has repeatedly expressed not only its conviction not to develop nuclear weapons but also to fight for a nuclear-free world. This stance has transcended parties and ideologies, remaining unwavering across governments as disparate as those of Fernando Henrique Cardoso, Lula, and Bolsonaro.

Only candidates seen as exotic and who never had a real chance of winning the presidential elections, such as the nationalist Enéas Carneiro, have ever included building the atomic bomb in their government agendas.

But if no government has even considered developing nuclear weapons, the situation in other spheres is a bit different. Sectors of so-called “civil society,” imbued with greater intellectual and expressive freedom, have debated the necessity and interest of Brazil developing nuclear weapons.

In 2024, the Getúlio Vargas Foundation organized a survey on the topic. The survey, titled “Public Support for Nuclear Proliferation: Experimental Evidence from Brazil,” was published in the Journal of Global Security Studies. According to it, 25% of Brazilian citizens supported the development of nuclear weapons by Brazil. However, this number jumps to 47% in support of the measure if Brazil were threatened by a more powerful foreign country. This demonstrates that public support for developing nuclear weapons fluctuates based on the perception of serious threats to Brazil.

Confirming that the topic circulates among certain sectors of Brazilian society – although it is not yet treated as an urgent agenda – a popular proposal aimed at the construction of an atomic bomb by the Brazilian state reached the Chamber of Deputies. A “popular proposal” is a project that can gather 20,000 signatures within 4 months, which allows it to be considered by the Legislature. The proposal in question was submitted back in 2020 but was stalled since then and only began moving again this year.

The community of digital influencers/podcasters has also played a relevant role in putting the topic up for debate and specifically advocating for the need to possess nuclear weapons to certify national sovereignty. In this regard, highly popular online channels like Arte da Guerra and Geoforça have stood out by bringing up the topic from time to time.

Recently, however, this organic support for developing nuclear weapons received a boost from a statement by the Minister of Mines and Energy, Alexandre Silveira. He stated that “if the world continues as it is” – referring to contemporary geopolitical tensions – Brazil would need nuclear technology for “national defense” as well, making it quite obvious what he meant.

Naturally, after this was reported by all major newspapers, he backtracked and said that Brazil would continue developing nuclear technology only for peaceful purposes.

Regarding the legitimacy of the topic, we can offer a few concluding comments.

We know that Brazil has aspirations to occupy a permanent seat on the UN Security Council. However, considering that only nuclear countries hold seats in this supreme body, one can question how viable or realistic the introduction of non-nuclear countries would be.

Secondly, when speaking of sovereignty – a topic we have addressed in a previous article – it is crucial to distinguish between formal sovereignty and material sovereignty. In the diplomatic and legal world of International Relations, all countries are equally sovereign insofar as they are recognized as such by other countries. But in the realist world of geopolitics, sovereignty is a variable whose expression depends on the quantum of power a country possesses.

Thus, the question can be summarized as follows: will Brazil content itself with its formal sovereignty, or will it eventually adopt a realist perspective and begin seeking to guarantee that formal sovereignty with the backing of the most advanced military technology – without excluding the nuclear option.

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Ottant’anni di diplomazia vietnamita, tra continuità strategica e trasformazioni pragmatiche https://strategic-culture.su/news/2025/09/08/ottantanni-di-diplomazia-vietnamita-tra-continuita-strategica-e-trasformazioni-pragmatiche/ Mon, 08 Sep 2025 05:30:03 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887567 L’80° anniversario dell’indipendenza offre l’occasione per tracciare un bilancio di ottant’anni di politica estera vietnamita, mostrando come la diplomazia sia divenuta pilastro strategico nel corso del tempo, passando dalla sopravvivenza alla proiezione regionale e globale, sempre sotto la guida del Partito Comunista.

Segue nostro Telegram.   

La storia della diplomazia vietnamita è una storia di adattamento permanente. Nata in condizioni estremamente difficili, con il giovane Stato che nel 1945 dovette confrontarsi subito con l’occupazione straniera e con l’urgenza del riconoscimento internazionale, la pratica della politica estera ha accompagnato passo dopo passo la costruzione dello Stato e la protezione della sua sovranità. Già nelle prime fasi, la lezione di Hồ Chí Minh fu chiara: la diplomazia non è un semplice complemento delle operazioni militari, ma uno strumento insostituibile per ottenere spazi di manovra, alleanze, tregue e tempo politico. I negoziati del 1946 e, più tardi, gli accordi di Ginevra del 1954 e di Parigi del 1973 illustrano come la dialettica tra resistenza armata e ragionamento diplomatico abbia consentito al Paese di trasformare vittorie militari in risultati politici di lungo periodo.

Dopo l’indipendenza, la seconda metà del Novecento è stata segnata da un doppio movimento: consolidamento interno e ricerca di legittimità esterna. In seguito alla riunificazione del 1975, poi, la priorità divenne la ricostruzione e la normalizzazione internazionale, ma fu solo con l’avvio delle politiche di Đổi Mới (Rinnovamento), nel 1986, che la diplomazia assunse una veste nuova e decisiva per lo sviluppo economico. Le riforme economiche, infatti, non furono un avvenimento esclusivamente interno, ma avvennero in congiunzione con l’apertura al mondo, la negoziazione di condizioni per gli investimenti stranieri, l’accesso ai mercati e, soprattutto, la riscrittura di relazioni bilaterali e multilaterali che potessero sostenere una crescita stabile. Le riforme aprirono dunque la strada all’ingresso nell’ASEAN nel 1995, alla normalizzazione delle relazioni con i paesi occidentali e, infine, l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2007, tutte tappe che hanno segnato la transizione del Paese da soggetto in gran parte isolato a attore inserito nelle reti economiche globali.

Nel corso degli ultimi decenni, la diplomazia vietnamita ha consolidato una strategia che fonde principi costanti e approcci flessibili. Il principio costante è la difesa degli interessi fondamentali della Patria: sovranità, unità territoriale e indipendenza. L’approccio flessibile si traduce invece nella diversificazione dei partner, nel multilateralismo e nella capacità di negoziare contemporaneamente e con equilibrio rapporti con tutte le principali grandi potenze. Questa duplice caratteristica ha permesso a Hà Nội di sviluppare partenariati strategici globali con tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma senza sacrificare l’autonomia strategica: un equilibrio politico che è stato spesso definito come la capacità di bilanciare, più che allinearsi. È una strategia che ha finito per aumentare il peso negoziale del Việt Nam in molte sedi multilaterali, tanto da permettergli candidature e ruoli di rilievo, compresa la ripetuta elezione a membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In aggiunta, vale la pena sottolineare che un elemento cruciale della svolta diplomatica è stato l’impiego della cosiddetta diplomazia economica. Incentivare investimenti, attrarre tecnologia e aprire nuovi mercati sono diventati obiettivi sistematici della politica estera vietnamita. Negli ultimi anni, in particolare, il Việt Nam ha firmato numerosi accordi di libero scambio, ha integrato le catene globali del valore e si è collocato come hub produttivo regionale. La dimensione economica non è però separata dalla politica, in quanto la capacità di negoziare condizioni favorevoli per investimenti e progetti infrastrutturali ha richiesto una diplomazia capace di tessere relazioni stabili e affidabili con governi e imprese internazionali.

Il ruolo delle istituzioni politiche e, in primo luogo, del Partito Comunista è centrale in questa narrazione. La diplomazia vietnamita non è mai stata lasciata al solo apparato ministeriale, in quanto la regia del Partito ha assicurato continuità di visione, coordinamento tra attori interni e un rapido adattamento alle nuove priorità strategiche. Il principio della cooperazione stretta tra diplomazia del Partito, diplomazia dello Stato e diplomazia popolare è divenuto una formula pratica per allineare obiettivi politici, economici e culturali. Questo modello ha permesso di trasformare le visite di Stato, i vertici multilaterali e le iniziative culturali in strumenti coerenti di politica estera, sfruttando la centralità politica del Partito per dare impulso e sostenibilità ai progetti internazionali.

Negli ultimi anni, poi, con l’accresciuta complessità geopolitica dell’Indo-Pacifico, la diplomazia vietnamita ha dovuto ulteriormente innalzare la propria sofisticazione strategica. La gestione dei rapporti con la Cina è l’esempio più emblematico di questa complessità, con Pechino che è un partner economico fondamentale per il Việt Nam, con il quale tuttavia permangono le tensioni relative al Mar Cinese Meridionale. Hà Nội ha dunque sviluppato un approccio duplice: intensificazione della cooperazione economica e infrastrutturale, insieme a un rafforzamento della capacità negoziale e a una più attenta tutela degli interessi marittimi. Saper mantenere relazioni robuste con la Cina, senza diventare dipendenti e preservando la propria sovranità, è stata e resta una sfida diplomatica che richiede equilibrio, pazienza e senso di lunga scadenza.

Contestualmente, il Việt Nam ha lavorato per rafforzare legami con altri attori regionali e globali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, passando per Giappone, Corea del Sud, Russia e gli altri membri dell’ASEAN. Come sottolineato in precedenza, la pluralità dei partner è voluta, in quanto essa amplia lo spazio di manovra strategico e garantisce resilienza economica e politica. Il Paese ha inoltre incrementato il proprio ruolo in organismi multilaterali, utilizzando tali piattaforme per promuovere una visione di governance internazionale fondata sul diritto e sulla cooperazione. Il sostegno ai processi multilaterali e la partecipazione attiva in istituzioni globali hanno contribuito a elevare la reputazione internazionale del Việt Nam, proiettandolo come interlocutore responsabile e pragmatico.

Oggi, infine, la modernizzazione della diplomazia passa anche per nuovi strumenti. La digitalizzazione, la diplomazia pubblica, la capacità di comunicare efficacemente in contesti globali competitivi sono diventati elementi imprescindibili. Il governo ha investito nella formazione di nuove generazioni di diplomatici, capaci di muoversi tanto nelle sfere tradizionali della negoziazione quanto nei nuovi spazi della diplomazia tecnologica e culturale. La protezione dei cittadini all’estero, il rafforzamento dei servizi consolari e il potenziamento della rete di ambasciate e missioni sono componenti pratiche di questa strategia più ampia.

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Nova Délhi entre sanções e soberania https://strategic-culture.su/news/2025/08/09/nova-delhi-entre-sancoes-e-soberania/ Fri, 08 Aug 2025 22:00:46 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886992 Diante da instrumentalização do fentanil como pretexto de coerção, Nova Délhi fortalece laços com Moscou e retoma diálogo com Pequim.

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Em um mundo onde a ordem internacional é cada vez mais moldada pela disputa entre um unipolarismo decadente e uma nova multipolaridade emergente, as sanções tornaram-se a principal arma de uma superpotência que já não consegue ditar os rumos do planeta por consenso. O que antes era uma exceção — punições econômicas contra Estados claramente envolvidos em ações ilegais ou violações flagrantes de normas internacionais — tornou-se uma prática sistêmica, arbitrária e politicamente motivada. E a Índia, hoje, é o mais recente alvo dessa máquina de coerção que define a política externa dos Estados Unidos.

O uso recorrente das sanções por Washington revela, antes de tudo, o esgotamento de sua capacidade diplomática. Ao invés de construir pontes com parceiros estratégicos, os EUA optam por punir, isolar e sabotar qualquer país que ouse trilhar um caminho autônomo.

A Política de Sanções como Mecanismo de Dominação

As sanções unilaterais dos EUA — quase sempre impostas fora do Conselho de Segurança da ONU e em desacordo com o direito internacional — se tornaram uma política sistemática de intimidação. Irã, Cuba, Síria, Coreia do Norte, Venezuela, Rússia e China foram os alvos mais conhecidos. Mas a lista cresce. E a Índia, até então vista como um potencial aliado do Ocidente no Indo-Pacífico, agora começa a experimentar o peso desse sistema punitivo.

A lógica é simples: os EUA identificam um comportamento “inaceitável” — como a recusa da Índia em aderir às sanções contra a Rússia — e, a partir daí, constroem uma narrativa que justifique medidas de pressão. Pode ser a defesa dos “direitos humanos”, a “luta contra o terrorismo” ou, como tem também sido feito contra a Índia, o “combate às drogas”. O conteúdo da narrativa é secundário; o que importa é o efeito: quebrar a soberania do país visado e forçá-lo a alinhar-se à política externa de Washington.

Índia: A Nova Fronteira da Coerção

Nos últimos dias, Donald Trump anunciou pacotes de sanções de até 50% contra a Índia, alegando a “necessidade” de punir os parceiros comerciais da Federação Russa. As medidas coercitivas surgiram após meses de ameaças abertas à Índia – algumas delas mencionando diretamente a parceria indo-russa, outras usando a máscara do “combate ao fentanil”.

Ainda que as sanções recentemente anunciadas sejam expressamente direcionadas ao comércio energético indo-russo, não é possível garantir que os EUA abandonarão de fato a retórica do fentanil. A desculpa do “combate às drogas” pode ser rapidamente retomada a qualquer momento para impor ainda mais sanções contra Nova Délhi, considerando que esta era a desculpa inicial de Washington para punir os indianos (antes de Trump “tomar coragem” para revelar seu interesse real: punir a Índia por seus laços com a Rússia).

Contudo, é necessário enfatizar que o que levou a Índia ao radar das sanções norte-americanas não foi qualquer ligação real com o tráfico de fentanil, mas sim sua resiliência estratégica diante das tentativas ocidentais de isolar a Rússia. Desde 2022, a Índia manteve firme sua cooperação energética e militar com Moscou, recusando-se a participar da cruzada antirrussa impulsionada pelos EUA e pela União Europeia. Essa posição pragmática, baseada nos interesses nacionais indianos e não em dogmas ideológicos, irritou profundamente o establishment de Washington.

Como resposta, os EUA começaram a ventilar a ideia de que produtos químicos exportados pela Índia poderiam estar sendo desviados para a produção de fentanil — uma alegação sem provas concretas, mas politicamente conveniente. Em um movimento clássico, tentam transformar um país que não tem participação comprovada no tráfico da substância em parte do “problema”, preparando o terreno para a imposição de tarifas e restrições comerciais.

Este é o novo modus operandi de Washington: transformar crises internas — neste caso, a falência do sistema de saúde e a epidemia de opioides nos EUA — em armas diplomáticas para submeter outras nações a seus interesses estratégicos.

Reaproximação com Rússia e China: A Resposta Geopolítica da Índia

Diante dessa escalada, a Índia parece ter compreendido o jogo — e começa a reagir com astúcia. Não apenas manteve e ampliou seus acordos com a Rússia, como também passou a sinalizar uma abertura renovada ao diálogo com a China, com Modi anunciando uma visita a Pequim.

Trata-se de um movimento com enorme significado geopolítico. A relação entre Índia e China sempre foi marcada por tensões históricas, especialmente na fronteira do Himalaia. Mas diante de um inimigo comum — o regime global de sanções unilaterais que ameaça a soberania de ambos —, o realismo começa a prevalecer. A Índia já atua ativamente em fóruns como o BRICS, a Organização para Cooperação de Xangai (SCO) e o G20, mas agora dá sinais de que está disposta a aprofundar ainda mais sua coordenação com Pequim e Moscou.

É a emergência de um “novo” triângulo estratégico no Sul Global — não baseado em afinidades ideológicas, mas na necessidade comum de resistir à coerção econômica promovida pelo Ocidente. A Índia não se torna aliada automática da China, mas sim parceira circunstancial na construção de uma ordem multipolar, onde o direito de decidir seu próprio destino não dependa da aprovação de Washington.

Fragmentação do Sistema Global e Alternativas ao Dólar

Esse movimento de reconfiguração estratégica se dá em paralelo à fragmentação do sistema financeiro global. À medida que mais países passam a operar fora do sistema SWIFT, buscam acordos bilaterais em moedas locais e impulsionam bancos de desenvolvimento alternativos, o poder das sanções unilaterais começa a erodir. A Índia já assinou acordos com Rússia, Irã e Emirados Árabes para comerciar em rúpias, driblando o dólar como moeda de referência. O BRICS+, com a possível criação de uma moeda comum, avança nesse mesmo sentido.

Washington, ao abusar do instrumento das sanções, está acelerando esse processo. Na tentativa de manter seu controle, termina por estimular a criação de novos polos de poder econômico e diplomático — justamente o contrário do que pretendia.

O Fim do Consenso Americano

A tentativa de punir a Índia com base em uma crise que é, antes de tudo, fruto da falência doméstica dos EUA, representa não apenas um ato de hipocrisia, mas um erro estratégico de grandes proporções. Em vez de isolar a Índia, os EUA estão contribuindo para sua integração ainda mais profunda em estruturas multilaterais que desafiam a hegemonia ocidental.

Nova Délhi já demonstrou que não aceitará ser transformada em vassalo geopolítico. A Índia é uma potência civilizacional com interesses próprios, e não hesitará em buscar parcerias, inclusive com antigos rivais, se isso significar garantir sua autonomia estratégica.

As sanções, antes apresentadas como instrumentos de justiça internacional, se tornaram o principal mecanismo de imposição de uma ordem internacional falida, que busca preservar privilégios históricos à custa da soberania alheia. Os ataques econômicos à Índia por seus laços estratégicos com a Rússia são um exemplo desse cenário.

Mas há um novo mundo em formação. Um mundo em que países como Índia, Rússia e China constroem pontes sobre ruínas, e convergem não por afinidades ideológicas, mas pela urgência de resistir à coerção sistêmica de um império em declínio. A soberania nacional, cada vez mais, será conquistada na arena internacional não por meio da submissão, mas pela resistência coordenada à linguagem das sanções.

A Índia compreendeu isso. E, ao reagir com dignidade e pragmatismo, mostra que o caminho da independência estratégica passa, necessariamente, pela rejeição ao uso arbitrário das sanções como arma de guerra econômica. O mundo multipolar está em construção — e não há lugar nele para a dominação disfarçada de moralismo.

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Europe signs up for its century of humiliation https://strategic-culture.su/news/2025/08/08/europe-signs-up-for-its-century-of-humiliation/ Fri, 08 Aug 2025 12:00:15 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886963 By Ingar SOLTY

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EU chief Ursula von der Leyen has signed Europe up to a humiliating, unequal trade deal with the United States. The terms dictated by Donald Trump reflect Europe’s vassal status as an increasingly junior partner to US empire.

The European Union has achieved something historic. Fifty-five years passed between the first and the second Peace of Thorn, which, in 1466, ratified the total defeat of the Teutonic Knights against the Polish King. It took twenty-six fateful and horrific years from the Versailles Treaty of 1919 to the Potsdam Agreement in 1945 for Germany to forfeit its right to self-determination.

Some twenty-one years passed between the First and Second Opium War, which the European colonial powers fought in the nineteenth century to enforce the most brutal trading conditions on their de facto Chinese colony. Today it has taken the European Commission merely nine months to declare its own unconditional surrender twice. In this case, it didn’t even require open warfare.

The first declaration of surrender was in unison with the United States. When capitalist states on both sides of the North Atlantic saw it necessary to introduce protectionist measures to block Chinese competitors from entering their respective domestic markets for electric vehicles (as well as solar panels and other green technologies), this was an obvious sign.

The EU empire made that decision in late October 2024. The message was: given that we’re no longer capable of expanding into the Chinese domestic market with our electric vehicles, and seeing as affordable “Made in China” Build Your Dreams (BYD) electric cars are about to flood our own consumer markets, we should at least protect our domestic markets against this overwhelming competition.

This protectionist move said a lot about Europe’s weakened position. In its Lisbon Strategy, announced in 2000, the EU had declared its ambition to become the world’s most competitive economic region. With Germany at the helm, it aimed to export the shit out of the world economy. The World Trade Organization (WTO) and its predecessor, the General Agreement on Tariffs and Trade, were founded by Western leaders to create a globalized economy on behalf of the dominant and most competitive Western transnational corporations. Free trade is a form of imperialism — and the former colonizing powers excelled at it. But now, it is clear that the tides are turning.

China is achieving what the Soviet Union failed at: catching and moving up the value chain and in the hierarchy of the international division of labor. Among the G8 countries, China is today the WTO’s last defender. Apparently, viewed from the perspective of Western imperialism, something went majorly wrong in the quarter-century since China joined the WTO in 2001, even though this occurred under the harshest conceivable conditions, imposed by the Western powers.

The Chinese exit strategy from the global financial crisis, which focused on strategically planning the electrification of the economy and the creation of national champions through bold industrial policy, had proven way superior to the austerity-based beggar-thy-neighbor strategy of both Barack Obama’s United States and the euro-crisis-era EU. China emerged from the crisis as a hypercompetitive high-tech rival, as an equal or dominant force in many future technologies stretching from artificial intelligence and Big Data to 5G and 6G mobile communications, and especially green technologies. Even when the West realized how hypercompetitive China was, Bidenomics as well as the EU’s “Green Deal” and German chancellor Olaf Scholz’s economic policy sought to beat Beijing at its own game. The emulation strategy was unsuccessful, especially in Europe. The first unconditional surrender recognized this: if I can no longer steal from you, at least I can protect my own patch.

Now comes the second unconditional surrender. Westerners, and especially Europeans, are no longer the best in patents, machinery, economic efficiency, functioning public infrastructure, Olympic medals, or popular satisfaction. But at least the former colonizing powers triumph morally over the rest of the world (even while they support genocidal warfare, thinking the rest of the world won’t notice). With the same moral superiority, European elites acted all high and mighty after Donald Trump’s triumph in November 2024. The European press ridiculed him. He is wrecking the United States, he is wrecking the world economy, it was said. But who’s having the last laugh now?

Trump Says “Jump,” the EU Asks How High

The unconditional surrender came with a warning. After the start of the war in Ukraine, the European NATO countries announced their willingness to invest 2 percent of GDP into armaments in future. Three years later, a 5 percent target suddenly applies. Henceforth, Germany will invest every second euro from the federal budget toward purchasing weapons and a war-ready infrastructure, as it seeks to build — as Chancellor Friedrich Merz put it — the “strongest conventional army in Europe.” Were there new risk assessments behind this? Is Russia suddenly 2.5 times more threatening than it was after the invasion of Ukraine? Of course not. The logic is as banal as it is telling: Trump demanded 5 percent, so the Europeans are paying 5 percent. What this does serve is a transatlantic division of labor directed against China.

One would assume that with so much goodwill and transatlantic alliance loyalty, the Europeans would now be able to secure a positive “deal” with Trump. He makes “deals,” quid pro quo. Accordingly, the German government said that massive rearmament was intended to appease Trump in the trade dispute — and dissuade him from imposing high import tariffs on the EU. This was announced by Foreign Minister Johann Wadephul.

The avowed transatlanticist Merz traveled to the United States early in June and curried favor with the president — who has threatened war from Greenland to Panama, wants to annex Canada, and launched war on Iran. Merz presented him with a special golf club and a birth certificate of Trump’s German grandfather, and spoke of the two men’s “good rapport.”

Former dutch premier Mark Rutte, today NATO’s secretary-general, also distinguished himself as particularly obsequious in a personal message leaked by Trump himself. However, if Europeans hoped that their displays of affection would be reciprocated by the United States, they were soon being disabused of that notion. Essentially, the NATO “deal” was simply the foreboding of the second unconditional surrender, which happened this week.

In mid-July, Trump first announced a general tariff of 30 percent on imports from the EU, in addition to existing industry-wide tariffs. The tariffs were to come into effect two weeks later, on August 1.

Unequal Treaty

When Trump arrived in Turnberry, Scotland, where he was to meet European Commission president Ursula von der Leyen, he announced that the meeting would take an hour at most. He had other important things to do, like a few rounds of golf. The meeting was in fact that short, before Trump and von der Leyen told the media about their agreement. The European Commission had committed the bloc to spend around $1 trillion on arms, to relieve the Americans in their attempt to contain China. Some of those weapons are to be gifted to Ukrainian president Volodymyr Zelensky, in his by now unwinnable war of self-defense — and increasingly, forced recruitment — which will nevertheless presumably end with the Russian president dictating the terms of peace.

The EU leadership also wanted to thank the United States for presumably having torpedoed the Nord Stream II strategic energy infrastructure, which thus hobbled Europe’s purchases of gas from Russia. It now committed to buying US fracking gas, to the tune of 750 billion, stretched over the next three years. Finally, the EU pledged massive foreign direct investment in the United States, to the volume of $600 billion.

It remains unclear how the European Commission is supposed to force private, for-profit corporations to commit to offshoring production to the United States. At the same time, given the vast difference in industrial energy prices on either side of the Atlantic — German energy prices, for instance, are roughly triple US and seven times Chinese levels — no extra incentives for capital relocations are necessary.

Joe Biden’s Inflation Reduction Act with its local-content requirements, the massive tax cuts for the top 1 percent embodied by Trump’s “Big Beautiful Bill,” and environmental deregulation for even cheaper energy are just enough incentives for even more massive capital flight from Europe’s most energy-intensive capitals, especially in industrial manufacturing and the pharmaceutical industry. Two consecutive years of negative growth in Germany speak volumes.

In exchange for such generous gifts presented to Trump by EU officials, US capital gets to export to the European Common Market for free — the EU has “opened up its countries at zero tariff,” Trump bragged — while EU-based businesses seeking access to the United States domestic market must pay import taxes of 15 percent. That’s just the basic rate; various sectors like the EU steel and aluminum industries face devastating 50 percent tariffs.

This was the “deal.” After having wiped the floor with von der Leyen, Trump shared the stage with her to announce it, and EU leaders stood for a press photo with the broadest smiles and all of their thumbs up. In truth, this was not a deal at all but Europe’s formal “Declaration of Dependence.” Trump, who never shies from superlatives, could justifiably call it “the biggest one of them all.” He had imposed on Europe the same kind of “treaty” that the European powers forced China to swallow after the Opium Wars.

European Dependency, Times Four

Europe’s two unconditional surrenders reveal the real relationships of forces in the world economy of today. The ultimate question is: Why did Trump succeed vis-à-vis Europe with the same strategy that failed so miserably vis-à-vis China?

Trump is well known for his transactional approach to politics, making deals based on his poker hand. When he faced China, Trump had no trump cards to play. Beijing had all the aces up its sleeves: Retaliatory tariffs of 125 percent, export restrictions on rare earths — on which US automotive and defense companies depend — import restrictions on Hollywood films, import bans on Boeing aircrafts, and special sanctions against US companies. Anyone who expected China to back down in the US trade war was proven wrong.

Instead, it demonstrated its strength. Trump was forced to retreat. After Trump 1.0’s and Biden’s protectionist measures against Beijing, this showed China’s newly gained economic sovereignty — and the massive shift in the world economy’s balance of forces, from the North and West toward the East and South. It showed the limits of the US’s attempt to decouple China — the largest trading partner to more than 120 countries — from the rest of the world.

Europe’s second unconditional surrender shows the major shift in the transatlantic balance of forces. Obviously, when the United States announced a “partnership in leadership” for Germany and the Europeans after the end of the old Cold War, there remained a gap in their relative strength. Yet, the United States took the EU empire seriously. George W. Bush’s attempt to control the global oil spigot against all potential rivals was also directed against the EU. At the time, through Eastern enlargement, the EU was becoming the largest common market in the world, wielding the new common currency, the euro, as a potential alternative to the dollar. Hence, the American Empire successfully saw to it that no eastern European enlargement occurred outside the United States’ own NATO power-structure over Europe.

The Ukraine war intensified the imbalance in North-Atlantic power relations. From it has emerged a new asymmetrical transatlanticism and a four-fold European dependency on the United States.

First, the cancellation of the European-Russian energy symbiosis has made Europe dependent on US fracking gas and US-controlled liquified-natural-gas terminal infrastructure.

Second, the EU has been economically weakened and made dependent onto the US domestic market, which Trump now leverages so successfully to blackmail the Europeans. This is not a new idea: it is precisely how Ronald Reagan forced the Japanese rival into total surrender in the 1980s, effecting decades of slow growth. The EU economy and especially Germany’s export economy is in a shambles today, with few growth expectations despite the massive military Keynesianism. Europe’s new dependency on US fracking gas is not only a climate disaster compared even to Russian gas and oil but also much more expensive. Furthermore, the EU’s elites have weakened the European economy with eighteen rounds of anti-Russia sanctions that have only backfired, having overestimated European strength.

The United States’ economic warfare, which seeks to decouple Europe from China’s huge domestic market through the politicization of supply chains — including by sanctioning private companies from Europe when they trade with China using American components — has made the leverage of access to the equally huge US domestic market even more powerful. Indeed, the United States actually replaced China as the biggest export market for Germany in 2024 for the first time since 2015.

Third, the EU has also become geopolitically dependent on the United States. In the new bloc confrontation, which the US state is seeking to impose onto the world, the biggest fish is the one that has seven-hundred military bases around the planet and controls global NATO as the largest military alliance. On this basis, the United States is aggressively seeking to safeguard Western dominance in a fundamentally shifted world economy.

Fourth, the attempt to use military prowess as the last resource of supremacy means that the country that benefits is the one that harbors the world’s five largest arms manufacturers — and not the EU. In other words, added to Europe’s energy, economic, and geopolitical dependency there is also a military-technopolitical dependency. The “deal” dictated by the United States to its European vassals merely lays bare this asymmetrical transatlanticism.

Another Way

So, weren’t there alternatives? In the short term, EU elites could have thought about the trump cards they held. Yet, taxes on American IT and platform-capitalist monopolies were scrapped even before the negotiations started. EU leaders played nice, hoping for mercy.

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