South Africa – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su Strategic Culture Foundation provides a platform for exclusive analysis, research and policy comment on Eurasian and global affairs. We are covering political, economic, social and security issues worldwide. Sun, 22 Feb 2026 21:35:20 +0000 en-US hourly 1 https://strategic-culture.su/wp-content/uploads/2023/12/cropped-favicon4-32x32.png South Africa – Strategic Culture Foundation https://strategic-culture.su 32 32 Larga vittoria del Partito Nazionalista del Bangladesh nelle elezioni parlamentari https://strategic-culture.su/news/2026/02/23/larga-vittoria-del-partito-nazionalista-del-bangladesh-nelle-elezioni-parlamentari/ Sun, 22 Feb 2026 21:35:20 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=890738 Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico

Segue nostro Telegram.

La prima ministra Sheikh Hasina all’inizio di agosto 2024 è stata costretta a lasciare il potere e a rifugiarsi in India, nazione con la quale per altro ha contratto con eccessiva leggerezza nei suoi anni di governo cospicui debiti, i quali hanno anche in parte inficiato il fondamentale ruolo del Bangladesh quale alleato regionale della Cina e della Russia. Con lei al governo Mosca ha infatti collaborato al progetto della costruzione della centrale nucleare di Rooppur in fase di ultimazione e Pechino ha elevato i rapporti bilaterali a partenariato strategico, offrendosi anche di tutelare l’afflusso di acqua della parte finale del Brahmaputra, di pertinenza del Bangladesh prima di gettarsi nelle acque del golfo del Bengala, dalle prepotenze indiane, inopinatamente esercitate per via della costruzione della centrale idroelettrica più grande al mondo da parte cinese sul medesimo fiume, il quale nasce nel territorio tibetano chiamandosi Yarlung Tsangpo.

Certamente esistono problemi sociali legati a una vasta povertà che attanaglia almeno un terzo della popolazione, indigenza comunque difficile da superare anche in ragione di una popolazione di centottanta milioni di donne e uomini stretti in un territorio grande solo come due terzi dell’Italia.

Le difficoltà economiche hanno contribuito a incentivare le proteste popolari del 2024, al pari delle richieste indiane verso il governo di Dacca in quell’estate per convincerlo a non condannare i crimini sionisti commessi contro i palestinesi, fatto che ha molto inferocito i bengalesi, nella quasi totalità musulmani sunniti. Tuttavia il vero motivo delle manifestazioni di piazza, molto eterodirette dall’Occidente e in particolare da Londra e da Washington, è stato il tentativo di cercare di portare il Bangladesh verso un posizionamento antirusso e anticinese, sfruttando anche l’insediamento al governo, dopo la dipartita politica di Sheikh Hasina, di Muhammad Yunus, l’ottuagenario banchiere dei poveri, in realtà legato al potere britannico al punto da aver scelto l’Inghilterra come sua dimora da svariati anni.

Dopo un anno e mezzo dal sommovimento “colorato”, definito retoricamente dalla stampa occidentale “rivoluzione dei monsoni”, si sono finalmente organizzate le elezioni parlamentarti, le quale hanno lasciato trasparire durante la campagna elettorale molto poco gli eventuali posizionamenti internazionali dei contendenti, concentrati sui temi di politica interna, con un generalizzato impegno di tutte le forze politiche rispetto al rilancio del lavoro e dell’economica, contro la disoccupazione e per la tutela dell’ambiente, ampiamente degradato, anche in ragione della considerevole sproporzione tra numero dei cittadini e dimensione del territorio, così come da un’attività industriale totalmente disinteressata rispetto alle ricadute ambientali del funzionamento delle fabbriche.

I trecento seggi del parlamento unicamerale, scelti dal 60% dei centoventi milioni di elettori, ovvero settantacinque milioni di donne e uomini, molti i giovanissimi, recatisi giovedì 12 febbraio 2025 presso le urne sparse per tutta la nazione, fin nei villaggi più sperduti con una capillare volontà di promuovere la più larga partecipazione, con metà degli iscritti al voto tra i diciotto e i trentotto anni in ragione di una popolazione prepotentemente giovane e formata da famiglie numerose, si pensi che i minorenni sono un terzo dei bengalesi, ben sessanta milioni, hanno premiato due coalizioni: la prima strettasi intorno al Partito Nazionalista del Bangladesh guidato dall’intraprendente Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra bengalese Khaleda Zia, storica avversaria della Lega Popolare Bengalese, il partito di Sheikh  Hasina, privato ora del diritto di partecipazione al voto, ma forza politica fondamentale per la lotta d’indipendenza dal Pakistan, conseguita nel 1971. Khaleda Zia, già tre volte prima ministra, è scomparsa a fine dicembre con funerali celebrati l’ultimo giorno del 2025 alla presenza di una immensa e moltitudinaria partecipazione popolare. Al Partito Nazionalista del Bangladesh sono andati ben 211 parlamentari, ovvero una maggioranza non solo assoluta, ma superiore ai due terzi, quindi capace di poter proporre e votare agilmente modifiche costituzionali, che appunto necessitano di tale vincolo per essere approvate, un seggio a testa hanno poi conquistato  i tre dei partiti ad esso collegati in coalizione, Gono Odhikar Parishad, Ganosanhati Andolan e il Partito Jatiya del Bangladesh.

Tale schiacciante maggioranza relativizza di molto il contestuale referendum, proposto dal governo uscente di Muhammad Yunus e votato dagli elettori, approvato con un considerevole 68%, relativo a quattro complesse e rilevanti riforme costituzionali dedicate alla creazione di nuovi organi costituzionali, all’aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni, al rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario, all’introduzione di una camera alta chiamata ad affiancare il parlamento con il passaggio dunque al bicameralismo, infine l’introduzione di un limite di due mandati per il primo ministro, con una ripartizione di poteri tra il primo ministro e il presidente della Repubblica e una maggiore regolamentazione dell’attività dei partiti politici. Tali proposte di riforma infatti, prima di essere ratificate dal nuovo parlamento, potranno ulteriormente essere riviste dai deputati, purché da una maggioranza dei due terzi dei deputati, che in ogni caso il Partito Nazionalista del Bangladesh ha ottenuto.

L’altra grande coalizione giunta certo molto distanziata, ma seconda, è quella formatasi intorno al partito di ispirazione religiosa Bangladesh Jamaat-e-Islami, ovvero Associazione Islamica Bengalese, partito vietato durante i governi di Hasina, unitosi in particolare con il Partito Nazionale dei Cittadini fondato da Islam Nahid, uno dei giovani che hanno animato le proteste studentesche nell’estate del 2024. Shafiqur Rahman, attivo fin dai tempi della lotta per l’indipendenza, seppure il Bangladesh Jamaat-e-Islami non fosse in prima fila nel rivendicarla, anzi  si fosse compromesso in quel tempo con i pakistani, è il massimo esponente del partito, capace di raccogliere grandi consensi perché chiede maggiori tutele per le donne, con una riduzione dell’orario lavorativo da otto a cinque ore giornaliere per di più con il recupero salariale compensativo delle tre ore a carico dello stato, anteponendo più in generale il rispetto delle leggi desumibili dall’Islam, piuttosto che una smaccata subalternità agli interessi del capitalismo transnazionale, feroce sfruttatore della manodopera femminile nelle fabbriche tessili bengalesi, tra le prime al mondo nella produzione di indumenti di cotone, tanto che questo settore garantisce l’85% dei ricavi totali dell’esportazione.

Shafiqur Rahman ha girato in lungo e in largo ogni contrada del Bangladesh, sostenuto da fervorosi sostenitori che lo hanno sempre accolto al grido di “Inghilab Zindabad!”, ovvero “Lunga vita alla Rivoluzione!”. Il Bangladesh Jamaat-e-Islami ha raccolto un terzo dei consensi e ottenuto sessantotto seggi, i ragazzi del Partito Nazionale dei Cittadini solo il 3% e sei deputati, nella stessa coalizione due seggi vanno al Bangladesh Khelafat Majlis e uno al Khelafat Majlis, per un totale di settantasette rappresentanti di questa alleanza elettorale. Nove deputati sono stati eletti da altre piccole formazioni politiche e i restanti cinquanta seggi verranno attribuiti a donne rappresentative delle realtà sociali e associative bengalesi, al fine di garantire una voce di rilievo dentro il consesso legislativo al mondo femminile, le candidate infatti sono state pochissime, meno del 4% e le elette ancor meno numerose, solo la coalizione di socialisti e comunisti  del Fronte Unito Democratico aveva in lista un terzo di donne, ma non ha ottenuto alcun seggio.

Interessante registrare un duplice dato, il clima generale è stato ovunque di festa collettiva, anche con canti e balli davanti ai seggi in onore dell’espressione democratica, tuttavia nel novero degli astenuti vanno considerati i sostenitori della Lega Popolare Bengalese, nota come Lega Awami, partito come detto già decisivo nella conquista dell’indipendenza nel 1971 e a cui appartiene la passata prima ministra Sheikh Hasina, una forza politica che annovera certamente, alla luce dei risultati, almeno un quinto dei consensi popolari.

La forzata estromissione dalla competizione elettorale della Lega Popolare Bengalese mostra una volontà escludente che alla luce dei risultati non sarebbe risultata decisiva, se non nel far mancare la maggioranza dei due terzi ai nazionalisti, ma probabilmente non avrebbe intaccato la loro possibilità di ottenere la metà più uno dei parlamentari. Tale atteggiamento poco democratico ha offerto tuttavia alla esiliata Sheikh Hasina l’opportunità di definire la competizione illegale e incostituzionale.

Il nuovo governo si dovrà occupare della povertà, dei salari la cui crescita nell’ultimo biennio è al 2%, ovvero un terzo di quella del prodotto interno lordo, così come degli almeno quindici milioni di bengalesi sparsi nel mondo, i quali tuttavia sono anche fondamentali, perché le loro rimesse, ben oltre trenta miliardi di dollari nel 2025, hanno garantito la tenuta contabile del Bangladesh, in quest’occasione è stato loro permesso di votare, ma solo 770mila si sono registrati e hanno ricevuto la scheda elettorale tramite la posta, di questi 240mila in Arabia Saudita, seguiti dai bengalesi residenti in Malesia e Qatar.

I nazionalisti in campagna elettore hanno proposto di attrarre investimenti esteri e di incentivare la formazione di piccole e medie industrie, senza tuttavia specificare come e in che modo, così come hanno promesso un allargamento della sanità pubblica e un dispiegamento di risorse per l’istruzione. Presto verrà per loro il tempo di dimostrare il concreto impegno rispetto alle attese che hanno suscitato.

Da Pechino e da Washington, così come da molte altre cancellerie, sono giunti i complimenti ai vincitori della competizione elettorale, tuttavia gli auguri della Casa Bianca nei confronti di Tarique Rahman, che si appresta a diventare il primo ministro del Bangladesh, celano il solito atteggiamento aggressivo e imperialista, Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico. In effetti non sono ancora chiari gli indirizzi e gli orientamenti in politica estera che verranno assunti dal nuovo governo bengalese, così, pensano probabilmente a Washington, meglio agire con una esplicita quanto malevola ingerenza preventiva.

]]>
Big Europe has lost the war over Ukraine https://strategic-culture.su/news/2025/12/08/big-europe-has-lost-the-war-over-ukraine/ Mon, 08 Dec 2025 12:00:00 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=889299 By Mick HUME

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

Much remains uncertain about the final outcome of the war in Ukraine. On the diplomatic battlefield, competing peace plans (28 points? 19 points? Crimea in? Crimea out?) have been flying backwards and forwards between capitals. Meanwhile in the real warzone, the Russian military continues to rain down military drones and missiles on Ukrainian cities, and the bodies continue to pile up on both sides in fierce street fighting, with no end in sight.

One indirect result of this bloody conflict, however, should already be clear enough. The leaders of the European Union and their UK allies—which we might collectively call Big Europe—have lost the political war over Ukraine. The EU’s claim to be a major global power player in the modern world have been thoroughly exposed as the fantasies of an ageing pretender.

Not for the first time, President Donald has been the breaker of Europe’s globalist dreams. The U.S. president sprang his proposed peace deal with Russia on his European allies, almost without warning. When a U.S. delegation met with Ukrainians in Geneva, European officials were left in the background of the photo-ops, if not outside in the corridor.

Meanwhile the leaders of Big Europe were congregating in faraway South Africa, indulging in an exercise of wishful thinking about their important role. They announced that the Trump-Putin proposal “needs work,” as if they were professors lecturing ignorant pupils.

Politico, the house journal of the Brussels elites, tries to emphasise the significance of this Euro-charade. It quoted one EU leader’s claim that strong Europe would “take a seat” at the negotiating table rather than waiting to be offered one. It endorsed European Commission President Ursula von der Leyen’s video messaged insistence that “the centrality of the European Union in securing peace for Ukraine must be fully reflected.”

The Euractiv website, however, took a rather more realistic tone. It reported that, as if to underscore the EU’s “helplessness”, the President had “weighed in from South Africa with what looked more like a hostage video than serious diplomacy.” As for von der Leyen’s bold declaration about the EU’s “centrality” to any Ukrainian negotiations, they concluded that “Alas, wishing it won’t make it so.”

Indeed it won’t. The reality is that Big Europe has been able to do little more than add some suggestions in the margins of whatever President Trump is discussing with Russia and Ukraine. Even the idea of bringing Valdimir Putin’s regime to the negotiating table was only made possible by Trump’s threat to impose strict global oil sanctions on Russia, which seemed to produce quicker results than all the EU’s huffing and puffing since the Russian invasion started the war in February 2022.

Of course, it remains far from certain that a lasting peace will result from Trump’s initiatives. The territorial concessions being demanded from Ukraine, whilst based on a recognition of the real state of the war, will be understandably hard to swallow for people that have sacrificed so much in nearly four years of fighting for their sovereignty.

But whatever comes next in Ukraine, it is clear that the EU will not be “central” to deciding it. Big Europe has been posturing as the defender of Ukraine since the war started, without taking any decisive action.

The EU still cannot even agree what to do with the confiscated Russian assets to which Ukraine wants access. When we turn from matters of accountancy to military action, Big Europe’s real impotence is demonstrated by the farce of the ‘Coalition of the Willing.’

Supposedly lead by France’s President Macron and UK Prime Minister Starmer, each of whom is far happier posing on the international stage than facing hostile voters at home, this non-existent force has not proved willing or able to defend an inch of Ukrainian soil. The impression remains that President von der Leyen and the rest of the EU’s tough talkers are willing to stand back and fight to the last Ukrainian.

This is about more than the Ukrainian conflict. The future of U.S.-EU relations and Europe’s place in the world are in the balance.

The special relationship between America and Europe within the Western alliance always looked better on paper than in reality. The West could remain united under U.S. leadership during the Cold War because there was a clear convergence of interests in face of the Soviet Union.

Since the Cold War ended 35 years ago, however, tensions between the U.S. and Europe have come to the surface. This process has accelerated during the Trump era. The populist U.S. president has rejected the globalist policies of recent decades and reasserted the centrality of national interests through his America First worldview.

The world can see that Big Europe’s mask has slipped. It’s pretensions to being a global power player, whilst in reality sheltering under America’s military umbrella, have been thoroughly exposed. Big Europe’s posturing can no longer be carried off and only leaves the likes of Macron and Starmer looking ridiculous. The U.S. itself is not the unchallengeable global superpower of old. But it is still plenty powerful enough to put the EU in its place.

The future depends on whether Europe can get its act together, face up to the new realities, and stop trying to live in the past. That must involve being prepared to defend itself. France and other European nations are now taking the first steps towards re-introducing a form of national service.

However, this only highlights the question raised by U.S. vice president JD Vance at the Munich security conference earlier this year: what exactly is it that Europe’s leaders are defending?

The globalist elites of Big Europe have spent decades rubbishing national sovereignty and democracy, freedom, patriotism and pride in our history. They have created a situation where a once-mighty military power such as Britain can no longer defend its own borders against illegal immigrants in small boats, never mind defending Ukraine’s borders against Russian tanks.

These anti-national leaders cannot now suddenly turn on the patriotic taps and inspire young people to stand up and fight for their nations. Those who imagine that “more Europe” is the answer, via a centralised EU army, could not be more wrong. Who do they think is going to fight for unelected President von der Leyen and her legion of Brussels bureaucrats?

No, Europe needs new leaders who are committed to standing for the founding principles of national sovereignty and democracy, who can galvanise their peoples into action. Fortunately, such leaders are gaining ground.

We need an end to the old elitism and global pretensions of Big Europe, and the dawn of a new age of realism and a Europe of sovereign nations, standing in alliance for shared values. And standing alongside the people of America in defence of Western civilisation. We all have much to gain, and too much to lose.

Original article: europeanconservative.com

]]>
Un nuovo capitolo strategico nella cooperazione tra Vietnam e Sudafrica https://strategic-culture.su/news/2025/11/11/un-nuovo-capitolo-strategico-nella-cooperazione-tra-vietnam-e-sudafrica/ Mon, 10 Nov 2025 21:21:36 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888801 La visita di Stato del presidente sudafricano Ramaphosa in Việt Nam il 23-24 ottobre consolida una partnership politica ed economica di lungo periodo, apre la strada al Partenariato Strategico e rafforza il ruolo del Việt Nam come ponte tra Asia e Africa.

Segue nostro Telegram.

La visita di Stato del Presidente sudafricano Matamela Cyril Ramaphosa a Hà Nội il 23-24 ottobre ha segnato una svolta politica e diplomatica di rilievo nella storia delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. In due giorni intensi di incontri ai massimi livelli, le parti hanno riaffermato una visione condivisa, consolidato la cooperazione e posto le basi per l’elevazione del partenariato a livello strategico, confermando il ruolo crescente del Việt Nam come attore ponte tra Asia e Africa nell’ambito del Sud Globale.

La visita, la prima di un Capo di Stato sudafricano in quasi vent’anni e la prima di Ramaphosa in qualità di Presidente, non è stata un semplice esercizio protocollare, ma il coronamento di una traiettoria bilaterale costruita nel lungo periodo. Le relazioni tra il Việt Nam e il Sudafrica affondano infatti le proprie radici nella stagione delle lotte di liberazione nazionale e del movimento afro-asiatico, simbolicamente richiamato dal Presidente Lương Cường ricordando il primo incontro tra la delegazione della Repubblica Democratica del Việt Nam e l’African National Congress alla Conferenza di Bandung del 1955. Questo richiamo storico colloca il dialogo attuale all’interno di una continuità politica che lega indipendenza, sovranità, solidarietà del Sud globale e cooperazione multilaterale.

Dal 1993, anno dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche dopo la fine del regime di apartheid sudafricano, e soprattutto dal 2004, quando il Sudafrica è diventato il primo Paese del continente a definire con il Việt Nam un “Partenariato per la Cooperazione e lo Sviluppo”, i due Stati hanno gradualmente costruito un quadro di rapporti articolato su canali di Partito, di Stato, parlamentari e di diplomazia economica. I dati del 2024 – con scambi bilaterali pari a 1,72 miliardi di dollari e il Sudafrica consolidato come primo partner commerciale del Việt Nam in Africa – mostrano un rapporto già maturo, ma ancora sottodimensionato rispetto alle potenzialità individuate da entrambe le leadership. In questo contesto, la visita di Ramaphosa ha rappresentato, secondo gli analisti, un passaggio di consolidamento e rilancio, con l’obiettivo condiviso di trasformare questa architettura in un vero Partenariato Strategico, fondato su fiducia politica, complementarità economica e convergenza nelle sedi multilaterali.

Il cuore politico della visita emerge con chiarezza dai colloqui tra i due Capi di Stato. In quest’occasione, il Presidente Lương Cường ha definito il Sudafrica un “amico stretto” e un partner prioritario, valorizzando la storia comune di lotta e il ruolo sudafricano come attore di primo piano nel continente. Ramaphosa, dal canto suo, ha descritto il Việt Nam come “amico vicino e partner chiave in Asia”, sottolineando che la composizione della sua delegazione – con ministri chiave in ambiti strategici – è essa stessa un messaggio di impegno politico di lungo periodo. La decisione congiunta di lavorare per elevare entro il 2025 il rapporto a Partenariato Strategico non è dunque un semplice aggiornamento terminologico, ma l’espressione di una volontà di strutturare in modo più vincolante e programmato la cooperazione: rendere permanenti i meccanismi di consultazione, ampliare i settori coperti dagli accordi, fare dei due Paesi piattaforme reciproche per le rispettive regioni.

L’importanza della visita risiede proprio in questa dimensione di sistema. Il comunicato congiunto, rilasciato dalle parti al termine della due giorni, conferma l’intenzione di rafforzare i canali politici: scambi regolari di visite ad alto livello, pieno utilizzo dei meccanismi esistenti – dal Forum intergovernativo di partenariato al Comitato congiunto per il commercio, fino al Dialogo di difesa – e impulso verso nuove intese nel campo giuridico, della cooperazione giudiziaria, della sicurezza e della difesa. Si tratta di un passaggio rilevante perché inserisce la relazione in una logica di coordinamento stabile sulle questioni di governance interna e di sicurezza, andando oltre l’approccio prevalentemente economico-commerciale che spesso caratterizza i rapporti tra Asia e Africa.

Sul piano economico, la visita e il Forum imprenditoriale congiunto di Hà Nội delineano la volontà di trasformare la complementarità strutturale in progetti concreti. Ad oggi, il Việt Nam esporta verso il Sudafrica prodotti manifatturieri, elettronica, tessile, calzature, agricoli; importa frutta, legname, minerali, prodotti chimici. Ma i due governi guardano oltre questa matrice: energie rinnovabili, transizione giusta, idrogeno verde, digitalizzazione, economia creativa, servizi finanziari, infrastrutture e logistica vengono identificati come nuovi pilastri. È inoltre significativo che il Việt Nam chieda il sostegno sudafricano per avviare negoziati su un accordo di libero scambio con l’Unione Doganale dell’Africa Australe (SACU) e che i documenti congiunti insistano sull’uso dei rispettivi vantaggi geografici: il Sudafrica come porta d’accesso al continente africano, il Việt Nam come hub verso l’ASEAN.

Questo impianto conferma il ruolo crescente del Việt Nam come nodo di connessione tra le reti commerciali euro-asiatico-africane e come promotore di modelli di cooperazione Sud-Sud. Il discorso del Primo Ministro Phạm Minh Chính al Business Forum sottolinea la visione di un Paese che, dopo quarant’anni di riforme, si propone come economia aperta, dinamica, tecnologicamente avanzata, capace di garantire stabilità politica, stato di diritto, tutela degli investimenti e un ambiente favorevole agli affari. Le sue formule – “benefici armonizzati, rischi condivisi”, “lavorare, beneficiare, vincere e svilupparsi insieme” – non sono meri slogan, ma contengono una proposta politica: costruire una cooperazione economica che riduca le asimmetrie e valorizzi l’interesse reciproco, in antitesi a logiche estrattive o puramente opportunistiche.

Dal punto di vista sudafricano, la visita è altrettanto strategica. Ramaphosa ha collegato esplicitamente il rafforzamento dei rapporti con il Việt Nam alla strategia di diversificazione dei mercati, alla presidenza del G20 nel 2025 e al desiderio di fare del Sudafrica un punto di contatto avanzato tra Africa e Asia. Il fatto che egli consideri il Việt Nam un “partner naturale” e che veda nella relazione bilaterale un modello di cooperazione tra Paesi del Sud globale indica una convergenza di visione nell’utilizzare la dimensione bilaterale come piattaforma per incidere sugli equilibri multilaterali e sulle riforme della governance globale.

La centralità della dimensione multilaterale, del resto, è uno dei punti più rilevanti del comunicato congiunto. I due Paesi riaffermano l’adesione al multilateralismo, al rispetto integrale della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, alla ricerca di riforme eque e inclusive delle istituzioni globali, con particolare attenzione alla voce dei Paesi in via di sviluppo. Pretoria valorizza il ruolo del Việt Nam quale ospite del vertice P4G e della firma della Convenzione ONU contro il crimine cibernetico (Hanoi Convention), riconoscendo la capacità del Paese di farsi piattaforma per nuove regole globali; Hà Nội sostiene con forza la presidenza sudafricana del G20 e il ruolo guida del Sudafrica nell’Unione Africana e nella SADC (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale). Insieme, i due Paesi rivendicano una più ampia rappresentanza del Sud globale nella definizione delle agende globali su sviluppo sostenibile, sicurezza, transizione energetica.

Questa convergenza si manifesta anche su dossier sensibili. Il comunicato ribadisce il sostegno alla soluzione pacifica delle controversie, al rifiuto dell’uso o minaccia della forza, al rispetto dell’UNCLOS del 1982 in materia di sicurezza marittima e libertà di navigazione. Il Việt Nam sollecita il sostegno sudafricano alla posizione dell’ASEAN sul Mar Orientale; il Sudafrica, da parte sua, riconosce il ruolo delle organizzazioni regionali come ASEAN e Unione Africana nella gestione delle crisi. Questa sintonia giuridico-politica rafforza la credibilità del Việt Nam come attore coerente, favorevole a un ordine internazionale basato su regole e capace di coniugare fermezza sui principi e apertura al dialogo.

In conclusione, la dichiarazione congiunta del 24 ottobre e l’impegno a elevare nel 2025 le relazioni a Partenariato Strategico confermano che il viaggio di Ramaphosa non è un evento isolato, ma piuttosto l’avvio di un nuovo ciclo. Se gli impegni su commercio, investimenti, energia, digitale, formazione, difesa e coordinamento multilaterale saranno tradotti in progetti concreti, il rapporto tra il Việt Nam e il Sudafrica potrà divenire un laboratorio avanzato di cooperazione Sud-Sud, un modello replicabile in cui due potenze regionali mettono a sistema le rispettive esperienze storiche e capacità contemporanee per costruire, insieme, un ruolo più incisivo nello scenario internazionale.

]]>
How Crisis Action shaped anti-BRICS protests in South Africa https://strategic-culture.su/news/2025/10/03/how-crisis-action-shaped-anti-brics-protests-in-south-africa/ Fri, 03 Oct 2025 13:01:39 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=888043 By Manuel GODSIN

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

IN the past decade, shaping another country’s public opinion has evolved into a full-fledged industry. Governments now routinely engage in sophisticated “political technology” to sway mass perception and steer sentiment abroad: online propaganda blitzes, choreographed street protests, even colour-revolution-style tactics.

A London-based NGO called Crisis Action stands out as a key player in this modern influence game.

Image: Supplied

The goals can vary, but the playbook is similar promote certain narratives, mobilise civil society, apply pressure on institutions, and ultimately influence or destabilise a target government. Often this is done under noble banners like defending democracy or protecting human rights, providing a moral pretext to isolate adversarial regimes or justify sanctions.

Against this backdrop, one revealing example of this phenomenon is the activity of a British non-governmental organisation (NGO) operating in Africa. What appears on the surface as altruistic civic engagement may, upon closer examination, be part of a coordinated geopolitical agenda.

A London-based NGO called Crisis Action stands out as a key player in this modern influence game. Founded in 2003 by former British diplomat Martin Griffiths (now a top UN humanitarian official) and Bruno Stagno Ugarte, Crisis Action emerged just as traditional covert meddling gave way to public-facing “soft power” campaigns.

The organisation is notably transparent about its activities; its website openly chronicles campaigns and partners across the globe. From those records, its footprint spans most of Africa, parts of the Middle East and Asia, and even countries of the former Soviet Union. In short, wherever conflicts or political crises intersect with Western priorities, Crisis Action is often nearby.

Moreover, generous financing reinforces this reach. Annual reports show that funding comes predominantly from Western philanthropic foundations, allied governments’ foreign ministries, and private donors, often via multi-year grants.

In 2023, Crisis Action’s budget was on the order of a few million dollars resources which enable it to intervene simultaneously in multiple regions. For instance, its track record shows a pattern of coordinated advocacy across continents.

In Africa’s Sahel region, Crisis Action helped launch the People’s Coalition for the Sahel, supporting local activists, organising protests, and driving media campaigns; in Ethiopia, critics argue its advocacy amplified one-sided narratives, sidelined local peacebuilders, and further polarised the information space by pushing allegations before independent verification.

These past initiatives, often expressed in the language of human rights, have earned the NGO a reputation as an influence multiplier for Western-aligned agendas.

Crisis Action established its presence in South Africa around 2016, expanding into a country far from any war zone but carrying outsized geopolitical weight as Africa’s most developed economy and a pivotal member of the BRICS bloc.

In South Africa, the NGO quietly built partnerships with respected civil society groups, including policymakers, legacy liberation-struggle foundations, and human-rights institutes. It ran everything from policy workshops to academic programmes and arts initiatives.

By mid-2023, these efforts converged with a major geopolitical event on South African soil: the BRICS Summit held in Johannesburg in August. This summit brought together heads of state from Brazil, Russia, India, China, and South Africa, a gathering meant to showcase the cohesion and growing influence of the BRICS coalition.

But even as officials met behind closed doors, civil-society campaigns were unfolding in parallel, sending a very different message. In practice, those advocacy activities aligned with coordinated street actions that put pressure on South Africa’s stance.

In its own 2023 report, the NGO notes that ahead of the August BRICS Summit, it worked with four prominent South African foundations on a joint appeal to BRICS-aligned counterparts urging leaders to uphold humanitarian norms, protect civilians and safeguard food supplies. In other words, the organisation itself says it was active in the BRICS window and helping to shape the message being carried to heads of state.

Information from Crisis Action’s 2023 campaign about its work in South Africa.

Image: Supplied

What actually unfolded on the ground tracked that timing. While the elite appeal moved behind closed doors, street-level mobilisations gathered in Johannesburg and Durban with an explicitly anti-BRICS frame: protesters were relocated to Innesfree Park, slogans targeted the bloc as a project, and in Durban, marchers waved Kashmir flags and anti-Modi posters.

The inside note set the cadence; the streets supplied the optics. During the summit, South African media captured reports and images of protestors holding up Ukrainian flags and placards, an unusual sight in Johannesburg.

Anti-BRICS protesters in 2023.

Image: Supplied

Meanwhile, at the centre of much of this on-the-ground activity was UAZA, a South African-based Ukrainian diaspora group that has organised regular protests in major cities since the Russian–Ukrainian conflict.

UAZA worked in tandem with international human-rights bodies like Amnesty International and other activist networks to bring people to the BRICS summit protest. Demonstrators held up posters not just about Russia, but also about other BRICS leaders. Some waved banners reading “Free Kashmir” and denouncing Indian Prime Minister Narendra Modi as the “Butcher of Gujarat” for his past record in India, a pointed reminder of India’s contested human-rights reputation.

At the very moment BRICS leaders were extolling cooperation inside the convention hall, outside a diverse chorus of activists was telling a different story — one of oppression, and civil society resistance within BRICS countries.

Poster for the protests against BRICS in 2023.

Image: Supplied

Local reaction was mixed: some outlets framed the protests as principled solidarity, while some South Africans were uncomfortable with what they saw as foreign agitators importing their battles onto South African streets. UAZA, for instance, is a diaspora organisation, and its collaboration with Western-funded NGOs raised eyebrows.

UAZA protests in SA.

Image: Supplied

Nonetheless, the protest coalition energised by a British convener working behind the scenes succeeded in amplifying a counter-narrative during the summit. The very fact that such a protest happened on the sidelines of BRICS, despite logistical hurdles, underscored the influence of this quiet alliance between a British NGO and local civil society.

Why does it matter? The BRICS-week protests became a case study in how external actors leverage civil society to contest a nation’s economic alignment. South Africa asserts its sovereign right to choose partners, yet that choice is being contested in public by NGOs, networks, and staged demonstrations.

From one angle, this is a vibrant democracy; from another, it looks like meticulous external engineering. In short, BRICS week revealed a two-track push: a well-resourced British NGO working the inside lane while a diaspora front carried an explicitly anti-BRICS message in the streets, raising the political cost of South Africa’s alignment while keeping coordination out of view.

Africa must choose its own path, and foreign-funded NGOs should not stray beyond stated mandates. Foreign residents and groups such as UAZA offered safety, work, and opportunity here; they should not front organised protests serving outside intrigues.

]]>
Oso, Dragón, Elefante, Tucán y Ruiseñor miran fijamente a Goldfinger https://strategic-culture.su/news/2025/08/19/oso-dragon-elefante-tucan-y-ruisenor-miran-fijamente-a-goldfinger/ Tue, 19 Aug 2025 14:05:03 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887186 Por supuesto que todo gira en torno a Alaska. Esto es lo que está en juego. Pero lo más emocionante es el juego de sombras.

Únete a nosotros en Telegram Twitter  VK .

Escríbenos: info@strategic-culture.su

Por supuesto que todo gira en torno a Alaska. Esto es lo que está en juego. Pero lo más emocionante es el juego de sombras.

En todo el mundo, para aquellos que crecieron en los años sesenta, la época de la Guerra Fría, la tentación de comparar a Donald Trump con Goldfinger es irresistible (pero ¿quién interpretaría a Oddjob? ¿Hegseth?).

Al fin y al cabo, Goldfinger es un jugador poderoso y despiadado. Su lema en el siglo XXI sería “Destruir y saquear”. De hecho, si se presenta la ocasión, lo que haría sería una orgía de destrucción y saqueo. Todo se somete a la búsqueda del acuerdo dorado. A mi manera. La única manera.

Sin embargo, ahora es posible que Goldfinger haya encontrado a su rival adecuado, colectivo.

Esto es lo que ocurrió la última vez que se celebró una cumbre en Alaska, en este caso concreto entre Estados Unidos y China en un hotel cutre de Anchorage. Aquello sacudió los cimientos del tablero geopolítico. Trump y Putin podrían hacerlo, pero solo en condiciones muy específicas.

Solo hay un final realista y óptimo para Alaska: una declaración conjunta de intenciones que apunte a una continuación, como en la próxima reunión que se celebrará en territorio ruso.

Una especie de punto de partida para el largo y sinuoso camino hacia un verdadero reinicio de las relaciones entre Estados Unidos y Rusia, incluyendo un posible acuerdo en la guerra por poder en Ucrania.

En esencia, pueden acordar seguir hablando. Sin embargo, lo que realmente importa es lo que puede implicar la promesa: Goldfinger se abstiene de imponer sanciones secundarias a los socios de Rusia.

Eso constituiría una tremenda victoria para los BRICS (excluido Irán. En realidad, quedarían excluidos dos aliados estratégicos de Rusia: Irán y la RPDC).

Los BRICS están construyendo activamente una coalición para hacer frente a Goldfinger.

Los actores clave son el Oso, el Dragón, el Tucán y el Elefante, los cuatro fundadores originales del BRIC. Más adelante debería añadirse el Ruiseñor, ya que está vinculado a través de asociaciones estratégicas geopolíticas y geoeconómicas con el Oso, el Dragón y el Elefante.

En lo que respecta a los detalles de Alaska, el oso alfa debe considerar todas las ramificaciones de lo que es imperativo para el Estado Mayor ruso y el vasto aparato de inteligencia de Moscú: a menos que los secuaces de Goldfinger dejen de armar y proporcionar información valiosa a Ucrania en todas sus formas, el mítico ‘alto el fuego’ que Goldfinger y la manada de chihuahuas desdentados de Europa desean desesperadamente será solo un intermedio para permitir que Ucrania se rearme hasta los dientes.

Es una decisión difícil para el líder ruso: tiene que apaciguar a sus críticos radicales internos, que lo critican por sentarse con el enemigo, y al mismo tiempo debe cumplir con sus aliados del BRICS, que se encuentran bajo asedio.

El BRICS contrarresta las tácticas de saqueo de Goldfinger

El Oso, el Dragón, el Tucán y el Elefante están involucrados en una diplomacia telefónica trepidante para articular su respuesta colectiva a la campaña de aranceles y saqueo de Goldfinger.

Ejemplos. Modi sobre Brasil:

Una asociación fuerte y centrada en las personas entre las naciones del Sur Global beneficia a todos.

Lula sobre la India:

Brasil y la India son, hasta ahora, los dos países más afectados. Reafirmamos la importancia de defender el multilateralismo y la necesidad de abordar los retos de la situación actual.

Xi a Lula:

China respalda a Brasil en la defensa de su soberanía nacional; el BRICS es «una plataforma clave para construir consenso en el Sur Global».

El saqueo arancelario de Goldfinger funciona de varias maneras.

En la India: porque Nueva Delhi se niega a abrir su vasto mercado agrícola a las importaciones libres de aranceles fabricadas en EE. UU. (el 45 % de la población india depende directamente de la agricultura); y porque la India compra petróleo ruso a precios reducidos que necesita urgentemente.

En Brasil: porque el objetivo final es el cambio de régimen y el libre albedrío para saquear la riqueza natural de Brasil.

Hasta ahora, las artimañas de Goldfinger han sido brillantes a la hora de provocar su propio contraataque: desde alienar incluso a sus aliados —véase la abyecta sumisión europea— hasta enterrar de facto el comercio multilateral, por no hablar del derecho internacional.

Ejemplo: apenas unas horas antes de que expirara la ‘pausa’ arancelaria a productos Made in China, Goldfinger firmó una orden ejecutiva extendiendo el plazo otros 90 días.

Traducción: TACO, otra vez. De implementarse esta ‘pausa’, la economía de la ‘nación indispensable’ (con una deuda de $37 billones) estaría en aguas aún más turbulentas.

Luego está la posible estrategia de Goldfinger en el Ártico, ya analizada aquí. No hay prácticamente ninguna prueba de que Rusia vaya a permitir a Estados Unidos participar en el desarrollo de la Ruta del Mar del Norte (NSR), que abarca todo el Ártico, o la Ruta de la Seda del Ártico, en terminología china.

El papel de la Atomflot rusa —11 rompehielos nucleares, 9 de ellos en activo y 2 en construcción, incluido el Proyecto 10510 Rossiya, un gigante capaz de navegar en cualquier lugar del Ártico en cualquier momento—, junto con el asombroso arsenal de nuevos sistemas de armas de Rusia, son variables absolutamente clave en cualquier debate serio sobre una posible asociación entre Estados Unidos y Rusia tras Alaska.

La obsesión de Goldfinger por enjaular a Nightingale

Veamos ahora el caso de Nightingale, un caso inmensamente complejo. Goldfinger se ha embarcado en una estrategia multifacética de máxima presión y tensión contra Irán: obligar a Hezbolá a desarmarseforzar el colapso del Líbano en una guerra entre faccioneslegitimar el desmembramiento de Siria por parte de “Al Qaeda R Us”; y forzar el restablecimiento de las sanciones de la ONU contra Teherán.

Luego vino la “cumbre histórica de paz” aclamada por Goldfinger con Aliyev, de Azerbaiyán, y Pashinyan, de Armenia.

Bueno, lo que Bakú y Ereván firmaron realmente bajo la atenta mirada de Goldfinger no es un acuerdo de paz: es un mero memorando de entendimiento (MOU).

Su declaración conjunta es extremadamente vaga y no vinculante. Lo que se promete es un acuerdo para “seguir hablando”:

Reconocemos la necesidad de continuar con nuevas acciones para lograr la firma y la ratificación definitiva del Acuerdo [de Paz].

Queda por ver qué sucede con el tan cacareado control estadounidense durante 99 años sobre el corredor de Zangezur, triunfalmente bautizado como Ruta Trump para la Paz y la Prosperidad Internacional (TRIPP), que incluye la apropiación del 40 % de sus ingresos (Armenia solo obtendría el 30 %) y el despliegue de 1000 mercenarios estadounidenses para patrullar el territorio armenio, justo al sur de las fronteras de Nightingale.

La gran noticia es, por supuesto, que Goldfinger está ansioso por hacerse con al menos un corredor de conectividad en el sur de Eurasia, en el estratégico Cáucaso meridional, utilizando a un agente del MI6 con mentalidad mafiosa (Aliyev) y a un traidor a la patria (el dócil Pashinyan), que serán descartados y/o endulzados a su debido tiempo.

Es crucial señalar que se ofreció la adhesión a la OTAN tanto a Armenia como a Azerbaiyán.

El plan del Estado profundo es el control total: lo que realmente importa es la apertura para establecer un corredor de la OTAN hasta el Caspio.

No hay forma de que Nightingale permita que eso suceda, por no hablar del Oso y el Dragón: significaría una amenaza directa de la OTAN no solo para el Corredor Internacional de Transporte Norte-Sur (INSTC), que une tres países del BRICS (Rusia, Irán e India) y atraviesa el Caspio, sino también para las Rutas de la Seda chinas, cuyos corredores atraviesan Irán con posibles ramificaciones hacia el Cáucaso.

Nightingale ya ha dejado muy claro que no permitirá ningún tipo de cambio de estatus para el corredor de Zangezur. Y cuenta con el arsenal de misiles necesario para respaldarlo. El subcomandante del IRGC, Yadollah Javani: Irán “no permitirá un corredor estadounidense en su frontera”.

Sea cual sea su origen, Goldinger o el Estado profundo, la presión del Imperio del Caos es implacable. No habrá tregua en las guerras híbridas —y de otro tipo— contra los BRICS, especialmente en el nuevo triángulo Primakov («RIC», por Rusia, Irán y China).

En principio, Alaska debería suponer un reinicio de todas las cuestiones de seguridad entre Estados Unidos y Rusia —geopolíticas, comerciales, militares—, siendo Ucrania solo un subconjunto. Eso será muy difícil.

Es difícil imaginar que Putin pueda convencer a Trump, sentados a la misma mesa, de los detalles de los incesantes complots de la OTAN y EE. UU. para socavar, acosar y desestabilizar a Rusia.

El resultado más probable es que la guerra por poder —y la SMO— continúen, pero con el Estado profundo ganando mucho dinero vendiendo toneladas de armas a la OTAN para que las envíe a Kiev.

Pero incluso sin la promesa de una nueva y seria arquitectura de seguridad entre Estados Unidos y Rusia, los BRICS aún pueden tener una oportunidad de arrebatarle la victoria a Goldfinger en su última sesión fotográfica.

Traducción:  Observatorio de trabajadores en lucha

]]>
Orso, Drago, Elefante, Tucano e Usignolo fissano Goldfinger https://strategic-culture.su/news/2025/08/16/orso-drago-elefante-tucano-e-usignolo-fissano-goldfinger/ Fri, 15 Aug 2025 21:04:15 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887117 Ovviamente si tratta dell’Alaska. Ecco cosa c’è in gioco. Ma è il gioco delle ombre che è ancora più emozionante.

Segue nostro Telegram.  

Ovviamente si tratta dell’Alaska. Ecco cosa c’è in gioco. Ma è il gioco delle ombre che è ancora più emozionante.

In tutto il mondo, per chi è cresciuto negli anni Sessanta della Guerra Fredda, è irresistibile la tentazione di interpretare Donald Trump come Goldfinger (ma chi interpreterebbe Oddjob? Hegseth?)

Goldfinger, dopotutto, è un giocatore d’azzardo potente e spietato. Il suo motto nel XXI secolo sarebbe “Distruggi e saccheggia”. In effetti, se ne avesse l’occasione, si darebbe a una vera e propria orgia di distruzione e saccheggio. Tutto sarebbe subordinato alla ricerca dell’affare d’oro. A modo mio. L’unico modo possibile.

Eppure ora è possibile che Goldfinger abbia trovato il suo degno avversario, collettivo.

Questo è ciò che è successo l’ultima volta che si è tenuto un vertice in Alaska, in questo caso particolare tra Stati Uniti e Cina in un hotel malandato di Anchorage. Ciò ha scosso profondamente lo scacchiere geopolitico. Trump-Putin potrebbero farlo, ma solo in condizioni ben precise.

C’è solo un finale realistico e ottimale per l’Alaska: una dichiarazione congiunta di intenti che indichi un seguito, come il prossimo incontro che si terrà in territorio russo. Una sorta di antipasto per il lungo e tortuoso percorso verso un vero reset delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, compreso un possibile accordo nella guerra per procura in Ucraina.

In sostanza, potrebbero concordare di continuare a dialogare. Ma ciò che conta davvero è ciò che potrebbe implicare la promessa: Goldfinger si astiene dall’imporre sanzioni secondarie ai partner della Russia.

Ciò costituirebbe una straordinaria vittoria dei BRICS (escluso l’Iran. In realtà, sarebbero esclusi due alleati strategici della Russia: l’Iran e la Corea del Nord).

I BRICS stanno attivamente costruendo una coalizione per tenere a bada Goldfinger. I protagonisti sono l’Orso, il Drago, il Tucano e l’Elefante, tutti e quattro fondatori originari del BRIC. Più tardi dovrebbe aggiungersi l’Usignolo, poiché è legato da partnership strategiche geopolitiche/geoeconomiche con l’Orso, il Drago e l’Elefante.

Quando si arriva al nocciolo della questione dell’Alaska, l’Orso al vertice deve considerare tutte le ramificazioni di ciò che è imperativo per lo Stato Maggiore russo e il vasto apparato di intelligence di Mosca: a meno che i tirapiedi di Goldfinger non smettano di fornire armi e preziose informazioni all’Ucraina in tutte le forme, il mitico “cessate il fuoco” che Goldfinger e il branco di chihuahua senza denti in Europa desiderano disperatamente sarà solo un intervallo per consentire all’Ucraina di riarmarsi fino ai denti.

È una decisione difficile per il capo dell’Orso: deve placare i suoi critici radicali interni che lo attaccano per essersi seduto al tavolo con il nemico e, allo stesso tempo, deve mantenere le promesse fatte ai suoi alleati BRICS sotto assedio.

I BRICS contrastano le tattiche di saccheggio di Goldfinger

Orso, Drago, Tucano ed Elefante sono impegnati in un’intensa diplomazia telefonica per articolare la loro risposta collettiva alla campagna di dazi e saccheggi di Goldfinger.

Esempi. Modi sul Brasile: “Un partenariato forte e incentrato sulle persone tra i paesi del Sud del mondo va a vantaggio di tutti”.

Lula sull’India: “Il Brasile e l’India sono, finora, i due paesi più colpiti. Abbiamo ribadito l’importanza di difendere il multilateralismo e la necessità di affrontare le sfide della situazione attuale”.

Xi a Lula: la Cina sostiene il Brasile nella difesa della sua sovranità nazionale; il BRICS è “una piattaforma fondamentale per costruire il consenso nel Sud del mondo”.

Il saccheggio tariffario di Goldfinger funziona in diversi modi.

Sull’India: perché Nuova Delhi rifiuta di aprire il suo vasto mercato agricolo alle importazioni Made in USA esenti da dazi (il 45% della popolazione indiana dipende direttamente dall’agricoltura) e perché l’India acquista petrolio russo a prezzi scontati di cui ha molto bisogno.

Sul Brasile: perché l’obiettivo finale è il cambio di regime e il libero saccheggio delle ricchezze naturali del Paese.

Finora, le buffonate di Goldfinger sono state eccellenti nel provocare un boomerang: dall’alienazione persino degli alleati – vedi la servile sottomissione dell’Europa – alla di fatto sepoltura del commercio multilaterale, per non parlare del diritto internazionale.

Esempio: poche ore prima della scadenza della “pausa” sui dazi sui prodotti Made in China, Goldfinger ha firmato un ordine esecutivo che proroga il termine di altri 90 giorni. Traduzione: TACO, ancora una volta. Se la ‘pausa’ sui dazi fosse stata approvata, l’economia della “nazione indispensabile” indebitata per 37 trilioni di dollari sarebbe stata in una situazione ancora più disastrosa.

Poi c’è la possibile mossa di Goldfinger nell’Artico, già esaminata qui. Non ci sono praticamente prove che la Russia permetterebbe agli Stati Uniti di partecipare allo sviluppo della Rotta del Mare del Nord (NSR), o Via della Seta Artica nella terminologia cinese.

Il ruolo dell’Atomflot russo – 11 rompighiaccio nucleari, 9 dei quali in servizio, 2 in costruzione, tra cui il Progetto 10510 Rossiya, un colosso in grado di navigare ovunque nell’Artico in qualsiasi momento – insieme al sorprendente arsenale di nuovi sistemi d’arma della Russia, sono variabili assolutamente fondamentali in qualsiasi discussione seria su una possibile partnership tra Stati Uniti e Russia dopo l’Alaska.

L’ossessione di Goldfinger di imprigionare Nightingale

Ora diamo un’occhiata a Nightingale, un caso estremamente complesso. Goldfinger ha intrapreso una strategia multiforme di massima pressione e tensione contro l’Iran: costringere Hezbollah a disarmarsi; provocare il collasso del Libano in una guerra tra fazioni; legittimare lo smembramento della Siria da parte di “al-Qaeda R Us”; imporre sanzioni immediate contro Teheran con il sostegno dell’ONU.

Poi è arrivato il “vertice di pace storico” salutato da Goldfinger con Aliyev dell’Azerbaigian e Pashinyan dell’Armenia.

Ebbene, ciò che Baku e Yerevan hanno realmente firmato sotto l’occhio vigile di Goldfinger non è un accordo di pace: è un semplice memorandum d’intesa (MOU).

La loro dichiarazione congiunta è estremamente vaga e non vincolante. Ciò che viene promesso è un accordo per “continuare a dialogare”: “Abbiamo riconosciuto la necessità di proseguire le azioni per giungere alla firma e alla ratifica definitiva dell’accordo [di pace]”.

Resta da vedere cosa succederà con il tanto decantato controllo americano per 99 anni sul corridoio di Zangezur, trionfalmente ribattezzato Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) – che prevede l’acquisizione del 40% delle entrate (l’Armenia ne otterrebbe solo il 30%) e il dispiegamento di 1.000 mercenari americani per pattugliare il territorio armeno, proprio a sud dei confini di Nightingale.

La notizia più importante è ovviamente quella di Goldfinger, desideroso di accaparrarsi almeno un corridoio di collegamento nell’Eurasia meridionale, nel strategico Caucaso meridionale, utilizzando un agente dell’MI6 dalla mentalità gangsteristica (Aliyev) e un traditore nazionale (il docile Pashinyan), che saranno scartati e/o addolciti a tempo debito. È fondamentale sottolineare che l’adesione alla NATO è stata offerta sia all’Armenia che all’Azerbaigian.

Il piano del Deep State è il controllo totale: ciò che conta davvero è l’apertura per stabilire un corridoio NATO fino al Mar Caspio.

Nightingale non permetterà mai che ciò accada, per non parlare dell’Orso e del Drago: significherebbe una minaccia diretta della NATO non solo al Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), che unisce tre paesi BRICS (Russia, Iran, India) e attraversa il Caspio, ma anche alle Vie della Seta cinesi, i cui corridoi attraversano l’Iran con possibili diramazioni verso il Caucaso.

Nightingale ha già chiarito che non permetterà alcun cambiamento di status per il corridoio di Zangezur. E ha l’arsenale missilistico necessario per sostenerlo. Il vice comandante dell’IRGC Yadollah Javani: l’Iran “non permetterà un corridoio americano al suo confine”.

Da qualunque parte provenga, da Goldinger o dal Deep State, la pressione dell’Impero del Caos è incessante. Non ci sarà tregua nelle guerre ibride – e non solo – contro i BRICS, in particolare contro il nuovo triangolo Primakov (RIC, ovvero Russia, Iran, Cina).

L’Alaska, in linea di principio, dovrebbe riguardare un reset di tutte le questioni di sicurezza tra Stati Uniti e Russia – geopolitiche, commerciali, militari, con l’Ucraina che è solo un sottoinsieme. Sarà un passo molto lungo. È difficile immaginare che Putin riesca a convincere Trump, allo stesso tavolo, dei punti più delicati dei complotti incessanti della NATO/USA per minare, molestare e destabilizzare la Russia.

L’esito più probabile è che la guerra per procura – e la SMO – continueranno, ma con il Deep State che guadagnerà un sacco di soldi vendendo tonnellate di armi alla NATO da inviare a Kiev. Ma anche senza la promessa di una nuova e seria architettura di sicurezza tra Stati Uniti e Russia, il BRICS potrebbe ancora avere una possibilità di strappare una vittoria dall’ultima foto di Goldfinger.

]]>
Bear, Dragon, Elephant, Toucan, Nightingale stare down Goldfinger https://strategic-culture.su/news/2025/08/13/bear-dragon-elephant-toucan-nightingale-stare-down-goldfinger/ Wed, 13 Aug 2025 20:12:19 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887080 Of course it’s all about Alaska. Here’s what’s in play. But it’s the shadowplay that’s even more exciting.

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

Of course it’s all about Alaska. Here’s what’s in play. But it’s the shadowplay that’s even more exciting.

Across the world, for those who grew up in the Cold War Swingin’ Sixties, the temptation is irresistible to cast Donald Trump as Goldfinger  (but who would play Oddjob? Hegseth?)

Goldfinger, after all, is a powerful, ruthless gambler. His 21st century motto would be “Obliterate & Plunder”. In fact, sequentially, an orgy of obliteratin’ and plunderin’ if the occasions present themselves. Everything subjected to the search for the Golden Deal. My way. The only way.

Yet now it’s possible that Goldfinger may have met its appropriate – collective – match.

This is what happened the last time a summit took place in Alaska, in this particular case US-China in a shabby hotel in Anchorage. That shook the geopolitical chessboard to the core. Trump-Putin might – but only under quite specific conditions.

There’s only one realistic, optimal endgame for Alaska: a joint declaration of intent, pointing to a follow-up, as in the next meeting to be held in Russian territory. A sort of starter for the long and winding road towards a real reset of US-Russia relations, including a possible settlement in the proxy war in Ukraine.

Essentially, they may agree to keep talking. Yet what really matters is what may be implied by the promise: Goldfinger refrains from imposing secondary sanctions on Russia’s partners.

That will constitute a tremendous BRICS victory (Iran excluded. Actually, two strategic allies of Russia would be excluded: Iran and the DPRK).

BRICS are actively building a coalition to stare down Goldfinger. The key players are Bear, Dragon, Toucan and Elephant – all four original founders of BRIC. Nightingale should be added later, as it is linked via geopolitical/geoeconomic strategic partnerships with Bear, Dragon and Elephant.

When it comes to the Alaska nitty gritty, the top Bear needs to consider all the ramifications of what is an imperative for the Russian General Staff and the vast intel apparatus in Moscow: unless Goldfinger minions stop weaponizing and providing precious intel to Ukraine is all its forms, the mythic “ceasefire” that Goldfinger and the pack of toothless chihuahuas in Europe desperately want will be just an intermission to allow Ukraine to rearm to the hilt.

That’s a tough call for the top Bear: he has to placate his domestic, radical critics who blast him for sitting down with the enemy, and at the same time he must deliver the goods to his under-siege BRICS allies.

BRICS counteract Goldfinger’s Plunder tactics

Bear, Dragon, Toucan and Elephant are involved in breathless telephone diplomacy to articulate their collective response to Goldfinger’s Tariff/Plunder drive.

Examples. Modi on Brazil: “A strong, people-centric partnership between Global South nations benefits everyone.”

Lula on India: “Brazil and India are, so far, the two most affected countries. We reaffirmed the importance of defending multilateralism and the need to address the challenges of the current situation.”

Xi to Lula: China backs Brazil to defend its national sovereignty; BRICS is “a key platform for building consensus in the Global South.”

Goldfinger’s Tariff Plunder works in several ways.

On India: because New Delhi refuses to open its vast agricultural market to tariff-free Made in USA imports (45% of India’s population directly depends on agriculture); and because India buys Russian oil at much-needed discount prices.

On Brazil: because the ultimate target is regime change and free reign to plunder Brazil’s natural wealth.

So far, Goldfinger’s Plunder antics have been stellar when it comes to engineering their own blowback: from allienating even allies – see abject European submission – to de facto burying multilateral trade, not to mention international law.

Example: just a few hours before the tariff “pause” on Made in China products was about to expire, Goldfinger signed an executive order extending the deadline for another 90 days. Translation: TACO, all over again. If the tariff “pause” went through, the economy of the $37 trillion-indebted “indispensable nation” would be in even more dire straits.

Then there’s Goldfinger’s possible Arctic gameplay, already examined here. There’s virtually no evidence Russia would allow the US to participate in the development of the Arctic-wide Northern Sea Route (NSR), or Arctic Silk Road in Chinese terminology.

The role of Russia’s Atomflot – 11 nuclear icebreakers, 9 of them in action, 2 being built, including Project 10510 Rossiya, a behemoth capable of navigating anywhere in the Arctic anytime – in parallel with Russia’s astonishing arsenal of new weapons systems, these are absolutely key variables on any serious discussion on any possible US-Russia partnership post-Alaska.

Goldfinger’s obsession to cage Nightingale

Now let’s look at Nightingale – an immensely complex case. Goldfinger has totally embarked on a multi-track maximum pressure/tension remix against Iran: forcing Hezbollah to disarm; forcing the collapse of Lebanon into factional war; legitimizing the “al-Qaeda R Us” dismemberment of Syria; forcing snapback UN-backed sanctions on Tehran.

Then came the Goldfinger-hailed “historic peace summit” with Azerbaijan’s Aliyev and Armenia’s Pashinyan.

Well, what Baku and Yerevan really signed under Goldfinger’s watchful eye is not a peace deal: it’s a mere memorandum of understanding (MOU).

Their Joint Declaration is extremely vague – and non-binding. What is promised is a “let’s keep talking” set up: “We acknowledged the need to continue further actions to achieve the signing and ultimate ratification of the [Peace] Agreement.”

It remains to be seen what happens with the much-ballyhooed 99-year American grip on the Zangezur corridor – trimphally named Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) – complete with grabbing 40% of its revenues (Armenia would get only 30%) and placing 1,000 American mercenaries to patrol Armenian territory, right south of Nightingale’s borders.

The big story is of course Goldfinger eager to snatch at least one connectivity corridor in southern Eurasia – in the strategic south Caucasus, using a gangster-minded MI6 asset (Aliyev) and a national traitor (meek Pashinyan), which will be discarded and/or sweetened in due time. Crucially, NATO membership was offered to both Armenia and Azerbaijan.

The Deep State’s game plan is total control: what really matters is the opening to establish a NATO corridor all the way to the Caspian.

There’s no way Nightingale will let that happen, not to mention Bear and Dragon: it would mean a direct NATO threat not only to the International North South Transportation Corridor (INSTC), which unites three BRICS (Russia, Iran, India) and crosses the Caspian, but also the Chinese Silk Roads, whose corridors traverse Iran with possible branch outs to the Caucasus.

Nightingale has already made it quite clear it will not allow any kind of change of status for the Zangezur corridor. And it has the necessary missile arsenal to back it up. IRGC Deputy Commander Yadollah Javani: Iran “will not allow an American corridor on its border.”

Wherever it comes from, Goldinger or the Deep State, the pressure by the Empire of Chaos is relentless. There will be no respite in the Hybrid – and otherwise – Wars on BRICS, especially on the new Primakov triangle (“RIC” as in Russia, Iran, China).

Alaska in principle should be about a reset of all US-Russia security matters – geopolitical, commercial, military, with Ukraine being just a subset. That will be a major stretch. It’s hard to imagine Putin being able to impress on Trump, on the same table, the finer points of NATO/US ceaseless plots to undermine, harass and destabilize Russia.

The most probable outcome is that the proxy war – and the SMO – will keep rollin’ on, but with the Deep State making extra bundles of euros by selling tons of weapons for NATO to dispatch to Kiev. But even without the promise of a new, serious, US-Russia security architecture, BRICS may still stand a chance to snatch a victory out of Goldfinger’s latest photo op.

]]>
This is how Russia is perceived in Africa https://strategic-culture.su/news/2025/08/11/this-is-how-russia-is-perceived-in-africa/ Mon, 11 Aug 2025 17:30:50 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=887030 This infographic maps the complex landscape of African attitudes toward Russia—revealing where support is strongest, where skepticism prevails, and how historical ties shape perceptions today.

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

(Click on the image to enlarge)


]]>
Trump’s trade tantrums and bullying hit a wall of solid BRICS https://strategic-culture.su/news/2025/08/08/trump-trade-tantrums-and-bullying-hit-wall-of-solid-brics/ Fri, 08 Aug 2025 20:02:11 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886975 U.S. power has become increasingly redundant and indeed something to repudiate.

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

President Donald Trump’s estimation of American power, like that of his own abilities, is increasingly seen to be badly overblown. This week, he threatened some 90 nations with tough trade penalties in the form of double-digit tariffs on their exports to the United States. It remains to be seen if he will actually implement the measures. Trump already cancelled a plan to impose worldwide tariffs back in April – his so-called Liberation Day – after no doubt realizing, or his more informed advisors realizing, that the U.S. cannot win a global trade war.

If there’s one thing about Trump, it is that he is as quick to reverse threats as he is to issue them. The erratic behavior speaks of the muddled thinking and lack of coherent analysis in his so-called policies. Trump’s reversals also speak of the limits to U.S. power as the world shifts to different realities in geopolitics and geoeconomics. The American power that Trump thinks exists is no longer.

This disconnect was evinced this week as Trump threatened tariffs on Brazil, Russia, India, and China. The so-called secondary levies were supposed to be related to Trump’s deadline for Russia to reach a peace deal with Ukraine. Countries buying Russian oil are “fueling the war machine,” he claimed. India hit back at what it called ridiculous hypocrisy, pointing out that the European Union purchased more Russian oil last year than India. The U.S. also buys billions of dollars-worth of Russian agricultural fertilizer, uranium, and other minerals.

In any case, the four countries targeted by Trump for secondary tariffs firmly rebuffed his threats. They dismissed Trump’s intimidation and vowed to continue exercising their sovereign right to do business as they deem necessary for their national interests.

It is not clear what the White House will do next in the aftermath of such defiance. Trump’s habit of extending deadlines for tariffs may postpone action.

The surprise announcement that Russian President Vladimir Putin is to meet Trump in person sometime next week, reportedly in Alaska, may also persuade the American side to drop the secondary tariffs plan. Trump’s egotistical craving to be seen as a peacemaker in Ukraine is such that a summit with Putin may be enough to appease his desire for headlines and a shot at winning the Nobel Peace Prize. His overblown claims about mediating peace between India and Pakistan, Azerbaijan and Armenia, and between Israel and Hamas show him to be driven by superficial success.

The defiance of the BRICS nations this week in the face of Trump’s bullying was remarkable for several reasons. It demonstrated that the BRICS are emerging as a powerful, cohesive economic and geopolitical force. After 16 years since the international organization’s founding, its leverage is no longer abstract or theoretical. It’s becoming a concrete reality.

Brazil’s President Lula da Silva mockingly stated that Trump was “not the emperor of the world,” and he called for a special BRICS summit to galvanize a joint response to U.S. trade threats. China condemned Washington’s bullying and said that the unilateral imposition of tariffs was a violation of the United Nations Charter. Indian Prime Minister Narendra Modi sent his top national security adviser to meet with Putin in the Kremlin. It was also reported this week that Modi is to travel to China later this month to attend the summit of the Shanghai Cooperation Organization. These developments suggest that the BRICS are solidifying their commitment to advancing a multilateral global order in response to Trump’s belligerence.

As with so much of Trump’s capricious conduct and attitude, he is rallying international forces that are hastening the demise of American standing and power, ironically for a president who boasts about “making America great again.” An article by renowned international economist Michael Hudson illustrates how ill-conceived Trump’s trade war with the planet is. Hudson contends that the tariffs will fuel consumer inflation in the U.S. as Americans pay more for expensive imports. Republican Senator Rand Paul agrees with this assessment. He claims that the tariffs will add $2 trillion in taxes on U.S. consumers.

Another impact that Team Trump seems unaware of is that the world economy is sufficiently diversified that countries will be able to find alternative markets for their exports. That will result in more countries being less dependent on the dollar for trade settlements, which, in turn, will weaken the greenback and the U.S.’s ability to keep piling up its astronomical national debt. The system is, therefore, liable to crash the more Trump imposes trade penalties on other nations.

It is also becoming clear that the BRICS represent a historic challenge to the U.S.-led Western order. The more Trump tries to undermine the emerging multipolar order, the more strongly it emerges. Earlier this year, Trump claimed that the BRICS were dead after he threatened to impose 100 percent tariffs on what he labelled an anti-American bloc. His rumors of BRICS’ death are greatly exaggerated. The international forum keeps steadily growing, gaining a significant new member, Indonesia, this year – the fourth most populous country in the world. BRICS represent over 50 percent of the world’s GDP and about 40 percent of its population. It has surpassed the Western-dominated G7 group in terms of economic power.

Trump’s tariff tantrums have little to do with bringing peace to Ukraine and a lot more to do with trying to break up the BRICS, which is a growing challenge to U.S. hegemony. This week shows that the BRICS have acquired a new sense of their own confidence and purpose in creating an alternative to the U.S.-dominated system. Trump’s arrogance and lack of understanding of the new realities of the global economy and the world’s resolve for long-overdue justice and peace, particularly for the Global South, are precipitating the demise of the U.S.-run neocolonialist order.

Brazil, Russia, India, China, and South Africa, among many other nations, are showing a resilience and defiance to U.S. imperialist bullying that would have been thought unlikely only a few years ago. Their commitment to mutual development and a fairer world order is making the U.S.-dominated elite Western capitalist system less relevant and less viable. The enormous trade deficits that the U.S. has accumulated over decades, in line with its monstrous national debt of $37 trillion, mean that it needs the rest of the world to keep its essentially parasitic position intact. The integration of the multipolar global economy under the leadership of the BRICS is showing that U.S. power has become increasingly redundant and indeed something to repudiate. It is hitting a wall of solid BRICS.

On the ominous side, however, that is why the U.S. rulers are becoming so insanely warmongering. Will they try to blow up a dead-end?

]]>
A Rio si scontrano due visioni antagoniste dei BRICS https://strategic-culture.su/news/2025/07/17/a-rio-si-scontrano-due-visioni-antagoniste-dei-brics/ Wed, 16 Jul 2025 23:07:32 +0000 https://strategic-culture.su/?post_type=article&p=886513 Mentre paesi come Russia, Cina e Iran sostengono profondi cambiamenti nell’ordine geopolitico, Brasile, India e Sudafrica continuano a promuovere un sistema multilaterale moderato.

Segue nostro Telegram.

Il 17° vertice BRICS, tenutosi il 6 e 7 luglio a Rio de Janeiro, ha messo in luce ciò che sta accadendo da quando il Brasile ha assunto la leadership del blocco: la crescente contraddizione tra due visioni del mondo che dividono i membri dell’alleanza. Da un lato, il vertice ha celebrato i progressi economici e commerciali, ma dall’altro ha rivelato una stagnazione politica e strategica, diretta conseguenza della posizione ambigua del Brasile sotto la presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva.

L’incontro ha riunito i rappresentanti dei paesi membri a pieno titolo, associati e candidati, oltre a una serie di forum diplomatici, commerciali e scientifici paralleli. In queste sedi, i discorsi hanno fatto eco ai principi tradizionali del BRICS: cooperazione economica, multilateralismo e promozione della de-dollarizzazione. C’è stato consenso sull’approfondimento delle discussioni sui sistemi di pagamento alternativi e sulla creazione di una valuta specifica per il blocco, dimostrando che, a livello tecnico, il BRICS continua a progredire.

Tuttavia, il vuoto politico era evidente. I leader cinesi, iraniani e russi non hanno partecipato di persona. Il presidente Vladimir Putin ha evitato di recarsi in Brasile dopo che Lula non ha fornito garanzie di sicurezza giuridica, a causa del mandato di arresto illegittimo emesso dalla Corte penale internazionale (ICC), di cui il Brasile rimane membro, nonostante sia uno strumento politicamente selettivo dell’Occidente. L’assenza di figure chiave nella transizione multipolare in corso ha indebolito il peso politico del vertice e ha ridotto l’evento a un incontro cerimoniale.

Lula, aggrappato al suo improduttivo ruolo di mediatore tra Oriente e Occidente, ha scelto di incentrare il suo discorso sull’espansione del BRICS per includere i membri del G7 e del G20. Ha apertamente suggerito l’inclusione delle potenze occidentali nel blocco, con la giustificazione di creare una “struttura di governance globale più efficace”. In pratica, sembrava un tentativo di diluire la forza geopolitica dell’alleanza, trasformandola in un’appendice di un sistema già dominato da Washington e Bruxelles.

Questa proposta ha messo in luce il disallineamento tra le visioni di Brasile, India e Sudafrica – nazioni che mantengono ancora canali aperti con l’Occidente – e quelle di Russia, Cina e Iran, che vedono il BRICS come una piattaforma per rompere con l’ordine unipolare.

Mentre alcuni parlano di governance, altri parlano di sopravvivenza. Mentre Lula fa gesti di apertura verso Biden e Macron, Xi Jinping e Putin stanno lavorando a strategie per sfuggire all’assedio economico, diplomatico e militare imposto dalle potenze euro-atlantiche. Il caso del Medio Oriente è eloquente. La guerra iniziata dopo l’attacco israeliano all’Iran ha compromesso importanti rotte commerciali, con ripercussioni dirette sui paesi BRICS. Eppure, la questione è stata completamente evitata durante il vertice di Rio.

Non si è discusso della creazione di un sistema di sicurezza per le rotte commerciali del blocco, uno dei punti più urgenti dell’agenda multipolare. Ancora una volta, questa omissione è venuta dalla presidenza brasiliana, che teme di prendere una posizione che potrebbe turbare i suoi alleati transatlantici.

Questa ambiguità brasiliana è stata senza dubbio la ragione principale della minore rilevanza del vertice. È stato il incontro BRICS con la minore rappresentanza politica degli ultimi anni. Non si è trattato solo dell’assenza dei leader, ma della mancanza di coraggio politico da parte del Paese ospitante. Il Brasile di Lula non ha ancora deciso se vuole far parte del mondo emergente o rimanere legato a quello in declino.

D’altra parte, è innegabile che il BRICS continui ad essere una piattaforma di dialogo basata sul rispetto reciproco e sul consenso, cosa inconcepibile all’interno delle strutture unilaterali guidate dall’Occidente. Le divergenze interne sono normali in un gruppo così eterogeneo. Ciò che deve essere evitato è il sabotaggio interno mascherato da diplomazia.

Se il Brasile vuole davvero guidare il blocco, deve abbandonare il suo ruolo di conciliatore improduttivo e assumere una posizione chiara di fronte alle trasformazioni globali. La neutralità, di fronte all’ingiustizia sistemica del mondo unipolare, non è una virtù, ma complicità.

]]>